che prevalsero fin dal loro ingresso ed incatenarono i sensi; così
successe al Mago orientale, mandato a verificare i meriti di Zertusht
o Zoroastro. Quando il saggio Yunani giunse a Balk, (ci dicono i
Persiani) Gushtasp fissò un giorno, in cui i Mobeds di tutte le nazioni
dovessero adunarsi, ed una sedia d’oro fu collocata per il saggio
Yunani. Allora il prediletto di Yezd, il profeta Zertusht s’avanzò nel
mezzo dell’assemblea. Il saggio Yunani vedendo quel capo, disse: «Tale
aspetto e tale portamento non possono mentire, e nulla all’infuori
della verità può procedere da essi». Platone diceva che era impossibile
non credere nei figli degli dèi, «sebbene essi dovessero parlare senza
argomenti attendibili o necessari». Io mi stimerei molto sfortunato
nei miei compagni se non potessi aver fede nelle cose migliori della
storia. «Giovanni Bradshaw — dice Milton — appare come un console, le
cui insegne non debbono cadere nell’anno; onde voi lo riguardereste
come colui che siede per giudicare i re non in quel tribunale
solamente, ma per tutta la vita». Io trovo più credibile (poichè è
insegnamento più antico), che un solo uomo conosca il cielo, come
dicono i Cinesi, piuttosto che molti uomini conoscono il mondo. «Il
principe virtuoso compara gli dèi senza alcun preconcetto. Egli attende
cento secoli, finchè un saggio venga e non dubita. Colui che compara
gli dèi senza preconcetti, conosce il cielo; colui che attende cento
secoli finchè un saggio venga, senza dubitare, conosce gli uomini. Di
qui il principe virtuoso si muove e per secoli domina la via». Ma non
vi è bisogno di ricercare gli esempi remoti. Ben ottuso osservatore è
colui, al quale la propria esperienza non ha insegnato la realtà e la
forza della magia così bene come quella della chimica. Il più freddo
moralista non può uscire senza imbattersi in inesplicabili influssi. Un
uomo fissa su di lui i suoi occhi, ed i sepolcri della memoria rendono
i loro morti; egli deve consegnare i segreti che lo rendono infelice
sia nel celarli come nell’esprimerli; — un altro uomo lo guarda, ed
egli non può parlare e le ossa del suo corpo paiono perdere tutte le
loro cartilagini; il giungere di un amico gli dona grazia, audacia ed
eloquenza; e vi sono delle persone che egli deve ricordare, le quali
diedero un’espansione trascendente al suo pensiero ed accesero una
nuova vita nel suo petto.
Che cosa vi è di così eccellente come le strette relazioni
dell’amicizia, quando esse sorgono da profonda radice? La risposta
sufficiente per lo scettico che dubita del potere e della forza
dell’uomo, sta in questa possibilità d’una lieta corrispondenza fra
persone, corrispondenza che forma la fede e l’abito di tutti gli uomini
ragionevoli. Io non conosco cosa alcuna offerta dalla vita che sia
così soddisfacente come la profonda intelligenza che può sussistere
fra due uomini virtuosi dopo lungo scambio di buoni uffici, ognuno
dei quali è sicuro di se stesso e sicuro del suo amico. È questa una
felicità che lascia di gran lunga indietro tutte le altre soddisfazioni
e diminuisce l’importanza della politica, del commercio e della chiesa.
Poichè quando gli uomini incontreranno, come essi devono, ciascuno
un benefattore, un condottiero di stelle, rivestiti di pensieri e di
fatti e di cose compiute, si avrà la festa della natura, annunziata da
tutte le cose. L’amore fra i sessi è il primo simbolo di tale amicizia,
come tutte le altre cose sono il simbolo dell’amore. Le relazioni con
gli uomini migliori, che una volta considerammo come il romanzo della
gioventù, divengono, con il progredire del carattere, il più sicuro
godimento.
Se fosse possibile vivere in giusti rapporti con gli uomini! se
potessimo astenerci dal domandar loro cosa alcuna, dal richiedere la
loro lode, il loro aiuto e la loro pietà, ed accontentarci di sospinger
loro attraverso la virtù delle leggi più antiche! Non potremmo noi
trattare con poche persone o con una persona sola secondo gli statuti
non scritti, e fare uno sperimento della loro efficacia? Non potremmo
noi restituire al nostro amico il dono della sincerità, del silenzio,
dell’indulgenza? È necessario per noi esser così smaniosi di cercare
l’amico? Se siamo in rapporti tra di noi, noi ci incontreremo. Era
tradizione del mondo antico che nessuna metamorfosi potesse nascondere
un dio ad un altro dio; e c’è un verso greco che dice: «Gli dèi non
sono sconosciuti l’uno all’altro». Gli amici pure seguono le leggi
della necessità divina, essi gravitano uno verso l’altro, e non possono
fare altrimenti.
La loro relazione non è fatta, ma concessa. Gli dèi devono sedersi essi
stessi senza siniscalco nel nostro Olimpo, e possono installarvisi per
anzianità divina. Se si hanno delle pene, se gli associati sono portati
alla distanza di un miglio per incontrarsi, la società è rovinata. E se
essa non è società, è un’accozzaglia malsana, bassa e degradante, anche
se è composta dei migliori. Tutta la grandezza di ciascuno di essi si
ritrae ed ogni debolezza è in penosa attività, come se gli Olimpici
dovessero incontrarsi per scambiarsi delle tabacchiere.
La vita procede. Noi inseguiamo qualche disegno fuggente o siamo
spinti da qualche timore o comando che sta dietro di noi. Ma se
improvvisamente incontriamo un amico, ci fermiamo; il nostro calore e
la nostra fretta ci appaiono sufficientemente sciocchi e si richiede
ora il riposo, ora il godimento ed il potere di magnificare quel dato
momento con le risorse del cuore. Il momento è tutto, in tutte le
nobili relazioni.
Una persona divina è la profezia della mente, un amico è la speranza
del cuore. La nostra beatitudine attende il compimento di questi «due
in uno». Le età schiudono questa forza morale. Ogni forza è l’ombra od
il simbolo di quella. La poesia è ricca di gioia e di forza, perchè
trae da essa la sua ispirazione. Gli uomini scrivono i loro nomi
nel mondo quando essi sono paghi di questo. La storia è stata vile,
le nostre nazioni sono state accozzaglia di gente; noi non abbiamo
mai veduto un uomo; noi non conosciamo ancora tale forma divina, ma
conosciamo solo il sogno e la profezia di essa; non conosciamo i modi
maestosi che gli appartengono, quei modi che placano ed esaltano colui
che contempla. Noi osserveremo un giorno che l’energia più segreta
è quella più pubblica; che la qualità equivale alla quantità; che la
grandezza del carattere agisce al buio, e soccorre coloro che mai la
videro. Quella grandezza che è già apparsa, è per noi un principio
ed un incoraggiamento in questa via. La storia, scritta dal mondo,
di quegli dèi e di quei santi che ha poi adorati, sono documenti di
carattere. I secoli hanno esultato per le azioni di un giovane, che
non dovette nulla alla fortuna; che fu impiccato alle forche della
sua nazione; che per le purissime qualità della sua natura sparse uno
splendore epico intorno ai fatti della sua morte e che trasfigurò,
per gli occhi del genere umano, ogni simbolo particolare in un simbolo
universale. Questa grande rovina è fin d’ora il nostro fatto più alto.
Ma la mente vuole una vittoria sui sensi; una forza di carattere che
converta il giudice, il giurato, il soldato ed il re; che governi le
virtù animali e minerali, e che si confonda con il corso dell’alburno,
dei fiumi, dei venti, delle stelle e degli agenti morali.
Se noi non possiamo raggiungere d’un balzo queste grandezze, rendiamo
almeno loro omaggio. Nella società grandi vantaggi e grandi danni sono
posti per il possessore. La massima prudenza è necessaria nei nostri
giudizi privati. Io non perdono ai miei amici la colpa di conoscere
un bel carattere e di intrattenerlo con una grata ospitalità. Quando
finalmente ciò che abbiamo sempre desiderato viene e ci illumina
con raggi giocondi, che provengono da quella terra celeste, l’essere
ruvidi, l’essere difficili ed il trattare un tale visitatore con il
linguaggio e la diffidenza della strada, dimostrano una volgarità
che pare debba chiudere le porte del cielo. Questa è la confusione,
questa è la vera pazzia dell’anima che non si riconosce più, e non
sa dove il suo dovere, la sua religione, la chiamino. Vi è qualche
altra religione all’infuori di questa, la quale ci insegna che ovunque
fiorisce in questo immenso deserto dell’essere il sentimento sacro che
coltiviamo, esso fiorisce per me? Se nessuno vede ciò, io lo vedo;
io sono informato, anche se solo, della grandezza del fatto. Mentre
esso fiorisce io celebrerò il mio sabbato, il mio giorno santo, e
sospenderò la mia tristezza, le mie follie, le mie burle. La natura è
lieta della presenza di questo ospite. Vi sono molti occhi che possono
scoprire ed onorare le prudenti e domestiche virtù, vi sono molti che
possono discernere il Genio sul suo cammino cosparso di stelle, anche
se la folla ne è incapace; ma quando quell’amore che tutto soffre,
tutto schiva, tutto agogna, che ha giurato a se stesso che vi sarà un
meschino ed un folle in questo mondo piuttosto che macchiare le sue
bianche mani con qualche accondiscendenza, viene nelle nostre strade e
nelle nostre case — solamente gli uomini puri e coloro che hanno delle
aspirazioni possono vedere il suo viso, e l’unico omaggio che possono
rendergli è quello di riconoscerlo.
QUARTO SAGGIO
LE MANIERE
Si dice che una metà del mondo non sappia come l’altra metà viva.
La nostra Spedizione Esploratrice vide gli isolani Feejee pranzare
con delle ossa umane, e si dice che essi mangino le loro mogli ed i
loro bambini. L’economia domestica degli odierni abitanti di Gournou
(all’ovest dell’antica Tebe) è ristretta fino alla deficienza. Infatti
per metter su casa sono sufficienti due o tre recipienti di terra,
una pietra per fare la farina ed una coltre che serve da letto. La
casa, cioè, questa specie di tomba, è apparecchiata senza pigione od
imposta. La pioggia non può passare attraverso il tetto; la porta non
c’è, perchè di porta non v’è bisogno, essendovi nulla da perdere. Se a
loro non piace la casa, se ne vanno ed entrano in un’altra, essendovene
parecchie centinaia a loro disposizione. «È alquanto singolare, —
aggiunge il Belzoni, al quale dobbiamo questa narrazione, — parlare
di felicità fra un popolo, che abita nei sepolcri, fra gli scheletri e
gli avanzi di una nazione antica, che essi completamente ignorano». Nei
deserti di Borgoo, i Rock-Tibboos abitano ancora in caverne, come le
rondini delle roccie, ed il loro linguaggio è comparato dai loro vicini
allo strido del pipistrello ed al fischio degli uccelli. I Bornoos
non hanno nomi proprii; gli individui sono chiamati a seconda della
loro statura, della loro grossezza o di altre qualità accidentali, ed
hanno semplicemente dei soprannomi. Ma il sale, i datteri, l’avorio
e l’oro, per i quali queste orribili contrade sono visitate, trovano
il loro smercio in paesi dove il compratore ed il consumatore possono
difficilmente essere collocati nella stessa razza di questi cannibali e
ladri di uomini; paesi ove l’uomo usa i metalli, il legno, la pietra,
il vetro, la gomma, il cotone, la seta e la lana; dove egli onora se
stesso con l’architettura; dove scrive leggi, dove sopratutto compone
una società eletta che viaggia attraverso tutti i paesi degli uomini
intelligenti; un’aristocrazia costituitasi da se stessa o se più vi
piace una fratellanza degli uomini migliori, che senza leggi scritte o
consuetudini di alcuna specie si perpetua, colonizza ogni isola nuova,
ed adatta e fa sua qualsiasi bellezza personale o dote straordinaria
nativa, ovunque essa appaia.
Quale fatto più saliente nella storia moderna della creazione del
«gentiluomo»? La cavalleria, la lealtà, e nella letteratura inglese la
metà dei drammi e tutte le novelle da Sir Filippo Sidney a Sir Walter
Scott, dipingono questa figura. La parola _gentiluomo_, che, come
la parola Cristiano deve d’ora in avanti caratterizzare il presente
secolo ed i pochi precedenti, per l’importanza che le si riferisce è
un omaggio a certe incomunicabili doti personali. Attributi frivoli e
fantastici si associarono al nome, ma il costante interessamento del
genere umano per esso dev’essere attribuito alle proprietà preziose
che esso designò. Un elemento che unisce il più strettamente possibile
uomini di ogni paese, che li rende intelligibili e piacevoli gli
uni agli altri, non può essere un prodotto casuale, ma deve essere
un giusto risultato del carattere e delle facoltà riconosciute
universalmente negli uomini. Esso pare un medium permanente; come
l’atmosfera è una permanente composizione, contrariamente a tanti
gaz che sono combinati solo per essere scomposti. _Comme il faut_,
è la definizione francese della buona società, del _come dobbiamo
essere_. Il «gentiluomo» è un frutto spontaneo delle inclinazioni e
dei sentimenti di quella classe che ha precisamente maggior vigore,
che prende la direttiva del mondo in questo tempo; classe che sebbene
lontana dall’essere pura, lontana dal costituire la più lieta e più
alta espressione del sentimento umano, è buona tanto quanto l’intiera
società le permette di esserlo. Esso è creato dallo spirito più che dal
talento degli uomini, ed è un risultato complesso nel quale ogni grande
forza entra come ingrediente, cioè, ingegno, virtù, talento, bellezza,
ricchezza e potere.
Vi è qualche cosa di equivoco in tutte le parole usate per esprimere
l’eccellenza dei modi e l’educazione sociale, perchè le quantità sono
variabili, e l’ultimo effetto è ricevuto dai sensi come se fosse la
causa. La parola _gentiluomo_ non ha alcun correlativo astratto per
esprimere la qualità. Ma noi dobbiamo tener viva nel vernacolo la
distinzione fra «andazzo», parola di senso ristretto e spesso sinistro,
ed il carattere nobile, che il gentiluomo porta con sè. Le parole
usuali, però, devono essere rispettate: si troverà che esse contengono
la radice della cosa. Il punto di distinzione in tutta questa serie di
nomi come cortesia, cavalleria, moda e simili, è che il fiore ed il
frutto sono tenuti in considerazione, e non il seme dell’albero. La
bellezza in questo caso è lo scopo e non il valore. Il fatto ora in
discussione, sebbene le nostre parole facciano intendere abbastanza
bene il sentimento popolare, è se l’apparenza supponga una sostanza.
Il gentiluomo è un uomo di verità, signore delle sue proprie azioni ed
esprimente un dominio nella sua condotta, in nessun modo dipendente e
servile ad altre persone od opinioni o possessioni. Oltre questo fatto
di verità e di forza reale, la parola denota buon cuore e benevolenza:
virilità prima, e gentilezza poi. L’idea popolare certamente aggiunge
a questo termine una condizione di agiatezza e di fortuna; ma questa
è un risultato naturale della forza personale e dell’amore, che essi
dovrebbero possedere per distribuire i beni del mondo. In tempi di
violenza, ogni persona eminente dovette trovare molte occasioni per
far valere la sua forza ed il suo valore; perciò il nome di ogni uomo,
che ai tempi del feudalismo emerse un poco dalla massa, risuona alle
nostre orecchie come il clamore di una tromba. Ma la forza personale
non decade mai. Essa è ancora sovrana oggi, e nell’instabile folla
della buona società gli uomini di valore e di forza sono conosciuti,
e s’innalzano al posto che loro spetta. La competizione è trasferita
dalla guerra alla politica ed al commercio, di conseguenza la forza
personale appare immediatamente in questi nuovi campi.
Il potere innanzi tutto è necessario, se si vuole una classe dirigente.
Nella politica e nel commercio i pugilatori ed i pirati sono una
promessa migliore che gli oratori e gli impiegati. Dio sa che tutte
le classi dei gentiluomini battono alla sua porta; ma ogni qualvolta
questo termine sia strettamente usato e con una certa importanza, si
vedrà che esso indica un’energia originaria. Esso delinea un uomo,
che sta nel suo proprio diritto ed opera con metodi suoi proprii. In
un buon padrone vi deve essere per prima cosa un buon animale, almeno
fino al punto da concedere i vantaggi incomparabili degli spiriti
animali. Le classi dirigenti devono avere di più ma debbono avere anche
questi requisiti, dando ad ogni gruppo di persone quel senso di potere
che rende facile a farsi quelle cose, che incutono timore al saggio.
La società della classe dominante, nelle sue adunanze amichevoli e
festive, è piena d’un coraggio e d’un’audacia, che intimidiscono il
pallido studioso. Il coraggio che le ragazze di tale società dimostrano
è come una battaglia di Lundy Lane od un combattimento in mare.
L’intelletto si confida alla memoria per avere qualche soccorso onde
affrontare questi squadroni estemporanei. Ma la memoria in presenza di
questi improvvisi padroni è un vile mendicante con canestro e bastone.
I rettori della società devono essere allo stesso livello dell’attività
del mondo, e pari al loro ufficio multiforme: debbono essere uomini
dall’impronta cesarea, dotati d’un grande raggio di affinità. Io sono
lontano dal credere nella timida massima di Lord Falkland («che la
compitezza debba essere duplice, poichè un individuo audace passerà
attraverso le forme più abili») e sono di opinione che il gentiluomo
è l’individuo ardito, le cui forme non possono violarsi; e che solo
la natura è giusta signora della compitezza di qualsiasi persona con
la quale essa conversa. Il mio gentiluomo detta la legge ove egli si
trova; egli sorpasserà in preghiera i santi nella cappella; sarà più
capitano dei veterani sul campo di battaglia ed in un salone sarà al
di sopra di ogni cortesia. Egli è un buon compagno per i pirati, ed un
buon compagno per gli accademici; cosicchè è inutile il fortificarsi
contro di lui; egli ha uno spiraglio segreto in tutte le menti, ed io
potrei tanto facilmente escludere me stesso quanto lui. I gentiluomini
celebri dell’Asia e dell’Europa hanno avuto questo carattere vigoroso:
Saladino, Sapor, il Cid, Giulio Cesare, Scipione, Alessandro, Pericle,
ed i maggiori personaggi. Essi sedettero con molta noncuranza sui loro
seggi, e furono troppo eccellenti essi stessi per dare valore ad una
condizione qualsiasi.
Secondo l’opinione popolare è necessaria una grande fortuna per
completare questo uomo di mondo. Il denaro non è essenziale, ma lo è
quella grande affinità, che trascende le consuetudini della camarilla
o della casta, e che si fa sentire dagli uomini di tutte le classi.
Se l’aristocratico è forte solamente nei circoli alla moda e non con i
trafficanti, egli non sarà mai un condottiero popolare; e se l’uomo del
popolo non può parlare in termini uguali con il gentiluomo, cosicchè
questi senta che quegli è realmente del suo proprio rango, nulla è da
temersi. Diogene, Socrate ed Epaminonda, che hanno scelto lo stato
di povertà quando quello di ricchezza era loro ugualmente aperto,
sono gentiluomini del miglior sangue. Io uso questi vecchi nomi, ma
gli uomini dei quali parlo, sono miei contemporanei. Il destino non
concederà ad ogni generazione uno di questi cavalieri compiti; ma
ogni gruppo di uomini mette in mostra qualche tipo della sua classe:
e la politica di questo paese, ed il commercio di ogni città sono
controllati da questi costanti ed irresponsabili fattori, che hanno
l’abilità d’assumerne la direzione e di cattivarsi una larga simpatia
che li pone in relazione con le folle, e rende popolari le loro azioni.
I modi di tale classe d’uomini sono osservati ed appresi con ossequio
dagli uomini di gusto. L’associazione di questi dominatori fra di
loro e con uomini consci dei loro meriti, è reciprocamente piacevole
e stimolante. Le buone forme, le più felici espressioni di ciascuno
di essi sono ripetute ed adottate. Per rapido consenso ogni cosa
superflua è abbandonata, ogni cosa graziosa ripresa. I bei modi
appaiono terribili all’uomo ineducato. Essi sono una scienza sottile di
difesa per parare od intimidire; ma una volta pareggiati dall’abilità
dell’altra parte, essi abbassano la punta della spada: puntate e parate
scompaiono, e il giovane si trova in un’atmosfera più trasparente,
dove la vita è un giuoco meno agitato e nessun malinteso sorge fra
i giuocatori. Le maniere tendono a facilitare la vita, a sbarazzarsi
degli impedimenti e portano l’uomo puro al vigore. Esse promuovono i
nostri scambii e le nostre conversazioni come una ferrovia promuove
il viaggiare, allontanando tutti gli impedimenti della strada, e
non lasciando nulla da conquistare, eccetto che lo spazio. Queste
forme molto presto diventano stabili, ed un fine senso di correttezza
coltivato con maggior cura diviene un pegno di distinzione sociale
e civile. Così cresce la Moda, apparenza equivoca, la più potente,
fantastica e frivola, la più temuta e la più seguita, che la morale e
la violenza assaltano invano.
Esiste una stretta relazione fra le classi che hanno il potere e le
società aristocratiche e raffinate: queste contengono e conterranno
sempre quelle. Gli uomini forti abitualmente concedono una certa
larghezza alle petulanze stesse della moda, per quella tale affinità
che trovano in essa. Napoleone, figlio della rivoluzione, distruggitore
della vecchia nobiltà, non cessò mai di corteggiare il Faubourg St.
Germain: indubbiamente per il sentimento che la moda è un omaggio agli
uomini del suo stampo. La Moda rappresenta, sebbene in uno strano modo,
tutte le virtù virili. Essa è virtù che ha fatto il seme: è una specie
di onore postumo. Essa spesso non accarezza i grandi, ma i figli dei
grandi: essa è la sala del passato: comunemente si pone contro i grandi
del presente. I grandi uomini di solito non sono nelle sue camere: essi
sono assenti nel campo: essi operano, non trionfano: la moda è fatta
dai loro figliuoli; da coloro cioè che per valore e virtù di qualcuno
hanno acquistato lustro per il loro nome, segni di distinzione, mezzi
di raffinamento e di generosità e nella costituzione fisica una certa
floridezza e prestanza che assicura loro se non l’altissimo potere
di operare, almeno l’alto potere di godere. La classe che ritiene il
potere, gli eroi operanti, i Cortez, i Nelson, i Napoleoni, vedono che
questa Moda è la festa e la celebrazione permanente degli uomini del
loro tipo; che la moda è talento consolidato, che il Messico, Marengo e
Trafalgar, sono superati: che i brillanti nomi della moda coprono ora
altri nomi, come i loro coprirono quelli di cinquanta o sessanta anni
fa. Essi sono i seminatori, i loro figli saranno i raccoglitori, ed
i figli di questi, secondo lo svolgersi normale delle cose, dovranno
cedere il possesso del raccolto a nuovi competitori dagli occhi più
perspicaci e dalle costituzioni più salde. La città è rinvigorita dalla
campagna. Nell’anno 1805, si dice, ogni legittimo monarca in Europa
era scemo. La città sarebbe morta, marcita, esplosa da molto tempo se
non fosse stata rinforzata dalla campagna. È la campagna inurbatasi due
giorni fa, che oggi è città e corte.
L’aristocrazia e la moda sono dei prodotti inevitabili. Queste mutue
elezioni sono indistruttibili. Se esse provocano l’ira nelle classi
meno favorite, e la maggioranza esclusa si vendica escludendo la
minoranza con il pugno possente e la uccide, subito una nuova classe
sorge alla sommità, così come la panna sale alla superficie di una
scodella di latte: e se il popolo distruggesse classe dopo classe,
finchè due soli uomini rimanessero, uno di questi sarebbe il duce, e
sarebbe involontariamente servito ed imitato dall’altro. Voi potete
tenere questa minoranza lontana dal vostro sguardo e dalla vostra
mente, ma essa è gelosa della vita, e rappresenta una delle potenze
del regno. Io sono maggiormente colpito da questa tenacia quando
osservo il suo operato. Essa rispetta l’amministrazione di cose così
poco importanti, che noi non cercheremmo alcuna durabilità nel suo
reggersi. Noi incontriamo talora uomini che giacciono sotto qualche
forte influsso morale, patriottico, letterario e religioso, ecc.
e sentiamo che il sentimento morale domina l’uomo e la natura. Noi
pensiamo che tutte le altre distinzioni e tutti gli altri legami sono
deboli e fuggitivi, quali ad esempio quello della casta o della moda;
eppure venite di anno in anno e vedete quanto permanente esso sia nella
vita del contadino di Boston o di New York, dove pure non ha il più
piccolo appoggio nella legge del paese. In Egitto o nell’India non v’è
barriera più salda e più insormontabile. Qui vi sono associazioni, i
cui vincoli passano sopra, sotto ed attraverso a tale legame: adunanze
di mercanti; corpi militari; associazioni politiche, professionali;
convenzioni religiose, ecc. Le persone di tali gruppi sembrano tenersi
inseparabilmente vicine; eppure sciolta l’assemblea esse non si
ritroveranno più in tutta la lunghezza dell’anno. Ognuno ritorna al suo
grado nella scala della buona società: la porcellana rimarrà porcellana
e la terra terra. Gli obbietti della moda possono essere frivoli, o
la moda può essere senza obbietti, tuttavia la natura di quest’unione
e di questa scelta può essere nè frivola nè accidentale. Il grado di
ogni uomo, in tale graduatoria perfetta, dipende da qualche simmetria
della sua struttura con la simmetria della società. Le sue porte si
aprono istantaneamente al richiamo naturale della propria specie.
Un gentiluomo per natura potrà entrarvi ed escludere il più vecchio
patrizio, che abbia perduto il suo intrinseco grado. La moda capisce
se stessa; la buona educazione di ogni paese, la superiorità personale
prontamente fraternizzano con quelle di qualsiasi altro paese. I capi
delle tribù selvagge si sono distinti a Londra ed a Parigi per la
purità dei loro modi.