vivamente agitato, che si sarebbe detto che il suo corpo pensasse».
Romeo, morto, dovrebbe esser posto fra piccole stelle onde ingentilire
il cielo. La vita, in questa coppia, non vuole altro, non domanda altro
che Giulietta e Romeo. La notte, il giorno, gli studi, il talento,
i regni, la religione, sono tutti contenuti in questa forma piena
dell’anima, in questa anima che è tutta forma. Gli amanti si deliziano
di carezze, di confessioni d’amore, di sguardi. Quando sono soli,
ciascuno si bea con la rievocata immagine dell’altro. Vede quell’altro
la stessa stella, la stessa tenera nube che io vedo, o legge lo stesso
libro e prova la stessa sensazione che innonda me di piacere? Essi
giudicano ed esaminano la loro affezione e avendo insieme tutte le
grandiose prosperità, gli amici, le opportunità, la proprietà, esultano
nello scoprire che essi darebbero volentieri e lietamente questi beni
come riscatto del caro amato capo, di cui un solo capello non sarà mai
strappato. Ma il pericolo, il dolore e la pena giungono ad essi, come
a tutti gli altri. L’amore intercede e stringe patti con il Potere
Eterno onde proteggere questo caro compagno. L’unione che si è così
effettuata, e che accresce d’un nuovo valore ogni atomo della natura,
(poichè essa trasmuta ogni filo di tutta la tela della relazione in un
raggio d’oro, e immerge l’anima in un elemento nuovo e più dolce), è
ancora uno stato temporaneo. Non sempre i fiori, le perle, la poesia,
le dichiarazioni d’amore, e perfino il santuario in un cuore altrui,
possono soddisfare l’anima spaventevole che abita la nostra argilla;
essa si solleva alfine da queste tenerezze, si arma, ed aspira a scopi
vasti e universali. L’anima che è nell’anima di ciascuno, agognando
una beatitudine perfetta, scopre incongruenze, difetti, e mancanza
di perfezione nella condotta dell’altra. Da ciò sorgono la sorpresa,
la disputa ed il dolore. Pure ciò che trasse questi due esseri l’uno
verso l’altro, furono segni di bellezza, segni di virtù; e queste
virtù vi sono ancora per quanto oscurate. Esse appaiono e riappaiono,
e continuano ad attrarre, ma la considerazione si volge, abbandona il
segno e si attacca alla sostanza. Ciò ristora l’affezione ferita. In
questo frattempo, mentre la vita scorre, essa sperimenta un giuoco
di mutamenti e di combinazioni in tutti i possibili atteggiamenti
dei coniugi, estorce le risorse di ciascuno di essi, e li rende
reciprocamente edotti della loro forza e della loro debolezza. Perchè
l’indole ed il fine di questa relazione è che essi rappresentino l’uno
all’altro la razza umana. Tutto ciò che vi è al mondo, che è conosciuto
o che dovrebbe esserlo, è sapientemente inoculato nel tessuto dell’uomo
e della donna.
«_La persona che l’amore ci dà,_
_Come la manna, ha in sè il gusto di tutte le cose_».
Il mondo gira e le circostanze variano d’ora in ora. Gli angeli che
abitano questo tempio del corpo, appaiono alle finestre, come anche
vi appaiono i gnomi ed i vizi. I coniugi sono uniti dalle loro virtù:
se esiste in loro la virtù, tutti i vizi sono riconosciuti come tali;
ed essi li confessano e li fuggono. Il loro amore ardente d’una volta,
col tempo s’acqueta nel loro petto, e perdendo in violenza guadagna in
estensione, e l’accordo diviene perfetto. Essi si rassegnano, senza
lagno, ai buoni uffici che reciprocamente sono col tempo obbligati
a compiere, e trasmutano la passione, che prima non poteva perdere
di vista l’oggetto amato, in un giocondo progresso dei loro disegni,
siano essi presenti od assenti. Alla fine essi scoprono che tutto
ciò che in principio li attirò, vale a dire gli adorati lineamenti,
il magico giuoco degli incanti, era caduco, aveva un fine previsto,
come l’impalcatura che servì a costrurre la casa; e la purificazione
dell’intelletto e del cuore, d’anno in anno, è il vero matrimonio,
preveduto e preparato dal principio, a loro insaputa. Se io prendo in
esame lo scopo per il quale due persone, un uomo ed una donna, dotati
di qualità differenti e relative, si racchiudono in una sola casa,
per trascorrere in società nuziale quaranta o cinquant’anni, non mi
meraviglio della forza con la quale il cuore profetizza questa crisi
fin dalla prima infanzia; della bellezza con cui gli istinti infiorano
l’alcova nuziale, nè dell’emularsi della natura, dell’intelligenza e
dell’arte per portare doni e melodie all’epitalamio.
Così noi siamo spinti verso un amore, che non conosce sesso, persona
o parzialità, ma che cerca la virtù e la sapienza ovunque, allo scopo
di aumentare l’una e l’altra. Noi siamo per natura osservatori e
per questo atti ad apprendere. Questo è il nostro stato permanente.
Ma spesso siamo indotti a sentire che i nostri affetti sono solo i
veli di una notte. Sebbene lentamente e con dolore gli oggetti delle
affezioni mutino come mutano gli oggetti del pensiero, pure vi sono
dei momenti in cui le affezioni regolano ed assorbono l’uomo, e fanno
dipendere la sua felicità da una o più persone. Ma in istato di sanità
lo spirito ricompare di nuovo, con la sua volta imponente, rifulgente
di luci immutabili e gli ardenti amori ed i timori, che passarono sopra
come nubi, perdono il loro carattere finito, s’uniscono con Dio, per
raggiungere la loro propria perfezione. Noi però non dobbiamo temere
di perdere qualche cosa con il progresso dell’anima; in essa possiamo
confidare sino alla fine; poichè le cose che hanno la bellezza e il
fascino di queste relazioni d’amore, possono esser seguite e supplite
soltanto da cose più belle e per sempre.
SESTO SAGGIO
AMICIZIA
Noi possediamo molto maggior bontà di quanto non si dica. Nonostante
tutto l’egoismo che, come i venti dell’est, gela il mondo, l’intera
famiglia umana è immersa nell’elemento d’amore come in un etere
delicato. Quante persone non incontriamo nelle case, persone alle quali
noi appena parliamo, e che pure onoriamo e che ci onorano! Quante ne
vediamo nella strada od in chiesa e che silenziosamente ma cordialmente
siamo lieti di incontrare! Leggete il linguaggio di questi raggi
erranti dell’occhio: il cuore sa farlo.
L’effetto della largizione di questa affettività umana è una certa
cordiale letizia. In poesia e nel linguaggio comune i moti di
benevolenza e di compiacenza che sono sentiti verso gli altri, vengono
paragonati agli effetti materiali del fuoco; queste irradiazioni
interne sono altrettanto rapide però, anzi molto più rapide e
più attive e più rallegranti. Esse, dal più alto grado dell’amore
appassionato fino al più basso gradino della buona volontà, compongono
la dolcezza della vita.
I nostri poteri intellettuali ed attivi aumentano con le nostre
affezioni. Lo scolaro si siede per iscrivere, e tutti i suoi anni di
meditazione non gli forniscono un solo pensiero capace di una felice
espressione; ma se scrive una lettera ad un amico immediatamente
legioni di pensieri gentili si levano da ogni parte con elette
parole. Guardate in qualsiasi casa, dove dimorano la virtù ed il
rispetto, quale palpito determini l’approssimarsi di uno straniero.
— Uno straniero a noi raccomandato è atteso ed annunciato, ed una
inquietudine che ha del piacere e del dolore invade tutti i cuori
della famiglia. Il suo arrivo arreca quasi affanno ai buoni cuori,
che vorrebbero dargli il benvenuto. La casa è spolverata, tutte
le cose ritornano a posto loro, la vecchia giubba è cambiata con
una nuova, e gli ospiti preparano un pranzo, se lo possono. Altri
ci parlano di questo straniero raccomandato; e solo il buono ed il
nuovo è udito da noi. Egli ci rappresenta l’umanità. Egli è ciò che
noi desideriamo. Avendolo imaginato e vivificato, ci domandiamo come
staremo in conversazione e in relazione con tale uomo, e siamo agitati
da un vago timore. La stessa idea rialza la conversazione allorchè
siamo con lui; infatti conversiamo meglio del solito, disponiamo
d’una fantasia più viva, d’una memoria più ricca, ed il demonio del
nostro mutismo ci abbandona per quel momento. Per lunghe ore possiamo
rivelare una serie di comunicazioni sincere, graziose, ricche, tratte
dalla più antica e più segreta esperienza, cosicchè quelli dei nostri
familiari, che ci seggono vicino, proveranno una grata sorpresa per
questa nostra insolita facondia. Ma così tosto come lo straniero
incomincia a frammettere nella conversazione le sue preferenze, le
sue definizioni, le sue debolezze, tutto è finito. Egli ha udito il
principio, la fine ed il meglio di ciò che egli udrà da noi. Egli non è
più uno straniero ora. La volgarità, l’ignoranza, ed i preconcetti sono
vecchie conoscenze. Quando egli ritornerà, potrà avere l’ordine nella
casa, il vestito nuovo ed il pranzo, — ma non il battito del cuore e le
corrispondenze dell’anima.
Questi tratti d’affezione, che riaccendono di nuovo per me un mondo
giovane sono graditi. Un giusto e fermo accordo di due, in un pensiero,
in un sentimento, è delizioso. Come sono belli, nel loro avvicinarsi
a questo cuore palpitante, i passi e gli aspetti dell’essere sincero
e favorito da natura! Nel momento che noi lasciamo libero corso ai
nostri affetti, la terra soggiace a metamorfosi; non c’è più inverno e
non c’è più notte; tutte le tragedie, tutti gli affanni svaniscono, —
e così tutti i doveri: nulla riempie l’eternità che trascorre, se non
le forme raggianti delle persone amate. Sia l’anima persuasa che in
qualche luogo dell’universo troverà la sua compagna, e sarà contenta
ed allegra in solitudine per mille anni. Mi svegliai stamane con
un divoto ringraziamento per i miei amici, i vecchi ed i nuovi. Non
chiamerò io Iddio, il Bello, che giornalmente si rivela a me coi suoi
doni? Io sfuggo la società, prediligo la solitudine, eppure non sono
così ingrato da non vedere l’uomo saggio, il cortese, il magnanimo,
quando di tempo in tempo passano davanti alla mia porta. Chi mi ode,
chi mi capisce, diviene mio, diviene un possesso mio per sempre. Nè
la natura è così povera che essa non mi dia talvolta questa gioia, e
così intesso trame sociali mie proprie, e una nuova tela di relazioni;
e allo stesso modo che molti pensieri successivi si sostanziano, così
poco a poco io mi troverò in un mondo nuovo, di mia propria creazione,
e non sarò più uno straniero o un pellegrino in un globo tradizionale.
I miei amici vengono a me non cercati. Il grande Iddio me li diede.
Per il più antico diritto, per la divina affinità della virtù con se
stessa, io li trovo, o meglio non io ma la Divinità che è in me e che
è in essi, la quale deride e abbatte i vigorosi baluardi del carattere
individuale, delle relazioni, dell’età, del sesso, della circostanza,
e fa di molti individui uno solo. Alti ringraziamenti vi debbo,
eccellenti amatori, che rivelate a me nuove e nobili profondità del
mondo e ampliate il significato di tutti i miei pensieri. Voi non siete
rigide ed intirizzite persone, ma una nuova poesia di Dio — poesia
senza impedimenti — siete inno, ode, epopea, ancora fluente e non già
rappresa nei libri morti con annotazioni e glossario, ma siete Apollo e
siete le Muse ancora inneggianti. E queste creature si separeranno da
me o da qualcuna di loro? Io non lo so, ma non lo temo; perchè la mia
relazione con esse è così pura, che noi ci teniamo uniti per semplice
affinità; ed il Genio della mia vita è così socievole, che eserciterà
la sua energia su chiunque sia nobile al pari di questi uomini e di
queste donne, ed ovunque io sia.
Io confesso su questo punto un’estrema tenerezza naturale. È quasi
pericoloso per me «il sorbire il dolce veleno del vino male usato»
delle affezioni. Una nuova persona per me è un grande evento e mi
impedisce di dormire. Io ho per l’addietro molto fantasticato intorno
a due o tre persone che mi hanno dato delle ore deliziose; ma la gioia
finì col declinar del giorno; essa non produsse alcun frutto; il mio
pensiero non nacque da essa e la mia attività fu di poco modificata. Io
debbo provare orgoglio per le buone doti del mio amico, come se fossero
mie, e debbo provare come un selvaggio, delicato, palpitante senso di
proprietà su le sue virtù. Io sento tanta gioia quando egli è lodato,
quanta ne prova l’amante per gli applausi diretti alla sua fidanzata.
Noi superstimiamo la coscienza del nostro amico. La sua bontà ci sembra
migliore della nostra, la sua natura più bella, le sue tentazioni
minori. La nostra fantasia innalza ogni cosa che è sua — il suo nome,
il suo corpo, il suo vestito, i suoi libri, ed i suoi istrumenti. Il
nostro stesso pensiero ci suona nuovo è più ampio dalla sua bocca.
Ed ancora la sistola e la diastola del cuore non sono senza analogia
con il flusso ed il riflusso dell’amore. L’amicizia come l’immortalità
dell’anima, è troppo nobile per essere creduta. L’amante contemplando
la sua donna, dubita che essa non sia veramente quale egli la adora; e
nelle auree ore dell’amicizia noi siamo sorpresi da ombre di sospetto
e di miscredenza. Noi dubitiamo di donare al nostro eroe le virtù
delle quali egli risplende, e di adorare poi la forma che noi abbiamo
destinata per divina abitazione di esse. A rigor di termini, l’anima
non rispetta gli uomini come rispetta se stessa. A rigor di scienza
tutte le persone soggiacciono alla stessa condizione di un’infinita
lontananza. Temeremo noi di intiepidire l’amor nostro coll’affrontare
il fatto e col ricercare le fondamenta metafisiche di questo tempio
Eliseo? Non sarò io un essere così reale come le cose che vedo? Se lo
sono, non temerò di conoscerle per ciò che esse realmente sono. La loro
essenza non è meno bella della loro apparenza, sebbene abbisognino
organi più delicati per la percezione di quella. La radice della
pianta non è spregevole per la scienza, anche se per fare dei mazzi
e dei festoni noi tagliamo corto lo stelo. Io devo tuttavia tentare
l’esposizione di un fatto ardito fra queste piacevoli fantasie, anche
se esso apparirà nel nostro banchetto, come una mummia egiziana.
Un uomo che sta stretto al suo pensiero, _concepisce di se idee
grandiose_.
Egli è conscio di un successo universale, anche se conquistato con
uniformi e particolari sconfitte. Nè preferenza, nè poteri, nè oro, nè
forza, possono stargli a pari. Io non posso fare a meno di confidare
più nella mia povertà che nella vostra ricchezza. Non posso rendere
la vostra conoscenza equivalente alla mia. Solo la stella rifulge; il
pianeta ha una debole luce, come quella della luna. Io sento ciò che
voi dite delle ammirevoli doti e del provato carattere della persona
che lodate, ma ben vedo che nonostante i suoi mantelli purpurei, non
mi piacerà, a meno che egli sia un povero Greco, quale io sono. Io non
posso negare, o amico, che l’immensa ombra del Fenomeno copre anche te,
nella sua immensità screziata e variopinta, anche te, comparato col
quale ogni altra cosa è ombra. Tu non sei l’_Essere_ come la Verità
è, come la Giustizia è; tu non sei la mia anima, ma una pittura ed
una effigie di essa. Tu venisti a me tardi, eppure tu riprendi già il
tuo cappello ed il tuo mantello. Forse che l’anima non produce amici,
come l’albero produce foglie; e come l’albero con la germinazione
di nuove gemme esclude le vecchie foglie, così l’anima non esclude
i vecchi amici? La legge della natura è un’eterna alternativa. Ogni
stato elettrico presuppone il suo contrario. L’anima si attornia di
amici al fine di poter penetrare in una più grande conoscenza di sè
o in una maggiore solitudine; e procede da sola per un tempo, onde
innalzare la sua condotta o la sua società. Questo metodo si delinea
in tutta la storia delle nostre relazioni personali. Sempre l’istinto
dell’affezione nutre la speranza di unirsi coi nostri simili, e sempre
il vigile senso dell’isolamento ci richiama. Così ogni uomo passa la
sua vita ricercando l’amicizia; eppure se egli tenesse presente il suo
vero sentimento potrebbe scrivere una lettera come questa ad ogni nuovo
candidato del suo amore.
«Caro amico,
«Se io fossi sicuro di te, sicuro della tua capacità, sicuro che le
nostre tendenze s’incontrassero, io prenderei in considerazione il tuo
andare e venire. Io non sono molto saggio; il mio amore è facilmente
conquistabile; io rispetto il tuo spirito; esso non è ancora stato da
me scandagliato; pure non oso presumere in te una perfetta intelligenza
del mio essere, e così tu mi sei un delizioso tormento. Tuo per sempre
o giammai».
Pure questi piaceri inquieti e queste pene raffinate sono idonei per
il nostro desiderio di cose nuove e non per la vita. Essi non debbon
venire coltivati, perchè sarebbe un tessere una tela di ragno e non
una stoffa. Le nostre amicizie si volgono a rapide e povere conclusioni
perchè noi le abbiamo intessute di vino e di sogni anzichè della solida
fibra del cuore umano! Le leggi dell’amicizia sono grandi, austere
ed eterne, fatte con la stessa trama delle leggi della natura e della
morale. Ma noi abbiamo aspirato ad un rapido e piccolo beneficio, per
suggere una subitanea dolcezza. Noi strappiamo nel giardino di Dio il
frutto lento, che abbisogna di molti estati e di molti inverni per
maturare. Noi cerchiamo il nostro amico non religiosamente, ma con
una passione adulterata, che vorrebbe appropriare lui a noi stessi.
Invano. Noi siamo imbevuti d’un sottile antagonismo che, non appena
c’incontriamo con lui, comincia a farci beffe e a tradurre tutta la
nostra poesia in una prosa scipita. Quasi tutti gli uomini s’abbassano
coll’incontrarsi. Ogni associazione deve essere un compromesso e, ciò
che è peggio, il vero fiore e l’aroma di ogni bella natura scompare
tosto che esse si avvicinano l’un l’altra. Quale perpetua delusione
è la società attuale, anche quella dei virtuosi e dei favoriti! Dopo
che gli incontri sono avvenuti in seguito a lunga preparazione,
noi dobbiamo essere afflitti da saluti avversi, da improvvise ed
inopportune apatie, da epilessie di spirito e di senso nei bei giorni
dell’amicizia e del pensiero. Le nostre facoltà non ci rappresentano il
vero e ciascuno si ristora con la solitudine.
Io dovrei essere uguale in ogni relazione. Non ha importanza il numero
dei miei amici e la soddisfazione che io posso trovare nel conversare
con essi, se uno solo v’è con cui io non sia uguale. Se io mi sono
ritratto da una contesa, perchè impari, istantaneamente la gioia ch’io
posso provare in tutto il resto diviene meschina e pusillanime. Io
detesterei me stesso se allora io facessi degli altri miei amici il
mio rifugio. «Il valente guerriero rinomato per le battaglie, vinto una
volta dopo cento vittorie, è cancellato dal libro dell’onore e tutto il
resto per cui egli faticò vien dimenticato».
La nostra impazienza è così acerbamente ripresa. Il timore e l’apatia
sono un arrendevole riparo, nel quale un delicato organismo viene
protetto da un prematuro germogliare. Esso si perderebbe, se conoscesse
se stesso, prima che qualcuna delle anime migliori fosse matura
abbastanza per comprenderlo ed affermarlo. Rispetta la lentezza
della natura che indurisce il rubino in un milione d’anni e opera
nell’infinita estensione del tempo, in cui le Alpi e le Ande vanno
e vengono come arcobaleni! Il buon genio della nostra vita non ha
paradiso che sia ricompensa della nostra precipitazione. L’amore che
è l’essenza di Dio non esiste per la vanità, ma per il totale valore
dell’uomo. Non si abbia nei nostri rapporti una fanciullesca voluttà,
ma la dignità più austera, ed avviciniamo i nostri amici con un’audace
fiducia nella lealtà dei loro cuori e nella saggia ed indistruttibile
liberalità dei loro propositi.
Poichè è impossibile sottrarsi al fascino di questo argomento io
tralascio per poco ogni considerazione intorno ai subordinati benefici
sociali, per parlare di questa elevata e sacra relazione, che è una
specie di assoluto e che abbandona il dubbio e comune linguaggio
dell’amore tanto il suo è più puro e più divino.
Io non desidero trattare le amicizie delicatamente, ma con il più
ruvido coraggio. Quando sono reali, esse non sono steli di cristallo
o ricami di brina, bensì le più solide cose che noi conosciamo. Al
presente, dopo tanti anni di esperienza, che cosa sappiamo noi della
natura o di noi stessi? L’uomo non si è inoltrato d’un solo passo
nella soluzione del problema del suo destino. L’intero universo degli
uomini sta in una condanna all’imbecillità della mente. Ma la dolce
gioia sincera e la pace, che io traggo da questa alleanza con l’anima
d’un mio fratello, è il nocciolo, di cui ogni natura ed ogni pensiero
non sono che il guscio e la corteccia. Felice è la casa che accoglie
un amico! Essa può ben essere costrutta come un padiglione o un arco
di festa per intrattenerlo anche un solo giorno. Più felice ancora se
egli comprende la solennità di tale relazione e onora le sue leggi.
L’amicizia non è un ozioso legame, non è un’occupazione domenicale.
Colui che offre se stesso come candidato a tale accordo, si solleva
come un Olimpico ai più alti gradi, dove convengono gli eletti del
mondo. Egli propone se stesso per contese dove il Tempo, il Bisogno,
il Pericolo sono in gara, e quegli solo è vincitore che ha nella
sua costituzione vigore sufficiente da preservare la sua delicata
bellezza dall’uso e dal contatto di tutte queste cose. I doni della
fortuna posson essere presenti o assenti, ma tutto lo svolgersi di
tale lotta dipende dalla intrinseca nobiltà e dal disprezzo per le
cose insignificanti. Ci sono due elementi che concorrono a formare
l’amicizia ed entrambi così sovrani, ch’io non posso scoprire nell’uno,
superiorità o ragioni tali da esser nominato prima dell’altro. Uno di
essi è la Lealtà. Un amico è una persona con la quale io posso esser
sincero; dinanzi a lui io posso pensare ad alta voce. In sua presenza
io mi trovo con un uomo così reale ed uguale a me, da potere smettere
quelle vilissime abitudini di dissimulazione, di cortesia e di secondo
pensiero, che gli uomini mai abbandonano; ed io posso trattare con lui
con quella semplicità, con la quale un atomo chimico si unisce ad un
altro atomo. La sincerità, come i diademi e l’autorità, è la voluttà
concessa solo alle più alte classi, che possono dir la verità, non
avendo alcuno al disopra da riverire od a cui conformarsi. Ogni uomo
solo è sincero; l’ipocrisia comincia all’arrivo di un secondo uomo.
Noi evitiamo e sfuggiamo l’approccio del nostro simile per mezzo dei
complimenti, delle chiacchiere, degli affari e dei diletti. Noi celiamo
il nostro pensiero a lui sotto mille pieghe. Io conobbi un uomo che
sotto il dominio d’una certa religiosa frenesia si spogliava di questo
drappeggio, ed omettendo ogni complimento ed ogni luogo comune, parlava
alla coscienza di ciascuno con grande penetrazione e bellezza. Dapprima
gli si resisteva e tutti ammettevano che egli era pazzo. Ma persistendo
(ed egli in verità non poteva far altrimenti) e per qualche tempo in
questa linea di condotta, egli ottenne il vantaggio di trascinare ogni
uomo di sua conoscenza a relazioni sincere. Nessun uomo mai avrebbe
pensato di mentire con lui o d’intrattenerlo con delle chiacchiere da
mercato o da gabinetto di lettura. Ma ciascuno era costretto da tanta
sincerità a guardarlo nel viso, ed a rivelargli quale amore di natura,
quale poesia, quale simbolo di verità egli possedesse. Ma alla maggior
parte di noi la società non mostra il suo viso ed il suo occhio, ma il
suo fianco ed il suo dorso. Contrarre relazioni sincere con gli uomini
in una falsa età, è segno di pazzia, non è vero? Raramente noi possiamo
andare dritti allo scopo. Quasi ogni uomo che incontriamo richiede
qualche riguardo, richiede di essere rallegrato; egli ha qualche
rinomanza, qualche talento, qualche capriccio religioso o filantropico
nel suo capo, che non deve essere discusso, e che impedisce ogni
rapporto con lui. Ma un amico è uomo equilibrato, che addestra me e
non la mia abilità d’invenzione. Il mio amico s’intrattiene con me
senza pretendere ch’io m’avvilisca o balbetti o mi camuffi. Un amico,
pertanto, è una specie di paradosso in natura. Io che sono solo, io
che nella natura non vedo nulla la cui esistenza io possa affermare
con uguale evidenza della mia, io contemplo l’immagine del mio essere,
in tutta la sua altezza e varietà riprodotta in una forma che non è la
mia; cosicchè un amico può ben essere riconosciuto il capolavoro della
natura.