L’uomo può vedere ciò che fa. I nostri sogni sono il seguito della

nostra conoscenza vigilante. Le visioni della notte hanno sempre

qualche corrispondenza con le visioni del giorno. I sogni odiosi non

sono che le esagerazioni dei peccati del giorno e certi brutti ceffi

non sono che la personificazione di certe nostre affezioni malvagie.

Sulle Alpi il viaggiatore osserva talvolta la sua propria ombra

ingigantita, cosicchè ogni gesto della sua mano è terrificante. «Miei

ragazzi — disse un vecchio ai suoi bambini spaventati da una figura

apparsa sulla porta oscura — voi non vedrete mai nulla peggiore di

voi stessi». Come nei sogni così negli eventi meno incerti del mondo

ogni uomo si vede in proporzioni gigantesche, senza saper di rimirare

se stesso. Il bene che egli contempla comparato al male ch’egli pure

contempla, è come il suo proprio bene messo in rapporto al suo proprio

male. Ogni dote della sua mente è magnificata in qualcuna delle sue

conoscenze ed ogni emozione del suo cuore in qualche altra. Egli è come

un quinconcio d’alberi o come un acrostico, che si ripete in principio,

nel mezzo ed alla fine. Egli s’accosta ad una persona e un’altra evita,

a seconda della sua somiglianza o della sua differenza, ricercando se

stesso nei suoi associati e più ancora nel suo commercio, nelle sue

abitudini, nei gesti, nei cibi, nelle bevande; ed alla fine egli viene

ad essere fedelmente rappresentato da ogni aspetto delle circostanze

stesse.

L’uomo può leggere ciò che scrive. Che cosa possiamo noi vedere od

acquistare all’infuori di ciò che siamo? Voi avete certamente veduto

un uomo istruito leggere Virgilio. Ebbene questo scrittore rappresenta

mille volumi diversi per mille diverse persone. Prendete il volume a

due mani, toglietevi gli occhi nel leggerlo e non vi troverete mai, ciò

che io vi trovo. Se qualche scaltro lettore volesse avere il monopolio

della saggezza o del godimento che egli ricava dalla lettura, egli

sarebbe sicuro di rendere inglese il libro come se fosse imprigionato

nella lingua delle isole Palaos. Dei buoni libri succede ciò che

succede delle buone compagnie. Introducete una persona volgare fra

gentiluomini: ciò non produrrà alcun effetto: egli non è simile a loro.

Ogni società protegge se stessa: essa è perfettamente sicura e quel

tale non è dei loro, ancorchè il suo corpo sia nel medesimo ambiente.

A che serve combattere contro le leggi eterne della mente, che fissano

le relazioni fra persona e persona, con la misura matematica del loro

avere e del loro essere? Gertrude è innamorata di Guido; come sono

alteri, aristocratici e romani il suo portamento e i suoi modi! Vivere

con lui sarebbe veramente la vita e nessun prezzo per ciò troppo

grande; cielo e terra sono mossi a quello scopo. Ebbene Gertrude

ottiene Guido; ma che cosa serve ora quanto alti ed aristocratici e

romani siano il portamento ed i modi, se il cuore e gli obbietti di lui

sono nel senato, nel teatro, nella sala da bigliardo, ed essa non ha

mezzi, non ha discorsi, che possono incantare il suo grazioso signore?

L’uomo deve avere una sua propria società. Noi possiamo amare nulla,

eccetto la natura. I più grandi ingegni, i più meritevoli sforzi,

realmente non ci toccano molto da vicino, ma un approssimarci od

una rassomiglianza con la natura rappresentano una bella vittoria di

essa. Delle persone, illustri per la loro bellezza, per le loro doti,

degne di ogni meraviglia per il loro fascino, ci avvicinano; esse

dedicano tutta la loro capacità a quel momento ed a quella società,

ma con risultati molto dubbi. Tuttavia, sarebbe certamente ingrato

da parte nostra il non lodarli ad alta voce. Poi, quando tutto ciò

è avvenuto, una persona di mente simile alla nostra, un fratello o

una sorella per natura, viene a noi così pianamente e facilmente,

così a lato ed intimamente, come se fosse sangue delle nostre proprie

vene, e noi abbiamo più l’impressione di qualcuno che se ne è andato,

che di un altro che è venuto; noi siamo completamente sollevati e

ristorati; e proviamo una specie di lieta solitudine. Noi follemente

pensiamo nei nostri giorni di peccato che dobbiamo corteggiare gli

amici in omaggio alle consuetudini sociali, al loro vestito, alla loro

educazione ed al loro valore. Ma più tardi, se è possibile avere tale

fortuna, noi impariamo che solo può essere mia amica quell’anima, che

io trovo sulla linea della mia propria strada, quell’anima alla quale

io non m’inchino, e che non si inchina a me, ma nativa della stessa

latitudine celestiale, ripete nella sua propria esperienza tutta la

mia. Lo scolaro dimentica se stesso e imita le abitudini ed i modi

dell’uomo di mondo, per meritare il sorriso della bellezza; egli è un

folle e segue qualche ragazza insipida, non avendo ancora trovato con

passione religiosa la donna nobile, con tutto ciò che vi è di sereno e

di bello nell’anima sua. Sia egli grande e l’amore lo seguirà. Nulla è

maggiormente punito della negligenza delle affinità, mediante le quali

sole, la società potrebbe essere formata, e della pazza leggerezza

dello sciogliersi gli associati per mezzo degli occhi altrui.

L’uomo può stabilire il suo proprio valore. È massima universale,

degna di ogni accettazione, che l’uomo può avere quell’assegno che

egli stesso si prende. Assumete quel posto e quell’attitudine che vi

spetta per diritto e tutti gli uomini taceranno. Il mondo deve essere

giusto. Esso permette con profonda indifferenza che ogni uomo fissi

il suo proprio valore; sia egli un eroe od un idiota, il mondo non se

ne cura. Esso certamente accetterà la misura del vostro operato e del

vostro essere, sia che strisciate e sconfessiate il vostro nome, sia

che contempliate l’opera vostra, sospinta alla concava sfera dei cieli,

insieme con la rivoluzione delle stelle. La stessa realtà domina ogni

insegnamento. L’uomo può insegnare con l’azione e non altrimenti. Se

egli può comunicar se stesso può insegnare, ma non lo può con semplici

parole. Solo insegna colui che dà, e solo impara colui che riceve. Non

vi è insegnamento finchè l’allievo non è portato allo stesso stato o

principio, in cui voi siete: una trasfusione allora avviene; egli è

voi, e voi siete lui; allora c’è insegnamento; ed egli non potrà mai

perdere del tutto il benefizio del vostro insegnamento per nessuna

cattiva vicenda o cattiva amicizia. Le semplici parole invece escono da

un orecchio a misura che entrano dall’altro. Vediamo annunziato che il

signor Grand terrà una conferenza il quattro di luglio, ed il signor

Hauds pure alla Associazione Meccanica, e noi non andremo, perchè

sappiamo che questi signori non comunicheranno agli uditori il loro

proprio carattere ed il loro essere. Se avessimo ragione di attenderci

tale comunicazione, noi andremmo, affrontando ogni inconveniente ed

opposizione. Gli ammalati stessi vi sarebbero portati nelle barelle.

Ma un discorso pubblico è un vagabondaggio, un tranello, un apologo, un

bavaglio, e non una comunicazione, non un discorso, non un uomo.

Una Nemesi simile presiede a tutti i lavori intellettuali. Noi

dobbiamo ancora imparare che una cosa espressa in parole, non è

per questo affermata. Essa deve affermarsi da sè, poichè nessuna

forma di grammatica o di attendibilità daranno ad essa il carattere

dell’evidenza. L’affermazione deve inoltre contenere la sua propria

scusa per essere stata enunciata.

L’effetto di qualsiasi scritto sulla mente pubblica è matematicamente

misurabile per mezzo della sua profondità di pensiero. Se desta voi al

pensiero, se vi solleva da terra con la grande voce dell’eloquenza,

allora l’effetto sarà ampio, lento, permanente nello spirito degli

uomini; se le pagine non vi istruiscono, esse morranno, come delle

mosche, in un’ora. Il modo di dire e di scrivere, che mai dovrà

decadere, è quello di dire e di scrivere sinceramente. L’argomento che

non ha il potere di raggiungere le mie proprie abitudini, io posso ben

pensare che fallirà tentando di raggiungere le vostre. Ma prendete per

massima quella di Sidney «guarda nel tuo cuore, e scrivi». Colui che

scrive a se stesso scrive ad un pubblico eterno. La sola affermazione

degna di essere fatta pubblica, è quella alla quale voi siete giunti

tentando di soddisfare la vostra propria curiosità. Lo scrittore che

prende il suo soggetto dal suo orecchio e non dal suo cuore, dovrebbe

sapere che egli ha perduto quanto crede di avere guadagnato, e quando

il libro vuoto ha raccolte tutte le lodi, e mezzo mondo ha esclamato

«che poesia! Che genio!» esso abbisogna ancora di combustibile per

fare fuoco. Solo dà profitto ciò che è profittevole. Solo la vita può

dare vita; e benchè noi possiamo far del rumore, saremo solo valutati

in rapporto della valutazione che noi abbiamo fatta di noi stessi.

Non vi è fortuna nella reputazione letteraria. Coloro che dànno il

verdetto finale su ogni libro, non sono i lettori parziali e rumorosi

dell’ora in cui esso appare; ma è una corte simile a un consesso di

angeli, un pubblico che non teme corruzioni, che non vuole suppliche,

che non conosce timori. Soltanto i libri che meritano di rimanere,

si perpetuano. Gli orli dorati, le pergamene, il marocco, le copie

di saggio per tutte le biblioteche, non manterranno in circolazione

un libro al di là della sua intrinseca data. Esso deve correre,

con tutte le reali edizioni di Valpole ed i «Nobili Autori» al suo

destino. Blackmore, Kotzebue o Pollok, possono durare una notte, ma

Mosè ed Omero dureranno per sempre. Non vi sono in tutto il mondo

ed allo stesso tempo, più di una dozzina di persone che leggano e

capiscano Platone: — non ve n’è mai abbastanza per pagare le spese

di una edizione delle sue opere; eppure esse si trasmettono ad ogni

generazione, grazie a quelle poche persone, come se Dio le portasse

sulla sua mano. «Nessun libro — disse Bentley — fu mai scritto e

distrutto se non da se stesso». La durata di tutti i libri non è

fissata da alcun sforzo amichevole od ostile, ma dalla loro propria

gravità specifica o dalla importanza intrinseca del loro contenuto,

in rapporto con lo spirito costante dell’uomo. «Non preoccupatevi

troppo riguardo all’effetto della luce sulla vostra statua — disse

Michelangelo al giovane scultore — la luce della piazza metterà a prova

il suo valore».

In modo simile l’effetto di ogni azione è misurata dalla profondità

del sentimento, da cui essa procede. L’uomo grande non seppe di

essere grande. Due o tre secoli furono necessari affinchè quel fatto

apparisse. Ciò che egli fece fu perchè dovette farlo; egli non ebbe

libertà d’elezione; fu per lui la cosa più naturale al mondo, e scaturì

dalle circostanze del momento. Ma ora tutto ciò che egli ha fatto,

perfino il suo alzare un dito, o il cibarsi del suo pane, appare

grande, coordinato, ed è chiamato istituzione.

Queste sono, in pochi tratti, le dimostrazioni del genio della natura;

essi ci mostrano la direzione della corrente. Ma la corrente è sangue

ed ogni sua goccia è vivente. La verità non ha singole vittorie; tutte

le cose sono suoi organi, non solamente la polvere e le pietre, ma gli

errori e le menzogne. Le leggi delle malattie, dicono i medici, sono

belle come le leggi della salute. La nostra filosofia è affermativa,

e volentieri accetta le testimonianze dei fatti negativi, come ogni

ombra accenna al sole. Per una divina necessità ogni fatto in natura è

obbligato ad offrire la sua testimonianza.

Il carattere umano sempre più si rende evidente: esso non si cela:

esso abborre le tenebre e si lancia nella luce. Il fatto più fuggitivo

o la più insignificante parola, il semplice accenno di fare una cosa

o il proposito recondito, esprimono il carattere. Se voi operate,

palesate il vostro carattere, così se sedete o se dormite. Voi credete,

poichè non avete detto nulla mentre gli altri parlavano, e non avete

espresso nessuna opinione sui tempi, sulla chiesa, sulla schiavitù,

sul collegio, sui partiti o sulle persone, che il vostro verdetto sia

ancora atteso con curiosità, come una saggezza riservata: così non è:

il vostro silenzio risponde ad alta voce. Voi non avete nessun responso

da pronunciare; ed i vostri simili hanno imparato che voi non potete

aiutarli, perchè gli oracoli parlano. Non grida forse la saggezza, e

non fa il raziocinio sentire la sua voce?

Dei limiti terribili sono posti in natura ai poteri della

dissimulazione. La verità tiranneggia le membra recalcitranti del

corpo. Il viso, fu detto, non mente mai. Nessun uomo sarà ingannato, se

studia il variare dell’espressione. Quando un uomo dice il vero, con

spirito del vero, il suo occhio è chiaro come i cieli. Quando egli ha

dei fini bassi, e dice il falso, l’occhio è torbido, e qualche volta

bieco.

Ho udito una volta un esperto consigliere di tribunale affermare

che egli non temeva mai dell’effetto che un avvocato poteva fare sui

giurati, quando non credeva all’innocenza del suo cliente. Se egli non

crede, la sua incredulità apparirà alla giuria, nonostante tutte le

sue affermazioni, e diventerà l’incredulità della giuria stessa. Questa

è quella legge medesima per cui un’opera d’arte, di qualsiasi specie,

ci pone nella stessa condizione di spirito, nella quale era l’artista

quando la fece. Per quanto noi possiamo ripetere le parole tante

volte quante vogliamo, pure noi non possiamo con esse affermare ciò

che noi non crediamo. Fu questa convinzione che Swedenborg espresse,

quando descrisse un gruppo di persone del mondo spirituale, tentanti

invano di articolare una proposizione alla quale non credevano; ed

essi non potevano farlo, anche se piegavano e torcevano le labbra fino

all’indignazione.

Un uomo è considerato per ciò di cui è degno. La curiosità, circa

la stima che la gente ci tributa, è oziosa al pari di ogni nostro

timore di rimanere ignorati. Se un uomo sa che egli può fare una cosa

qualsiasi — che egli può farla meglio di chiunque altro — egli ha la

certezza che tale fatto è conosciuto da tutte le persone. Il mondo

è pieno di giorni del giudizio finale, e ad ogni consesso cui l’uomo

partecipi e per ogni azione che tenta, egli è sondato e contrassegnato.

Un uomo arrivato fra ogni gruppo di ragazzi che salta e corre in ogni

cortile ed in ogni piazza, è accuratamente giudicato in pochi giorni,

e classificato con il suo numero d’ordine, come se egli fosse stato

sottoposto ad una prova formale della sua forza, della sua velocità e

del suo temperamento. Uno straniero viene da una scuola lontana, con

migliori vestiti, con dei ninnoli nelle sue tasche, con delle arie e

delle pretese: un ragazzo più vecchio dice a se stesso: «Fa nulla, lo

scopriremo domani». «_Che cosa ha egli fatto?_» è la domanda divina

che interroga ogni uomo, e che trapassa ogni falsa riputazione. Un

vanesio può sedere su qualunque seggio di questo mondo, senza essere in

quell’ora distinto da Omero o da Washington; ma quando noi ricerchiamo

la verità, non può mai esservi dubbio intorno la rispettiva abilità

degli esseri umani. La pretensione può giacere, ma non può operare. La

pretensione non tentò mai un atto di vera grandezza, non scrisse mai

l’Iliade, nè scacciò Serse, nè rese cristiano il mondo, nè abolì la

schiavitù.

Sempre tanta virtù appare quanta realmente ve ne è; e tanta riverenza

quanto è il bene. Tutti i demoni rispettano la virtù. La congrega

elevata, generosa, devota a se stessa, istruirà e guiderà sempre il

genere umano. Una parola sincera non fu mai completamente perduta.

Giammai una magnanimità cadde al suolo; sempre il cuore dell’uomo la

inchina e l’accetta inaspettatamente. Un uomo è considerato per ciò di

cui è degno. Egli scolpisce ciò che realmente egli è, sul suo viso,

sulla sua forma, sulle sue fortune, in lettere luminose che tutti,

eccetto lui, possono leggere. A nulla gli serve il nascondere; a nulla

il vanagloriarsi. Vi è una confessione nello sguardo dei nostri occhi,

nei nostri sorrisi, nei saluti, nelle strette di mano. Il suo peccato

lo atterra e corrompe tutte le sue buone impressioni. Gli uomini non

sanno perchè non confidino in lui; pure non hanno in lui fiducia.

Il suo vizio rende vitreo il suo occhio, affloscia la sua gota,

assottiglia il suo naso, pone il marchio della bestia sulla nuca, e

scrive «folle, folle» sulla fronte di un re.

Se non volete che si conosca la vostra attività non operate. Un uomo

può folleggiare sulle sabbie di un deserto, ma ogni granello di sabbia

parrà osservarlo. Egli può essere un mangiatore solitario, ma non può a

lungo sostenere la sua posizione. Una complessione fiacca, uno sguardo

brutale, degli atti ingenerosi, la mancanza delle dovute cognizioni

ecc. tutte parlano. Possono un cuoco, un facchino, esser confusi con

uno Zenone o con S. Paolo? Confucio esclamò: «Come può un uomo esser

celato?!»

D’altra parte l’eroe non teme, che tacendo il racconto di un atto

giusto e coraggioso, esso non sia riconosciuto e non venga amato. Un

uomo lo conosce — egli stesso — ed è sicuro che, per la dolcezza della

quiete, e per la nobiltà dello scopo esso condurrà in fine ad una

cosa migliore che non la sua proclamazione. La virtù sta nell’aderire

con l’azione alla natura delle cose, e la natura delle cose la rende

predominante. Essa consiste in una perpetua sostituzione dell’essere al

parere, in quella proprietà sublime di Dio dicente: Io sono.

L’ammonimento che queste osservazioni ci offrono è: «Siate, e non

sembrate.» Sottomettiamoci ad esso. Togliamo la nostra vanitosa nullità

fuori del sentiero dei divini recinti. Scordiamo la nostra saggezza

umana. Inchiniamoci al potere di Dio, ed impariamo che solo la verità

fa ricchi i grandi.

Se visitate l’amico vostro, quale bisogno avete di fargli le scuse per

non averlo visitato prima, facendogli così perdere il tempo e spiegando

il vostro proprio atto? Visitatelo ora. Senta egli che il più alto

amore è venuto a vederlo, in voi, suo più infimo organo. Perchè dovete

tormentare voi stessi e il vostro amico con segreti rimproveri, perchè

non lo avete assistito o non gli avete fatto doni e saluti in passato?

Siate voi un dono ed una benedizione. Brillate di luce vera, e non di

quella riflessa e presa in prestito dai doni. Gli uomini comuni sono

scuse per gli uomini; essi chinano il capo, si scagionano con ragioni

prolisse, ed accumulano le apparenze, perchè la sostanza non esiste.

Noi abbondiamo di queste superstizioni del senso; noi adoriamo la

grandezza. Dio non si cura della grandezza: la balena ed il verme sono

per lui di ugual dimensione. Noi diciamo che il poeta è ozioso, perchè

non è presidente o mercante o facchino. Noi adoriamo un’istituzione

e non vediamo che essa è fondata su un nostro pensiero. Ma l’azione

vera è nei momenti silenziosi. Le epoche della nostra vita non sono

nei fatti visibili della nostra scelta di una carriera, nel nostro

matrimonio, nell’acquisto di un ufficio e simili, ma in un pensiero

silenzioso sorto sul lato della via, mentre camminiamo; in un pensiero,

che rivede il nostro intiero modo di vita, e dice, «Tu hai fatto così,

ma sarebbe stato meglio altrimenti». E tutti i nostri anni posteriori,

simili a schiavi, servono e dipendono da questo pensiero, ed a seconda

della loro abilità, eseguiscono il suo volere. Questa revisione o

correzione è una forza costante, che come una tendenza, dura tutta

la nostra vita. L’oggetto dell’uomo, lo scopo di questi momenti, è di

fare splendere la luce del giorno attraverso a lui; è di lasciare che

la legge penetri il suo intero essere senza ingombri, di modo che, in

qualsiasi punto del suo operato cadano i vostri occhi, esso vi informi

completamente del suo carattere, vi dica quali siano il suo modo di

vita, la sua casa, la sua religione, la sua società, la sua letizia,

i suoi voti e l’opposizione sua. Ma egli ora non è omogeneo, bensì

eterogeneo, ed il raggio non lo attraversa: non vi sono delle luci

e l’occhio dell’osservatore è imbarazzato, scoprendo molte tendenze

dissimili, e non ancora una vita in alcuna di queste.

Perchè noi disprezzeremo per partito preso, con la nostra falsa

modestia l’uomo che noi siamo, ed il modo di essere che ci fu

assegnato? Un uomo buono è contento. Io amo ed onoro Epaminonda, ma

non desidero d’essere Epaminonda e credo più giusto amare il mondo

presente, che il mondo del suo tempo. E se io sono sincero, voi non

potete destare in me la più piccola inquietudine col dire «Egli operò

e tu giaci immobile». Io osservo che l’azione è buona, quando essa è

necessaria; ma che è pure buona l’inerzia. Se Epaminonda fu l’uomo che

io serenamente immagino, non avrebbe operato se la sua sorte fosse

stata pari alla mia. Il cielo è grande, e concede posto per tutti

i modi di amore e di fortitudine. Perchè dovremmo noi essere degli

uomini affacendati e superservili? L’azione e l’inazione sono identiche

di fronte al vero. Un pezzo dell’albero è tagliato per fare una

banderuola, e un altro pezzo per il sostegno di un ponte; la virtù del

legno è visibile ad ogni modo in entrambi.

Io non voglio avvilire l’anima. Il fatto che io sono qui, certamente

mi dimostra che l’anima ha bisogno in questo luogo di un organo. Non

assumerò io il posto? O mi nasconderò, e sfuggirò io e farò inchini

con le mie intempestive scuse e con la mia vana modestia, e dovrò

immaginarmi che il mio essere è qui fuor di luogo? più fuor di luogo

di quello che non furono gli esseri di Epaminonda e di Omero in quel

tempo? e che l’anima non conosce quanto le abbisogna? Inoltre, senza

ragionare affatto su questo punto, io non sono malcontento. L’anima

buona mi nutrisce, e mi schiude ogni giorno nuove fonti di forza e di

godimento. Io non rinuncierò bassamente all’immensità del bene, perchè

abbia udito dire che ad altri esso venne sotto altra forma concesso.

Inoltre, perchè dovremmo essere intimiditi dal nome di azione? Esso è

un tranello dei sensi, nulla più. Noi sappiamo che l’antenato di ogni

azione è un pensiero. Lo spirito povero si stima nullo, a meno che

abbia un qualche segno esteriore: una giubba da quacquero, ad esempio,

o un’adunanza religiosa Calvinistica, o una Società filantropica,

od una grande donazione, od un alto ufficio, o qualche cosa altro, o

qualche azione infine fortemente contrastante, che provi che esso è

qualche cosa. Lo spirito ricco giace al sole e riposa, ed è Natura.

Pensare è agire.

Se dobbiamo compiere delle grandi azioni, facciamo tali le nostre

proprie. Ogni azione è di una elasticità infinita, e la più piccola

è soggetta ad essere penetrata di splendore celestiale, fino ad

eclissare il sole e la luna. Compiamo i nostri doveri. Ho io l’obbligo

di errare tra le scene e la filosofia dei Greci e la storia italiana,

prima d’essermi lavato il viso e d’essermi giustificato con i miei

benefattori? Come oso leggere le campagne di Washington, se non ho

neppure risposto alle lettere dei miei propri corrispondenti? Non

è questa una giusta obbiezione a molte delle nostre letture? Ciò

è perfettamente una diserzione pusillanime dal nostro lavoro, per

osservare i nostri vicini: è infine uno spiare. Byron dice di Jack

Bunting:

«Non sapeva che cosa dire, perciò giurò».

Io potrei dire lo stesso del nostro assurdo uso dei libri. «Egli non

sapeva che cosa fare, perciò _leggeva_». Io non so in qual modo passare

il mio tempo, e trovo la vita di Brant. È un omaggio molto stravagante

che io rendo a Brant, o al Generale Schuyler od al Generale Washington.

Il mio tempo dovrebbe essere così buono come il loro; i miei fatti, il

complesso delle mie relazioni, così buoni come i loro, o come alcuno

dei loro. Compia piuttosto il mio lavoro così bene, che altri oziosi,

possano comparare, se ad essi piaccia, la trama della mia vita alla

trama di quegli uomini e trovarla identica alla migliore di esse.

L'anima, la natura e la saggezza · 第 8 / 32 段