son ricco di pensieri, e posso scrivere ciò che mi piace. Io non
vedo perchè non debba avere lo stesso pensiero, lo stesso potere
d’espressione, domani. Ciò che io scrivo, mi pare scrivendolo la più
naturale cosa del mondo; ma ieri vidi una terribile vacuità in questa
stessa direzione, nella quale vedo ora tante cose; e fra un mese, non
ne dubito, mi domanderò chi fu, che scrisse tante pagine di séguito.
Pietà, per questa fede malferma, per questa volontà incerta, per questo
solitario riflusso di un flusso silenzioso! Io sono Dio nella natura;
io sono una cattiva erba appesa al muro.
Il continuo sforzo di innalzarsi al disopra di se stesso, di toccare
una vetta superiore all’ultima vetta, traspare dalle relazioni
dell’uomo. Noi siamo assetati di lode, eppure sentiamo una specie di
astio contro chi ci loda. La dolcezza della natura è l’amore; eppure
se ho un amico, io sono tormentato dalle mie imperfezioni. Se egli
fosse alto abbastanza da avvilirmi, allora potrei amarlo, ed innalzarmi
col mio affetto a nuove altezze. Il progresso d’un uomo può essere
osservato nelle cerchie successive dei suoi amici. Per ogni amico che
perde in omaggio alla verità, uno migliore ne guadagna. Io pensavo,
camminando nei boschi e meditando sui miei amici: «perchè dovrei io
giuocare con essi questo giuoco dell’idolatria?». Io conosco e discerno
troppo bene, quando non sono volontariamente cieco, i brevi confini
delle persone chiamate alte e meritevoli. Ricche, nobili e grandi,
esse sono in grazia della generosità del nostro discorso; ma la verità
è triste. Oh! benedetto Spirito, che io abbandonai per loro; essi non
sono tu! Ogni stima personale da noi concessa, ci costa celesti tesori.
Noi vendiamo i seggi degli angeli per un piacere breve e turbolento.
Quante volte dobbiamo noi imparare questa lezione? Gli uomini cessano
d’interessarci quando noi scopriamo i loro confini. L’unico male è la
limitazione. Così tosto come vi imbattete con i limiti segnati ad un
uomo, tutto è finito con lui. Ha egli talento? iniziativa? cultura?
Ciò non giova. Ieri egli era per voi infinitamente interessante ed
attraente, era una grande speranza, un mare in cui nuotare; ora avete
scoperto i suoi confini, lo avete trovato una palude, e nulla v’importa
se non lo rivedrete mai più.
Ogni nuovo passo che noi facciamo nel pensiero, riconcilia venti fatti
apparentemente discordi, come espressioni di una sola legge. Aristotile
e Platone sono riconosciuti i rispettivi capi di due scuole. Un uomo
saggio vedrà che Aristotile platonizza. Col retrocedere di un passo nel
pensiero, le opinioni discordi si riconciliano, apparendo esse i due
estremi di un solo principio e noi possiamo giammai tanto retrocedere
da precludere una ancor più alta visione.
Badate quando il grande Iddio pone un pensatore su questo pianeta:
tutte le cose sono allora in pericolo; ed avviene ciò che nelle grandi
città quando un disastro è scoppiato, e nessuno sa ciò che è salvo,
e quando quello finirà. Non vi è parte della scienza, che non possa
trasmutarsi domani; non vi è alcuna riputazione letteraria, neppure i
così detti eterni nomi della fama, che non possa essere riesaminata e
condannata. Le speranze stesse dell’uomo, i pensieri del suo cuore, la
religione delle nazioni, i costumi e la morale del genere umano, sono
tutti in balìa di una nuova generalizzazione: questa è sempre un nuovo
influsso della divinità nella nostra mente. Di qui deriva il brivido
che la accompagna.
Il valore consiste nella facoltà dell’auto-ricupero, così che un uomo
non può essere voltato, non può essere vinto; ma ponetelo dove vi
piaccia egli starà eretto. Questo può solo derivare dal suo preferire
la verità alla sua passata intelligenza della verità, e dalla sua
rapida accettazione di essa, da qualunque parte venga; come dalla salda
convinzione che le sue leggi, le sue relazioni con la società, la sua
cristianità, il suo mondo, possono ad ogni momento essere allontanati e
morire.
Vi sono nell’idealismo diversi stadi. Noi impariamo prima a scherzare
con esso accademicamente, allo stesso modo che la pietra magnetica
non era una volta che un trastullo. In seguito noi vediamo nell’impeto
della gioventù e della poesia che l’idealismo _può_ essere vero: che è
vero a sprazzi e frammentariamente. Poi il suo aspetto diviene severo e
grande e noi pensiamo che _deve_ essere vero. Esso ora si mostra etico
e pratico, e noi impariamo che _Dio esiste_, che egli è in me; che
tutte le cose sono ombre di lui. L’idealismo di Berkeley è solamente
una cruda affermazione dell’idealismo di Gesù, e ancora è una cruda
affermazione del fatto, che tutta la natura è la rapida emanazione
della bontà, che effettua ed organizza se stessa. Molto più chiaramente
la storia e lo stato del mondo sono in qualsiasi tempo direttamente
dipendenti dalla classificazione intellettuale allora esistente nelle
menti degli uomini. Le cose che sono care agli uomini del nostro
tempo sono tali a causa delle idee sorte sul loro orizzonte mentale,
e che producono il presente ordine di cose, come un albero produce le
sue mele. Un nuovo grado di coltura rivoluzionerebbe immediatamente
l’intiero sistema delle aspirazioni umane.
La conversazione è un giuoco di circoli. Nella conversazione noi
cogliamo i «_termini_» che limitano da ogni lato il silenzio comune.
Quelli che conversano non devono essere giudicati a seconda dello
spirito che essi seguono ed anche esprimono sotto questa Pentecoste.
Domani essi si saranno ritirati da questa alta marea. Domani li
troverete curvi sotto i vecchi basti. Eppure perchè non dobbiamo godere
del fiammante garofano mentre palpita sui nostri muri? Allorquando
ogni nuovo oratore ci illumina di una nuova luce, egli ci solleva
dall’oppressione dell’ultimo oratore per opprimerci con la grandezza
e l’esclusività del suo proprio pensiero; poi ci abbandona ad un
altro redentore, mentre a noi pare di ricuperare i nostri diritti e
di divenire uomini. Quali verità profonde ed effettuabili solo nei
secoli sono supposte nell’annunzio di una verità qualsiasi. Nelle
ore comuni la società siede fredda e pari ad una statua. Noi tutti
giaciamo attendendo, bisognosi, attorniati da simboli potenti, che per
noi non sono simboli, ma prosa e trastulli triviali. Allora viene un
dio e converte le statue in uomini ardenti, e con un lampo dei suoi
occhi brucia il velo che seppelliva tutte le cose; ed allora anche il
significato del mobilio, della tazza e del piattellino, della sedia e
della pentola, è manifesto. I fatti che apparivano così grandi nella
nebbia di ieri — la proprietà, il clima, l’educazione, la bellezza
personale e simili, hanno stranamente mutate le loro proporzioni. Tutto
ciò che credevamo stabile si muove e rumoreggia; e letterature, città,
climi, religioni, abbandonano le loro basi e danzano davanti ai nostri
occhi. Eppure vedete qui nuovamente la rapida circoscrizione! Per
quanto buono sia il discorso, il silenzio è migliore e lo mortifica.
La lunghezza del discorso indica la distanza fra colui che parla e
colui che ascolta. Se entrambi fossero assolutamente d’accordo sopra
un punto qualsiasi non vi sarebbe bisogno di alcuna parola. Se si fosse
d’accordo in tutti i punti, nessuna parola sarebbe sopportata.
La letteratura è un punto esterno del nostro circolo d’oggi,
attraverso il quale un nuovo circolo può essere tracciato. L’utilità
della letteratura è di fornirci di una piattaforma, dalla quale
possiamo godere di una completa visione della nostra vita presente,
e fare un acquisto, per mezzo del quale muoverla. Noi ci armiamo di
antica sapienza; e ci installiamo nel migliore modo possibile nelle
case Romane, Puniche e Greche, solamente allo scopo di osservare
più saggiamente le case ed i modi di vita dei Francesi, Inglesi e
Americani. Allo stesso modo noi possiamo nel miglior modo osservare
la letteratura dal mezzo di una natura selvaggia, dallo strepito
degli affari o dall’alto di una religione. Il campo non può essere
ben osservato dall’interno del campo stesso. L’astronomo deve avere il
diametro dell’orbita della terra come base per trovare il paralasse di
qualsiasi stella.
Perciò noi stimiamo il poeta. Tutta la scienza e tutta la saggezza
non si trovano nell’enciclopedia o nel trattato di metafisica, ma
nel sonetto o nella commedia. Nel mio lavoro giornaliero io tendo a
ripetere i miei vecchi passi, e non credo in una forza correttiva e nel
potere del mutamento e della riforma. Ma qualche Petrarca od Ariosto,
ricco del nuovo vino della sua immaginazione, mi scrive un’ode od
una vivace romanza, piena di audace pensiero e di movimento. Egli mi
colpisce e mi scuote coi suoi toni acuti, rompe la mia intiera catena
di abitudini, ed io apro gli occhi sulle mie stesse possibilità. Egli
mette ali a fianco di tutto il pesante e vecchio legname del mondo, ed
io posso una volta ancora scegliere la diritta via nella teoria e nella
pratica.
Noi sentiamo la stessa necessità per ciò che riguarda la religione del
mondo. Noi non potremo mai osservare il Cristianesimo dal catechismo;
ma potremo forse osservarlo dalla barca nel laghetto, dai pascoli, fra
i canti degli uccelli nei boschi. Purificati dalla luce elementare e
dal vento, immersi nel mare delle forme belle, che il campo ci offre,
noi possiamo aver la buona sorte di gettare un diritto sguardo sulla
vita passata. Il Cristianesimo è giustamente caro alla miglior parte
del genere umano; nè mai vi fu un giovane filosofo, la cui educazione
fosse caduta nella chiesa cristiana, da cui quelle coraggiose parole
di S. Paolo non fossero specialmente lodate: — «Allora anche il Figlio
sarà soggetto a Colui che mise tutte le cose sotto lui, affinchè
Dio sia tutto in tutti». Siano pure grandi e ben venuti i diritti
e le virtù delle persone, ma l’istinto dell’uomo si spinge avanti
verso l’impersonale e l’illimitato, e lietamente si arma, contro il
dogmatismo dei bigotti, con questa generosa parola tolta dal Libro
stesso.
Il mondo naturale può essere concepito come un sistema di circoli
concentrici, e i leggieri spostamenti che di tanto in tanto scopriamo
nella natura ci informano che questa superficie, sulla quale stiamo,
non è fissa ma scorrevole. Queste molteplici qualità tenaci, la chimica
e la vegetazione, i metalli e gli animali, che sembrano esistere per
un loro proprio fine, — sono parole di Dio, e parole fuggitive quanto
qualsiasi altra. Ha imparato l’arte sua il naturalista od il chimico,
che ha esplorato la gravità degli atomi, e le affinità elettive, che
non ha ancora scorta la legge più profonda, di cui questa è solo una
affermazione parziale od approssimativa, cioè che il simile attira il
simile, e che i beni che vi appartengono gravitano su di voi, e che
non è necessario che voi li perseguitiate con dolori e fatiche? Eppure,
questa affermazione è anche approssimativa e non finale. L’omnipresenza
è un fatto più alto. Gli amici ed i fatti non debbono essere attratti
verso i loro simili, attraverso canali e sotterranei, ma giustamente
considerando, queste cose provengono dalla generazione eterna
dell’anima. La causa e l’effetto sono due lati di un solo fatto.
La stessa legge dell’eterno procedere allinea tutte quelle cose che noi
chiamiamo virtù, e spegne ognuna di esse nella luce di una migliore.
L’uomo grande non sarà prudente secondo il senso comune; tutta la
sua prudenza sarà proporzionalmente dedotta dalla sua grandezza. Ma
si addice a ciascuno il vedere, quando egli sacrifica la prudenza,
a quale dio egli la dedichi; se alla comodità ed al piacere, sarebbe
meglio che egli fosse prudente ancora; se ad una grande fede, può ben
risparmiare il suo mulo ed il suo canestro, possedendo invece un carro
alato. Goffredo si mette gli stivali per andare nei boschi, affinchè
i suoi piedi siano al sicuro dal morso dei serpenti; Aarone non pensa
mai a tale pericolo ed in molti anni nessuno dei due è stato colpito da
tale accidente. Pure mi sembra che qualsiasi precauzione voi prendiate
contro un male, voi vi mettiate in potere del male. Io suppongo che
la più alta prudenza è quella più bassa. È ciò un buttarsi troppo
rapidamente dal centro della nostra orbita alla sua periferia? Pensate
quante volte ricadremo in pietose meditazioni prima di prendere il
nostro riposo nel grande sentimento, o faremo del confine d’oggi il
centro nuovo. Inoltre il vostro più nobile sentimento è familiare ai
più umili uomini. I poveri e gli umili hanno il loro modo di esprimere
gli ultimi fatti della filosofia così bene come voi. «L’essere
benedetto è nulla» e «quanto peggiori sono le cose, e tanto migliori
sono» sono proverbi che esprimono il trascendentalismo della vita
comune.
La giustizia di un uomo diviene l’ingiustizia di un altro; la bellezza
di un uomo diviene la bruttezza di un altro; la saggezza di un uomo
la follia di un altro; a misura che uno osserva gli stessi oggetti
da un punto più alto. Un uomo crede che la giustizia consista nel
pagare i debiti, e non ha misura nel suo disprezzo per un altro che
è molto negligente su questo punto e fa attendere, oltre il bisogno,
il suo creditore. Ma questo secondo uomo ha il suo modo personale di
osservare le cose; egli si domanda quale debito debba pagare prima:
il debito verso il ricco o quello verso il povero? il debito del
denaro od il debito del pensiero verso la umanità, del genio verso
la natura? Per voi, trafficante, non vi è altro principio all’infuori
dell’aritmetica. Per me il commercio ha un’importanza volgare; l’amore,
la fede, la lealtà del carattere, le aspirazioni dell’uomo, sono per
me cose sacre; nè io posso staccare, come voi fate, un solo dovere da
tutti gli altri doveri, e concentrare le mie forze meccanicamente sul
pagamento del denaro. Lasciatemi vivere progredendo, e voi troverete,
anche se più lentamente, che il progresso della mia natura spirituale
liquiderà tutti questi debiti senza recare ingiustizia ai più alti
diritti. Se un uomo si dedicasse al pagamento dei conti non sarebbe ciò
un’ingiustizia? Non ha egli altri debiti dunque che il denaro? E devono
tutti i diritti su di lui essere posposti a quelli del padrone di casa
o del banchiere?
Non vi sono virtù finali; tutte sono iniziali. Le virtù della società
sono i vizi del santo. Il terrore della riforma è la rivelazione che
noi dobbiamo abbandonare le nostre virtù e ciò che abbiamo tenuto
sempre per virtù nello stesso abisso che ha consumato i nostri vizi più
grossolani.
«Perdonate i suoi delitti, perdonate anche le sue virtù, quelle più
piccole colpe, ed a metà si converte al giusto».
Quello d’abolire anche le nostre contrizioni è il più alto potere
degli impulsi divini. Io accuso me stesso di negligenza e di inutilità
giorno per giorno; ma quando queste ondate di Dio sorgono in me, io
non calcolo più il tempo perduto. Non calcolo più meschinamente ciò
che potrò compiere per mezzo di ciò che mi rimane del mese e dell’anno;
perchè quei momenti divini mi conferiscono una specie di omnipresenza
ed omnipotenza, che non richiede durata, ma che è conscia che l’energia
della mente è commisurata al lavoro da farsi, senza restrizioni di
tempo.
«E così, oh filosofo dei circoli», — io sento esclamare da qualche
lettore — «sei giunto ad un bel Pirronismo, all’equivalenza ed
all’indifferenza di tutte le azioni, e vorresti tentare d’insegnarci
che _se siamo veritieri_, i nostri delitti possono essere pietre
viventi con le quali costruiremo il tempio del vero Dio!».
Io non curo di giustificarmi. Io riconosco di essere lieto nel
vedere la predominanza del principio della saccarina in tutta la
natura vegetale, e di esserlo non meno osservando nella morale
quell’irrefrenabile innondazione del principio del bene, in ogni
fessura e pertugio che l’egoismo ha lasciato aperto, e più nell’egoismo
e nel peccato stesso; così che nessun male è puro, nè l’inferno
stesso è senza le sue estreme soddisfazioni. Ma onde non traviare
alcuno, mentre posseggo la mia propria testa e obbedisco ai miei
desideri, mi si permetta di ricordare al lettore che io sono solo
un esperimentatore. Non ponete il più piccolo valore in ciò che io
faccio od il più piccolo discredito in ciò che io non faccio, come se
io pretendessi di stabilire la verità o la falsità di cosa alcuna.
Io sconvolgo tutte le cose. Nessun fatto è sacro per me; nessuno è
profano; io semplicemente sperimento, ricercatore instancabile, senza
Passato alle mie spalle.
Eppure questo incessante movimento e progressione di cui tutte le
cose partecipano, non potrebbe mai divenirci sensibile, se non per
contrasto a qualche principio di fissità o di stabilità dell’anima.
Mentre l’eterna generazione dei circoli avanza, l’eterno generatore
ristà. Tale vita centrale è qualcosa di superiore alla creazione, di
superiore alla conoscenza ed al pensiero, e ne contiene in sè tutti i
circoli. Eternamente essa lavora per creare una vita e un pensiero così
grandi ed eccellenti come se stessa; ma in vano; perchè ciò che è fatto
insegna sul come far meglio.
Così non vi è sonno, non vi è pausa, non vi è conservazione, ma tutte
le cose si rinnovano, germinano e fioriscono. Perchè dovremmo noi
introdurre dei brandelli e delle reliquie nell’ora nuova? La natura
abborre le cose vecchie, e la vecchia età pare la sola malattia;
tutte le altre hanno foce in questa. Noi chiamiamo ciò con molti nomi:
febbre, intemperanza, pazzia, stupidità, delitto; esse sono tutte forme
di vecchiezza; esse sono riposo, conservazione, apparizione, inerzia,
ma non novità, non via di progresso. Noi incanutiamo ogni giorno. Io
non ne vedo il bisogno. Quando conversiamo con ciò che è al dissopra
di noi, noi non invecchiamo ma ritorniamo giovani. L’infanzia, la
giovinezza, che aspirano con occhio devoto guardando verso l’alto, non
si considerano nulla, e si abbandonano all’insegnamento, che scaturisce
da ogni lato.
Ma l’uomo e la donna di settant’anni pretendono di tutto sapere, si
innalzano sulle loro proprie speranze, rinunziano all’aspirazione;
accettano il presente come necessario, e parlano ai giovani dall’alto.
Divengano essi dunque organi dello Spirito Santo, siano essi amanti,
contemplino essi la verità; ed i loro occhi alzati, le loro rughe
appianate, siano nuovamente inebbriati dalla speranza e dal potere.
Questa vecchiaia non dovrebbe accostarsi allo spirito umano. In natura
ogni momento è nuovo; il passato è sempre inabissato e dimenticato;
il futuro solamente è sacro. Nulla è sicuro se non la vita, la
transizione, lo spirito energetico. Nessun amore può essere assicurato
da promesse o giuramenti contro un amore più alto. Nessuna verità è
così sublime da non poter essere volgare domani, alla luce di nuovi
pensieri.
La vita è una serie di sorprese. Noi non indoviniamo oggi il modo,
il piacere, il potere di domani, mentre stiamo innalzando il nostro
essere. Noi possiamo dire qualche cosa dei più bassi stati, degli
atti della consuetudine e del senso; ma i capolavori di Dio, i totali
accrescimenti ed i movimenti universali dell’anima sono nascosti; essi
sono incalcolabili. Io posso sapere che la verità è divina e che aiuta;
ma come essa mi aiuterà non posso indovinare, perchè il _così essere_
è l’unico accesso al _così sapere_. La nuova condizione dell’uomo che
avanza, fruisce di tutti i poteri del vecchio stato, eppure essi sono
per noi tutti nuovi. Essa porta nel suo seno tutte le energie del
passato; eppure è un’esalazione del mattino. Io butto via in questo
momento tutta la mia scienza una volta accatastata, come se fosse cosa
vuota e vana. Ora, per la prima volta, mi sembra di sapere qualche
cosa giustamente. Noi non conosciamo il significato delle più semplici
parole fino a che non amiamo e desideriamo.
La differenza fra l’ingegno ed il carattere è pari a quella che
esiste fra l’abilità di tenere la vecchia pista calpestata, e il
potere e il coraggio di percorrere una nuova strada con una nuova e
migliore méta. Il carattere rende il presente dominante, lo fa lieto
e determinato, e capace di fortificare tutta la società, facendo
osservare ad essa che molte cose, alle quali non si era pensato, sono
possibili ed eccellenti. Il carattere offusca l’impressione degli
eventi particolari. Quando noi vediamo il conquistatore, non pensiamo
a qualcuna delle sue battaglie o delle sue vittorie particolari. Noi
vediamo che avevamo esagerato la difficoltà. Ciò era facile per lui.
Il grande uomo non è sensibile o impressionabile; gli eventi passano
sopra lui senza molta impressione. La gente dice talvolta, «Guardate
che cosa ho sorpassato; guardate quanto lieto io sono; guardate
come ho trionfato completamente di quei neri eventi». Non perchè
essi mi ricordano ancora il nero evento, hanno per questo qualcosa
conquistato. È conquista forse l’essere un gaio e decorato sepolcro, o
una semi-pazza vedova, ridente istericamente? La vera vittoria consiste
nel far svanire e sparire il nero evento; come se esso fosse una nuvola
intempestiva d’insignificante risultato in una storia così grande e
progredente.
L’unica cosa che cerchiamo con desiderio insaziabile è di dimenticar
noi stessi, di perdere la nostra sempiterna memoria, e di fare qualche
cosa senza sapere il come od il perchè; in breve, di tracciare un nuovo
circolo. Nulla di grande fu mai raggiunto senza entusiasmo. La via
della vita è meravigliosa: essa lo è per abbandono. I grandi momenti
della storia sono quelli dei facili compimenti per mezzo della forza
delle idee, come le opere del genio e della religione. «Un uomo — disse
Oliviero Cromwell — non si innalza mai così alto, come quando egli non
sa dove va». I sogni e l’ubbriachezza; l’uso dell’oppio e dell’alcool,
sono la sembianza e la contraffazione di questo genio profetico e da
cui viene la loro pericolosa attrazione per gli uomini. Per lo stesso
motivo essi richiedono l’aiuto di passioni selvagge, come il giuoco e
la guerra, per imitare in qualche modo queste fiamme e generosità del
cuore.
UNDECIMO SAGGIO
INTELLETTO
Ogni sostanza è negativamente elettrica per quella che le sta sopra
nelle tavole chimiche, positivamente per quella che le è di sotto.
L’acqua scioglie il legno, il ferro ed il sale; l’aria scioglie
l’acqua; il fuoco elettrico scioglie l’aria; ma l’intelletto
scioglie il fuoco, la gravità, le leggi, il metodo e le più sottili,
indefinibili relazioni di natura, nel suo irresistibile mestruo.
L’intelletto giace dietro il genio, che è l’intelletto costruttivo.
L’intelletto è il semplice potere anteriore a qualsiasi azione o
costruzione. Con gioia io vorrei spiegare a lenti passi una storia
naturale dell’intelletto; ma quale uomo è stato fin’ora capace di
segnare i passi ed i limiti di questa essenza trasparente? Le prime
domande rimangono sempre tali, ed il più saggio dottore è imbarazzato
dalla curiosità di un bambino. Come possiamo noi parlare dell’azione
della mente sotto qualsiasi aspetto, (come della sua conoscenza, della
sua etica, del suo operare e simili), dal momento che essa scioglie
la volontà in percezione, la conoscenza in atto? Ciascuna azione si
muta in un’altra. La mente sola esiste e la sua visione non è come la
visione dell’occhio, ma è unione con le cose conosciute.
L’intelletto e l’intellezione significano, all’orecchio comune,
considerazione di verità astratta. La considerazione di tempo e
di luogo, di voi e di me, di profitto e di danno, tiranneggia la
mente della maggioranza degli uomini. L’intelletto separa il fatto
considerato da _voi_, da qualsiasi relazione di luogo e di persona,
e lo distingue come se esso esistesse per merito proprio. Eraclito
considerò le affezioni come nuvole dense e colorate. Nella nebbia
delle affezioni buone e cattive è difficile per l’uomo avanzare in
linea retta. L’intelletto è vuoto di affezione, ed osserva un oggetto
qualsiasi nel modo con cui esso si presenta alla luce della scienza
indifferente e libera. L’intelletto va al di là dell’individuo, fluttua
sulla sua propria personalità, e lo riguarda come un fatto e non come
_Io_ oppure _mio_. Colui che è immerso in ciò che concerne la persona
o il luogo non può studiare il problema dell’esistenza. Questo è ciò
che l’intelletto sempre medita. La natura mostra tutte le cose formate
e collegate. L’intelletto passa attraverso la forma, valica l’ostacolo,
scopre intrinseche somiglianze fra cose lontane, e riduce tutte le cose
a pochi principii.