Allo stesso modo vi è in tutta la natura qualche cosa di burlesco,

qualche cosa che ci conduce avanti incessantemente, ma che non giunge

in alcun luogo e manca con noi di fede. Ogni promessa oltrepassa il

compimento. Noi viviamo in un sistema di approssimazioni. Ogni fine

è antiveggente di un altro fine, che è a sua volta passeggiero; un

esito perfetto e finale non v’è in alcun luogo. Noi siamo accampati

nella natura, ma non siamo di casa. La fame e la sete ci sospingono

a mangiare ed a bere; ma mescolate e cuocete come volete il pane ed

il vino, essi ci lasciano affamati ed assetati, dopo che lo stomaco

è sazio. Lo stesso avviene con le nostre arti e le nostre imprese.

La nostra musica, la nostra poesia, la nostra stessa lingua non

sono dei piaceri, ma delle suggestioni. Il desiderio violento della

ricchezza che trasforma il nostro pianeta in un giardino, si burla

del più ingordo persecutore. Quale è il fine agognato? Semplicemente

quello di salvaguardare gli interessi del buon senso e della bellezza

dall’intrudersi di disformità o volgarità d’ogni specie. Ma quale

metodo laborioso! Quale infinita varietà di mezzi per assicurare una

piccola conversazione! Questo palazzo di mattoni e di pietre, questi

servi, questa cucina, queste stalle, questi cavalli e vetture, questi

titoli bancarii e queste ipoteche; il commercio con tutto il mondo; la

casa di campagna; il tugurio vicino all’acqua, ecc... per una piccola

conversazione, alta, chiara e spirituale! Non potrebbe essere tenuta

allo stesso modo dagli accattoni sulla strada provinciale? No, tutte

queste cose pervennero dagli sforzi successivi di questi accattoni

per eliminare l’attrito delle ruote della vita e promuovere delle

occasioni favorevoli. La conversazione, il carattere, erano i fini

confessati; la ricchezza era buona perchè appagava i desiderii animali,

rimediava al fumaiolo fumoso; ammutoliva la porta cigolante, adunava

insieme gli amici in una sala tranquilla e tiepida, e teneva i bambini

e la tavola da pranzo in camere differenti. Il pensiero, la virtù, la

bellezza, erano gli intenti; ma si sapeva che gli uomini di pensiero

e di virtù talvolta avevano il mal di capo, oppure i piedi bagnati o

che potevano perdere del tempo prezioso mentre si scaldava la camera

nei giorni d’inverno. Sfortunatamente negli sforzi necessari per

togliere questi inconvenienti l’attenzione generale è stata stornata

da questo obbietto; i vecchi intenti furono perduti di vista, ed il

togliere l’attrito divenne lo scopo. Quello è il ridicolo degli uomini

ricchi, e Boston, Londra, Vienna e generalmente gli odierni governi

del mondo sono città e governi dei ricchi, e le masse non sono uomini,

ma _poveri uomini_, vale a dire uomini che vorrebbero essere ricchi;

questo è il ridicolo della classe: che essi vengono pur con sofferenza

e sudore ed impeti folli a capo di nulla; quando tutto è fatto, è

fatto per nulla. Essi sono come coloro che interrotto il discorso di

una brigata per pronunziare il proprio discorso, al momento opportuno

dimenticano ciò che volevano dire. L’aspetto di una società o di una

nazione priva di fini colpisce ovunque l’occhio. Erano dunque gli

intenti della natura così grandi e desiderabili da esigere tale immenso

sacrifizio di uomini? Un effetto completamente analogo alle frodi

della vita è quello prodotto sugli occhi dall’aspetto della natura

esterna. Vi è nei boschi e nelle acque una certa lusinga ed una certa

seduzione, unita ad una deficienza nel produrre una soddisfazione vera.

Questa delusione noi la sentiamo in ogni paesaggio. Io ho ammirata la

morbidezza e la bellezza delle nuvole estive naviganti come piume sul

nostro capo; liete della loro altezza, della loro libertà di moto,

esse non apparivano tanto come panneggiamento di quel dato luogo e di

quella data ora quanto come preannunzio di qualche padiglione e di

qualche giardino situato oltre di esse. È un tormento strano, ma il

poeta non si trova mai abbastanza vicino al suo soggetto. Il pino, il

fiume, il poggio fiorito che sono dinnanzi a lui non sembrano essere

la natura. La natura è ancora altrove. Questo o quello è se non il

limitare, il riflesso lontano, l’eco del trionfo che è passato e che

si trova ora al massimo suo splendore forse nel campo vicino o, se

voi vi fermate nel campo, nei boschi adiacenti. L’oggetto presente

vi darà il senso di riposo che segue la solenne cerimonia or ora

compiuta. Quale meravigliosa lontananza, quali recessi di fasto e

di vaghezza ineffabile in un tramonto! Ma chi li può raggiungere e

stendere su di essi la mano o porvi il suo piede? Essi scompaiono

dal mondo per sempre. Lo stesso è fra gli uomini e le donne, come

fra gli alberi silenziosi: sempre una vita di relazione, perciò una

lontananza, giammai una presenza. Forse che la bellezza non può mai

essere affermata? È essa egualmente inaccessibile nelle persone e nel

paesaggio? L’amante accettato e fidanzato ha perduto il maggior fascino

della sua amata nell’accettazione ch’essa ha fatto di lui. Essa era il

cielo, quand’egli la seguiva come una stella: essa non può essere più

il cielo se si china per una persona quale egli è.

Che cosa diremo noi di questo apparire onnipresente del primo impulso

proiciente, di questa lusinga e del disinganno di tante creature

così bene intenzionate? Dobbiamo noi non supporre l’esistenza d’una

sottile perfidia e derisione in qualche parte dell’universo? Non

siamo noi trascinati ad un vivo risentimento per l’uso che si fa di

noi? Siamo noi dunque degli ingenui lusingati e degli zimbelli della

natura? Un solo sguardo all’aspetto del cielo e della terra ci acqueta

e ci blandisce con convinzioni più saggie. Per l’uomo intelligente

la natura si converte in un’immensa promessa, che non vuole essere

sconsideratamente esplicata. Il suo segreto è inespresso. Molti e molti

Edipo giungono: ciascuno ha il cervello pregno del suo segreto. Ma la

stessa malìa ha sciupata la sua destrezza; non una sola sillaba egli

può formulare con le sue labbra. La sua orbita potente si perde come

l’arcobaleno nel profondo, e nessun’ala di arcangelo fu fin’ora forte

abbastanza per seguirla ed informarci dell’altra parte dell’arco.

Ma appare anche che le nostre azioni sono sorrette ed indirizzate a

risultati più grandi di quelli che avevamo divisati. Noi siamo seguiti

da ogni lato ed in tutta la vita da agenti spirituali, ed attesi da

un proposito benefico. Noi non possiamo rivaleggiare a parole con

la natura e trattare con essa come trattiamo con le persone. Se noi

misuriamo le nostre forze individuali con le sue possiamo facilmente

intuire d’essere il trastullo di un destino insuperabile. Ma se

invece di identificare noi stessi con l’opera, noi sentiamo l’anima

dell’artefice scorrere attraverso di noi, troveremo la pace mattutina

dimorante nei nostri cuori e gli incommensurabili poteri della gravità

e della chimica e, al dissopra di essi, quelli della vita pre-esistenti

dentro di noi nella loro forma più alta.

L’inquietudine che ci cagiona il pensiero della nostra debolezza nel

viluppo delle cause, risulta dal fatto che noi guardiamo troppo ad una

sola condizione della natura, vale a dire al Moto. Ma il freno non è

mai staccato dalla ruota. Ovunque l’impulso eccede, l’immobilità od

identità s’introduce come compensazione. Dopo ogni giornata pazza noi

dormiamo per guarire dalle esalazioni e dalle violenze delle sue ore;

e sebbene siamo sempre incatenati ad esse e spesso siamo loro schiavi,

portiamo con noi ad ogni esperimento le innate leggi universali.

Queste mentre esistono nella mente come idee, pongono nella natura

incorporata intorno a noi una sanità vigile per mostrare e guarire

la pazzia degli uomini. La nostra servitù alle proprie peculiari

disposizioni ci pone in cento speranze stolte. Noi ci ripromettiamo

un’era nuova dall’invenzione di una locomotiva o di un pallone; ma la

nuova macchina porta seco i vecchi impedimenti. Dicono che per mezzo

dell’elettro-magnetismo la vostra insalata crescerà dal seme mentre

il vostro pollo sta arrostendo per il pranzo. Questo è un simbolo dei

nostri tentativi e dei nostri sforzi moderni nella condensazione ed

accelerazione degli obbietti: ma nulla s’è acquistato in più; la natura

non può essere frodata; la vita di un uomo non dura se non settanta

insalate, crescano esse rapidamente o crescano adagio. In questi

ostacoli ed impossibilità tuttavia noi troviamo il nostro vantaggio

non meno che negli impulsi. Cada la vittoria dove vuole, noi siamo

dalla sua parte. Il sapere poi che noi attraversiamo l’intiera scala

dell’essere, dal centro della natura fino ai suoi poli, e che abbiamo

qualche posta da vincere in ogni evenienza, concede quel lustro sublime

alla morte, che la filosofia e la religione hanno tentato di esprimere

troppo superficialmente e letteralmente nella popolare dottrina

dell’immortalità dell’anima. La realtà è più eccellente della sua fama.

Qui non v’è nè rovina, nè soluzione di continuità, nè forza morta.

La circolazione divina non si riposa nè si sofferma mai. La natura

è l’incarnazione di un pensiero e ritorna di nuovo pensiero, come il

ghiaccio diviene acqua e gaz. Il mondo è un precipitato della mente, e

l’essenza volatile ritorna eternamente allo stato di libero pensiero.

Di qui scaturisce la virtù e la sottile penetrazione dell’influenza

degli oggetti naturali sulla mente, siano essi organici od inorganici.

L’uomo imprigionato, l’uomo cristallizzato, l’uomo vegetativo, parla

all’uomo personificato. Il potere della natura che non rispetta

la quantità, che fa ugualmente dell’unità e della frazione il suo

canale, concede il suo sorriso al mattino, e distilla la sua essenza

in ogni goccia di piova. Ogni momento ed ogni oggetto ammaestrano,

perchè la saggezza è infusa in ogni forma. Essa è stata versata in noi

come sangue; ci prostrò come dolore; guizzò in noi come piacere; ci

coinvolse in giorni tristi, melanconici o in giorni di serena fatica;

noi non indovinammo la sua essenza se non dopo lungo tempo.

SETTIMO SAGGIO

LA POLITICA

Trattando dello stato dovremmo ricordare che le sue istituzioni non

sono aborigine, sebbene esistessero prima della nostra nascita: che

esse non sono superiori al cittadino: che ognuna di esse fu una volta

l’azione di un solo uomo: che ogni legge e consuetudine fu il mezzo di

un uomo per fare fronte ad un caso particolare: che esse sono tutte

imitabili ed alterabili: che noi possiamo essere altrettanto buoni e

che possiamo essere migliori. La società è un’illusione per il giovane

cittadino. Essa sta innanzi a lui in rigido riposo, con alcuni nomi,

uomini ed istituzioni, radicati al centro come quercie intorno a cui

tutti si dispongono come meglio possono. Il vecchio statista invece sa

che la società è fluida; che non vi sono tali radici e centri, ma che

qualsiasi particella può subitamente diventare il centro del movimento

e forzare il sistema a rotare intorno ad essa, come qualsiasi uomo di

forte volontà, quali Pisistrato e Cromwell, fa per un certo tempo,

ed ogni uomo di verità come Platone o Paolo fa per sempre. Ma la

politica si regge su istituzioni necessarie e non può essere trattata

con leggerezza. Le repubbliche abbondano di giovani legulei, i quali

credono che le leggi facciano la città; che gravi modificazioni della

politica o del modo di vita, che le occupazioni della popolazione,

il commercio, l’educazione e la religione possano essere accolte o

rigettate con un voto e che qualsiasi provvedimento, anche assurdo,

possa essere imposto al popolo, pur che si abbiano voti sufficienti per

farne una legge. Ma il saggio sa che la legislazione sconsiderata è una

corda di sabbia, la quale perisce nell’intrecciarla; che lo stato deve

seguire e non guidare le disposizioni ed il progresso del cittadino;

che il più vigoroso usurpatore è rapidamente scacciato; che solo

coloro i quali costruiscono sulle Idee, costruiscono per l’eternità,

e che la forma di governo che prevale, è quella che esprime il grado

di educazione del paese. La legge è solo un memorandum. Noi siamo

superstiziosi, e consideriamo lo statuto un qualcosa: la sua forma

invece corrisponde a quel tanto di vita che esso ha nel carattere degli

uomini viventi. Lo statuto esiste per dire «ieri ci siamo accordati

così e così, ma che vi pare di questo articolo?» Il nostro statuto è

una moneta, che noi imprimiamo con il nostro proprio ritratto; essa in

breve diviene irriconoscibile e coll’andar del tempo ritornerà alla

zecca. La natura non è democratica, nè monarchica-costituzionale, ma

dispotica, e non vuole essere schernita o avvilita nella sua autorità

di un solo iota dai più petulanti fra i suoi figli: e via via che

lo spirito pubblico si apre ad una intelligenza, il codice appare

insensato e balbuziente: esso non parla più distintamente e deve perciò

essere perfezionato. Frattanto l’educazione dello spirito generale

non s’arresta. I sogni evanescenti di ciò che è vero e semplice sono

profetici. Ciò che la tenera giovinezza sogna e prega e dipinge oggi,

non palesandolo ad alta voce per evitare il ridicolo, costituirà fra

breve la deliberazione dei pubblici poteri, la rivendicazione ed il

diritto tra i conflitti e la guerra, la legge trionfante e l’assetto

di cento anni, finchè a sua volta non ceda il posto a nuove preghiere

e pitture. La storia dello stato delinea a larghi tratti il progresso

del pensiero, e segue in distanza la squisitezza della coltura e delle

aspirazioni.

La teoria politica che ha posseduto la mente degli uomini che l’hanno

espressa nel miglior modo possibile nelle loro leggi e nelle loro

rivoluzioni, considera le persone e le proprietà come i due oggetti

per la cui protezione il Governo esiste. In quanto alle persone esse

hanno uguali diritti, in virtù della loro identità in natura. Questo

vantaggio, naturalmente, con il suo completo potere richiede una

democrazia. Mentre i diritti di tutti, come persone, sono uguali in

virtù del loro accesso alla ragione, i loro diritti in proprietà sono

molto ineguali. Un uomo possiede i suoi abiti ed un altro possiede una

contea. Questo fatto dipendente in primo luogo dall’abilità e dalla

virtù delle parti, qualunque sia la loro condizione, e secondariamente

dal patrimonio, sopraggiunge in modi disparati, ed i diritti

naturalmente sono disuguali. I diritti personali, universalmente

gli stessi, richieggono un governo formato in rapporto al censo; la

proprietà richiede un governo formato in rapporto ai possessori ed alle

cose possedute. Laban, che ha greggi ed armenti, desidera la presenza

d’un agente che abbia cura di essi alle frontiere, affinchè i Medianiti

non li rubino, e paga una tassa a questo scopo. Jacopo non ha greggi

nè armenti, non teme perciò i Medianiti, e non paga tassa per l’agente.

Pare perciò giusto che Laban e Jacopo debbano avere diritti uguali per

eleggere l’agente, che deve difendere le loro persone, ma che Laban

e non Jacopo debba eleggere l’agente protettore delle mandre e degli

armenti. E, se sorgesse questione sulla convenienza di avere degli

agenti supplementari o delle torri di osservazioni, non debbono Laban

ed Isacco e coloro che debbono vendere parte delle loro mandre per

comperare protezione per l’altra parte giudicare meglio intorno a ciò

e con maggior diritto di Jacopo, il quale essendo giovane e vagabondo

mangia il loro pane e non il suo?

Nella società più primitiva i proprietari creavansi la loro propria

ricchezza; fino a che essa viene ai possidenti per una via così

diretta, nessuna altra opinione potrebbe sorgere in ogni equa comunità,

all’infuori di questa che «la proprietà dovrebbe creare la legge per la

proprietà, e le persone la legge per le persone».

Ma la proprietà si trasmette per donazione od eredità a coloro che non

la crearono. La donazione, solo caso, rende la proprietà passata al

nuovo proprietario, sua propria, come il lavoro la rese tale nel primo

proprietario: nell’altro caso, del patrimonio, la legge crea un diritto

di possesso, che avrà validità a seconda dell’apprezzamento che ciascun

uomo farà della tranquillità pubblica.

Però non fu facile il dar vita al principio agevolmente ammesso

che la proprietà debba far la legge per la proprietà e le persone

per le persone: perchè le persone e le proprietà si mescolarono in

ogni negozio. Alfine sembrò stabilito esser giusta distinzione che

i proprietari dovessero aver un maggior diritto elettorale che i

non-proprietari, basandosi sul principio spartano di «chiamare uguale

ciò che è giusto, e non di chiamare giusto ciò che è uguale».

Tale principio non appare più tanto manifesto come apparve nei primi

tempi, in parte perchè sorse il dubbio se troppo valore non fosse

stato concesso nelle leggi alla proprietà, e se non fosse stata

data una struttura alle nostre consuetudini, che permette al ricco

d’imporsi al povero e di mantenerlo tale; ma specialmente perchè vi

è un ammonimento istintivo, tuttavia oscuro ed inespresso, per cui

l’intiera costituzione della proprietà, sulle sue basi presenti è

intuita esser dannosa, e la sua influenza sulle persone deteriorante

ed umiliante; che veramente l’unica cura dello Stato sono le persone:

che la proprietà seguirà sempre le persone: che lo scopo più alto del

Governo è l’educazione degli uomini: e che se gli uomini possono essere

educati, le istituzioni parteciperanno al loro miglioramento, ed il

sentimento morale scriverà la legge della terra.

Se non è facile determinare l’equità di tale questione, il pericolo

è minore quando noi teniamo in considerazione le nostre protezioni

naturali. Noi siamo protetti da una vigilanza migliore di quella dei

magistrati, che comunemente eleggiamo. La società si compone nella

sua maggior parte di persone giovani e stolte. I vecchi, che hanno

penetrata l’ipocrisia delle corti e degli uomini di stato, muoiono

senza lasciare la propria saggezza ai proprii figli. Questi credono nei

loro giornali, come già i genitori credettero alla loro età. Con tale

maggioranza ignorante ed ingenua gli Stati presto correrebbero a rovina

se non vi fossero dei limiti, oltre i quali la follia e l’ambizione dei

governanti non possono andare. Le cose hanno le loro leggi, come gli

uomini; e le cose si rivoltano alla burla. La proprietà vuole essere

protetta. Il frumento non crescerà, se non è seminato e concimato,

ma l’agricoltore non lo seminerà e non lo coltiverà se non ha cento

probabilità contro una di tagliarlo e raccoglierlo. Sotto qualsiasi

forma le persone e la proprietà devono e vogliono avere il lor dominio.

Esse esercitano il loro potere, così fermamente come la materia

esercita la sua attrazione. Coprite completamente una libbra di terra

nel modo che voi volete, dividetela e sottodividetela; scioglietela in

un liquido; convertitela in gaz, essa peserà sempre una libbra: essa

attrarrà e resisterà sempre alla materia, per la forza di una libbra di

peso; allo stesso modo gli attributi di una persona, il suo spirito e

la sua energia morale eserciteranno sotto qualsiasi legge o tirannide

mortale la loro propria forza, se non apertamente copertamente: se non

in favore della legge, contro di essa; con il diritto o con la forza.

È impossibile fissare i limiti della influenza personale, perchè le

persone sono organi di una forza morale o soprannaturale. Sotto il

dominio di un’idea, che possegga le menti delle moltitudini, come la

libertà civile od il sentimento religioso, il potere di una persona

non è più soggetto a calcolo. Una nazione di uomini all’unanimità china

verso la libertà o la conquista può facilmente sconvolgere l’aritmetica

degli statisti e compire azioni sorpassanti il limite dei loro mezzi;

così fecero i Greci, i Saraceni, gli Svizzeri, gli Americani ed i

Francesi.

In questo stesso modo ad ogni frazione di proprietà appartiene la sua

propria attrazione. Un soldo è il rappresentante di una certa quantità

di grano o di altra merce. Il suo valore sta nei bisogni dell’uomo

animale. Esso è altrettanto calore, altrettanto pane, altrettanta

acqua, altrettanta terra. La legge può fare ciò che vuole al possessore

della proprietà, il suo potere si collegherà ancora al soldo. La legge

può dire in un momento di folle capriccio che tutti avranno potenza,

eccetto i possessori di proprietà, e che questi dovranno avere nessun

voto. Nonostante ciò, per una legge più alta, la proprietà scriverà,

anno per anno, uno statuto che rispetta la proprietà. Il nullatenente

sarà lo scriba di chi possiede. Ciò che i proprietari vogliono fare,

il potere della proprietà compirà sia secondo legge sia a dispetto di

essa. Naturalmente io parlo di tutta la proprietà, non solo dei grandi

fondi. Quando i ricchi vengono sconfitti da una pluralità di voti, come

di frequente succede, si è che il comune tesoro dei poveri sorpassa le

loro accumulazioni. Ogni uomo possiede qualche cosa, fosse anche solo

una mucca od una carretta o le sue braccia; a questo modo egli ha una

proprietà, di cui dispone.

La stessa necessità, che assicura i diritti delle persone e della

proprietà contro il malanimo o la follia del magistrato, determina

le forme ed i metodi di Governo, che sono proprii a ciascuna nazione

ed al suo abito di pensare ed in nessun modo trasferibili ad altre

condizioni di società. In questo paese noi siamo molto orgogliosi

delle nostre istituzioni politiche, speciali per questo che sorsero,

a memoria d’uomo, dal carattere e dalla condizione del popolo, che

esse esprimono ancora con sufficiente fedeltà e che noi ostentatamente

preferiamo a qualsiasi altra nella storia. Esse non sono migliori

delle altre, sono più acconcie per noi. Noi possiamo essere saggi

nell’affermare i vantaggi della forma democratica nei tempi moderni,

ma in altri stati di Società, in cui la religione consacrò la forma

monarchica, questa e non quella era acconcia. La democrazia è migliore

per noi, perchè il sentimento religioso del tempo presente si accorda

meglio con essa. Nati democratici, noi non possiamo in alcun modo

giudicare la monarchia, che per i nostri padri vissuti nell’idea

monarchica fu anche istituzione relativamente giusta. Ma le nostre

istituzioni, sebbene coincidano con lo spirito dei tempi, non vanno

esenti dai difetti pratici che hanno screditato le altre forme. Ogni

Stato attuale è corrotto. Gli uomini buoni non debbono obbedire troppo

letteralmente alle leggi. Quale satira contro il Governo può eguagliare

la severità della censura trasfusa nella parola _politica_, che da

tempo immemorabile ha significato di «_scaltrezza_», facendo intendere

così che lo Stato è un artificio?

L'anima, la natura e la saggezza · 第 29 / 32 段