guardiamo in noi stessi con la luce del pensiero, noi constatiamo
che la nostra vita è legata con la bellezza. Ogni cosa dietro di
noi assume, mentre camminiamo, delle forme aggraziate, come fanno le
nuvole lontane. Non solamente le cose familiari e vecchie, ma anche le
tragiche e terribili sono belle, quando prendono posto tra le pitture
della memoria. La spiaggia del fiume, l’alga sulla riva, la vecchia
casa, la persona sciocca — per quanto trascurate nell’atto di passare,
acquistano una grazia nel passato. Perfino il corpo morto, che giacque
nella camera, ha aggiunto un ornamento solenne alla casa. L’anima non
vuol conoscere nè deformità, nè pena. Se nelle ore di chiara ragione,
noi dovessimo dire la verità nuda, noi dovremmo dire di non aver mai
fatto un sacrifizio. In queste ore la mente sembra così grande, che
a noi pare, che nulla d’importante possa esserci tolto. Ogni perdita,
ogni dolore è particolare; l’universo rimane nel nostro cuore intatto.
Nè persecuzioni, nè disgrazie abbattono la nostra fiducia. Nessun uomo
mai ha manifestato i suoi dolori così serenamente come egli avrebbe
potuto. Potete ammettere che vi sia esagerazione anche nelle parole del
più paziente e disfatto tapino che sia mai stato perseguitato. Perchè
solamente il finito travaglia e soffre; l’infinito giace steso in
sorridente riposo.
La vita intellettuale dev’essere mantenuta chiara e sana, se l’uomo
vuol vivere la vita della natura, e non introdurre nella sua mente
difficoltà che non lo riguardano. Nessun uomo deve essere incerto
nelle sue speculazioni. Faccia e dica ciò che ha strettamente attinenza
con lui, ed anche se ignorerà i libri, la sua natura non gli lascerà
alcun impedimento intellettuale o dubbio alcuno. La nostra gioventù è
tormentata dai problemi teologici del peccato originale, dell’origine
del male, della predestinazione e simili. Queste non presentarono mai
una difficoltà pratica ad alcun uomo; mai oscurarono la via di chi non
andasse fuori della propria strada per cercarle. Queste sono gli umori,
le rosolie, le tossi dell’anima e coloro che non le hanno avute non
possono parlare della loro salute, nè prescrivere una cura. Una mente
semplice non conoscerà queste malattie. È cosa completamente diversa
esser capace di rendere conto della propria fede ed esporre ad un
altro la teoria dell’unione e della propria libertà con se stesso. Ciò
richiede delle doti rare. Pure vi può essere una forza ed un’integrità
selvaggia in ciò che egli è, senza questa conoscenza di se stesso.
«Pochi istinti forti e poche regole chiare» ci bastano.
La mia volontà non diede mai alle imagini il posto che occupano ora
nella mia mente. Il regolare corso di studi, gli anni d’educazione
accademica e professionale, non mi hanno insegnato dei fatti migliori
di quelli di qualche libro ozioso, nascosto sotto il banco, durante le
lezioni di latino. Ciò che noi non chiamiamo educazione, è più prezioso
di ciò che noi così denotiamo. Noi, al momento di ricevere un pensiero,
non formiamo alcuna congettura intorno al suo valore comparativo. E
l’educazione spesso consuma i suoi sforzi nel tentativo di contrariare
e di impedire quel magnetismo naturale, che con sicura discriminazione
sceglie ciò che gli appartiene. Nello stesso modo la nostra natura
morale è viziata da qualsiasi intervento del nostro volere. Gli uomini
rappresentano la virtù come una lotta, e si dànno grande importanza
per le loro vittorie, e dovunque è fatta questa domanda (quando una
natura nobile è interessata): se non è uomo migliore, colui che lotta
contro la tentazione. Ma non vi è nessun merito in questa questione. O
vi è Dio, o non vi è. Noi amiamo i caratteri a seconda che essi sono
impulsivi e spontanei. Quanto meno un uomo pensa o sa circa le sue
virtù, tanto più egli ci piace. Le vittorie di Timoleone, che al dir
di Plutarco, scorrevano e sgorgavano come i versi d’Omero, sono le
migliori vittorie. Quando ci appare un’anima, le cui azioni sono tutte
regali, graziose e piacevoli come rose, dobbiamo ringraziare Iddio che
tali cose possano essere e siano, e non voltarci all’angelo e dire «il
gobbo è un uomo migliore, con la sua resistenza bisbetica a tutti i
suoi demoni interni».
La preponderanza della natura sulla volontà in tutta la vita pratica,
non è meno importante. Vi è meno intenzione nella storia di quanta
noi le ascriviamo. Noi attribuiamo dei piani profondamente calcolati e
previsti a Cesare ed a Napoleone; ma la parte migliore del loro potere
era nella natura, non in loro. Gli uomini ch’ebbero segnalate vittorie,
nei loro momenti onesti, hanno sempre cantato «non è in noi, non sta a
noi». A seconda della fede del loro tempo, essi hanno costruito degli
altari alla Fortuna, al Destino od a san Giuliano. Il loro successo
sta nel loro parallellismo al corso del pensiero, che trovò in essi un
canale non ostruito, e le meraviglie di cui furono i palesi conduttori,
parvero all’occhio le loro proprie gesta. Generarono forse i fili
metallici il galvanismo? Ed è pur vero che vi erano in essi minori
soggetti di riflessione che in ogni altro; così la virtù di un flauto
è di essere dolce e cavo. Ciò che esternamente sembrava volontà ed
irremovibilità, non era che mancanza di volontà ed auto-annientamento.
Avrebbe potuto Shakespeare dare una teoria di Shakespeare? potrebbe
mai un uomo, pur di prodigioso genio matematico, comunicare ad altri
alcuna intuizione dei suoi metodi? Se egli potesse comunicare tale
segreto, egli perderebbe immediatamente il suo valore smisurato,
confondendo con la luce del giorno e con l’energia vitale, il potere
di stare ed andare. Da queste osservazioni si deduce forzatamente che
la nostra vita potrebbe essere molto più facile e semplice di ciò che
noi la facciamo; che il mondo potrebbe essere un luogo molto più felice
di ciò che non sia; che non vi è bisogno di lotte, di convulsioni,
di disperazione; di torcersi le mani e digrignare i denti; e che noi
infine produciamo i nostri proprii mali. Noi inceppiamo l’ottimismo
della natura: perchè ogni qualvolta noi rientriamo vantaggiosamente
nel passato, godiamo di una mente più saggia nel presente, e possiamo
osservare d’essere attorniati da leggi, che da se stesse si compiono.
La fisionomia esterna della natura ci dà con serena superiorità lo
stesso insegnamento. La natura non ci vuole collerici e vanitosi. Essa
non ama la nostra benevolenza e la nostra cultura, più che non ami
le nostre frodi e le nostre guerre. Quando noi usciamo dal cenacolo,
dalla banca, dalla convenzione per l’abolizione della schiavitù, dal
congresso per la temperanza o dal circolo trascendentale, ed andiamo
nei campi e nei boschi, essa ci dice: «Così scalmanato, mio piccolo
Signore?»
Noi siamo pieni di azioni meccaniche. Sentiamo la necessità di
immischiarci, di volgere le cose a nostro modo, finchè i sacrifizi e
le virtù della società siano odiosi. L’amore dovrebbe produrre gioia;
ma la nostra benevolenza è infelice. Le nostre scuole domenicali, le
chiese, le società di protezione dei poveri, sono dei gioghi al collo.
Noi soffriamo per non piacere ad alcuno. Vi sono dei mezzi naturali
per arrivare agli stessi scopi, cui queste istituzioni tendono, ma
esse non li seguono. Perchè tutte le virtù dovrebbero operare in un
solo ed identico modo? Perchè tutte dovrebbero dare dei dollari? Ciò
è molto ingombrante per noi, gente di campagna, e non crediamo che da
ciò possa venire bene alcuno. — Noi non abbiamo dei dollari; i mercanti
ne hanno; ed essi dunque li diano. Gli agricoltori daranno del grano;
i poeti canteranno; le donne fileranno; i bambini porteranno dei
fiori. E perchè trascinare questo mortale peso della scuola domenicale
attraverso l’intiera cristianità? È naturale e bello che l’infanzia
interroghi e che la maturità insegni; ma vi è tempo abbastanza per
rispondere alle domande, quando esse vengono espresse; onde non
racchiudete i giovani in un banco, contro la loro volontà, e non
forzate i bambini a fare contro la loro volontà delle domande per un
tempo prefisso.
Se noi miriamo più lontano, le cose sono tutte uguali; leggi, lettere,
credenze e modi di vivere, sembrano un travestimento della verità. —
La nostra società è assediata da un pesante macchinario, che somiglia
agli interminabili acquedotti che i Romani costrussero sulle colline
e nelle vallate, e che furono resi inutili dalla scoperta della legge
che l’acqua si innalza al livello della sua sorgente. La nostra società
è una muraglia Chinese, che qualsiasi agile tartaro può scavalcare.
È un’annata pronta, ma non così utile come una pace. È un impero
graduato, titolato, riccamente dotato, ma completamente superfluo,
quando si scopre che le civiche congregazioni non valgono meno.
Accettiamo un ammonimento dalla natura, che sempre opera per vie brevi.
Quando il frutto è maturo, esso cade. Quando il frutto è caduto,
cade la foglia. Lo scorrere delle acque è semplicemente una caduta.
Il procedere dell’uomo e di tutti gli animali è un cadere in avanti.
Tutto il nostro lavoro manuale e le opere di forza, come l’alzare con
una leva, lo spaccare il legno, lo scavare, il remare, e simili, sono
compiute con una serie di cadute continue; ed il globo, la terra, la
luna, le comete, il sole, le stelle cadono eternamente. La semplicità
dell’universo è molto differente dalla semplicità di una macchina.
Colui che ricerca la natura morale qua e là e che sa come s’acquisti la
conoscenza e come il carattere sia formato, è un pedante. La semplicità
della natura non sta nel poter essere facilmente letta, ma sta in ciò
che è inesauribile. L’ultima analisi di questa semplicità non potrà
in nessun modo essere compiuta. Noi giudichiamo la saggezza di un
uomo dalla sua speranza, poichè noi sappiamo che la percezione della
inesauribilità della natura è una giovinezza immortale. L’impetuosa
fertilità della natura è sentita da noi, comparando i nostri nomi e
le nostre rigide riputazioni con la nostra ondeggiante coscienza. Noi
passiamo nel mondo attraverso a sètte ed a scuole, armati di erudizione
e di pietà e rimaniamo dei bambini insipidi. Ogni uomo s’avvede di
trovarsi in quel punto medio, dove ogni cosa può essere affermata o
negata con uguale ragione. Egli è vecchio, è giovane, è molto saggio
ed è completamente ignorante. Egli ode e sente ciò che voi dite del
serafino e del calderaio. Non vi è uomo permanentemente saggio, eccetto
che nella finzione degli Stoici. Noi leggendo o dipingendo, prendiamo
la parte dell’eroe, contro il codardo ed il ladro; ma siamo stati
noi stessi quel codardo e quel ladro, e lo saremo di nuovo, non in
una circostanza volgare, ma proporzionale alle grandezze possibili
dell’anima.
Una piccola considerazione di ciò che succede intorno a noi ogni
giorno, ci insegnerebbe che una legge più alta di quella del nostro
volere regola gli eventi; che i nostri lavori penosi sono vani ed
infruttiferi; che noi siamo forti solamente nelle nostre azioni
facili, semplici, spontanee, e che accontentandoci dell’ubbidienza,
diventiamo divini. Fede ed amore — un fiducioso amore ci solleverà da
un grande numero di cure. Fratelli miei, Dio esiste. Vi è un’anima al
centro della natura ed al disopra della volontà di ogni uomo, così che
nessuno di noi può attentare all’universo. Essa ha così infuso il suo
squisito incanto nella natura, che noi prosperiamo quando accettiamo
il suo consiglio, e quando tentiamo ferire le sue creature, le nostre
mani si arrestano ai nostri fianchi o colpiscono il nostro proprio
petto. L’intiero corso delle cose ci insegna la fede. A noi bisogna
solo ubbidire. Vi è una guida per ciascuno di noi, ed umilmente
ascoltando, udremo la retta parola. Perchè così penosamente scegliete
voi il vostro posto, le vostre occupazioni, i vostri associati, i
vostri modi d’azione e i vostri divertimenti? Certo vi è un possibile
diritto per voi, che distrugge la necessità della discriminazione e
dell’elezione volontaria. Per voi vi è una realtà, un posto acconcio,
e dei doveri corrispondenti a voi. Ponete voi stessi nel mezzo della
corrente di potere e di saggezza, che fluisce in voi come vita;
collocatevi nel pieno centro di tale onda e voi sarete senza sforzo
spinti verso la verità, il diritto e una perfetta letizia. Allora, voi
porrete tutti i contradittori dalla parte del torto. Allora sarete il
mondo, la misura del diritto, del vero, del bello. Se noi non fossimo
dei guasta-mestieri con le nostre miserabili ingerenze, il lavoro, la
società, le lettere, le arti, la scienza, la religione degli uomini
procederebbero molto meglio di quanto non procedano ora, ed il cielo
predetto dal principio del mondo, ed ancora predetto dalla profondità
del nostro cuore, si organizzerebbe, come fanno ora la rosa e l’aria ed
il sole.
Io dico: «_non scegliete_»; ma questa è solo una figura rettorica,
con la quale io vorrei distinguere ciò che è comunemente chiamato
_scelta_ fra gli uomini, e che non è se non un atto parziale, vale
a dire scelta delle mani, scelta degli occhi, degli appetiti, e non
un completo atto dell’uomo. Ma ciò che io chiamo giustizia o bene,
è la scelta della mia costituzione; e ciò che io chiamo Cielo, ed al
quale internamente aspiro, è lo stato o la circostanza desiderabile
per la mia costituzione; e l’azione che in tutta la mia vita io cerco
di compiere, è il lavoro atto alle mie facoltà. Noi dobbiamo tenere
l’uomo responsabile verso la ragione, per la scelta della sua arte o
professione giornaliera. Non è giustificazione alle sue azioni, l’esser
queste, abitudini del suo mestiere. Che cosa ha egli a vedere con un
cattivo mestiere? Non ha egli una _vocazione_ nel suo carattere?
Ogni uomo ha la sua propria vocazione. Il talento è la vocazione. Vi
è una sola direzione, lungo la quale ogni spazio gli è aperto. Egli
possiede delle facoltà, che lo invitano verso quella direzione con
uno sforzo infinito. Egli è come un battello in un fiume; egli corre
contro tutti gli ostacoli e da tutti i lati, eccetto che da uno; solo
da quel lato ogni ostruzione è tolta, ed egli passa serenamente, sopra
la profondità di Dio, in un mare infinito. Questo talento e questa
vocazione dipendono dalla sua organizzazione, o dal modo con cui
l’anima generale in lui s’incarna. Egli inclina a fare qualche cosa che
sia facile a lui, e buona quando sia fatta, ma che nessun altro uomo
possa fare. Egli non ha rivali, infatti quanto più egli consulta con
verità i suoi propri poteri, tanta maggior differenza apparirà tra il
lavoro suo ed il lavoro di qualsiasi altro uomo. Quando egli è sincero
e fedele, la sua ambizione è certamente proporzionata ai suoi poteri.
L’altezza della piramide è determinata dalla larghezza della base. Ogni
uomo è attratto dal potere di fare qualche cosa di unico, e nessuno ha
altra vocazione, all’infuori di questa. La pretesa di avere un’altra
vocazione contraddistinta dal proprio nome e dalla propria elezione
personale, con segni esterni che proclamino l’individuo straordinario
e lo traggano fuor della cerchia degli uomini comuni, non è che
fanatismo, e dinota l’impotenza di percepire l’esistenza di una sola
mente per tutti gli individui, mente che non ha alcun rispetto per le
persone.
Con il fare il suo lavoro egli addita quali funzioni può compiere;
crea con il gusto dal quale è rallegrato; provoca quelle necessità,
per le quali può essere di sussidio, e rivela se stesso. È difetto
dei nostri pubblici discorsi di non aver abbandono. In ogni luogo,
non solo ogni oratore, ma ogni uomo dovrebbe lasciare sciolta
tutta la lunghezza delle proprie redini; dovrebbe trovare o creare
l’espressione franca e cordiale di quella forza e di quell’intento
che sono in lui. L’esperienza comune dice che l’uomo si adatta, come
può, alle abitudinarie piccolezze del lavoro o del commercio nel
quale è assorbito e che vi attende come un cane che giri lo spiedo;
allora egli è parte della macchina che egli stesso muove, e l’uomo è
perduto. Finchè egli non può comunicar se stesso agli altri in tutta
la sua statura e proporzione, quale un uomo buono e saggio, egli non
può trovare la sua vocazione. Egli deve trovare un luogo di uscita
per il suo carattere, così che egli possa giustificare la sua opera ai
loro occhi. Se il suo lavoro è vile, egli lo renda liberale con il suo
pensiero e con il suo carattere. Egli comunichi agli altri qualunque
cosa sappia e pensi, qualunque cosa, che nella sua preoccupazione
sia degna d’esser compiuta, o gli uomini non lo conosceranno e non lo
onoreranno a seconda del suo merito. Sciocchi voi siete, ogni qualvolta
voi riguardate la bassezza e la formalità della cosa compiuta, anzichè
convertirla in ubbidiente spiraglio del vostro carattere e delle vostre
intenzioni.
A noi piacciono soltanto quelle azioni che hanno avuto per lungo tempo
la lode degli uomini, e non ci accorgiamo che tutte le cose, che l’uomo
fa, potrebbero essere fatte divinamente. Noi pensiamo che la grandezza
sia rilegata o costituita in alcuni luoghi o per certi doveri, in certi
uffici o per date occasioni, e non ci avvediamo che Paganini può trarre
l’estasi da una corda di violino; Eulenstein da una ribéca; un ragazzo
dalle agili dita, dalle striscie di carta; Landseer dal maiale; e
l’eroe dalla misera abitazione e dalla compagnia ove egli era nascosto.
Ciò che noi chiamiamo «oscura condizione» o «società volgare» è quella
condizione e quella società, la cui poesia non fu ancora scritta,
ma che voi troverete fra poco invidiabile e rinomata come qualsiasi
altra. Accettate il vostro genio e dite ciò che pensate. Nei nostri
apprezzamenti prendiamo l’esempio dai re. La legalità tiene in conto
i doveri dell’ospitalità, la connessione delle famiglie, l’incalzare
della morte, e mille altre cose, ed ogni mente sovrana dovrà del pari
tenerne conto. Fare abitualmente un apprezzamento nuovo — questo è
elevazione.
Un uomo possiede in proporzione del suo agire. Che ha egli a vedere con
la speranza o con il timore? In lui sta la sua potenza. Non consideri
nessun altro bene saldo, eccetto quello che è nella sua vita. I
beni di fortuna possono venire ed andare come le foglie d’estate; li
spanda egli a tutti i venti, come segni momentanei della sua infinita
produttività.
Egli può avere ciò che gli spetta. Il genio di un uomo, la qualità
che lo differenzia da qualsiasi altro, la sua suscettibilità verso
una classe di influenze, la scelta di ciò che è adatto per lui, il
rifiuto di ciò che non gli conviene, determina per lui il carattere
dell’universo. Come un uomo pensa, così è; e come un uomo sceglie,
così è, e così è la sua natura. L’uomo è un metodo, una disposizione
progressiva, un principio eleggente, che attira a sè il suo simile,
ovunque egli vada. Egli prende soltanto ciò che gli spetta, nella
molteplicità che turbina e circola intorno a lui. Egli è simile ad
uno di quei travi messi nei fiumi per arrestare il legno portato alla
deriva, o alla calamita fra scheggie d’acciaio. Quei fatti, quelle
parole, quelle persone, che vivono nella sua memoria senza che egli
ne sappia dire il perchè, rimangono, perchè essi hanno una relazione
con lui, non meno reale per non essere ancora accertati. Essi sono
simboli del suo valore, poichè essi possono interpretare parte della
sua coscienza, per la cui spiegazione egli cercherebbe vanamente le
parole nelle immagini convenzionali dei libri e di altre menti. Ciò
che attrae la mia attenzione, lo possiederò; come io andrò all’uomo
che batte alla mia porta, mentre mille persone, altrettanto degne,
passano innanzi ad essa senza che io me ne curi. A me basta che questi
particolari mi parlino. Certi aneddoti, certi tratti di carattere, di
costumi, di fisionomia, certi incidenti, se li misuraste con la misura
ordinaria, hanno un’importanza nella vostra memoria sproporzionata
al loro significato apparente. Essi si riferiscono al vostro talento.
Date loro il loro peso e non buttateli via per cercare illustrazioni e
fatti più ordinarî in letteratura. Rispettateli, perchè essi hanno la
loro origine nella più profonda natura. Ciò che il vostro cuore crede
grande, è grande. L’enfasi dell’anima ha sempre ragione.
L’uomo ha il più alto diritto su tutte le cose, che sono gradite
alla sua natura ed al suo genio. Egli può prendere ovunque ciò che
appartiene al suo stato spirituale; nè può egli prendere qualche cosa
d’altro, sebbene tutte le porte siano aperte; nè può tutta la forza
degli uomini impedire che egli prenda ciò che gli viene di diritto. È
vano tentare di nasconder un segreto a chi ha il diritto di conoscerlo.
Esso si dirà da sè. Lo stato nel quale un amico può ridurci, afferma il
suo dominio su di noi. Egli ha un diritto sui pensieri di tale stato di
mente. Egli può forzare tutti i segreti di tale stato di mente. Questa
è una legge che gli uomini di governo mettono in pratica. Tutti i
terrori della Repubblica Francese, che tennero l’Austria a segno erano
impotenti a reggere alla sua diplomazia: ma Napoleone mandò a Vienna M.
De Narbonne, uomo dell’antica nobiltà, di costumi e di modi e di nome
pari a quelli della corte austriaca, dicendo che era indispensabile
mandare alla vecchia aristocrazia d’Europa uomini della sua stessa
condizione: orbene M. De Narbonne, in meno di quindici giorni, penetrò
tutti i segreti del gabinetto imperiale.
Una mutua e reciproca intelligenza è sempre la più salda delle catene.
Nulla sembra più insignificante come il parlare e l’essere compreso.
Pure un uomo potrà constatare che l’esser compreso è il più forte
dei legami e delle difese; — e colui che ha accolta un’opinione,
potrà considerarla come la più pericolosa catena. Se un insegnante
ha un’opinione che desidera nascondere, i suoi scolari diverranno
pienamente consci di essa come di qualsiasi altra, che egli rivela.
Se voi versate dell’acqua in un recipiente ritorto e con angoli, è
vano dire: «io voglio versare in questo angolo od in quello»; l’acqua
troverà il suo livello in tutti. Gli uomini sentono ed operano secondo
una vostra dottrina senza poter dimostrare come essi la seguano.
Dateci l’arco di una curva ed un buon matematico vi scoprirà l’intiera
figura. Noi ragioniamo sempre dal visibile al non visibile, donde la
perfetta intelligenza, che sussiste fra noi e gli uomini saggi delle
età remote. Un uomo non può seppellire i suoi detti così profondamente
nel suo libro, che il tempo e gli uomini di mente pari alla sua non
li trovino. Platone aveva una dottrina segreta; l’aveva egli? Quale
segreto può egli nascondere agli occhi di Bacone? di Montaigne? di
Kant? Perciò Aristotile disse delle sue opere: «Esse sono pubblicate e
non pubblicate». Nessuno può imparare ciò che non è in grado imparare,
per quanto vicino ai suoi occhi sia l’oggetto. Un chimico può dire i
suoi più preziosi segreti ad un falegname e questi non sarà più saggio
— segreti che egli non confiderebbe ad un altro chimico, foss’anche
per un regno. Dio ci protegge sempre dalle idee premature. I nostri
occhi sono ciechi per modo che noi non possiamo vedere le cose che ci
stanno dinnanzi, finchè l’ora non giunge in cui la mente è matura;
allora le vediamo, ed il tempo nel quale non le vedemmo, ci pare
un sogno. Tutta la bellezza ed il valore che l’uomo contempla, non
è nella natura, ma in lui stesso. Il mondo è una cosa vuota, e va
debitore dei suoi orgogli a questa anima che indora e che esalta. «La
terra riempie il suo grembo di splendori» non suoi proprî. La valle di
Tempe, Tivoli e Roma sono terra ed acqua, roccie e cielo. Vi è terra ed
acqua altrettanto buona in mille altri luoghi, eppure quanto esse sono
indifferenti.
Il popolo non si fa migliore per l’azione del sole e della luna,
dell’orizzonte o degli alberi; così non è detto che i custodi delle
gallerie di Roma od i servi dei pittori, abbiano una qualche elevatezza
di pensiero, o che i librai siano uomini più saggi degli altri. Vi sono
delle grazie nel portamento di una persona nobile ed educata, che si
perdono agli occhi di un rozzo. Esse sono come quelle stelle, la cui
luce non ci ha ancora raggiunto.