della vita comune, ma io non devo lasciarla senza notare l’eccezione
principale: cioè che il temperamento è un potere che l’uomo non ama
di sentir lodato da alcuno, se non da se stesso. Sul tavolo della
medicina, noi non possiamo resistere alle influenze convenzionali di
detta scienza. Il temperamento sbaraglia ogni divinità. Io conosco
l’attitudine mentale dei medici. Io odo il riso represso dei frenologi.
I rapitori di fanciulli ed i conduttori di schiavi che hanno delle
teorie, stimano ogni uomo vittima di un altro che lo incatena perchè
conosce le leggi del suo essere, e da segni esteriori come il colore
della sua barba e la forma del suo occipite può penetrare il complesso
delle sue vicende e del suo carattere. La più grossolana ignoranza
non disgusta quanto questa scienza impudente. I medici dicono di non
essere materialisti ma di fatto essi lo sono: — Lo spirito è cosa
ridotta ad un’estrema sottigliezza: Oh così sottile! Ma la definizione
di _spirituale_, dovrebbe essere ciò _che è la sua propria evidenza_.
Quali nozioni essi collegano all’amore! e quali alla religione! Nessuno
vorrebbe pronunciare queste parole al loro orecchio per non dare loro
l’occasione di profanarle. Io vidi un signore cortese, che adattava la
sua conversazione alla forma della testa della persona con la quale
egli parlava! Io avevo immaginato che il valore della vita giaccia
nelle sue possibilità inscrutabili; nel fatto che io non so mai che
cosa mi può succedere quando mi rivolgo ad un individuo sconosciuto.
Io porto le chiavi del mio castello nelle mie mani, pronto a buttarle
ai piedi del mio signore, in qualunque momento, e sotto qualsiasi
aspetto egli vorrà apparire. Io so che egli è nelle vicinanze, nascosto
fra i vagabondi. Precluderò io il mio avvenire, ponendomi su un altro
seggio e gentilmente adattando la mia conversazione alla forma delle
teste? Quando io giunga a ciò, i medici mi potranno comperare per un
centesimo. «Ma, signore, la storia medica, le memorie all’Istituto;
i fatti provati!» Io non ho fiducia nei fatti e nelle conclusioni.
Il temperamento è il veto o il potere regolatore della costituzione,
molto saggiamente applicato per impedire un eccesso avverso alla
costituzione, ma offerto assurdamente come barriera alla rettitudine
originaria. Quando la virtù è presente, tutti i poteri subordinati
dormono. Sul suo proprio livello od in considerazione della natura, il
temperamento ha scopo finale. Io non so come si possa sfuggire agli
anelli della necessità fisica, caduti una volta in questa trappola
delle così dette scienze. Dato un tale spunto, una storia conseguente
deve seguire. L’uomo vive, reggendosi su tale base, in un tanfo di
sensualismo, che tosto condurrebbe al suicidio. Ma è impossibile che
il potere creativo debba escludere se stesso. C’è in ogni intelligenza
uno spiraglio, giammai ostruito, attraverso il quale passa il creatore.
L’intelletto, ricercatore della verità assoluta, od il cuore, amante
del bene assoluto, intervengono in nostro soccorso, e ad un solo
sussurro di questi alti poteri, noi ci risvegliamo dalle inutili lotte
e da tale oppressione. Noi la gettiamo nel suo proprio inferno, e non
potremo nuovamente legarci ad uno stato così basso.
Il segreto dell’illusione sta nella necessità di una successione
di modi o di obbietti. Noi lietamente getteremmo l’àncora, ma
l’ancoraggio è fatto di sabbie mobili. Questo progressivo artifizio
della natura è troppo forte per noi: «_Però si muove_»[3]. Quando di
notte io guardo la luna e le stelle, mi pare di star fermo, mentre
esse sembrano affrettarsi. Il nostro amore del reale ci conduce a ciò
che è immutabile, ma la salute del corpo consiste nella circolazione,
e la sanità della mente nella varietà o facilità dell’associazione.
Noi abbisogniamo del mutamento degli obbietti. Il dedicarsi ad un
solo pensiero diviene rapidamente odioso. Noi abitiamo con i pazzi
e dobbiamo divertirli; allora la conversazione si spegne. Una volta
presi tale diletto in Montaigne, che pensai di non abbisognare mai più
di un altro libro; prima questo mi era successo con Shakespeare; poi
con Plutarco; poi con Plotino; una volta con Bacone; dopo con Goethe
ed anche con Bettine; ora però volto le loro pagine svogliatamente,
mentre ancora accarezzo i loro genii. La stessa cosa succede con i
quadri; ognuno avrà la prima volta una forza di attenzione, che non
può in seguito mantenere, sebbene volentieri si vorrebbe continuare ad
essere allettati in tale modo. Quale potente impressione ho ricevuto
da pitture dalle quali, ammirate attentamente una volta, prendete
congedo come se non le doveste rivedere mai più. Io ho ricevuto dei
buoni ammaestramenti da certe pitture, che dopo rividi senza emozione
o curiosità. Noi dobbiamo trarre una deduzione dall’opinione, anche
quando questa è quella di uomini saggi, intorno ad un libro o ad un
avvenimento. L’opinione loro m’informa del loro modo di essere e di
qualche cenno vago intorno al fatto nuovo, ma non deve essere affatto
creduta come una relazione durevole fra quell’intelletto e quella cosa.
Il bambino domanda «Mamma, perchè la storiella non mi piace tanto
quanto ieri?» Povero bambino, così succede pure con il più vecchio
cherubino della conoscenza. Ma risponderà alla domanda il dire: Perchè
tu nascesti unità e questa storiella è un particolare? La ragione del
dolore che questa scoperta ci cagiona (e noi la facciamo tardi riguardo
alle opere d’arte e di pensiero) è il lamento che sorge dalla tragedia
per le persone, per l’amicizia e per l’amore.
L’immobilità, la mancanza di elasticità che noi lamentiamo nelle arti,
noi maggiormente lamentiamo nell’artista. Non vi è potere d’espansione
negli uomini. I nostri amici ben presto ci appaiono i rappresentanti di
certe idee, che essi non sorpassano e non trascendono mai. Essi stanno
sul limitare dell’oceano del pensiero e del potere, ma non fanno mai
un solo passo che li possa portare dentro. Un uomo è come un pezzo di
spato del Labrador, che non risplende mentre lo rivoltate nelle vostre
mani finchè non giungete ad un angolo determinato; solo allora esso
mostra dei colori belli e profondi. Non vi è negli uomini adattamento
od applicabilità universale, ma ognuno ha il suo talento speciale, e
la maestria degli uomini accorti consiste nel porsi abilmente dove e
quando la loro speciale attitudine debba essere più spesso praticata.
Noi facciamo ciò che dobbiamo fare e chiamiamo questo nostro agire con
i nomi migliori, e di buon grado riceveremmo le lodi per aver proprio
voluto quello che è risultato. Io non posso ricordarmi alcuna figura
d’uomo che non sia talvolta superflua. E non è ciò pietoso? La vita non
è degna d’essere presa per riempirla di artifizi.
Naturalmente l’intiera società è necessaria per ottenere la simmetria
che noi cerchiamo. La ruota dai variopinti colori deve girare molto
in fretta per apparire bianca. Qualchecosa si impara anche conversando
con tanta leggerezza e tanta noncuranza. In conclusione chiunque di noi
perda, noi guadagniamo sempre. La divinità sta anche dietro ai nostri
errori ed alle nostre follie. I giuochi dei bambini sono delle cose
insensate, ma delle cose insensate molto educative. Così è anche con
le cose più grandi e più solenni, con il commercio, con il governo, con
la chiesa, con il matrimonio, e così fino alla storia del pane di ogni
uomo, del modo con cui egli giunse a possederlo. Il potere è come un
uccello, che non scende in nessun luogo, ma salta perpetuamente di ramo
in ramo; esso non dimora in alcun uomo ed in alcuna donna, ma per un
momento parla per mezzo di questo uomo, e subito dopo parla per mezzo
di quello.
Ma quale aiuto nasce da queste raffinatezze o pedanterie? Quale
aiuto dal pensiero? La vita non è dialettica. Io credo che in questi
tempi noi abbiamo avuto ammaestramenti sufficienti sulla futilità
della critica. Il nostro popolo ha pensato e scritto molto, riguardo
al lavoro ed alla riforma, eppure con tutto ciò che ha scritto,
nè il mondo, nè esso stesso hanno progredito di un solo passo. Il
gusto intellettuale della vita non dovrà rendere inutile l’attività
muscolare. Se un uomo stesse a considerare la delicatezza con
cui un pezzo di pane passa nella sua gola, egli morrebbe di fame.
All’«Education Farm» la più nobile teoria della vita riposava sulle
più nobili figure di giovani e di ragazze melanconici e completamente
privi di forza. Essa non avrebbe raccolto una tonnellata di fieno,
non avrebbero pulito un cavallo, e lasciava i giovani e le ragazze
pallidi ed affamati. Un oratore politico spiritosamente comparò le
nostre promesse di partito a delle strade occidentali, che si aprono
abbastanza maestosamente con filari di alberi da ogni lato, per
allettare il viaggiatore, ma che tosto diventano gradatamente più
strette, per finire in sentieri da scoiattolo e salire sopra un albero.
Così fa la cultura con noi: essa finisce in un mal di capo.
Straordinariamente triste ed arida appare la vita a coloro che pochi
mesi addietro furono colpiti dallo splendore della promessa dei tempi.
«Non vi è più ora alcun retto corso d’azione, nè alcuna devozione di se
stesso fra gli Iranici». Noi ne abbiamo avuto a sazietà di obbiezioni e
di criticismo. Noi troviamo delle obbiezioni ad ogni momento della vita
e dell’azione, e la saggezza pratica dall’onnipresenza della obbiezione
ha tratta l’indifferenza per essa. L’intera disposizione delle cose
predica l’indifferenza. Non state a tormentarvi con il pensiero, ma
ovunque procedete con i vostri affari. La vita non è intellettuale o
critica, ma zotica. Il suo bene principale è per coloro che possono
godere ciò che trovano, senza discutere. La natura odia il pigolare,
e le nostre madri dicono bene quando esclamano: «Bambini, mangiate
la vostra pappa e non ne parlate più». Colmare il nostro tempo, e
riempire le nostre ore e non lasciare spiraglio a pentimenti o ad
approvazioni, questo è la felicità. Noi viviamo in mezzo a superfici
e la vera arte della vita sta nel pattinarvi bene sopra. Sotto le
più vecchie e più decrepite convenzioni, un uomo di forza originaria
prospera così bene come nel mondo più giovane, con la destrezza del
tatto e del trattamento. Egli può resistere ovunque. La vita stessa
è una mescolanza di potere e di forma e non sopporterà il più piccolo
eccesso dell’uno o dell’altra. La saggezza sta nel riempire ogni minimo
spazio di tempo, nel trovare la fine del viaggio ad ogni passo della
strada, nel vivere il maggior numero possibile di ore buone. Non è
degli uomini, ma dei fanatici o dei matematici, se volete, l’asserire
che data la brevità della vita, non vale la pena di curarci se per una
così breve durata noi ci dibattemmo nel bisogno o sedemmo in alto.
Poichè le nostre occupazioni sono fatte di momenti, amministriamoli
a dovere. Cinque minuti oggi hanno per me tanto valore quanto cinque
minuti nel prossimo millennio. Siamo pertanto equilibrati e saggi e
padroni di noi, oggi. Trattiamo bene gli uomini e le donne: trattiamoli
come se essi fossero reali; forse lo sono. Gli uomini vivono nella
loro fantasia, come ubbriaconi le cui mani sono troppo deboli e
incerte per un proficuo lavoro. Essa una tempesta di fantasie e la
sola cosa salda che io vi conosca, è il rispetto per l’ora presente.
Senza alcun’ombra di dubbio, fra questa vertigine di parvenze e di
politica, io mi rinsaldo nella credenza che noi non dovremmo posporre
e differire e desiderare, ma che dovremmo fare ampia giustizia dove
ci troviamo, per mezzo di colui con il quale trattiamo, accettando i
nostri compagni attuali e le circostanze, ancorchè umili od odiose,
come se fossero mistici funzionari, che l’universo abbia delegati per
il nostro piacere. Se essi sono bassi e maligni, il loro malcontento,
estrema vittoria della giustizia, sarà un’eco più soddisfacente al
nostro cuore che la voce dei poeti e la simpatia casuale di ammirevoli
persone. Io penso che per quanto possa soffrire un uomo di pensiero
per le manchevolezze e le assurdità dei suoi compagni, egli non possa
senza affettazione negare a qualsiasi gruppo di uomini e di donne una
certa sensibilità per ciò che è pregio rimarchevole. Se i rozzi ed i
frivoli non hanno della deferenza per esso e non lo onorano in un loro
modo cieco e capriccioso con omaggio sincero, si è perchè posseggono un
certo istinto di superiorità.
I giovani eleganti disprezzano la vita; ma per me e per coloro,
che come me sono immuni da dispepsia e per i quali un giorno è un
bene reale e gagliardo, è un grande eccesso di cortesia l’apparire
sprezzante ed imprecare per i compagni. Io sono per simpatia
cresciuto un po’ impetuoso e sentimentale, ma lasciatemi solo, ed io
godrei in ogni ora ciò che mi porta la buona sorte del giorno, così
cordialmente come gode la vecchia pettegola stando nel suo bar. Io
sono riconoscente per grazie anche modeste. Io posi a raffronto le
condizioni di un mio amico, che s’attende ogni cosa dall’universo, ed
è indispettito quando qualche cosa è un poco meno che ottima, e trovai
che io prendendo le mosse dall’estremo opposto, nulla eccettuando nè
il buono nè il cattivo, sempre muovo grazie per dei beni moderati. Io
gradisco il clangore e le contese delle tendenze contrarie; io trovo
anche la mia convenienza negli imbecilli e nei seccatori: essi dànno
realtà al circostante quadro. Al mattino io mi sveglio e ritrovo il
vecchio mondo, la moglie, i bambini, la madre, Concordia e Boston, il
mio vecchio e buon mondo spirituale e non lungi anche il mio caro e
vecchio dèmone. Se noi prendessimo il buono come lo troviamo, senza
fare interrogazioni, noi avremmo delle soddisfazioni complete. I
grandi doni non si ottengono con l’analisi. Ogni cosa buona si trova
sulla strada comune. La regione media del nostro essere è la zona
temperata. Noi possiamo ascendere al freddo e delicato regno della
geometria pura e della scienza senza vita, oppure cadere in quello
della sensazione: fra questi estremi si trova, piccolo cerchio,
l’equatore della vita, del pensiero, dello spirito, e della poesia.
Inoltre nell’esperienza popolare ogni cosa buona è sulla strada comune.
Un raccoglitore fruga in tutti i negozi di quadri d’Europa per trovare
un paesaggio del Poussin, uno schizzo a matita di Salvatore; ma la
Trasfigurazione, il Giudizio Finale, la Comunione di San Gerolamo, ed
altri quadri superbi come questi, sono appesi ai muri del Vaticano,
degli Uffizi, del Louvre, dove qualsiasi staffiere li può vedere; e
taccio dei quadri che la natura dipinse in ogni strada; delle aurore
e dei tramonti quotidiani, e della sempre palpitante plasticità dei
corpi. Un raccoglitore comperò recentemente in una pubblica asta a
Londra un autografo di Shakespeare per centocinquantasette ghinee;
ma un ragazzo di scuola può gratuitamente leggere Amleto e scoprire
segreti del più alto interesse, ancora inediti. Io credo che non
leggerò mai alcun libro, eccetto i più comuni: la Bibbia, Omero, Dante,
Shakespeare e Milton. Noi cresciamo impazienti di una vita pubblica
e rifulgente e corriamo qua e là in cerca di cantucci e di segreti.
La nostra immaginazione si diletta della destrezza degli Indiani
nelle costruzioni di legno, dei tenditori di lacci e dei cacciatori
di castori. Noi pensiamo di essere estranei e di non essere così
profondamente familiari a questo pianeta, come sono l’uomo selvaggio
e la bestia selvaggia e l’uccello. Ma l’esclusione tocca anche essi e
raggiunge l’uomo quadrupede, l’uomo volante, l’uomo guizzante, e quello
arrampicante. La volpe ed il gallo di montagna, il falco, la quaglia ed
il torabuso, visti da vicino, non hanno maggiori radici in questo mondo
cavo di quante ne abbia l’uomo, e sono dei superficiali affittavoli del
globo. Allora la nuova filosofia delle molecole addita gli interspazi
fra atomo ed atomo, dimostra che il mondo è tutto esterno e che non ha
interno.
Il mondo intermedio è il migliore. La natura, come noi la conosciamo,
non è santa. Essa non riguarda con alcun favore le luci delle chiese,
gli asceti, i Gentoos ed i Grahamiti. Essa mangia e beve e pecca. I
suoi favoriti, i grandi, i forti, i belli, non sono i figli della
nostra legge, non escono dalle scuole domenicali, non pesano il
loro alimento, non seguono rigorosamente i comandamenti. Se vogliamo
essere forti della sua forza, non dobbiamo albergare tali coscienze
desolate, improntate a quelle delle altre nazioni. Noi dobbiamo
innalzare il forte tempo presente contro tutte le grida di sdegno,
passate o future. Vi sono tante cose instabili che è assolutamente
necessario rendere stabili — e durante il loro assetto noi faremo
come facciamo ora. La Vecchia e la Nuova Inghilterra possono tener
bottega mentre la discussione sull’equità del commercio prosegue, e
proseguirà per un secolo o due. La legge dei diritti d’autore deve
ancora essere discussa, frattanto noi venderemo i nostri libri al più
alto prezzo possibile. La convenienza della letteratura, la ragione
della letteratura, la legalità dello scrivere un pensiero, sono cose
discusse; molto vi è da dire, d’ambe le parti della questione, e mentre
la lotta s’inacerbisce, tu, caro studioso, immergiti nel tuo stupido
cómpito, aggiungi una linea ogni ora, e di tanto in tanto aggiungi
qualche cosa. Il diritto di possedere terre, il diritto di proprietà
è discusso, e le convenzioni sono convocate, e prima che si addivenga
al voto, strappate dal vostro giardino quanto ha valore e spendete per
un sereno e bel proposito i vostri guadagni come una cosa abbandonata
od una fortuna inaspettata. La vita stessa è una cosa da nulla ed uno
scetticismo; essa è un sonno dentro un altro sonno. Ammettiamo ciò che
essi vogliono, ma tu, amato da Dio, abbi cura del tuo proprio sogno: tu
non ti perderai nella burla e nello scetticismo: ve ne sono abbastanza
di questi; tu rimani nel tuo guscio, e lavora finchè il resto degli
uomini sia d’accordo sul da farsi. La tua malattia, essi dicono, e
il tuo aspetto malaticcio richiedono che tu faccia questo ed eviti
quello; ma sappi che la tua vita è uno stato fluttuante, una tenda per
passarvi la notte, e tu, ammalato o sano, finisci il tuo cómpito. Tu
sei ammalato, ma non peggiorerai, e l’universo che ti tiene caro, sarà
migliorato.
La vita umana è basata su due elementi, il potere e la forma, ed il
loro rapporto deve essere invariabilmente mantenuto, se vogliamo
che la vita sia dolce e gagliarda. L’eccesso come il difetto di
uno di questi elementi produce un male grave. Ogni cosa corre verso
l’eccesso; ogni buona qualità se non è mescolata, è nociva, e per
sostenere il pericolo all’orlo della rovina, la natura concede maggior
terreno alle qualità peculiari di ogni uomo. Qui, fra le piantagioni,
noi portiamo gli eruditi come esempi di tale inganno. Essi sono le
vittime dell’espressione della natura. Voi che contemplate l’artista,
l’oratore, il poeta troppo da vicino, ed osservate che la loro vita
non è più eccellente di quella dei meccanici o degli agricoltori, e
che essi stessi sono vittime della parzialità, e li definite creature
fallite, non eroi ma quaccheri — concludete con molta ragione che le
arti non sono fatte per l’uomo, ma che esse sono un male. La natura
irresistibile fece gli uomini tali, ed ogni giorno ne crea delle
legioni nuove. Voi amate il bambino che legge un libro, che osserva un
disegno od una scultura: eppure che cosa sono questi milioni di ragazzi
che leggono ed osservano, se non degli scrittori e scultori in germe?
Aggiungete alla loro natura un po’ di ciò che ora leggono e vedono, ed
essi prenderanno la penna e lo scalpello. Se un uomo può ricordarsi con
quanta innocenza egli cominciò ad essere artista, egli s’avvedrà che la
natura si unì con il suo nemico. Un uomo è un’aurea impossibilità. La
linea sulla quale egli deve camminare ha la larghezza di un capello. Il
saggio, attraverso l’eccesso della sua saggezza, diventa un pazzo.
Se il destino lo permettesse, con quale facilità potremmo noi
rinserrarci per sempre dentro a confini ben definiti ed attenerci
una volta per tutte alle leggi del regno della causa e dell’effetto
conosciuti. La vita appare nella strada e nei giornali un affare così
semplice, che sarà sufficiente per un buon esito, una risoluzione
virile ed un’aderenza continua, attraverso a tutte le tempeste, alla
tavola di moltiplicazione. Ma, ecco, arriva un giorno od anche solo
un’ora con un suo sussurrìo d’angelo, che rovescia le conclusioni
dei popoli e degli anni. Ogni cosa appare domani nuovamente reale e
precisa, le norme abituali sono ripristinate, il buon senso ridiviene
raro come il genio, — esso è la base del genio, come l’esperienza è
la mano ed il piede di qualsiasi impresa —; eppure colui che volesse
condurre i suoi affari con questi principii, presto farebbe bancarotta.
Il potere batte un’altra strada che quella dell’elezione e della
volontà, cioè, le correnti e le gallerie sotterranee della vita. È
ridicolo essere, come noi siamo, diplomatici, dottori e persone molto
stimate; non v’è inganno maggiore di questo. La vita è una serie di
sorprese, e se così non fosse non varrebbe la pena di conservarla.
Dio si compiace di isolarci ogni giorno e di nasconderci il passato
ed il futuro. Noi vorremmo guardare intorno a noi, ma Egli con grande
delicatezza stende dinnanzi e dietro a noi un impenetrabile lembo di
cielo purissimo e pare voglia dire: «Voi nè ricorderete, nè spererete».
Qualsiasi grande conversazione, stato od azione, proviene da una
spontaneità che trascura le consuetudini e rende grande quel momento.
La natura odia i calcolatori; i suoi metodi sono saltuari ed impulsivi.
L’uomo vive di pulsazioni; così i nostri movimenti organici, gli agenti
chimici ed eterei sono ondulatorii ed alternati e la mente procede
attraverso antagonismi, e non s’innalza che a tratti. Noi progrediamo
per mezzo di casualità. Le nostre esperienze più importanti sono
state casuali. La classe di persone più attraente è quella potente
per vie indirette e non l’altra; sono gli uomini di genio non ancora
riconosciuti, poichè uno gode della loro luce senza pagare troppo
per essa. La loro è la bellezza non dell’arte ma dell’uccello, la
luce non dell’arte ma del mattino. Nel pensiero del genio vi è sempre
una sorpresa; ed il sentimento morale è giustamente chiamato «la
novità» perchè esso è null’altro; nuovo per l’intelligenza più vecchia
quanto per il bambino — «il regno che viene senza osservazione».
In modo uguale non vi deve essere, per un successo pratico, troppa
preparazione: non si osserverà mai un uomo che fa ciò che può far
meglio. Intorno alle sue azioni più confacenti v’è una specie di
magia, che colpisce di stupore la vostra forza di osservazione, di
modo che pur se il fatto succede davanti a voi, voi non lo avvertite.
L’arte della vita ha un pudore e non sarà esposta. Ogni uomo è
un’impossibilità, finchè egli non nasce; ogni cosa è impossibile
finchè non vediamo il suo risultato. Gli ardori della religione si
accordano infine con il più gelido scetticismo, per cui nulla è nostro
o della nostra opera, ma tutto è di Dio. La natura non ci concederà
la più piccola foglia di lauro. Ogni cosa scritta e fatta e posseduta
discende da Dio. Io bene vorrei essere morale, e tenermi nei limiti
dovuti e che io tanto amo, e concedere quanto più è possibile alla
volontà del l’uomo; ma in questo capitolo io ho messo il mio cuore
in potere della lealtà, e non posso vedere altro nel successo o nella
rovina se non la forza vitale provveduta dall’Eterno. I risultati della
vita sono incalcolati ed incalcolabili. Gli anni insegnano molte cose
che i giorni non sanno. Le persone che compongono la nostra società
conversano, vanno, vengono, propongono e compiono molte cose; e da
tutto ciò qualcosa nasce, ma nasce una cosa inaspettata. L’individuo
sempre s’inganna. Egli propose molte cose; prese con sè altre persone
in aiuto; bisticciò con alcune o con tutte; in molte cose errò e
qualche cosa è fatto, tutti hanno progredito d’un piccolo passo, ma
l’individuo s’inganna sempre: qualche cosa di nuovo infatti c’è, ma
molto differente da ciò che egli si era ripromesso.
Gli antichi, colpiti da questa irriducibilità ad ogni calcolo degli
elementi della vita umana, esaltarono il Fato come una divinità; ma
ciò è rimanere troppo a lungo vicino alla scintilla, che splende in
un solo punto; tuttavia l’universo è riscaldato da questo stesso fuoco
latente. Il miracolo della vita, che non vuole essere spiegato, ma che
vuole rimanere miracolo, introduce un elemento nuovo. Nello sviluppo
dell’embrione, Sir Everard Home, credo, notò che l’evoluzione non si
compieva da un punto centrale, ma era coattivo da tre o più parti. La
vita non ha memoria. Ciò che procede con una data successività può
essere ricordato, ma ciò che è coesistente o causato da una causa
più profonda, non conosce la propria tendenza. Così è per noi, ora
scettici o disgiunti, perchè siamo immersi in forme ed effetti aventi
un apparente valore conforme od ostile; ed ora religiosi, mentre
c’inchiniamo alla legge spirituale. Sopportate con pazienza questi
perturbamenti e questo sviluppo simultaneo delle parti: esse un giorno
diverranno _membri_, ed ubbidiranno ad un solo volere. Esse fissano
la nostra speranza e la nostra attenzione a quella sola volontà ed a
quella sola causa segreta. La vita è perciò fusa in un’aspettazione
od in una religione. Sotto le particolarità triviali discordanti, vi è
uno stato musicale, vi è l’Ideale sempre trascorrente con noi il cielo
immacolato. Osserviamo in quale modo si compie in noi la luce. Quando
io converso con una mente profonda, oppure essendo solo, ho dei buoni
pensieri, non provo la soddisfazione immediata che proverei bevendo
avendo sete o riscaldandomi avendo freddo, no! ma sono a tutta prima
conscio della mia prossimità ad una nuova ed eccellente condizione di
vita. Persistendo però a leggere od a pensare, questa condizione dà
altri segni di sè, simili a sprazzi di luce, che scoprono d’un tratto
la sua profonda bellezza e serenità, come se le nuvole che la coprivano
si fossero qua e là squarciate e lasciassero vedere al viandante che
si avvicina, le grandi montagne dell’interno, elevantisi su praterie
eterne e tranquille, dove pascolano le mandre ed i pastori danzano e
suonano la cornamusa. Ma ogni conoscenza di questo regno del pensiero
è sentita come quella che schiude un periodo e promette un seguito.
Io non creo; vi giungo e contemplo ciò che di già vi era. Io batto le
mani con gioia e stupefazione infantile dinnanzi al primo rivelarsi a
me di questa augusta magnificenza, vecchia per l’amore e l’omaggio di
innumerevoli età, giovane per la vita della vita, solatia e fulgida
Mecca del deserto. E quale avvenire essa apre! Io sento un nuovo cuore
palpitante per l’amore di una nuova bellezza. Io sono pronto a morire
fuori della natura, ed a rinascere in questa America nuova ed ancora
irraggiungibile, che io ho trovato nell’Ovest.