loro valore ed i loro effetti. La nostra fede viene di tratto in
tratto; il nostro vizio è costante. Pure vi è una profondità in
questi brevi momenti, che ci spinge ad ascrivere maggior realtà ad
essi che a qualsiasi altra cosa sperimentata. Per questa ragione
l’argomento che si fa innanzi per imporre il silenzio a coloro che
concepiscono speranze straordinarie per l’uomo, vale a dire, l’appello
all’esperienza, è debole e vano. Una più potente speranza abolisce
la disperazione. Noi abbandoniamo il passato a colui che ci muove
delle obbiezioni, e continuiamo a sperare. Egli deve spiegare questa
speranza. — Noi ammettiamo che la vita umana è vile; ma come scoprimmo
che essa è vile? Quale è la base di questo nostro disagio, di questo
nostro malcontento? Che cosa è il senso universale del bisogno e
dell’ignoranza, se non un cenno delicato per mezzo di cui la grande
anima muove il suo immenso reclamo? Perchè gli uomini sentono che la
Storia naturale dell’uomo non fu mai scritta, che tralascia sempre ciò
che voi avete detto di lui, che invecchia, e che i libri di metafisica
sono privi di valore? La filosofia di seimila anni non ha indagato nei
recessi e nei depositi dell’anima. Nelle sue esperienze rimase sempre,
in ultima analisi, un residuo che non potè risolvere. L’uomo è un corso
d’acqua, la cui sorgente è nascosta. Il nostro essere discende sempre,
non sappiamo donde. Il più esatto calcolatore non ha la prescienza
che qualcosa d’incalcolabile possa nell’attimo seguente distruggere i
suoi calcoli. Io sono costretto ogni momento a riconoscere agli eventi
un’origine più alta che la volontà che chiamo mia.
Come per gli eventi, così è anche per i pensieri.
Quando io osservo quel fiume scorrente, che, venendo da regioni che io
non vedo, versa per un momento le sue acque in me, io sento d’essere
uno che riceve; sento di essere non una causa, ma uno spettatore
sorpreso di quest’acqua eterna: io sento che desidero ed attendo, e
mi pongo nell’attitudine del ricevere, ma pure sento che tali visioni
vengono da un’energia a me estranea.
La Suprema Critica degli errori del passato e del presente e il solo
annunziatore di ciò che deve essere, è quella grande natura, nella
quale ci riposiamo, come si riposa la terra nelle molli braccia
dell’atmosfera; quell’unità, quella _superanima_, dentro la quale
l’essere particolare di ogni uomo è contenuto e fatto uno solo con
tutti gli altri; quel cuore comune, di cui ogni sincero discorso
è adorazione, per il quale ogni azione giusta è sottomissione;
quella realtà onnipossente, che svela i nostri inganni e le nostre
disposizioni mentali; che obbliga ciascuno a passare per ciò che
realmente è, ed a parlare in corrispondenza al suo carattere e non
alla sua lingua; che sempre più tende a passare nel nostro pensiero
e nelle nostre mani, e divenire saggezza, virtù, potere e bellezza.
Noi viviamo grado a grado e separatamente, in parti e particelle.
Frattanto nell’interno dell’uomo vi è l’anima del _tutto_, il saggio
silenzio e la bellezza universale, a cui ogni parte ed atomo sono
ugualmente riferiti; infine l’eterno _Uno_. E questa immensa potenza
nella quale viviamo, e la cui beatitudine è accessibile a noi, non è
solo sufficiente a se stessa e perfetta in ogni ora, ma in essa l’atto
di vedere e la cosa veduta, lo spettatore e lo spettacolo, il soggetto
e l’oggetto sono _uno_. Noi vediamo il mondo parte per parte, come il
sole, la luna, l’animale, l’albero; ma il tutto, di cui queste sono le
parti brillanti, è l’Anima. È soltanto con la luce di tale Sapienza che
può essere letto l’oroscopo delle età, ed è soltanto con il ritornare
ai nostri pensieri migliori, con l’arrenderci allo spirito di profezia,
innato in ogni uomo, che noi possiamo sapere che cosa essa dica. Le
parole d’ogni uomo, che parla vivendo una tal vita, devono suonare
vuote a quelli che per parte loro non abitano nello stesso pensiero.
Perciò io non oso parlare. Le mie parole non portano con sè il loro
augusto senso; esse cadono impotenti e fredde. Se fossero inspirate da
quella saggezza, guardate! esse sarebbero liriche e dolci ed universali
come l’innalzarsi del vento. Pure io desidero, anche con parole profane
se non posso usare quelle sacre, indicare l’empireo di questa divinità,
e riferire quali ammonimenti ho raccolto dalla trascendente semplicità
ed energia della più Alta Legge.
Se noi consideriamo che cosa succede nella conversazione, nel rimorso,
nelle ore di passione, nelle sorprese, nella formazione dei sogni,
dove spesso ci vediamo trasvestiti — (gli strani trasvestimenti
magnificano ed innalzano solo un elemento reale, imponendolo alla
nostra attenzione) noi troveremo molti indizi che s’amplieranno e ci
illumineranno nella conoscenza dei segreti della natura. Tutto tende
a dimostrare che l’anima dell’uomo non è un organo, ma vita e moto per
tutti gli organi; non è una funzione, come il potere della memoria, del
calcolo, della comparazione, ma usa di queste funzioni come di mani
e di piedi; non è una facoltà, ma una luce, non è l’intelletto o la
volontà, ma quella che regge l’intelletto e la volontà; è il fondo del
nostro essere, sul quale tutto giace; un’immensità infine non posseduta
e che non può essere posseduta. Una luce brilla attraverso di noi
sulle cose, e ci insegna che noi siamo nulla, ma che la luce è tutto.
Un uomo è la facciata di un tempio, in cui abita tutta la sapienza e
tutto il bene. Ciò che noi comunemente chiamiamo «uomo», l’uomo che
mangia, che beve, che pianta, che canta, non si presenta come noi lo
conosciamo, ma dà una cattiva immagine di sè. Noi non lo rispettiamo,
ma se egli lasciasse apparire l’anima attraverso la sua azione, l’anima
di cui è l’organo, ci farebbe cadere in ginocchio. Quando essa respira
attraverso il suo intelletto, allora è genio; quando respira attraverso
la sua volontà, è virtù; quando irrompe attraverso le sue affezioni,
è amore. E la cecità dell’intelletto e la debolezza della volontà
incominciano quando l’intelletto e l’individuo voglian avere un loro
proprio valore. Ogni riforma tende a permettere all’anima di aprire le
sue vie attraverso di noi; in altre parole ad indurci all’obbedienza.
Ogni uomo è talora sensibile a questa purissima spirituale natura. Il
linguaggio non può dipingerla con i suoi colori; essa è troppo fine.
Essa è indefinibile, incommensurabile, ma noi sappiamo che essa ci
pervade e ci contiene. Noi sappiamo che tutto l’essere spirituale è
contenuto nell’uomo. Un saggio ed antico proverbio dice «Dio viene a
vederci senza campana» cioè, come non vi è una linea di separazione
fra la nostra testa ed il cielo infinito, così nell’anima non vi
è punto dove l’uomo, cioè l’effetto, cessa, e Dio, cioè la causa,
incomincia. I confini sono tolti. Noi siamo aperti alle profondità
della natura spirituale, ed agli attributi di Dio. Vediamo e conosciamo
la Giustizia, l’Amore, la Libertà, il Potere. Nessun uomo possedette
mai queste nature, ma esse si librano al disopra di noi, e specialmente
quando i nostri interessi ci spingono a ferirle.
La sovranità della super-anima si rivela nella sua indipendenza
da quelle limitazioni che ci circoscrivono da ogni parte. L’anima
circoscrive ogni cosa. Come ho detto, essa contraddice ogni esperienza
e nello stesso modo abolisce il tempo e lo spazio. Il dominio dei sensi
ha dominato nella maggior parte degli uomini la mente a tal grado, che
le mura del tempo e dello spazio sono giunte ad apparire così reali
ed insormontabili, che il parlare con leggerezza di questi baluardi è
divenuto, nel mondo, segno di pazzia. Eppure il tempo e lo spazio non
sono che misure inverse della forza dell’anima. Un uomo è capace di
abolirli. Lo spirito scherza con il tempo.
«_Può raccogliere l’eternità in un’ora,_
_O prolungare un’ora in un’eternità._»
Spesso siamo condotti a sentire che vi è un’altra gioventù ed un’altra
età oltre quelle che sono misurate dal nostro naturale anno di
nascita. Alcuni pensieri ci trovano sempre giovani e ci mantengono
tali. Un tale pensiero è ad esempio l’amore dell’universale ed eterna
bellezza. Ogni uomo si parte da tale contemplazione con il sentimento
che ciò appartenga piuttosto alle età che alla vita mortale. La più
piccola attività dei poteri intellettuali ci redime in un certo grado
dalle tirannie del tempo. Nella malattia, nel dolore, dateci un brano
di poesia od una profonda sentenza, e noi ci sentiamo sollevati;
presentateci un volume di Platone o di Shakespeare, o ricordateci
il loro nome, ed instantaneamente noi incliniamo ad un sentimento di
longevità.
Vedete come il profondo, divino pensiero demolisce i secoli ed i
millenni, e si fa presente attraverso tutte le età. L’ammaestramento
di Cristo è meno efficace ora di ciò che fosse quando per la prima
volta la sua bocca lo pronunziò? L’impressione scultoria di fatti e di
persone sulla mia anima ha nulla a che fare col tempo. E così sempre,
la scala dell’anima è una e quella dei sensi e dell’intelligenza è
un’altra. Davanti alle rivelazioni dell’anima, il Tempo, lo Spazio e
la Natura si ritraggono. Nel discorso comune, noi riferiamo tutte le
cose al tempo, come abitualmente riferiamo le stelle sparse ad una
sfera concava. E così diciamo che il Giudizio è lontano o vicino; che
il Millennio s’avanza; che il giorno di certe riforme politiche morali
o sociali è prossimo, e simili; quando noi vogliamo significare che,
nella natura delle cose, uno dei fatti che noi contempliamo è esterno
e fuggitivo, e l’altro è permanente e connaturato con l’anima. Le cose
che noi stimiamo prestabilite, si staccheranno una per una come frutti
maturi, dalla nostra esperienza e cadranno. Il vento le sospingerà
chissà dove. I paesaggi, le figure, Boston, Londra, sono dei fatti così
fuggitivi come qualsiasi istituzione passata o qualsiasi velo di nebbia
o di fumo: e così è la società, e così è il mondo. L’anima guarda
fermamente innanzi, creando un mondo davanti ad essa, lasciando dei
mondi dietro di sè. Essa non ha date, non ha riti, non ha persone, non
ha preferenze, non ha uomini. L’anima conosce solamente l’anima; tutte
le altre cose non sono che oziosi veli per la sua veste.
L’importanza del suo progresso deve computarsi secondo la sua propria
legge e non secondo l’aritmetica. I progressi dell’anima non sono
fatti a gradi, che potrebbero rappresentarsi con il movimento di
una linea retta; ma piuttosto a progressivi sviluppi, che potrebbero
rappresentarsi con la metamorfosi — dall’uovo al verme, dal verme alla
mosca. Le progressioni del genio sono di un certo carattere universale
che non solleva l’individuo eletto prima al disopra di Giovanni, poi
d’Adamo, e poi di Riccardo, e dà a ciascuno il dolore di un’inferiorità
manifesta; ma per mezzo d’ogni laborioso progresso l’uomo si espande
dove egli lavora, passando ad ogni impulso sopra classi e popolazioni
di uomini. Ad ogni divino impulso lo spirito rompe la sottile corteccia
del visibile e del finito, e sguscia nell’eternità, ne inspira ed
espira l’aria. Esso conversa con le verità che sono sempre state dette
nel mondo, e si fa conscio di una più intima simpatia con Zenone ed
Ariano che con persone della sua casa.
Questa è la legge dell’acquisizione morale e mentale. I semplici
si innalzano, come per leggerezza specifica, non ad una particolare
virtù, ma nella regione di tutte le virtù. Essi vivono nello spirito
che tutti li contiene. L’anima è superiore a tutte le peculiarità
dei nostri pregi morali. L’anima richiede purezza, ma non quella
tal nostra purezza; richiede giustizia, ma non quella tal nostra
giustizia; richiede beneficenza, ma essa è qualche cosa di meglio;
cosicchè quando tralasciamo di parlare di natura morale, noi sentiamo
una specie d’inclinazione e di convenienza a sollecitare una virtù,
che essa c’impone. Poichè all’anima, nella sua pura attività, tutte le
virtù sono naturali, e non faticosamente acquisite. Parlate al cuore
dell’uomo, ed egli diventa subitaneamente virtuoso.
Nello stesso sentimento si trova il germe del progresso intellettuale,
che ubbidisce alla stessa legge. Coloro che sono capaci di umiltà, di
giustizia, d’amore, d’aspirazioni, si trovano già ad un livello, che
domina le scienze e le arti, l’oratoria e la poesia, l’azione e le
buone disposizioni. Perciò coloro che dimorano in questa beatitudine
morale si ripromettono di già quegli speciali poteri che gli uomini sì
altamente stimano, allo stesso modo che l’amore apprezza tutte le doti
dell’oggetto amato. L’amante non ha talento, non ha abilità, che conti
per nulla presso la sua innamorata, per poco ch’essa possegga facoltà
correlative. E il cuore, che si abbandona allo Spirito Supremo, si
trova in relazione con tutte le sue opere, e giungerà per una strada
regale alle particolari conoscenze ed ai poteri particolari. Perciò
ascendendo a questo sentimento primario ed aborigeno, noi siamo venuti
istantaneamente dalla nostra rimota stazione posta sulla circonferenza
al centro del mondo, dove, come nel gabinetto di Dio, noi vediamo le
cause, e preveniamo l’universo, che è se non un lento effetto.
Un modo del divino insegnamento è l’incarnazione dello spirito in
una forma — in forme simili alla mia. Io vivo in società, con persone
che corrispondono a pensieri della mia propria mente od esternamente
esprimono a me una certa ubbidienza ai grandi istinti per i quali vivo.
Io vedo la sua presenza in essi. Io ho la certezza dell’esistenza di
una natura comune; e queste altre anime, questi separati me stessi mi
attirano come null’altro può. Essi eccitano in me le nuove emozioni
che noi chiamiamo passioni; quelle dell’amore, dell’odio, del timore,
dell’ammirazione, della pietà; donde provengono la conversazione, la
competizione, la persuasione, le città, la guerra. Le persone sono
supplementari all’insegnamento primario dell’anima. Nella giovinezza
noi andiamo pazzi per gli uomini individui. L’infanzia e la giovinezza
vedono tutto il mondo in quelli. Ma una maggiore esperienza scopre in
tutti l’identità della natura. Infatti sono appunto le persone che
ci apprendono l’impersonale. In ogni conversazione fra due persone
nasce un tacito richiamo ad una comune natura, come se fosse una
terza persona. Questa terza parte o natura comune non è sociale; è
impersonale; è Dio. Così nei gruppi dove la discussione è ardente
ed intenta a gravi questioni di pensiero, i componenti il gruppo
s’avvedono della loro unità; s’avvedono che il pensiero si innalza ad
un’eguale altezza in tutti gli spiriti, che tutti hanno in ciò che vien
detto la stessa proprietà spirituale di colui che dice. Essi divengono
più saggi di quanto non lo fossero. Orbene questa unità di pensiero
si innalza al disopra di essi come un tempio in cui ogni cuore batte
con un più nobile senso di potere e di dovere, e pensa ed agisce con
un’insolita solennità, e dove tutti sono consci di raggiungere un
più alto dominio di se stessi. Essa brilla per tutti. Vi è una certa
saggezza umana che è comune ai più grandi uomini ed ai più piccoli
e che la nostra ordinaria educazione spesso si sforza di tacitare ed
ostruire. Lo spirito è uno solo, e gli spiriti migliori che amano la
verità per se stessa, la accettano riconoscenti ovunque, e non la
classificano nè la segnano con il nome di alcun uomo, perchè essa
è loro da molto tempo prima; dall’eternità. Gli uomini còlti e gli
studiosi non hanno alcun monopolio della sapienza. La violenza del loro
indirizzo in un certo modo li rende incapaci di pensare secondo verità.
Noi siamo debitori di molte osservazioni di valore a persone che non
sono molto acute o profonde, e che dicono senza sforzo la cosa di cui
manchiamo e che noi abbiamo per lungo tempo cercata invano. L’azione
dell’anima esiste più spesso in ciò che è sentito ed inespresso, che in
ciò che è detto nelle conversazioni. Essa aleggia sopra ogni società
e noi inconsciamente la ricerchiamo l’uno nell’altro. Noi meglio
sappiamo di quello che operiamo. Noi non possediamo ancora noi stessi,
e sappiamo allo stesso tempo di essere molto di più. Molto spesso io
sento nelle mie volgari conversazioni coi miei vicini questa verità:
che qualche cosa più alto di noi osserva i nostri scherzi, e che dietro
a ciascuno di noi Giove saluta Giove.
Gli uomini tendono ad incontrarsi. Nelle loro occupazioni abituali e
volgari della vita, per le quali abbandonano la loro nobiltà nativa,
essi somigliano a quei seicci Arabi, che abitano in case basse,
affettando una povertà esteriore per sfuggire alla rapacità del Pascià,
e racchiudono lo sfoggio della loro ricchezza nell’interno delle loro
ben custodite dimore.
Come l’anima è presente in tutte le persone, così è presente in ogni
periodo della vita. Essa è adulta di già nel bambino. Nei rapporti con
il mio bimbo, il mio Latino e Greco, la mia coltura ed il mio denaro,
mi servono a nulla, ma mi serve l’anima. Se io sono capriccioso, egli
mette il suo capriccio contro il mio, uno contro uno, e lascia a me,
se lo voglio, l’avvilimento del batterlo con la superiorità della
mia forza. Ma se io rinuncio al mio capriccio ed agisco con l’anima,
mettendo essa come arbitra fra noi due, essa appare ai suoi occhi ed
egli la riverisce e l’ama con me.
L’anima percepisce e rivela la verità. Noi conosciamo la verità quando
la vediamo; dicano gli scettici ed i burloni ciò che vogliono. La
gente sciocca, quando voi avete detto ciò che loro non piace di udire,
vi domanda: «Come sapete voi che ciò è vero, e che non è un vostro
errore?» Noi conosciamo la verità quando la vediamo, come sappiamo
di essere svegli quando siamo svegli. V’è una grande sentenza di
Emanuele Swedenborg, che da sola basterebbe ad indicare la grandezza
della sua percezione: «Non è prova dell’intelligenza di un uomo il
suo poter affermare ciò che gli piace; ma il poter discernere che ciò
che è vero è vero, e che ciò che è falso è falso, è il segno ed il
carattere dell’intelligenza». Nel libro che io leggo, il buon pensiero
mi rispecchia, come ogni verità, l’imagine completa dell’anima. Ad ogni
cattivo pensiero che io vi trovo, l’anima stessa diventa una spada, che
infrange quell’imagine. Noi siamo più saggi di quel che non crediamo.
Se non interporremo il nostro pensiero, ma agiremo francamente, e
vedremo come la cosa sia sita in Dio, conosceremo quella particolare
cosa ed ogni cosa ed ogni uomo. Perchè il Fattore di tutte le cose e
di tutte le persone sta dietro di noi, e getta attraverso a noi la sua
terribile omniscienza sopra di esse.
Ma oltre a questa conoscenza dei particolari passaggi dell’esperienza
individuale, la super-anima rivela anche la verità. E qui dovremmo
cercar di rinvigorirci con la sua stessa presenza, e parlare con un più
degno e più alto tono del suo avvento: poichè il partecipare dell’anima
della verità, è il più grande evento in natura, ed in tal caso quella
non dà _qualcosa_ di se stessa, ma si concede intera o s’incarna e
diventa l’uomo che essa illumina, o toglie di lui in proporzione di
quella verità che egli riceve.
Noi indichiamo gli annunzi dell’anima, le sue proprie manifestazioni
naturali con il nome di _Rivelazione_. Esse sono sempre accompagnate da
un vigoroso sentimento del sublime, poichè la comunicazione dell’anima
è un influsso della mente divina nella nostra mente. È un riflusso
del ruscello individuale davanti alle impetuose onde del mare della
vita. Ogni distinta intelligenza di questo potere centrale agita gli
uomini con timore e delizia. Un brivido passa in tutti gli uomini nel
ricevere una nuova verità o nel compiere una grande azione, che sorga
dal cuore della natura. In queste comunicazioni il potere di vedere
non è separato dalla volontà di fare, ma la conoscenza procede dalla
sottomissione, e la sottomissione procede da una lieta percezione.
Ogni momento in cui l’individuo si sente invaso da essa, è un momento
memorabile. Per necessità della nostra costituzione, io credo, un
certo entusiasmo accompagna la consapevolezza individuale di quella
divina presenza. Il carattere e la durata di questo entusiasmo variano,
a seconda dello stato dell’individuo, da un’estasi e rapimento ed
ispirazione profetica, — che sono la loro forma più rara — al più
debole ardore di un sentimento virtuoso, nella quale forma esso
riscalda, come i nostri focolari domestici, tutte le famiglie e le
associazioni d’uomini e rende possibile la società. Una certa tendenza
verso l’insania ha sempre accompagnato il sorgere del sentimento
religioso negli uomini, come se questi fossero «abbagliati da un
eccesso di luce». I rapimenti di Socrate; la conversione di Paolo; la
visione di Porfirio; l’aurora di Behmen; le violenze di Giorgio Fox e
dei suoi Quaccheri; l’ispirazione di Swedenborg; sono di questa specie.
Ciò che in queste persone rimarchevoli fu un’estasi, in innumerevoli
casi della vita comune fu cosa di minor conto. Ovunque, la storia della
religione lascia intravedere una tendenza all’entusiasmo. I rapimenti
dei Moravi e dei Quietisti; il sorgere del profondo significato del
Verbo nel linguaggio della nuova Chiesa di Gerusalemme; il risveglio
delle Chiese Calvinistiche; le esperienze dei Metodisti, sono varianti
forme di quel brivido di timore e di delizia, con il quale l’anima
individuale si mescola con l’anima universale.
La natura di queste rivelazioni è sempre la stessa. Esse sono
percezioni della legge assoluta: esse sono soluzioni dei problemi
propri dell’anima. Esse non rispondono alle domande che vengono fatte
dall’intelligenza. L’anima non risponde mai con parole, ma con la cosa
stessa che si investiga.
La rivelazione è lo schiudersi dell’anima. Il concetto popolare di
rivelazione è che essa sia un sortire fortune. Nei passati responsi
dell’anima, l’intelligenza si sforza di trovar risposte ai problemi
della materia, e partendo da Dio dichiara quanto tempo gli uomini
vivranno; che cosa faranno le loro mani; quale sarà la loro società,
pronunciando anche nomi, date e luoghi. Ma noi dobbiamo forzare nessuna
serratura. Noi dobbiamo frenare questo basso desiderio d’inquisizione.
Una risposta in parole è ingannatrice; essa non è affatto una risposta
alle domande che voi fate. Non richiedete una descrizione dei paesi
verso i quali fate vela. La descrizione non ve li descriverà, e domani
giungendovi conoscerete quei paesi abitandoli. Lo stesso è per gli
uomini che interrogano riguardo all’immortalità dell’anima, alle
funzioni del cielo, allo stato del peccatore e così di seguito. Essi
ancora sognano che Gesù abbia lasciato dei responsi precisi per questi
interrogatori. Mai, nemmeno per un momento, quello spirito divino parlò
nel loro _patois_. L’idea dell’immutabilità è essenzialmente associata
alla verità, alla giustizia, all’amore, ed agli attributi dell’anima.
Gesù, vivendo in questi sentimenti morali, noncurante delle sorti del
senso ma solo delle sue manifestazioni, non fece mai una separazione
dell’idea di durata dall’essenza di questi attributi; nè mai pronunziò
una parola concernente il potere vitale dell’anima. Fu cómpito dei suoi
discepoli il separare la durata dagli elementi morali, e l’insegnare
l’immortalità dell’anima come dottrina, e sostenerla per mezzo di
prove. Nel momento che la dottrina dell’immortalità è insegnata
separatamente, l’uomo è di già caduto. Nell’impeto dell’amore,
nell’adorazione dell’umiltà, non può esservi questione di durata. Un
uomo ispirato non muove mai questa domanda nè condiscende a queste
prove, poichè l’anima è veritiera con se stessa, e l’uomo in cui essa
giace, non può andare dal presente che è infinito, ad un futuro che
sarebbe finito.
Queste domande che noi desideriamo di fare circa il futuro, sono
una confessione del peccato. Dio non ha risposte per esse. Nessuna
risposta di parole può rispondere ad una questione di cose. Non è
in un arbitrario «decreto di Dio» ma nella natura dell’uomo che un
velo rinchiuda i fatti del domani; poichè l’anima non vuole che noi
si legga alcuna altra parola all’infuori di quella della causa e
dell’effetto. Con questo velo che nasconde gli eventi, essa ammaestra
i figli degli uomini a vivere nell’oggi. L’unico mezzo per ottenere
una risposta a queste domande dei sensi è di rinunciare ad ogni bassa
curiosità, e sottomettendoci alla corrente dell’essere che ci porta
nel segreto della natura, lavorare e vivere, vivere e lavorare, finchè
inaspettatamente l’anima abbia costruita e foggiata per se stessa una
nuova condizione, onde domanda e risposta saranno una cosa sola.
Così è l’anima di colui che percepisce e rivela la verità. Per
lo stesso fuoco, placido, impersonale, perfetto, che arde finchè
dissolverà tutte le cose nelle onde e nei gorghi di un oceano di
luce, noi ci vediamo e ci conosciamo a vicenda, e sappiamo di quale
spirito è ciascuno di noi. Chi può dire quali siano le basi della sua
conoscenza del carattere di parecchi individui nella cerchia dei suoi
amici? Nessuno. Pure i loro atti e le loro parole non lo stupiscono.
In quell’uomo, pur nulla di male avendo saputo di lui, noi non abbiamo
fiducia; in quest’altro ancorchè radi siano stati i nostri incontri,
segni autentici sono già sorti a significare che egli potrebbe
essere degno di fiducia, come uno che abbia un valore nel suo proprio
carattere. Noi vicendevolmente ci conosciamo molto bene; sappiamo quale
di noi è stato conforme a se stesso, e se quello che noi insegniamo o
miriamo è solamente un’ispirazione od anche un nostro onesto sforzo.