Per dire il bene che noi possiamo della moda, diremo che essa riposa

sulla realtà e che nulla odia quanto gli ipocriti; infatti è sua

gioia l’escluderli, l’interdirli e mandarli in eterno esilio. Noi

disprezziamo qualsiasi altra qualità degli uomini di mondo; ma

l’abitudine, nelle piccole cose ed anche nelle minime, di rivolgerci

a null’altro che al nostro proprio senso di correttezza, costituisce

il fondamento di tutta la cavalleria. Non vi è quasi specie di

fiducia in se stesso, sana e proporzionata, che la moda non adotti

occasionalmente, e cui non apra i suoi saloni. Un’anima santa è sempre

elegante; e se vuole passerà non sfidata nella cerchia più riservata.

Allo stesso modo passerà Jock il vaccaro, se gli vien voglia di

passare, ed incontrerà il favore finchè la sua testa non provi le

vertigini della nuova posizione, e le sue scarpe ferrate non desiderino

di ballare i valtzers ed i cotillons. Però nulla vi è di stabilito

nelle maniere, e le leggi del contegno si arrendono all’energia

dell’individuo. La donzella nel suo primo ballo, il contadino ad un

pranzo in città, credono vi sia un rito secondo il quale ogni fatto ed

omaggio debba essere compiuto, e pensano che colui che falla, debba

esser scacciato. Più tardi essi imparano che il buon senso ed il

carattere creano le loro proprie forme ad ogni momento, e parlano e

si astengono, bevono e non bevono, stanno o vanno, siedono su di una

sedia o scherzano coi bambini sul pavimento, o fanno qualsiasi altra

cosa, in un modo nuovo e naturale, ed imparano che la volontà forte è

sempre di moda. Ciò che la moda richiede è compostezza e soddisfazione

di sè. Un circolo di uomini perfettamente educati dovrebbe essere

un gruppo di persone sensibili, in cui dovrebbero apparire i modi

ed il carattere nativo di ogni uomo. Se l’uomo di moda non ha questa

qualità egli non è nulla. Noi siamo così amanti della fiducia in se

stesso, che perdoniamo in un uomo molti peccati, se egli si dimostrerà

completamente soddisfatto della sua posizione, senza darsi cura della

mia buona opinione o di quella di alcun altro uomo. Ma qualunque

deferenza verso qualche uomo o donna eminente del mondo lo priva d’ogni

privilegio di nobiltà. Egli è un dipendente: io ho nulla da fare

con lui; io voglio parlare con il suo padrone. Un uomo non dovrebbe

andare dove egli non può portare con sè la sua intiera società:

non dico portare materialmente l’intiera cerchia dei suoi amici, ma

atmosfericamente. Egli dovrebbe conservare in una nuova società la

stessa attitudine di mente e la stessa lealtà di rapporti, ai quali lo

spingono le sue relazioni giornaliere, altrimenti egli è privato delle

sue luci migliori, e sarà un orfano anche nel circolo più giocondo.

«Se poteste vedere Vich Jan Vohr con il frak!». Ma Vich Jan Vohr deve

sempre portare questo suo abito in qualche modo, se non come onore,

come vergogna.

Vi saranno sempre nella società uomini messaggeri dell’approvazione, ed

il cui sguardo indicherà subito ai curiosi la loro posizione nel mondo.

Questi sono i ciambellani degli Dei minori. Accettate la loro freddezza

come un augurio di grazia presso le divinità maggiori, e lasciate

ad essi il loro privilegio. Essi sono schietti nel loro ufficio, nè

potrebbero essere così formidabili senza i loro proprii meriti. Ma

non misurate l’importanza di questa classe dalle loro pretese e non

immaginate che un bellimbusto possa essere dispensatore di onori e di

vergogna. Essi pure passano a seconda del loro valore; infatti come

potrebbe avvenire altrimenti in circoli, che esistono come una specie

di ufficio araldico, per la vagliatura del carattere?

La prima cosa che l’uomo vuole dall’uomo è la realtà, così come essa

appare in tutte le forme della società. Noi, separatamente e per

nome, presentiamo le persone le une alle altre. Sappiate davanti a

tutto il cielo ed a tutta la terra che questi è Andrea e che questi

è Gregorio; — essi si guardano negli occhi; si stringono la mano,

per identificarsi e segnalarsi l’uno all’altro. Ciò è una grande

soddisfazione. Un gentiluomo non sfugge mai; i suoi occhi guardano

diritto, ed egli assicura l’altro, prima di tutto, che egli è stato

incontrato. Però che cosa è che noi ricerchiamo nelle numerose visite e

nella larga ospitalità? Sono i vostri panneggiamenti, i vostri quadri

o le vostre decorazioni? Oppure, non domandiamo noi insaziabilmente:

Vi fu un uomo nella casa? Io posso facilmente penetrare in una grande

casa dove vi sia una grande ricchezza, una eccellente adunazione di

lusso e di buon gusto, eppure non trovarvi l’Anfitrione che subordini

queste cose accessorie. Io posso andare in una capanna e trovare un

contadino, il quale sente che egli è l’uomo ch’io venni a vedere e che

mi riceve come tale. Era perciò una cosa molto naturale della vecchia

etichetta feudale, che un gentiluomo il quale ricevesse una visita,

fosse pure del suo sovrano, non lasciasse il suo tetto, ma attendesse

il suo arrivo sulla soglia di casa. Nessuna casa, siano anche le

Tuileries o l’Escuriale, serve a cosa alcuna senza padrone. Eppure

noi spesso non siamo appagati da tale ospitalità. Ognuno di quelli

che conosciamo si orna e si circonda di una bella casa, di bei libri,

di servi, di giardini, di equipaggi, e di ogni genere di sontuosità

da interporre fra sè ed il suo ospite. Non pare che l’uomo sia di

natura scaltra e fraudolenta, e che nulla tema così fortemente come un

incontro faccia a faccia con il suo simile? Ad ogni modo io comprendo

che sarebbe eccessivo abolire del tutto l’uso di queste barriere, che

sono di convenienza grandissima, sia l’ospite troppo grande o troppo

piccolo. Noi raccogliamo insieme molti amici che scherzano gli uni

con gli altri; oppure con lo sfarzo e con gli ornamenti dilettiamo la

gioventù, e proteggiamo la nostra dimora. O se per caso viene alla

nostra porta un ricercatore della realtà, di fronte al quale non

amiamo di soffermarci, allora ancora fuggiamo nella nostra tenda,

e ci nascondiamo come Adamo nel giardino alla voce del Signore. Il

cardinale Caprara, legato del Papa a Parigi, si sottraeva agli sguardi

di Napoleone con un immenso paio di occhiali verdi. Napoleone li vide,

e rapidamente con motteggi ottenne che fossero tolti; eppure Napoleone

alla sua volta non era grande abbastanza, con ottocento mila uomini

dietro di sè, per sostenere lo sguardo d’un uomo libero, ma si riparava

dietro i cerimoniali, e dietro una triplice barriera di riserve:

e come ognuno sa da Madame de Staël, quando si vedeva osservato,

aveva l’abitudine di togliere al suo viso ogni espressione. Ma gli

imperatori e gli uomini ricchi non sono affatto i più abili maestri di

maniere. Nessuna rendita e nessun esercito può elevare la codardia e la

dissimulazione: ed il primo punto della cortesia deve essere sempre la

verità, e per vero tutte le forme della buona educazione segnano tale

via.

Io ho appunto letto ora, nella traduzione di Hazlitt, la relazione di

Montaigne sul suo viaggio in Italia, e da nulla fui più piacevolmente

colpito quanto dai modi di rispetto personale del tempo. In ogni luogo

il suo arrivo era, come l’arrivo di un gentiluomo in Francia, un evento

di una certa importanza. Ovunque egli andava, faceva visita a tutti

i principi e gentiluomini rinomati che incontrava sulla sua strada,

come fosse un dovere verso se stesso e verso la civiltà. Quando egli

lasciava una casa, in cui aveva dimorato per poche settimane, procurava

che il suo stemma vi fosse dipinto od appeso, come un segno perpetuo

per la casa, e come era allora abitudine del gentiluomo.

Il complemento di questo cortese rispetto per se stesso è la deferenza.

E su essa insisto maggiormente che su qualsiasi altro punto della buona

educazione. Mi piace che ogni sedia sia un trono e che su essa vi sieda

un re. Io preferisco una tendenza all’alterigia, che un eccesso di

confidenza. Gli incomunicabili obbietti della natura e l’isolamento

metafisico dell’uomo ci insegnino l’indipendenza. Non diventiamo

troppo familiari. Io vorrei che un uomo entrasse in casa sua passando

attraverso un’anticamera ornata di sculture eroiche e sacre, affinchè

non gli mancasse una visione di calma e di equilibrio. Noi ogni mattina

dovremmo incontrarci come se venissimo da paesi stranieri, e trascorsa

insieme la giornata, dovremmo dipartirci la notte, come se ritornassimo

in paesi stranieri. Sediamo in disparte come degli Dei, parlando da

monte a monte tutto intorno all’Olimpo. Nessun grado di affezione è

necessario che invada questa deferenza. Questa è mirra e ramerino che

fa apparire dolce il resto. Gli amanti dovrebbero mantenere la loro

rigidezza. Se essi perdonano troppo, tutto dilaga nella confusione e

nella bassezza. È facile spingere questa deferenza fino alla costumanza

Chinese; ma la freddezza e la compostezza misurata indicano delle

belle qualità. Un gentiluomo non fa rumore; una signora è serena.

Giustificato è il nostro disgusto per quegli invasori, che riempiono

di disordine la casa dello studioso per proteggere qualche stupida

convenienza. Non minore è il mio disgusto per la volgare simpatia

di ciascuno per le necessità del suo vicino. Deve forse esservi una

reciproca intelligenza con il palato di un altro, come avviene con

quelle sciocche persone che, avendo vissuto molto tempo insieme,

sanno quando ciascuna di esse vuole sale o zucchero? Io prego il mio

compagno che mi chieda del pane se vuole del pane e parimente se vuole

del sassofrasso o dell’arsenico, e non voglio che porga il suo piatto

come se io già sapessi ciò ch’egli vuole. Ogni funzione naturale può

essere innalzata con la ponderazione e il riserbo. Lasciamo la fretta

agli schiavi. I complimenti e le cerimonie della nostra educazione

dovrebbero significare per quanto remotamente il ricordo della

grandezza del nostro destino.

Il fiore della cortesia non ama d’essere toccato, ma se osiamo aprire

un petalo, ed esplorare le parti che lo compongono, noi vi troveremo

anche una qualità intellettuale. Il cervello, come la carne ed il

cuore, deve dare una certa simmetria ai duci degli uomini. Difetto

di maniere è generalmente mancanza di delicate percezioni. Gli uomini

sono fatti troppo rudemente per la raffinatezza dell’atteggiamento e

delle abitudini. Per la buona educazione non è del tutto sufficiente

l’unione della cortesia e dell’indipendenza. Noi imperativamente

richiediamo nei nostri compagni la percezione della bellezza ed il

tributo ad essa. Altre virtù sono richieste nel campo e nell’officina,

ma tuttavia un certo grado di gusto dev’essere desiderato in coloro

che ci sono compagni. Io potrei più facilmente mangiare con colui

che non rispettò la verità e le leggi, che con una persona sudicia

ed impresentabile. Le qualità morali reggono il mondo, ma a breve

distanza i sensi sono dispotici. La stessa discriminazione dell’utile

e del bello sorge in tutte le parti della vita, anche se sorge con

minor vigore. Lo spirito medio delle classi potenti è il buon senso,

che agisce sotto certe limitazioni e con certi fini. Esso gode di ogni

dono naturale: socievole nella sua natura, esso rispetta ogni cosa che

tende ad unire gli uomini. Esso si diletta di ciò che è misura. L’amore

del bello è specialmente amore della misura o della proporzione. Le

persone che urlano od usano il grado superlativo o parlano con ardore,

mettono i saloni in fuga. Se volete essere amato, amate la misura. Se

volete celare la vostra mancanza di misura dovete avere del genio od

un’utilità prodigiosa. Tale percezione della misura scende in campo per

pulire e perfezionare i congegni della macchina sociale. La società

perdonerà molto al genio ed alle sue doti speciali, ma essendo per

sua natura una convenzione, essa ama ciò che è convenzionale o ciò

che è atto ad accumunarsi. Poichè la moda non è buon senso assoluto,

ma relativo; non ha buon senso privato, ma un buon senso che tiene

circolo. Essa odia gli angoli e le asprezze del carattere, odia la

gente attaccabrighe, egoista, solitaria e triste; odia qualsiasi

cosa che possa impedire il comporsi totale delle parti; d’altra parte

essa stima tutte le peculiarità, che possono esistere con una buona

amicizia, quali ricreanti al sommo grado. Oltre allo spirito che serve

ad elevare le buone maniere, è sempre ben venuto nella società elegante

lo splendore diretto del potere intellettuale come la più sontuosa

aggiunta al suo governo ed alla sua valutazione.

La luce deve risplendere per adornare le nostre feste, ma essa deve

essere temperata e addolcita, onde non ci offenda. L’accuratezza

è essenziale alla bellezza, e le rapide percezioni sono essenziali

all’educazione, purchè non siano percezioni troppo rapide. Si può

essere troppo puntuali e troppo precisi. Si deve lasciare l’omniscienza

degli affari alla porta quando si entra nel palazzo della bellezza.

La società ama le nature creole, le maniere languide, che coprono il

senso, la grazia e la buona volontà: ama l’aura accasciante che disarma

la critica; forse perchè le persone di tal natura sembrano riservarsi

per il momento migliore del giuoco, e non si perdono alla superficie.

La società ama l’occhio inesperto, che non vede le noie, i mezzi

termini, gli inconvenienti che fanno aggrottare le sopracciglia ed

opprimono la voce dell’uomo sensibile.

Perciò, oltre alla forza personale ed a quel tanto di percezione che

costituisce il gusto infallibile, la società richiede nelle sue classi

patrizie un altro elemento che essa in modo significativo chiama

«buona natura», e che esprime tutti i gradi di generosità, dal più

semplice desiderio di fare piacere agli altri, fino alle altezze della

magnanimità e dell’amore.

Noi dobbiamo avere una visione chiara, altrimenti ci imbatteremo

gli uni negli altri, e smarriremo la nostra strada; su questo punto

l’intelletto è egoista e sterile. Il segreto del successo in società

sta in una certa cordialità e simpatia. Un uomo che non è ben voluto

in società, non troverà nella sua memoria una parola adatta alla

circostanza: ogni sua frase sarà fuor di proposito. Un uomo che in essa

è felice, trova in ogni momento della conversazione delle occasioni

ugualmente fortunate per dire ciò che egli vuole. I favoriti della

società, quelli che essa chiama «uomini integri» sono degli uomini

abili e più di buon senso che di spirito, scevri di sgradevole egoismo,

e che riempiono di sè il momento e la società nella quale si trovano,

lieti e letificanti sia ad un matrimonio che ad un funerale, ad un

ballo che in una giurìa, ai bagni che alla caccia. L’Inghilterra che è

ricca di gentiluomini, produsse al principio di questo secolo un buon

modello di quel genio, che il mondo ama, in Mr. Fox, che aggiungeva

alle sue grandi abilità la disposizione più socievole ed un vero

amore per l’uomo. La storia parlamentare ha poche pagine migliori del

dibattito nel quale Burks e Fox si divisero alla Camera dei Comuni;

dibattito in cui Fox incalzò il suo vecchio amico con i diritti

dell’antica amicizia con tanta tenerezza, che la Camera fu commossa

fino alle lacrime. Un altro aneddoto v’è e così prossimo al mio

argomento, che io devo citarlo. Un commerciante che io aveva molestato

a lungo per il pagamento di una nota, lo trovò un giorno che stava

contando del denaro, e richiese di essere pagato. «No» disse Fox, «devo

questo denaro a Sheridan; è un debito di onore: se mi capitasse una

disgrazia, egli non avrebbe nessun documento per dimostrarlo». «Allora»

disse il creditore, «io cambio il mio debito, in un debito di onore»

e lacerò la nota. Fox ringraziò il commerciante per la sua fiducia,

e lo pagò dicendo che «il suo debito era più vecchio, e che Sheridan

doveva attendere». Amante della libertà, amico dell’Indo, amico degli

schiavi africani, egli possedette una grande popolarità, e Napoleone

in occasione della sua visita a Parigi nel 1805 disse di lui «Mr. Fox

terrebbe sempre il primo posto nell’assemblea alle Tuilleries».

Noi possiamo facilmente parere ridicoli con il nostro elogio della

cortesia, ogni qualvolta insistiamo sulla benevolenza come suo

fondamento. Il fantasma dipinto della Moda si alza per gettare una

specie di derisione su ciò che noi diciamo. Ma io non sarò spinto

a fare alcuna concessione alla Moda come istituzione simbolica, nè

sarò distolto dalla credenza che l’amore è la base della cortesia.

Noi dobbiamo ottenere _quello_, se possiamo; e dobbiamo ad ogni modo

affermare _questa_. La vita deve molto del suo spirito a questi rudi

contrasti. La moda che pretende essere onore, sovente nell’esperienza

di tutti gli uomini non è che un codice di sala da ballo. Pure fino a

che essa è nell’immaginazione delle migliori teste del nostro pianeta

il cerchio più alto, vi sarà in essa qualche cosa di necessario e

di eccellente; poichè non si può supporre che gli uomini si siano

accordati per essere lo zimbello di una cosa assurda; ed il rispetto

che questi misteri ispirano pur nei caratteri più rudi, e la curiosità

con cui le particolarità dell’alta vita sociale sono lette, dimostrano

l’universalità dell’amore per le maniere raffinate. Io so perfettamente

che si sentirebbe una comica disparità se noi entrassimo nei circoli

riconosciuti aristocratici ad applicare queste terribili misure di

giustizia, di bellezza, e di beneficio agli individui che possiamo

trovare in quelli. Questi cicisbei non sono monarchi ed eroi, saggi

ed amanti. La moda ha molte classi e molte regole di prova e di

ammissione; e non solo le migliori. Non vi è solamente il diritto

di conquista, preteso dal genio — l’individuo che dimostra la sua

aristocrazia naturale la migliore delle migliori; — ma talvolta vi sono

dei minori diritti; però la Moda ama gli uomini celebri e come Circe si

volge a loro. Questo signore giunse questo dopo pranzo dalla Danimarca;

quello è Lord Ride, che giunse ieri da Bagdad; ecco il capitano Friese

reduce dal capo Turnagain; ecco il capitano Symmes, proveniente dal

centro della terra; Monsieur Jovaire che giunse in pallone stamane;

Mr. Hobnail il riformatore; ed il reverendo Jul Bat, che ha convertito

tutta la zona torrida alla sua scuola domenicale; ed il signor Torre

del Greco che estinse il Vesuvio gettandovi dentro la baia di Napoli;

ecco Spahi, l’ambasciatore Persiano; e Tul Wil Shan il nababbo esiliato

dal Nepal, la cui sella è la luna nuova. Ma questi sono i mostri di un

sol giorno, e domani saranno cacciati nelle loro tane; perchè in queste

sale ogni sedia è ricercata. L’artista, lo studioso, ed in generale i

dotti superano l’ascesa di questi luoghi, e si fanno rappresentare qui,

in certo modo sotto l’apparenza di conquista. Un altro modo è quello

di passare attraverso tutti i gradi, passando un anno ed un giorno in

Piazza S. Michele, immergendosi nell’acqua di Colonia, profumandosi,

pranzando, facendosi presentare, ed essendo sapientemente edotto d’ogni

biografia e politica ed aneddoto dei «boudoirs».

L'anima, la natura e la saggezza · 第 26 / 32 段