Appena sorgeva quasi a gramaglia, vestito d'infausta luce il dì
novello, Stefano siccome famelico lupo che s'aggira intorno all'ovile
ove è la greggia, inoltrato sino sotto le mura di Nebiolo,
alteramente sfidava Guidone e il chiamava a nuova pugna, e perchè
vedea serrate le porte e niuno rispondere alle sue minacce, il
tacciava di paura e di codardia. Fremeva il Nebiolo alla nuova
rampogna, e malgrado il parere de' suoi, destò i soldati all'armi, e
uscì con essi dal chiuso. Retrocedono all'impeto novello le schiere
del Rosso, gli altri le inseguono e porta il combattimento nella
pianura: la fortuna or all'uno sorride, ora l'altro abbandona; a
vicenda i due campi o vincitori o vinti innalzano il grido di fuga o
di vittoria, e per lunghe ore si combatte or sull'alto or nel declivo
con dubbio marte.
Ma disperate grida de' talacimanni, un confuso suono di trombe, di
squille e di timballi, un cupo rimbombo d'armi ed armati, annunziano
che il forte è preso d'assalto. Avvampa Guidone di dolore e di
rabbia; e pur vorrebbe volare a soccorrerlo, ma invano cerca di
abbandonare il conflitto in cui si trova avviluppato. Si batte con
deliberato coraggio, fere, rovescia, uccide e stermina, ma se qui il
nemico piega, invadono altre schiere vincitrici il Castello.
Allora ode tuonare la voce di Stefano:--Sia preso, ma niuno osi
vestirsi dell'ira mia, in quel petto fere solo il mio brando, beve
sola la mia vendetta.--Guidone si volge a mandar pentito
quell'orgoglio, ma d'ogni parte è furiosamente assalito, e mentre
abbatte chi gli viene incontro, preso a tradimento alle spalle è
disarmato, e prostrato fra mille ferri che gli pendono sul capo. Gli
si annunzia le truppe disperse, presa la Rocca, dileguato il potere:
s'insulta al vinto, e s'innalza il plauso della vittoria.
Freme il Nebiolo stretto dalla turba che l'opprime e spaventa solo
che ei giri la sanguinea vista: ei si scuote e palpitano mille petti,
fremono mille spade, chè ognuno teme non riprenda l'armi e il furore,
di tanto gli atterrì sul campo; pari a cignale fra lacci, che se
rabuffa l'ispido pelo o arruota la zanna, ne agghiacciano gli
assalitori cui trema ancora la mente per la passata ferità della
belva.
Ma altiero in sua possanza il Rosso è sopra al vinto e il garrisce
amaramente.--Vedi, orgoglioso, il tuo Castello è in mio potere: mira,
già divampa la fiamma divoratrice ove passeggiava il tuo orgoglio.
Omai se' mio vassallo, mio schiavo, inchina la fronte al tuo Signore
e siagli sgabello nel salire il suo destrero.--Cui il Nebiolo
oppresso dal numero, ma non prostrato--Prode solo di parole: vile mi
costringi per un tradimento: è questo il valor tuo... A che ti
rifuggi in mezzo a' tuoi agnelli che non osano alzare gli occhi
paurosi sulla mia fronte? A che non ti provi meco come pur dinanzi mi
provocasti, nè io stetti chiuso tremando fra le mie mura? Oh! ma
folle, che cerco? tu torci il guardo al solo lampo della mia spada.
Perdei tutto, ma mi resta l'onor mio, tu codardo trionfi colla viltà,
tu prode solo nel trucidar le fanciulle.