Questa stima esagerata delle possibilità di Paolo e di Pericle,

questo avvilimento delle nostre proprie possibilità, deriva dalla

nostra noncuranza dei fatti, che hanno identica natura. Buonaparte non

conosceva che un solo merito, e ricompensava in un solo ed identico

modo il buon soldato, ed il buon astronomo, il buon poeta ed il buon

artista. E in questo modo egli palesava la sua percezione di un grande

fatto. Il poeta fa uso dei nomi di Cesare, di Tamerlano, di Bonduca,

di Belisario; il pittore si serve della storia convenzionale della

Vergine Maria, di Paolo, di Pietro. Egli pertanto non si sottomette

alla natura di questi uomini accidentali, di questi eroi. Se il poeta

scrive un vero dramma, allora egli è Cesare, e non colui che illustra

Cesare; allora la stessa corrente di pensiero, l’emozione altrettanto

pura, lo spirito altrettanto sottile, i movimenti altrettanto rapidi,

incalzanti, stravaganti; un cuore altrettanto grande, che basta a se

stesso, intrepido, che sulle onde del suo amore e della sua speranza

può alzare tutto ciò che si crede solido e prezioso al mondo, —

palazzi, giardini, denaro, navi, regni — segnando il suo proprio

incomparabile valore con il disprezzo di questi ornamenti degli uomini

— è cosa sua, e col suo potere egli eccita le nazioni. Ma i grandi

nomi a lui non giovano, s’egli non ha in se stesso la vita. Creda

l’uomo in Dio e non nei nomi o nei luoghi o nelle persone. L’anima

grande s’incarni pure nel corpo di qualche donna, povera, triste e

derelitta, in qualche Dolly o Giovanna, che debba servire, spazzare le

camere, lavare i pavimenti, ed i suoi fulgidi raggi non potranno essere

affievoliti o nascosti; ma lo spazzare ed il lavare appariranno subito

azioni supreme e belle, vertice e splendore della vita umana, e tutta

la gente vorrà imitarla; finchè, ecco! di colpo, la grande anima ha

trasfusa se stessa in qualche altra forma, ed ha compiuta qualche altra

azione, che diviene a sua volta il fiore ed il capo di tutta la natura

vivente.

Noi siamo i fotometri, l’impressionabile foglio d’oro e la lamina di

stagno, che misura l’accumularsi del sottile elemento. Noi conosciamo

gli autentici effetti del vero fuoco, attraverso a ciascuna delle sue

mille trasformazioni.

QUINTO SAGGIO

AMORE

Ogni anima è per ogni altra anima una Venere celestiale. Il cuore

ha i suoi sabbati ed i suoi Giubilei, nei quali il mondo appare come

una festa nuziale ed in cui le voci della natura e lo svolgersi delle

stagioni sono canti ed esotiche danze. L’amore è onnipossente nella

natura come causa e come ricompensa. Amore è la nostra parola più alta

e sinonimo di Dio. Ogni promessa dell’anima ha innumeri adempimenti;

ciascuna delle sue gioie fiorisce in un nuovo bisogno. La natura

illimitata, fluente, previdente, anticipa di già nel primo sentimento

di deferenza, una benevolenza che perderà ogni privato particolare

aspetto nella sua luce generale. L’introduzione a questa felicità sta

in una reciproca relazione intima e tenera fra due persone, relazione

che è l’incanto della vita umana, che come una divina pazzia ed

un entusiasmo divino, conquide l’uomo in un dato periodo, ed opera

una rivoluzione nella sua mente e nel suo corpo; lo unisce alla sua

razza, lo lega alle sue relazioni domestiche e civili, lo volge con

rinnovata simpatia verso la natura, rialza il potere dei sensi, schiude

l’immaginazione, aggiunge al suo carattere attributi eroici e sacri,

stabilisce il matrimonio, e dà durevolezza alla società umana.

L’associazione naturale del sentimento dell’amore con l’ardore del

sangue sembra richiedere, onde descriverlo con vivi colori e coincidere

con la palpitante esperienza di ogni giovanetto e di ogni ragazza, un

individuo non troppo vecchio. Le deliziose fantasie della gioventù

rifiutano il più tenue sapore di una filosofia matura, come quella

che agghiaccia con l’età e la pedanteria la loro purpurea fioritura.

E perciò so di incorrere nell’accusa di durezza e di inutile stoicismo

da parte di coloro che compongono la Corte e il Parlamento dell’Amore.

Ma contro questi formidabili censori, mi appellerò ai miei padri.

Poichè deve considerarsi che questa passione, sebbene incominci con

il giovane, pure non abbandona il vecchio, o piuttosto, non lascia

che nessuno, il quale sia realmente suo servitore, invecchi, ma lo fa

partecipe dei suoi doni non meno della tenera giovinetta, ancorchè

in un modo differente e più nobile. Perchè l’amore è un fuoco, che

avvivato nello stretto cavo di un cuore da una scintilla vagante uscita

da un altro petto, brilla e si espande, finchè riscalda ed illumina

moltitudini di uomini e di donne, accende il cuore universale di

tutti, e irradia l’intiero mondo e tutta la natura, con le sue fiamme

generose. Non importa adunque se noi tentiamo di descrivere la passione

a venti a trenta o ad ottanta anni. Colui che la descrive nel suo primo

o nel suo ultimo periodo di vita, perderà di essa le particolarità,

attinenti all’uno o all’altro periodo.

Soltanto è da sperare che, con la pazienza e con l’aiuto delle Muse,

possiamo raggiungere quella interna visione della legge, che ci

paleserà una verità sempre giovane e bella, e così centrale da attirare

a sè lo sguardo, da qualsiasi angolo sia veduta.

E la prima condizione è, che noi dobbiamo abbandonare una troppo

stretta e tarda aderenza ai fatti, e studiare il sentimento come esso

apparve nelle speranze e non nella storia; perchè ogni uomo vede nella

sua immaginazione la propria vita deturpata e sfigurata, come certo

non è là vita di un uomo. Ogni uomo vede al disopra della sua propria

esperienza un certo marchio d’errore, mentre quella degli altri uomini

gli appare bella ed ideale. Ritorni ogni uomo a quelle deliziose

relazioni, che compongono la bellezza della sua vita, che gli hanno

dato la più sincera istruzione e il più leale nutrimento, ed egli

indietreggerà ognora più.

Ahimè! Non so perchè, ma infinite compunzioni amareggiano nella vita

matura il ricordo della gioia germogliante, e coprono ogni nome amato.

Ogni cosa è bella veduta dall’intelletto o veduta come verità; ma

tutto è amaro se lo si vede come esperienza. I dettagli sono pieni

di melanconia; il complesso è dignitoso e nobile. È strano quanto

penoso sia il mondo attuale, regno doloroso del tempo e dello spazio.

Qui abitano l’affanno, il cancro ed il timore. Là con il pensiero

e coll’ideale v’è la giocondità immortale, il fiore della gioia, ed

intorno ad essa cantano tutte le Muse. Ma il dolore pure si attacca ai

nomi, alle persone ed al parziale interesse dell’oggi e dell’ieri.

Noi possiamo constatare questa forte tendenza della natura dallo

sviluppo che questo argomento delle relazioni personali prende nelle

conversazioni sociali. Che cosa desideriamo noi maggiormente sapere di

qualsiasi degna persona, se non come egli sia riuscito nella storia

del sentimento? Quali libri circolano nelle biblioteche circolanti?

Come ci accendiamo leggendo quelle novelle passionali, in cui la

vicenda è narrata con qualche scintilla di verità e di naturalezza! E

che cosa nel corso della vita avvince più di un incidente che riveli

l’affezione fra due persone? Forse noi non le vedemmo mai prima, e

forse non le incontreremo mai più, ma noi le vediamo scambiarsi uno

sguardo furtivo o tradire una profonda emozione, e noi diventiamo dei

familiari. Noi le comprendiamo e prendiamo il più vivo interesse allo

svolgersi del loro romanzo. Tutto il genere umano ama un’amante. Le

primissime dimostrazioni di compiacenza e di cortesia sono le pitture

più seducenti della natura. È l’aurora della civiltà e della grazia

nel selvaggio e nel rustico. Lo zotico ragazzo del villaggio vessa le

ragazze alla porta della scuola; — ma oggi egli viene correndo verso

l’entrata, ed incontra una bella bambina che prepara la sua cartella:

egli le tiene i libri per aiutarla, ed immediatamente gli pare che

essa si allontani da lui all’infinito, e si chiuda come in un sacro

recinto. Fra la folla di ragazze egli corre rudemente, ma una sola

lo tiene a distanza; e questi due piccoli vicini, che erano dianzi

così a lato, hanno imparato ora a rispettare reciprocamente la loro

propria personalità. — Chi può togliere lo sguardo dai modi insinuanti

a metà astuti ed a metà ingenui delle scolare che vanno nei negozi

dei villaggi a comperare una matassa di seta od un foglio di carta,

e rimangono mezz’ora con il ragazzo della bottega, dal viso paffuto e

dal carattere buono? Nel villaggio essi sono in perfetta uguaglianza,

in quella uguaglianza di cui l’amore si diletta, ed in cui senza

civetteria l’indole lieta ed amorevole della donna si espande in un

grazioso chiacchierìo. Le ragazze possono avere poca bellezza, pure

chiaramente si stabiliscono fra esse ed il buon ragazzo le relazioni

più piacevoli e familiari; conversano di Edgardo, di Giona e di Almira;

di chi fu invitato a quella partita; e di chi danzò alla scuola di

ballo; dell’epoca in cui la scuola di canto incomincierà e di altre

piccole cose, sulle quali le coppie s’intrattengono. Passa del tempo,

e quel ragazzo abbisogna di una moglie, ed egli saprà dove trovare una

sincera e dolce compagna, senza incorrere in quei rischi che Milton

deplora a proposito degli eruditi e dei grandi uomini.

Mi è stato detto che la mia filosofia è antisociale e che in qualche

mio discorso pubblico la mia riverenza per l’intelletto mi rese

ingiustamente freddo verso le relazioni personali. Ma ora quasi io

raccapriccio al ricordo di tali parole di spregio. Poichè le persone

costituiscono il mondo dell’amore, ed il più freddo filosofo non

può ricordare il dovere della giovane anima vagante nella natura a

discrezione del potere dell’amore, senza essere tentato di dichiarare

come traditrice della natura, qualsiasi cosa ostacolante gli istinti

sociali. Poichè, sebbene questa estasi celestiale che viene dal cielo

s’impossessa solamente degli individui di tenera età, e sebbene la

bellezza che domina ogni analisi ed ogni comparazione, e che ci mette

fuori di senno, la si possa raramente trovare dopo i trent’anni; pure

il ricordo di queste visioni vive più a lungo di tutti gli altri

ricordi, ed è una ghirlanda di fiori sulle fronti più vecchie. Ma

ecco un fatto strano: può parere a molti uomini, ritornando sulla

loro esperienza, di non aver pagina più bella nel libro della loro

vita, che la deliziosa memoria di certi momenti, in cui l’affetto

tentò di dare ad un complesso di circostanze accidentali e volgari un

fascino superiore alla loro reale attrazione. — Guardando indietro

essi possono trovare che molte cose, le quali non erano il fascino,

hanno maggior realtà nella sua memoria brancolante del fascino stesso

che le profumava. Ma qualunque sia la nostra esperienza delle cose

particolari, nessun uomo mai dimentica le visite fatte al suo cuore ed

al suo cervello da quella potenza, che fece tutte le cose nuove; che fu

per lui l’aurora della musica, della poesia, e dell’arte; che fece il

viso della natura raggiante di luce purpurea, e che variò gli incanti

del mattino e della notte; nessuno mai dimentica il tempo in cui il

suono di una sola voce poteva far balzare il cuore, e in cui la più

volgare circostanza associata con una forma veniva immersa nell’ambra

della memoria; il tempo in cui egli diventava tutto occhi quando ella

era presente, e tutto memoria quando essa era andata; quando il giovane

diventa il custode delle finestre, premuroso di un guanto, di un velo,

di un nastro, delle ruote di una vettura; quando nessun luogo è troppo

solitario e nessuno troppo silenzioso per lui che trova migliore

compagnia e più dolce conversazione nei suoi nuovi pensieri che con

qualsiasi dei suoi vecchi amici, anche i migliori e i più puri; perchè

le parvenze, i moti, le parole del soggetto amato, non sono come le

altre imagini disegnate nell’acqua, ma, come disse Plutarco «smaltate

nel fuoco», e formano la meditazione delle ore notturne.

«_Tu non sei andata pur essendo andata; ovunque tu sei_

_Tu lasci in lui i tuoi occhi attenti, in lui il tuo amante

cuore._»

Nel meriggio e nella sera della vita palpitiamo ancora al ricordo dei

giorni in cui la felicità non era felice abbastanza, ma doveva essere

mescolata al sapore del dolore e dell’ansia; (perchè veramente toccò il

segreto della cosa, colui che disse dell’amore:

«_Tutti gli altri piaceri non valgono le sue pene_»).

quando il giorno non era lungo abbastanza, e la notte era consumata in

acuti ricordi; quando il capo ardeva tutta la notte sul guanciale, per

risolversi ad una generosa azione; quando la luce della luna era una

febbre piacevole, e le stelle erano lettere, ed i fiori cifre, e l’aria

era satura di canti; quando ogni impresa sembrava un’impertinenza,

e tutti gli uomini e tutte le donne, correnti di qua e di là nelle

strade, non erano che semplici imagini.

La passione ricostruisce per la gioventù il mondo. Essa dà a tutte le

cose vita e significato. La natura diviene cosciente; ogni uccello

sui rami di un albero canta ora al suo cuore ed alla sua anima. Le

note di esso sono quasi articolate. Le nubi hanno dei visi quando

egli le guarda. Gli alberi della foresta, l’erba ondeggiante, i fiori

sbocciami, divengono intelligenti; ed egli quasi teme di confidar loro

il segreto, cui essi sembrano invitarlo. La natura lo blandisce e con

lui simpatizza. Egli trova nella verde solitudine un soggiorno più caro

che fra gli uomini.

Guardate nel bosco il bel pazzo! Egli è un palazzo di dolci suoni e di

dolci visioni; egli si espande; egli è due volte un uomo; cammina colle

braccia appoggiate sulle anche; parla da solo; si avvicina all’erba ed

agli alberi; sente nelle sue vene il sangue della viola, del garofano

e del giglio; ed egli parla col ruscello che lambe i suoi piedi. Le

cause che hanno aperto in lui le percezioni della bellezza naturale gli

hanno fatto amare la musica ed il verso. È un fatto spesso osservato,

che uomini che non avrebbero potuto scriver bene in qualsiasi altra

circostanza hanno scritto dei buoni versi sotto l’ispirazione della

passione. La passione ha lo stesso potere su tutta la natura. Essa

espande il sentimento; ingentilisce lo zotico, e rincuora il codardo.

Essa infonderà animo e coraggio nel cuore più pusillanime ed abietto

per sfidare il mondo, purchè abbia l’incitamento dell’oggetto amato.

Donandosi ad un altro, l’uomo si dona maggiormente a se stesso. Egli

è così un uomo nuovo, con nuove percezioni, con propositi nuovi e più

oculati, e con una religiosa solennità di carattere e di intenti. Egli

non appartiene più alla sua famiglia ed alla sua società; _egli_ è

qualchecosa; _egli_ è una persona; _egli_ è un’anima. E qui esaminiamo

un poco più da vicino la natura di quell’influsso che è così potente

sulla gioventù umana. Avviciniamoci ed ammiriamo la bellezza, la cui

rivelazione all’uomo noi oggi celebriamo; la bellezza, benvenuta come

il sole, ovunque le piaccia di brillare, che per mezzo suo allieta

ognuno e lo allieta con se stesso. Meraviglioso è il suo fascino:

essa pare sufficiente a se stessa. L’amante non può nella sua fantasia

immaginare la sua donna povera e solitaria. La società per se stessa

è come una pianta in fiore, altrettanto dolce, germogliante, spirante

grazia ed insegna perchè la Bellezza sia stata dipinta con amorini e

grazie, seguenti i suoi passi. La sua esistenza arricchisce il mondo.

Sebbene essa allontani dagli occhi dell’amante tutte le altre persone

come povere ed indegne, essa lo ricompensa trasformando il suo essere

in qualchecosa di impersonale, di grande, di universale, così che la

sua donna gli si mostra come l’ideale di tutti i valori e di tutte le

virtù. Per questa ragione l’amante non vede mai una rassomiglianza

personale fra la sua donna, i suoi parenti od altre donne. I suoi

amici trovano in essa una somiglianza con sua madre o le sue sorelle

o con persone non consanguinee. L’amante invece non vede alcuna

rassomiglianza se non con le sere d’estate, i mattini brillanti, gli

arcobaleni e i canti degli uccelli. La bellezza è sempre quella che gli

antichi stimarono cosa divina e che chiamarono il fiore della virtù.

Chi può analizzare il fascino senza nome che emana da questo o da quel

viso, da questa o da quella forma? Noi siamo agitati da sentimenti di

tenerezza e di compiacenza, ma non possiamo constatare dove volgano

questa emozione squisita e questo raggio vagante. L’immaginazione

ci impedisce di riferirli all’organismo. Nè essi si ricollegano a

qualsiasi relazione d’amicizia e di amore, conosciuta e posseduta

dalla società, ma, per quanto mi pare, essi derivano da una sfera

completamente diversa ed irraggiungibile; da relazioni di delicatezza e

di dolcezza trascendentali; da una terra di fate che le rose e le viole

accennano e preannunziano. Noi non possiamo conquistare la bellezza.

La sua natura è pari allo splendore opalino della gola delle tortore,

ondeggiante ed evanescente. In ciò la bellezza somiglia alle cose più

eccellenti, che hanno il carattere dell’arcobaleno, e rendono vani

tutti i tentativi di appropriazione e di uso. Che cosa altro volle dire

Jean Paul Richter, quando disse alla musica: «Via, via, tu mi parli di

cose che in tutta la mia vita interminabile non trovai, nè troverò»? Lo

stesso fatto può essere osservato in ogni opera delle arti plastiche.

La statua è bella quando incomincia ad essere incomprensibile, quando

sfugge alla critica, e non può essere più misurata con il compasso

o con il metro, ma richiede una immaginazione attiva per seguirla

e per dire ciò che sta per fare. Il dio o l’eroe dello scultore è

sempre rappresentato nella transizione _da_ ciò che è rappresentabile

ai sensi, _a_ ciò che non lo è. Allora la statua cessa d’essere un

macigno. La stessa osservazione vale per la pittura. E in poesia il

successo non è raggiunto quando essa ci alletta e soddisfa, ma quando

essa ci stupisce e ci infiamma con nuove prove verso l’irraggiungibile.

A questo riguardo Landor si domanda se ciò non debba riferirsi a

qualche stato più puro di sensazione e di esistenza.

Così dev’essere per la bellezza personale, che l’amore adora; essa

allora ci affascina quando ci allontana da ogni scopo; quando diventa

una storia senza fine; quando accende in noi luci e visioni, e non

risveglia desiderî terreni; quando ci pare troppo lucente e troppo

buona per il nutrimento quotidiano dell’umana natura; quando fa sentire

al contemplante la sua indegnità; quando lo conduce a negare il suo

diritto ad essa, anche se fosse Cesare, ed a convincerlo di non aver

su di essa maggior diritto di quanto ne abbia sul firmamento e sugli

splendori di un tramonto.

Da questo venne il detto «Se ti amo, che cosa t’importa?», perchè

noi sentiamo che ciò che amiamo non è nella nostra volontà, ma al

disopra di essa; non è voi, ma è la vostra irradiazione. È ciò che voi

non conoscete in voi stesso, e non potrete mai conoscere. Questo si

accorda con quell’alta filosofia del bello, della quale si dilettavano

gli antichi scrittori; poichè essi dicevano che l’anima dell’uomo

incorporatasi sulla terra, andava vagando in cerca di quell’altro mondo

suo proprio dal quale venne in questo; ma tosto colpita dalla luce

del sole naturale, fu impotente a vedere qualsiasi altro oggetto se

non quelli di quaggiù, i quali non sono che le ombre delle cose reali.

Perciò la Divinità manda la gloria della giovinezza innanzi all’anima,

affinchè essa possa servirsi dei corpi leggiadri come mezzo per

ricordarsi del bene e del bello celestiale; e così l’uomo, contemplando

una bella persona di sesso femminile, fruisce della gioia più alta nel

mirarne la forma, il movimento e l’intelligenza, perchè gli si rivela

la presenza di ciò che è nella bellezza, e la causa della bellezza

stessa.

Se però, per il soverchio contatto con gli oggetti materiali, l’anima

fosse grossolana, e ponesse le sue soddisfazioni nel corpo, essa

raccoglierebbe null’altro che dolore; essendo il corpo incapace di

compiere la promessa che la bellezza pone; ma, se seguendo le visioni

e gli incitamenti che la bellezza reca alla sua mente, l’anima passa

attraverso il corpo, e si volge ad ammirare i tratti del carattere,

e se gli amanti si contemplano nei loro discorsi e nelle loro

azioni, allora essi penetrano nel vero tempio della bellezza, più

e più ne infiammano il loro amore, e con questo, spegnendo le basse

affezioni, come il sole spegne il fuoco brillante sul focolare, essi

diventano puri e santi. Dalla conversazione di ciò che è per se stesso

eccellente, magnanimo e giusto, l’amante viene ad un più vivo amore

per queste nobili cose, e ad una più rapida intelligenza di esse.

Allora egli dall’amarle in una sola persona passa ad amarle in tutte,

e così quell’anima bella è soltanto la porta per la quale egli entra

nel mondo di tutte le anime nobili e pure. Nella società particolare

della sua compagna egli acquista una percezione più chiara di qualsiasi

macchia, di qualsiasi guasto, che la bellezza di lei abbia contratto da

questo mondo, e può indicarli con mutua gioia, poichè essi sono ora in

condizione di additare senza offesa i reciproci difetti ed i reciproci

torti e di soccorrersi vicendevolmente onde emendarsi. E, osservando

in molte anime i tratti della divina beltà, e separando in ogni anima

ciò che è divino dal marchio contratto nel mondo, l’amante ascende,

attraverso a questa scala di anime create, alla più alta bellezza,

all’amore ed alla conoscenza della Divinità.

Gli uomini di tutte le età veramente saggi qualcosa di simile ci

hanno detto riguardo all’amore. La dottrina non è vecchia, ma nemmeno

è nuova. Se Platone, Plutarco ed Apuleio l’hanno insegnata, così han

fatto Petrarca, Michelangelo e Milton. Essa attende una sanzione più

profonda come opposizione e biasimo a quella prudenza sotterranea

che presiede ai matrimoni, fatta di parole che si volgono al mondo

superiore, mentre un occhio è eternamente fisso alla cantina; cosicchè

i più gravi discorsi hanno sapore di prosciutto e di tinozza. Peggio

ancora, quando il ceffo di questo sensualismo s’insinua nell’educazione

delle giovani donne, e avvizzisce le speranze e gli affetti della

natura umana, insegnando che il matrimonio non significa altro che

«buona massaia», e che la vita della donna non ha altro scopo.

Ma questo sogno di amore, sebbene bello, è solamente una scena della

nostra commedia. Nella processione dell’anima dall’interno all’esterno,

essa allarga sempre i suoi circoli, come la pietra gettata nello

stagno o la luce derivante da un’orbita. I raggi dell’anima illuminano

prima le cose più vicine, ogni utensile e ogni giocattolo, le nutrici

ed i servi, la casa, il cortile ed i viandanti, il cerchio delle

conoscenze famigliari, poi la politica, la geografia, la storia. Ma per

necessità della nostra costituzione le cose si adunano sempre secondo

leggi più alte e più segrete. La vicinanza, la dimensione, i numeri,

le abitudini, le persone, pérdono gradatamente il loro potere su di

noi. La causa e l’effetto, l’affinità reale, il desiderio di armonia

fra l’anima e la circostanza, l’istinto progressivo idealizzante,

predominano più tardi, ed il ritorno dalle relazioni più elevate a

quelle più basse diviene impossibile. Così perfino l’amore, che è la

deificazione delle persone, deve divenire ogni giorno più impersonale.

Di ciò non si ha indizio al suo nascere. Il giovane e la ragazza che

si guardano attraverso alle camere affollate, con occhi pieni di muta

intelligenza, poco pensano ai frutti preziosi, che dopo lungo tempo

verranno da questo nuovo stimolo completamente esterno. L’opera della

vegetazione s’inizia a tutta prima coll’irritabilità della corteccia

e dei germogli. Dallo scambio di sguardi, essi passano ad atti di

cortesia, di galanteria, di poi alla fiera passione, al fidanzamento

ed infine al matrimonio. La passione contempla l’oggetto suo come

una perfetta unità. L’anima è interamente incorporata ed il corpo è

interamente spiritualizzato.

L'anima, la natura e la saggezza · 第 9 / 32 段