dei genii, come nella guerra, nel governo o nelle lettere; e non
è da dirsi la ragione per cui questo o quell’uomo è fortunato.
Essa giace nell’uomo! Ecco quanto ognuno può dirvi. Guardatelo e
saprete facilmente perchè egli riesca; così, vedendo Napoleone, voi
comprendereste il perchè della sua fortuna. Noi riconosciamo negli
obbietti nuovi il vecchio giuoco, l’abitudine di fronteggiare il
fatto, e non di trattarlo di seconda mano, attraverso le percezioni di
qualcun altro. A voi pare che la natura stessa autorizzi il commercio,
allorchè vedete il mercante naturale, che appare non come un agente
privato, ma come il fattore di essa e come il ministro stesso del
commercio. La sua probità naturale s’accorda con la sua conoscenza
profonda della struttura della società per innalzarlo al disopra degli
inganni; ed egli comunica a tutti la propria fede che i contratti non
hanno interpretazioni personali. Le abitudini della sua mente sono in
relazione alle norme dell’equità naturale e del vantaggio pubblico;
egli ispira il rispetto ed il desiderio di trattare con lui, sia per la
serena aura di onorabilità che lo accompagna, sia per il godimento che
lo spettacolo di tanta abilità procura. Questo commercio immensamente
vasto, che getta i suoi moli ai limiti estremi dell’oceano del sud,
e fa dell’oceano Atlantico il suo posto favorito, ha il suo nocciolo
soltanto nel suo cervello; e nessuno nell’universo può prendere il
suo posto. Io vedo molto chiaramente che egli ha lavorato duramente
stamane nel suo salotto, con quelle ciglia corrugate, con quell’aspetto
tranquillo, che ogni suo desiderio d’essere gentile non può scuotere.
Io vedo chiaramente quante azioni salde sono state compiute; quanti
coraggiosi _no_ sono stati oggi detti, mentre altri avrebbero
pronunciato dei rovinosi _sì_. Io vedo, con l’orgoglio dell’arte
e l’abilità del calcolo magistrale ed il potere della combinazione
lontana, la sua consapevolezza di essere un agente e un compagno di
giuoco delle leggi originarie del mondo. Egli crede anche che nessuno
può supplirlo, e che un uomo deve essere nato per il commercio,
altrimenti non lo imparerà mai.
Questa virtù attira maggiormente lo spirito quando appare in azione
per fini meno complessi. Essa opera con la maggior energia nelle più
piccole società e nelle relazioni private. Essa è in tutti i casi un
agente straordinario ed inestimabile. L’eccesso della forza fisica
è paralizzato da esso. Le nature superiori dominano le inferiori con
il comunicare ad esse una specie di sonno. Le facoltà sono rinchiuse
e non offrono resistenza. Forse questa è la legge universale. Quando
un grande non può attirare un piccolo a sè, lo intorpidisce, come un
uomo annulla con l’inganno la resistenza degli animali inferiori. Gli
uomini esercitano l’uno sull’altro un simile potere occulto. Quante
volte l’impero di un vero maestro non ha realizzato tutti i racconti
della magìa! Una corrente di dominio sembrò scorrere dai suoi occhi
negli occhi di coloro che lo contemplarono, un torrente di luce
vivissima e mesta, come un Ohio od un Danubio, che li pervase con
i suoi pensieri, e tinse tutti gli avvenimenti con il colore della
sua mente. «Quali mezzi avete impiegati?» fu la domanda rivolta alla
moglie di Concini, riguardo alle sue relazioni con Maria de’ Medici;
e la risposta fu: «Solo l’impero che ogni mente forte ha su di una
mente debole». Cesare incatenato non può dunque liberarsi dai suoi
ferri e metterli sulla persona di Hippo o di Thraso il carceriere?
È una catena di ferro un legame così immutabile? Supponiamo che un
negriero, sulle spiaggie della Guinea, prenda a bordo una truppa di
schiavi, nella quale si trovino persone dello stampo di Toussaint
L’Ouverture: oppure immaginiamo che sotto queste nere maschere egli
abbia un plotone di Washington incatenati? Quando essi arrivano a Cuba,
l’ordine relativo delle persone della nave sarebbe lo stesso? Nulla vi
sarebbe eccetto corda e ferro? Non vi sarebbe dunque amore o riverenza?
Non vi sarà mai dunque uno sprazzo di ragione nella mente di un povero
schiavo-capitano; e non potrà egli dunque essere considerato giovevole
per rompere od eludere od in qualsiasi modo infrangere la pressione di
un pollice o due di un anello di ferro?
Il carattere è un potere naturale, come la luce od il calore, e tutta
la natura coopera con esso. La ragione per cui sentiamo la presenza
di un uomo e non sentiamo quella di un altro, è tanto semplice
quanto la gravità. La verità è il vertice dell’essere, la giustizia
è l’applicazione di essa agli affari. Tutte le nature individuali
saranno in una gradazione corrispondente alla purezza in esse di
questo elemento. La volontà di quelli che sono puri fluisce da essi in
altre nature, come l’acqua scorre da un recipiente più alto in uno più
basso. Questa forza naturale non può essere maggiormente contrastata
di quanto lo possa essere qualsiasi altra legge naturale. Noi possiamo
gettare una pietra in alto e farla salire per un momento nell’aria, ma
è pur vero che tutte le pietre eternamente cadranno; allo stesso modo
possiamo citare esempi di furti non puniti o di menzogne credute; pure
è vero che la giustizia deve aver la superiorità e che è privilegio
della verità quello di farsi credere. Il carattere sta in questo
ordine morale, veduto attraverso il medium di una natura individuale.
Un individuo è un recipiente. Il tempo e lo spazio, la libertà e la
necessità, la verità ed il pensiero, non sono più lasciati sciolti.
Ora l’universo è un recinto od un stabulario. Tutte le cose esistono
nell’uomo, colorite dalle disposizioni della sua anima. Egli influisce,
con quella disposizione che è in lui, su tutta la natura che egli
può abbracciare; nè egli tende a perdersi nell’immensità; ma in una
curva qualsiasi tutte le sue relazioni ritornano infine al suo proprio
bene. Egli dà anima a tutto ciò che può, e vede solo ciò che egli ha
animato. Egli racchiude in sè il mondo come il patriota racchiude il
suo paese, come base materiale per il suo carattere e come teatro per
la sua azione. Un uomo vigoroso sta unito al Giusto ed al Vero, come
la bussola sta rivolta al polo; cosicchè egli è per tutti coloro che lo
osservano un oggetto trasparente posto fra essi ed il sole, e chiunque
viaggia verso il sole viaggia verso di lui. Egli è così il medium del
più alto dominio per coloro che non stanno al suo proprio livello. A
questo modo gli uomini di carattere sono la coscienza della società
alla quale essi appartengono.
La misura naturale di questo potere sta nella resistenza alle
circostanze. Gli uomini impuri considerano la vita quale è rispecchiata
nelle opinioni, negli eventi e nelle persone. Essi non possono vedere
l’azione finchè essa non è compiuta. Eppure il suo elemento morale
preesisteva nell’attore, ed era facile predire se la sua disposizione
fosse giusta od ingiusta. Ogni cosa nella natura è bipolare ed ha
un polo positivo ed uno negativo. Vi è il maschio e la femmina, lo
spirito ed il fatto, il nord ed il sud. Lo spirito è quello positivo,
il fatto è quello negativo. La volontà è il polo nord, l’azione quello
sud. Del carattere si potrebbe affermare che ha la sua sede naturale
in quello nord. Esso spartisce le correnti magnetiche del sistema.
Le anime deboli sono trascinate verso il polo sud o quello negativo.
Esse tengono lo sguardo rivolto al profitto od al danno dell’azione.
Esse non osservano mai un principio, finchè non lo trovano incorporato
in una persona. Esse non desiderano d’essere amabili, ma d’essere
amate. Una classe di caratteri si compiace di udire enumerati i suoi
difetti; un’altra non si compiace. Tali caratteri adorano gli eventi;
assicurateli di un fatto, di una relazione, di una connessione di
circostanze ed essi non chiederanno di più. L’eroe vede che l’evento
è subordinato; esso deve seguire lui. Un dato ordine di eventi non
ha il potere di procurargli quella soddisfazione che l’immaginazione
si riprometteva; l’anima della bontà sfugge da qualsiasi serie di
circostanze, mentre la prosperità appartiene ad un certo spirito,
che introdurrà quel potere e quella vittoria che sono i suoi frutti
naturali in qualsiasi ordine di eventi. Nessun mutamento di circostanze
può riparare un’imperfezione del carattere. Noi magnifichiamo la
nostra emancipazione da molte superstizioni; ma se abbiamo rotto
qualche idolo fu solo per un trasferimento della nostra idolatria.
Che cosa ho acquistato io che non sacrifico più un toro a Giove od a
Nettuno, od un topo ad Ecate; che non tremo più d’avanti alle Eumenidi
od al Purgatorio Cattolico od al Giudizio Universale dei Calvinisti
— se io tremo ancora di fronte all’opinione, all’opinione pubblica
come la chiamiamo; oppure se tremo alla minaccia di un assalto, o di
fronte ad una contumelia, od a cattivi vicini, od alla povertà, od
alla mutilazione, od al rumore di una rivoluzione o di un delitto?
Se io tremo, quale importanza ha la ragione per cui tremo? I nostri
propri vizi prendono forma in questo o quel modo, a seconda del sesso,
dell’età o del temperamento della persona, e se siamo atti al timore,
presto incontreremo dei terrori. L’ingordigia o la malignità che mi
rattristano, e che io ascrivo alla società, sono invece mie proprie.
Io sono sempre circondato dal mio _io_. D’altra parte la rettitudine
è una vittoria perenne celebrata non da grida di gioia, ma dalla
serenità, che è gioia stabile od abituale. Il dover ricorrere agli
eventi per avere la conferma della nostra verità e del nostro valore
è cosa umiliante. Il capitalista non corre ad ogni ora dall’agente
di cambio per trasformare i suoi profitti in moneta sonante; egli
è sufficientemente soddisfatto nel leggere nei listini di borsa che
i suoi titoli sono saliti. La stessa gioia che si produrrebbe in me
per l’avvento delle migliori vicende nel migliore dei modi, io devo
imparare a gustar più pura, avvertendo il miglioramento della mia
posizione ora per ora e del mio dominio sulle vicende che io desidero.
L’esultanza deve essere solamente intiepidita dalla previsione di un
ordine di cose così eccellenti, da gettare tutte le nostre prosperità
nell’ombra più completa.
Il carattere ha per me il viso di colui che basta a se stesso. Io
onoro colui che produce ricchezza; cosicchè non posso figurarmelo
abbandonato, povero, esiliato, infelice, dipendente, ma bensì me lo
figuro come un mecenate perpetuo, un benefattore ed un uomo beato.
Il carattere è centralità, è l’impossibilità di essere dislocato o
rovesciato. Un uomo dovrebbe darci il senso di un masso. La società è
frivola, e scompone i suoi giorni in frammenti, le sue conversazioni in
cerimonie e scappatoie. Ma se io vado a visitare un uomo di genio, io
mi stimerò molto poco ben ricevuto se egli mi darà un vago spettacolo
di benevolenza e di etichetta; piuttosto tenga egli il suo posto, e
m’insegni foss’anche solo la sua resistenza, e sappia io d’essermi
imbattuto in una forza nuova e positiva: ristoro grande per entrambi. È
molto che egli non accetti le opinioni e le pratiche convenzionali. La
sua non-conformità rimarrà come uno stimolo ed un ammonimento, ed ogni
ricercatore dovrà collocarlo nel primo posto. Vi è nulla di reale o di
utile che non sia una sede di guerra. Le nostre case risuonano di risa
e di ciancie maligne, ma ciò serve a poco. Invece l’uomo incivile che
è un problema ed una minaccia per la società, che lo deve adorare od
odiare, — e con il quale tutti gli individui sono in relazione, tanto
coloro che reggono le opinioni quanto gli oscuri e gli eccentrici;
quest’uomo, dico, è di aiuto; egli pone l’America e l’Europa dalla
parte del torto, e distrugge lo scetticismo che dice «l’uomo è un
fantoccio; mangiamo e beviamo, è la cosa migliore che noi possiamo
fare», con attirare l’attenzione su ciò che non è sperimentato e che
non è conosciuto. L’acquiescenza per ciò che è stabilito e l’appello
all’opinione pubblica indicano una fede non salda, dei cervelli non
illuminati, che devono vedere una casa costrutta, prima di poterne
comprendere il piano. L’uomo saggio non solo lascia fuori del suo
pensiero i molti, ma lascia anche i pochi.
La nostra azione dovrebbe matematicamente riposare sulla nostra
sostanza. In natura non vi sono false valutazioni. Una libbra d’acqua
nella tempesta dell’oceano non ha maggiore gravità di una libbra
d’acqua in uno stagno estivo. Tutte le cose agiscono esattamente
secondo la loro qualità e secondo la loro quantità, e non attentano a
ciò che non possono fare. Solo l’uomo fa ciò; egli ha delle pretese:
egli desidera e tenta cose che sono al di là della sua forza. Senofonte
ed i suoi Diecimila erano idonei alla loro spedizione e la compirono;
così idonei che nessuno sospettò essa fosse una spedizione grandiosa
ed inimitabile. Eppure il fatto rimane inimitato, come il più saliente
nella storia militare. Molti dopo d’allora hanno tentato di ripeterlo;
nessuno fu capace. Ogni potere d’azione può basarsi soltanto sulla
realtà. Nessun’istituzione sarà migliore dell’istitutore. Io conobbi
una persona amabile e còlta, che intraprese una riforma pratica;
pure io non potei mai trovare in lui l’impresa d’amore che aveva tra
le mani. Egli se l’appropriava con l’udito e con l’intelletto e con
l’averla letta nei libri. Tutta la sua azione fu un tentativo; era un
frammento della città portata nei campi, ed era città ancora e non
un fatto nuovo, e non poteva ispirare entusiasmo. Se qualchecosa ci
fosse stato di latente in quell’uomo, un genio terribile incompreso,
che agitasse ed imbarazzasse il suo procedere, noi avremmo atteso la
sua venuta. Non è sufficiente che l’intelletto veda i mali ed i loro
rimedi. Fintantochè noi siamo incitati solo da un pensiero e non da uno
spirito, noi posporremo ancora la nostra esistenza e non prenderemo
possesso del terreno al quale abbiamo diritto. Noi non siamo ancora
idonei a ciò.
Queste sono le proprietà della vita; un’altra caratteristica di essa
è l’osservazione del progresso incessante. Gli uomini dovrebbero
essere intelligenti e serii; essi dovrebbero anche farci sentire che
essi hanno un vigilante e felice avvenire schiudentesi innanzi a loro
ed i cui albori si accendono di già nell’ora che fugge. L’eroe è mal
concepito e male rappresentato: egli non può attendere per sciogliere
i falli di un qualche uomo: egli è nuovamente in cammino, aggiungendo
nuovi onori e poteri al suo dominio, e nuovi diritti al possesso del
vostro cuore che vi manderanno in rovina se voi vi sarete soffermati
intorno alle vecchie cose, e non avrete mantenuta la vostra relazione
con lui, accrescendo la vostra prosperità. Le azioni nuove sono per
le vecchie le sole scuse e le sole spiegazioni che l’uomo nobile
possa degnarsi di offrire o di ricevere. Se il vostro amico vi recò
un dispiacere, voi non dovete soffermarvi sulla cosa; perchè egli ha
già dimenticato quel momento e raddoppiato la sua potenzialità per
giovarvi; e prima che voi possiate nuovamente riprendere il cammino,
egli vi colmerà di benedizioni.
Il pensiero di una benevolenza misurata soltanto dalle sue proprie
opere non ci reca alcuna gioia. L’amore è inesauribile, e se i suoi
possedimenti sono distrutti ed i suoi granai vuotati, esso ancora
rallegra ed arricchisce, e l’uomo, ancorchè dormente, pare purificare
l’aria e la sua casa, abbellire il paesaggio e rinvigorire le leggi.
Il popolo riconosce sempre questa differenza. Noi conosciamo colui che
è benevolente con modi completamente diversi dalle sottoscrizioni alle
opere caritatevoli. Soltanto i piccoli meriti possono essere enumerati.
Temete quando i vostri amici affermano che voi avete agito bene, e
l’affermano apertamente; ma quando essi se ne stanno con circospetti e
timidi sguardi di reverenza e quasi di compunzione, e devono attendere
anni ed anni per poter dare un giudizio, allora incominciate a sperare.
Coloro che vivono per il futuro debbono apparire egoisti a coloro che
vivono per il presente. Fa pertanto strano che il buon Riemer, che
scrisse le memorie di Goethe, abbia compilata una lista delle sue
donazioni e dei suoi atti caritatevoli come:... tante centinaia di
talleri dati a Stilling, a Hegel, a Tischbein; una carica lucrativa
per il professore Voss; un impiego sotto il Gran Duca per Herder;
una pensione per Meyer; due professori raccomandati ad università
straniere, ecc. ecc. La più lunga lista di benefici specificati
apparirebbe molto corta. Un uomo sarebbe veramente una creatura ben
meschina, se dovesse essere misurato a questo modo: perchè tutto ciò,
naturalmente, è eccezione; ed il dovere e la vita odierna di un uomo
buono sta nella beneficenza. La vera carità di Goethe deve essere
compresa dalla spiegazione che egli diede al dottor Eckermann del
modo con cui egli aveva speso la sua fortuna: «Ogni mio bon-mot mi è
costato una borsa d’oro. Mezzo milione del mio patrimonio, la fortuna
che ereditai, il mio stipendio ed i larghi proventi dei miei scritti
durante un periodo di cinquant’anni, furono spesi per istruirmi in
ciò che ora so. Io ho inoltre veduto, ecc., ecc.». Riconosco che è
semplicemente una chiacchiera vana l’enumerare le doti di questo,
potere semplice e rapido, e che è un dipingere il fulmine con il
carbone, ma mi piace in queste lunghe notti consolarmi così. Nulla può
imitare il carattere all’infuori di se stesso. Una parola ardente del
cuore mi arricchisce. Io mi arrendo a discrezione. Quale gelo di morte
ha il genio letterario di fronte a questo fuoco della vita! Questi
sono i tocchi che rianimano la mia anima avvilita e le dànno occhi per
penetrare l’oscurità della natura. Io constato che dove m’immaginai
povero, ero più ricco. Da ciò proviene una nuova esaltazione
intellettuale, tale da essere nuovamente castigata da qualche nuova
spiegata abilità del carattere. Strana alternativa di attrazione e di
ripulsione! Il carattere ripudia l’intelletto, eppure lo eccita! ancora
il carattere passa nel pensiero e si rivela, poi si vergogna di fronte
ai nuovi bagliori del valore morale.
Il carattere è la natura nella sua forma più alta; è inutile imitarlo
o contendere con esso. Contro questo potere che supererà qualsiasi
emulazione è tuttavia possibile una certa qual resistenza o persistenza
o creazione.
Questo capolavoro è migliore dove nessuna mano, all’infuori quella
della natura, vi si è posata. Esso bada affinchè colui che è
predestinato alle grandi cose possa furtivamente entrare nella vita
senza che alcuna Atene dai mille occhi osservi e celebri ogni nuovo
pensiero ed ogni pavida emozione del giovane genio. Due persone
ultimamente, giovanissime creature del più alto Iddio, mi hanno
dato occasione di pensiero. Quando io investigai la fonte della loro
santità e del loro fascino per l’immaginazione, mi parve che ognuno
di essi rispondesse: «dalla mia non-conformità: io giammai porsi
l’orecchio alla legge della vostra gente, ed a ciò che essi chiamano
il loro vangelo, e sperperai il mio tempo. Io fui lieto della mia
povertà rustica: di qui venne tanta dolcezza; la mia opera giammai
ve la ricorda; essa ne è monda». E la natura mi ammonisce per mezzo
di tali persone che nell’America democratica essa non vuole essere
democratizzata. Come è essa difesa ed appartata dal mercato e dallo
scandalo! Solo stamane io mi sono dipartito da alcuni ricordi che erano
i fiori selvatici di questi dèi delle selve. Queste fresche onde che
vengono dalle sorgenti del pensiero e del sentimento sono un sollievo
dalla letteratura mentre noi in un’età di cultura e di criticismo
leggiamo le prime linee di prosa o di versi di una nazione. Come è
affascinante la loro devozione per i loro libri favoriti, siano essi
Eschilo, Dante, Shakespeare o Scott; pare che sentano d’avere una
parte in quei libri; chi li tocca, tocca loro; e specialmente com’è
ammaliante la solitudine completa del critico, che dalla Patmo del
suo pensiero scrive, inconsapevole se mai occhi altrui leggeranno il
suo scritto. Potessero essi continuare a sognare, come angeli, e non
risvegliarsi per far delle comparazioni ed essere lusingati! Pure,
alcune nature sono troppo buone per poter essere guastate dalla lode;
ed ovunque la vena del pensiero raggiunge il profondo, non v’è pericolo
di vanità. Gli amici gravi li avviseranno del pericolo che le loro
teste si sconvolgano per il clamore delle trombe, ma essi possono
sorridere. Io ricordo l’indignazione di un metodista eloquente per la
cortese ammonizione di un dottore di teologia: «Amico mio, un uomo può
essere nè lodato nè insultato». Ma voi dimenticate gli avvertimenti;
essi sono molto naturali. Io ricordo il pensiero che mi sorgeva nella
mente quando qualche straniero arguto e spirituale veniva in America
«Siete voi stato immolato, nell’essere portato qui?» — oppure «prima di
ciò, rispondetemi a questo: Siete voi immolabile?»
Come ho detto, la natura tiene queste sovranità nelle sue proprie mani
e per quanto petulantemente i nostri sermoni e le nostre discipline
vorrebbero condividere una parte della sua autorità ed insegnare che
le leggi formano il cittadino, essa va per la propria strada, e mette
i più saggi dalla parte del torto. Essa tiene in poco conto i vangeli
ed i profeti, come quegli che abbia molte altre cose da produrre, e
poco tempo da concedere ad alcuno. Vi è una classe di uomini, i cui
componenti appaiono a lunghi intervalli così eminentemente dotati
di conoscenza e di virtù, che essi sono all’unanimità valutati come
divini, e paiono essere un’accumulazione di quel potere che noi ora
consideriamo. Le persone divine sono «caratteri nati» o per usare
una frase di Napoleone, sono una vittoria organizzata. Essi sono di
solito ricevuti di mal animo, perchè sono nuovi e perchè pongono un
termine alla considerazione esagerata che si ebbe della personalità
dell’ultima persona divina. La natura non appaia mai i suoi figli, nè
fa due uomini uguali. Quando noi vediamo un grand’uomo, ci figuriamo
che egli debba avere una somiglianza con qualche personalità storica,
e prediciamo lo svolgersi del suo carattere e della sua fortuna; la
previsione sarà certamente dallo stesso grand’uomo annullata. Nessuno
risolverà mai il problema del proprio carattere secondo il nostro
pregiudizio, ma solo lo risolverà nel suo proprio alto ed inaudito
modo. Il carattere abbisogna di spazio; non deve essere incalzato dalle
persone nè giudicato da occhiate scrutatrici, prese in prestito dalla
febbre degli affari o giudicato in poche occasioni. Esso abbisogna di
prospettiva, come un grande edifizio. Esso non può rapidamente tendere
delle relazioni e non lo fa; e noi non dovremmo chiedere intorno alla
sua attività spiegazioni temerarie sia alla nostra propria etica che a
quella popolare.
Io riguardo la scultura come storia. Non penso che «Apollo» e «Giove»
siano impossibili in carne ed ossa. Ogni tratto che l’artista scolpì
nella pietra, egli lo vide nella vita e migliore della copia ch’egli
ne fece. Noi abbiamo vedute molte falsificazioni, ma noi crediamo nei
grandi uomini. Vedete come agevolmente noi leggiamo nei vecchi libri,
quando gli uomini erano pochi, delle più piccole azioni dei patriarchi.
Noi esigiamo che un uomo sia così grande ed appariscente nel paesaggio,
da essere degno di menzione il fatto che egli si alzò, si cinse i lombi
ed andò nel tale o nel tal altro luogo.