questo avvilimento delle nostre proprie possibilità, deriva dalla
nostra noncuranza dei fatti, che hanno identica natura. Buonaparte non
conosceva che un solo merito, e ricompensava in un solo ed identico
modo il buon soldato, ed il buon astronomo, il buon poeta ed il buon
artista. E in questo modo egli palesava la sua percezione di un grande
fatto. Il poeta fa uso dei nomi di Cesare, di Tamerlano, di Bonduca,
di Belisario; il pittore si serve della storia convenzionale della
Vergine Maria, di Paolo, di Pietro. Egli pertanto non si sottomette
alla natura di questi uomini accidentali, di questi eroi. Se il poeta
scrive un vero dramma, allora egli è Cesare, e non colui che illustra
Cesare; allora la stessa corrente di pensiero, l’emozione altrettanto
pura, lo spirito altrettanto sottile, i movimenti altrettanto rapidi,
incalzanti, stravaganti; un cuore altrettanto grande, che basta a se
stesso, intrepido, che sulle onde del suo amore e della sua speranza
può alzare tutto ciò che si crede solido e prezioso al mondo, —
palazzi, giardini, denaro, navi, regni — segnando il suo proprio
incomparabile valore con il disprezzo di questi ornamenti degli uomini
— è cosa sua, e col suo potere egli eccita le nazioni. Ma i grandi
nomi a lui non giovano, s’egli non ha in se stesso la vita. Creda
l’uomo in Dio e non nei nomi o nei luoghi o nelle persone. L’anima
grande s’incarni pure nel corpo di qualche donna, povera, triste e
derelitta, in qualche Dolly o Giovanna, che debba servire, spazzare le
camere, lavare i pavimenti, ed i suoi fulgidi raggi non potranno essere
affievoliti o nascosti; ma lo spazzare ed il lavare appariranno subito
azioni supreme e belle, vertice e splendore della vita umana, e tutta
la gente vorrà imitarla; finchè, ecco! di colpo, la grande anima ha
trasfusa se stessa in qualche altra forma, ed ha compiuta qualche altra
azione, che diviene a sua volta il fiore ed il capo di tutta la natura
vivente.
Noi siamo i fotometri, l’impressionabile foglio d’oro e la lamina di
stagno, che misura l’accumularsi del sottile elemento. Noi conosciamo
gli autentici effetti del vero fuoco, attraverso a ciascuna delle sue
mille trasformazioni.
QUINTO SAGGIO
AMORE
Ogni anima è per ogni altra anima una Venere celestiale. Il cuore
ha i suoi sabbati ed i suoi Giubilei, nei quali il mondo appare come
una festa nuziale ed in cui le voci della natura e lo svolgersi delle
stagioni sono canti ed esotiche danze. L’amore è onnipossente nella
natura come causa e come ricompensa. Amore è la nostra parola più alta
e sinonimo di Dio. Ogni promessa dell’anima ha innumeri adempimenti;
ciascuna delle sue gioie fiorisce in un nuovo bisogno. La natura
illimitata, fluente, previdente, anticipa di già nel primo sentimento
di deferenza, una benevolenza che perderà ogni privato particolare
aspetto nella sua luce generale. L’introduzione a questa felicità sta
in una reciproca relazione intima e tenera fra due persone, relazione
che è l’incanto della vita umana, che come una divina pazzia ed
un entusiasmo divino, conquide l’uomo in un dato periodo, ed opera
una rivoluzione nella sua mente e nel suo corpo; lo unisce alla sua
razza, lo lega alle sue relazioni domestiche e civili, lo volge con
rinnovata simpatia verso la natura, rialza il potere dei sensi, schiude
l’immaginazione, aggiunge al suo carattere attributi eroici e sacri,
stabilisce il matrimonio, e dà durevolezza alla società umana.
L’associazione naturale del sentimento dell’amore con l’ardore del
sangue sembra richiedere, onde descriverlo con vivi colori e coincidere
con la palpitante esperienza di ogni giovanetto e di ogni ragazza, un
individuo non troppo vecchio. Le deliziose fantasie della gioventù
rifiutano il più tenue sapore di una filosofia matura, come quella
che agghiaccia con l’età e la pedanteria la loro purpurea fioritura.
E perciò so di incorrere nell’accusa di durezza e di inutile stoicismo
da parte di coloro che compongono la Corte e il Parlamento dell’Amore.
Ma contro questi formidabili censori, mi appellerò ai miei padri.
Poichè deve considerarsi che questa passione, sebbene incominci con
il giovane, pure non abbandona il vecchio, o piuttosto, non lascia
che nessuno, il quale sia realmente suo servitore, invecchi, ma lo fa
partecipe dei suoi doni non meno della tenera giovinetta, ancorchè
in un modo differente e più nobile. Perchè l’amore è un fuoco, che
avvivato nello stretto cavo di un cuore da una scintilla vagante uscita
da un altro petto, brilla e si espande, finchè riscalda ed illumina
moltitudini di uomini e di donne, accende il cuore universale di
tutti, e irradia l’intiero mondo e tutta la natura, con le sue fiamme
generose. Non importa adunque se noi tentiamo di descrivere la passione
a venti a trenta o ad ottanta anni. Colui che la descrive nel suo primo
o nel suo ultimo periodo di vita, perderà di essa le particolarità,
attinenti all’uno o all’altro periodo.
Soltanto è da sperare che, con la pazienza e con l’aiuto delle Muse,
possiamo raggiungere quella interna visione della legge, che ci
paleserà una verità sempre giovane e bella, e così centrale da attirare
a sè lo sguardo, da qualsiasi angolo sia veduta.
E la prima condizione è, che noi dobbiamo abbandonare una troppo
stretta e tarda aderenza ai fatti, e studiare il sentimento come esso
apparve nelle speranze e non nella storia; perchè ogni uomo vede nella
sua immaginazione la propria vita deturpata e sfigurata, come certo
non è là vita di un uomo. Ogni uomo vede al disopra della sua propria
esperienza un certo marchio d’errore, mentre quella degli altri uomini
gli appare bella ed ideale. Ritorni ogni uomo a quelle deliziose
relazioni, che compongono la bellezza della sua vita, che gli hanno
dato la più sincera istruzione e il più leale nutrimento, ed egli
indietreggerà ognora più.
Ahimè! Non so perchè, ma infinite compunzioni amareggiano nella vita
matura il ricordo della gioia germogliante, e coprono ogni nome amato.
Ogni cosa è bella veduta dall’intelletto o veduta come verità; ma
tutto è amaro se lo si vede come esperienza. I dettagli sono pieni
di melanconia; il complesso è dignitoso e nobile. È strano quanto
penoso sia il mondo attuale, regno doloroso del tempo e dello spazio.
Qui abitano l’affanno, il cancro ed il timore. Là con il pensiero
e coll’ideale v’è la giocondità immortale, il fiore della gioia, ed
intorno ad essa cantano tutte le Muse. Ma il dolore pure si attacca ai
nomi, alle persone ed al parziale interesse dell’oggi e dell’ieri.
Noi possiamo constatare questa forte tendenza della natura dallo
sviluppo che questo argomento delle relazioni personali prende nelle
conversazioni sociali. Che cosa desideriamo noi maggiormente sapere di
qualsiasi degna persona, se non come egli sia riuscito nella storia
del sentimento? Quali libri circolano nelle biblioteche circolanti?
Come ci accendiamo leggendo quelle novelle passionali, in cui la
vicenda è narrata con qualche scintilla di verità e di naturalezza! E
che cosa nel corso della vita avvince più di un incidente che riveli
l’affezione fra due persone? Forse noi non le vedemmo mai prima, e
forse non le incontreremo mai più, ma noi le vediamo scambiarsi uno
sguardo furtivo o tradire una profonda emozione, e noi diventiamo dei
familiari. Noi le comprendiamo e prendiamo il più vivo interesse allo
svolgersi del loro romanzo. Tutto il genere umano ama un’amante. Le
primissime dimostrazioni di compiacenza e di cortesia sono le pitture
più seducenti della natura. È l’aurora della civiltà e della grazia
nel selvaggio e nel rustico. Lo zotico ragazzo del villaggio vessa le
ragazze alla porta della scuola; — ma oggi egli viene correndo verso
l’entrata, ed incontra una bella bambina che prepara la sua cartella:
egli le tiene i libri per aiutarla, ed immediatamente gli pare che
essa si allontani da lui all’infinito, e si chiuda come in un sacro
recinto. Fra la folla di ragazze egli corre rudemente, ma una sola
lo tiene a distanza; e questi due piccoli vicini, che erano dianzi
così a lato, hanno imparato ora a rispettare reciprocamente la loro
propria personalità. — Chi può togliere lo sguardo dai modi insinuanti
a metà astuti ed a metà ingenui delle scolare che vanno nei negozi
dei villaggi a comperare una matassa di seta od un foglio di carta,
e rimangono mezz’ora con il ragazzo della bottega, dal viso paffuto e
dal carattere buono? Nel villaggio essi sono in perfetta uguaglianza,
in quella uguaglianza di cui l’amore si diletta, ed in cui senza
civetteria l’indole lieta ed amorevole della donna si espande in un
grazioso chiacchierìo. Le ragazze possono avere poca bellezza, pure
chiaramente si stabiliscono fra esse ed il buon ragazzo le relazioni
più piacevoli e familiari; conversano di Edgardo, di Giona e di Almira;
di chi fu invitato a quella partita; e di chi danzò alla scuola di
ballo; dell’epoca in cui la scuola di canto incomincierà e di altre
piccole cose, sulle quali le coppie s’intrattengono. Passa del tempo,
e quel ragazzo abbisogna di una moglie, ed egli saprà dove trovare una
sincera e dolce compagna, senza incorrere in quei rischi che Milton
deplora a proposito degli eruditi e dei grandi uomini.
Mi è stato detto che la mia filosofia è antisociale e che in qualche
mio discorso pubblico la mia riverenza per l’intelletto mi rese
ingiustamente freddo verso le relazioni personali. Ma ora quasi io
raccapriccio al ricordo di tali parole di spregio. Poichè le persone
costituiscono il mondo dell’amore, ed il più freddo filosofo non
può ricordare il dovere della giovane anima vagante nella natura a
discrezione del potere dell’amore, senza essere tentato di dichiarare
come traditrice della natura, qualsiasi cosa ostacolante gli istinti
sociali. Poichè, sebbene questa estasi celestiale che viene dal cielo
s’impossessa solamente degli individui di tenera età, e sebbene la
bellezza che domina ogni analisi ed ogni comparazione, e che ci mette
fuori di senno, la si possa raramente trovare dopo i trent’anni; pure
il ricordo di queste visioni vive più a lungo di tutti gli altri
ricordi, ed è una ghirlanda di fiori sulle fronti più vecchie. Ma
ecco un fatto strano: può parere a molti uomini, ritornando sulla
loro esperienza, di non aver pagina più bella nel libro della loro
vita, che la deliziosa memoria di certi momenti, in cui l’affetto
tentò di dare ad un complesso di circostanze accidentali e volgari un
fascino superiore alla loro reale attrazione. — Guardando indietro
essi possono trovare che molte cose, le quali non erano il fascino,
hanno maggior realtà nella sua memoria brancolante del fascino stesso
che le profumava. Ma qualunque sia la nostra esperienza delle cose
particolari, nessun uomo mai dimentica le visite fatte al suo cuore ed
al suo cervello da quella potenza, che fece tutte le cose nuove; che fu
per lui l’aurora della musica, della poesia, e dell’arte; che fece il
viso della natura raggiante di luce purpurea, e che variò gli incanti
del mattino e della notte; nessuno mai dimentica il tempo in cui il
suono di una sola voce poteva far balzare il cuore, e in cui la più
volgare circostanza associata con una forma veniva immersa nell’ambra
della memoria; il tempo in cui egli diventava tutto occhi quando ella
era presente, e tutto memoria quando essa era andata; quando il giovane
diventa il custode delle finestre, premuroso di un guanto, di un velo,
di un nastro, delle ruote di una vettura; quando nessun luogo è troppo
solitario e nessuno troppo silenzioso per lui che trova migliore
compagnia e più dolce conversazione nei suoi nuovi pensieri che con
qualsiasi dei suoi vecchi amici, anche i migliori e i più puri; perchè
le parvenze, i moti, le parole del soggetto amato, non sono come le
altre imagini disegnate nell’acqua, ma, come disse Plutarco «smaltate
nel fuoco», e formano la meditazione delle ore notturne.
«_Tu non sei andata pur essendo andata; ovunque tu sei_
_Tu lasci in lui i tuoi occhi attenti, in lui il tuo amante
cuore._»
Nel meriggio e nella sera della vita palpitiamo ancora al ricordo dei
giorni in cui la felicità non era felice abbastanza, ma doveva essere
mescolata al sapore del dolore e dell’ansia; (perchè veramente toccò il
segreto della cosa, colui che disse dell’amore:
«_Tutti gli altri piaceri non valgono le sue pene_»).
quando il giorno non era lungo abbastanza, e la notte era consumata in
acuti ricordi; quando il capo ardeva tutta la notte sul guanciale, per
risolversi ad una generosa azione; quando la luce della luna era una
febbre piacevole, e le stelle erano lettere, ed i fiori cifre, e l’aria
era satura di canti; quando ogni impresa sembrava un’impertinenza,
e tutti gli uomini e tutte le donne, correnti di qua e di là nelle
strade, non erano che semplici imagini.
La passione ricostruisce per la gioventù il mondo. Essa dà a tutte le
cose vita e significato. La natura diviene cosciente; ogni uccello
sui rami di un albero canta ora al suo cuore ed alla sua anima. Le
note di esso sono quasi articolate. Le nubi hanno dei visi quando
egli le guarda. Gli alberi della foresta, l’erba ondeggiante, i fiori
sbocciami, divengono intelligenti; ed egli quasi teme di confidar loro
il segreto, cui essi sembrano invitarlo. La natura lo blandisce e con
lui simpatizza. Egli trova nella verde solitudine un soggiorno più caro
che fra gli uomini.
Guardate nel bosco il bel pazzo! Egli è un palazzo di dolci suoni e di
dolci visioni; egli si espande; egli è due volte un uomo; cammina colle
braccia appoggiate sulle anche; parla da solo; si avvicina all’erba ed
agli alberi; sente nelle sue vene il sangue della viola, del garofano
e del giglio; ed egli parla col ruscello che lambe i suoi piedi. Le
cause che hanno aperto in lui le percezioni della bellezza naturale gli
hanno fatto amare la musica ed il verso. È un fatto spesso osservato,
che uomini che non avrebbero potuto scriver bene in qualsiasi altra
circostanza hanno scritto dei buoni versi sotto l’ispirazione della
passione. La passione ha lo stesso potere su tutta la natura. Essa
espande il sentimento; ingentilisce lo zotico, e rincuora il codardo.
Essa infonderà animo e coraggio nel cuore più pusillanime ed abietto
per sfidare il mondo, purchè abbia l’incitamento dell’oggetto amato.
Donandosi ad un altro, l’uomo si dona maggiormente a se stesso. Egli
è così un uomo nuovo, con nuove percezioni, con propositi nuovi e più
oculati, e con una religiosa solennità di carattere e di intenti. Egli
non appartiene più alla sua famiglia ed alla sua società; _egli_ è
qualchecosa; _egli_ è una persona; _egli_ è un’anima. E qui esaminiamo
un poco più da vicino la natura di quell’influsso che è così potente
sulla gioventù umana. Avviciniamoci ed ammiriamo la bellezza, la cui
rivelazione all’uomo noi oggi celebriamo; la bellezza, benvenuta come
il sole, ovunque le piaccia di brillare, che per mezzo suo allieta
ognuno e lo allieta con se stesso. Meraviglioso è il suo fascino:
essa pare sufficiente a se stessa. L’amante non può nella sua fantasia
immaginare la sua donna povera e solitaria. La società per se stessa
è come una pianta in fiore, altrettanto dolce, germogliante, spirante
grazia ed insegna perchè la Bellezza sia stata dipinta con amorini e
grazie, seguenti i suoi passi. La sua esistenza arricchisce il mondo.
Sebbene essa allontani dagli occhi dell’amante tutte le altre persone
come povere ed indegne, essa lo ricompensa trasformando il suo essere
in qualchecosa di impersonale, di grande, di universale, così che la
sua donna gli si mostra come l’ideale di tutti i valori e di tutte le
virtù. Per questa ragione l’amante non vede mai una rassomiglianza
personale fra la sua donna, i suoi parenti od altre donne. I suoi
amici trovano in essa una somiglianza con sua madre o le sue sorelle
o con persone non consanguinee. L’amante invece non vede alcuna
rassomiglianza se non con le sere d’estate, i mattini brillanti, gli
arcobaleni e i canti degli uccelli. La bellezza è sempre quella che gli
antichi stimarono cosa divina e che chiamarono il fiore della virtù.
Chi può analizzare il fascino senza nome che emana da questo o da quel
viso, da questa o da quella forma? Noi siamo agitati da sentimenti di
tenerezza e di compiacenza, ma non possiamo constatare dove volgano
questa emozione squisita e questo raggio vagante. L’immaginazione
ci impedisce di riferirli all’organismo. Nè essi si ricollegano a
qualsiasi relazione d’amicizia e di amore, conosciuta e posseduta
dalla società, ma, per quanto mi pare, essi derivano da una sfera
completamente diversa ed irraggiungibile; da relazioni di delicatezza e
di dolcezza trascendentali; da una terra di fate che le rose e le viole
accennano e preannunziano. Noi non possiamo conquistare la bellezza.
La sua natura è pari allo splendore opalino della gola delle tortore,
ondeggiante ed evanescente. In ciò la bellezza somiglia alle cose più
eccellenti, che hanno il carattere dell’arcobaleno, e rendono vani
tutti i tentativi di appropriazione e di uso. Che cosa altro volle dire
Jean Paul Richter, quando disse alla musica: «Via, via, tu mi parli di
cose che in tutta la mia vita interminabile non trovai, nè troverò»? Lo
stesso fatto può essere osservato in ogni opera delle arti plastiche.
La statua è bella quando incomincia ad essere incomprensibile, quando
sfugge alla critica, e non può essere più misurata con il compasso
o con il metro, ma richiede una immaginazione attiva per seguirla
e per dire ciò che sta per fare. Il dio o l’eroe dello scultore è
sempre rappresentato nella transizione _da_ ciò che è rappresentabile
ai sensi, _a_ ciò che non lo è. Allora la statua cessa d’essere un
macigno. La stessa osservazione vale per la pittura. E in poesia il
successo non è raggiunto quando essa ci alletta e soddisfa, ma quando
essa ci stupisce e ci infiamma con nuove prove verso l’irraggiungibile.
A questo riguardo Landor si domanda se ciò non debba riferirsi a
qualche stato più puro di sensazione e di esistenza.
Così dev’essere per la bellezza personale, che l’amore adora; essa
allora ci affascina quando ci allontana da ogni scopo; quando diventa
una storia senza fine; quando accende in noi luci e visioni, e non
risveglia desiderî terreni; quando ci pare troppo lucente e troppo
buona per il nutrimento quotidiano dell’umana natura; quando fa sentire
al contemplante la sua indegnità; quando lo conduce a negare il suo
diritto ad essa, anche se fosse Cesare, ed a convincerlo di non aver
su di essa maggior diritto di quanto ne abbia sul firmamento e sugli
splendori di un tramonto.
Da questo venne il detto «Se ti amo, che cosa t’importa?», perchè
noi sentiamo che ciò che amiamo non è nella nostra volontà, ma al
disopra di essa; non è voi, ma è la vostra irradiazione. È ciò che voi
non conoscete in voi stesso, e non potrete mai conoscere. Questo si
accorda con quell’alta filosofia del bello, della quale si dilettavano
gli antichi scrittori; poichè essi dicevano che l’anima dell’uomo
incorporatasi sulla terra, andava vagando in cerca di quell’altro mondo
suo proprio dal quale venne in questo; ma tosto colpita dalla luce
del sole naturale, fu impotente a vedere qualsiasi altro oggetto se
non quelli di quaggiù, i quali non sono che le ombre delle cose reali.
Perciò la Divinità manda la gloria della giovinezza innanzi all’anima,
affinchè essa possa servirsi dei corpi leggiadri come mezzo per
ricordarsi del bene e del bello celestiale; e così l’uomo, contemplando
una bella persona di sesso femminile, fruisce della gioia più alta nel
mirarne la forma, il movimento e l’intelligenza, perchè gli si rivela
la presenza di ciò che è nella bellezza, e la causa della bellezza
stessa.
Se però, per il soverchio contatto con gli oggetti materiali, l’anima
fosse grossolana, e ponesse le sue soddisfazioni nel corpo, essa
raccoglierebbe null’altro che dolore; essendo il corpo incapace di
compiere la promessa che la bellezza pone; ma, se seguendo le visioni
e gli incitamenti che la bellezza reca alla sua mente, l’anima passa
attraverso il corpo, e si volge ad ammirare i tratti del carattere,
e se gli amanti si contemplano nei loro discorsi e nelle loro
azioni, allora essi penetrano nel vero tempio della bellezza, più
e più ne infiammano il loro amore, e con questo, spegnendo le basse
affezioni, come il sole spegne il fuoco brillante sul focolare, essi
diventano puri e santi. Dalla conversazione di ciò che è per se stesso
eccellente, magnanimo e giusto, l’amante viene ad un più vivo amore
per queste nobili cose, e ad una più rapida intelligenza di esse.
Allora egli dall’amarle in una sola persona passa ad amarle in tutte,
e così quell’anima bella è soltanto la porta per la quale egli entra
nel mondo di tutte le anime nobili e pure. Nella società particolare
della sua compagna egli acquista una percezione più chiara di qualsiasi
macchia, di qualsiasi guasto, che la bellezza di lei abbia contratto da
questo mondo, e può indicarli con mutua gioia, poichè essi sono ora in
condizione di additare senza offesa i reciproci difetti ed i reciproci
torti e di soccorrersi vicendevolmente onde emendarsi. E, osservando
in molte anime i tratti della divina beltà, e separando in ogni anima
ciò che è divino dal marchio contratto nel mondo, l’amante ascende,
attraverso a questa scala di anime create, alla più alta bellezza,
all’amore ed alla conoscenza della Divinità.
Gli uomini di tutte le età veramente saggi qualcosa di simile ci
hanno detto riguardo all’amore. La dottrina non è vecchia, ma nemmeno
è nuova. Se Platone, Plutarco ed Apuleio l’hanno insegnata, così han
fatto Petrarca, Michelangelo e Milton. Essa attende una sanzione più
profonda come opposizione e biasimo a quella prudenza sotterranea
che presiede ai matrimoni, fatta di parole che si volgono al mondo
superiore, mentre un occhio è eternamente fisso alla cantina; cosicchè
i più gravi discorsi hanno sapore di prosciutto e di tinozza. Peggio
ancora, quando il ceffo di questo sensualismo s’insinua nell’educazione
delle giovani donne, e avvizzisce le speranze e gli affetti della
natura umana, insegnando che il matrimonio non significa altro che
«buona massaia», e che la vita della donna non ha altro scopo.
Ma questo sogno di amore, sebbene bello, è solamente una scena della
nostra commedia. Nella processione dell’anima dall’interno all’esterno,
essa allarga sempre i suoi circoli, come la pietra gettata nello
stagno o la luce derivante da un’orbita. I raggi dell’anima illuminano
prima le cose più vicine, ogni utensile e ogni giocattolo, le nutrici
ed i servi, la casa, il cortile ed i viandanti, il cerchio delle
conoscenze famigliari, poi la politica, la geografia, la storia. Ma per
necessità della nostra costituzione le cose si adunano sempre secondo
leggi più alte e più segrete. La vicinanza, la dimensione, i numeri,
le abitudini, le persone, pérdono gradatamente il loro potere su di
noi. La causa e l’effetto, l’affinità reale, il desiderio di armonia
fra l’anima e la circostanza, l’istinto progressivo idealizzante,
predominano più tardi, ed il ritorno dalle relazioni più elevate a
quelle più basse diviene impossibile. Così perfino l’amore, che è la
deificazione delle persone, deve divenire ogni giorno più impersonale.
Di ciò non si ha indizio al suo nascere. Il giovane e la ragazza che
si guardano attraverso alle camere affollate, con occhi pieni di muta
intelligenza, poco pensano ai frutti preziosi, che dopo lungo tempo
verranno da questo nuovo stimolo completamente esterno. L’opera della
vegetazione s’inizia a tutta prima coll’irritabilità della corteccia
e dei germogli. Dallo scambio di sguardi, essi passano ad atti di
cortesia, di galanteria, di poi alla fiera passione, al fidanzamento
ed infine al matrimonio. La passione contempla l’oggetto suo come
una perfetta unità. L’anima è interamente incorporata ed il corpo è
interamente spiritualizzato.