ore e gli anni. Il suolo inospitale ed i quattro mesi di neve fanno
l’abitante della Zona temperata del Nord più saggio e più abile del
suo fratello, che gode il sorriso costante dei tropici. L’isolano
può vagare tutto il giorno a piacimento; di notte egli può dormire
sopra una stuoia al chiaror della luna, e ovunque una pianta di
datteri cresce, la natura gli ha preparato, senza che egli nemmeno
lo richiedesse, una tavola pronta per la sua colazione. L’abitante
del Nord è forzatamente amante della sua casa. Egli deve farsi la sua
birra, salare, cuocere e conservare il suo alimento ed ammucchiare
la legna ed il carbone. Ma siccome nessun sforzo può esser fatto
senza ottenere qualche nuova familiarità con la natura; e siccome la
natura è inesauribilmente espressiva, gli abitanti di questi climi
hanno sempre sorpassato in forza gli abitanti del Sud. Il valore di
queste cose è tale che un uomo pur conoscendo altre cose, non saprà
mai troppo intorno a queste. Abbia egli adunque percezioni esatte.
Se egli ha delle mani, le usi; se ha degli occhi misuri e scruti;
accolga e metta in serbo ogni fatto di chimica, di storia naturale e di
economia politica. Il tempo fornisce sempre occasioni, che discoprono
il valore di queste cose. Una qualche saggezza scaturisce da ogni
azione semplice e naturale. Il servo, che nessuna musica ama quanto
quella dell’orologio della cucina o quanto le arie che i pezzi di
legno cantano ardendo nel focolare, ha dei godimenti che nessun’altra
persona mai sognerebbe. L’applicazione del mezzo al fine assicura la
vittoria non meno in una fattoria od in una officina che nella tattica
di un partito o di una guerra. Il buon contadino trova il metodo, utile
nell’accatastare legna sotto una tettoia o nella disposizione della
frutta nella cantina, come nelle campagne Peninsulari o nelle file del
Dipartimento di Stato. Nei giorni piovosi egli costruisce una panca
ed adopra la sua cassetta di utensili ch’è nell’angolo del granaio,
cassetta provvista di chiodi, pinze, seghe, cacciavite e scalpelli: con
ciò egli gusta una vecchia gioia della gioventù e della fanciullezza,
gusta l’amore pari a quello del gatto per i granai, per le guardarobe,
per i solai e per le comodità determinate da una lunga dimora: ed
ancora il suo giardino ed il suo pollaio gli raccontano molti aneddoti
piacevoli. Si potrebbe trovare argomento d’ottimismo nell’abbondante
sorgente di questo dolce elemento di piacere, in ogni sobborgo ed
in ogni estremità del buon mondo. Mantenga un uomo la sua legge, —
qualunque essa sia — e la sua via sarà florida di soddisfazioni. V’è
più differenza nella qualità dei nostri piaceri che nella quantità.
D’altra parte la natura punisce qualsiasi noncuranza della prudenza.
Se voi pensate che i sensi siano fine a se stessi, ubbidite alla loro
legge. Se credete nell’anima non attaccatevi alla dolcezza sensuale,
prima che sia maturata sul lento albero di causa od effetto. Trattare
con uomini di percezione rilassata ed imperfetta è aceto agli occhi.
Si narra che il dottor Johnson abbia detto: «Se un ragazzo dice d’aver
guardato fuori da questa finestra, mentre invece egli ha guardato fuori
da quella, frustatelo». Il nostro carattere americano è contraddistinto
da un piacere più che mediocre per una giusta percezione, e ciò viene
dimostrato dall’uso comunissimo della frase «Nessun errore!» Ma il
disagio della inesattezza, della confusione di pensiero circa i fatti,
della noncuranza per i bisogni del domani, non è cosa peculiare di
una nazione. Le belle leggi del tempo e dello spazio, quando sono
disorganizzate dalla nostra inettitudine diventano spelonche e tane. Se
l’alveare è disturbato da mani audaci e stupide non produrrà miele, ma
lancierà su noi le api. Le nostre azioni per essere belle devono essere
opportune. Un suono gaio e piacevole è quello delle falci affilate dai
falciatori nelle mattine di giugno; eppure che cosa vi è di più triste
di quello stesso suono in una stagione troppo avanzata per falciare il
fieno?
Gli uomini di poco cervello sciupano molto più che non i loro propri
affari sciupando le naturali disposizioni di coloro, che trattano con
essi. Io ho letto qualche giudizio critico sull’arte del dipingere,
di cui mi ricordo quando vedo uomini senza risorse ed infelici, che
non sono leali con i loro sensi. L’ultimo granduca di Weimar, uomo
di intelligenza superiore, disse: «Ho osservato qualche volta dinanzi
a grandi opere d’arte e specialmente ora in Dresda, quanto una certa
proprietà contribuisca a quell’effetto che dà vita alle figure e dà
alla vita irresistibile senso di verità. Questa proprietà sta nel
trovare, in tutte le figure disegnate, il centro esatto di gravità,
vale a dire, nel mettere le figure salde sui loro piedi, con le mani
strette intorno a qualche cosa e con gli occhi fissi al punto cui
dovrebbero guardare. Anche le figure inanimate come i vasi ed i mobili
(siano disegnati sempre correttamente) perdono tutto l’effetto così
tosto come ad essi manchi l’appoggio sul loro centro di gravità, ed
acquistano una certa apparenza che ha dell’oscillante. Il Raffaello
della Galleria di Dresda, (l’unica grande, commovente pittura che io
abbia visto) è il più quieto ed il più composto quadro che potete
immaginare: una coppia di santi che adorano una Vergine con il
Bambino. Ciò nonostante esso produce un’impressione più profonda, che
le contorsioni di dieci martiri crocifissi. Perchè, oltre a tutta
l’irresistibile bellezza della forma, esso possiede nel più alto
grado la proprietà della perpendicolarità di tutte le figure». Questa
perpendicolarità è quella che noi richiediamo da tutte le figure nel
nostro quadro della vita. Stiano esse sui loro piedi e non ondeggino
o non oscillino. Distinguano esse fra ciò che ricordano e ciò che
sognarono; dicano pala alla pala; ci diano dei fatti ed onorino con
fede i loro sensi.
Ma quale uomo oserà tacciare un altro di imprudenza? Chi è prudente?
Gli uomini che noi chiamiamo grandi sono in minor numero in questo
regno. Vi è un certo spostamento fatale nella nostra relazione con
la natura, che scompone il nostro modo di vivere, e fa di ogni legge
il nostro nemico, e pare infine aver elevato lo spirito e le virtù
del mondo alla meditazione della Riforma. Noi dobbiamo chiamare
la più alta prudenza a consiglio, e domandare perchè la salute, la
bellezza, il genio debbano ora essere l’eccezione anzichè la regola
della natura umana. Noi non conosciamo le proprietà delle piante e
degli animali e le leggi della natura mediante la nostra simpatia
per essi; questo rimane il sogno dei poeti. La poesia e la prudenza
dovrebbero compenetrarsi, così i poeti diverrebbero legislatori e la
più audace ispirazione lirica non sarebbe rimprovero od ingiuria, ma
promulgherebbe e guiderebbe il codice civile ed il lavoro giornaliero.
Ma per ora le due cose sembrano irreconciliabilmente separate. Noi
abbiamo violate leggi su leggi, fino a rimaner fra delle rovine,
e siamo sorpresi quando per caso scopriamo una coincidenza fra la
ragione ed i fenomeni. La bellezza dovrebbe essere il retaggio di ogni
uomo e di ogni donna; ma ciò è raro. La salute e la sana costituzione
dovrebbero essere universali. Il genio dovrebbe essere figlio del
genio, ed ogni bimbo dovrebbe esserne ispirato; ma per ora quello non
può essere predetto in alcun bambino, ed in nessun luogo esso è puro.
Noi chiamiamo, per cortesia, genio certe parziali mezze luci; un certo
talento, che si converte in denaro; un certo talento che brilla oggi
affinchè possa pranzare e dormire bene domani; e così la società è
amministrata da _uomini di parte_, come essi sono giustamente chiamati,
e non da uomini divini. Questi usano i loro poteri per raffinare il
lusso, non per abolirlo. Il genio è sempre ascetico ed è pietà ed
amore. L’appetito si mostra alle anime più belle come una malattia,
ed esse trovano la bellezza nei riti e nei termini, che gli fanno
resistenza.
Noi abbiamo trovato dei bei nomi per coprire la nostra sensualità, ma
nessun potere può elevare l’intemperanza. L’uomo d’ingegno affetta
di chiamare triviali le trasgressioni alle leggi dei sensi e di non
tenerne conto in rapporto con la devozione all’arte sua. La sua arte
però gli rinfaccia di avergli mai insegnata la lascivia, nè l’amore
al vino, nè il desiderio di raccogliere dove non aveva seminato. La
sua arte vien meno per ogni affievolimento della sua santità, e vien
meno per ogni difetto di senso comune. Su lui, che dileggiò il mondo,
il mondo dileggiato porta la sua vendetta. Colui che disprezza le cose
piccole, morrà per piccole e futili cose. Il Tasso di Goethe è un bel
ritratto storico, ed è una vera tragedia. Quello di un centinaio di
persone innocenti oppresse ed uccise da quel tirannico Riccardo terzo,
non mi sembra dolore tanto vero quanto quello di Antonio e Tasso, che
apparentemente retti entrambi, si fanno reciprocamente dei torti; l’uno
vivendo secondo le massime di questo mondo, fedele e leale con esse;
l’altro infiammato di sentimenti divini, ricercante ancora i piaceri
del senso, senza sottomettersi alla sua legge. Questo è un dolore che
tutti sentiamo, un nodo che non possiamo sciogliere; ed il caso del
Tasso non è infrequente nella biografia moderna. Un uomo di genio, di
temperamento ardente, insofferente delle leggi fisiche, indulgente con
se stesso, diviene tosto infelice, querulo, un «parente noioso», una
spina per se stesso e per gli altri.
Lo studioso ci fa arrossire per la sua vita a due facce. Quando
qualcosa di più alto della prudenza è attivo, egli è ammirevole; quando
il senso comune è necessario egli è un ingombro. Ieri Cesare non era
così grande; oggi Giobbe non è così miserabile. Ieri era raggiante
per la luce di un mondo ideale, nel quale egli viveva, primo degli
uomini; ed ora, oppresso dal bisogno e dalla malattia, per i quali
deve ringraziare se stesso, nessun uomo è povero tanto da fargli
riverenza. Egli somiglia a quei consumatori d’oppio, che i viaggiatori
ci descrivono quali frequentatori dei bazar di Costantinopoli, che
girano tutto il giorno, gialli, emaciati, laceri; finchè giunta la
sera, ed aperti i bazar vi s’introducono furtivamente, inghiottiscono
la loro parte d’oppio e diventano sereni, gloriosi e grandi. E chi
non ha assistito alla tragedia del genio imprudente, lottante per anni
con terribili difficoltà pecuniarie, finchè cade in ultimo, abbattuto,
esausto, senza alcun frutto, come un gigante ucciso a colpi di spillo?
Non è meglio che un uomo accetti le prime pene e le prime
mortificazioni, che la natura non è lenta nell’inviargli, come
preavviso che egli non deve attendere altro bene se non il giusto
frutto del suo proprio lavoro e sacrificio? La salute, il pane,
il clima, la posizione sociale, hanno la loro importanza, ed egli
darà ad essi quanto è dovuto. Stimi egli la Natura come un perpetuo
consigliere, e le perfezioni di essa una misura esatta dei nostri
traviamenti. Faccia egli della notte notte, e del giorno giorno.
Controlli le sue abitudini spendereccie. Osservi che tanta saggezza
può usarsi nell’economia privata quanta in un impero, e quanta
saggezza può trarsi da questa. Le leggi del mondo sono a lui espresse
sopra ogni moneta che ha in mano. Nulla vi sarà per cui egli non
si migliori sapendo, fosse anche la sapienza del Povero Riccardo;
o la prudenza commerciale di comperare ad acri e vendere a piedi; o
l’abilità dell’agricoltore di piantare un albero di tempo in tempo,
perchè esso crescerà mentre egli dorme; o la prudenza che consiste
nell’economizzare gli utensili, le piccole porzioni di tempo ed i
piccoli guadagni. L’occhio della prudenza non si chiuderà mai. Il
ferro, se tenuto in casa del fabbro, s’arrugginirà; la birra, se non
fatta nelle volute condizioni di atmosfera, diverrà acida; il legname
dei bastimenti marcirà in mare, o, se tratto a riva, diverrà secco, si
aprirà, si torcerà; il denaro se tenuto da noi, non produrrà rendita
e sarà soggetto alla perdita; se investito potrà essere soggetto al
deprezzamento di quella speciale qualità di merce. Battete, — dice il
fabbro — il ferro è bianco; tenete il rastrello — dice il contadino
che raccoglie il fieno — vicino alla falce, come il carro altrettanto
vicino al rastrello. Il nostro commercio americano è giudicato essere
all’estremo opposto di questa prudenza; esso si salva con la sua
attività. Esso prende i biglietti di banca buoni, cattivi, puliti,
stracciati; e si salva per la velocità con la quale li fa circolare.
Il ferro non può arrugginirsi nè la birra divenire acida, nè il
legname marcire, nè le stoffe cessare di essere di moda, nè i titoli
ribassarsi, in quei pochi rapidi momenti, cui lo Jankee permette che
essi rimangano in suo possesso. Pattinando sul ghiaccio sottile la
nostra salvezza consiste nella velocità.
Apprenda l’uomo una prudenza più alta. Impari che ogni cosa in natura,
anche gli atomi e le piume, vanno per legge e non per caso, e che ciò
che egli semina, egli raccoglie. Con la diligenza e con il dominio di
se stesso, metta a sua propria disposizione il pane che egli mangia e
non a disposizione altrui, affinchè egli non giaccia in falsi ed amari
rapporti con altri uomini, perchè il miglior bene della ricchezza è
la libertà. Pratichi egli le virtù minori. Quanta parte della vita
umana va perduta attendendo! Non faccia egli attendere i suoi simili.
Quante parole e promesse non sono che promesse di conversazione! Siano
le sue, parole del fato. La busta chiusa e sigillata che egli vede
navigare intorno al mondo su una nave, e giungere salva alla persona,
per la quale essa fu scritta, fra una densa popolazione, gli sia di
ammonimento per integrare il suo essere attraverso tutte le forze
divergenti, per conservare una piccola parola umana fra le bufere, le
lontananze e gli accidenti che ci trascinano di qua e di là; e con la
persistenza faccia riapparire dopo mesi ed anni, nei più lontani climi,
la debole forza di un solo uomo per compiere il suo voto.
Noi non dobbiamo tentare di scrivere le leggi di una qualche virtù,
guardando solo a quella. La natura umana non ama le contraddizioni,
ma è simmetrica. La prudenza, che assicura un benessere esteriore,
non deve essere studiata da un gruppo di uomini, e l’eroismo e la
santità da un altro, ma essi possono accumunarsi. La prudenza concerne
il tempo presente, le persone, la proprietà e le forme esistenti. Ma
siccome ogni fatto ha le sue radici nell’anima, e se l’anima mutasse,
esso cesserebbe di esistere o diventerebbe qualche altra cosa, la
giusta amministrazione delle cose esterne starà sempre in una giusta
comprensione delle loro cause e della loro origine; onde l’uomo
buono sarà l’uomo saggio, e quello sincero, l’uomo politico. Ogni
violazione della verità non è solamente una specie di suicidio del
bugiardo, ma è un colpo di pugnale alla salute della società umana.
Il corso degli eventi applica in breve alla più vantaggiosa menzogna
una tassa distruggitrice; la franchezza invece è la migliore tattica,
poichè essa invita alla franchezza, pone le parti sopra un terreno
conveniente e muta i loro affari in amicizie. Abbiate fiducia negli
uomini ed essi saranno sinceri con voi: trattateli con liberalità, ed
essi si dimostreranno liberali, anche se debban fare in favor vostro
un’eccezione a tutte le regole del commercio.
Così, in rapporto alle cose spiacevoli e temibili, la prudenza non
sta nel sotterfugio o nella fuga, ma nel coraggio. Colui che desidera
passare nei periodi più pacifici della vita con serenità, deve
imprimere in se stesso questa risoluzione. Affronti egli l’oggetto
delle sue peggiori apprensioni e la sua forza renderà il suo timore
infondato. Il proverbio latino dice che «nelle battaglie il primo
ad esser vinto è l’occhio», infatti l’occhio intimidito esagera
erroneamente il pericolo del momento. Il completo dominio di se stesso
renderà una battaglia non più pericolosa per la vita che un assalto
di scherma od una partita di foot-ball. Molti esempi sono citati da
soldati, di uomini che hanno visto puntare e sparare il cannone contro
la propria persona, e che si sono posti fuori del passaggio della
palla. Il terrore d’una tempesta è specialmente confinato nel salotto
e nella cabina. Il pastore ed il marinaio lottano con essa tutto il
giorno, e la loro salute si rinnova con una pulsazione vigorosa tanto
sotto il nevischio e la pioggia, quanto sotto il sole di giugno.
Nel caso di incidenti spiacevoli fra vicini, il timore sale
rapidamente al nostro cuore, e ne ingrandisce le conseguenze; ma il
timore è un attivo consigliere. Ogni uomo è effettivamente debole,
ed apparentemente forte. A se stesso egli appare debole, agli altri
formidabile. Voi temete Grim; ma Grim pure teme voi. Voi ricercate
il buon volere delle persone più abbiette, e siete angustiati per il
loro mal volere. Ma il più brutale violatore della vostra pace e del
vicinato, è, se voi esaminate le sue pretese, debole e timido come
qualsiasi altro; e la pace della società è spesso mantenuta perchè,
come dicono i bambini, uno ha paura e l’altro non osa. Da lontano gli
uomini si gonfiano, sfidano, minacciano: portateli vicini e divengono
deboli compagni.
Un proverbio dice che «la cortesia costa nulla», ma il calcolo potrebbe
venire a valutare l’amore a seconda del suo profitto. L’amore è finto
cieco; ma l’affabilità è necessaria alla percezione; l’amore non è
una benda, ma un lavacro per gli occhi. Se incontrate un settario od
un partigiano ostile non riconoscete mai i punti che vi dividono; ma
incontratevi su quei punti d’accordo che rimangono, ad esempio che
solamente il sole brilla e la pioggia cade per entrambi; allora la
superficie del vostro accordo s’allargherà rapidamente, e prima che ve
ne siate accorti, le montagne che segnavano i limiti e su cui l’occhio
s’era soffermato si saranno trasformate in aria. In che bassa, povera,
spregevole, ipocrita gente, una discussione religiosa trasformerà
delle anime pure ed elette! Esse si agiteranno, si vanteranno,
tergiverseranno, dissimuleranno, fingeranno di confessare qui con
l’unico scopo di alzar la voce e vincere là, e non un solo pensiero
avrà arricchita alcuna delle parti, non un sentimento di coraggio,
di modestia o di speranza. Per questa stessa ragione voi non dovreste
assumere un ingannevole contegno di fronte ai vostri contemporanei per
indulgere alla vostra ostilità od amarezza. Sebbene le vostre vedute
siano in completo antagonismo con le loro, uniformatevi ad un’identità
di sentimento, affermate di dire precisamente ciò che tutti pensano e
nel fluire dello spirito e dell’amore convertite il vostro paradosso
in una solida colonna, senza l’infermità del dubbio. Così almeno
acquisterete un’adeguata libertà. I moti naturali dell’anima sono di
tanto migliori dei moti volontari, che voi non vi farete mai giustizia
in una contesa; poichè il pensiero non vien reso con esattezza, non
si dimostra adeguato e vero nella sua esteriorità, ma appare forzato,
aspro, ed a metà convincente; volgete invece ad un accordo, ed esso
subito vi sarà concesso, perchè realmente sotto tutte le diversità
esteriori tutti gli uomini sono di un solo cuore e di una sola mente.
La saggezza non ci permetterà mai di rimanere con uno o più uomini in
rapporti non amichevoli. Noi rifiutiamo la simpatia e l’intimità di
certe persone, come se attendessimo l’avvento di una migliore simpatia
ed intimità. Ma quando debbono esse giungere e donde? Domani sarà come
oggi. La vita si consuma mentre noi ci prepariamo a vivere. — I nostri
amici e compagni di lavoro muoiono lontani da noi. È molto se noi
possiamo dire di veder nuovi uomini e nuove donne avvicinantisi. Siamo
troppo vecchi per curarci delle cose nuove, troppo vecchi per attendere
la protezione di qualcuno più grande o più potente. — Godiamo della
dolcezza di quelle affezioni e consuetudini che crescono vicino a noi.
Queste vecchie scarpe ben si adattano ai nostri piedi. Senza dubbio noi
possiamo facilmente ritrovare delle manchevolezze nella nostra società
e possiamo facilmente sussurrare dei nomi più superbi e che in più alto
grado accarezzano la fantasia. L’immaginazione di ogni uomo ha i suoi
amici; e la vita sarebbe piacevole con tali compagni. Ma se non potete
averli in buoni termini, non potete averli affatto. Se non la deità,
ma la nostra ambizione foggia e contrae nuove relazioni, la virtù di
esse sfugge, come le fragole pérdono il gusto quando si coltivano nei
giardini.
Così, la verità, la sincerità, il coraggio, l’amore, l’umiltà, e
tutte le virtù si schierano dalla parte della prudenza, che è l’arte
d’assicurarsi un benessere presente. Io non so se si scoprirà che tutta
la materia è fatta d’un solo elemento, come l’ossigeno o l’idrogeno; ma
il mondo delle usanze e delle azioni è composto di una sola sostanza,
ed incominciamo dove vogliamo, siamo ben sicuri, in breve tempo, di
trovarci biascicando i nostri dieci comandamenti.
OTTAVO SAGGIO
EROISMO
«Il Paradiso è sotto l’ombra
delle spade».
MAOMETTO.
Negli antichi drammaturghi inglesi e specialmente nei drammi di
Beaumont e Fletcher vi è un costante riconoscimento della distinzione
personale, come se una nobile condotta nella società del loro tempo
fosse così facilmente rimarcata, come la differenza di colore nella
nostra popolazione americana. Quando un Rodrigo o un Pedro o un Valerio
entra, anche se è straniero, il duca o il governatore esclama: «Questo
è un gentiluomo» — e gli prodiga infinite cortesie; ma tutto il resto è
scoria e rifiuto. In armonia a questa deferenza verso le doti personali
vi è nei loro drammi una certa impressione eroica di carattere e di
dialogo — così in «Bonduca», «Sofocle», «l’Amante pazzo», e il «Doppio
matrimonio», chi parla è così ardente e leale, ed ha tale saldezza di
carattere, che il dialogo, per il più piccolo incidente aggiunto alla
trama, s’innalza naturalmente a poesia. Fra i molti esempi prendiamo
il seguente. Il romano Marzio ha conquistato Atene, tutto, eccetto gli
invincibili spiriti di Sofocle, Duca d’Atene, e Dorigene sua moglie. La
bellezza di costei infiamma Marzio, che cerca di salvarne il marito;
ma Sofocle non impetra per la sua vita, certo che una parola lo
salverebbe, e l’esecuzione di entrambi si approssima.
_Valerio._ Dà l’addio a tua moglie.
_Sofocle._ No, non voglio prendere congedo. Mia Dorigene, va; in
alto, intorno alla corona d’Ariadne, il mio spirito aleggierà per
te. Ti prego affrettati.
_Dorigene._ Rimani, Sofocle, — fascia con questa benda i miei
occhi; la mia natura sensibile non sia così trasformata, nè perda
la tenerezza del suo sesso gentile, con il farmi vedere il mio
signore insanguinato. Così va bene; mai un oggetto contemplerò
sotto il sole prima che il mio Sofocle: Addio; ora insegna ai
romani come si muore.
_Marzio._ Sai tu che cosa è il morire?
_Sofocle._ Tu non lo sai, Marzio, e perciò non sai che cosa è
vivere; morire è incominciare a vivere. È finire un lavoro vecchio,
stantio e noioso ed incominciarne uno più nuovo e migliore.
È abbandonare bugiardi e bricconi per il consesso degli dèi e
del bene. Tu stesso dovrai al fine dipartirti da tutte le tue
ghirlande, i tuoi piaceri, i tuoi trionfi, e provare allora ciò che
sarà la tua fortezza.
_Valerio._ Ma non sei tu addolorato o crucciato di lasciare la tua
vita così?
_Sofocle._ Perchè dovrei io addolorarmi o crucciarmi perchè sono
mandato presso coloro, che maggiormente amai? Ora m’inginocchierò,
ma col mio dorso a te rivolto; questo è l’ultimo omaggio che questo
corpo può rendere agli dèi.
_Marzio._ Colpisci, colpisci, Valerio, od il cuore di Marzio salirà
alle sue labbra; questo è un uomo e questa è una donna! Bacia
il tuo signore, e vivete con tutta la libertà alla quale eravate
avvezzi. O amore! Doppiamente tu mi hai afflitto con la virtù e
con la bellezza. Perfido cuore, la mia mano tosto ti torrà dal mio
petto, prima che tu distrugga questo nodo di pietà.
_Valerio._ Che cosa preoccupa il mio fratello?
_Sofocle._ Marzio, o Marzio, ora hai trovato un modo di
conquistarmi.
_Dorigene._ Oh stella di Roma! Quale gratitudine può pronunciare
delle parole conformi ad un’azione come questa?
_Marzio._ Questo ammirevole duca, Valerio, col suo disdegno della
fortuna e della morte, cattivò se stesso ed ha cattivato me, e
sebbene il mio braccio ha portato il suo corpo qui, la sua anima ha
soggiogato l’anima di Marzio. Per Romolo, egli è tutto anima, io
penso; Egli non ha carne, e lo spirito non può essere incatenato:
onde nulla abbiamo conquistato; egli è libero, e Marzio è ora
quello che è caduto in prigionia».