Marcellina era figlia di Giovanni, che fra i maggiori di Nebiolo
teneasi pel più venerabile padre. Innocente come l'agnella che
pasceva sul suo pendìo, negletta come la pianta del bosco, cresceva
la bella come il fiore di primavera: era pronta e vivace, d'un animo
puro e dilicato, vestita di quella soave verecondia, onde natura
volle far presente al suo sesso per renderlo più vago e desiato.
La madre di Marcellina essendo lieta di questa unica figlia, la
crebbe come si coltiva la bionda spica del campo, era il primo
pensiero della sua vita. Sebbene il lavorìo della poca sua terra
dovesse solo condursi per le sue e per le braccia del marito, e
l'opera della Marcellina potesse riuscir loro a molto sollievo, essa
non volle serbarla che alle cure più lievi, e amò meglio sola
indurare nelle fatiche.
Mentre i genitori intendevano a rompere le zolle de' campi, a
raccorre la matura messe, o andavano per le legne al bosco,
Marcellina nella povera capanna, lunge dall'importuna sferza del sole
e dalla malvagità della stagione, preparava loro lo scarso desco che
offerto dalla mano di lei, riusciva a quegli innocenti condito della
più squisita dolcezza. Essa imbandiva pure nella tersa caldaja il
cibo più semplice dell'uomo coll'aurea farina del monte; con questa
pur facea una maniera di pane, che forse fu quello de' primi uomini,
allorchè rozzi come que' di Nebiolo, non conoscevano l'arte di
costringere il calore entro cave vôlte di creta, per cuocervi i loro
cibi. Marcellina formava colla farina senza lievito un rotondo pane:
fatto indi ben riscaldare un largo mattone ch'era base al focolare,
ivi il collocava, ricoprivalo di ardenti brage e lasciavalo colà
finchè fosse a debita cottura.
Tale è il modo con cui la natura insegnò a que' di Nebiolo a supplire
all'arte, e pone tanta squisitezza in questo cibo, che quegli uomini
ingenui sporgendomelo, m'accertavano essere assai più saporito di
quello che si ministra alle mense cittadine. Assaggiandolo lo
innaffiai d'una lagrima, perchè sentiva la sublimità di quegli
accenti, mentre quella schietta vivanda non era loro amareggiata
dall'assenzio che spargono le cure sociali fino sul più abbietto
frusto di pane.
Non io già sogno la felicità de' pastori, non le favole degli
abitatori di Arcadia: dipingo i costumi de' rozzi coloni dei nostri
colli. Non io già invito gli uomini ad abbandonare le città, onde
menare nella solitudine una semplice vita, straniera alle colpe ed ai
delitti, che sarebbe vana fola per la lor civiltà: io accenno come
quei semplici montanari fra le fatiche e i disagi, gustano la
felicità, e certo nella innocenza della loro vita, se invidiano alle
nostre dovizie, non sanno che, ottenendole, rinunzierebbero alla
pace.