La Storia è di già vecchia abbastanza per far testimonianza delle

vecchie età e della scomparsa delle arti particolari. L’arte della

scultura è da lungo tempo morta per qualsiasi effetto reale. Essa

era originariamente un’arte utile, un modo di scrivere, un annale

della gratitudine o della devozione del selvaggio, e fra popoli che

possedevano una meravigliosa percezione della forma, questa scultura

fanciullesca fu condotta al massimo splendore dell’effetto. Ma essa è

il giuoco di un rude e giovane popolo, e non il virile lavoro di una

nazione saggia e spirituale. Sotto una quercia carica di foglie e di

ghiande, sotto un cielo fulgido di occhi eterni, io mi sento in una

strada movimentata, piena di vita, ma nelle opere delle nostre arti

plastiche, e specialmente della scultura, la creazione è cacciata in

un angolo. Io non posso celare a me stesso che nella scultura vi è

una certa apparenza di meschinità, come di cosa puerile, e una certa

finzione di teatro. La Natura sorpassa tutti i nostri modi di pensare,

e noi non troviamo ancora il suo segreto. Ma la galleria si sottomette

ai nostri modi, e vi è un momento in cui essa diviene frivola. Non mi

fa meraviglia che Newton con la sua attenzione abitualmente rivolta al

cammino dei pianeti e del sole, si sia stupito dell’ammirazione del

Conte di Pembroke per i «pupazzi di pietra». La Scultura può servire

per insegnare all’allievo quanto profondo sia il segreto della forma,

e come puramente lo spirito possa tradurre i suoi significati in

quell’eloquente dialetto. Ma la statua apparirà fredda e falsa davanti

a quell’attività nuova, che abbisogna di plasmare tutte le cose, che

non soffre contraffazioni e cose che non siano vive. La Pittura e la

Scultura sono le celebrazioni e le festività della forma. Ma l’arte

vera non è mai irrigidita, bensì è sempre fluente. La musica più dolce

non sta nell’oratorio, ma nella voce umana quando essa parla, dalla sua

vita attiva, parole di tenerezza, di verità o di coraggio. L’oratorio

ha di già perduta la sua delazione con il mattino, con il sole e

con la terra, ma quell’umana voce persuasiva è intonata con essi.

Tutte le opere d’arte non dovrebbero essere prodotti staccati, bensì

«estemporanei». Un grande uomo è una nuova statua in ogni atteggiamento

ed azione. Una bella donna è un dipinto che fa nobilmente impazzire chi

la osserva. La vita può essere lirica od epica, così come un poema od

un romanzo.

Una vera enunciazione della legge della creazione, (se si trovasse

un uomo degno di enunciarla), porterebbe l’arte su, nel regno della

natura, e distruggerebbe la sua separata e contrastata esistenza. Le

sorgenti dell’inventiva e della bellezza nella società moderna sono

tutt’altro che inaridite. Una novella popolare, un’opera di teatro

od una sala da ballo, ci fanno sentire che noi siamo tutti degli

accattoni nel grande ricovero di mendicità del mondo, senza dignità,

senza abilità, e senza iniziativa. L’arte è così povera e bassa. La

vecchia tragica Necessità, che si abbassa sulle fronti stesse delle

Veneri e dei Cupidi dell’Antico tempo e fornisce l’unica discolpa per

l’intrudersi di tali anomale figure della natura — poichè esse erano

inevitabili; e l’artista era ebbro di passione per la forma cui egli

non poteva resistere e che esprimeva in queste belle stravaganze — la

vecchia Necessità, dico, non eleva più a qualche dignità il cesello od

il pennello. Ma l’artista ed il conoscitore ora non cercano nell’arte

che la mostra del loro talento od un rifugio dai mali della vita.

Gli uomini non sono contenti della figura che essi costruiscono nella

loro propria imaginazione, e fuggono nell’arte portando il loro senso

migliore in un oratorio, in una statua od in una pittura. L’Arte fa lo

stesso sforzo che fa una prosperità materiale; cioè distacca il bello

dall’utile, compie il lavoro come una cosa inevitabile, ed odiandolo,

passa al godimento. Queste consolazioni e queste compensazioni però,

questa separazione della bellezza dall’utile, non sono permesse dalle

leggi della natura. Così tosto come la bellezza è richiesta, non dalla

religione o dall’amore, ma dal piacere, essa degrada il richiedente.

L’alta bellezza non è più a lungo raggiungibile da lui sulla tela

o nella pietra, nel suono o nella costruzione lirica; una bellezza

effeminata, prudente, malaticcia, che non è bellezza, è tutto ciò che

può essere formata; perchè la mano non può mai eseguire cosa alcuna più

alta di ciò che il carattere può ispirare.

L’arte che così disgiunge, è essa stessa per la prima disgiunta.

L’arte non deve essere un’abilità superficiale, ma deve aver inizio

più addentro nell’uomo. Ora gli uomini non vedono la natura bella, e

s’accingono a fare una statua che lo sia. Essi aborriscono gli uomini

privi di gusto, sciocchi ed inconvertibili, e si consolano con scatole

di colori e blocchi di marmo. Rifuggono dalla vita come prosaica, e

creano una morte che essi chiamano poetica. Conducono a termine le

fatiche del giorno e volano a sogni voluttuosi. Mangiano e bevono,

per poter attuare dopo l’ideale. Così l’arte è resa vile; il suo nome

suggerisce alla mente il suo senso secondario e cattivo, essa giace

nell’immaginazione come qualcosa di contrario alla natura, colpita a

morte fin dal principio. Non sarebbe meglio incominciare più in alto

— servire l’ideale prima di mangiare e bere, anzichè servire l’ideale

mangiando e bevendo e respirando, e in tutte le funzioni della vita?

La bellezza deve ritornare alle arti utili, e la distinzione fra le

arti belle e le arti utili deve essere dimenticata. Se la storia fosse

con veridicità narrata, se la vita fosse nobilmente spesa, sarebbe in

breve facile e possibile il distinguere l’una dall’altra. In natura

tutto è utile, tutto è bello. Tutto è pertanto bello, perchè è vivo,

perchè si muove, perchè è riproduttivo; tutto è pertanto utile,

perchè è simmetrico e bello. La bellezza non verrà al richiamo di una

legislatura, nè ripeterà in Inghilterra od in America la sua storia

della Grecia. Verrà, come sempre, senza annunzio, e germoglierà fra

i piedi degli uomini coraggiosi e seri. Invano noi attendiamo che

il genio ripeta i suoi miracoli delle arti antiche; è suo istinto

trovare bellezza e santità nei fatti nuovi e necessari, nei campi

e nelle strade di campagna, nei negozi e nelle officine. Procedendo

da un cuore religioso essa innalzerà ad utile divino la ferrovia, la

compagnia di assicurazioni, la borsa, il nostro commercio, la batteria

elettrica, il prisma, la pila, la storta del chimico, nelle quali ora

noi cerchiamo soltanto un utile economico. Non è l’aspetto egoistico

ed anche crudele dei nostri grandi lavori meccanici, dei mulini,

delle ferrovie e delle macchine, l’effetto degli impulsi mercenari

a cui questi lavori ubbidiscono? Quando i suoi compiti sono belli

ed adeguati, un bastimento attraversando l’Atlantico fra la vecchia

e la nuova Inghilterra, e arrivando ai suoi porti con la puntualità

di un pianeta, rappresenta un passo dell’uomo verso l’armonia con la

natura. Il battello che a Pietroburgo naviga lungo la Lena per mezzo

del magnetismo, abbisogna di poco per essere sublime. Quando la scienza

sarà dotta in amore, ed i suoi poteri saranno retti dall’amore, essi

appariranno i supplementi e le continuazioni della creazione materiale.

SERIE II

PRIMO SAGGIO

IL POETA

Coloro che sono stimati arbitri del gusto, sono spesso persone, le

quali hanno acquistata la conoscenza di ammirate pitture o sculture,

ed hanno una tendenza verso ciò che è elegante; ma se poi domandate se

essi siano anime belle e se le loro proprie azioni siano come belle

pitture, voi verrete a sapere che sono egoisti e sensuali. La loro

cultura è locale; è come se voi strofinaste un pezzo di legno secco

in un solo punto per produrre del fuoco, mentre tutto il resto rimane

freddo. La loro conoscenza delle belle arti consiste in qualche studio

di leggi e di particolarità o in qualche ristretta nozione del colore

o della forma, acquisita per divertimento o per vanagloria. È una prova

della superficialità della dottrina del bello, come essa è nella mente

dei nostri _amateurs_, il fatto che gli uomini sembrano aver perduta

la percezione della instante dipendenza della forma dall’anima. Non

vi è una dottrina delle forme nella nostra filosofia. Noi fummo posti

nei nostri corpi, come il fuoco è posto in un recipiente per essere

portato fuori; ma non vi è alcun accurato accomodamento fra lo spirito

e l’organo, ed ancora meno questo è la germinazione di quello. Così,

riguardo alle altre forme, gli uomini intellettuali non credono in

alcuna dipendenza essenziale del mondo materiale dal pensiero e dalla

volontà. I teologi credono sia un grazioso castello in aria il parlare

del significato spirituale di un bastimento o di una nuvola, di una

città o di un contratto, ed essi preferiscono ritornare sul solido

terreno dell’evidenza storica; e i poeti stessi sono lieti di un civile

e conforme modo di vita, e di trarre poemi dalla fantasia, a sicura

distanza dalla loro propria esperienza. Ma le più alte menti del mondo

non hanno mai cessato dall’esplorare il significato doppio, o diciamo

quadruplo, centuplo, di ogni fatto dei sensi: così fecero Empedocle,

Eraclito, Platone, Plutarco, Dante, Swedenborg, ed i maestri della

scultura, pittura e poesia. Poichè noi non siamo recipienti da porvi il

fuoco e nemmeno portatori di fuoco o di torcie, ma siamo i figli del

fuoco, fatti di esso, e solamente la stessa divinità trasmutata due

o tre volte. E la verità nascosta, che le sorgenti donde tutto questo

fiume del tempo e le sue creature sorgono, sono intrinsecamenti ideali

e belle, ci porta alla considerazione della natura e delle funzioni del

poeta o dell’uomo della bellezza, dei mezzi e dei materiali che egli

usa, e dell’aspetto generale della sua arte nel tempo presente.

L’ampiezza del problema è grande, poichè il poeta è rappresentativo.

Egli sta fra gli uomini parziali quale un uomo completo, e informa noi

non della sua ricchezza ma della comune ricchezza. Il giovane riverisce

gli uomini di genio perchè, per dire il vero, essi sono più lui stesso

di quanto sia egli stesso. Essi ricevono dall’anima come egli pure

riceve, ma essi ricevono di più. La natura esalta la sua bellezza

agli occhi degli uomini che amano, con la credenza che allo stesso

tempo il poeta contempla le sue parvenze. Egli è isolato fra i suoi

contemporanei dalla verità e dall’arte, ma v’è nelle sue imprese questo

confortevole pensiero, che queste attireranno tardi o tosto tutti gli

uomini. Poichè tutti gli uomini traggono vita dal vero e giacciono

bisognosi di espressione. Nell’amore, nell’arte, nell’avarizia, nella

politica, nel lavoro, nel giuoco, noi cerchiamo di pronunciare il

nostro doloroso segreto. L’uomo è solo una metà di se stesso, l’altra

metà è la sua espressione.

Nonostante questa necessità di aprire la propria anima, è rara

l’espressione adeguata al caso. Io non so perchè noi abbisognamo

di un interprete; ma la grande maggioranza degli uomini pare esser

composta di minorenni, che non sono ancora entrati in possesso dei

loro beni, o di muti, che non possono ripetere la conversazione avuta

con la natura. Non vi è uomo che non veda un’utilità supersensuale nel

sole, nelle stelle, nella terra e nell’acqua. Queste cose esistono e,

secondo lui, attendono per render all’uomo un servizio determinato.

Ma vi è qualche ostacolo o qualche eccesso di accidia nella nostra

costituzione, che non permette ad esse di produrre il dovuto effetto.

Le impressioni della natura cadono su di noi troppo debolmente per far

di noi degli artisti. Ogni tocco dovrebbe penetrare. Ogni uomo dovrebbe

esser tanto artista da poter narrare nella conversazione ciò che gli

è accaduto. Ancora, nella nostra esperienza, i raggi od i contatti

hanno forza sufficiente per giungere ai sensi, ma non sufficiente

per penetrare nel vivo, ed obbligarci alla riproduzione di essi nel

discorso. Il poeta è la persona in cui questi poteri sono in bilancio,

è l’uomo senza impedimento, che vede e maneggia ciò che gli altri

sognano, che attraversa l’intiera graduazione dell’esperienza, ed è il

rappresentante dell’uomo, in virtù d’esser il più ampio potere che dà e

riceve.

L’Universo ha tre figli, nati allo stesso tempo, che riappaiono sotto

nomi differenti, in ogni sistema di pensiero, siano essi chiamati

causa, azione od effetto; o più poeticamente, Giove, Plutone,

Nettuno; o teologicamente, il Padre, lo Spirito Santo, il Figlio; e

che chiameremo qui: il Conoscitore, il Facitore, il Dicitore. Questi

rappresentano rispettivamente l’amore del vero, l’amore del bene,

l’amore del bello. Questi tre sono uguali. Ciascuno di loro è, ciò

che è essenziale, cosicchè non può essere sorpassato od analizzato; e

ciascuno dei tre ha in sè il potere degli altri latente, oltre il suo

proprio potere manifesto.

Il poeta è il Dicitore, colui che denomina e rappresenta il bello.

Egli è un sovrano e sta nel centro. Poichè il mondo non è dipinto,

nè adornato, ma è bello fin dal principio; e Dio non ha creato delle

cose belle, ma la Bellezza stessa è la creatrice dell’Universo. Però

il poeta non è un’autorità ammessa, ma è imperatore per suo proprio

diritto. La critica è infestata da una tendenza materialistica, che

afferma essere l’abilità manuale e l’attività il primo merito di tutti

gli uomini, e disprezza coloro che dicono e non fanno, dimenticando che

alcuni uomini, cioè i poeti, sono naturali dicitori, mandati in questo

mondo a cura dell’espressione, e li confonde con coloro che abbandonano

il loro campo, che è l’azione, per imitare i dicitori. Ma le parole

d’Omero sono così care ed ammirevoli per Omero, come le vittorie di

Agamennone lo sono per Agamennone. Il poeta non attende l’eroe od

il saggio, ma come essi per prima cosa agiscono e pensano, così egli

per prima cosa scrive ciò che egli vuole e ciò che deve essere detto,

riputando gli altri, sebbene primari, secondari e servitori rispetto

a lui e come persone in posa o modelli nello studio del pittore o come

assistenti che portano materiali di costruzione all’architetto.

Poichè la poesia fu scritta tutta prima dei tempi, ogni qualvolta

noi siamo così splendidamente organizzati da poter penetrare in

quella regione dove l’aria è musica, udiamo armoniosi gorgheggi,

che tentiamo di scrivere; ma poichè perdiamo di tanto in tanto una

parola od un verso noi lo sostituiamo con qualcosa di nostro, e

trascriviamo erroneamente il poema. Gli uomini di udito più delicato,

scrivono queste cadenze più fedelmente, e queste trascrizioni,

sebbene imperfette, divengono i canti delle nazioni. Perchè la natura

è veramente bella come è buona o conforme a ragione, e tanto deve

apparire quanto deve essere fatta o conosciuta. Le parole ed i fatti

sono modi completamente indifferenti dell’energia divina. Le parole

sono anche azioni, e le azioni sono una specie di parole.

Il segno ed il riconoscimento del poeta sta in ciò, che egli annunzia

ciò che nessun uomo ha predetto. Egli è il vero e l’unico dottore; egli

sa e dice; egli è l’unico che dice le novità, perchè egli fu presente

ed edotto delle apparizioni, che egli descrive. Egli è un contemplatore

delle idee, ed un enunziatore delle cose necessarie e causali. Noi ora

non parliamo degli uomini che hanno un talento poetico e dell’abilità

nel fare il verso, ma del vero poeta. Io presi parte l’altro giorno

ad una conversazione riguardante un recente scrittore di liriche,

un uomo di mente sottile, il cui cervello pareva essere una piccola

cassa armonica piena di note e di ritmi delicati, e la cui abilità e

maestrìa di stile non potevamo sufficientemente lodare. Ma quando sorse

la questione se egli non fosse solo un lirico, ma un poeta, noi fummo

obbligati a confessar essere lui semplicemente un contemporaneo, non

un uomo eterno. Egli infatti non emerge al disopra delle nostre basse

limitazioni, come un Chimborazo sotto l’equatore, innalzandosi da una

base torrida e passando, a misura che si innalza, per tutti i climi del

mondo, attraverso a zone di vegetazione di ogni latitudine; ma egli è

come il giardino pittoresco di una casa moderna, adornato di fontane

e di statue, con uomini e donne bene educati, che stanno in piedi o

seggono lungo i viali e le terrazze. Noi udiamo attraverso tutta la

sua musica variata, il vecchio tono della vita convenzionale. I nostri

poeti sono uomini di talento che cantano, non i figli della musica.

L’argomento è secondario, il compimento dei versi è primario.

Però non è il metro, ma l’argomento degno del metro, che fa d’un poema

un pensiero così appassionato e vivo, che, come lo spirito di una

pianta o di un animale, ha un’architettura sua propria, ed adorna la

natura con nuove cose. Il pensiero e la forma sono uguali nell’ordine

del tempo, ma nell’ordine della genesi il pensiero è anteriore alla

forma. Il poeta ha un nuovo pensiero: egli ha una completa nuova

conoscenza da sviluppare; egli ci dirà come essa venne a lui, e

tutti gli uomini saranno partecipi della sua fortuna. L’esperienza

di ogni nuova età richiede una nuova confessione, ed il mondo sembra

attendere sempre il suo poeta. Mi ricordo, quando ero giovane, quanto

fui commosso un mattino dalla notizia che il genio era apparso in un

giovane, che mi sedeva vicino a tavola. Egli aveva lasciato il suo

lavoro, ed era andato vagando nessuno sapeva dove, ed aveva scritto

centinaia di righe, ma non poteva dire se ciò che era in lui fosse ciò

che aveva scritto: egli poteva dire nulla senonchè tutto era cambiato

— l’uomo, la bestia, il cielo, la terra, il mare. Come ascoltavamo

felici! e quanto credulmente! La società sembrava essere compromessa.

Noi sedevamo nell’aurora di un giorno, che doveva spegnere tutte le

stelle. Boston sembrava essere a distanza doppia e più di quanto fosse

la notte anteriore. Roma (che cosa era Roma?), Plutarco e Shakespeare

erano sbiaditi e di Omero non si doveva neppur più parlare. È già

molto sapere che la poesia è stata scritta oggi stesso, sotto lo

stesso tetto, vicino a voi. Come?! Quel meraviglioso spirito non è

spirato! Questi momenti granitici sono ancora lucenti ed animati! Io

avevo immaginato che tutti gli oracoli fossero silenziosi, e che la

natura avesse spento i suoi fuochi; ed ecco! tutta la notte, da ogni

poro, queste belle aurore brillarono. Ciascuno ha qualche interesse

nell’avvento del poeta, e nessuno sa quanto ciò possa toccarlo da

vicino. Noi sappiamo che il segreto del mondo è profondo, ma noi non

sappiamo chi o che cosa ci servirà da interprete. Una passeggiata in

montagna, una fisionomia nuova, una nuova persona, può mettere la

chiave nelle nostre mani. Naturalmente il valore del genio per noi

sta nella veracità delle sue relazioni. Il talento può scherzare e

fingere; il genio realizza ed aggiunge. Il genere umano, tanto se ne è

servito per comprendere se stesso e le sue opere, che la più avanzata

sentinella sul monte annunzia le sue novelle. Esse arrecano la più

veritiera parola mai pronunziata, e la frase sarà la più propizia, la

più musicale, la più infallibile voce del mondo, in quel dato momento.

Tutto ciò che noi chiamiamo storia sacra, afferma che la nascita di

un poeta è l’evento principale nella cronologia. L’uomo così sovente

ingannato, ancora attende la venuta di un fratello che possa saldamente

avvincerlo ad una verità, fintantochè non l’abbia fatta sua. Con quale

gioia io m’appresto a leggere un poema, nel quale io confido come in

un’ispirazione! Ed ora le mie catene debbono essere infrante; io salirò

sopra quelle nuvole e quell’aria opaca in cui vivo, — opaca anche se

pare trasparente — e dal cielo della verità vedrò e comprenderò le

mie relazioni. Ciò riconcilierà me con la vita, e rinnoverà la natura

il vedere delle inezie animate da una tendenza, ed il sapere ciò che

sto facendo. La vita non sarà più un frastuono, io potrò vedere uomini

e donne, e conoscere i segni per mezzo dei quali essi possono essere

riconosciuti dai pazzi e dai demoni. Questo giorno sarà migliore del

giorno della mia nascita, in quello io divenni animale: in questo io

sono condotto nella pura scienza. Tale è la speranza, ma il godimento

è posposto. Più spesso accade che quest’uomo alato, che dovrebbe

portarmi in cielo, mi butta nelle nebbie, poi salta e folleggia di

nuvola in nuvola, affermando ancora che egli è diretto verso il cielo;

ed io essendo novizio, sono tardo nell’osservare che egli non conosce

le vie del cielo; ma che vuole soltanto che io ammiri la sua abilità

nell’innalzarsi, come fa un uccello od un pesce volante, dal terreno

o dall’acqua; ma costui non abiterà mai la volta del cielo, che tutto

penetra, tutto nutre e tutto vede. Io ricado tosto e nuovamente

nei miei vecchi cantucci e conduco la stessa precedente vita di

esagerazioni, avendo perduta la mia fede nella possibilità di una guida

che possa condurmi ove io vorrei andare.

Ma lasciando queste vittime della vanità, osserviamo, con nuova

speranza, come la natura con più degno impulso abbia assicurato

la fedeltà del poeta al suo ufficio di nunzio e di affermatore per

mezzo della bellezza delle cose, bellezza che diviene nuova e più

alta quando è espressa. La Natura offre a lui le sue creature come

pitture parlanti. L’oggetto usato come tipo, acquista un secondo e

maraviglioso valore, di gran lunga più alto dell’antico; allo stesso

modo che una semplice corda tesa della nave, diviene musicale nella

brezza, se avvicinate ad essa il vostro orecchio. «Cose più eccellenti

di qualsiasi imagine — dice Jamblichus — sono espresse attraverso

le imagini». Le cose possono usarsi come simboli, perchè la natura

è un simbolo nel complesso ed in ogni parte. Ogni linea che possiamo

disegnare sulla sabbia ha espressione, e non vi è alcun corpo senza

il suo spirito o genio. Ogni forma è uno sforzo del carattere; ogni

condizione uno sforzo della qualità della vita; ogni armonia, della

salute; e, per questa ragione, una percezione di bellezza dovrebbe

essere corrispondente o propria solo al buono. Il bello riposa sulle

basi del necessario. L’anima fa il corpo, insegna il saggio Spencer:

«Come ogni spirito, esso è il più puro, ed ha in sè la più celestiale

luce, e tende ad abitare nel più bel corpo, ed esso più vagamente

adorna con gioconda grazia ed amabile sguardo. Poichè dall’anima il

corpo forma prende, perchè l’anima è forma e produce il corpo».

Qui ci troviamo, subitamente, non nei piacevoli passi di una

speculazione critica, ma in un luogo sacro, e dovremmo avanzare molto

prudentemente e reverentemente. Noi siamo davanti al secreto del mondo,

là dove l’Essere passa nell’Apparenza, e l’Unità nella Varietà.

L’Universo è l’esternarsi dell’anima. Ovunque vi è la vita, quella

vi si precipita attorno. La nostra scienza è sensuale, e perciò

superficiale. Noi trattiamo sensualmente la terra ed i corpi celesti;

la fisica e la chimica, come se essi fossero auto-esistenti; ma questi

sono il seguito di quell’Essere che noi possediamo. «Il potente Cielo —

disse Proclo — mostra nelle sue trasfigurazioni chiare immagini dello

splendore delle percezioni intellettuali, essendo mosse in unisono

con gli invisibili periodi delle nature intellettuali». Perciò la

scienza va sempre unita alla giusta elevatezza dell’uomo, procedendo

in un con la religione e la metafisica; o lo stato della scienza è un

indice della nostra auto-conoscenza. Siccome ogni cosa nella natura

risponde ad un potere morale, se un fenomeno qualsiasi rimane oscuro ed

incomprensibile, si è perchè la corrispondente facoltà dell’osservatore

non è ancora attiva.

Non v’è da meravigliarsi adunque se queste acque sono così profonde,

che noi ci soffermiamo con un sentimento religioso. La bellezza della

favola prova al poeta ed agli altri l’importanza del senso, o se

volete, ogni uomo è poeta tanto da essere sensibile a questi fascini

della natura; poichè tutti gli uomini posseggono i pensieri, dei

quali l’Universo è la celebrazione. Io trovo che il fascino risiede

nel simbolo. Chi ama la natura? Chi non la ama? Sono soltanto i poeti

e gli uomini raffinati e côlti che vivono con essa? No, bensì anche

i cacciatori, i coltivatori, i domestici ed i macellai, sebbene essi

dimostrino il loro attaccamento alla natura con la scelta della loro

vita e non con la scelta delle loro parole. Lo scrittore si domanda

che cosa può trovare il cocchiere od il cacciatore nelle carrozze,

nei cavalli e nei cani; non certo qualità superficiali. Quando parlate

con lui egli considera queste cose così poco come voi le considerate;

ma la sua adorazione è simpatica; egli non ha definizioni: ma egli

è comandato per natura, dal potere vivente che egli sente esser

là presente. Nessuna imitazione o rappresentazione di queste cose

lo accontenterebbero; egli ama la forza del suo vento del nord,

della pioggia, della pietra, del legno e del ferro. Una bellezza

inesplicabile è più cara di una bellezza che noi possiamo osservare

fino alla fine. Il simbolo è la natura, la natura che conferma il

soprannaturale, il corpo inondato dalla vita, che egli adora con riti

ruvidi ma sinceri.

L'anima, la natura e la saggezza · 第 19 / 32 段