Però nè oggi nè ieri incominciarono questi pensieri, che esistettero

sempre, nè può trovarsi un uomo che conobbe il loro primo apparire.

Se io ho descritto la vita come un flusso di modi, devo ora aggiungere

che vi è in noi ciò che non muta, e che ordina ogni sensazione ed ogni

stato della mente. La coscienza è in ogni uomo una scala movibile, che

lo identifica ora con la Causa Prima ed ora con la carne del suo corpo:

la vita al disopra della vita, in gradazioni infinite. Il sentimento

dal quale essa scaturì, determina la dignità di qualsiasi fatto, e la

questione non è mai intorno a ciò che voi avete fatto o non fatto, ma

per comando di chi voi avete fatto o non fatto.

La Fortuna, Minerva, le Muse, lo Spirito Santo, sono nomi leggiadri

troppo ristretti per coprire questa sostanza illimitata. L’intelletto

deluso deve ancora inchinarsi davanti a questa causa, che rifugge

dall’essere nominata — causa ineffabile, che ogni genio ha tentato

di rappresentare con un simbolo vigoroso, come Talete con l’acqua,

Anassimene con l’aria, Anassagora con l’idea, Zoroastro con il fuoco,

Gesù ed i moderni con l’amore: e la metafora di ciascuno di essi è

divenuta una religione nazionale. Il Chinese Menzio non è stato il

meno felice nella sua generalizzazione. «Io capisco intieramente il

linguaggio — egli disse — e nutrisco bene il mio vigore saliente».

«Io oso domandarvi che cosa è che voi chiamate vigore saliente» disse

il mio compagno. — «La spiegazione — rispose Menzio — è difficile.

Questo vigore è supremamente grande, ed al massimo grado inflessibile.

Nutritelo saggiamente, non fategli del male ed esso riempirà il

vuoto fra il cielo e la terra. Questo vigore si accorda ed assiste la

giustizia e la ragione e non lascia languori». Nei nostri scritti più

corretti noi diamo a questa generalizzazione il nome di Essere, e con

ciò confessiamo di esserci allontanati quanto ci era concesso. Per la

gioia dell’universo è sufficiente l’esser giunti non ad una barriera,

ma a degli oceani infiniti. La nostra vita non sembra presente quanto

prospettica; non per le occupazioni in cui essa è consumata, ma come

accenno a questo saliente vigore. La maggior parte della vita pare

essere il semplice annunzio d’una facoltà; noi siamo ammoniti di non

renderci a buon mercato, perchè siamo grandi. Così nei suoi particolari

la nostra grandezza sta sempre in una tendenza o direzione, non in

un’azione. Credere alla regola e non all’eccezione è per noi cosa

naturale. I nobili sono così riconosciuti dagli ignobili. Così seguendo

la tendenza dei sentimenti, ciò che forma la circostanza materiale e

che è il fatto principale nella storia del globo, non è ciò che noi

crediamo intorno all’immortalità dell’anima o simili, ma è _l’impulso

universale a credere_. Dovremo noi indicare questa causa, come quella

che opera direttamente? Lo spirito non è privo di aiuti o bisognoso

di organi mediati. Esso ha poteri innumeri ed effetti diretti: io mi

sono spiegato, ad esempio, senza spiegarmi; io sono sentito senza che

io agisca, ed anche dove non sono. Perciò tutti gli uomini retti sono

soddisfatti del loro proprio merito. Essi rifiutano di spiegarsi, e

sono lieti che delle azioni nuove dovranno assumersi quel cómpito. Essi

credono che noi si possa comunicare senza discorso, ed al disopra del

discorso, e che nessuna nostra azione giusta è indifferente ai nostri

amici a qualsiasi distanza essi siano; perchè l’influenza dell’azione

non deve essere misurata a miglia. Perchè debbo preoccuparmi se una

circostanza imprevista ostacola la mia presenza dove ero atteso? Se

invece d’essere all’adunanza, io mi trovo in un altro luogo, la mia

presenza in esso dovrebbe essere utile ugualmente all’amicizia e alla

sapienza, come lo sarebbe s’io fossi all’adunanza stessa. Io esercito

la stessa qualità di potere in ogni luogo. Così procede dinnanzi a

noi il potente Ideale; mai esso fu visto rimanere nella retroguardia.

Nessun uomo raggiunge mai un’esperienza soddisfacente, ma il suo

bene è l’amministratore di un meglio. Avanti; avanti! Noi sappiamo

che in certi momenti una nuova pittura della vita e del dovere è già

possibile; noi sappiamo che gli elementi per una dottrina della vita,

che trascenderà qualsiasi ricordo scritto da noi posseduto, esistono

già in molte menti intorno a voi. La nuova affermazione comprenderà gli

scetticismi e le credenze della società ed un nuovo credo sorgerà dalla

miscredenza. Poichè gli scetticismi non sono gratuiti o senza leggi, ma

sono limitazioni della dichiarazione affermativa, e la nuova filosofia

deve accoglierli, e comporre con essi delle affermazioni come essa deve

includere le fedi più antiche.

La scoperta che abbiamo fatta della nostra esistenza è cosa

lacrimevole, ma è troppo tardi per essere impedita. Questa scoperta si

chiama la Caduta dell’Uomo: dopo di essa sempre diffidiamo dei nostri

istrumenti. Noi abbiamo imparato che noi non vediamo direttamente, ma

mediatamente, e che non abbiamo mezzi per correggere le nostre lenti

colorate e contorcenti o per calcolare la somma dei loro errori.

Forse questi soggetti-lenti hanno un potere creativo; forse non vi

sono degli obbietti. Una volta noi vivevamo in ciò che vedevamo; ora

la rapacità di questo nuovo potere, che minaccia di assorbire tutte

le cose, ci avvolge. La natura, l’arte, le persone, le lettere, le

religioni, successivamente vi si precipitano dentro, e Dio è solo

una delle sue idee. La natura e la letteratura sono dei fenomeni

soggettivi; ogni cosa buona e cattiva è un’ombra che noi gettiamo. La

strada è piena di umiliazioni per il superbo. Come il vanitoso potè

vestire della sua livrea gli uscieri, che erano venuti in casa sua

per porre le cose sotto sequestro, e obbligarli a servire a tavola

i suoi ospiti, fingendoli camerieri; così i malumori che il cuore

cattivo emette, come se fossero cose da nulla, prendono subito la

forma di signore e di signori nella strada, di impiegati e di camerieri

nell’albergo, e minacciano ed insultano ciò che vi può essere in noi

di minacciabile o di ingiuriabile; lo stesso avviene con le nostre

idolatrie. La gente dimentica che è l’occhio che fa l’orizzonte, e

che è l’occhio della mente che fa di questo o di quell’uomo un tipo o

un rappresentante dell’umanità, con il nome di eroe o di santo. Gesù,

«l’uomo provvidenziale», è un uomo buono per il quale molta gente

conviene che queste leggi ottiche dovranno avere effetto. È frattanto

stabilito che mediante l’amore da una parte e la proibizione dall’altra

dì fare obbiezioni, noi lo contempleremo nel centro dell’orizzonte

ed ascriveremo a lui le proprietà che attribuiremmo a qualsiasi uomo

veduto in tali condizioni. Ma anche l’amore o l’odio più duraturo

hanno una rapida fine. La propria personalità grande e crescente,

radicata nella natura assoluta, soppianta ogni esistenza relativa e

distrugge il regno dell’amicizia e dell’amore mortale. Il connubio

(per ciò che riguarda il mondo spirituale) è impossibile a causa

della disuguaglianza fra ogni soggetto ed ogni oggetto. Il soggetto

è il ricevitore della divinità, e ad ogni paragone deve sentire il

suo essere rialzato da questo potere occulto: e questo potere deve

forzatamente essere sentito se non per la sua energia, almeno per

la sua presenza; nè qualsiasi forma intellettuale può attribuire

all’oggetto quella peculiare divinità che riposa o vigila in ogni

soggetto. L’amore non può mai render pari in forza la coscienza di sè

e l’attribuzione. Vi sarà sempre un abisso fra ogni te e me, come fra

l’originale ed il quadro. Lo sposo dell’anima è l’universo. Qualsiasi

simpatia privata è parziale. Due esseri umani sono come due globi, che

possono toccarsi in un punto solo, e mentre rimangono in contatto, ogni

altro punto di ciascuno di essi rimane inerte; la volta di questi punti

deve pure venire, e quanto più a lungo dura una particolare unione,

tanta maggiore energia di appetenza acquistano le parti che non sono a

contatto.

La vita vuol essere resa in immagine, ma non divisa o raddoppiata.

Qualsiasi intromettenza nella sua unità genererebbe il caos. L’anima

non è nata gemella, ma sola generata, e sebbene si riveli come bambina

in età e bambina in apparenza, pure ha un potere fatale ed universale,

e non ammette una coesistenza. Ogni giorno ed ogni atto tradisce la

divinità male nascosta. Noi crediamo in noi stessi e non crediamo

negli altri. Noi ci permettiamo tutto, e ciò che chiamiamo peccato

negli altri, è esperimento per noi. Un esempio della nostra fede

in noi stessi l’abbiamo nel fatto che gli uomini non parlano mai di

un delitto, così leggermente come pensano, e che ogni uomo pensa ad

una latitudine sicura per lui, che in nessun modo sarà concessa ad

un altro. L’atto appare molto differente considerato dall’interno o

dall’esterno, nella sua qualità e nelle sue conseguenze. L’assassinio

non è per l’assassino un pensiero terribile come vogliono farlo i poeti

ed i romanzieri; esso non lo disturba, non lo atterrisce nella sua

solita osservazione delle cose mediocri; esso è un atto facilissimo a

contemplarsi, ma nella sua conseguenza risulta una terribile contesa

e confusione di tutte le relazioni. Specialmente i delitti passionali

sembrano giusti ed equi dal punto di vista dell’autore, ma una volta

compiuti appaiono fatali alla società. Nessun uomo infine crede che

egli possa essere perduto, nè che il delitto in lui sia così nero

come nel fellone; poichè l’intelletto tempera nel nostro proprio caso

i giudizi morali: poichè non vi è delitto per l’intelletto. Esso è

antinomico o ipernomico e giudica la legge come giudica il fatto.

«Più che un delitto, è peggiore uno sbaglio» disse Napoleone parlando

il linguaggio dell’intelletto. Per esso il mondo è un problema di

matematica o di scienza quantitativa e tralascia la lode, il biasimo

ed ogni debole emozione. Qualsiasi furto è comparativo. Se veniamo

all’assoluto, scusate, chi non ruba? I santi sono tristi, perchè essi

contemplano il peccato (anche quando meditano) dal punto di vista della

coscienza e non da quello dell’intelletto; una confusione del pensiero.

Il peccato veduto dal pensiero è una diminuzione o _meno_: veduto dalla

coscienza è una depravazione o _male_. L’intelletto lo chiama ombra,

assenza di luce e non essenza. La coscienza deve sentirlo come essenza,

come male essenziale. Questo non è: esso ha una esistenza oggettiva ma

non soggettiva.

Così inevitabilmente l’universo sopporta la nostra apparenza, ed ogni

oggetto cade successivamente nel soggetto stesso. Il soggetto esiste,

si ingrandisce; tutte le cose, prima o dopo, vanno a posto. Come io

sono, così io vedo: noi possiamo usare il linguaggio che vogliamo, ma

non potremo mai dire nulla all’infuori di ciò che siamo; Hermes, Cadmo,

Colombo, Newton, Buonaparte, sono i ministri della mente. Invece di

sentire un non so che di miserevole quando noi incontriamo un grande

uomo, trattiamo il nuovo venuto come se fosse un geologo che viaggia,

il quale passa attraverso i nostri possedimenti e ci addita la buona

ardesia o la calce o l’antracite dei nostri pascoli. L’azione parziale

di ogni mente forte verso una sola direzione è un telescopio per

gli oggetti sui quali esso è puntato. Ma tutte le altre parti della

conoscenza devono essere spinte alla stessa esagerazione, prima che

l’anima raggiunga la sua dovuta sfericità. Vedete voi quel gattino che

tenta d’afferrare la propria coda? Se voi poteste vedere con i suoi

occhi, lo vedreste circondato da centinaia di figure, che rappresentano

dei drammi complessi, con scioglimenti tragici e comici, con delle

lunghe conversazioni, con molti personaggi, con molti colpi di fortuna;

eppure è solamente un gattino e la sua coda. Quanto tempo passerà

prima che la nostra mascherata cessi il suo frastuono di tamburelli,

di risa e di grida, per scoprire che essa era una commedia solitaria?

Un soggetto ed un oggetto! ecco quanto è necessario pure per rendere

completo il circuito galvanico; ma la grandezza vi aggiunge nulla. Che

cosa importa se è Keplero e la sfera; Colombo e l’America; un lettore

ed il suo libro, oppure il micio e la sua coda?

È vero che le muse e l’amore e la religione odiano questi svolgimenti

e troveranno modo di punire il chimico che espone nel salotto i

segreti del laboratorio. E noi non possiamo tacere la nostra necessità

costituzionale di vedere le cose sotto aspetti particolari o satura

del nostro umore. Eppure è Dio l’originario di queste pallide roccie.

Quella necessità produce nei costumi la virtù capitale della fiducia

in se stesso. Noi dobbiamo tenerci legati a questa povertà, per

quanto scandalosa, e per mezzo di più grandi riconquiste di noi stessi

possedere più fermamente, dopo gli impeti dell’unione, il nostro asse.

La vita della verità è fredda e anche triste, ma non è la chiave delle

lacrime, delle contrizioni e delle perturbazioni. Essa non attenta

al lavoro di un’altra e non ne adotta i fatti. È principalissimo

ammonimento della saggezza quello di discernere il vostro da quello

degli altri. Io ho imparato di non poter disporre dei fatti degli

altri; ma io possiedo tale chiave dei miei, che son persuaso contro

tutti i dinieghi che anche essi hanno una chiave per i loro. Una

persona simpatica si trova nelle condizioni di un nuotatore fra uomini

che annegano, i quali s’aggrappano a lui, e se egli si lascia prendere

solo una gamba od un dito, essi lo trarranno insieme nelle profondità

delle acque. Essi desideravano di essere salvati dai danni dei loro

difetti, ma non dai loro difetti. A questi poveri che attendono la

carità, essa sarebbe inutilmente prodigata. Un dottore saggio dirà,

come prima condizione di consiglio: «uscite da quelli».

In questa nostra America parlante noi siamo mandati in rovina dalla

nostra buona indole e dal nostro ascoltare da ogni lato. Questa

compiacenza ci toglie il potere di essere grandemente utili. Un uomo

non dovrebbe poter guardare che direttamente. Un’attenzione preoccupata

è l’unica risposta all’importuna frivolità degli altri: risposta divina

che non dà luogo a lagnanze ed a cattivi pensieri. Nella scultura

che Giovanni Flaxman fece delle Eumeridi di Eschilo, Oreste supplica

Apollo mentre le Furie dormono sul limitare della porta. Il viso del

dio esprime un’ombra di rincrescimento e di compassione, una calma

nella convinzione dell’irreconciliabilità dei due mondi. Egli è sorto

in un altro tempo, nell’eterno e nel bello. L’uomo ai suoi piedi chiede

la sua protezione nelle lotte della terra, in cui la natura non può

entrare. E le Eumeridi, là giacenti, esprimono pittoricamente questa

disparità. Il dio è sovraccarico del suo divino destino.

Illusione, Temperamento, Successione, Superficie, Sorpresa, Realtà,

Subbiettività — queste sono le fila sulla trama del tempo, questi sono

i padroni della vita. Io non oso certo di assegnare loro un posto, ma

le nomino come le trovo sulla mia via. Io conosco una cosa migliore

che il pretendere qualsiasi perfezione per la mia pittura. Io sono un

frammento e questo è un frammento di me. Io posso con molta fiducia

annunciare l’una o l’altra legge che si muta in un soccorso e prende

forma, ma sono troppo giovane ancora per compilare un codice. Io ciarlo

nel mio tempo intorno alla politica eterna. Io ho veduto non invano

molte belle pitture. Io ho vissuto in un tempo meraviglioso. Io non

sono il novizio di quattordici o di sette anni fa. Chi domanderà dove

è il profitto? Per me è sufficiente un profitto personale. Questo è

un profitto che io non dovrei chiedere come sconsiderato effetto di

meditazioni, di consigli e di acquisti di verità. Io sentirei pietà di

chiedere un risultato a questa città od a questo paese; di chiedere un

effetto palese in questo mese ed anno corrente. L’effetto è profondo e

secolare come la causa. Esso si manifesta in periodi, in cui la vita

mortale va perduta. Tutto ciò che io so è ricezione, io sono ed io

ho; ma io non acquisto e quando immagino di aver acquistato qualcosa,

constato di aver acquistato nulla. Io adoro con meraviglia la grande

Fortuna. Il mio atto di ricevere è stato così grande che io non mi

stupisco di ricevere questo e quello, sovrabbondantemente. Quando io

ricevo un nuovo dono, non macero il mio corpo per fare il conto esatto,

perchè se io morissi non potrei fare il conto esatto. Il benefizio

sorpassò il merito nel primo giorno e continuò sempre a sorpassarlo. Io

calcolo il merito stesso come parte di ciò che ricevo.

Anche quella brama di un effetto pratico e manifesto mi sembra una

apostasia. In verità io amo di risparmiare questa grande occupazione

assolutamente non necessaria. La vita per me ha un viso da visionario.

L’azione più violenta e più ruvida è visionaria pure. Non v’è che una

scelta fra i sogni delicati e quelli turbolenti. La gente sprezza il

sapere e la vita intellettuale e s’affanna intorno all’azione. Io sono

molto contento del sapere; potessi solo sapere. Esso è un passatempo

augusto, e mi basterebbe per lunga pezza. Il sapere un poco sarebbe

cosa degna di sacrifizio da parte di questo mondo. Io odo sempre

la legge di Adrastea, che «ogni anima che ha acquistata una verità,

dovrebbe essere libera da ogni male fino ad un altro periodo».

Io so che il mondo con il quale io parlo in città e nelle campagne, non

è il mondo ch’io _penso_. Io ne vedo e ne vedrò sempre la differenza.

Un giorno io conoscerò il valore e la legge di questa discrepanza.

Ma io non ho constatato che si sia guadagnato molto con i tentativi

manipolari di realizzare il mondo del pensiero. Molte persone ansiose

tentano successivamente degli esperimenti in questa via e diventano

ridicoli. Essi acquistano delle abitudini democratiche, fanno schiuma

alla bocca, odiano e negano. Peggio, io osservo che nella storia del

genere umano non vi è mai un esempio solitario di successo — prendendo

la loro stessa definizione del successo. Dico io questo per polemica od

in risposta alla domanda: «perchè non realizzate voi il vostro mondo»?

Ma sia lungi da me la profonda sfiducia che pregiudica la legge con un

artificioso empirismo; poichè mai vi fu un tentativo giusto che non sia

stato coronato di successo. Pazienza e pazienza, noi vinceremo in fine.

Noi dobbiamo essere molto sospettosi circa le illusioni dell’elemento

del tempo. Il mangiare od il dormire od il guadagnare un centinaio di

dollari richiedono molto tempo, ma l’accogliere una speranza od una

visione che divengano la luce della vita nostra, richiede molto poco

tempo. Noi coltiviamo il nostro giardino; facciamo i nostri pranzi;

discutiamo delle cose di casa con le nostre mogli, e queste cose non

fanno impressione e sono dimenticate la prossima settimana; ma nella

solitudine, a cui ogni uomo ritorna, egli ha sanità e rivelazioni,

che porterà con lui nel suo passaggio a mondi nuovi. Non curatevi del

ridicolo, ma curatevi della sconfitta; rialzati ancora, vecchio cuore!

esso sembra dire — vi è ancora una vittoria per ogni giustizia; ed il

vero romanzo che il mondo realizzerà sarà la trasformazione del genio

in un pratico potere.

TERZO SAGGIO

IL CARATTERE

Io ho letto che coloro, che ascoltavano Lord Chatham, sentivano

esservi in quell’uomo qualche cosa di più bello, di ciò che egli

andava dicendo. Si è deplorato nel nostro istoriografo della

Rivoluzione Francese che la narrazione di tutti i suoi fatti circa

Mirabeau, non giustificano l’apprezzamento del suo genio. I Gracchi,

Cleomene ed altri eroi di Plutarco non uguagliano nel ricordo dei

fatti la loro propria fama. Sir Filippo Sidney, il Conte di Essex,

Sir Walter Raleigh, sono uomini di grande figura e di pochi fatti.

Noi non possiamo trovare la più piccola parte del valore personale

di Washington nel racconto delle sue imprese. L’autorità del nome

di Schiller è troppo grande per i suoi libri. Questa disparità di

riputazione in rapporto alle opere od agli aneddoti, non si spiega

dicendo che la ripercussione è più duratura del colpo di tuono; ma

piuttosto con il dire che vi fu in questi uomini un alcunchè che

produsse un’aspettazione, che di gran lunga precedette ogni loro

operato. La maggior parte del loro potere fu latente. Questo è ciò che

noi chiamiamo carattere: forza circospetta che agisce direttamente

mediante la sua presenza e senza mezzi. Esso è concepito come una

forza inesplicabile, come un Nume familiare o Genio, dal cui impulso

l’uomo è guidato, ai cui concilii non può partecipare; come un compagno

per lui; cosicchè tali uomini sono spesso solitari, e se per caso

sono socievoli, non abbisognano di società, ma possono molto bene

intrattener se stessi soli. Il più puro ingegno letterario appare una

volta grande, un’altra volta piccolo; ma il carattere è sempre d’una

grandezza astrale ed irreducibile. Ciò che gli altri uomini compiono

con l’ingegno o con l’eloquenza, questo uomo compie per mezzo d’una

specie di magnetismo. «Egli non esplica la metà della sua forza». Le

sue vittorie sono ottenute per mezzo di dimostrazioni di superiorità e

non con attacchi alla baionetta. Egli vince perchè il suo avvento muta

la faccia degli affari. «Oh, Iole, come sapesti tu che Ercole era un

Dio?» — «Perchè — rispose Iole — io fui lieta nel momento che i miei

occhi si posarono su di lui. Quando io vidi Teseo, desiderai di poterlo

vedere offrente battaglia od almeno guidante i suoi cavalli in una

corsa di carri; ma Ercole non aspettò una contesa; egli vinse ovunque

stette o camminò o sedette, o qualsiasi cosa egli fece». L’uomo di

solito legato dagli eventi, solo a metà e male avvinto al mondo in cui

vive, in questi esempi pare che condivida la vita delle cose, e pare

che sia un’espressione di quelle stesse leggi, che controllano le maree

ed il sole, i numeri e le quantità.

Noi possiamo comprendere il suo incomparabile valore nelle nostre

elezioni politiche, dove questo elemento pure apparendo, può

soltanto apparire nelle sue forme più rudi. Il popolo sa che nel loro

rappresentante abbisognano di qualcosa di più del talento, vale a

dire, del potere di far nascere la fiducia in quel talento. Esso non

può raggiungere i suoi intenti mandando al Congresso un uomo còlto,

acuto, oratore facondo, se questi prima d’esser nominato dal popolo

come suo rappresentante, non fosse stato indicato dall’Onnipotente,

come significazione di un fatto, — invincibilmente persuaso di tale

fatto egli stesso — affinchè le persone più fiduciose e più impetuose

imparassero che vi è una resistenza, contro la quale l’audacia ed

il terrore si disperdono, cioè la fede in un fatto. Gli uomini che

ottengono la maggioranza, non hanno bisogno di chiedere agli elettori

che cosa essi dovrebbero dire, ma essi stessi sono il paese che

rappresentano: in nessun luogo le emozioni e le opinioni di quello

sono così vive e vere come in loro; in nessun luogo così scevre di

elementi egoistici. L’assemblea ascolta le loro parole, osserva il

colorito del loro viso, e in ciò, come in uno specchio, si rimira. Le

nostre pubbliche assemblee sono delle buone prove della forza virile.

I nostri leali compatrioti dell’ovest e del sud hanno un’inclinazione

per il carattere, ed amano di sapere se il Nuovo Inglese è un uomo

sostanziale, oppure se la mano può passare attraverso di lui.

L'anima, la natura e la saggezza · 第 23 / 32 段