L’intimità e il mistero di questo attaccamento conduce gli uomini di

ogni classe all’uso di emblemi. Le scuole dei poeti e dei filosofi non

sono maggiormente ebbre dei loro simboli di quanto lo sia la plebaglia

dei suoi. Computate il valore dei distintivi e degli emblemi nei nostri

partiti politici. Guardate la grande palla che essi fanno rotolare da

Baltimora a Bunker Hill! Nelle processioni politiche, Lowell va con

un remo, Lynn con una scarpa, e Salem con un bastimento. Guardate il

barile di Sidro, la capanna del legnaiuolo, il bastone di noce, il

palmizio, e tutti i distintivi del partito. Vedete il potere degli

emblemi nazionali, delle stelle, dei gigli, dei leopardi. Una mezza

luna, un leone, un’aquila od altro, che vennero in onore Dio sa come,

sopra un vecchio straccio di lana, svolazzante al vento, sopra un

forte, all’estremità della terra, farà circolare più veloce il sangue

sotto la più rude e la più convenzionale esteriorità.

Gli uomini s’immaginano d’odiare la poesia, eppure essi sono tutti

poeti e mistici!

Oltre questa universalità del linguaggio simbolico, noi siamo informati

della divinità di questo uso superiore delle cose (dacchè il mondo è un

tempio le cui mura sono ricoperte di emblemi, pitture e comandamenti

della deità) in ciò, che non vi è nessun fatto naturale che non porti

l’intiero senso della natura, e la distinzione che noi facciamo di

eventi e di affari, di alto e basso, di onesto e vile, scompaiono

quando la natura è usata come simbolo. Il pensiero rende tutte le cose

atte all’uso. Il vocabolario di un uomo omnisciente conterrebbe parole

ed imagini, escluse dalla conversazione educata. Ciò che sarebbe basso,

o perfino osceno all’osceno, diviene illustre se espresso in una nuova

relazione di pensiero. La pietà dei profeti Ebrei purifica la loro

grossolanità. La circoncisione è un esempio del potere della poesia di

innalzare il basso e l’inverecondo. — Le cose piccole e vili servono

così bene come i grandi simboli. Più basso è il tipo, per mezzo del

quale una legge è espressa, e più pungente essa è, più a lungo dura

nella memoria degli uomini; appunto come noi scegliamo talora la più

piccola cassetta per portare qualche utile strumento. Semplici elenchi

di parole divengono suggestivi per una mente eccitata e fantastica;

così si racconta che Lord Chatham fosse abituato a leggere il

dizionario di Baily quando si preparava a parlare in Parlamento. La più

povera esperienza è ricca abbastanza per tutti i propositi del pensiero

da esprimere. Perchè ambire ad una conoscenza di fatti nuovi? Il Giorno

e la Notte, la casa ed il giardino, pochi libri e poche azioni, ci

servono così bene come ci servirebbero tutti i commerci e tutti gli

spettacoli. Noi siamo lungi dall’avere esaurito il significato dei

pochi simboli che usiamo. Noi possiamo ritornare al loro uso ancora con

una terribile semplicità. Non vi è bisogno che un poema sia lungo. Ogni

parola fu una volta un poema. Ogni nuova relazione è una nuova parola.

Anche noi usiamo difetti e deformità per iscopi sacri, esprimendo così

il nostro convincimento che i mali del mondo sono tali solamente agli

occhi dei cattivi. Nella vecchia mitologia, osservano gli studiosi di

mitologia, dei difetti sono ascritti alle nature divine; Vulcano fu

zoppo, Cupido fu cieco, e simili, e ciò per significare esuberanza.

È la rimozione ed il distacco dalla vita di Dio che fa le cose

brutte, ed il poeta che riattacca le cose alla natura ed al tutto —

(riattaccando anche le cose artificiali e le violazioni della natura

alla natura, per una visione più profonda) dispone molto facilmente

dei più sgradevoli fatti. I lettori di poesia vedono la fattoria del

villaggio e la ferrovia, e immaginano che la poesia del paesaggio sia

scomparsa; poichè queste forme d’arte non sono ancora consacrate nella

loro lettura; ma il poeta le vede cadere nel grande ordine non meno che

l’alveare o la tela geometrica del ragno. La Natura le adotta molto

presto nei suoi circoli vitali, ed essa ama il lungo treno fuggente,

come una cosa sua. Inoltre per una mente equilibrata non importa quante

invenzioni meccaniche voi mostriate! Anche se ne aggiungerete dei

milioni, naturalmente i fatti della meccanica non hanno guadagnato un

dramma di peso. Il fatto spirituale rimane inalterabile per mezzo di

molti o di pochi particolari; così come nessuna montagna è d’altezza

abbastanza elevata da rompere la curva della sfera. Un astuto ragazzo

di campagna va in città per la prima volta, ed il compiangente

cittadino non è soddisfatto della sua poca meraviglia. Non è che egli

non veda tutte le belle cose, e non sappia che egli non ne vide mai

di così belle prima, ma egli dispone di esse tanto facilmente quanto

il poeta della sua ferrovia. Il principale valore del fatto nuovo è di

innalzare il grande e costante fatto della vita, che può rimpicciolire

ogni e qualsiasi circostanza, e per il quale i pendagli di conchiglie

degli Indiani ed il commercio d’America sono la stessa cosa.

Il mondo essendo sottoposto alla mente come un verbo e come un nome,

il poeta è colui che lo può esprimere. Poichè, sebbene la vita sia

grande ed affascini ed assorba, e sebbene tutti gli uomini siano

conscii dei simboli attraverso i quali essa è mentovata, pure essi

non possono usarli. Noi siamo simboli e dimoriamo nei simboli;

operai, lavoro, parole e cose, nascita e morte, tutti sono emblemi;

ma noi simpatizziamo con i simboli, ed essendo infatuati dell’utilità

economica delle cose, noi ignoriamo che essi sono pensieri. Il poeta,

per mezzo di un’ulteriore percezione intellettuale, dà loro un potere

che fa dimenticare il loro vecchio uso, e che dà gli occhi e la parola

ad ogni oggetto muto ed inanimato. Egli scopre l’indipendenza del

pensiero dal simbolo, la stabilità di quello, l’accidentalità e la

fugacità di questo. Come gli occhi di Linceo — si disse — vedevano

attraverso la terra, così il poeta trasforma il mondo in un cristallo,

e ci mostra tutte le cose nelle loro varietà, e nel loro procedere.

Poichè, per mezzo della percezione più sottile, egli si trova d’un

passo più vicino alle cose, ed osserva il loro flusso o la loro

metamorfosi, percepisce la multiformità del pensiero; vede che dentro

la forma di qualsiasi individuo vi è una forza che lo spinge verso una

forma più alta; e seguendo coi suoi occhi la vita, usa la forma che

esprime quella vita, e così il suo discorso scorre con lo scorrere

della natura. Tutti i fatti dell’economia animale, del sesso, del

nutrimento, della gestazione, della nascita, dello sviluppo, sono

simboli del passaggio del mondo nell’anima dell’uomo, per sopportare

un mutamento e riapparire poi un fatto nuovo e più alto. Egli usa

delle forme corrispondenti alla vita e non alla forma. Questa è la

vera scienza. Il poeta solo conosce l’astronomia, la chimica, la

vegetazione, la vitalità; però egli non si ferma su questi fatti, ma

li usa come segni. Egli sa perchè i campi dello spazio furono seminati

con quei fiori che chiamiamo soli, lune e stelle; egli sa perchè la

grande profondità è adorna di animali, di uomini, e di dèi; perchè, in

ogni parola che egli dice, egli cavalca su di essi, come corsieri del

pensiero.

Per virtù di questa scienza il poeta è il Nominatore, il Facitore del

Linguaggio, chiamando le cose talvolta a seconda della loro essenza, e

dando a ciascuna il suo nome e non quello di un’altra, rallegrando con

ciò l’intelletto, che ama il distacco e la precisione. I poeti fecero

tutte le parole, e pertanto il linguaggio è l’archivio della storia,

e, se dobbiamo dirlo, una specie di tomba delle muse. Però, sebbene

l’origine della maggior parte delle nostre parole sia dimenticata,

ogni parola fu in principio un lampo di genio e fu divulgata perchè

in quel momento essa simbolizzava il mondo al primo parlatore ed al

primo uditore. L’etimologo scopre che la più morta parola è stata

una volta una brillante pittura. Il linguaggio è poesia fossile. Come

la calce del continente consiste di infinite masse di conchiglie di

piccolissimi animali, così il linguaggio è fatto di imagini, di tropi,

che ora per il loro uso secondario hanno da lungo tempo cessato di

ricordarci la loro origine poetica. Ma il poeta nomina la cosa perchè

egli la vede o si avvicina ad essa un passo più di chiunque altro.

Questa espressione, questo nominare, non è arte, ma una seconda

natura cresciuta dalla prima, come la foglia dall’albero. Ciò che noi

chiamiamo natura è una certa mozione od un certo mutamento regolato da

se stesso; la natura fa tutte le cose con le sue proprie mani, e non

lascia che altri la battezzi, ma si battezza da sè; e questo di nuovo

si ripete attraverso la metamorfosi. Mi ricordo che un certo poeta

me lo descrisse così: «Il Genio è l’attività che rimedia interamente

e parzialmente alla decadenza delle cose di specie materiale e

finita. La Natura, attraverso tutti i suoi regni, assicura se stessa.

Nessuno si occupa di seminare il povero fungo: così essa scuote dalla

capocchia di un solo agarico innumerevoli spore, ognuna delle quali,

conservandosi, trasmette nuovi miliardi di spore domani o dopodomani.

Il nuovo agarico di quest’ora ha un privilegio che il vecchio non ebbe.

Infatti questo atomo di seme è gettato in un nuovo posto, non soggetto

agli accidenti, che distrussero i suoi genitori due metri più lontano.

La natura produce un uomo; ed avendolo portato all’età matura, essa

non correrà più il rischio di perdere d’un tratto tale meraviglia, ed

infatti stacca da lui un altro essere uguale, affinchè la specie sia

al riparo dagli accidenti, ai quali l’individuo è esposto. Nello stesso

modo quando l’anima del poeta è giunta alla maturità del pensiero, essa

stacca e sparge i suoi poemi od i suoi canti: una progenie eroica,

vigile, immortale, sciolta dal regno del tempo: una progenie eroica,

animata di posteriorità, vestita d’ali (tali per la virtù dell’anima

donde essa venne) che la portano velocemente e lontano, e la fissano

irrevocabilmente nei cuori degli uomini. Queste ali sono la bellezza

dell’anima del poeta. I canti, fluendo così immortali dal loro mortale

genitore, sono seguiti da clamorosi scoppi di censure, che pullulano

in maggiore numero dei canti stessi e minacciano di divorarli; ma le

censure non sono alate. Alla fine di un brevissimo giro esse cadono

e si decompongono, non avendo ricevuto dalle anime che le produssero,

belle ali. Ma le melodie del poeta ascendono, palpitano e si immettono

nelle profondità del tempo infinito.»

Questo m’apprese, usando le sue libere parole, il poeta. Ma la

natura ha nella produzione di nuovi individui un fine più alto che la

guarentigia, bensì quello dell’ascensione o del passaggio dell’anima in

forme più alte. Io conobbi nei miei verdi anni lo scultore che fece la

statua del giovane, che sta nel giardino pubblico. Mi ricordo che egli

non poteva dire direttamente ciò che lo rendeva felice od infelice, ma

per mezzo di meravigliose vie indirette egli lo poteva. Egli si alzò un

giorno, com’era suo costume, prima dell’aurora; contemplò lo spuntare

del mattino, grandioso come l’eternità donde proveniva, e per molti

giorni egli tentò di esprimere quella grandiosa calma, ed ecco! il suo

scalpello sbozzò nel marmo la forma di un bel giovane, Fosforo, il cui

aspetto è tale che, si dice, tutti coloro che lo guardano divengono

silenziosi. Il poeta anche si adatta alla sua «maniera», e il pensiero

che lo agitò è espresso, ma _alter idem_, in un modo totalmente nuovo.

L’espressione è organica od è quel nuovo tipo che le cose stesse

assumono quando sono liberate. Come al sole gli oggetti dipingono

la loro imagine sulla retina dell’occhio, così essi partecipando

all’aspirazione dell’intiero universo, tendono a dipingere nella mente

una molto più delicata copia della loro essenza. Il desiderare la

metamorfosi delle cose in forme organiche più elevate, è desiderare

il loro mutarsi in melodie. Sopra ogni cosa sta il suo demone o la sua

anima, e come la forma della cosa è riflessa dall’occhio, così l’anima

della cosa è riflessa da una melodia. Il mare, la catena di montagne,

il Niagara, ed ogni aiuola di fiori, preesistono o super-esistono

in pre-canti, che si innalzano come profumi nell’aria; e quando un

uomo qualsiasi dall’udito sufficientemente fine si avvicina, egli li

sente e tenta di scriverne le note senza indebolirli e depravarli.

E da ciò deriva la legittimazione della critica, nella fede della

mente, che i poemi sono una versione corrotta di qualche testo della

natura, ai quali dovrebbero corrispondere. Una rima in uno dei nostri

sonetti non dovrebbe essere meno piacevole dei ripetuti avvolgimenti

di una conchiglia marina, della somigliante varietà di un mazzo di

fiori. L’accoppiamento degli uccelli è un idillio non tedioso come lo

sono i nostri idillii; una tempesta è un’ode violenta senza falsità

od affettazione; un’estate con le sue messi tagliate, ammucchiate,

raccolte, è un ammirevole canto epico. Perchè la simmetria e la varietà

che modulano questi canti, non dovrebbero insinuarsi negli spiriti

nostri, e partecipare noi alle invenzioni della natura?

Questa penetrazione, che esprime se stessa per mezzo di ciò che

si chiama _Imaginazione_, è un altissimo punto di vista, che non

s’acquista con lo studio, ma con l’intelletto, con lo spartire il

cammino o il circuito delle cose attraverso le forme, facendole

così trasparenti agli altri. Il cammino delle cose è silenzioso.

Permetteranno esse che un parlatore le accompagni? Esse non

sopporteranno una spia; però un amante, ed un poeta, sono la

trascendenza della loro propria natura ed esse li soffriranno.

La condizione per meritare il vero nome di poeta sta in quel suo

sottomettersi alla divina aura, che spira attraverso le forme, e

nell’accompagnarla.

Un segreto che qualsiasi uomo intellettuale rapidamente apprende è che

oltre l’energia del suo intelletto posseduto e conscio, egli è capace

di una nuova energia — (come di un intelletto piegato su se stesso)

per mezzo dell’abbandono alla natura delle cose; che, oltre il suo

potere privato come uomo individuo, vi è un grande potere pubblico,

al quale egli può spalancare a tutti i rischi i suoi spiragli umani,

ed essere dominato e penetrato dal suo etereo influsso. Allora egli

è preso nella vita dell’Universo, il suo discorso è buono, il suo

pensiero è legge e le sue parole sono universalmente intelligibili,

come le piante e gli animali. Il poeta sa di parlare adeguatamente

solo quando egli dice alcunchè selvaggiamente o «col fiore della

mente»; non con l’intelletto, usato come organo, ma con l’intelletto

sciolto da ogni schiavitù, e libero di prendere il suo indirizzo dalla

sua vita celestiale; o, come gli antichi usavano esprimersi, non con

l’intelletto solo, ma con l’intelletto inebriato di nettare. Come il

viaggiatore che ha perduta la sua via, getta le sue redini sul collo

del cavallo e si affida all’istinto dell’animale per trovare la sua

strada, così dobbiamo fare noi con l’animale divino che ci conduce

attraverso il mondo. Poichè se in un modo qualsiasi noi possiamo

stimolare questo istinto, nuovi orizzonti si aprono per noi nella

natura; la mente fluisce attraverso le cose più alte e più difficili e

la metamorfosi è possibile.

Questa è la ragione per cui i poeti amano il vino, l’idromelo, i

narcotici, il caffè, il thè, l’oppio, i profumi del legno di sandalo

ed il tabacco, o qualsiasi altra cosa atta a procurare un godimento

animale. Tutti gli uomini si servono dei mezzi che possono per

aggiungere questo straordinario potere ai loro poteri normali; ed a

questo scopo essi tengono in pregio la conversazione, la musica, la

pittura, la scultura, il ballo, i teatri, i viaggi, le guerre, le

folle, gli incendi, il giuoco, la politica, o l’amore o la scienza

o l’ebbrezza animale, che sono sostituti _quasi_-meccanici del

vero nettare, che è il rapimento dell’intelletto approssimantesi

al fatto. Essi sono degli ausiliari alla tendenza centrifuga di un

uomo, al suo passaggio in un libero spazio, ed essi lo aiutano a

sfuggire alla vigilanza di quel corpo nel quale egli è rinchiuso,

e da quel cortile carcerario fatto di relazioni individuali, in cui

egli è confinato. Da ciò, un grande numero di coloro che erano, per

professione, i rivelatori del Bello, come i pittori, i poeti, i musici

e gli attori, hanno avuto più di ogni altro il costume di condurre

una vita di piacere e di rilassatezza; tutti, eccetto quei pochi, che

ricevettero il vero nettare; e siccome era questo un modo illegittimo

di raggiungere la libertà; siccome era questa non un’emancipazione

tendente ai cieli, ma alla licenza dei più vili luoghi, essi furono

puniti per tale privilegio, con il disfacimento e la deteriorazione.

Mai può alcun vantaggio essere preso dalla natura con la frode. Lo

spirito del mondo, la grande serena presenza del Creatore, non si fa

innanzi con le malìe dell’oppio o del vino. La sublime visione viene

all’anima pura e semplice, in un corpo netto e casto. Ciò che noi

dobbiamo ai narcotici non è ispirazione, ma un falso eccitamento e un

falso furore. Milton dice che il poeta lirico può bere vino e vivere

generosamente, ma il poeta epico, colui che deve cantare gli dèi e la

loro discesa fra gli uomini, deve bere acqua in una coppa di legno.

Poichè la poesia non è «Il vino del Demonio» ma il «vino di Dio».

Avviene in questo caso ciò che avviene con i trastulli. Noi colmiamo

le mani e le camere dei nostri bambini con ogni specie di bambole, di

tamburi e di cavalli, distraendo i loro occhi dal viso aperto della

natura e dai suoi sufficienti oggetti, quali il sole, la luna, gli

animali, l’acqua, le pietre, che dovrebbero essere i loro trastulli.

Così il modo di vita del poeta dovrebbe essere posto ad un grado così

umile e semplice che gli influssi comuni lo riempissero di letizia. La

sua gioia dovrebbe essere dono della luce del sole; l’aria dovrebbe

bastare alla sua ispirazione, ed egli dovrebbe esser ebbro d’acqua.

Quello spirito che basta ai cuori tranquilli, che sembra venire ad

essi da qualsiasi cespuglio d’erba, da ogni tronco di pino e da ogni

pietra a mezzo-sepolta e su cui batte il debole sole di marzo; viene ai

poveri ed agli affamati, ed a coloro che sono di semplici gusti. Se tu

riempi il tuo cervello di Boston e New York, di mode e di cupidigie,

e stimolerai i tuoi deperiti sensi con il vino ed il caffè, tu non

troverai raggio di sapienza nella solitaria distesa della pineta.

Se l’immaginazione inebbria il poeta, non è inattiva presso gli altri

uomini. La metamorfosi eccita in chi la contempla un’emozione di gioia.

L’uso dei simboli ha un certo potere di emancipazione e di ricreazione

per tutti gli uomini. Essi sembrano essere toccati da una bacchetta,

che li faccia danzare e correre in giro, felici come bambini. Noi

siamo come persone che vengono da una cava o da una cantina, all’aria

aperta. Questo è l’effetto dei tropi, delle favole, degli oracoli e

di qualsiasi forma poetica, su di noi. I poeti sono perciò degli dèi

apportatori di libertà. Gli uomini hanno realmente ricevuto un nuovo

senso, ed hanno rinvenuto dentro il loro mondo un altro mondo od una

sorgente di mondi; poichè, una volta che la metamorfosi è contemplata,

noi indoviniamo che essa non s’arresta. Io non esaminerò ora quanto da

ciò derivi il fascino dell’algebra e della matematica, che hanno anche

i loro tropi; ma ciò è sentito in ogni definizione, così, ad esempio,

quando Aristotile definisce lo _spazio_ essere un recipiente immobile,

nel quale le cose sono contenute; — oppure quando Platone definisce

una linea come un punto fluente o la figura come il limite di un

solido, e così via. Quale lieto senso di arditezza noi proviamo quando

Vitruvio annunzia la vecchia opinione degli artisti, secondo la quale

nessun architetto può costruire bene una casa se non conosce un po’

d’anatomia; quando Socrate, in Charmides ci dice che l’anima è guarita

dalle sue malattie per mezzo di certi incanti, e che questi incanti

sono belle ragioni, per mezzo delle quali si genera la temperanza

nelle anime; quando Platone chiama il mondo un animale; e Timeo afferma

che anche le piante sono animali, od afferma che un uomo è una pianta

celeste, che cresce verso l’alto con la sua radice, che ne è il capo; e

quando leggiamo le parole di Giorgio Chapman.

«Come nella nostra pianta uomo, la cui nervosa radice fiorisce alla sua

sommità»; quando Orfeo parla delle canizie come di «quel bianco fiore

che segna l’estrema età»; quando Proclo chiama l’universo la statua

dell’intelletto; quando Chaucer, nella sua lode alla «Gentilesse» pone

il buon sangue in condizione uguale al fuoco, che anche portato nella

più scura casa che si possa trovare andando fino al monte Caucaso,

compierà ancora il suo naturale ufficio, ed arderà così brillantemente

come se ventimila uomini lo contemplassero; quando Giovanni vide

nell’Apocalisse la rovina del mondo per causa del male, e le stelle

cadere dal cielo, come il fico maturo dall’albero; quando Esopo enumera

le comuni relazioni quotidiane con maschere di uccelli e di bestie;

quando infine tutto ciò osserviamo, noi dobbiamo trarre l’ammonimento

dell’immortalità della nostra essenza, e delle sue varie consuetudini

e liberazioni e dire come dicono le gitane di loro stesse: «è inutile

impiccarle, esse non possono morire».

I poeti sono così degli dèi liberatori. Gli antichi poeti Britannici

ebbero per loro motto: «Quelli che sono liberi attraverso il mondo».

Essi sono liberi e rendono liberi. Un libro di immaginazione ci rende

un servizio molto maggiore da principio, stimolandoci coi suoi tropi,

che dopo, quando arriviamo ad afferrare il senso preciso dell’autore.

Io credo che nulla abbia valore nei libri, se non il trascendentale

e lo straordinario. Se un uomo è infiammato e trasportato dal suo

pensiero ad un punto tale da dimenticare autori e pubblico, e si

cura solamente di questo suo unico sogno, che lo possiede come una

vertigine, lasciate che io legga le sue carte, e voi tenetevi tutti gli

argomenti, tutte le storie e tutte le critiche. Tutto il valore che

si ricollega a Pitagora, a Paracelso, a Cornelio Agrippa, a Cardano,

a Keplero, a Swedenborg, a Schelling, a Oken od a chiunque altro

che introduca fatti discutibili nella sua cosmogenìa, come angeli,

demoni, magìa, astrologia, mesmerismo e simili, è la prova ed una

nuova testimonianza dell’allontanamento dalle cose usate. Ciò che pure

rappresenta il migliore successo in conversazione, è quella magica

libertà, che pone il mondo come una palla, nelle nostre mani. Come pare

a buon mercato anche la libertà allora: quanto spregevole a studiarsi,

quando un’emozione comunica all’intelletto il potere di sondare e

scoprire la natura: quanto grande la prospettiva! nazioni, tempi,

sistemi, entrano e spariscono, come i fili nelle tappezzerie a grandi

figure e svariati colori; il sogno ci consegna al sogno, e mentre

l’ebbrezza dura, noi cederemo il nostro letto, la nostra filosofia, la

nostra religione, nella nostra opulenza.

Vi è una buona ragione per cui dovremmo tenere in pregio questa

liberazione. La sorte del povero pastore, che accecato e sperduto nella

tempesta di neve, perisce sotto una valanga a pochi passi dalla sua

capanna, è l’emblema dello stato dell’uomo. Noi moriamo miserevolmente

sulla riva delle acque della vita e del vero. L’inaccessibilità di

ogni pensiero che non sia il nostro è prodigiosa. Nulla vale che lo

avviciniate; voi ne siete altrettanto remoti quando siete lontani, come

quando siete vicini. Ogni pensiero è anche una prigione; come lo è ogni

cielo. Perciò noi amiamo il poeta, l’inventore, colui che in qualsiasi

forma, sia essa un’ode od un’azione, uno sguardo o una linea di

condotta, ci ha dato un nuovo pensiero. Egli scioglie le nostre catene,

e ci ammette ad una nuova scena.

Questa emancipazione è cara a tutti gli uomini, ed il potere di

manifestarla siccome deve venire da una maggiore profondità e

finalità di pensiero, è misura dell’intelletto. Perciò tutti i libri

d’immaginazione durano e durano tutti quelli che posseggono quella

verità, per cui lo scrittore vede la natura al disotto di lui, e la usa

come suo esponente. Ogni verso o sentenza che possegga questa virtù,

avrà cura della sua propria immortalità. Le religioni del mondo sono le

giaculatorie di pochi uomini immaginativi.

L'anima, la natura e la saggezza · 第 20 / 32 段