Egli deve misurare con le proprie scarpe la circonferenza della verde

terra per trovare l’uomo che possa dargli la verità. Egli allora saprà

che vi è qualcosa di più santo e di più grande nell’udire che nel

parlare. Beato è colui che ascolta; infelice colui che parla! Fino a

quando io ascolto la verità, sono inondato da un bell’elemento, e non

sono conscio di alcun limite della mia natura. Le acque del grande

oceano entrano ed escono dall’anima mia. Ma se parlo, io definisco,

circoscrivo, e mi sminuisco. Quando Socrate parla, Liside e Menesseno

non sono afflitti dalla vergogna di non parlare. Essi pure sono buoni.

Egli altresì attende ad essi, e li ama mentre parla. Perchè un uomo

vero e naturale contiene ed è la stessa verità espressa da un uomo

eloquente; ma nell’uomo eloquente, poichè può dirla, essa pare qualche

cosa di meno, ed egli si volge verso questi silenziosi con maggiore

inclinazione e rispetto. L’antico proverbio diceva: Siamo silenziosi;

perchè silenziosi sono gli dèi. Il silenzio è un solvente, che

distrugge la personalità, e ci concede di essere grandi ed universali.

Il progresso di ogni uomo si svolge attraverso ad una successione di

maestri, ognuno dei quali pare possegga volta a volta un’influenza

superlativa, ma che cede alfine il suo posto ad un’altra nuova. Accetti

egli tutto francamente. Gesù dice: lasciate padre, madre, case e terre

e seguitemi. Colui che lascia tutto, più riceve. Questo è vero tanto

intellettualmente quanto moralmente. Ogni mente nuova alla quale ci

avviciniamo, sembra chiederci l’abdicazione di tutti i nostri possessi

passati e presenti. Una nuova dottrina, pare dapprima una sovversione

di tutte le nostre opinioni, i nostri gusti e i nostri modi di vita.

Tali sembrarono Swedenborg, Kant, Coleridge, Cousin a molti giovani di

questo paese. Prendete cordialmente e con riconoscenza tutto ciò che

essi possono dare. Esauriteli, lottate con essi, non lasciateli andare

finchè non abbiate ottenuta la loro benedizione, e dopo poco tempo, lo

sconforto sarà dominato, l’eccesso di dominio sconfitto, ed essi non

saranno più a lungo una meteora allarmante, ma una fulgida stella di

più, brillante serenamente nel vostro cielo, e mescolante la sua luce

con tutto il vostro giorno.

Ma mentre egli si dà senza restrizione a ciò che lo attira, perchè

ciò è suo proprio, egli deve rifiutarsi a ciò che non lo attira,

qualsiasi fama ed autorità ciò possa avere, perchè non è suo proprio.

L’intera fiducia in se stesso appartiene all’intelletto. Un’anima è

il contrappeso di tutte le anime, come una colonna capillare d’acqua

è una bilancia del mare. Essa deve trattare cose e libri, e genii

sovrani, come se stessa pure sovrana. Se Eschilo è realmente l’uomo

che si crede, egli non ha ancora compiuto il suo ufficio, educando i

saggi d’Europa per mille anni. Egli deve provare anche a me d’essere

un maestro di diletto. Se egli non può fare ciò, tutta la sua fama

presso di me sarà nulla. Io sarei un folle a non sacrificare mille

Eschili alla mia integrità intellettuale. In primo luogo siate sullo

stesso terreno in fatto di verità astratta, scienza della mente.

Bacone, Spinoza, Hume, Schelling, Kant o chiunque vi proponga una

filosofia della mente, è solo un traduttore più o meno destro di cose

della vostra coscienza, che anche voi avete il vostro modo di vedere

e probabilmente anche di nominare. Dite, allora, invece di meditare

troppo timidamente sul suo senso oscuro, che egli non è riuscito a

rendervi la vostra coscienza. Egli non riuscì, provi un altro. Se

Platone non può, forse Spinoza potrà. Se Spinoza non può, lo può forse

Kant. Ad ogni modo, quando finalmente la cosa è compiuta, troverete che

quello che lo scrittore vi dà indietro, non è uno stato recondito, ma

semplice, naturale, comune.

Ma poniamo fine a questa didattica. Io non parlerò, benchè il soggetto

mi provochi, della questione aperta fra Verità e Amore. Io non

presumerò di poter intervenire nella vecchia politica dei cieli: «Il

Cherubino sa di più, il Serafino ama di più». Gli dèi comporranno

le loro proprie querele. Ma io non posso proclamare pur così

maldestramente le leggi dell’intelletto, senza ricordare quella alta ed

appartata classe di uomini, che sono stati i suoi profeti ed oracoli,

l’alto sacerdozio della ragione pura, i _Trismegisti_, i commentatori

dei principii del pensiero, di età in età. Quando, a lunghi intervalli,

noi sfogliamo le loro pagine astruse, immensa appare la calma e la

dignità di questi pochi, di questi grandi signori dello spirito, che

hanno camminato nel mondo, — questi della vecchia religione — dimoranti

in un’adorazione, che fa apparire le santità del Cristianesimo

come _parvenues_ e plebee: perchè la «persuasione è nell’anima, ma

la necessità è nell’intelletto». Questo gruppo di grandi, Hermes,

Heraclito, Empedocle, Platone, Plotino, Olympiodoro, Proclo, Synesio

e gli altri hanno qualcosa di così vasto nella loro logica, di così

primario nel loro pensiero, che tutto ciò sembra anteriore a tutte le

distinzioni ordinarie di retorica e letteratura, e sembra essere allo

stesso tempo poesia, musica, danza, astronomia e matematica. Io sono

presente alla seminagione del seme del mondo. Con una geometria di

raggi di sole, l’anima pone le fondamenta della natura. La verità e la

grandiosità del loro pensiero è provata dallo scopo di esso e dalla sua

applicabilità, poichè esso domina le complete e varie specie di cose a

favore della sua illustrazione. Ma ciò che segna la loro elevatezza,

ed ha perfino un comico aspetto per noi, è l’innocente serenità con

cui questi Giovi infantili seggono sulle loro nuvole, e di età in età

chiacchierano l’uno con l’altro e giammai con i contemporanei. Sicuri

che il loro discorso è intelligibile ed è la cosa più naturale al

mondo essi aggiungono tesi su tesi, senza curarsi, per un solo momento,

della stupefazione universale della sottostante razza umana, che non

capisce i loro più semplici argomenti; nè essi mai transigono tanto

da inserire una sentenza popolare ed esplicativa; nè dimostrano il più

piccolo dispiacere o petulanza di fronte all’ottusità del loro attonito

uditorio. Gli angeli sono così innamorati del linguaggio che si parla

in cielo, che essi non si torceranno le labbra con i dialetti sibilanti

ed anti-musicali degli uomini, ma parlano il loro proprio dialetto, vi

sia o non vi sia chi lo comprenda.

DODICESIMO SAGGIO

ARTE

Siccome l’anima è progressiva, essa non si ripete mai, ma in ogni atto

tenta la produzione di un «intiero» nuovo e più bello. Questo appare

nelle opere delle arti belle e delle arti per così dire applicate,

se noi vogliamo usare la distinzione comune, a seconda che il loro

scopo sia di utilità o di bellezza. Così nelle nostre belle arti lo

scopo non è l’imitazione, bensì la creazione. Nei paesaggi il pittore

dovrebbe dare la suggestione di una creazione più bella di quella che

noi conosciamo. Egli dovrebbe tralasciare i dettagli e la prosa della

natura, per darcene solo lo spirito e lo splendore. Egli dovrebbe

sapere che il paesaggio ha bellezza per il suo occhio, perchè esso

esprime un pensiero che per lui è buono; e ciò, perchè lo stesso potere

che vede attraverso i suoi occhi è veduto in quello spettacolo; così

egli verrà a valutare l’espressione della natura, e non la natura

stessa, e ad esaltare nella sua opera i tratti che piaceranno a lui.

Egli renderà l’ombra delle ombre e la luce delle luci. In un ritratto

egli deve rivelare il carattere e non i tratti, e deve considerare

l’uomo, che siede innanzi a lui, come se stesso, vale a dire soltanto

un’imperfetta pittura o somiglianza d’una originale aspirazione

interiore.

Che cosa è quella restrizione e quella selezione che noi osserviamo

in ogni attività spirituale, se non lo stesso impulso creativo? epperò

esso è viatico a quella più alta illuminatezza che insegna ad esprimere

con i più semplici simboli un più largo significato. Che cosa è un

uomo se non un più bel risultato della natura esplicante se stessa? Che

cosa è un uomo se non un paesaggio più bello e più unito che le figure

del l’orizzonte, eclettismo della natura? E cosa è il suo discorso,

il suo amore per il dipingere, il suo amore per la natura, se non un

risultato ancora più bello? E che cosa sono tutte le faticose miglia

e le soppresse misure di spazio e di volume, e lo spirito e la morale

di essa ristretti in una parola musicale o nel più abile tratto di

pennello?

Ma l’artista deve impiegare i simboli in uso ai suoi giorni e nel suo

paese per esprimere il suo senso più ampio ai suoi simili. A questo

modo il nuovo in arte viene sempre formato fuori del vecchio. Il Genio

dell’Ora appone il suo incancellabile suggello all’opera, e dà ad

essa un inesprimibile fascino per l’imaginazione. Finchè il carattere

spirituale del tempo domina l’artista, e trova espressione nel suo

lavoro, questo conserverà una certa grandiosità, e rappresenterà ai

futuri ammiratori lo Sconosciuto, l’Inevitabile, il Divino. Nessun uomo

può escludere del tutto questo elemento della Necessità dal suo lavoro.

Nessun uomo può completamente emanciparsi dalla sua età e dal suo paese

o produrre un modello, in cui l’educazione, la religione, la politica,

gli usi e le arti dei suoi tempi non abbiano parte alcuna. Per quanto

originale, capriccioso e fantastico egli possa essere in una sua opera

pure egli non potrà cancellare da essa ogni traccia dei pensieri fra

i quali essa crebbe. L’atto stesso di evitarli tradisce l’uso di ciò

che egli vuole evitare. Al disopra della sua volontà, al di là della

sua osservazione, egli è obbligato a partecipare del costume dei suoi

tempi pur non conoscendolo, dall’aria che egli respira, e dall’idea

sulla quale egli ed i suoi contemporanei vivono e si affaticano. Ora

ciò che in un’opera è inevitabile ha un fascino più grande di quanto

potrà mai darle il talento individuale, poichè la penna dell’artista

od il suo cesello sembrano essere stati tenuti e guidati da una mano

gigantesca per scrivere una riga nella storia della razza umana. Questa

circostanza dà valore ai geroglifici egiziani, agli idoli indiani,

chinesi e messicani, per quanto siano essi grossolani e rudimentali.

Essi denotano l’altezza dell’anima umana in quell’ora, e se non furono

opere fantastiche, scaturirono da una necessità così profonda come il

mondo. Dovrò io aggiungere ora che tutto l’esistente prodotto delle

arti plastiche ha il suo più alto valore _come Storia_, come una

pennellata del ritratto di quel fato, perfetto e bello, secondo i cui

ordini tutti gli esseri avanzano verso la loro beatitudine?

Così, storicamente considerato, l’ufficio dell’arte fu di educare

alla percezione della bellezza. Noi siamo immersi nella bellezza, ma i

nostri occhi non hanno una chiara visione. È necessario, col mostrare

i singoli tratti, assistere e guidare il gusto sonnecchiante. Noi

modelliamo e dipingiamo od osserviamo ciò che è modellato e dipinto,

come studiosi del mistero della Forma. La virtù dell’arte è nello

staccare, nell’isolare un solo oggetto dall’imbarazzante varietà.

Finchè una cosa non balza fuori dalla connessione delle cose vi può

essere godimento, contemplazione, ma non vi può essere pensiero. La

nostra felicità e la nostra infelicità sono improduttive. Il bambino

giace in un piacevole dormiveglia, ma il suo carattere individuale

ed il suo potere pratico dipendono dal suo giornaliero progresso nel

separare le cose, e nel trattare con esse una per volta. L’amore e

tutte le passioni concentrano tutta l’esistenza intorno ad una singola

forma. Certi spiriti hanno l’abito di dare un’isolante pienezza

all’oggetto, al pensiero, alla parola, sui quali essi si soffermano,

e farne per un momento il rappresentante del mondo. Questi sono

gli artisti, gli oratori, i condottieri della società. Il potere di

isolare e di magnificare isolando, è l’essenza della rettorica nelle

mani dell’oratore e del poeta. Questa rettorica o potere di fissare

la momentanea eccellenza di un oggetto — così rimarchevole in Burke,

Byron e Carlyle — è rivelato dal pittore e dallo scultore nel colore e

nella pietra. Il potere dipende dalla profondità della visione interna

dell’artista per l’oggetto che egli contempla. Poichè ogni oggetto

ha le sue radici nella natura centrale, esso può naturalmente esserci

mostrato come rappresentante del mondo. Pertanto, ogni opera di genio è

il tiranno dell’ora e richiama su se stessa l’attenzione. Per un dato

tempo essa è l’unica cosa degna d’un nome — sia un sonetto, un’opera,

un paesaggio, una statua, un discorso, il piano di un tempio, di una

campagna, o di un viaggio di scoperte. Subito dopo passiamo a qualche

altro oggetto che si integra in un tutto, come fece già il primo; per

esempio, ad un giardino ben tracciato e nulla sembra allora degno

di nota all’infuori dell’arte di tracciare i giardini. Io penserei

che il fuoco sia la miglior cosa del mondo, se non avessi conoscenza

dell’aria, dell’acqua e della terra: e ciò perchè è diritto e proprietà

di tutti gli oggetti naturali, di tutti i talenti genuini, di tutte le

proprietà originarie, quali esse siano, di essere nel loro momento il

vertice del mondo. Uno scoiattolo, che salta di ramo in ramo, e fa per

suo piacere di tutto il bosco un solo albero, appaga l’occhio non meno

che un leone — esso è bello, basta a se stesso, e rappresenta, allora

ed in quel sito, la natura. Una bella ballata mi rapisce il cuore e

l’udito mentre ascolto, come fece antecedentemente un canto epico. Un

cane, od una mandra di maiali, disegnati da un maestro appagano e sono

realtà non minore di quanto lo siano gli affreschi di Michelangelo. Da

questo succedersi di oggetti eccellenti, apprendiamo alfine l’immensità

del mondo, l’opulenza della natura umana, che può correre all’infinito

in qualsiasi direzione. Ma io apprendo anche che ciò che mi stupì ed

affascinò nel primo lavoro, mi stupì anche nel secondo; e perciò che

l’eccellenza di tutte le cose è una.

L’ufficio della pittura e della scultura pare essere semplicemente

iniziale. I migliori dipinti possono facilmente dirci il loro ultimo

segreto. I migliori dipinti sono i rudi disegni di pochi miracolosi

punti e tratti e colori che formano il sempre cangiante «paesaggio

con figure», in mezzo al quale noi viviamo. La pittura pare essere

all’occhio ciò che la danza è alle membra. Quando la danza ha educato

il corpo al comando di se stesso, all’agilità, alla grazia, i passi

del maestro di ballo sono facilmente dimenticati; così la pittura mi

insegna lo splendore del colore e l’espressione della forma; e siccome

io vedo molti dipinti e più alti genii dell’arte, io vedo l’illimitata

ricchezza del pennello e l’indifferenza in cui vive l’artista libero

di scegliere nelle possibili forme. Se egli può disegnare ogni cosa,

perchè disegnare cosa alcuna? ed allora il mio occhio è aperto alla

eterna pittura, che la natura dipinge nella strada con il muovere

uomini e bambini, accattoni e belle signore, vestite in rosso, in

turchino, in verde, in grigio; con il muovere esseri dai capelli

lunghi, brizzolati, dai visi bianchi, dai visi neri, da visi rugosi;

giganti, nani; esseri sviluppati, snelli, coperti e circondati dal

cielo, dalla terra, dal mare.

Una galleria di scultura insegna più austeramente la stessa lezione.

Come la pittura insegna il colore, così la scultura insegna l’anatomia

della forma. Quando io dopo aver contemplato delle belle statue entro

in una pubblica assemblea, ben comprendo che cosa volle dire colui

che disse: «Quando ho finito di leggere Omero, tutti gli uomini mi

sembrano giganti». Io anche m’avvedo che la pittura e la scultura

sono una ginnastica dell’occhio, ed allenamento alle bellezze ed alle

curiosità della sua funzione. Non vi è alcuna statua che abbia sopra

tutta la scultura ideale l’infinito vantaggio della varietà perpetua

come l’ha l’uomo vivente. Quale galleria d’arte posseggo io qui! Nessun

manierista fece questi gruppi variati e queste differenti figure

originali. L’uomo è l’artista stesso che improvvisa, torvo e lieto,

nel suo blocco di pietra. Ora un pensiero lo colpisce ora un altro,

e ad ogni momento egli altera totalmente l’aspetto, l’attitudine, e

l’espressione della sua creta. Lasciate i vostri colori, ed i vostri

cavalletti, il marmo e lo scalpello: se voi non aprite gli occhi ai

fascini dell’arte eterna, essi non sono che ipocrite anticaglie.

Il riferimento infine di tutte le produzioni ad un Potere Aborigeno

spiega i tratti comuni a tutte le opere dell’arte più pura; cioè che

esse sono universalmente intelligibili; che esse ci riconducono ai

più semplici stati di mente; che esse sono religiose. Poichè tutta la

abilità dimostrata nell’opera d’arte sta nella riapparizione dell’anima

originale, getto di luce pura, essa dovrebbe produrre un’impressione

simile a quella prodotta dagli oggetti naturali. Nelle ore felici la

natura ci appare una con l’arte; ed ecco l’arte perfezionata — l’opera

del genio. — E l’individuo, in cui i gusti semplici e la suscettibilità

a tutte le grandi influenze umane dominano gli accidenti di una cultura

locale e speciale, è il miglior critico d’arte. Ancorchè noi viaggiamo

attraverso tutto il mondo per trovare il bello, se non lo portiamo

con noi, non lo troveremo. La miglior parte del bello sta più nel

fascino che nell’abilità di tracciare, di segnare dei contorni; fascino

maggiore di quello che qualsiasi regola l’arte potrebbe insegnare;

vale a dire, nella radiazione dall’opera d’arte del carattere umano,

— in una meravigliosa espressione, attraverso la pietra o la tela ed

il suono musicale, dei più profondi e più semplici attributi della

nostra natura, pertanto più intelligibili infine a quelle anime,

che li posseggono. Nelle sculture dei Greci, nei lavori murarii dei

Romani, e nelle pitture dei maestri toscani e veneti, il maggiore

fascino è la lingua universale che essi parlano. Da tutti questi

esala una confessione della natura morale, della purezza, dell’amore e

della speranza. Ciò che noi portiamo ad essi, con noi riportiamo più

delicatamente illustrato nella memoria. Il viaggiatore che visita il

Vaticano, e passa di camera in camera attraverso le gallerie di statue,

di vasi, di sarcofagi, e di candelabri, attraverso ogni espressione

di bellezza, materiata nei più ricchi materiali, è in pericolo di

dimenticare la semplicità dei principii, dai quali tutto ciò nacque, e

di dimenticare che essi ebbero la loro origine da pensieri e leggi che

sono nel suo proprio petto. Egli studia le leggi tecniche su questi

meravigliosi resti; ma dimentica che queste opere non furono sempre

così attorniate di cose belle; dimentica che esse sono il contributo

di molte età e di molti paesi; che ognuna uscì dalla bottega solitaria

di un solo artista, che lavorò forse ignorando l’esistenza di un’altra

scultura, e creava la sua opera senza altro modello che la vita,

la vita domestica, la dolcezza delle relazioni personali, dei cuori

palpitanti, degli occhi che si incontrano, la povertà, il bisogno,

la speranza ed il timore. Queste erano le sue ispirazioni, e questi

sono gli effetti che egli produce intimamente nel vostro cuore e nella

vostra mente. Proporzionatamente alla sua forza, l’artista troverà

nel suo lavoro uno sbocco per il suo proprio carattere. Egli non deve

essere in alcun modo disturbato od importunato dal suo materiale,

ma dalla sua necessità di comunicar se stesso, il diamante sarà cera

nelle sue mani, e concederà un’adeguata comunicazione di lui con la

sua statura e le sue proporzioni. Egli non ha bisogno d’impacciarsi

con una natura e cultura convenzionale, nè di domandare quale sia la

maniera di Roma o di Parigi; ma gli servirà come simbolo di un pensiero

che irradia indifferentemente attraverso ogni cosa, quella casa e quel

tempo e quel modo di vita, che la povertà e la sorte nativa gli hanno

contemporaneamente resi così cari e così odiosi, nella grigia disadorna

capanna di legno di un cascinale del New-Hampshire, o nelle capanne dei

boschi, o negli stretti appartamenti ove egli ha sofferto le privazioni

dell’indigenza urbana.

Ricordo che nella mia giovinezza quando udii parlare delle meraviglie

della pittura italiana, mi figurai che questi grandi dipinti fossero

dei grandi stranieri, fossero qualche sorprendente combinazione di

colori e di forma; una meraviglia mai vista, di perle ed oro come

le insegne e gli stendardi delle milizie, che tanto pazzamente si

impongono agli occhi e all’immaginazione degli scolari: io dovevo

perciò vedere ed acquistare non so che cosa. Quando finalmente andai a

Roma, e vidi le pitture con i miei occhi, trovai che i genii lasciano

ai principianti il gaio, il fantastico e l’ostentato, e che essi vanno

direttamente al semplice ed al vero; trovai che la loro opera era

familiare e sincera; che era il vecchio fatto eterno di già incontrato

in tante forme — e per il quale vivevo; che era il semplice _voi_ ed

_io_ che io conoscevo così bene — e che avevo lasciato a casa in tante

conversazioni. Io aveva fatta di già la stessa esperienza in una chiesa

di Napoli. Là vidi che nulla era cambiato per me, eccetto il luogo, e

mi dissi: «Tu, ragazzo folle, sei venuto qui, attraversando quattromila

miglia d’acqua salsa, per trovare ciò che ti era già noto in casa?» Lo

stesso fatto contemplai di nuovo nella Accademia di Napoli, nelle sale

di scultura, ed ancora quando venni a Roma, nei dipinti di Raffaello,

Angelo, Sacchi, Tiziano e Leonardo da Vinci. «Vecchia talpa, che cosa

lavori nella terra così in fretta?» Esso mi aveva seguito: ciò che

mi pensavo di avere lasciato a Boston, era qui in Valicano, e poi a

Milano, a Parigi, e rendeva tutto il viaggio ridicolo come il forzato

girar intorno ad un mulino. Ora questo chiedo io ai dipinti, che mi

rendano casalingo, non che mi abbaglino. I dipinti non devono essere

troppo pittoreschi. Nulla più stupisce gli uomini del buon senso e

della semplice franchezza. Tutte le grandi azioni furono semplici, e

tutti i grandi dipinti lo sono.

La Trasfigurazione di Raffaello è un esempio eminente di questo merito

particolare. Una bellezza calma e benigna brilla in tutta quest’opera e

va direttamente al cuore. Pare quasi che vi chiami per nome. Il dolce e

sublime viso di Gesù sta al disopra d’ogni lode, pure come disinganna

tutte le grandi speranze! Questo atteggiamento familiare, semplice,

domestico, ci dà l’impressione di ritrovare un amico. L’esperienza

dei negozianti di quadri ha il suo valore, ma non ascoltate la loro

critica, quando il vostro cuore è toccato dal genio. Il quadro non

fu dipinto per essi, fu dipinto per voi; per coloro che hanno occhi

sensibili alla semplicità e alle nobili emozioni.

Pure, dette sì belle cose riguardo all’arte, noi dobbiamo finire con

una confessione sincera: che le arti, come noi le conosciamo, non

sono che iniziali. Le nostre lodi migliori sono date per ciò cui esse

mirarono e promisero, non per il loro reale risultato. Poca fede ha

nelle risorse dell’uomo, colui che crede che la miglior età della

produzione artistica sia passata. Il valore reale dell’Iliade o della

Trasfigurazione, sta come segno di potenza: flutti o increspature della

grande corrente della tendenza; pegni dello sforzo Eterno per produrre,

che anche nel suo peggiore stato l’anima tradisce. L’arte non è ancora

giunta alla sua maturità, se non si collega con le più potenti attività

del mondo, se non è pratica e morale; se non vive in relazione con

la coscienza, se non fa sentire ai poveri e ai rozzi, che essa loro

si rivolge con una parola di alto incoraggiamento. Vi è per l’Arte

un’opera più alta che le arti. Queste sono abortive nascite di un

istinto imperfetto o viziato. L’Arte è il bisogno di creare; ma nella

sua essenza, immensa ed universale, è impaziente di lavorare pur con

mani difettose od impacciate, e di produrre gobbi e mostri, come sono

tutti i dipinti e tutte le statue. Il suo fine è niente meno che la

creazione dell’uomo e della natura. Un uomo dovrebbe trovare in ciò uno

sfogo per tutta la sua energia. Egli può dipingere e scolpire finchè

egli lo può. L’Arte dovrebbe rallegrare ed abbattere gli ostacoli delle

circostanze da ogni lato, risvegliando nell’osservatore lo stesso senso

di universale relazione e di potere che l’opera rivelò nell’artista,

mentre il suo più alto effetto è quello di produrre artisti nuovi.

L'anima, la natura e la saggezza · 第 18 / 32 段