agli uomini da ogni specie di vincoli, dal sangue, dall’orgoglio,
dal timore, dalla speranza, dal lucro, dalla brama, dall’odio,
dall’ammirazione, da ogni circostanza, da ogni pegno e da ogni
nonnulla; ma possiamo a mala pena credere che possa sussistere in
uno di essi una qualità tale da avvincerci con l’amore. Uno vi può
essere così benedetto, e siamo noi così puri da potergli offrir della
tenerezza? Quando un uomo mi diviene caro, io ho toccato la méta della
fortuna. Io trovo intorno a questo argomento molto poco nei libri,
che sia scritto direttamente al cuore. Eppure ho un testo che non
posso fare a meno di ricordare. Il mio autore dice «Io mi offro senza
slancio e ruvidamente a coloro, ai quali effettivamente appartengo, e
mi offro meno a colui, al quale sono maggiormente devoto». Io vorrei
che tale amicizia avesse dei piedi, come ha occhi ed eloquenza;
essa dovrebbe radicarsi in terra prima d’innalzarsi fino al cielo, e
vorrei che fosse un poco dell’uomo prima di appartenere completamente
al cherubino. Noi censuriamo il cittadino perchè fa dell’amore una
comodità. Esso è per lui uno scambio di doni, di prestiti utili; è
un buon vicino; un infermiere per gli ammalati; esso tiene i cordoni
al funerale; e così vanno perdute completamente le delicatezze e la
nobiltà della relazione. Ma sebbene non possiamo trovare il dio sotto
questa maschera di cantiniere, pure non possiamo perdonare d’altra
parte al poeta, se egli tesse la sua tela troppo fina, e non rende
sostanziale il suo romanzo con le virtù civiche della giustizia, della
puntualità, della fedeltà, e dell’amore. Io odio la prostituzione
del nome «amicizia» per significare alleanze manierate e mondane.
Preferisco di molto la compagnia dei contadini o dei mercanti di
stagno all’amicizia elegante e profumata, che celebra le sue adunanze
con frivole manifestazioni, con passeggiate in carrozza e con pranzi
nelle migliori taverne. Lo scopo dell’amicizia è stringere il più
stretto, il più familiare rapporto che possa essere immaginato;
esso serve d’aiuto e di conforto attraverso tutte le relazioni e le
vicissitudini della vita e della morte; è idoneo per i giorni sereni,
per i doni graziosi e per le passeggiate campestri, ma anche per le
vie penose, per gli aspri passaggi, per il naufragio, per la povertà
e la persecuzione. L’amicizia pure s’accompagna con gli impeti dello
spirito ed i rapimenti della religione. Noi dobbiamo dare dignità ai
bisogni giornalieri ed agli uffici della vita dell’uomo, ed abbellire
questa con il coraggio, con la saggezza e con l’unione. L’amicizia
non dovrebbe mai cadere in ciò che è usuale e determinato, ma dovrebbe
essere vigilante ed ingegnosa, ed aggiungere poesia e ragione a ciò che
era servile lavoro.
Può dirsi che la perfetta amicizia richiede nature così rare e
squisite, così ben contemperate e così felicemente adattate l’una
all’altra, (poichè anche a questo riguardo un poeta dice che l’amore
domanda che le parti siano esattamente bilanciate) che per questa sua
necessità essa solo raramente può aver effetto. Essa non può sussistere
nella sua perfezione fra più di due esseri, dicono alcuni di coloro
che sono dotti in questa ardente dottrina del cuore. Io non sono
così rigido nei miei termini, forse perchè non conobbi un’amicizia
così elevata come altri conobbero. Io ricreo maggiormente la mia
immaginazione con un gruppo d’uomini nobilissimi, in rapporti diversi
tra loro e fra i quali sussiste un’alta intelligenza. Ma io credo che
questa legge _di uno ad uno_ è perentoria per la conversazione, che
è la pratica ed il compimento dell’amicizia. Non mescolate troppo le
acque. Le migliori si mescolano così male come le buone e le cattive.
Avrete dei discorsi utili e rallegranti volta a volta parlando con due
uomini diversi; ma unitevi tutti e tre, e non avrete una sola parola
nuova e cordiale. Due possono conversare e uno può udire, ma tre non
possono prendere parte ad una conversazione sincera ed elevata. Nella
buona società non vi è mai fra due persone che parlano l’uno da un
capo e l’altro dall’altro della tavola un discorso uguale a quello che
succede quando voi li lasciate soli. Nella buona società gli individui
immergono il loro egoismo in un’anima collettiva che esattamente
riflette e contiene le parecchie coscienze ivi presenti. Nessuna
parzialità dell’amico verso l’amico, nessuna affezione del fratello
per la sorella, della sposa per il marito, è costì a proposito, ma
esattamente l’opposto. Solo quegli può parlare, che sa navigare sul
pensiero comune della comitiva e non limitarsi poveramente al suo
proprio pensiero. Ora questa convenzionalità, richiesta dal buon senso,
distrugge il libero spaziare della grande conversazione, che vuole il
fondersi di due anime in una sola.
Lasciate soli due uomini, essi entreranno in rapporti più semplici:
anzi la loro affinità sarà quella che stabilirà il tema della loro
conversazione. Gli uomini che non hanno relazioni fra loro, arrecano
poca gioia l’uno all’altro, e mai sospetteranno i poteri latenti di
ciascuno di essi. Noi parliamo talvolta di un grande talento per il
conversare, come se ciò fosse una proprietà permanente in qualche
individuo; ma la conversazione è una fuggevole relazione e null’altro.
Un uomo è rinomato per avere pensiero ed eloquenza; e con tutto ciò,
egli non sa dire una parola a suo cugino od a suo zio. Essi biasimano
il suo silenzio con altrettanta ragione con cui potrebbero biasimare
l’inutilità di un quadrante solare nell’ombra. Al sole esso segnerà
l’ora, e fra quelli che godono del suo pensiero, quel tale uomo
riacquisterà la sua favella.
L’amicizia richiede quel raro medium tra uguaglianza e disparità,
da cui ciascuno è stimolato, alla presenza della superiorità o
dell’accondiscendenza dell’altro. Preferisco rimanere solo fino alla
fine del mondo, piuttosto che il mio amico sorpassi di una sola parola
o di un solo sguardo la sua simpatia reale. Io sono ugualmente deluso
dalla sua avversione come dalla sua condiscendenza. Non cessi egli
un solo istante di essere se stesso. L’unica gioia che provo nel suo
essere mio, è che ciò che _non è mio, è mio_. Mi ripugna di trovare
un cumulo di concessioni, dove cercavo un aiuto virile od almeno una
virile resistenza. È meglio essere una spina al fianco del vostro
amico, che essere la sua eco. La condizione che l’alta amicizia
richiede è l’abilità di far senza di essa. Questo grande ufficio
richiede uomini grandi e sublimi. Vi devono essere veramente _due_,
prima che vi possa essere un _vero uno_. Vi dev’essere un’alleanza
di due nature grandi, formidabili, vicendevolmente contemplatesi
e vicendevolmente temutesi, prima che venga riconosciuta, fra le
disparità, la profonda identità unificatrice.
Solo colui che è magnanimo, è adatto per questa unione, e tale egli
dev’essere per conoscerne le leggi. Egli dev’essere colui, che è sicuro
che la grandezza e la bontà sono sempre regole di prudenza. Dev’essere
colui che non è pronto per intervenire con la sua fortuna; nè osi
egli d’intervenire. Lasciate al diamante i suoi secoli per crescere,
nè sperate di affrettare le nascite dell’eterno. L’amicizia richiede
un trattamento religioso. Noi non dobbiamo essere caparbi e timorosi.
Noi parliamo di scegliere i nostri amici, ma gli amici si eleggono da
sè. La reverenza pure è grande parte dell’amicizia. Trattate il vostro
amico come uno spettacolo. Naturalmente se egli è un uomo, ha dei
meriti che non sono vostri, e che voi non potete onorare, se lo volete
tenere troppo vicino alla vostra persona. State discosti; date posto
a questi meriti; lasciate che salgano e si espandano. Non siate tanto
suo amico da non conoscere le sue peculiari energie; siate appassionati
come le madri, che custodiscono la loro figlia in casa, finchè essa
è ragazza. Siete voi l’amico dei bottoni del vostro amico o del suo
pensiero? Ad un grande cuore egli sarà ancora un ignoto per mille
particolari cose, perchè possa raggiungerlo in questa terra promessa.
Lasciate ai ragazzi ed alle ragazze il còmpito di guardare un amico
come una proprietà, e di suggere un breve e confuso piacere, anzichè il
puro nettare degli Dei.
Acquistiamo il nostro ingresso in questa corporazione con una lunga
preparazione. Perchè dovremmo noi profanare anime nobili e belle
coll’introdurci inopportunamente presso di loro? Perchè opprimere con
precipitosi rapporti personali il vostro amico? Perchè andare a casa
sua e conoscere sua madre, i fratelli suoi e le sue sorelle? Perchè
essere visitato da lui nella vostra casa? Sono queste cose necessarie
alla vostra alleanza? Lasciamo da parte queste patetiche e lacrimevoli
cose. Sia egli per me uno spirito. Io voglio da lui un messaggio, un
pensiero, la sincerità, uno sguardo, e non delle notizie od un pranzo.
Io posso disputar di politica, tener conversazioni frivole, e relazioni
col vicinato per mezzo di compagni di minor valore. All’incontro non
dovrebbe essere per me la comunione con il mio amico, poetica, pura,
universale e grande come la natura stessa? Dovrei io sentire che il
nostro legame è profano, se lo paragono a quella nuvola che dorme
sull’orizzonte o a quel cespuglio d’erba ondeggiante, che divide il
ruscello? Non avviliamo l’amicizia, ma innalziamola. Questo grande
occhio sfidante, quest’altera bellezza di portamento o di azione,
non v’induca ad abbassarvi ma piuttosto a fortificarvi ed innalzarvi.
Adorate le sue eccellenze. Guarda il tuo amico come il tuo alter-ego;
abbi per lui un regno; sia egli per te eternamente una specie di bel
nemico indomabile, devotamente riverito e non un’opportunità banale
da essere tosto superata e messa in disparte. I colori dell’opale, la
luce del diamante non si possono vedere se l’occhio è troppo vicino.
Scrivo al mio amico una lettera e ne ricevo una da lui. Ciò vi sembra
poco. Per me è sufficiente: è un dono spirituale degno di lui nel dare,
degno di me nel ricevere. Ciò non sconsacra alcuno. In questa lettera
il cuore si confiderà come non si confiderà alla lingua, e profetizzerà
un’esistenza più divina di quella che tutti gli annali dell’eroismo
hanno fin’ora rivelata.
Rispettate le sante leggi di quest’amicizia col non portar danno, con
la vostra impazienza, al suo fiore perfetto prima che sbocci. Dobbiamo
appartenere a noi stessi, prima di appartenere a qualcun altro. Nel
delitto vi è, secondo il proverbio latino, questa soddisfazione: voi
potete parlare al vostro complice in termini d’uguaglianza: _Crimen,
quos inquinat, aequat_. Noi non possiamo subito affermare ciò rispetto
a coloro che ammiriamo ed amiamo. Inoltre il più piccolo difetto nel
possesso di se stesso vizia a mio giudizio l’intiera relazione. Non
vi potrà mai essere una profonda pace fra due spiriti, mai un mutuo
rispetto, finchè nel loro dialogo, ognuno rappresenti il mondo intiero.
Portiamo con la maggiore maestà di spirito possibile ciò che è così
grande come l’amicizia. Stiamo in silenzio — affinchè possiamo udire
il bisbiglio degli dei. Non interveniamo. Chi vi ha ordinato di
pronunciare ciò che voi vorreste dire alle anime elette? o chi vi ha
ordinato di dire cosa alcuna ad esse? Non importa che le nostre parole
siano ingegnose o graziose o blande. Vi sono innumerevoli gradi di
follìa e di sapienza, e il dire cosa alcuna è per voi insignificante.
Attendi, ed il tuo cuore parlerà. Attendete finchè il necessario e
l’eterno vi dominino, finchè il giorno e la notte si servano delle
vostre labbra. L’unica moneta di Dio è Dio; Egli giammai paga con
qualche cosa di meno o con qualche cosa di più. L’unica ricompensa
della virtù è la virtù; l’unico modo di avere un amico è di essere
uno. Vano è lo sperare di approssimarsi ad un uomo col frequentare la
sua casa. Se egli è dissimile, l’anima sua fuggirà da voi con maggiore
velocità, e voi non incontrerete mai più uno sguardo del suo occhio.
Noi vediamo l’anima nobile da lontano: essa già ci respinge: perchè
dovremmo noi importunarla? Tardi, molto tardi, noi ci avvediamo che
nessuna disposizione, nessuna nuova relazione, nessuna consuetudine o
costume di società, sarebbe vantaggioso per porre noi in relazione con
coloro che noi desideriamo — ma che in tal caso solamente l’elevazione
della nostra natura allo stesso livello della loro, è necessario;
allora ci incontreremo come acqua incontra acqua; e se non li
incontreremo, non ne avremo bisogno, perchè noi siamo già essi.
In ultima analisi l’amore è solo il riflesso della dignità di un uomo
sopra altri uomini. Gli uomini hanno talvolta scambiato i propri nomi
con quelli dei loro amici come per significare che, nel loro amico,
ognuno di loro amava la propria anima.
Quanto più elevata è la natura richiesta dall’amicizia, tanto meno
facile è materiarla in carne ed ossa. Noi camminiamo soli nel mondo.
Gli amici, tali come li desideriamo, sono sogni e favole. Ma una
sublime speranza rallegra eternamente il cuore fidente che altrove,
in altre regioni del potere universale, altre anime stanno in questo
momento operando, soffrendo ed osando, anime che possono amarci e
che possiamo amare. Noi possiamo congratularci che il periodo della
minorità, della follìa, degli errori e della vergogna, sia passato
nella solitudine, e che quando siamo uomini compiuti, noi possiamo
stringere con mano d’eroe le mani di altri eroi. Da ciò che voi avete
già veduto, siate ammoniti di non stringere amicizia con le persone
volgari, con le quali nessuna amicizia vi può essere.
La nostra impazienza ci spinge ad unioni stupide ed inconsiderate,
che nessun Dio protegge. Invece persistendo nella vostra via, anche se
perdete il poco, guadagnerete il molto. Voi a questo modo vi palesate
in maniera da mettervi al sicuro da false relazioni, e vi attirate
gli eletti del mondo — quei rari pellegrini, dei quali solo uno o due
vagano nella natura contemporaneamente, e davanti a cui tutto quanto è
volgare si mostra semplicemente come spettro ed ombra.
Stolto è il timore di rendere i nostri legami troppo spirituali, come
se in tal modo potessimo perdere qualsiasi amore genuino. Qualunque
sia la correzione che noi facciamo alle nostre opinioni popolari per
mezzo di una più intima conoscenza, noi dobbiamo esser sicuri che
la natura ci soccorre, che ci ripagherà largamente di qualche gioia
sottratta. Sentiamo l’assoluto isolamento dell’uomo! Noi siamo sicuri
di avere tutto in noi. Andiamo in Europa, seguiamo delle persone,
leggiamo dei libri, ma con la fede istintiva che questi rivelano
noi a noi stessi. Accattoni tutti! Gli uomini sono come noi siamo;
l’Europa è un vecchio scolorito vestito di persone morte ed i libri
sono i loro spettri. Lasciamo perire questa idolatria. Rinunciamo a
questo accattonaggio. Diciamo addio perfino ai nostri più cari amici,
e apostrofiamoli dicendo: «Chi siete voi? Lasciatemi. Non voglio più
essere dipendente. Ah! non vedi, fratello, che noi così ci dividiamo
solamente per ritrovarci in un punto più alto, e solamente per essere
più uno dell’altro, perchè noi apparterremo più a noi stessi?» Un amico
ha il viso di Giano Bifronte; egli guarda il passato ed il futuro. Egli
è il figlio di tutte le mie ore passate, il profeta di quelle future
ed il precursore di un amico più grande; poichè è proprietà del divino,
l’essere riproduttivo.
Io agisco allora coi miei amici come coi miei libri. Li avrò dove
posso trovarli, ma li userò raramente. Noi dobbiamo avere la società,
regolata dalle condizioni dettate dai noi stessi, ed ammetterla od
escluderla per la più leggera causa. Io non posso permettermi di
parlare molto con il mio amico. Se egli è grande, egli mi fa così
grande che non posso discendere per conversare. Nei grandi giorni i
presentimenti svolazzano davanti a me nel firmamento. Io dovrei allora
dedicarmi ad essi. Io entro ed esco per poterli afferrare; e solo temo
di perderli se indietreggiano nel cielo, nel quale sono ora soltanto
un punto di luce più brillante. Allora, sebbene stimi i miei amici, non
posso conversare con loro e studiare le loro visioni, onde non perdere
le mie. Certamente il tralasciare queste alte osservazioni, questa
astronomia spirituale o questa ricerca di stelle, e lo scendere verso
simpatie cordiali con voi mi concederebbe una certa gioia familiare;
ma allora io, ben lo so, compiangerei per sempre lo svanire delle mie
possenti divinità. È pur vero che la settimana prossima avrò tristi
momenti, nei quali io potrò occuparmi di obbietti estranei; allora
rimpiangerò la perduta letteratura della vostra mente, e desidererò
di ritrovarvi ancora al mio fianco. Ma se voi verrete, forse empirete
soltanto ed ancora la mia mente di nuove visioni; non di voi stessi,
ma della vostra vanità; io non sarò più atto di quanto lo sia ora
a conversare con voi e dovrò rendere ai miei amici questa fuggevole
corrispondenza. Io riceverò da essi, non ciò che essi hanno, ma ciò
che essi sono. Essi mi daranno ciò che in realtà essi non possono
darmi, ma ciò che irradia da loro. Ma essi non mi legheranno con alcun
altro rapporto meno sottile e puro. Noi ci incontreremo come se non ci
incontrassimo, e ci lasceremo come se non ci lasciassimo.
Ultimamente mi sembrò più possibile di quanto io pensassi l’avere una
grande amicizia da una parte, senza esserne corrisposto dall’altra.
Perchè dovrei amareggiarmi con il triste fatto che chi riceve non è
degno di ricevere? Il sole non è per nulla turbato se alcuni dei suoi
raggi cadono vanamente in qualche luogo ingrato, e se solo una piccola
parte cade sulla superficie riflettente del pianeta. Serva la vostra
grandezza ad educare il compagno rude e freddo. Se egli non è pari
a te, egli se n’andrà; ma tu sei ingrandito dalla tua propria luce,
e non sarai più compagno per le rane ed i vermi, ma ti innalzerai e
arderai con gli dei dell’empireo. Si crede che l’amore non corrisposto
sia una sciagura. Ma i grandi vedranno che il vero amore non può
essere corrisposto. L’amore vero trascende in breve l’oggetto indegno
e si sofferma nell’eterno, e quando la povera maschera frapposta
si sgretola, non si rattrista, ma si sente liberato da altrettanta
polvere, e gioisce maggiormente della sua indipendenza. Pure queste
cose possono appena dirsi senza una specie di tradimento per le
relazioni dell’amicizia. L’essenza dell’amicizia è l’integrità, la
magnanimità e la fiducia. Essa non deve aver sospetti o preveggenze di
possibili infermità. Essa tratta il suo oggetto come un Dio, affinchè
esso possa deificare entrambi.
SETTIMO SAGGIO
PRUDENZA
Quale diritto ho io di scrivere intorno alla Prudenza, che poca ne ho e
quella poca di specie negativa? La mia prudenza consiste nell’evitare
le cose e nel farne senza, ma non nell’inventare mezzi e metodi, non
in un destro governo, non in un adeguato riparo a quelle. Io non so
spender bene il denaro, non ho spirito di economia, e chiunque vede il
mio giardino, pensa che io deva avere qualche altro giardino. Eppure
amo i fatti, odio l’instabilità e la gente senza percezione: onde io
ho lo stesso diritto di scrivere della prudenza, come di scrivere della
poesia e della santità. Noi scriviamo per desiderio od avversione come
per esperienza. Noi dipingiamo quelle qualità che non possediamo. Il
poeta ammira l’uomo d’energia e l’uomo di guerra; il mercante educa
il figlio per la chiesa od il tribunale: e quando l’uomo non è vano e
pieno di sè voi comprenderete ciò che egli non ha dalle cose che egli
loda. Inoltre sarebbe appena onesto da parte mia, il non bilanciare
le belle parole liriche d’Amore ed Amicizia con parole di più
ruvido suono, e non riconoscere di passaggio la mia reale e costante
obligazione ai miei sensi.
La prudenza è la virtù dei sensi. Essa è la scienza delle apparenze. È
l’azione più esterna della vita interna. È Dio che pensa per il bruto.
Essa muove la materia secondo le leggi della materia. Essa è lieta di
ricercare la salute del corpo conformandosi alle condizioni fisiche, e
la salute della mente conformandosi alle leggi dell’intelletto.
Il mondo dei sensi è un mondo di sembianze, esso non esiste per sè,
ma ha un carattere simbolico; ed una prudenza vera o «legge delle
apparenze» riconosce la simultanea presenza di altre leggi, sa che
il suo proprio ufficio è subalterno e sa di agire su una superficie e
non in un centro. La prudenza è falsa quando è separata; è legittima
quando è la Storia Naturale dell’anima incarnata; quando essa spiega la
bellezza delle leggi dentro la stretta cerchia dei sensi.
Vi sono nella conoscenza del mondo successivi stadî di progresso.
È sufficiente al nostro scopo presente l’indicarne tre: una classe
vive per l’utilità del simbolo, stimando la salute e la ricchezza un
bene finale: un’altra classe vive, al disopra di questo grado, per
la bellezza del simbolo, come il poeta, l’artista, il naturalista e
lo scienziato: una terza classe vive, al disopra della bellezza del
simbolo, per la bellezza della cosa significata: questi sono i saggi.
La prima classe possiede il buon senso; la seconda, il gusto e la
terza, la percezione spirituale. Una volta che dopo lungo tempo un uomo
ha sorpassati tutti i gradi, e vede e gioisce fortemente del simbolo,
allora ha una chiara visione della sua bellezza, ed infine mentre egli
innalza la sua tenda su questa isola vulcanica e sacra della natura,
non si propone di costrurre case e granai, ma solo di adorare lo
splendore di Dio, che egli vede sfolgorare attraverso ogni spiraglio ed
ogni crepaccio.
Il mondo è ripieno di proverbi e di azioni derivate da una vile
prudenza che è devozione alla materia, come se noi non possedessimo
altre facoltà all’infuori del gusto, dell’odorato, del tatto, della
vista e dell’udito; una prudenza che adora la regola del tre, che
mai sottoscrive, che mai dà, che impresta raramente, e che per
qualsiasi progetto fa una domanda sola: «Produrrà del pane?» Questa
è una malattia simile allo ispessirsi della pelle, finchè gli organi
vitali sono distrutti. Ma la sapienza, che rivela l’eccelsa origine
del mondo visibile, e che aspira come méta alla perfezione dell’uomo,
riconduce ogni altra cosa, come la salute e la vita corporea, allo
stato di semplici mezzi. Essa vede nella prudenza non una facoltà a
sè, ma un nome per la saggezza e per la virtù poste in relazione con
il corpo ed i suoi bisogni. L’uomo côlto sente e pensa che una grande
fortuna, il compimento di provvedimenti civili o sociali, un grande
dominio personale, un’abilità piacevole od importante, hanno il loro
valore come prove dell’energia dello spirito. Se un uomo perde il suo
equilibrio e s’immerge in qualsiasi commercio o in qualsiasi piacere
senza altro scopo che il piacere od il commercio, può divenire una
buona ruota od un buon spillo, ma non un uomo côlto.
La prudenza spuria, che pone come méta i sensi, è il dio degli
imbecilli e dei codardi, e tema d’ogni commedia. Essa è oggetto di
scherno della natura e pur anco della letteratura. La prudenza vera
limita questo sensualismo ammettendo la conoscenza d’un mondo interno
e reale. Una volta acquistata questa conoscenza — l’ordine del mondo
e la distribuzione degli affari e del tempo essendo studiati con la
simultanea percezione del loro posto rispettivo, — essa compenserà
ogni grado della vostra attenzione. Perchè la nostra esistenza, così
apparentemente legata in natura al sole ed alla luna ed ai periodi che
essi segnano; così suscettibile al clima e al paese; così vigilante del
bene e del male sociale; così amante dello splendore, e così sensibile
alla fame ed al freddo, impara le sue prime lezioni fuori di questi
libri.
La prudenza non va dietro alla natura e non domanda donde venga.
Essa prende le leggi del mondo dalle quali è condizionato l’essere
dell’uomo, così come esse sono e le mantiene per poter godere del
loro beneficio. Essa rispetta lo spazio ed il tempo, il clima, il
bisogno, il sonno, la legge di polarità, l’accrescimento e la morte.
Rispetta i primi, perchè in essi il sole e la luna, i grandi formalisti
del cielo, con le loro rivoluzioni segnano i limiti e i periodi
dell’uomo; rispetta gli ultimi perchè in questi giace la materia
bruta, che non si scosterà dalla sua funzione chimica. Ecco un globo,
cinto e attraversato da leggi naturali, difeso e diviso esternamente
da partizioni civili e da civili proprietà, che impongono nuove
restrizioni al giovine abitante.
Noi mangiamo il pane che cresce nel campo. Noi viviamo dell’aria che
s’agita intorno a noi, eppure noi siamo avvelenati dall’aria, quand’è
troppo fredda o troppo calda, troppo secca o troppo umida. Il tempo
che si mostra così indivisibile e divino nel suo venire, è diviso da
noi e speso in inezie e brano a brano: ad es.: una porta dev’essere
verniciata; una serratura dev’essere riparata; ho bisogno di legna,
olio, farina o sale; vi è fumo nella casa; io ho mal di capo; poi viene
l’imposta; poi un affare combinato con un uomo senza cuore o senza
cervello; poi il pungente ricordo di una parola ingiuriosa o maldestra
— ... a questo modo si consumano le ore. Facciamo ciò che vogliamo,
l’estate avrà le sue mosche: se camminiamo nei boschi, dobbiamo
ingoiare dei moscerini; se andiamo a pescare, dobbiamo attenderci di
inumidire il vestito. Così il clima è un grande impedimento per le
persone pigre. Spesso risolviamo di non occuparci più del tempo, pure
osserviamo ancora le nuvole e la pioggia.