Lasciate le sculture grottesche intorno alle cancellate ed ai servizi
dei templi. Il credo ed i comandamenti stessi abbiano lo sfacciato
tributo della parodia. Le forme della cortesia esprimono nel più alto
grado ed universalmente la benevolenza. Che cosa importa che esse
si trovino nelle bocche di uomini egoisti, e siano usate come mezzo
di egoismo? Che cosa importa se il falso gentiluomo quasi scaccia il
gentiluomo vero dal mondo? Che importa se il falso gentiluomo riesca a
rivolgersi in tal modo al suo compagno, da escludere urbanamente tutti
gli altri dal discorso, ed anche a farli sentire esclusi? Un’utilità
reale non perderà la sua nobiltà. Ogni nobiltà non è semplicemente
Francese e sentimentale; nè bisogna nascondere che un sangue vigoroso
ed una passione per la cortesia distinguono alfine il gentiluomo
di Dio da quello della Moda. L’epitaffio di Sir Jenkin Grout, non è
completamente inintelligibile nell’età presente: «Qui giace Sir Jenkin
Grout, che amò il suo amico, e persuase il suo nemico: ciò che la
sua bocca mangiò la sua mano pagò: ciò che i suoi servi rubarono egli
rinnovò; se una donna gli diede piacere, egli la sopportò con dolore:
egli giammai dimenticò i suoi bambini: e chiunque toccò il suo dito,
trascinò dietro di esso tutta la sua persona». Perfino la discendenza
degli eroi non è completamente estinta. Vi è ancora e sempre qualche
persona ammirevole, vestita in semplici panni, ferma sul molo, che
salta nell’acqua e porta a salvamento un uomo che annega; vi è ancora
e sempre qualche assurdo inventore di forme di carità; qualche guida
consolatrice dello schiavo fuggitivo; qualche amico della Polonia;
qualche Filelleno; qualche fanatico che pianta alberi che faranno
ombra alla seconda o terza generazione, e dei verzieri quando egli è
vecchio; qualche pietà ben nascosta; qualche uomo giusto felice della
sua oscura rinomanza; qualche giovane vergognoso dei favori della
fortuna, di cui fa impazientemente getto sulle spalle d’un altro.
E questi sono i centri della società, sui quali essa ritorna per
raccogliere degli impulsi nuovi. Questi sono i creatori della Moda,
la quale è un tentativo di organizzare la bellezza della condotta.
I belli ed i generosi, sono in teoria, i dottori e gli apostoli di
questa chiesa: Scipione ed il Cid, Sir Filippo Sidney e Washington,
ed ogni cuore puro e coraggioso, che adorò la bellezza con la parola
e con l’azione. Le persone che costituiscono l’aristocrazia naturale
non si trovano nell’aristocrazia odierna, oppure si trovano solo alla
sua estremità; allo stesso modo che l’energia chimica dello spettro è
maggiore nella parte esterna di esso. Eppure questo è il difetto dei
siniscalchi, i quali non conoscono il loro sovrano quando esso appare.
La teoria della società suppone l’esistenza e la sovranità di questi.
Pertanto dentro la cerchia etnica della società vi è una cerchia più
stretta e più alta, ch’è concentrazione della sua luce e il fiore della
cortesia, alla quale il parlamento dell’amore e della cavalleria volge
sempre un tacito appello d’orgoglio e di richiamo come alla sua corte
interna ed imperiale. E tutto ciò è costituito da quelle persone,
in cui le disposizioni nobili sono native con l’amore del bello, il
diletto nella società, ed il potere di abbellire il giorno che passa.
Se gli individui che compongono i più puri circoli dell’aristocrazia
in Europa, il sangue conservato da secoli, dovessero esser passati
in rivista in modo che si potesse tranquillamente esaminare la loro
condotta, noi potremmo trovare nè gentiluomini nè signore; poichè pure
potendo noi essere soddisfatti di eccellenti esempi di cortesia e di
alta educazione nell’insieme, noi scopriremmo delle gravi mancanze nei
particolari; perchè l’eleganza non è il prodotto di alcuna educazione,
ma della nascita. Vi deve essere il romanzo del carattere, o la più
schizzinosa esclusione di male creanze servirà a nulla. Il genio deve
prendere tale direzione: esso non deve essere cortese, ma dev’essere
la cortesia. La vera distinzione è così rara nelle favole come lo è nel
fatto. Scott è lodato per la fedeltà con la quale dipinse la condotta e
la conversazione delle classi superiori. Certamente i re e le regine,
i nobili e le grandi dame ebbero qualche diritto di lagnarsi per le
assurdità che erano state nelle loro bocche prima dell’avvento di
Waverley; tuttavia neppure il dialogo di Scott resiste alla critica.
I suoi lords s’affrontano con eleganti discorsi epigrammatici, ma
il dialogo rispondente ad essi non piace in seconda lettura e non
è caldo di vita. Soltanto in Shakespeare i parlatori non incedono
tronfi e non s’insuperbiscono; il dialogo vi è agevolmente grande, ed
egli è certamente l’uomo più educato dell’Inghilterra e di tutta la
cristianità. Una volta o due nella vita ci è permesso di godere del
fascino delle nobili maniere, in presenza cioè di un uomo o di una
donna, che non hanno impedimenti nella loro natura, ed i cui caratteri
emanano liberamente dalle loro parole e dai loro gesti. Una bella forma
è migliore di un bel viso; una bella condotta è migliore di una bella
forma; essa produce un piacere più alto di quello che producono le
statue od i quadri; essa è la più bella delle arti. Un uomo è una ben
piccola cosa fra gli oggetti della natura, eppure con le qualità morali
raggianti dal suo aspetto egli può abolire qualsiasi considerazione
di grandezza e nei suoi modi uguagliare la maestà del mondo. Io ho
visto un individuo le cui maniere, sebbene completamente consone alle
convenzionalità della società elegante, non erano mai state apprese in
quell’ambiente, ma erano originali, imponenti, e largivano protezione e
contentezza; un individuo che non abbisognava dell’aiuto di un seguito
di corte, ma che portava la festa nei suoi occhi; che allietava la
fantasia aprendo orizzonti di nuovi modi di vita; che scuoteva la
tirannide della etichetta con un contegno brioso e lieto, buono e
libero come Robin-Hood; eppure aveva il portamento di un imperatore,
calmo, serio, ed idoneo per sostenere lo sguardo di milioni di persone.
L’aria aperta ed i campi, le strade e le Camere dei deputati, sono
i luoghi dove l’uomo eseguisce il suo volere; lasciate che egli ceda
o condivida il suo scettro alla porta di casa sua. La donna, con il
suo istinto sul modo di comportarsi, immediatamente scopre nell’uomo
un amore alle frivolezze, una qualche indifferenza od imbecillità,
o in breve, una certa mancanza di quel contegno aperto, scorrente,
magnanimo, che è indispensabile come lo sono le decorazioni in un
palazzo. Le nostre istituzioni americane sono state favorevoli alla
donna, ed io credo che in questo momento una delle principali felicità
di questo paese sta nell’eccellenza delle sue donne. Una specie di
goffo convincimento dell’inferiorità degli uomini può far sorgere
una nuova cavalleria protettrice dei diritti della donna. Abbia essa
un posto più elevato nelle leggi e nelle forme sociali, come il più
zelante riformatore può domandare, ma io confido così intieramente
nella sua muliebre natura ispirante e musicale da credere che la donna
possa solo insegnarci come essa deve essere servita. La meravigliosa
generosità dei suoi sentimenti la innalza talvolta alte regioni eroiche
e divine, e rende vere le pitture di Minerva, Giunone o Polimnia; e la
fermezza con la quale essa segue il suo alto cammino convince il più
rude calcolatore dell’esistenza, d’una via diversa da quella che i suoi
piedi sono abituati a calpestare. Ma oltre a quelle che avverano nella
nostra immaginazione il regno delle Muse e delle Sibille Delfiche,
non vi sono forse altre donne che colmano la nostra coppa di vino e
di rose fino all’orlo, cosicchè il vino trabocca e riempie la casa
di profumo; altre donne che ci ispirano la cortesia, che sciolgono
la nostra lingua, e noi parliamo; che toccano i nostri occhi, e noi
vediamo? Noi per vero diciamo delle cose che non avevamo mai pensato di
dire; per una volta, le barriere del nostro riserbo abituale svanirono,
e ci lasciarono al largo; noi eravamo dei bambini trastullanti con
dei bambini in un vasto campo di fiori. Poneteci, noi gridammo, sotto
tali dominii, per giorni, per settimane, e noi saremo i poeti del
sole, e scriveremo in parole variopinte il romanzo che voi siete. Fu
Hafiz o Firdusi che disse della sua Lilla Persiana: Essa era una forza
elementare e mi stupì per il suo cumulo di vita, quando la vidi per
giorni e giorni raggiante, ad ogni momento ridondante di gioia e di
grazia tutto intorno a lei? Essa era un solvente capace di raccogliere
ogni persona eterogenea in una sola società, come l’aria o l’acqua,
elementi d’innumeri raggi di affinità, che si combinano rapidamente con
mille sostanze. Dove essa è presente, tutti gli altri si sentiranno più
di quel che sono. Essa era un’unità ed un intiero così che qualsiasi
cosa essa facesse, le si conveniva. Essa aveva tanta simpatia e
desiderio di piacere quanta voi non potreste immaginare; le sue maniere
erano dignitose, e nessuna principessa potrebbe in qualunque occasione
superare il suo aperto e retto contegno. Essa non studiò la grammatica
persiana, nè i libri dei sette poeti, ma tutti i poemi dei sette
parvero essere scritti a sua gloria. Perchè, sebbene l’inclinazione
della sua natura non fosse verso il pensiero, ma verso la simpatia,
pure essa era così perfetta nella sua propria natura, da incontrare
le persone intellettuali con la pienezza del suo cuore, infiammandole
con i suoi sentimenti, credendo, come faceva, che con il trattare
nobilmente con tutti, tutti si sarebbero dimostrati nobili.
Io so che questa costruzione bizantina della Cavalleria o Moda,
che sembra così bella e pittoresca a coloro che guardano ai fatti
contemporanei per istudio o per passatempo, non è ugualmente piacevole
a tutti gli spettatori. La costituzione della nostra società la
rende un castello da gigante per il giovine ambizioso che non ha
trovato il suo nome nel suo libro d’Oro, e che essa ha escluso dai
suoi ambiti onori e privilegi. Questi giovani debbono ancora imparare
che la sua apparente grandezza è nebulosa e relativa: essa è grande
per loro concessione: le sue porte più superbe si apriranno di volo
all’approssimarsi del loro coraggio e della loro virtù. Vi sono
tuttavia dei facili rimedi all’afflizione presente di coloro che sono
predisposti a soffrire delle tirannie di tale capriccio. Cambiare la
vostra residenza di un paio di miglia o di quattro al massimo tempererà
comunemente la più estrema suscettibilità. Poichè i vantaggi apprezzati
dalla moda sono piante che crescono in località molto ristrette,
vale a dire in poche località. All’infuori di questi luoghi essi sono
nulla: a nulla servono nella cascina, nella foresta, nel mercato, nella
guerra, nel matrimonio, nei circoli scientifici o letterarii, al mare,
nell’amicizia, nel dominio del pensiero o della virtù.
Ma noi ci siamo soffermati troppo in queste corti lussuose. Il valore
della cosa significata deve giustificare la nostra inclinazione per
ciò che essa rappresenta. Ogni cosa chiamata moda e cortesia si umilia
dinanzi alla causa ed alla sorgente dell’onore, creatore di titoli e
gradi; si umilia cioè dinnanzi al gran cuore dell’amore.
Questo è il sangue regale, questo è il fuoco, che in tutti i paesi
ed in tutte le contingenze seguirà la sua specie e conquisterà ed
espanderà tutto ciò che lo avvicina. Questo dà nuove significazioni
ad ogni fatto; questo impoverisce il ricco, non sopportando altra
grandezza che la sua propria. Che cosa significa ricco? Siete voi
ricco abbastanza per aiutare qualcuno? per soccorrere il goffo e
l’eccentrico? siete voi ricco abbastanza per far sentire al viandante,
dall’attestato consolare che lo raccomanda «Ai caritatevoli»; al bruno
italiano con le sue poche e frammentarie parole d’inglese; al povero
zoppo, cacciato di paese in paese dalle guardie; ad un misero uomo o
ad una misera donna, istupiditi e naufragati, la nobile eccezione della
vostra presenza e della vostra casa dalla freddezza e durezza generale?
siete voi ricco abbastanza per far sentire a costoro d’esser richiamati
da una voce che li faccia ricordare e sperare? Che cosa significa
«vile» se non rifiutare il diritto di sottili e decisive ragioni? Che
cosa significa «gentile», se non il concederlo e dare ai loro cuori ed
ai nostri un giorno di lieto oblio dalla circospezione nazionale? Senza
un cuore generoso la ricchezza è una laida pezzente. Il re di Schiraz
non aveva il potere di essere così generoso come il povero Osman che
dimorava al suo cancello. Osman aveva un’umanità così larga e profonda
che sebbene la sua parola riguardo al Korano fosse così libera ed
audace da disgustare tutti i Dervisci, pure non vi fu mai un povero
proscritto, un pazzo, uno scemo, che si fosse rasa la barba o che
fosse stato mutilato per un voto, od avesse avuto un accesso di pazzia
nel suo cervello, che non corresse subito a lui; e quel grande cuore
giaceva là nel centro del paese, così benefico ed ospitale da sembrare
che lo istinto di tutti i sofferenti li avvincesse al suo fianco. Ed
egli non condivise la pazzia alla quale dava ricovero. Non è questo
essere ricco? questo solo l’essere giustamente ricco?
Ma io udrò senza dolore che rappresento molto male il cortigiano e
che parlo di cosa che non comprendo bene. È facile l’osservare che
ciò che è chiamato per distinzione «società» e «moda», ha leggi buone
e leggi cattive; ha molte cose necessarie e molte assurde. Non idonea
alla maledizione ed alla benedizione, essa ci ricorda una tradizione
della mitologia pagana, nei tentativi di definire il suo carattere. Io
udii un giorno Giove — diceva Sileno — che parlava di distruggere la
terra; egli diceva che essa era decaduta; che gli uomini erano tutti
bricconi e megere; che facevano di male in peggio, e così rapidamente
come i giorni si succedevano l’uno all’altro. Minerva rispose che non
lo credeva; che gli uomini erano solo dei piccoli esseri ridicoli,
con questa circostanza curiosa, di avere un marchio od un aspetto
indeterminato, visti da lontano o visti da vicino: onde se voi li dite
cattivi essi appaiono cattivi; se voi li dite buoni, essi appaiono
buoni; e che non vi era una sola persona od una sola azione fra essi,
che avrebbe non meno imbarazzato la sua civetta, che tutto l’Olimpo,
nel sentenziare se fosse fondamentalmente buona o cattiva.
QUINTO SAGGIO
I DONI
Si dice che il mondo sia in uno stato di bancarotta; che il mondo
debba al mondo più di ciò che possa pagare, e che esso dovrebbe essere
pignorato e venduto. Io non credo che questa insolvibilità generale,
che in certo modo coinvolge tutta la popolazione, sia la ragione
della difficoltà esperimentata a Natale e a Capo d’Anno od in altre
epoche, nel fare i doni; poichè è sempre piacevole essere generoso,
sebbene sia vessatorio il pagare i proprii debiti. Ma l’impedimento
giace nella scelta. Se in un momento qualunque mi si mette in capo che
io devo un presente a qualcuno, io sono imbarazzato sul dono fino a
che l’opportunità è passata. I fiori ed i frutti sono sempre dei doni
adatti; quelli perchè sono una superba affermazione che un raggio di
bellezza supera tutte le utilità del mondo; l’aspetto gaio di essi
contrasta con l’aspetto severo della natura ordinaria; infine perchè
essi sono come una musica udita dall’esterno di un ricovero. La natura
non ci accarezza: poichè noi siamo dei bambini, non già dei favoriti:
essa non è indulgente: ogni cosa è distribuita a noi senza timori e
senza favori, ma secondo leggi severe ed universali. Eppure questi
fiori delicati appaiono come il capriccio e l’intervento dell’amore
e della bellezza. Gli uomini usarono affermare che noi amiamo
l’adulazione, anche se non ne siamo ingannati, perchè essa dimostra che
noi abbiamo un sufficiente valore per essere corteggiati. I fiori ci
dànno un piacere alquanto simile a questo: infatti che cosa sono io per
colui al quale questi dolci segni sono indirizzati? I frutti sono doni
accetti, perchè sono il fiore dei profitti, ed ammettono che dei valori
fantastici siano ad essi attribuiti. Se un uomo mi mandasse a chiamare
da cento miglia lontano, e mettesse davanti a me un canestro di bella
frutta estiva, io penserei esservi una proporzione fra la mia fatica ed
il mio guiderdone.
Per i doni comuni la necessità produce cose convenevoli e belle ogni
giorno, e si è contenti quando un imperativo non ci lascia diritto di
scelta; infatti se l’uomo che batte alla vostra porta non ha scarpe,
voi non dovete star a pensare se potreste regalargli una scatola di
colori. E poichè è sempre cosa piacevole il vedere un uomo che mangia
del pane e beve dell’acqua, in casa e fuori, così è sempre una grande
soddisfazione il provvedere a queste prime necessità. La necessità
fa ogni cosa bene. Nella nostra condizione di dipendenza universale
sembra eroico il permettere che il richiedente sia il giudice della sua
necessità, e dare tutto ciò che è domandato, anche se ciò si fa con
grave disturbo. Se esso è un desiderio fantastico, è meglio lasciare
agli altri l’ufficio di punirlo. Io posso pensare a molte altre parti
da rappresentare che a quella delle Furie. Dopo le cose di prima
necessità, la regola prescritta da un mio amico per fare un dono è
questa: che noi possiamo donare ad una persona ciò che propriamente
appartenne al suo carattere, e che fu facilmente associato a lui nel
pensiero. Ma i nostri pegni d’amore e di omaggio sono per la maggior
parte barbari. Gli anelli od altri gioielli non sono dei doni, ma delle
apparenze di doni. L’unico dono è una parte di te stesso. Tu devi
versar sangue per me. Perciò il poeta dona il suo poema; il pastore
il suo agnello; l’agricoltore il suo grano; il minatore una gemma; il
marinaio coralli e conchiglie; il pittore il suo quadro; la ragazza un
fazzoletto cucito da lei stessa. Questo è giusto e piacevole, poichè
quando la biografia di un uomo è espressa nel suo dono, e la ricchezza
di ogni uomo è un indice del suo merito, la società è restaurata
sulle sue basi primitive. Ma è un’azione fredda e senza vita il vostro
andare nei negozi ad acquistar per me qualcosa, che non rappresenta
la vostra vita ed il vostro talento, ma quella di un orefice. Questo
è convenevole ai re ed agli uomini ricchi, che rappresentano i re, ed
è falsa ostentazione di beni il fare futili regali in oro ed argento,
come una specie di simbolico sacrificio espiatorio o pagamento di una
taglia.
La legge dei benefici è un canale difficile, che richiede una
navigazione prudente o dei robusti battelli. Non è ufficio dell’uomo
quello di ricevere doni. Come osate voi farli? Noi desideriamo di
sostentarci da noi stessi. Noi non perdoniamo mai interamente al
donatore. La mano che ci alimenta è sempre in pericolo di essere
morsicata. Noi possiamo ricevere qualche cosa dall’amore, perchè esso è
un modo di ricevere da noi stessi, ma non da chiunque assuma l’ufficio
di donatore. Talvolta noi odiamo la carne che mangiamo, perchè ci pare
una dipendenza degradante quella di vivere per suo mezzo.
«Fratello, se Giove ti fa un dono bada di prender nulla dalle sue
mani». Noi domandiamo il tutto. Nulla meno ci accontenterà. Noi
citiamo in giudizio la società se non ci dona oltre alla terra, al
fuoco e all’acqua, l’opportunità, l’amore, la riverenza ed obbietti di
venerazione.
Colui che può ricevere vantaggiosamente un dono è un uomo buono. Noi
siamo lieti o spiacenti per un dono, ed entrambe le emozioni sono
disdicevoli. Io credo che quando mi rallegro o mi rattristo per un
dono, qualche violenza si compie e qualche avvilimento sorge. Io soffro
quando la mia indipendenza è invasa o quando il dono viene da uno che
non conosce il mio spirito; quando poi il dono mi piace oltremodo,
allora io dovrei vergognarmi che il donatore mi legga nell’anima, e
veda che io amo il suo dono e non lui. Il dono per essere vero deve
consistere nel fluire del donatore in me, corrispondente al mio fluire
in lui. Quando le acque sono a livello, allora i miei beni passano a
lui ed i suoi a me. Tutti i miei sono suoi, tutti i suoi sono i miei.
Io gli dico: «come potete darmi questo recipiente d’olio o questo
fiasco di vino, se tutto il vostro olio e tutto il vostro vino è mio?»
Ecco il perchè della convenienza delle cose belle come doni e non
delle cose utili. Quest’ultima specie di doni ha il carattere d’una
insulsa usurpazione, e perciò quando il beneficato è ingrato, (ogni
beneficato odia ogni Timone) e non considera affatto il valore del
dono, ma tiene d’occhio il fondo donde quello fu tolto, io simpatizzo
piuttosto con il beneficato che con lo sdegno del benefattore. Infatti
la speranza fiduciosa della gratitudine è cosa vile ed è continuamente
punita dall’insensibilità totale della persona obbligata. È una grande
felicità l’allontanarsi senza offese e senza odio da chi ha avuta la
cattiva fortuna d’essere soccorso da voi. L’essere soccorso è una cosa
assai onerosa ed il debitore per natura desidera ferirvi. Parole auree
per questi signori sono quelle che io tanto ammiro nel Buddista, che
non ringrazia mai e dice: «Non adulate i vostri benefattori».
Io immagino che la ragione di queste discordie sta in ciò, che non vi è
alcuna giusta proporzione fra un uomo ed un dono. Voi non potete dare
alcuna cosa ad una persona magnanima. Dopo che voi lo avete servito,
egli pone subito voi in debito per la sua magnanimità. Il beneficio
che un uomo rende al suo amico è volgare ed egoista se è comparato al
beneficio che egli sapeva di dover ricevere dall’amico stesso prima
che egli avesse incominciato a giovargli. Il beneficio, che posso
rendere ad un mio amico mi pare piccolo, comparato alla benevolenza
che mi spinge verso di lui. Inoltre la nostra azione reciproca,
sia buona o cattiva, è così incidentale e casuale, che noi possiamo
raramente udire una persona che vorrebbe senza vergogna e umiliazione
ringraziarci per un beneficio. Raramente noi possiamo calare un colpo
diretto, ma dobbiamo accontentarci di uno obliquo; allo stesso modo
raramente abbiamo la soddisfazione di fare un beneficio diretto che sia
direttamente ricevuto. Ma la rettitudine sparge favori da ogni lato
senza saperlo, e riceve con meraviglia i ringraziamenti di tutta la
gente.
Io temo di esprimere un certo tradimento contro la maestà dell’amore,
che è il genio ed il dio dei doni, e che noi non dobbiamo aspirare
di dirigere. Conceda egli indifferentemente regni o petali di fiori.
Vi sono delle persone da cui ci attendiamo sempre dei regali di fata;
non cessiamo dunque di attenderli! Questa è una prerogativa, che non
deve essere limitata dalle nostre leggi municipali. Del resto mi piace
d’osservare che noi non possiamo essere comprati o venduti. La miglior
parte dell’ospitalità e della generosità non sta nella volontà, ma
nella sorte. Io m’avvedo di non esser molto per voi; voi non avete
bisogno di me; voi non mi sentite ed allora io sono scacciato dalla
casa anche se mi offrite case e terre. Nessun servizio ha valore
alcuno, solo le apparenze lo hanno. Quando io ho cercato di unirmi
ad altri per mezzo di favori, ne risultò un’astuzia intellettuale,
null’altro. Essi si cibano dei vostri favori come fossero delle mele
e vi lasciano fuori. Ma voi amateli, ed essi vi sentiranno, e si
rallegreranno di voi per sempre.
SESTO SAGGIO
LA NATURA
Vi sono dei giorni in questo clima e quasi in ogni stagione dell’anno
nei quali il mondo tocca la sua perfezione; nei quali l’aria, i corpi
celesti e la terra compongono una sola armonia, come se la natura
volesse accarezzare la sua progenie; giorni in cui in queste tristi
regioni nordiche del pianeta non abbiamo nulla da desiderare di ciò
che abbiamo udito delle più felici regioni, e ci culliamo nelle ore
soleggiate della Florida e di Cuba; giorni in cui ogni cosa che ha
vita dà segni di soddisfazione, e gli armenti stessi sembrano avere
dei pensieri grandi e sereni. Noi possiamo attendere con una maggior
certezza questi alcioni in quel tempo sereno d’Ottobre, che noi
distinguiamo con il nome di estate indiano. Il giorno infinitamente
lungo dorme sulle larghe colline e sui vasti campi ardenti. L’aver
vissuto tutte le sue ore di sole pare una sufficiente longevità. I
luoghi solitari non sembrano del tutto deserti. Sul limitare della
foresta l’uomo attonito è obbligato ad abbandonare i suoi criterii
cittadini del grande e del piccolo, del saggio e del folle. Il gravame
delle abitudine ci cade dal dorso al primo passo che noi facciamo
in questi luoghi appartati. Qui vi è una santità che fa arrossire
le nostre religioni, ed una realtà che scredita i nostri eroi. Qui
constatiamo che la natura è la circostanza che avvilisce qualsiasi
altra circostanza, e che essa giudica come un dio tutti gli uomini
che le si avvicinano. Noi siamo sgusciati dalle nostre case chiuse ed
affollate, nella notte e nel mattino, e vediamo quali bellezze maestose
ci avvolgono ogni giorno nel loro seno. Quanto volentieri vorremmo
noi evitare le barriere che rendono queste bellezze comparativamente
prive di potere: sfuggire la menzogna ed il secondo pensiero e lasciare
che la natura penetri in noi. La luce temperata dei boschi è come
un mattino perpetuo ed è stimolante ed eroica. Gli antichi incanti
tramandatici di questi luoghi ci conquidono lentamente. Gli steli
della cicuta, i tronchi dei pini e delle quercie brillano come acciaio
innanzi all’occhio eccitato. Gli alberi muti poco a poco ci persuadono
a vivere con essi ed a lasciare la nostra vita composta di solenni
inezie. Qui nessuna storia o chiesa o stato interviene nel cielo
divino e nell’anno immortale. Quanto facilmente noi potremmo procedere
nell’aperta pianura, assorti in nuovi spettacoli ed in pensieri che si
succedono rapidamente l’uno all’altro, finchè grado a grado il ricordo
di casa nostra venisse cancellato dalla mente, come se fossimo portati
in trionfo dalla natura!
Questi incanti sono salutari; essi ci rendono sobrii e ci guariscono.
Questi sono piaceri semplici, che s’addicono alla nostra natura.
Noi ritorniamo a ciò che è nostro proprio; stringiamo amicizia con
la materia, che le chiacchiere ambiziose delle scuole vorrebbero
persuaderci a disprezzare. Noi non possiamo mai dipartircene; la mente
ama la sua vecchia abitazione; come l’acqua per la nostra sete, così
è la roccia, la terra per i nostri occhi, le nostre mani e i nostri
piedi. Essa è dell’acqua solida: essa è una fiamma fredda: quale
equilibrio quale affinità! Quando noi cianciamo affettatamente con
degli estranei, questo viso onesto della natura sempre s’introduce come
un vecchio amico, come un caro amico e fratello, e con un’autorevole
dimestichezza ci vergogna delle nostre parole insensate. Le città non
danno ai sensi umani spazio sufficiente. Noi andiamo ogni giorno ed
ogni notte a nutrire i nostri occhi nell’orizzonte ed abbisogniamo di
un luogo aperto come abbisogniamo dell’acqua per il nostro bagno. A
cominciare da questi piccoli poteri fino ai suoi ministeri più cari e
più grandi dell’immaginazione e dell’anima vi sono in natura tutte le
gradazioni dei poteri. V’è la secchia dell’acqua fredda che nasce dalla
sorgente, il fuoco del legno, al quale corre il viaggiatore intirizzito
per salvezza, e v’è la morale sublime dell’autunno e del meriggio. Noi
ci ricoveriamo nella natura, e viviamo da parassiti con le sue radici
ed i suoi grani, e riceviamo lampi di luce dai corpi celesti, che ci
chiamano alla solitudine e che ci predicono il più remoto futuro. Lo
Zenit azzurro è il punto in cui si incontrano la favola e la realtà.
Io penso che se noi fossimo rapiti in tutto ciò che noi sogniamo del
paradiso, e se conversassimo con Gabriele e con Uriele, il cielo che
ci sta sul capo sarebbe tutto ciò che rimarrebbe delle nostre cose
presenti.