XVII.

Fremea il Rosso a questa nuova maniera di guerra che si opponeva al

suo sdegno, e tarpava i suoi facinorosi disegni: fremeva nel vedersi

tendere tanti agguati, patire tanti disagi il suo campo, e ostinato

il nemico rifiutarsi alla battaglia. Gli parve dopo alcuni dì che più

non potessero starsi senza taccia di viltà, divise le alleate schiere

sui circostanti poggi, e ordinò che con trabocchi e balestre

s'investisse da una parte la Rocca, mentre egli co' più arditi vi

avrebbe dall'altra portato il ferro e il combattimento. Squillano

d'ogni parte i guerreschi oricalchi che sfidano il nemico alla pugna,

e mandano grida di confuse voci che tacciano di timore e di codardi

gli assediati: s'innalza il canto di guerra, l'inno della vittoria;

Stefano s'innalza invitto nell'armi, domatore dei possenti, e signor

degli Irii colli; Stefano che se muove il passo tremano i forti, e

paurosi fuggono ad appiattarsi come cervi ne' loro covili; se snuda

il ferro china ogni orgogliosa testa: ei folgore sperditrice della

battaglia, sterminatore de' nemici, oppugnator di Nebiolo.

Erano mortali saette al cuore di Guidone gli acerbissimi accenti: lo

stare chiuso ancora gli parrebbe viltà. Sente che gli giungono i

soccorsi richiesti da Montebello, sguajnando l'invitta spada dà il

segno di guerra e si dispone a discendere nell'aperta campagna.

Fremono intorno a lui i suoi prodi, e si diffonde fra loro un cupo

suono di ripercossi scudi che pare il mesto lamento di rovina e di

morte. Alzano alcuni dal chiuso cimiero in segreto gli occhi di preci

al cielo, altri agghiacciano stretti da sinistri presentimenti. Ride

Guidone e disprezza i loro voti, e scuote il brando che sparge

sanguigni lampi, muove su loro uno sguardo di compassione, e pare

rampognarli di viltà, e accennare che in quell'arme sua soltanto sia

riposto il volere della terra e del cielo.

Anche Anselmo cigne l'acciaro malgrado la sposa che dolcemente lo

prega a restarsi, o a condurla seco.--No, non seguire tant'ira, dolce

amor mio, nè abbandonare questa misera a cui tu solo sei vita. Lascia

al padre il peso di tanta guerra, e tu resta a difendere queste

torri: ten prego pei primi nostri affetti, non allontanarti da me:

sento che questo dì può riuscirti fatale, sento che noi non dobbiamo

dividerci. Deh vorrai opporti all'amore della tua sposa la prima

volta che trema sul tuo periglio? Che se tanta è in te sete di gloria

e di sangue, che si chiuda il tuo cuore alle mie preghiere, consenti

che io pure combatta al tuo fianco e teco divida il destino

dell'armi: io mi porrò fra te e il ferro nemico, nè vi avrà soldato

di Stefanago, per quanta fierezza accolga, che ardisca per questa via

cercarti il petto.--Anselmo la confortava di lusinghevoli parole, e

dolcemente se le richiamava perchè sì poco confidasse nel suo

braccio.

Però non cessava dalle preci l'esule timorosa; e se tacea, era il suo

silenzio più eloquente degli accenti, era un sospirare dolente, un

riguardare pieno d'affetto, una mestizia che annebbiava i suoi vezzi

e li rendea più vaghi, come lo spruzzo della rugiada sulla rosa del

mattino; le bagnavano le lagrime copiose il viso e risplendea più

bello come estivo sole dietro il velo di una minuta pioggia. Ma qual

robusta quercia allo spirare d'aura leggiera, piega i mobili rami e

non si commove nella radice, era intenerito l'eroe, ma non cedeva

alle molli blandizie di Bianca: il chiamavano le trombe e l'impero

del padre, e già in punto di volare al campo raccomandava alla sposa

i propri affetti.

Com'ella vide che vani tornavano e preci e pianti, di nuovo il

pregava:--Deh almeno, mio Anselmo, giacchè pur corri alla battaglia,

fuggi, ah fuggi l'incontro di mio padre. Volgi per pietà su altri

eroi la generosa spada; ah si torcerebbe al mio seno! io non potrei

sostenerne l'atroce vista, nè patire la mano che mi lusinga, fosse

macchiata di sangue... e di qual sangue!... Il vostro incontro

sarebbe troppo fatale... Anselmo, egli è mio padre.--In così dire

avvolgeva vezzosa le braccia intorno al ferrato usbergo dello sposo,

e dolcemente alzandogli la già calata visiera, gli careggiava colla

tremola mano il volto e baciava l'amata bocca. Ei rispondea parole e

vezzi per sospiri e baci, e già molli affetti gli addormentavano i

bellici sdegni, se nol scuoteano le grida delle ordinate schiere. La

voce di guerra impera su quella d'amore, tornano gli amanti agli

amplessi, e con un loquace sospiro Anselmo a lei s'invola. Mentre

ella lo seguita colle rugiadose pupille, l'altro talor si rivolge e

dai chiuso elmetto pur le vibra gli ultimi accesi sguardi d'amore.

Bianca abbandonata e sola anelava flebili singhiozzi, e quasi l'animo

le fuggisse cadeva sul seggio abbandonato: indi sporgeva le braccia

al guerriero e vuote le ritraeva al vedovo seno, chiedeva dell'amante

all'aure, alle squallide pareti, ma ei già era lunge, e al nome

d'Anselmo rispondeano solo le cave vôlte del Castello e il fiero

muggito della battaglia.

Già l'accesa fantasia le dipinge nuove sventure, delibera seguire lo

sposo, veste guerriera maglia e s'avvia verso la porta: se le oppone

dolce violenza, per che delibera attendere finchè meglio s'inviluppi

la mischia, e fra maggiori cure non s'abbia mente a' suoi passi. Sta

intanto dalla vedetta ad osservare la pugna nè sa per cui preghi:

palpita se piega l'una o l'altra schiera: or figlia, ora sposa, or

fuggitiva, or serva, non sa far voti, spesso ondeggia, e trema

sempre.

La pianta dei sospiri con alcuni cenni su la vita e su le opere dell'autore · 第 49 / 120 题