non si fermò al colore od alla forma, ma lesse il loro significato;
nè può egli fermarsi in questo, ma fa gli stessi oggetti, esponenti
del suo nuovo pensiero. Ecco la differenza fra il poeta ed il mistico.
Questi lega un simbolo ad un solo senso, che fu vero senso per un
momento, ma tosto invecchia e diventa falso. Però tutti i simboli sono
come flussi; ogni linguaggio è «rotabile» e passeggiero, ed è buono al
pari dei cavalli e delle barche come trasporto; ma non come possono
esserlo le case e cascinali, come abitazioni. Il misticismo consiste
nello scambio ingannevole di un simbolo accidentale ed individuale per
un simbolo universale. Il croco del mattino diviene la meteora favorita
agli occhi di Jacopo Behmen, ed a lui simboleggia la verità e la fede;
ed egli crede che ciò apparirà cosa reale ad ogni lettore. Ma già il
primo lettore preferisce il simbolo di una madre ed il suo bambino
o di un giardiniere ed il suo bulbo o di un gioielliere che raffina
la sua gemma. Ognuno di questi, e migliaia di altri simboli sono
ugualmente idonei alla persona, per la quale essi hanno un significato.
Soltanto che essi devono essere trattati illuminatamente, ed essere
volentieri tradotti negli equivalenti termini usati dagli altri uomini.
Ed al mistico bisogna seriamente dire — «Tutto quello che voi dite è
altrettanto vero con o senza l’uso noioso di quel simbolo». Si abbia
un po’ d’algebra, invece di questa trita retorica — si abbiano dei
segni universali invece di questi simboli da villaggio, e tutti ne
ritrarremo un profitto. La storia delle gerarchie sembra insegnare che
tutti gli errori religiosi consistettero nel fare il simbolo troppo
rigido e solido, e in ultimo, null’altro che un eccesso nell’organo del
linguaggio.
Swedenborg, fra tutti gli uomini delle età recenti, rappresenta
eminentemente il traduttore della natura nel pensiero. Non conosco
nella storia altro uomo nel quale le cose fossero così uniformi alle
parole. Davanti a lui la metamorfosi è sempre in azione. Ogni cosa su
cui il suo occhio si posa, ubbidisce agli impulsi di una natura morale.
I fichi diventano uva mentre egli li mangia. Quando qualcuno dei suoi
angeli affermò una verità, il ramoscello di lauro che essi tenevano in
mano, fiorì. Il rumore che in distanza pareva un digrignar di denti
e un percuoter di pugni, approssimatosi si scopre essere la voce di
disputanti. Gli uomini, in una delle sue visioni vedute nella luce
celeste, apparvero come draghi, involti nell’oscurità; ma uno all’altro
essi apparivano come uomini, e quando la luce dal cielo brillò nelle
loro capanne, essi si dolsero dell’oscurità e furono obbligati a
chiudere la finestra onde poter vedere.
Vi era in lui la percezione, che fa del poeta o dell’osservatore un
oggetto di rispetto e di terrore; percezione per cui lo stesso uomo o
società di uomini possono avere un solo aspetto per se stessi e per i
loro compagni, ed un aspetto differente per le intelligenze più alte.
Certi sacerdoti, che egli ritrae conversanti molto saggiamente insieme,
apparivano ai bambini che erano in distanza, come dei cavalli morti;
e molte altre simili false apparenze. Ed istantaneamente lo spirito
si chiede se quei pesci sotto il ponte, quei buoi al pascolo, quei
cani nel cortile, sono immutabilmente pesci, buoi e cani o se appaiono
così solo a me, o se per caso appaiono a se stessi uomini eretti; e
se appaia io stesso un uomo a tutti gli occhi. I Bramini e Pitagora
mossero la stessa questione; e se qualche poeta ha fatto testimonianza
della trasformazione, egli senza dubbio la trovò in armonia con varie
esperienze. Tutti noi abbiamo osservato dei mutamenti altrettanto
considerevoli nel grano e nei bruchi. Poeta è colui che ci attirerà con
l’amore e il terrore e che vede attraverso la fluente veste, la salda
natura e la proclama.
Io cerco invano il poeta che descrivo. Noi non ci indirizziamo alla
vita con sufficiente franchezza o con sufficiente profondità; nè
osiamo celebrare i nostri propri tempi e il momento sociale. Se noi
colmassimo il giorno con l’audacia, non rifuggiremmo dal celebrarlo.
Il tempo e la natura ci concedono molti doni, ma non ancora l’uomo
opportuno, la religione nuova, il riconciliatore, che tutte le
cose attendono. Il pregio di Dante è che egli osò scrivere la sua
autobiografia in carattere colossale o nell’universalità. Noi non
abbiamo ancora avuto alcun genio in America, dall’occhio severo, che
conoscesse il valore dei nostri incomparabili materiali e vedesse sul
barbarismo e materialismo dei tempi, un novello tripudio di quelli dèi,
di cui tanto ammira la pittura in Omero, poi nell’età media, poi nel
Calvinismo. Le Banche e le tariffe, il giornale e la giunta elettorale,
il metodismo e l’unitarismo, sono cose piatte e sciocche per gli
sciocchi, ma riposano sulle stesse basi di meraviglia della città di
Troia, e del tempio di Delfo, e passan via con altrettanta rapidità.
Il nostro movimento del legname, i nostri elettori e la loro politica,
la nostra pesca, i nostri negri ed indiani, le nostre barche, le
nostre ripulse, la collera dei bricconi, la pusillanimità degli uomini
onesti, il commercio del Nord, le piantagioni del Sud, il disboscamento
dell’Ovest, l’Oregon e il Texas, sono ancora cose da cantare. Eppure
l’America è un poema ai nostri occhi; la sua ampia geografia colpisce
l’immaginazione, e non attenderà a lungo la poesia. Se io non ho
trovato nei miei concittadini quell’eccellente complesso di doti che
cerco, nemmeno potrei aiutarmi a stabilire l’idea del poeta, leggendo
di tanto in tanto nella collezione di Chalmers i cinque secoli di
poesia inglese. Queste sono intelligenze più che poeti, sebbene
ci siano stati anche dei poeti fra di essi. Ma quando noi aderiamo
all’ideale del poeta, abbiamo le nostre difficoltà anche leggendo
Milton ed Omero. Milton è troppo letterario e Omero troppo letterale e
storico.
Ma io non sono saggio abbastanza per un criticismo nazionale, e debbo
far uso più ampio della vecchia larghezza, per compiere il mio viaggio
dalla Musa al poeta, in rapporto all’arte sua.
L’arte è il passo del creatore alla sua opera. I passi o i metodi sono
ideali ed eterni, sebbene pochi uomini li vedano; l’artista stesso per
anni o per tutta la vita, se non venga nelle necessarie condizioni,
non li vede. Il pittore, lo scultore, il compositore, il rapsodo,
l’oratore, tutti condividono un desiderio: quello di esprimersi
simmetricamente ed ampiamente e non da meschino ed a frammenti.
Essi si trovarono e si posero in certe condizioni speciali; così il
pittore e lo scultore davanti a certe toccanti figure umane; l’oratore
nell’assemblea del popolo; e gli altri davanti a scene che eccitarono
il loro intelletto; e ciascuno perciò senti il nuovo desiderio. Il
poeta ode una voce, egli vede un richiamo; poi apprende con meraviglia,
quale orda di demoni lo circonda. Egli non può più riposare, egli dice
con il vecchio pittore «Per Dio, esso è in me, e deve uscire da me».
Perseguita una bellezza intravveduta, che vola davanti a lui: poeta
spande versi in ogni solitudine. La maggior parte delle cose che egli
dice, sono convenzionali, senza dubbio; ma dopo qualche tempo egli dice
qualcosa di originale e di bello. Ciò lo affascina. Egli vorrebbe dire
null’altro che quelle cose. Nel nostro modo di parlare, noi diciamo
«Quello è vostro, questo è mio»; ma il poeta sa bene che ciò non è
suo; che è così bello e straniero per lui, come lo è per voi; egli
vorrebbe bene udire al fine simile eloquenza. Una volta che egli ha
gustato questo icóre immortale, egli non se ne sazia, e siccome un
ammirevole potere creativo esiste in queste intellezioni, è di infima
importanza che queste cose vengano dette. Quanto poco di tutto quello
che conosciamo è detto! Quante gocce di tutto il mare della nostra
scienza sono tolte da esso! e per quale accidente avviene che queste
siano esposte, quando tanti segreti dormono nella natura! Di qui sorge
la necessità del discorso e del canto; di qui nascono le ansie ed i
battiti del cuore nell’oratore alle porte dell’assemblea; di qui infine
la necessità che il pensiero debba essere emesso come Logos o Parola.
Non dubitare, o poeta, ma persisti. Di’: «È in me, ed uscirà». Rimani
là, deluso e muto, balbuziente e timido, fischiato e burlato; ma sta e
lotta, finchè finalmente, il furore tragga da te quel sogno potente,
che ogni notte mostra te a te stesso; potenza che trascende ogni
limite e segretezza, e per virtù della quale un uomo è il conduttore
dell’intiero fiume di elettricità. Nulla cammina o si trascina o cresce
od esiste, che non debba a sua volte alzarsi, e camminare davanti a
lui, come l’esponente delle sue significazioni. Quando egli raggiunge
quel potere, il suo genio non è più esauribile. Tutte le creature, a
coppie ed a tribù, si riversano nella sua mente come nell’arca di Noè,
per uscirne di nuovo a popolare un nuovo mondo. Questo potere è come il
deposito d’aria per il nostro respiro o per la combustione del nostro
legno; non è una misura di galloni, ma è l’intiera atmosfera, se è
necessario. E pertanto i ricchi poeti, come Omero, Chaucer, Shakespeare
e Raffaello, non hanno limiti alle loro opere, eccetto quelli della
loro vite naturale, ed esse paiono specchi portati per la strada,
pronti a rendere l’immagine di ogni cosa create.
Oh poeta! una nuova nobiltà è conferita nei boschi e nei pascoli, e non
più nei castelli o dalla lama della spada. Le condizioni sono dure,
ma uguali. Tu abbandonerai il mondo e non conoscerai più a lungo i
tempi, le abitudini, i favori, la politica, le opinioni degli uomini,
ma tutto riceverai dalla musa. Poichè l’ora delle città è suonata
dal mondo con campane funeree, ma nella natura le ore universali sono
contate dal succedersi delle tribù animali e delle tribù vegetali e
dal crescere della gioia nella gioia. Dio vuole pure che tu rinunci ad
una vita molteplice, e che tu sia pago che altri parlino per te. Altri
saranno i tuoi gentiluomini e rappresenteranno per te ogni cortesia e
vita mondana; altri anche faranno le grandi ed altisonanti azioni: Tu
giacerai nascosto con la natura; e non potrai andare al Capitolo od
alla Borsa. Il mondo è pieno di rinunzie e di noviziati, e questo è il
tuo; tu devi per lungo tempo passare per folle e villano.
Questo è il riparo, la guaina con cui Pan ha protetto il suo fiore
ben ornato, e così tu sarai conosciuto solo ai tuoi, ed essi ti
consoleranno con il più tenero amore. E tu non potrai ripetere i nomi
dei tuoi amici nei tuoi versi, per una vecchia vergogna davanti al
santo ideale. E questa è la ricompensa: che l’ideale sarà leale a te,
e le impressioni del mondo attuale cadranno come pioggia d’estate,
copiosa ma non dannosa alla tua essenza invulnerabile. Tu avrai tutta
la terra per tuo parco e possedimento, il mare per il tuo bagno e
la tua navigazione, senza tasse e senza invidia; i boschi e i fiumi
saranno tuoi, e tu possederai tutto ciò che gli altri hanno solo in
affitto od in prestito. Tu vero signore e padrone! Signore della terra;
signore del mare; signore dell’aria! Ovunque cade la neve o sgorga
l’acqua o volano gli uccelli; ovunque il giorno e la notte s’incontrano
nella penombra; ovunque i cieli azzurri sono cosparsi di nuvole o
trapunti di stelle; ovunque vi sono delle forme con dei trasparenti
legami; ovunque vi sono sbocchi nello spazio celeste; ovunque vi è
pericolo e rispetto ed amore, vi è Bellezza abbondante come la pioggia,
sparsa per te; e anche se tu percorressi tutto il mondo, non potresti
trovare una condizione per te inopportuna o vergognosa.
SECONDO SAGGIO
ESPERIENZA
Dove ci troviamo noi? Per una strada, della quale noi non conosciamo
gli estremi, e che crediamo non ne abbia alcuno. Noi ci svegliamo e ci
troviamo su d’una scala: vi sono dei gradini al disotto di noi, che ci
pare d’aver salito; ve ne sono di quelli al disopra di noi, e molti,
che vanno in alto e si perdono di vista. Ma il Genio, che secondo la
vecchia credenza sta alla porta per la quale entriamo e ci dà da bere
l’oblio affinchè non si dican frivolezze, mescolò troppo la bevanda,
e noi non possiamo scuotere il letargo anche ora a mezzogiorno. Il
sonno si sofferma per tutto il tempo della nostra vita attorno ai
nostri occhi, come la notte si sofferma tutto il giorno nei rami
dell’abete. Tutte le cose nuotano e brillano. La nostra vita non è
tanto minacciata quanto la nostra percezione. Noi ci avanziamo cauti,
simili a spettri attraverso alla natura e non riconosciamo più i nostri
posti. Cadde la nostra nascita in qualche momento di indigenza o di
frugalità della natura, che essa fu così avara del suo fuoco e così
liberale della sua terra, da apparire manifesta a noi la mancanza di
principio affermativo, e pur avendo salute e ragione, la mancanza di
superfluità di spirito per una nuova creazione? Noi abbiamo quanto è
sufficiente per vivere e passare l’anno, ma non un’oncia da concedere
o da mettere in serbo. Ah! se quel nostro genio fosse genio un poco
di più! Noi siamo come quei mugnai posti nella parte bassa di una
corrente, quando i mulini superiori hanno esaurito l’acqua. E come
essi, noi pensiamo che la gente che ci sta sopra debba avere alzate
le sue dighe. Se qualcuno di noi sapesse ciò che stiamo per fare o
dove siamo per andare, allorquando pensiamo di conoscere il meglio!
Noi non sappiamo oggi se siamo oziosi oppure occupati. Abbiamo poi
scoperto che nei tempi che ci credemmo indolenti, molto si era fatto
e molto si era incominciato. Tutti i nostri giorni sono così poco
profittevoli nel loro passare, che è stupefacente l’immaginare dove
o quando noi abbiamo ottenuto qualcosa di ciò che chiamiamo sapienza,
poesia, virtù. Noi giammai la acquistammo in alcun giorno segnato dal
calendario. Qualche giorno celestiale deve essere stato intercalato in
qualche luogo, come quelli che Hermes coi dadi vinse alla Luna affinchè
Osiride potesse nascere. Si dice che tutti i martirii appaiono senza
importanza quando sono stati sofferti. Ogni bastimento è una cosa
romantica, eccetto quello in cui ci troviamo. Imbarchiamoci e ciò che
è romantico abbandona la nostra nave e si appende a qualsiasi altra
vela nell’orizzonte. La nostra vita ci appare banale, e noi evitiamo di
rievocarla. Gli uomini sembrano avere appreso dall’orizzonte l’arte del
ritrarsi perpetuamente. Laggiù terre montagnose dànno ricca pastura, ed
il mio vicino ha fertili prati, «ma il mio campo — dice il contadino
malcontento — serve solo a tenere insieme il mondo». Io cito il detto
di un altro uomo, ma sfortunatamente, quell’altro si ritira per la
stessa via, e cita me. Ogni casa è piacevole allo sguardo finchè non vi
penetriamo; ma in caso contrario vi troviamo la tragedia, le donne che
si lamentano, i mariti dagli occhi torvi, un’infinità di dimenticanze,
e gli uomini che domandano «Che cosa c’è di nuovo?» come se le cose
vecchie fossero tanto cattive. Quanti individui possiamo noi enumerare
in società? quante azioni? quante opinioni? Tanta parte del nostro
tempo è preparazione, tanta è abitudine e tanta è retrospettiva,
cosicchè l’energia del genio di ciascun uomo si contrae nel giro di
pochissime ore. La storia della letteratura (prendete le conclusioni
ultime del Tiraboschi, di Warton e dello Schlegel), è una somma di
pochissime idee e di pochissimi racconti originali, mentre tutto il
resto non è che una variazione di questi. Allo stesso modo un’analisi
critica troverebbe, in questa vasta società che giace intorno a noi,
pochissime azioni spontanee. Tutto o quasi è se non abitudine e senso
grossolano. Poche sono le opinioni stesse, e queste sembrano organiche
in coloro che parlano, e non distraggono la necessità universale.
Quanto oppio è versato in ogni sventura! Essa si mostra spaventevole
quando noi ci avviciniamo, ma infine non ci imbattiamo in una cosa
aspra e lacerante, ma nella più dolce e levigata delle superfici.
La gente geme e si lamenta, ma il dolore non è grande quanto lo fanno.
Vi sono dei momenti in cui desideriamo la sofferenza, nella speranza
di trovarvi almeno la realtà, le punte acuminate e la lama della
verità. Ma tutto ciò risulta non essere altro che pitture da scenari
e finzione. L’unica cosa che il dolore mi ha insegnato, è quanto poco
profondo esso sia: come tutto il resto, esso scherza intorno alla
superficie, e non mi introduce mai nella realtà, per il cui contatto
noi daremmo in pegno figli ed amanti. Fu Buscovich a scoprire che i
corpi non vengono mai a contatto? Bene, ed io affermo che le anime
non raggiungono mai i loro obbietti. Un mare non navigabile si muove
con onde silenziose fra noi e le cose alle quali aspiriamo e con le
quali conversiamo. Il dolore ci renderà pure idealisti. Per la morte
di mio figlio, più di due anni fa, mi parve di aver perduto un bel
possedimento: null’altro. Io non posso maggiormente introdurmi nella
natura di questo fatto. Se domani venissi informato del fallimento dei
miei principali debitori, la perdita della mia proprietà sarebbe un
grande cruccio per me e forse per molti anni; ma essa mi lascierebbe
come mi ha trovato, nè migliore, nè peggiore. Così avviene con la
sventura: essa non mi tocca; qualche cosa che io immaginavo fosse
una parte di me stesso e che non poteva essere strappata senza
dilaniarmi nè accresciuta senza arricchirmi, cade lontana da me, e
non lascia alcun segno. Essa era caduca. Io soffro che il dolore mi
possa insegnare nulla, nè possa farmi avanzare d’un passo nella natura
reale. L’indiano maledetto che non poteva essere toccato nè dal vento,
nè dall’acqua, nè dal fuoco, è un tipo che rappresenta noi tutti. Le
vicende più care sono pioggie estive, e noi abbiamo gli impermeabili
che ci salvano da ogni goccia. Nulla ci è lasciato all’infuori della
morte. Noi guardiamo a questa con macabra soddisfazione, dicendo che
là almeno vi è una realtà che non ci trarrà in inganno. Io penso che
questa evanescenza e lubricità di tutti gli oggetti, per cui essi
scivolano attraverso le nostre dita tanto più rapidamente quanto più
noi stringiamo, sia la parte più brutta della nostra condizione. Alla
natura non piace d’essere osservata, e desidera che noi siamo i suoi
buffoni e compagni di giuoco. Noi possiamo ottenere una palla per il
nostro cricket; ma non un seme per la nostra filosofia. Essa non ci
diede mai il potere di menar colpi diretti; tutti i nostri colpi sono
maldestri od accidentali.
Così le relazioni con i nostri simili sono indirette e casuali. Il
sogno ci consegna al sogno, e non vi è fine all’illusione. La vita è
una catena di modi come un rosario, ed a misura che noi vi passiamo
attraverso essi risultano essere delle lenti colorate, che dipingono il
mondo del loro proprio colore, e mostrano solo quanto giace nel fuoco
di ciascuna lente. Dalla montagna voi vedete la montagna. Noi diamo
vita a ciò che possiamo, e noi vediamo solamente ciò cui diamo vita. La
natura ed i libri appartengono agli occhi che vedono questi e quella.
Il vedere un tramonto od un poema dipende solo dalla disposizione
d’animo di un uomo. Vi sono sempre dei tramonti e vi è sempre il genio;
ma vi sono solo poche ore serene per godere della natura o dell’esame
critico. Il maggior o minor godimento dipende dalla struttura o dal
temperamento dell’uomo. Il temperamento è il filo di ferro, sul quale
le perle sono legate. A che giova la fortuna o l’ingegno ad una natura
fredda e difettosa? Chi si cura della sensibilità o del giudizio
critico di un uomo, se egli si addormenta sulla sua sedia? o se egli
ride e sogghigna? o se egli fa delle scuse? o se è ammalato di egoismo?
o se pensa ai suoi dollari? o se non può nutrirsi? A che cosa giova
il genio se l’organo è troppo convesso o troppo concavo, e non può
trovare la distanza focale nel vero orizzonte della vita umana? A che
cosa giova lo stimolare un uomo a fare esperimenti ed a sostenerlo in
ciò, se il suo cervello è troppo freddo o troppo caldo, ed egli non
se ne cura? o se il tessuto è troppo finemente intrecciato, troppo
irritabile per il piacere o per il dolore, cosicchè la vita ristagna
se riceve troppo senza la dovuta espansione? A che serve il fare
degli eroici voti d’ammenda, se colui che deve mantenerli è lo stesso
spergiuro? Quale serenità può concedere il sentimento religioso, quando
si sospetta che esso sia dipendente dalle stagioni dell’anno o dallo
stato del sangue? Conobbi un medico spiritoso, che scopriva la teologia
nei vasi biliari ed era solito affermare che se vi era una malattia
nel fegato, l’uomo diveniva Calvinista, e se quell’organo era sano
egli diveniva Unitario. È assai penosa quell’esperienza ingrata che ci
insegna come qualche eccesso ostile o l’imbecillità possono distruggere
le promesse del genio. Noi vediamo dei giovanotti, che ci devono un
mondo nuovo, tanta è la loro facilità e prodigalità nel promettere, ma
essi mai non soddisfano al debito; essi muoiono giovani ed eludono il
conto: oppure se vivono, si perdono nella folla.
Il temperamento pure fa parte del sistema delle illusioni, e ci
racchiude in una prigione di vetro, che noi non possiamo vedere.
Intorno ad ogni persona che incontriamo vi è un’illusione ottica.
In vero, esse sono tutte creature con un dato temperamento, che
appariranno con un dato carattere, di cui non sorpasseranno mai i
limiti: ma noi le guardiamo, esse ci sembrano vive, e noi presumiamo
che vi sia in loro un impulso: esso pare tale nel momento in cui
guardiamo, ma negli anni, nella vita, esso diviene se non un certo
tono uniforme che il tamburo rotante del «carillon» deve ripetere. Gli
uomini resistono a quanto è prestabilito nel mattino, ma lo adottano a
misura che il pomeriggio s’avanza e che il temperamento prevale sopra
ogni cosa di tempo, luogo e condizione, e diviene inconsumabile nelle
fiamme della religione. Il sentimento morale cerca di imporre qualche
modificazione, ma il tessuto individuale mantiene il suo dominio,
se non per piegare il giudizio morale almeno per fissare la misura
dell’attività e del godimento.