I giorni in cui abbiamo osservato qualche oggetto naturale, non

sembrano completamente biasimevoli. Infatti la caduta dei fiocchi di

neve nell’aria silenziosa, perfetti nella loro forma cristallina; il

soffiare dell’uragano sopra un’ampia distesa d’acqua e sopra i piani;

gli ondeggianti campi di segala; il movimento fluttuante di centinaia

di acri di houstonia, i cui innumerevoli fiori imbiancano e si agitano

davanti all’occhio; il riflettersi degli alberi e dei fiori nello

specchio dei laghi; il musicale ed odoroso vento del sud, che converte

le piante in arpe eoliche; lo scoppiettio della cicuta nella fiamma

o dei ceppi del pino, che illuminano festosamente le pareti ed i visi

nel salotto ecc. ecc... sono la musica e le pitture della più antica

religione. La mia casa è posta sopra un basso tratto di terra, con un

orizzonte ristretto ed all’estremità del villaggio. Ma io vado con il

mio amico sulla sponda del nostro piccolo fiume, e con un solo colpo

di remo mi allontano dalla politica e dalle personalità del villaggio,

anzi dal mondo intero fatto di villaggi e di personalità, ed entro

in un meraviglioso regno di tramonti e di plenilunii, regno troppo

luminoso forse perchè l’uomo macchiato vi penetri senza un noviziato

ed una prova. Noi penetriamo materialmente in questa incredibile

bellezza: noi immergiamo le nostre mani in questo elemento variopinto;

i nostri occhi sono bagnati in queste luci ed in queste forme, allora

sull’istante s’inizia un giorno di festa, una villeggiatura, un sogno

regale, il festival più superbo e più rallegrante che il valore e la

bellezza, il potere ed il gusto abbiano mai preparato e goduto. Queste

nubi crepuscolari, queste stelle che spiccano con isquisita lucidezza

con le loro luci riposte ed ineffabili lo esprimono e l’offeriscono. Io

apprendo la povertà delle nostre creazioni e la bruttezza delle nostre

città e dei nostri palazzi. L’arte ed il lusso hanno imparato per tempo

a non esser altro che un’aggiunta ed un seguito di questa bellezza

originale. Io sono più che informato intorno al mio stato. D’ora in

avanti io sarò di difficile accontentatura. Io non posso ritornare ai

trastulli. Io son diventato prodigo e sofistico. Non posso più a lungo

vivere senza eleganza; ma un contadino dovrà essere il capo delle mie

feste. Colui che conosce il più; colui che sa quali dolcezze e quali

virtù siano nel suolo, nelle acque, nelle piante, nei cieli, e sa come

giungere a questi incanti, è l’uomo ricco e regale. Solo fin dove hanno

chiamato la natura in aiuto, i signori del mondo possono raggiungere

l’altezza della magnificenza. Il significato dei loro giardini pensili,

delle ville, delle case di campagna, delle isole, dei parchi è questo:

sostenere con tali robusti accessori le loro personalità difettose. Io

non dubito che gli interessi agricoli dovrebbero essere invincibili

nello stato, con questi ausiliarii pericolosi. Essi corrompono ed

invitano; non re, non palazzi, non uomini o donne, ma queste tenere e

poetiche stelle, eloquenti di segrete promesse. Noi sentimmo ciò che

l’uomo ricco diceva; noi sapevamo della sua villa, del suo boschetto,

del suo vino, e della sua società, ma lo stimolo dell’invito venne

da quelle seducenti stelle. Nei loro dolci splendori io osservo ciò

che gli uomini tentarono di realizzare in qualche Versailles o Pafos

o Ctesifonte. Infatti la magica luce dell’orizzonte e lo sfondo del

cielo azzurro sono quelli che salvano tutte le nostre opere d’arte,

che altrimenti sarebbero delle povere cose. Quando il ricco impone al

povero la servilità, l’ossequenza, egli dovrebbe considerare l’effetto

che producono sulle menti ricche di immaginazione gli uomini creduti

possessori della natura. Ah! se i ricchi fossero ricchi come il

povero li immagina! Un ragazzo sente una banda militare, che suona

in un campo di notte, ed egli ha dinnanzi a sè dei re, delle regine e

delle cavallerie famose. Egli sente l’eco di un corno in una contrada

collinosa, sulle montagne di Notch per esempio, eco che converte

le montagne in un’arpa eolica, e questo _tiralirà_ soprannaturale

risuscita la mitologia Dorica, Apollo, Diana, e tutti i cacciatori e

le cacciatrici divine: tanto può una nota musicale essere sublime ed

orgogliosamente bella! Per il giovane e povero poeta la sua pittura

della società è altrettanto favolosa; egli è leale; egli rispetta

i ricchi; essi sono ricchi per amore della sua immaginazione; come

sarebbe povera la sua fantasia se essi non fossero ricchi! Essi hanno

dei boschetti cintati da alte cancellate, che chiamano parchi; essi

vivono in saloni più grandi e meglio arredati di quelli che egli ha

veduti; essi vanno in vettura; essi vivono soltanto nelle società

eleganti, vanno ai bagni di mare, in lontane città... ecco il fondo

da cui il poeta ha tratto i palazzi, i parchi ecc., per svolgervi il

suo romanzo; parchi e palazzi in paragone dei quali i possedimenti

veri sono delle capanne e degli umili prati. La musa stessa tradisce

il figlio suo, ed accresce i doni della ricchezza e della bellezza

aristocratica per mezzo di un’irradiazione dell’aria, delle nubi

e delle foreste, che fiancheggiano la strada, con un certo superbo

favore: quale sarebbe concesso da genî patrizi a patrizi.

La sensibilità morale che crea gli Eden e le valli di Tempe così

agevolmente, non sempre può essere scoperta, ma certo il paesaggio

materiale non è mai lontano da quella. In essa noi possiamo trovare

questi luoghi incantevoli senza visitare il lago di Como e le Isole di

Madera. Noi esageriamo i pregi della bellezza naturale di un luogo. In

ogni paesaggio il fulcro della meraviglia sta nell’incontro della terra

con il cielo, e questo lo si vede tanto dal monticello più vicino,

come dalla cima dei monti Allegany. Le stelle di notte pendono sopra

la più comune ed oscura contrada, con tutta la magnificenza spirituale

con cui esse splendono sulla campagna Romana o sui marmorei deserti

dell’Egitto. Le nuvole avvolgenti ed i colori del mattino e della

sera trasfigureranno aceri ed ontani. La differenza fra paesaggio

e paesaggio è piccola, ma grande è la differenza fra coloro che li

contemplano. Nulla vi è di così meraviglioso in qualsiasi paesaggio

quanto la necessità, a cui ogni paesaggio soggiace, di essere bello. La

natura non può essere sorpresa disadorna. La bellezza irrompe in ogni

luogo.

Ma è molto facile sorpassare la simpatia del lettore per questo

argomento, che gli scolastici chiamano _natura naturata_ o natura

passiva. Si può appena parlare direttamente di essa senza eccedere; e

l’eccedere è facile, come affrontare in una società mista «il soggetto

della religione». Una persona suscettibile non ama su questo punto di

condiscendere ai suoi gusti senza la scusante di qualche necessità

volgare: egli va a vedere un appezzamento di bosco o ad osservare

i raccolti, od a raccogliere una pianta od un minerale in qualche

località remota, od egli porta un fucile od una canna da pesca. Io

credo che questo pudore debba avere una buona ragione. Un dilettantismo

in natura è arido e senza valore. Il vanesio che sta nei campi non

è migliore del suo fratello in Broadway. Gli uomini sono per natura

cacciatori ed avidi di conoscere la vita dei boschi, ed io credo che

i fatti narrati dagli Indiani e dagli spaccatori di legna sarebbero

interessanti per i più sontuosi salotti e per tutti i cenacoli; eppure

ordinariamente, sia che noi siamo troppo goffi per un’argomento

così sottile sia per qualsivoglia altra causa, così tosto come

incominciamo a scrivere intorno alla natura, noi cadiamo nell’eufuismo.

La frivolezza è un tributo non idoneo per Pan, che dovrebbe essere

rappresentato nella mitologia come il più temperante degli dèi. Io non

vorrei essere frivolo dinanzi all’ammirevole circospezione e prudenza

del tempo; pure io non posso rinunciare al diritto di ritornare sovente

su questo vecchio argomento. La moltitudine degli dèi falsi e bugiardi

dà credito alla religione vera. La letteratura, la poesia, la scienza,

sono l’omaggio dell’uomo a questo segreto insondabile, per il quale

nessun uomo può affettare indifferenza o mancanza di curiosità. La

natura è amata dalla nostra parte migliore.

Essa è amata come la città di Dio, sebbene o piuttosto perchè non vi

sono cittadini. Il tramonto è dissimile da ogni cosa che gli sta sotto:

esso manca di uomini. E la bellezza della natura deve sempre sembrare

irreale e beffarda, finchè il paesaggio non abbia delle figure umane

che siano così buone come essa stessa. Se vi fossero degli uomini

buoni non ci sarebbe mai questo rapimento nella natura. Se il re è

nel palazzo, nessuno guarda ai muri: e quando egli se ne è andato e la

casa è piena di domestici e di curiosi, noi torciamo lo sguardo dalla

gente, per trovare sollievo negli uomini maestosi ricordati dai quadri

e dall’architettura. I critici che si lagnano della malsana separazione

della bellezza della natura dalla cosa da farsi, devono considerare

che il nostro inseguimento del pittoresco è inseparabile dalla nostra

protesta contro la falsa società. L’uomo è caduto; la natura è eretta,

e serve come termometro differenziale che segni la presenza o l’assenza

del sentimento divino nell’uomo. A causa della nostra stupidità e del

nostro egoismo noi guardiamo la natura dall’alto in basso, ma quando

noi saremo convalescenti la natura chinerà il suo sguardo verso di

noi. Noi vediamo con mortificazione il ruscello spumeggiante; se la

nostra vita scorresse con la dovuta energia noi faremmo vergognare

il ruscello, poichè l’onda dello zelo brilla di fuoco reale e non dei

raggi riflessi del sole o della luna. La natura può essere considerata

egoisticamente come il commercio. L’astronomia per gli egoisti diventa

astrologia; la psicologia, mesmerismo (coll’intendimento di farci

sapere dove sono andati i nostri cucchiai) e l’anatomia e la fisiologia

diventano frenologia e palmistria.

Ma prendendo in tempo congedo e lasciando molte cose non dette su

questo argomento, non tardiamo oltre a presentare i nostri omaggi

alla Natura Efficiente, _natura naturans_, causa vivente dinnanzi

alla quale tutte le forme fuggono come turbini di neve, segreta essa

stessa, mentre le sue opere procedono innanzi come mandre e turbe

(gli antichi rappresentarono la natura in Proteo, un Pastore) in

un’indescrivibile varietà. Essa si rivela nelle creature, pervenendo

attraverso a successive trasformazioni, da semplici particelle alle più

elette proporzioni e giungendo a compiuti risultati senza un urto od

un salto. Un po’ di caldo, vale a dire un po’ di moto, è tutto ciò che

differenzia i poli mortalmente freddi, bianchi e nudi dalle prolifiche

regioni tropicali. Tutti i mutamenti si compiono senza violenza in

grazia delle due condizioni cardinali di spazio e tempo illimitato.

La geologia ci ha iniziati alla secolarità della natura, e ci ha

insegnato a non usare oltre le nostre misure da asilo e a cambiare i

nostri sistemi Mosaici o Tolomaici con il suo ampio procedimento. Noi

sapevamo nulla esattamente, per mancanza di prospettiva. Ora sappiamo

quali periodi laboriosi devono passare prima che la roccia si formi,

poi, prima che la roccia si rompa, ed avanti che il primo lichene abbia

disgregata la più sottile esterna compagine d’una zolla, ed aperte

le porte alle lontane Flora e Fauna, Cerere e Pomona. Come è ancora

lontano il trilobita! Come è ancora lontano il quadrupede! Quanto

inconcepibilmente lontano è l’uomo! Tutto a tempo debito arriva e razza

dopo razza quella dell’uomo. Vi è una lunghissima strada dal granito

all’ostrica; più lunga ancora fino a Platone ed alla predicazione

dell’immortalità dell’anima. Eppure tutto deve venire così sicuramente

come il primo atomo ha due lati.

Il movimento o mutamento; l’identità o riposo, sono il primo ed il

secondo segreto della natura. L’intiero codice delle sue leggi può

essere scritto sopra l’unghia di un pollice o sopra il sigillo di un

anello. Le bolle vorticose sulla superficie di un ruscello ci schiudono

i segreti della meccanica del cielo. Ogni conchiglia sulla spiaggia

è una chiave ad essa. Un poco d’acqua roteata in una tazza spiega la

formazione delle conchiglie più semplici; l’aggiungersi di materia anno

per anno conduce in fine alle forme più complesse; eppure la natura

con tutta la sua perizia è tanto povera, che dal principio alla fine

dell’universo essa ha una sola materia prima, ma una sola materia

con i suoi due capi per servire a tutte le sue fantastiche varietà.

Componetela come essa vorrà: stella, sabbia, fuoco, acqua, albero,

uomo; ma essa è ancora una sola materia e rivela le stesse proprietà.

La natura è sempre conseguente, anche se finge di contravvenire alle

sue proprie leggi. Essa le conserva e talora sembra trascenderle. Essa

arma e fornisce un animale in modo che esso trovi il suo posto e viva

sulla terra; nello stesso tempo un altro ne arma che lo distrugga. Lo

spazio esiste per separare le creature, ma rivestendo i fianchi di un

uccello con poche penne la natura gli dà una graziosa onnipresenza. La

direzione è sempre progressiva, ma l’artista retrocede per fornirsi

di materiale, e sempre con i primi elementi incomincia anche nel

periodo più progredito: altrimenti tutto andrebbe in rovina. Se noi

guardiamo alla sua opera ci sembra di scoprire il baleno di un sistema

in transizione. Le piante sono i giovani del mondo, vasi di salute e di

vigore; ma esse tendono sempre all’alto e verso la consapevolezza; gli

alberi sono uomini imperfetti, e sembrano lamentare la loro prigionia,

radicati al suolo. L’animale è il novizio ed il candidato ad un ordine

più elevato. Gli uomini sebbene giovani, avendo gustato la prima goccia

nella tazza del pensiero, sono digià traviati; gli ontani e le felci

invece sono ancora incorrotti; eppure, senza dubbio, quando verranno ad

uno stato di coscienza essi pure malediranno e bestemmieranno. I fiori

appartengono così strettamente alla gioventù, che noi uomini adulti

presto sentiamo che le loro belle generazioni non ci riguardano; noi

abbiamo avuto il nostro giorno; i figli ora abbiano il loro. I fiori

c’ingannano e noi siamo dei vecchi celibi con delle ridicole tenerezze.

Le cose sono così strettamente in relazione tra loro che, stante la

destrezza dell’occhio, si possono ricavare da un oggetto qualsiasi

gli elementi e le proprietà di un altro qualsiasi oggetto. Se noi

avessimo occhi tali da vedere ciò, un frammento di pietra del muro

della città ci persuaderebbe della necessità nell’uomo di vivere tanto

saldamente quanto la città stessa. Tale identità rende noi tutti

uno solo, e riduce al nulla le grandi distanze della nostra scala

comune. Noi parliamo di deviazione dalla vita naturale come se la vita

artificiale non fosse anche naturale. Il più azzimato cortigiano nei

«boudoirs» di un palazzo ha una natura animale, rude ed aborigena come

quella dell’orso bianco, onnipossente nei suoi proprii intenti, e là

fra i profumi ed i biglietti amorosi è direttamente in relazione con

la catena dell’Imalaja e l’asse del globo. Se considerassimo quanto

apparteniamo alla natura, non temeremmo delle città, perchè il potere

terribile o benefico della natura ci trova anche là, e agisce sulle

città stesse. La natura che ha fatto il muratore, ha fatto la casa.

Noi possiamo agevolmente udire parlar troppo delle influenze rurali.

Il vigoroso ed agile aspetto degli oggetti naturali fa che noi li

invidiamo, noi creature colleriche ed irritabili, dai visi accesi, e

pensiamo che saremo un giorno superbi come essi lo sono, se vivremo

nei campi e mangeremo radici; orbene siamo uomini anzichè essere delle

marmotte, e la quercia e l’olmo dovranno servirci lietamente, anche se

saremo assisi in seggi d’avorio, sopra tappeti di seta.

Questa identità dominante serpeggia in tutte le vicende ed i contrasti

della vita e caratterizza ogni legge. L’uomo porta il mondo nel suo

capo e l’intiera astronomia e chimica in un pensiero. Poichè la storia

della natura è intessuta nel suo cervello, egli è dunque l’annunziatore

e lo scopritore dei suoi segreti. Ogni fatto conosciuto nella scienza

naturale fu divinato dall’intuito di qualcuno, prima che esso fosse

constatato. Un uomo non lega neppure la sua scarpa senza riconoscere

le leggi che avvincono le più lontane regioni della natura: la luna,

la pianta, il gaz, il cristallo, sono geometria concreta e numeri. Il

senso comune conosce ciò che è suo e riconosce a prima vista il fallo

nel l’esperimento chimico. Il buon senso di Franklin, di Dalton, di

Davy e di Black, è lo stesso buon senso che ha disposto una volta ciò

che esso scopre ora.

Se l’identità esprime una quiete organizzata, l’azione contraria

entra anche nell’organizzazione. Gli astronomi dissero: «Dateci

della materia ed un poco di moto e noi costruiremo l’universo. Non è

sufficiente avere della materia, noi dobbiamo avere pure un particolare

impulso, una spinta per lanciare la massa e generare l’armonia tra

le forze centrifughe e quelle centripete. Una volta che la sfera

è sollevata dalla mano, noi vi insegneremo come si sviluppò tutto

questo possente assetto». «Questo è un postulato molto irragionevole

— disse il metafisico — e che porta chiaramente alla domanda: Non

potreste voi giungere a conoscere la genesi della proiezione così

bene come la continuazione di essa?» La natura, intanto, non aveva

atteso la discussione, ma a ragione od a torto, diede l’impulso ed i

globi rotearono. Non fu una grande cosa, una semplice spinta, ma gli

astronomi ebbero ragione di crederla grande, poichè le conseguenze

dell’atto furono senza fine. Quel famoso impulso aborigeno si propaga

attraverso tutte le sfere del sistema, attraverso ogni atomo di ogni

sfera, attraverso tutte le razze delle creature ed attraverso la storia

e le azioni di ogni individuo. L’eccesso è nell’ordine delle cose. La

natura non manda alcuna creatura, alcun uomo sulla terra, senza unire

un piccolo eccesso delle sue proprie qualità. Dato il pianeta è ancora

necessario aggiungere l’impulso; così ad ogni creatura la natura fece

seguire una certa violenza d’indirizzo verso la sua propria via, una

spinta per metterlo sulla sua strada, una lieve generosità infine,

una goccia di troppo. Senza elettricità l’aria si decomporrebbe,

parimenti senza questa violenza di direttiva di cui gli uomini e le

donne godono, senza un pizzico di bigottismo e di fanatismo non ci

sarebbero stimoli, non ci sarebbero energie. Noi miriamo al disopra

del segno per colpire nel segno. Ogni azione ha in sè qualche falso

eccesso. E quando di tempo in tempo s’avanza qualche uomo triste,

dallo sguardo penetrante, che vede quale meschino giuoco è giuocato, e

rifiutandosi di giuocare divulga il segreto, che cosa avviene allora?

È forse irrimediabilmente l’uccello fuggito dalla gabbia? Oh no! la

natura sagace manda una nuova schiera di forme più belle, di giovani

più altieri con un maggiore impeto direttivo, onde tenerli avvinti ai

loro svariati intenti; li ritrae un poco da quella direzione verso la

quale essi sono più attratti, ed il giuoco continua con un nuovo giro,

per una o due generazioni ancora. Il bambino con le sue burle graziose,

schiavo dei suoi sensi, dominato da ogni veduta, e da ogni suono,

senza alcun potere per comparare e classificare le sue sensazioni,

abbandonato ad un fischietto o ad un trucciolo colorato o ad un soldato

di piombo, individualizzando ogni cosa, non generalizzandone alcuna,

felice per ogni cosa nuova, questo bambino dorme la notte vinto dalla

fatica, che gli ha causato questo giorno di continua e graziosa pazzia.

Ma la natura ha raggiunto il suo intento con questo vivente e ricciuto

pazzerello. Essa ha assegnato ad ogni facoltà il proprio cómpito ed ha

assicurato lo sviluppo simmetrico della struttura corporea, mediante

queste attitudini e questi sforzi: fine di prima importanza, che non

poteva essere affidato a nessuna cura meno perfetta della sua propria.

Questo barbaglio, questo splendore opalino si mostra al suo occhio

sulla cima di ogni trastullo onde assicurare la sua fedeltà, ed egli

è ingannato nel suo bene. Noi siamo mantenuti in vita con le stesse

arti. Dicano gli stoici ciò che vogliono, noi non mangiamo per la

gioia di vivere, ma perchè la carne è gustosa e l’appetito è pungente.

La vita vegetale non si accontenta di trarre un solo seme dal fiore

o dall’albero, ma riempie l’aria e la terra con tale prodigalità

di semi, che, se anche mille e mille periscono, altre migliaia

possono seminar se stessi in modo che centinaia possano crescere e

decine vivere fino alla maturità e finalmente uno solo rimpiazzare

il genitore. Tutte le cose rivelano la stessa oculata profusione.

L’eccesso di timore dal quale è circondato il corpo che rabbrividisce

per il freddo, che trasale alla vista di un serpente o per un subitaneo

rumore, ci protegge fra mille allarmi infondati da un pericolo reale.

L’amante tende nel matrimonio alla sua felicità personale e alla sua

completazione e non ad un vantaggio futuro: e la natura nasconde nella

felicità di lui il suo proprio fine, vale a dire, la riproduzione

ovvero la perpetuazione della specie.

Ma la perizia con la quale il mondo è fatto penetra pure nella mente

e nel carattere degli uomini. Nessun uomo è del tutto equilibrato;

ognuno ha una vena di pazzia nella sua struttura, un leggero flusso

di sangue al capo onde tenerlo avvinto a qualche punto che la natura

aveva a cuore. Le grandi cause non sono mai giudicate a seconda del

loro valore, ma la causa è ridotta in frammenti per acconciarla alla

grandezza dei partigiani, e la contesa è sempre più viva su le cose

minori. Non meno segnalata è la super-fede di ogni uomo nell’importanza

di ciò che egli ha da fare o da dire. Il poeta, il profeta ha, per

ciò che egli dice, un valore superiore a quello di qualsiasi uditore.

Il forte Lutero, compiacente verso se stesso, dichiara con una

autorevolezza che non falla che «Dio stesso non può fare senza degli

uomini saggi». Jacopo Behmen e Giorgio Fox rivelano il loro amor

proprio nell’ostinazione dei loro opuscoli polemici e Giacomo Naylor

una volta si lasciò adorare come Cristo. Ogni profeta s’identifica

immediatamente con il suo pensiero e giunge a stimare sacri il suo

cappello e le sue scarpe. Per quanto ciò possa screditare siffatte

persone presso la gente assennata, ciò le soccorre con il popolo

poichè dà calore e divulgazione alle loro parole. Un fatto simile

non è infrequente nella vita privata. Ogni persona giovane ed ardente

scrive un diario, nel quale infonde la sua anima quando suonano le ore

della preghiera e della penitenza. Le pagine così scritte sono per lui

infiammate e fragranti; egli le legge inginocchiato, a mezzanotte ed

alla luce della stella mattutina; egli le bagna delle sue lacrime; esse

sono sacre, troppo buone per il mondo, e fors’anche per essere lette

dal più caro amico. Questo diario è il Messia nato dalla sua anima, la

cui vita ancora circola nel neonato. Il cordone ombelicale non è ancora

stato reciso. Dopo qualche tempo egli gode di ammettere il suo amico

a questa consacrata conoscenza, e con esitazione, eppure con fermezza,

gli mette sott’occhi le pagine del suo diario — Ma esse non brucieranno

i suoi occhi? L’amico freddamente le sfoglia, e passa agevolmente dalla

lettura alla conversazione, il che colpisce l’autore di meraviglia e

di dolore. Egli però non può diffidare dello scritto stesso. Giorni e

notti di vita fervida, di comunione con gli angeli dell’ombra e della

luce, hanno inciso i loro caratteri oscuri su quel libro bagnato di

lacrime. Egli diffida dell’intelligenza o del cuore dell’amico. Non c’è

dunque un amico? Egli non può ancora prestar fede che si possa avere

un’esperienza profonda e che pure si possa non sapere come versare

nella letteratura il proprio fatto personale; e forse la scoperta che

la saggezza ha altre lingue ed altri ministri all’infuori di noi, e che

anche se stessimo zitti la verità non sarebbe perciò meno espressa,

potrebbe reprimere dannosamente gli ardori del nostro zelo. Un uomo

può parlare solo fino a che non senta che il suo discorso è parziale

o inadeguato. Esso è parziale, ma egli non se ne avvede mentre lo

pronunzia. Così tosto come egli si è liberato da ciò che è proprio

ed istintivo, ed osserva la sua parzialità, egli chiude la sua bocca

con disgusto. Poichè nessun uomo può scrivere cosa alcuna ch’egli in

quell’istante non pensi essere la storia del mondo; e nessuno mai bene

compirà una cosa se non la giudichi di grande momento. La mia opera può

non avere importanza, ma io non debbo stimarla tale, altrimenti non la

compirò impunemente.

L'anima, la natura e la saggezza · 第 28 / 32 段