od orazione, di cui si glorii la stampa negli ultimi anni, che salga
a tanta altezza. Abbiamo molti flauti e ottavini, ma rare volte il
clangore di una tromba. Eppure la Laodomia di Wordsworth, e l’ode
di «Dione» e qualche sonetto hanno una certa nobile musica; e Scott
talvolta disegna con buoni tratti, come il ritratto di Lord Evandale
fatto da Balfour di Burley. Tommaso Carlyle, con il suo gusto naturale
per ciò che è virile ed ardito in un carattere, non ha lasciato
sfuggire alcun tratto eroico nelle pitture biografiche e storiche dei
suoi favoriti. Prima di ciò, Roberto Burns ci ha dato un canto o due.
Nelle «Miscellanee Harleiane» vi è la descrizione della battaglia
di Lutzen che merita d’essere letta. E la Storia dei Saraceni di
Simone Okley narra i prodigi del valore individuale con ammirazione,
cosa tanto più significativa in rapporto al narratore, poichè egli
sembra pensare che il suo posto nella cristiana Oxford richiegga da
lui qualche giusta protesta d’odio. Ma se studiamo la letteratura
dell’eroismo, giungeremo presto a Plutarco, che è il suo dottore ed
istoriografo. A lui dobbiamo il Brasida, il Dione, l’Epaminonda, il
Scipione, ed io penso che noi siamo più profondamente in debito di
riconoscenza con lui che con tutti gli antichi scrittori. Ciascuna
delle sue «Vite» è una confutazione della decadenza dell’animo, e
della codardia dei nostri teorici religiosi e politici. Un selvaggio
coraggio, uno stoicismo non di scuola ma di sangue, arde in ogni
aneddoto, ed ha dato a quel libro la sua immensa rinomanza.
Noi abbisogniamo di libri fatti di questa virtù acerba e ristoratrice,
più che di libri di scienza politica o di economia privata. La vita
è una festa solo per il saggio. Vista dall’angolo del focolare della
prudenza, essa ha una ruvida e pericolosa apparenza. Le violazioni
delle leggi di natura da parte dei nostri predecessori e dei nostri
contemporanei sono anche punite in noi. La malattia e la deformità
intorno a noi fanno testimonianza dell’infrazione di leggi naturali,
intellettuali e morali, e spesso testimonianza di violazione su
violazione per produrre tale complessa miseria. L’infezione tetanica
che ritorce l’uomo fino ai tacchi; l’idrofobia che lo fa latrare verso
sua moglie ed i suoi bambini; la pazzia, che gli fa mangiare l’erba; la
guerra, la peste, il colera, la carestia, indicano una certa ferocia
della natura, che apparsa mediante il delitto umano, deve scomparire
per mezzo dell’umana sofferenza. Disgraziatamente non esiste alcun uomo
che non sia con la sua propria persona fino ad un certo punto partecipe
del peccato e non si sia reso in tal modo soggetto ad una parte di
espiazione.
La nostra coltura, pertanto, non deve tralasciare di armare l’uomo.
Intenda egli a tempo debito d’esser nato in istato di guerra, e che
il bene comune ed il suo proprio benessere richiedono che egli non
vada danzando fra i campi della pace; ma cauto, fiducioso, sfidando nè
temendo il tuono, prenda la vita e la riputazione nelle sue mani, e con
perfetta urbanità sfidi la forca e la folla con l’assoluta sincerità
del suo discorso e con la rettitudine della sua condotta.
L’uomo assume nel suo interno, verso tutti questi mali esterni,
un’attitudine guerresca ed afferma la sua abilità di contendere da
solo con l’infinita armata dei nemici. A questa attitudine soldatesca
dell’anima noi diamo il nome di Eroismo. La sua forma più rude è
quello sprezzo per la sicurezza e le comodità, che fa l’attrattiva
della guerra. L’Eroismo è una fiducia in se stesso, che nella pienezza
della sua energia e del suo potere di riparare i danni che possono
seguire, sprezza i consigli della prudenza. L’eroe ha una mente di
tale equilibrio, che nessun impedimento può scuotere il suo volere;
ma piacevolmente, e per così dire, allegramente, egli avanza al
suono della sua propria musica, uguale negli allarmi spaventevoli e
nell’allegria folle della dissolutezza universale. Vi è nell’eroismo
qualcosa di insano; vi è qualche cosa di non santo; par ch’esso ignori
esservi altre anime fatte dello stesso suo tessuto; è superbo; è
infine l’estremo della natura individuale. Ciò nonostante noi dobbiamo
profondamente riverirlo. V’è qualche cosa nelle grandi azioni, che non
ci consente di seguirle. L’eroismo sente e non ragiona mai, perciò è
sempre dal lato del giusto; e sebbene un’educazione differente, una
diversa religione, ed una maggiore attività intellettuale avrebbero
modificato o perfino capovolta quella data azione, pure rispetto
all’eroe, ciò che egli fa è il fatto più alto, immune dalla censura dei
filosofi o dei teologi. È la confessione di un uomo incolto che trova
in sè una qualità sprezzante del danno, della salute, della vita, del
pericolo, dell’odio, del rimprovero, e conscio che il suo volere è più
alto e più eccellente di tutti gli avversari presenti e possibili.
L’eroismo opera in contraddizione alla voce dell’umanità, e per un dato
tempo, in contraddizione alla voce del grande e del buono. L’eroismo
è l’obbedienza ad un impulso segreto del carattere di un individuo.
A nessun altro uomo la saggezza del suo eroismo può apparire come a
lui stesso, perchè deve supporsi che ogni uomo veda sulla propria via
un poco più lontano di quanto non veda un altro qualsiasi. Per questo
gli uomini giusti e saggi si adombrano al suo atto, fino a che un po’
di tempo è trascorso; dopo di che lo vedono all’unisono coi loro atti
stessi. Tutti gli uomini prudenti osservano che l’azione è cosa affatto
contraria ad una prosperità materiale; perchè ogni atto eroico misura
se stesso con il suo disprezzo per qualche bene esterno. Ma esso trova
alfine il suo coronamento, ed allora anche i prudenti lo acclamano.
La fiducia in se stesso è l’essenza dell’Eroismo. Esso è lo stato
dell’anima in guerra, ed i suoi più reconditi obbietti sono l’estrema
disfida del falso e dell’ingiusto ed il potere di sopportare tutto ciò
che può essere inflitto da perversi agenti.
L’eroismo dice il vero, ed è giusto, generoso, ospitale, temperato,
sprezzante dei piccoli calcoli, e sprezzante di essere sprezzato. Esso
persiste; ha un’audacia indomita, e tale fortitudine da non esaurirsi
mai. Esso si beffa delle piccolezze della vita comune. Quella falsa
prudenza che si basa sulla salute e sulla ricchezza, è il centro, il
bersaglio dell’eroismo. L’eroismo, come Plotino, è quasi vergognoso
del suo corpo. Che dirà allora dei confetti, della toeletta, dei
complimenti, delle discordie, dei giuochi e delle creme per cui si
stilla il cervello tutta la società? Quali gioie ha serbate la gentile
natura per noi, sue creature amate! Non pare esservi alcun intervallo
fra la grandezza e la nullità. Quando lo spirito non è signore del
mondo, ne è il suo zimbello. Eppure il piccolo uomo prende la piccola
burla così innocentemente, opera in essa con tanta costanza e fede;
nacque rosso e muore grigio, aggiustando così la sua toeletta,
attendendo così alla propria salute, tendendo trappole per dolci
alimenti e vini forti, lasciando così il suo cuore in un cavallo o in
un fucile, felice di una piccola chiacchiera o di una piccola lode, che
l’anima grande non può fare altro che ridere per tali serie stupidità.
«In vero queste umili considerazioni mi riempiono d’amore per la
grandezza. Quale disgrazia è per me il notare quanti paia di calze tu
hai, e quante erano color di pesca; o di far l’inventario delle tue
camicie, le une superflue e le altre usate!»
I cittadini che pensano secondo le leggi dell’aritmetica considerano
gli inconvenienti del ricevere degli stranieri al loro focolare,
calcolano appuntino la perdita del tempo ed il dispendio insolito:
l’anima di grado più elevato rigetta questa intempestiva economia nei
sotterranei della vita, e dice: «Io ubbidirò il Dio, ed il sacrifizio
ed il fuoco egli provvederà». Ibn Haukal il geografo arabo ci dà
l’estremo eroico dell’ospitalità in quella di Sogd nella Bokhara.
«Quando ero in Sogd vidi un grande edifizio pari ad un palazzo, le
cui porte erano aperte ed inchiodate al muro con dei grandi chiodi.
Ne domandai la ragione e mi dissero che la casa non era stata chiusa,
di notte o di giorno, da cent’anni. Gli stranieri possono presentarsi
in qualsiasi ora, ed in qualsiasi numero; il padrone ha largamente
provveduto per il ricevimento degli uomini e dei loro animali, e non è
mai così felice come quando essi si fermano per qualche tempo. Nulla di
simile ho visto in nessun altro paese». Gli uomini generosi sanno molto
bene che coloro, i quali dànno tempo, denaro, ricovero allo straniero
— se ciò è fatto per amore, non per ostentazione — mettono, per così
dire, Dio in obbligo verso di loro, tanto perfetti sono i compensi
dell’universo. In qualche modo il tempo, che pare loro di perdere, è
ricuperato, e i disturbi, che pare loro di sopportare si ripagano da
sè. Questi uomini soffiano nella fiamma dell’amore umano, ed innalzano
il vessillo della virtù civile sull’umanità. Ma l’ospitalità deve
essere data per rendere un servizio, e non per mostra, altrimenti
essa avvilisce l’ospite. L’anima eroica si sente troppo in alto per
credere che lo splendore della sua tavola o dei suoi panneggiamenti la
innalzino. Essa dà ciò che ha, e tutto ciò che ha; ma la sua propria
maestà può dare ad un pane d’avena ed all’acqua fresca una grazia
migliore di quella che possono avere i banchetti della città.
La temperanza dell’eroe proviene dal suo stesso desiderio di non
causare disonore alla sua dignità. Ma egli la ama per la sua eleganza,
non per la sua austerità. Gli pare che non valga la pena di essere
solenne per denunziare con amarezza l’uso di mangiar carne o di bere
vino, l’uso del tabacco o dell’oppio o del thè o della seta o dell’oro.
Un grande uomo appena sa come egli pranzi, come egli vesta, ma senza
esagerazioni o rigori il suo modo di vivere è naturale e poetico.
Giovanni Eliot, l’Apostolo Indiano, beveva acqua e diceva del vino: «È
un liquore nobile e generoso, e dovremmo essere umilmente riconoscenti
per esso, ma, per quanto io ricordi, l’acqua fu fatta prima del vino».
Migliore ancora è la temperanza del Re Davide, che versò sul terreno,
in olocausto al Signore, l’acqua che tre dei suoi guerrieri gli avevano
portato per bere, a rischio della loro vita.
Si dice che Bruto, quando cadde sulla sua spada dopo la battaglia di
Filippi, abbia citato una frase d’Euripide «Oh virtù, ti ho seguito
durante tutta la vita, e ti trovo alfine solo un’ombra». Io non metto
in dubbio che l’eroe sia calunniato da questa voce. L’anima eroica
non abbandona il suo senso del giusto e la sua nobiltà. Non chiede di
pranzar bene e di dormire al caldo. L’essenza della grandezza sta nel
percepire che la virtù è sufficiente. La povertà è il suo ornamento.
Essa non abbisogna dell’abbondanza e ne può sopportare molto bene la
perdita.
Ma ciò che colpisce maggiormente la mia immaginazione nella classe
degli eroi è la giocondità e l’ilarità che essi dimostrano. Quella
del sopportare e del tentare con solennità è un’altezza, cui il
dovere comune può giungere agevolmente, ma queste anime rare tengono
l’opinione, il successo e la vita a così vil prezzo, che esse mai
cercheranno di calmare i loro nemici con petizioni o parvenze di
dolore, ma si sosterranno sempre con la loro abituale grandezza.
Scipione, accusato di peculato, rifiuta di infliggere a se stesso
l’onta di attendere per giustificarsi, sebbene avesse il rotolo dei
suoi conti in mano, e lo straccia davanti ai tribuni. La condanna che
Socrate fa di se stesso per essere stato tenuto in onore nel Pritaneo
durante la sua vita, e la giocondità di Tommaso Moro sul patibolo,
appartengono alla stessa serie di fatti. Nel «_Viaggio per mare_» di
Beaumont e Fletcher, Giulietta dice al capitano ed ai suoi uomini:
_Giul._ Oh! schiavi, è in nostro potere l’impiccarvi.
_Capit._ Molto probabilmente; ed è in nostro potere l’essere
impiccati, e sprezzarvi.
Queste risposte sono sonore e complete. Lo scherzo è la fioritura e la
luce di una salute perfetta. Il grande non acconsentirà mai a prendere
sul serio alcuna cosa; tutto deve essere gaio come il canto di un
canarino, foss’anche la costruzione di una città o la distruzione di
vecchie chiese e nazioni, che hanno ingombrato la terra per migliaia di
anni. I cuori semplici mettono tutta la storia e i costumi di questo
mondo alle loro spalle, e giuocano il loro giuoco con innocente sfida
delle leggi del mondo; e se noi potessimo vedere la razza umana in
visione, essa apparirebbe come dei piccoli bambini folleggianti tra
loro; sebbene agli occhi della razza umana, essi portino una maestosa e
solenne maschera di lavoro e d’autorità.
L’interesse che queste belle storie hanno per noi; il potere di un
romanzo sopra un ragazzo, che afferra il libro proibito sotto il suo
banco a scuola; la nostra simpatia per l’eroe, sono il fatto principale
per il nostro proposito. Tutte queste grandi e trascendenti proprietà
sono nostre. Se noi indugiamo nel contemplare l’energia greca,
l’orgoglio romano, si è perchè noi stiamo già familiarizzandoci con
questo stesso sentimento. Troviamo posto per questo grande ospite nelle
nostre piccole case. Il primo passo verso l’eccellenza sarà quello di
liberarci dalle nostre superstiziose associazioni di luogo e tempo,
di numero e dimensione. Perchè le parole «Ateniese», «Romano», «Asia»
ed «Inghilterra» devono risuonare così all’orecchio? Sentiamo alfine
che dove vi è il cuore vi sono le muse e soggiornano gli dèi, e non
in alcuna rinomata parte geografica. Voi pensate che Massachusetts,
fiume Connecticut e baia di Boston, siano luoghi spregevoli perchè
l’orecchio ama i nomi topografici stranieri e classici. Ma noi siamo
in questi luoghi; soffermiamoci un poco, e potremo imparare che qui è
il meglio. Tieni mente a ciò: tu sei in questo luogo, ed arte e natura,
speranza e fato, amici, angeli e l’Essere Supremo non sono lungi dalla
camera ove tu siedi. Epaminonda, non ci pare che abbisogni dell’Olimpo
per andarvi a morire, nè della luce del sole di Siria. Egli giace
molto bene dove egli si trova. Le Jerseys erano terre belle abbastanza
per essere calpestate da Washington, e le strade di Londra, belle
abbastanza per i piedi di Milton. Un grande uomo illustra la sua terra,
e la rende cara all’immaginazione degli uomini, e la sua aria diviene
l’elemento amato di tutti gli spiriti delicati. Il paese più bello è
quello abitato dalle più nobili menti. Le pitture di cui si arricchisce
l’immaginazione, leggendo le azioni di Pericle, Senofonte, Colombo,
Bayardo, Sidney, Hampden, ci dimostrano quanto, senza necessità, è
bassa la nostra esistenza; ci dimostrano che noi, con la profondità
della nostra vita, dovremmo adornarla con splendori più che regali o
nazionali, ed agire con principii che dovrebbero interessare l’uomo e
la natura per tutta la durata dei nostri giorni.
Noi abbiamo visto od udito parlare di molti giovani straordinari,
che non maturarono mai od i cui fatti nella vita reale non furono
straordinari. Quando noi contempliamo i loro atteggiamenti o li
sentiamo parlare di società, di libri, di religione, ammiriamo la loro
superiorità, ed essi sembrano gettare il disprezzo sul nostro intiero
stato politico e sociale; il loro è il tono di un giovane gigante,
inviato a compiere rivoluzioni. Ma essi entrano in una professione
attiva ed il Colosso in formazione si rimpicciolisce fino alle
dimensioni comuni di un uomo. La magia che essi usavano consisteva
nelle tendenze ideali, che fanno sempre ridicolo il presente; ma il
mondo brutale fece le sue vendette dacchè essi misero i loro cavalli
del sole ad arare i suoi solchi. Essi non trovarono esempi nè compagni;
ed il loro cuore venne meno. E allora? L’insegnamento che essi diedero
nelle loro prime aspirazioni è ancora vero; ed un miglior valore ed
una più pura verità eseguiranno in un solo giorno la loro volontà e
faranno vergognare il mondo. E perchè deve una donna paragonarsi ad
una qualsiasi donna storica, e pensare che non avendo Saffo o Madame de
Sévigné o Madame De Stäel, o le anime claustrali che hanno avuto genio
e cultura soddisfatto l’immaginazione e la serena Temi, nessuna lo può
— e certamente non essa? Perchè no? Essa ha da sciogliere un problema
nuovo e mai tentato, e forse quello della più felice natura, che sia
mai fiorita. La giovinetta, con anima fiera, cammini serenamente per la
sua via, accetti l’ammonimento d’ogni nuova esperienza, volta a volta
sperimenti tutti i doni che Dio le offre, affinchè possa apprendere
il potere e la bellezza del suo essere nuovamente risorto, simile
all’accendersi di una nuova aurora nelle profondità dello spazio. La
bella fanciulla, che rigetta ogni intervento mediante una decisa ed
orgogliosa scelta di poteri, noncurante di piacere, volenterosa ed
altera, ispira ad ogni osservatore qualcosa della sua stessa nobiltà.
Il cuore silenzioso la incoraggia: «Oh amica, non ammainare le vele per
timore. Entra nel porto maestosamente, o fa vela con Dio sui mari. Non
invano tu vivi, poichè ogni occhio è rallegrato e purificato dalla tua
visione.»
La caratteristica del vero eroismo è la sua persistenza. Tutti gli
uomini hanno degli impulsi passeggieri e dei momenti di generosità.
Ma quando avete risolto d’essere grande, rimanete con voi stesso e non
tentate debolmente di riconciliarvi col mondo. L’eroico non può essere
il comune, nè il comune l’eroico. Eppure noi abbiamo la debolezza di
attendere la simpatia della gente per quelle azioni la cui eccellenza
sta in ciò, che esse sono al di là della simpatia e s’appellano ad
una postuma giustizia. Se volete servire il vostro fratello, perchè
conviene servirlo, non ritirate la vostra parola quando vedete che
la gente prudente non vi loda. Aderite alle vostre proprie azioni, e
congratulatevi con voi stessi se avete fatto qualche cosa di inusitato
e di stravagante, che rompa la monotonia d’una età convenevole. Il
seguente è un illuminato consiglio, che udii dare una volta ad un
giovane. «Fa sempre ciò che temi di fare». Un carattere semplice,
virile, non abbisogna mai di recriminazioni, ma dovrebbe guardare le
sue azioni passate con la calma di Focione, quando pur ammettendo che
l’esito della battaglia era felice, egli non deplorava d’esser avverso
all’attaccar battaglia.
Non vi è debolezza o situazione per la quale non possiamo trovare
conforto nel pensiero — questo è una parte della mia costituzione,
una parte dei miei rapporti e del mio ufficio verso i miei simili.
Ha la natura fatta alleanza meco, per cui io non apparirò mai in
modo sfavorevole, e non farò mai una ridicola figura? Siamo generosi
della nostra dignità, come del nostro denaro. La grandezza ha cessato
una volta e per sempre d’aver connessione con l’opinione comune. Noi
esponiamo le nostre buone azioni, non perchè desideriamo d’essere
lodati per esse, non perchè pensiamo che esse abbiano grande merito, ma
a nostra giustificazione. Questo è un errore colossale che voi scoprite
quando un altro uomo recita l’elenco dei suoi atti caritatevoli.
Dire il vero, anche con qualche austerità, vivere con qualche
rigore di temperanza, o con qualche estremo di generosità, pare
essere l’ascetismo che la buona comune natura assegna a coloro, che
sono nell’agiatezza e nella dovizia, in segno del loro sentimento
di fratellanza con la grande moltitudine degli uomini sofferenti.
E non solamente dobbiamo esercitare l’anima sopportando le pene
dell’esistenza, dell’indigenza della, solitudine, dell’impopolarità, ma
conviene all’uomo saggio guardare con occhio audace quei pericoli più
rari, che talvolta assalgono gli uomini, e familiarizzarsi a disgustose
forme di malattia, a voci di esecrazione, a visioni di morte violenta.
I tempi dell’eroismo sono generalmente tempi di terrore, ma non vi è
mai giorno in cui questo sentimento non possa operare. Le condizioni
dell’uomo, noi diciamo, sono storicamente molto migliori in questo
paese ed in questa ora di quanto forse non lo siano mai state prima.
Maggior libertà esiste in grazia della cultura. Non si correrà ora
all’ascia, al primo passo fuori del sentiero battuto dall’opinione.
Ma chiunque è eroico, troverà sempre delle crisi per provare la sua
lama. La virtù umana vuole i suoi campioni ed i suoi martiri, e la
prova della persecuzione continua sempre. Fu solo l’altro giorno che
il coraggioso Lovejoy diede il suo petto al piombo del popolaccio per i
diritti della libera parola e della libera opinione, e morì quando era
meglio non vivere.
Io non vedo alcuna via di pace perfetta nella quale un uomo possa
camminare, eccetto che seguendo il consiglio del suo proprio cuore.
Abbandoni egli le troppe associazioni; stia molto in casa, si ponga per
quel cammino che egli approva. L’incessante ricordo di alti e semplici
sentimenti negli oscuri doveri tempra il carattere in modo che opererà
con onore, se il caso lo vorrà, nei tumulti o sul patibolo. Tutti gli
oltraggi che sferzarono gli uomini, possono sferzare nuovamente un
uomo, e specialmente in una repubblica, se in essa vi appaiano segni
di decadenza religiosa. Un giovane può richiamare alla sua mente la vil
calunnia, il fuoco, la pece, i ceppi e la forca, con tutta la dolcezza
del suo carattere, e indagare quanto saldamente egli possa fissare il
suo sentimento del dovere, sfidando tali pene, quando piaccia ad un
giornale o ad un sufficiente numero di suoi vicini dichiarare le sue
opinioni come incendiarie.
Il vedere quale rapido riparo la natura ha posto alle più grandi
prepotenze della malvagità può calmare l’apprensione della sventura nel
più suscettibile cuore. Noi ci avviciniamo rapidamente ad un limite, al
di là del quale nessun nemico può seguirci. «Delirino essi; ma tu sta
quieto nella tua tomba».
Nella nebbia della nostra ignoranza del futuro, nell’ora in cui siamo
sordi alle voci più alte, chi non invidia coloro che ammirarono l’esito
felice dei loro tentativi virili? Colui che vede la volgarità della
nostra politica, non si compiace internamente che Washington sia di
già ravvolto nel suo lenzuolo funebre e calato dolcemente nella sua
tomba, prima che le speranze dell’umanità fossero sottomesse a lui? Chi
non invidia talvolta i buoni ed i coraggiosi, che non soffrono più dei
tumulti del mondo; e attendono con trepida compiacenza il rapido fine
dei rapporti con la natura finita? Eppure l’amore, che sarà più facile
uccidere che rendere ingannevole, ha di già resa impossibile la morte,
e si afferma non mortale, ma nato dalle profondità dell’essere assoluto
ed inestinguibile.
NONO SAGGIO
LA SUPER-ANIMA
«Ma le anime che della sua buona vita
partecipano, egli ama come la sua propria;
care come il suo occhio esse sono a lui:
egli mal le abbandonerà. Quando esse
morranno, Dio stesso morirà; esse vivono,
esse vivono nella benedetta eternità».
HENRY MORE.