sembrano completamente biasimevoli. Infatti la caduta dei fiocchi di
neve nell’aria silenziosa, perfetti nella loro forma cristallina; il
soffiare dell’uragano sopra un’ampia distesa d’acqua e sopra i piani;
gli ondeggianti campi di segala; il movimento fluttuante di centinaia
di acri di houstonia, i cui innumerevoli fiori imbiancano e si agitano
davanti all’occhio; il riflettersi degli alberi e dei fiori nello
specchio dei laghi; il musicale ed odoroso vento del sud, che converte
le piante in arpe eoliche; lo scoppiettio della cicuta nella fiamma
o dei ceppi del pino, che illuminano festosamente le pareti ed i visi
nel salotto ecc. ecc... sono la musica e le pitture della più antica
religione. La mia casa è posta sopra un basso tratto di terra, con un
orizzonte ristretto ed all’estremità del villaggio. Ma io vado con il
mio amico sulla sponda del nostro piccolo fiume, e con un solo colpo
di remo mi allontano dalla politica e dalle personalità del villaggio,
anzi dal mondo intero fatto di villaggi e di personalità, ed entro
in un meraviglioso regno di tramonti e di plenilunii, regno troppo
luminoso forse perchè l’uomo macchiato vi penetri senza un noviziato
ed una prova. Noi penetriamo materialmente in questa incredibile
bellezza: noi immergiamo le nostre mani in questo elemento variopinto;
i nostri occhi sono bagnati in queste luci ed in queste forme, allora
sull’istante s’inizia un giorno di festa, una villeggiatura, un sogno
regale, il festival più superbo e più rallegrante che il valore e la
bellezza, il potere ed il gusto abbiano mai preparato e goduto. Queste
nubi crepuscolari, queste stelle che spiccano con isquisita lucidezza
con le loro luci riposte ed ineffabili lo esprimono e l’offeriscono. Io
apprendo la povertà delle nostre creazioni e la bruttezza delle nostre
città e dei nostri palazzi. L’arte ed il lusso hanno imparato per tempo
a non esser altro che un’aggiunta ed un seguito di questa bellezza
originale. Io sono più che informato intorno al mio stato. D’ora in
avanti io sarò di difficile accontentatura. Io non posso ritornare ai
trastulli. Io son diventato prodigo e sofistico. Non posso più a lungo
vivere senza eleganza; ma un contadino dovrà essere il capo delle mie
feste. Colui che conosce il più; colui che sa quali dolcezze e quali
virtù siano nel suolo, nelle acque, nelle piante, nei cieli, e sa come
giungere a questi incanti, è l’uomo ricco e regale. Solo fin dove hanno
chiamato la natura in aiuto, i signori del mondo possono raggiungere
l’altezza della magnificenza. Il significato dei loro giardini pensili,
delle ville, delle case di campagna, delle isole, dei parchi è questo:
sostenere con tali robusti accessori le loro personalità difettose. Io
non dubito che gli interessi agricoli dovrebbero essere invincibili
nello stato, con questi ausiliarii pericolosi. Essi corrompono ed
invitano; non re, non palazzi, non uomini o donne, ma queste tenere e
poetiche stelle, eloquenti di segrete promesse. Noi sentimmo ciò che
l’uomo ricco diceva; noi sapevamo della sua villa, del suo boschetto,
del suo vino, e della sua società, ma lo stimolo dell’invito venne
da quelle seducenti stelle. Nei loro dolci splendori io osservo ciò
che gli uomini tentarono di realizzare in qualche Versailles o Pafos
o Ctesifonte. Infatti la magica luce dell’orizzonte e lo sfondo del
cielo azzurro sono quelli che salvano tutte le nostre opere d’arte,
che altrimenti sarebbero delle povere cose. Quando il ricco impone al
povero la servilità, l’ossequenza, egli dovrebbe considerare l’effetto
che producono sulle menti ricche di immaginazione gli uomini creduti
possessori della natura. Ah! se i ricchi fossero ricchi come il
povero li immagina! Un ragazzo sente una banda militare, che suona
in un campo di notte, ed egli ha dinnanzi a sè dei re, delle regine e
delle cavallerie famose. Egli sente l’eco di un corno in una contrada
collinosa, sulle montagne di Notch per esempio, eco che converte
le montagne in un’arpa eolica, e questo _tiralirà_ soprannaturale
risuscita la mitologia Dorica, Apollo, Diana, e tutti i cacciatori e
le cacciatrici divine: tanto può una nota musicale essere sublime ed
orgogliosamente bella! Per il giovane e povero poeta la sua pittura
della società è altrettanto favolosa; egli è leale; egli rispetta
i ricchi; essi sono ricchi per amore della sua immaginazione; come
sarebbe povera la sua fantasia se essi non fossero ricchi! Essi hanno
dei boschetti cintati da alte cancellate, che chiamano parchi; essi
vivono in saloni più grandi e meglio arredati di quelli che egli ha
veduti; essi vanno in vettura; essi vivono soltanto nelle società
eleganti, vanno ai bagni di mare, in lontane città... ecco il fondo
da cui il poeta ha tratto i palazzi, i parchi ecc., per svolgervi il
suo romanzo; parchi e palazzi in paragone dei quali i possedimenti
veri sono delle capanne e degli umili prati. La musa stessa tradisce
il figlio suo, ed accresce i doni della ricchezza e della bellezza
aristocratica per mezzo di un’irradiazione dell’aria, delle nubi
e delle foreste, che fiancheggiano la strada, con un certo superbo
favore: quale sarebbe concesso da genî patrizi a patrizi.
La sensibilità morale che crea gli Eden e le valli di Tempe così
agevolmente, non sempre può essere scoperta, ma certo il paesaggio
materiale non è mai lontano da quella. In essa noi possiamo trovare
questi luoghi incantevoli senza visitare il lago di Como e le Isole di
Madera. Noi esageriamo i pregi della bellezza naturale di un luogo. In
ogni paesaggio il fulcro della meraviglia sta nell’incontro della terra
con il cielo, e questo lo si vede tanto dal monticello più vicino,
come dalla cima dei monti Allegany. Le stelle di notte pendono sopra
la più comune ed oscura contrada, con tutta la magnificenza spirituale
con cui esse splendono sulla campagna Romana o sui marmorei deserti
dell’Egitto. Le nuvole avvolgenti ed i colori del mattino e della
sera trasfigureranno aceri ed ontani. La differenza fra paesaggio
e paesaggio è piccola, ma grande è la differenza fra coloro che li
contemplano. Nulla vi è di così meraviglioso in qualsiasi paesaggio
quanto la necessità, a cui ogni paesaggio soggiace, di essere bello. La
natura non può essere sorpresa disadorna. La bellezza irrompe in ogni
luogo.
Ma è molto facile sorpassare la simpatia del lettore per questo
argomento, che gli scolastici chiamano _natura naturata_ o natura
passiva. Si può appena parlare direttamente di essa senza eccedere; e
l’eccedere è facile, come affrontare in una società mista «il soggetto
della religione». Una persona suscettibile non ama su questo punto di
condiscendere ai suoi gusti senza la scusante di qualche necessità
volgare: egli va a vedere un appezzamento di bosco o ad osservare
i raccolti, od a raccogliere una pianta od un minerale in qualche
località remota, od egli porta un fucile od una canna da pesca. Io
credo che questo pudore debba avere una buona ragione. Un dilettantismo
in natura è arido e senza valore. Il vanesio che sta nei campi non
è migliore del suo fratello in Broadway. Gli uomini sono per natura
cacciatori ed avidi di conoscere la vita dei boschi, ed io credo che
i fatti narrati dagli Indiani e dagli spaccatori di legna sarebbero
interessanti per i più sontuosi salotti e per tutti i cenacoli; eppure
ordinariamente, sia che noi siamo troppo goffi per un’argomento
così sottile sia per qualsivoglia altra causa, così tosto come
incominciamo a scrivere intorno alla natura, noi cadiamo nell’eufuismo.
La frivolezza è un tributo non idoneo per Pan, che dovrebbe essere
rappresentato nella mitologia come il più temperante degli dèi. Io non
vorrei essere frivolo dinanzi all’ammirevole circospezione e prudenza
del tempo; pure io non posso rinunciare al diritto di ritornare sovente
su questo vecchio argomento. La moltitudine degli dèi falsi e bugiardi
dà credito alla religione vera. La letteratura, la poesia, la scienza,
sono l’omaggio dell’uomo a questo segreto insondabile, per il quale
nessun uomo può affettare indifferenza o mancanza di curiosità. La
natura è amata dalla nostra parte migliore.
Essa è amata come la città di Dio, sebbene o piuttosto perchè non vi
sono cittadini. Il tramonto è dissimile da ogni cosa che gli sta sotto:
esso manca di uomini. E la bellezza della natura deve sempre sembrare
irreale e beffarda, finchè il paesaggio non abbia delle figure umane
che siano così buone come essa stessa. Se vi fossero degli uomini
buoni non ci sarebbe mai questo rapimento nella natura. Se il re è
nel palazzo, nessuno guarda ai muri: e quando egli se ne è andato e la
casa è piena di domestici e di curiosi, noi torciamo lo sguardo dalla
gente, per trovare sollievo negli uomini maestosi ricordati dai quadri
e dall’architettura. I critici che si lagnano della malsana separazione
della bellezza della natura dalla cosa da farsi, devono considerare
che il nostro inseguimento del pittoresco è inseparabile dalla nostra
protesta contro la falsa società. L’uomo è caduto; la natura è eretta,
e serve come termometro differenziale che segni la presenza o l’assenza
del sentimento divino nell’uomo. A causa della nostra stupidità e del
nostro egoismo noi guardiamo la natura dall’alto in basso, ma quando
noi saremo convalescenti la natura chinerà il suo sguardo verso di
noi. Noi vediamo con mortificazione il ruscello spumeggiante; se la
nostra vita scorresse con la dovuta energia noi faremmo vergognare
il ruscello, poichè l’onda dello zelo brilla di fuoco reale e non dei
raggi riflessi del sole o della luna. La natura può essere considerata
egoisticamente come il commercio. L’astronomia per gli egoisti diventa
astrologia; la psicologia, mesmerismo (coll’intendimento di farci
sapere dove sono andati i nostri cucchiai) e l’anatomia e la fisiologia
diventano frenologia e palmistria.
Ma prendendo in tempo congedo e lasciando molte cose non dette su
questo argomento, non tardiamo oltre a presentare i nostri omaggi
alla Natura Efficiente, _natura naturans_, causa vivente dinnanzi
alla quale tutte le forme fuggono come turbini di neve, segreta essa
stessa, mentre le sue opere procedono innanzi come mandre e turbe
(gli antichi rappresentarono la natura in Proteo, un Pastore) in
un’indescrivibile varietà. Essa si rivela nelle creature, pervenendo
attraverso a successive trasformazioni, da semplici particelle alle più
elette proporzioni e giungendo a compiuti risultati senza un urto od
un salto. Un po’ di caldo, vale a dire un po’ di moto, è tutto ciò che
differenzia i poli mortalmente freddi, bianchi e nudi dalle prolifiche
regioni tropicali. Tutti i mutamenti si compiono senza violenza in
grazia delle due condizioni cardinali di spazio e tempo illimitato.
La geologia ci ha iniziati alla secolarità della natura, e ci ha
insegnato a non usare oltre le nostre misure da asilo e a cambiare i
nostri sistemi Mosaici o Tolomaici con il suo ampio procedimento. Noi
sapevamo nulla esattamente, per mancanza di prospettiva. Ora sappiamo
quali periodi laboriosi devono passare prima che la roccia si formi,
poi, prima che la roccia si rompa, ed avanti che il primo lichene abbia
disgregata la più sottile esterna compagine d’una zolla, ed aperte
le porte alle lontane Flora e Fauna, Cerere e Pomona. Come è ancora
lontano il trilobita! Come è ancora lontano il quadrupede! Quanto
inconcepibilmente lontano è l’uomo! Tutto a tempo debito arriva e razza
dopo razza quella dell’uomo. Vi è una lunghissima strada dal granito
all’ostrica; più lunga ancora fino a Platone ed alla predicazione
dell’immortalità dell’anima. Eppure tutto deve venire così sicuramente
come il primo atomo ha due lati.
Il movimento o mutamento; l’identità o riposo, sono il primo ed il
secondo segreto della natura. L’intiero codice delle sue leggi può
essere scritto sopra l’unghia di un pollice o sopra il sigillo di un
anello. Le bolle vorticose sulla superficie di un ruscello ci schiudono
i segreti della meccanica del cielo. Ogni conchiglia sulla spiaggia
è una chiave ad essa. Un poco d’acqua roteata in una tazza spiega la
formazione delle conchiglie più semplici; l’aggiungersi di materia anno
per anno conduce in fine alle forme più complesse; eppure la natura
con tutta la sua perizia è tanto povera, che dal principio alla fine
dell’universo essa ha una sola materia prima, ma una sola materia
con i suoi due capi per servire a tutte le sue fantastiche varietà.
Componetela come essa vorrà: stella, sabbia, fuoco, acqua, albero,
uomo; ma essa è ancora una sola materia e rivela le stesse proprietà.
La natura è sempre conseguente, anche se finge di contravvenire alle
sue proprie leggi. Essa le conserva e talora sembra trascenderle. Essa
arma e fornisce un animale in modo che esso trovi il suo posto e viva
sulla terra; nello stesso tempo un altro ne arma che lo distrugga. Lo
spazio esiste per separare le creature, ma rivestendo i fianchi di un
uccello con poche penne la natura gli dà una graziosa onnipresenza. La
direzione è sempre progressiva, ma l’artista retrocede per fornirsi
di materiale, e sempre con i primi elementi incomincia anche nel
periodo più progredito: altrimenti tutto andrebbe in rovina. Se noi
guardiamo alla sua opera ci sembra di scoprire il baleno di un sistema
in transizione. Le piante sono i giovani del mondo, vasi di salute e di
vigore; ma esse tendono sempre all’alto e verso la consapevolezza; gli
alberi sono uomini imperfetti, e sembrano lamentare la loro prigionia,
radicati al suolo. L’animale è il novizio ed il candidato ad un ordine
più elevato. Gli uomini sebbene giovani, avendo gustato la prima goccia
nella tazza del pensiero, sono digià traviati; gli ontani e le felci
invece sono ancora incorrotti; eppure, senza dubbio, quando verranno ad
uno stato di coscienza essi pure malediranno e bestemmieranno. I fiori
appartengono così strettamente alla gioventù, che noi uomini adulti
presto sentiamo che le loro belle generazioni non ci riguardano; noi
abbiamo avuto il nostro giorno; i figli ora abbiano il loro. I fiori
c’ingannano e noi siamo dei vecchi celibi con delle ridicole tenerezze.
Le cose sono così strettamente in relazione tra loro che, stante la
destrezza dell’occhio, si possono ricavare da un oggetto qualsiasi
gli elementi e le proprietà di un altro qualsiasi oggetto. Se noi
avessimo occhi tali da vedere ciò, un frammento di pietra del muro
della città ci persuaderebbe della necessità nell’uomo di vivere tanto
saldamente quanto la città stessa. Tale identità rende noi tutti
uno solo, e riduce al nulla le grandi distanze della nostra scala
comune. Noi parliamo di deviazione dalla vita naturale come se la vita
artificiale non fosse anche naturale. Il più azzimato cortigiano nei
«boudoirs» di un palazzo ha una natura animale, rude ed aborigena come
quella dell’orso bianco, onnipossente nei suoi proprii intenti, e là
fra i profumi ed i biglietti amorosi è direttamente in relazione con
la catena dell’Imalaja e l’asse del globo. Se considerassimo quanto
apparteniamo alla natura, non temeremmo delle città, perchè il potere
terribile o benefico della natura ci trova anche là, e agisce sulle
città stesse. La natura che ha fatto il muratore, ha fatto la casa.
Noi possiamo agevolmente udire parlar troppo delle influenze rurali.
Il vigoroso ed agile aspetto degli oggetti naturali fa che noi li
invidiamo, noi creature colleriche ed irritabili, dai visi accesi, e
pensiamo che saremo un giorno superbi come essi lo sono, se vivremo
nei campi e mangeremo radici; orbene siamo uomini anzichè essere delle
marmotte, e la quercia e l’olmo dovranno servirci lietamente, anche se
saremo assisi in seggi d’avorio, sopra tappeti di seta.
Questa identità dominante serpeggia in tutte le vicende ed i contrasti
della vita e caratterizza ogni legge. L’uomo porta il mondo nel suo
capo e l’intiera astronomia e chimica in un pensiero. Poichè la storia
della natura è intessuta nel suo cervello, egli è dunque l’annunziatore
e lo scopritore dei suoi segreti. Ogni fatto conosciuto nella scienza
naturale fu divinato dall’intuito di qualcuno, prima che esso fosse
constatato. Un uomo non lega neppure la sua scarpa senza riconoscere
le leggi che avvincono le più lontane regioni della natura: la luna,
la pianta, il gaz, il cristallo, sono geometria concreta e numeri. Il
senso comune conosce ciò che è suo e riconosce a prima vista il fallo
nel l’esperimento chimico. Il buon senso di Franklin, di Dalton, di
Davy e di Black, è lo stesso buon senso che ha disposto una volta ciò
che esso scopre ora.
Se l’identità esprime una quiete organizzata, l’azione contraria
entra anche nell’organizzazione. Gli astronomi dissero: «Dateci
della materia ed un poco di moto e noi costruiremo l’universo. Non è
sufficiente avere della materia, noi dobbiamo avere pure un particolare
impulso, una spinta per lanciare la massa e generare l’armonia tra
le forze centrifughe e quelle centripete. Una volta che la sfera
è sollevata dalla mano, noi vi insegneremo come si sviluppò tutto
questo possente assetto». «Questo è un postulato molto irragionevole
— disse il metafisico — e che porta chiaramente alla domanda: Non
potreste voi giungere a conoscere la genesi della proiezione così
bene come la continuazione di essa?» La natura, intanto, non aveva
atteso la discussione, ma a ragione od a torto, diede l’impulso ed i
globi rotearono. Non fu una grande cosa, una semplice spinta, ma gli
astronomi ebbero ragione di crederla grande, poichè le conseguenze
dell’atto furono senza fine. Quel famoso impulso aborigeno si propaga
attraverso tutte le sfere del sistema, attraverso ogni atomo di ogni
sfera, attraverso tutte le razze delle creature ed attraverso la storia
e le azioni di ogni individuo. L’eccesso è nell’ordine delle cose. La
natura non manda alcuna creatura, alcun uomo sulla terra, senza unire
un piccolo eccesso delle sue proprie qualità. Dato il pianeta è ancora
necessario aggiungere l’impulso; così ad ogni creatura la natura fece
seguire una certa violenza d’indirizzo verso la sua propria via, una
spinta per metterlo sulla sua strada, una lieve generosità infine,
una goccia di troppo. Senza elettricità l’aria si decomporrebbe,
parimenti senza questa violenza di direttiva di cui gli uomini e le
donne godono, senza un pizzico di bigottismo e di fanatismo non ci
sarebbero stimoli, non ci sarebbero energie. Noi miriamo al disopra
del segno per colpire nel segno. Ogni azione ha in sè qualche falso
eccesso. E quando di tempo in tempo s’avanza qualche uomo triste,
dallo sguardo penetrante, che vede quale meschino giuoco è giuocato, e
rifiutandosi di giuocare divulga il segreto, che cosa avviene allora?
È forse irrimediabilmente l’uccello fuggito dalla gabbia? Oh no! la
natura sagace manda una nuova schiera di forme più belle, di giovani
più altieri con un maggiore impeto direttivo, onde tenerli avvinti ai
loro svariati intenti; li ritrae un poco da quella direzione verso la
quale essi sono più attratti, ed il giuoco continua con un nuovo giro,
per una o due generazioni ancora. Il bambino con le sue burle graziose,
schiavo dei suoi sensi, dominato da ogni veduta, e da ogni suono,
senza alcun potere per comparare e classificare le sue sensazioni,
abbandonato ad un fischietto o ad un trucciolo colorato o ad un soldato
di piombo, individualizzando ogni cosa, non generalizzandone alcuna,
felice per ogni cosa nuova, questo bambino dorme la notte vinto dalla
fatica, che gli ha causato questo giorno di continua e graziosa pazzia.
Ma la natura ha raggiunto il suo intento con questo vivente e ricciuto
pazzerello. Essa ha assegnato ad ogni facoltà il proprio cómpito ed ha
assicurato lo sviluppo simmetrico della struttura corporea, mediante
queste attitudini e questi sforzi: fine di prima importanza, che non
poteva essere affidato a nessuna cura meno perfetta della sua propria.
Questo barbaglio, questo splendore opalino si mostra al suo occhio
sulla cima di ogni trastullo onde assicurare la sua fedeltà, ed egli
è ingannato nel suo bene. Noi siamo mantenuti in vita con le stesse
arti. Dicano gli stoici ciò che vogliono, noi non mangiamo per la
gioia di vivere, ma perchè la carne è gustosa e l’appetito è pungente.
La vita vegetale non si accontenta di trarre un solo seme dal fiore
o dall’albero, ma riempie l’aria e la terra con tale prodigalità
di semi, che, se anche mille e mille periscono, altre migliaia
possono seminar se stessi in modo che centinaia possano crescere e
decine vivere fino alla maturità e finalmente uno solo rimpiazzare
il genitore. Tutte le cose rivelano la stessa oculata profusione.
L’eccesso di timore dal quale è circondato il corpo che rabbrividisce
per il freddo, che trasale alla vista di un serpente o per un subitaneo
rumore, ci protegge fra mille allarmi infondati da un pericolo reale.
L’amante tende nel matrimonio alla sua felicità personale e alla sua
completazione e non ad un vantaggio futuro: e la natura nasconde nella
felicità di lui il suo proprio fine, vale a dire, la riproduzione
ovvero la perpetuazione della specie.
Ma la perizia con la quale il mondo è fatto penetra pure nella mente
e nel carattere degli uomini. Nessun uomo è del tutto equilibrato;
ognuno ha una vena di pazzia nella sua struttura, un leggero flusso
di sangue al capo onde tenerlo avvinto a qualche punto che la natura
aveva a cuore. Le grandi cause non sono mai giudicate a seconda del
loro valore, ma la causa è ridotta in frammenti per acconciarla alla
grandezza dei partigiani, e la contesa è sempre più viva su le cose
minori. Non meno segnalata è la super-fede di ogni uomo nell’importanza
di ciò che egli ha da fare o da dire. Il poeta, il profeta ha, per
ciò che egli dice, un valore superiore a quello di qualsiasi uditore.
Il forte Lutero, compiacente verso se stesso, dichiara con una
autorevolezza che non falla che «Dio stesso non può fare senza degli
uomini saggi». Jacopo Behmen e Giorgio Fox rivelano il loro amor
proprio nell’ostinazione dei loro opuscoli polemici e Giacomo Naylor
una volta si lasciò adorare come Cristo. Ogni profeta s’identifica
immediatamente con il suo pensiero e giunge a stimare sacri il suo
cappello e le sue scarpe. Per quanto ciò possa screditare siffatte
persone presso la gente assennata, ciò le soccorre con il popolo
poichè dà calore e divulgazione alle loro parole. Un fatto simile
non è infrequente nella vita privata. Ogni persona giovane ed ardente
scrive un diario, nel quale infonde la sua anima quando suonano le ore
della preghiera e della penitenza. Le pagine così scritte sono per lui
infiammate e fragranti; egli le legge inginocchiato, a mezzanotte ed
alla luce della stella mattutina; egli le bagna delle sue lacrime; esse
sono sacre, troppo buone per il mondo, e fors’anche per essere lette
dal più caro amico. Questo diario è il Messia nato dalla sua anima, la
cui vita ancora circola nel neonato. Il cordone ombelicale non è ancora
stato reciso. Dopo qualche tempo egli gode di ammettere il suo amico
a questa consacrata conoscenza, e con esitazione, eppure con fermezza,
gli mette sott’occhi le pagine del suo diario — Ma esse non brucieranno
i suoi occhi? L’amico freddamente le sfoglia, e passa agevolmente dalla
lettura alla conversazione, il che colpisce l’autore di meraviglia e
di dolore. Egli però non può diffidare dello scritto stesso. Giorni e
notti di vita fervida, di comunione con gli angeli dell’ombra e della
luce, hanno inciso i loro caratteri oscuri su quel libro bagnato di
lacrime. Egli diffida dell’intelligenza o del cuore dell’amico. Non c’è
dunque un amico? Egli non può ancora prestar fede che si possa avere
un’esperienza profonda e che pure si possa non sapere come versare
nella letteratura il proprio fatto personale; e forse la scoperta che
la saggezza ha altre lingue ed altri ministri all’infuori di noi, e che
anche se stessimo zitti la verità non sarebbe perciò meno espressa,
potrebbe reprimere dannosamente gli ardori del nostro zelo. Un uomo
può parlare solo fino a che non senta che il suo discorso è parziale
o inadeguato. Esso è parziale, ma egli non se ne avvede mentre lo
pronunzia. Così tosto come egli si è liberato da ciò che è proprio
ed istintivo, ed osserva la sua parzialità, egli chiude la sua bocca
con disgusto. Poichè nessun uomo può scrivere cosa alcuna ch’egli in
quell’istante non pensi essere la storia del mondo; e nessuno mai bene
compirà una cosa se non la giudichi di grande momento. La mia opera può
non avere importanza, ma io non debbo stimarla tale, altrimenti non la
compirò impunemente.