nostra conoscenza vigilante. Le visioni della notte hanno sempre
qualche corrispondenza con le visioni del giorno. I sogni odiosi non
sono che le esagerazioni dei peccati del giorno e certi brutti ceffi
non sono che la personificazione di certe nostre affezioni malvagie.
Sulle Alpi il viaggiatore osserva talvolta la sua propria ombra
ingigantita, cosicchè ogni gesto della sua mano è terrificante. «Miei
ragazzi — disse un vecchio ai suoi bambini spaventati da una figura
apparsa sulla porta oscura — voi non vedrete mai nulla peggiore di
voi stessi». Come nei sogni così negli eventi meno incerti del mondo
ogni uomo si vede in proporzioni gigantesche, senza saper di rimirare
se stesso. Il bene che egli contempla comparato al male ch’egli pure
contempla, è come il suo proprio bene messo in rapporto al suo proprio
male. Ogni dote della sua mente è magnificata in qualcuna delle sue
conoscenze ed ogni emozione del suo cuore in qualche altra. Egli è come
un quinconcio d’alberi o come un acrostico, che si ripete in principio,
nel mezzo ed alla fine. Egli s’accosta ad una persona e un’altra evita,
a seconda della sua somiglianza o della sua differenza, ricercando se
stesso nei suoi associati e più ancora nel suo commercio, nelle sue
abitudini, nei gesti, nei cibi, nelle bevande; ed alla fine egli viene
ad essere fedelmente rappresentato da ogni aspetto delle circostanze
stesse.
L’uomo può leggere ciò che scrive. Che cosa possiamo noi vedere od
acquistare all’infuori di ciò che siamo? Voi avete certamente veduto
un uomo istruito leggere Virgilio. Ebbene questo scrittore rappresenta
mille volumi diversi per mille diverse persone. Prendete il volume a
due mani, toglietevi gli occhi nel leggerlo e non vi troverete mai, ciò
che io vi trovo. Se qualche scaltro lettore volesse avere il monopolio
della saggezza o del godimento che egli ricava dalla lettura, egli
sarebbe sicuro di rendere inglese il libro come se fosse imprigionato
nella lingua delle isole Palaos. Dei buoni libri succede ciò che
succede delle buone compagnie. Introducete una persona volgare fra
gentiluomini: ciò non produrrà alcun effetto: egli non è simile a loro.
Ogni società protegge se stessa: essa è perfettamente sicura e quel
tale non è dei loro, ancorchè il suo corpo sia nel medesimo ambiente.
A che serve combattere contro le leggi eterne della mente, che fissano
le relazioni fra persona e persona, con la misura matematica del loro
avere e del loro essere? Gertrude è innamorata di Guido; come sono
alteri, aristocratici e romani il suo portamento e i suoi modi! Vivere
con lui sarebbe veramente la vita e nessun prezzo per ciò troppo
grande; cielo e terra sono mossi a quello scopo. Ebbene Gertrude
ottiene Guido; ma che cosa serve ora quanto alti ed aristocratici e
romani siano il portamento ed i modi, se il cuore e gli obbietti di lui
sono nel senato, nel teatro, nella sala da bigliardo, ed essa non ha
mezzi, non ha discorsi, che possono incantare il suo grazioso signore?
L’uomo deve avere una sua propria società. Noi possiamo amare nulla,
eccetto la natura. I più grandi ingegni, i più meritevoli sforzi,
realmente non ci toccano molto da vicino, ma un approssimarci od
una rassomiglianza con la natura rappresentano una bella vittoria di
essa. Delle persone, illustri per la loro bellezza, per le loro doti,
degne di ogni meraviglia per il loro fascino, ci avvicinano; esse
dedicano tutta la loro capacità a quel momento ed a quella società,
ma con risultati molto dubbi. Tuttavia, sarebbe certamente ingrato
da parte nostra il non lodarli ad alta voce. Poi, quando tutto ciò
è avvenuto, una persona di mente simile alla nostra, un fratello o
una sorella per natura, viene a noi così pianamente e facilmente,
così a lato ed intimamente, come se fosse sangue delle nostre proprie
vene, e noi abbiamo più l’impressione di qualcuno che se ne è andato,
che di un altro che è venuto; noi siamo completamente sollevati e
ristorati; e proviamo una specie di lieta solitudine. Noi follemente
pensiamo nei nostri giorni di peccato che dobbiamo corteggiare gli
amici in omaggio alle consuetudini sociali, al loro vestito, alla loro
educazione ed al loro valore. Ma più tardi, se è possibile avere tale
fortuna, noi impariamo che solo può essere mia amica quell’anima, che
io trovo sulla linea della mia propria strada, quell’anima alla quale
io non m’inchino, e che non si inchina a me, ma nativa della stessa
latitudine celestiale, ripete nella sua propria esperienza tutta la
mia. Lo scolaro dimentica se stesso e imita le abitudini ed i modi
dell’uomo di mondo, per meritare il sorriso della bellezza; egli è un
folle e segue qualche ragazza insipida, non avendo ancora trovato con
passione religiosa la donna nobile, con tutto ciò che vi è di sereno e
di bello nell’anima sua. Sia egli grande e l’amore lo seguirà. Nulla è
maggiormente punito della negligenza delle affinità, mediante le quali
sole, la società potrebbe essere formata, e della pazza leggerezza
dello sciogliersi gli associati per mezzo degli occhi altrui.
L’uomo può stabilire il suo proprio valore. È massima universale,
degna di ogni accettazione, che l’uomo può avere quell’assegno che
egli stesso si prende. Assumete quel posto e quell’attitudine che vi
spetta per diritto e tutti gli uomini taceranno. Il mondo deve essere
giusto. Esso permette con profonda indifferenza che ogni uomo fissi
il suo proprio valore; sia egli un eroe od un idiota, il mondo non se
ne cura. Esso certamente accetterà la misura del vostro operato e del
vostro essere, sia che strisciate e sconfessiate il vostro nome, sia
che contempliate l’opera vostra, sospinta alla concava sfera dei cieli,
insieme con la rivoluzione delle stelle. La stessa realtà domina ogni
insegnamento. L’uomo può insegnare con l’azione e non altrimenti. Se
egli può comunicar se stesso può insegnare, ma non lo può con semplici
parole. Solo insegna colui che dà, e solo impara colui che riceve. Non
vi è insegnamento finchè l’allievo non è portato allo stesso stato o
principio, in cui voi siete: una trasfusione allora avviene; egli è
voi, e voi siete lui; allora c’è insegnamento; ed egli non potrà mai
perdere del tutto il benefizio del vostro insegnamento per nessuna
cattiva vicenda o cattiva amicizia. Le semplici parole invece escono da
un orecchio a misura che entrano dall’altro. Vediamo annunziato che il
signor Grand terrà una conferenza il quattro di luglio, ed il signor
Hauds pure alla Associazione Meccanica, e noi non andremo, perchè
sappiamo che questi signori non comunicheranno agli uditori il loro
proprio carattere ed il loro essere. Se avessimo ragione di attenderci
tale comunicazione, noi andremmo, affrontando ogni inconveniente ed
opposizione. Gli ammalati stessi vi sarebbero portati nelle barelle.
Ma un discorso pubblico è un vagabondaggio, un tranello, un apologo, un
bavaglio, e non una comunicazione, non un discorso, non un uomo.
Una Nemesi simile presiede a tutti i lavori intellettuali. Noi
dobbiamo ancora imparare che una cosa espressa in parole, non è
per questo affermata. Essa deve affermarsi da sè, poichè nessuna
forma di grammatica o di attendibilità daranno ad essa il carattere
dell’evidenza. L’affermazione deve inoltre contenere la sua propria
scusa per essere stata enunciata.
L’effetto di qualsiasi scritto sulla mente pubblica è matematicamente
misurabile per mezzo della sua profondità di pensiero. Se desta voi al
pensiero, se vi solleva da terra con la grande voce dell’eloquenza,
allora l’effetto sarà ampio, lento, permanente nello spirito degli
uomini; se le pagine non vi istruiscono, esse morranno, come delle
mosche, in un’ora. Il modo di dire e di scrivere, che mai dovrà
decadere, è quello di dire e di scrivere sinceramente. L’argomento che
non ha il potere di raggiungere le mie proprie abitudini, io posso ben
pensare che fallirà tentando di raggiungere le vostre. Ma prendete per
massima quella di Sidney «guarda nel tuo cuore, e scrivi». Colui che
scrive a se stesso scrive ad un pubblico eterno. La sola affermazione
degna di essere fatta pubblica, è quella alla quale voi siete giunti
tentando di soddisfare la vostra propria curiosità. Lo scrittore che
prende il suo soggetto dal suo orecchio e non dal suo cuore, dovrebbe
sapere che egli ha perduto quanto crede di avere guadagnato, e quando
il libro vuoto ha raccolte tutte le lodi, e mezzo mondo ha esclamato
«che poesia! Che genio!» esso abbisogna ancora di combustibile per
fare fuoco. Solo dà profitto ciò che è profittevole. Solo la vita può
dare vita; e benchè noi possiamo far del rumore, saremo solo valutati
in rapporto della valutazione che noi abbiamo fatta di noi stessi.
Non vi è fortuna nella reputazione letteraria. Coloro che dànno il
verdetto finale su ogni libro, non sono i lettori parziali e rumorosi
dell’ora in cui esso appare; ma è una corte simile a un consesso di
angeli, un pubblico che non teme corruzioni, che non vuole suppliche,
che non conosce timori. Soltanto i libri che meritano di rimanere,
si perpetuano. Gli orli dorati, le pergamene, il marocco, le copie
di saggio per tutte le biblioteche, non manterranno in circolazione
un libro al di là della sua intrinseca data. Esso deve correre,
con tutte le reali edizioni di Valpole ed i «Nobili Autori» al suo
destino. Blackmore, Kotzebue o Pollok, possono durare una notte, ma
Mosè ed Omero dureranno per sempre. Non vi sono in tutto il mondo
ed allo stesso tempo, più di una dozzina di persone che leggano e
capiscano Platone: — non ve n’è mai abbastanza per pagare le spese
di una edizione delle sue opere; eppure esse si trasmettono ad ogni
generazione, grazie a quelle poche persone, come se Dio le portasse
sulla sua mano. «Nessun libro — disse Bentley — fu mai scritto e
distrutto se non da se stesso». La durata di tutti i libri non è
fissata da alcun sforzo amichevole od ostile, ma dalla loro propria
gravità specifica o dalla importanza intrinseca del loro contenuto,
in rapporto con lo spirito costante dell’uomo. «Non preoccupatevi
troppo riguardo all’effetto della luce sulla vostra statua — disse
Michelangelo al giovane scultore — la luce della piazza metterà a prova
il suo valore».
In modo simile l’effetto di ogni azione è misurata dalla profondità
del sentimento, da cui essa procede. L’uomo grande non seppe di
essere grande. Due o tre secoli furono necessari affinchè quel fatto
apparisse. Ciò che egli fece fu perchè dovette farlo; egli non ebbe
libertà d’elezione; fu per lui la cosa più naturale al mondo, e scaturì
dalle circostanze del momento. Ma ora tutto ciò che egli ha fatto,
perfino il suo alzare un dito, o il cibarsi del suo pane, appare
grande, coordinato, ed è chiamato istituzione.
Queste sono, in pochi tratti, le dimostrazioni del genio della natura;
essi ci mostrano la direzione della corrente. Ma la corrente è sangue
ed ogni sua goccia è vivente. La verità non ha singole vittorie; tutte
le cose sono suoi organi, non solamente la polvere e le pietre, ma gli
errori e le menzogne. Le leggi delle malattie, dicono i medici, sono
belle come le leggi della salute. La nostra filosofia è affermativa,
e volentieri accetta le testimonianze dei fatti negativi, come ogni
ombra accenna al sole. Per una divina necessità ogni fatto in natura è
obbligato ad offrire la sua testimonianza.
Il carattere umano sempre più si rende evidente: esso non si cela:
esso abborre le tenebre e si lancia nella luce. Il fatto più fuggitivo
o la più insignificante parola, il semplice accenno di fare una cosa
o il proposito recondito, esprimono il carattere. Se voi operate,
palesate il vostro carattere, così se sedete o se dormite. Voi credete,
poichè non avete detto nulla mentre gli altri parlavano, e non avete
espresso nessuna opinione sui tempi, sulla chiesa, sulla schiavitù,
sul collegio, sui partiti o sulle persone, che il vostro verdetto sia
ancora atteso con curiosità, come una saggezza riservata: così non è:
il vostro silenzio risponde ad alta voce. Voi non avete nessun responso
da pronunciare; ed i vostri simili hanno imparato che voi non potete
aiutarli, perchè gli oracoli parlano. Non grida forse la saggezza, e
non fa il raziocinio sentire la sua voce?
Dei limiti terribili sono posti in natura ai poteri della
dissimulazione. La verità tiranneggia le membra recalcitranti del
corpo. Il viso, fu detto, non mente mai. Nessun uomo sarà ingannato, se
studia il variare dell’espressione. Quando un uomo dice il vero, con
spirito del vero, il suo occhio è chiaro come i cieli. Quando egli ha
dei fini bassi, e dice il falso, l’occhio è torbido, e qualche volta
bieco.
Ho udito una volta un esperto consigliere di tribunale affermare
che egli non temeva mai dell’effetto che un avvocato poteva fare sui
giurati, quando non credeva all’innocenza del suo cliente. Se egli non
crede, la sua incredulità apparirà alla giuria, nonostante tutte le
sue affermazioni, e diventerà l’incredulità della giuria stessa. Questa
è quella legge medesima per cui un’opera d’arte, di qualsiasi specie,
ci pone nella stessa condizione di spirito, nella quale era l’artista
quando la fece. Per quanto noi possiamo ripetere le parole tante
volte quante vogliamo, pure noi non possiamo con esse affermare ciò
che noi non crediamo. Fu questa convinzione che Swedenborg espresse,
quando descrisse un gruppo di persone del mondo spirituale, tentanti
invano di articolare una proposizione alla quale non credevano; ed
essi non potevano farlo, anche se piegavano e torcevano le labbra fino
all’indignazione.
Un uomo è considerato per ciò di cui è degno. La curiosità, circa
la stima che la gente ci tributa, è oziosa al pari di ogni nostro
timore di rimanere ignorati. Se un uomo sa che egli può fare una cosa
qualsiasi — che egli può farla meglio di chiunque altro — egli ha la
certezza che tale fatto è conosciuto da tutte le persone. Il mondo
è pieno di giorni del giudizio finale, e ad ogni consesso cui l’uomo
partecipi e per ogni azione che tenta, egli è sondato e contrassegnato.
Un uomo arrivato fra ogni gruppo di ragazzi che salta e corre in ogni
cortile ed in ogni piazza, è accuratamente giudicato in pochi giorni,
e classificato con il suo numero d’ordine, come se egli fosse stato
sottoposto ad una prova formale della sua forza, della sua velocità e
del suo temperamento. Uno straniero viene da una scuola lontana, con
migliori vestiti, con dei ninnoli nelle sue tasche, con delle arie e
delle pretese: un ragazzo più vecchio dice a se stesso: «Fa nulla, lo
scopriremo domani». «_Che cosa ha egli fatto?_» è la domanda divina
che interroga ogni uomo, e che trapassa ogni falsa riputazione. Un
vanesio può sedere su qualunque seggio di questo mondo, senza essere in
quell’ora distinto da Omero o da Washington; ma quando noi ricerchiamo
la verità, non può mai esservi dubbio intorno la rispettiva abilità
degli esseri umani. La pretensione può giacere, ma non può operare. La
pretensione non tentò mai un atto di vera grandezza, non scrisse mai
l’Iliade, nè scacciò Serse, nè rese cristiano il mondo, nè abolì la
schiavitù.
Sempre tanta virtù appare quanta realmente ve ne è; e tanta riverenza
quanto è il bene. Tutti i demoni rispettano la virtù. La congrega
elevata, generosa, devota a se stessa, istruirà e guiderà sempre il
genere umano. Una parola sincera non fu mai completamente perduta.
Giammai una magnanimità cadde al suolo; sempre il cuore dell’uomo la
inchina e l’accetta inaspettatamente. Un uomo è considerato per ciò di
cui è degno. Egli scolpisce ciò che realmente egli è, sul suo viso,
sulla sua forma, sulle sue fortune, in lettere luminose che tutti,
eccetto lui, possono leggere. A nulla gli serve il nascondere; a nulla
il vanagloriarsi. Vi è una confessione nello sguardo dei nostri occhi,
nei nostri sorrisi, nei saluti, nelle strette di mano. Il suo peccato
lo atterra e corrompe tutte le sue buone impressioni. Gli uomini non
sanno perchè non confidino in lui; pure non hanno in lui fiducia.
Il suo vizio rende vitreo il suo occhio, affloscia la sua gota,
assottiglia il suo naso, pone il marchio della bestia sulla nuca, e
scrive «folle, folle» sulla fronte di un re.
Se non volete che si conosca la vostra attività non operate. Un uomo
può folleggiare sulle sabbie di un deserto, ma ogni granello di sabbia
parrà osservarlo. Egli può essere un mangiatore solitario, ma non può a
lungo sostenere la sua posizione. Una complessione fiacca, uno sguardo
brutale, degli atti ingenerosi, la mancanza delle dovute cognizioni
ecc. tutte parlano. Possono un cuoco, un facchino, esser confusi con
uno Zenone o con S. Paolo? Confucio esclamò: «Come può un uomo esser
celato?!»
D’altra parte l’eroe non teme, che tacendo il racconto di un atto
giusto e coraggioso, esso non sia riconosciuto e non venga amato. Un
uomo lo conosce — egli stesso — ed è sicuro che, per la dolcezza della
quiete, e per la nobiltà dello scopo esso condurrà in fine ad una
cosa migliore che non la sua proclamazione. La virtù sta nell’aderire
con l’azione alla natura delle cose, e la natura delle cose la rende
predominante. Essa consiste in una perpetua sostituzione dell’essere al
parere, in quella proprietà sublime di Dio dicente: Io sono.
L’ammonimento che queste osservazioni ci offrono è: «Siate, e non
sembrate.» Sottomettiamoci ad esso. Togliamo la nostra vanitosa nullità
fuori del sentiero dei divini recinti. Scordiamo la nostra saggezza
umana. Inchiniamoci al potere di Dio, ed impariamo che solo la verità
fa ricchi i grandi.
Se visitate l’amico vostro, quale bisogno avete di fargli le scuse per
non averlo visitato prima, facendogli così perdere il tempo e spiegando
il vostro proprio atto? Visitatelo ora. Senta egli che il più alto
amore è venuto a vederlo, in voi, suo più infimo organo. Perchè dovete
tormentare voi stessi e il vostro amico con segreti rimproveri, perchè
non lo avete assistito o non gli avete fatto doni e saluti in passato?
Siate voi un dono ed una benedizione. Brillate di luce vera, e non di
quella riflessa e presa in prestito dai doni. Gli uomini comuni sono
scuse per gli uomini; essi chinano il capo, si scagionano con ragioni
prolisse, ed accumulano le apparenze, perchè la sostanza non esiste.
Noi abbondiamo di queste superstizioni del senso; noi adoriamo la
grandezza. Dio non si cura della grandezza: la balena ed il verme sono
per lui di ugual dimensione. Noi diciamo che il poeta è ozioso, perchè
non è presidente o mercante o facchino. Noi adoriamo un’istituzione
e non vediamo che essa è fondata su un nostro pensiero. Ma l’azione
vera è nei momenti silenziosi. Le epoche della nostra vita non sono
nei fatti visibili della nostra scelta di una carriera, nel nostro
matrimonio, nell’acquisto di un ufficio e simili, ma in un pensiero
silenzioso sorto sul lato della via, mentre camminiamo; in un pensiero,
che rivede il nostro intiero modo di vita, e dice, «Tu hai fatto così,
ma sarebbe stato meglio altrimenti». E tutti i nostri anni posteriori,
simili a schiavi, servono e dipendono da questo pensiero, ed a seconda
della loro abilità, eseguiscono il suo volere. Questa revisione o
correzione è una forza costante, che come una tendenza, dura tutta
la nostra vita. L’oggetto dell’uomo, lo scopo di questi momenti, è di
fare splendere la luce del giorno attraverso a lui; è di lasciare che
la legge penetri il suo intero essere senza ingombri, di modo che, in
qualsiasi punto del suo operato cadano i vostri occhi, esso vi informi
completamente del suo carattere, vi dica quali siano il suo modo di
vita, la sua casa, la sua religione, la sua società, la sua letizia,
i suoi voti e l’opposizione sua. Ma egli ora non è omogeneo, bensì
eterogeneo, ed il raggio non lo attraversa: non vi sono delle luci
e l’occhio dell’osservatore è imbarazzato, scoprendo molte tendenze
dissimili, e non ancora una vita in alcuna di queste.
Perchè noi disprezzeremo per partito preso, con la nostra falsa
modestia l’uomo che noi siamo, ed il modo di essere che ci fu
assegnato? Un uomo buono è contento. Io amo ed onoro Epaminonda, ma
non desidero d’essere Epaminonda e credo più giusto amare il mondo
presente, che il mondo del suo tempo. E se io sono sincero, voi non
potete destare in me la più piccola inquietudine col dire «Egli operò
e tu giaci immobile». Io osservo che l’azione è buona, quando essa è
necessaria; ma che è pure buona l’inerzia. Se Epaminonda fu l’uomo che
io serenamente immagino, non avrebbe operato se la sua sorte fosse
stata pari alla mia. Il cielo è grande, e concede posto per tutti
i modi di amore e di fortitudine. Perchè dovremmo noi essere degli
uomini affacendati e superservili? L’azione e l’inazione sono identiche
di fronte al vero. Un pezzo dell’albero è tagliato per fare una
banderuola, e un altro pezzo per il sostegno di un ponte; la virtù del
legno è visibile ad ogni modo in entrambi.
Io non voglio avvilire l’anima. Il fatto che io sono qui, certamente
mi dimostra che l’anima ha bisogno in questo luogo di un organo. Non
assumerò io il posto? O mi nasconderò, e sfuggirò io e farò inchini
con le mie intempestive scuse e con la mia vana modestia, e dovrò
immaginarmi che il mio essere è qui fuor di luogo? più fuor di luogo
di quello che non furono gli esseri di Epaminonda e di Omero in quel
tempo? e che l’anima non conosce quanto le abbisogna? Inoltre, senza
ragionare affatto su questo punto, io non sono malcontento. L’anima
buona mi nutrisce, e mi schiude ogni giorno nuove fonti di forza e di
godimento. Io non rinuncierò bassamente all’immensità del bene, perchè
abbia udito dire che ad altri esso venne sotto altra forma concesso.
Inoltre, perchè dovremmo essere intimiditi dal nome di azione? Esso è
un tranello dei sensi, nulla più. Noi sappiamo che l’antenato di ogni
azione è un pensiero. Lo spirito povero si stima nullo, a meno che
abbia un qualche segno esteriore: una giubba da quacquero, ad esempio,
o un’adunanza religiosa Calvinistica, o una Società filantropica,
od una grande donazione, od un alto ufficio, o qualche cosa altro, o
qualche azione infine fortemente contrastante, che provi che esso è
qualche cosa. Lo spirito ricco giace al sole e riposa, ed è Natura.
Pensare è agire.
Se dobbiamo compiere delle grandi azioni, facciamo tali le nostre
proprie. Ogni azione è di una elasticità infinita, e la più piccola
è soggetta ad essere penetrata di splendore celestiale, fino ad
eclissare il sole e la luna. Compiamo i nostri doveri. Ho io l’obbligo
di errare tra le scene e la filosofia dei Greci e la storia italiana,
prima d’essermi lavato il viso e d’essermi giustificato con i miei
benefattori? Come oso leggere le campagne di Washington, se non ho
neppure risposto alle lettere dei miei propri corrispondenti? Non
è questa una giusta obbiezione a molte delle nostre letture? Ciò
è perfettamente una diserzione pusillanime dal nostro lavoro, per
osservare i nostri vicini: è infine uno spiare. Byron dice di Jack
Bunting:
«Non sapeva che cosa dire, perciò giurò».
Io potrei dire lo stesso del nostro assurdo uso dei libri. «Egli non
sapeva che cosa fare, perciò _leggeva_». Io non so in qual modo passare
il mio tempo, e trovo la vita di Brant. È un omaggio molto stravagante
che io rendo a Brant, o al Generale Schuyler od al Generale Washington.
Il mio tempo dovrebbe essere così buono come il loro; i miei fatti, il
complesso delle mie relazioni, così buoni come i loro, o come alcuno
dei loro. Compia piuttosto il mio lavoro così bene, che altri oziosi,
possano comparare, se ad essi piaccia, la trama della mia vita alla
trama di quegli uomini e trovarla identica alla migliore di esse.