Un uomo non può parlare senza giudicare se stesso. Volente o nolente,

egli disegna con ogni parola il suo proprio ritratto agli occhi dei

suoi compagni. Ogni opinione reagisce su colui che la pronuncia: è un

gomitolo di filo gettato in un punto, ma di cui l’estremità opposta

rimane nella tasca di colui che l’ha lanciato: o piuttosto è un arpione

scagliato contro una balena, che svolge nel suo volo una spira di

corda nella barca, e che taglierà in due il timoniere e affonderà la

barca, s’esso non è buono o bene scagliato. Non potete fare il peggio

senza soffrire il peggio. Nessun uomo ebbe mai punta d’orgoglio, che

non gli fosse dannosa, disse Burke. Chi vive esclusivamente di vita

mondana non s’avvede che egli esclude ogni godimento nel tentativo

di appropriarselo. L’esclusivista nel campo religioso non s’avvede di

chiuder la porta del cielo a se stesso, tentando di chiuderla per gli

altri. Trattate gli uomini come pedine e come birilli e voi soffrirete

ciò che essi soffrono. Se voi non terrete conto del loro cuore,

perderete il vostro. I sensi vorrebbero trasformare in cose tutte le

persone: le donne i bambini, i poveri. Il proverbio volgare «Questo

otterrò dalla sua borsa o dalla sua pelle» è filosofia gagliarda.

Tutte le infrazioni all’amore ed all’equità nelle nostre relazioni

sociali sono rapidamente punite. Esse sono punite dal timore. Finchè

io mantengo una semplice relazione col mio simile, non provo alcun

dispiacere nell’incontrarlo. Noi ci incontriamo come l’acqua incontra

l’acqua, come una corrente d’aria ne incontra un’altra, con una

perfetta fusione e penetrazione di natura. Ma così tosto come vi è un

allontanamento dalla semplicità od un tentativo di reticenza, il bene

mio non è più il bene suo ed il mio prossimo sente il danno; egli mi

sfugge come io l’ho sfuggito; i suoi occhi non cercano più i miei; vi è

guerra fra noi; vi è odio in lui e timore in me.

Tutti gli antichi abusi della società, universali e particolari, tutto

l’ingiusto accumulamento di proprietà e di potere, sono vendicati allo

stesso modo.

Il timore è maestro di grande sagacità e l’araldo di tutte le

rivoluzioni. Una sola cosa esso ci insegna: che vi è corruzione là dove

esso appare. Il timore è come un corvo che ama le carogne; benchè voi

non vediate bene intorno a che cosa svolazzi, pure vi è la morte in

quel luogo. La nostra proprietà è timida, le nostre leggi sono timide,

le nostre classi colte sono timide. Il timore per secoli e secoli ha

presagito e cianciato e pronosticato sopra il governo e la proprietà.

Questo tristo uccello non è là per nulla. Esso indica dei grandi torti

che devono essere riparati. Della stessa natura è quell’aspettazione

d’un mutamento, che immediatamente segue la sospensione della nostra

attività volontaria. Il terrore di una luna senza nubi, lo smeraldo

di Policrate, il timore della prosperità, l’istinto che spinge ogni

anima generosa ad imporsi il compito d’un nobile ascetismo, sono come

le oscillazioni della bilancia della giustizia attraverso il cuore e la

mente dell’uomo.

Gli uomini che hanno esperienza del mondo sanno molto bene che è

meglio pagare lo scotto, ovunque vadano, e che l’uomo paga sovente

cara una piccola economia. Colui che dà in prestito, rientra nel suo

proprio debito. Colui che ha ricevuto cento favori e non ne ha reso

alcuno, ha egli guadagnato qualche cosa? Ha egli guadagnato chiedendo,

per indolenza od abilità, le merci od i cavalli od il denaro del suo

vicino?

Il riconoscimento del beneficio da una parte, e del debito dall’altra,

vale a dire della superiorità e dell’inferiorità sorge immediato nel

fatto. La transazione rimane nella memoria sua e del suo vicino; ed

ogni nuova transazione àltera, a seconda della sua natura, le relazioni

reciproche. Egli giunge tosto a comprendere che sarebbe stato meglio

per lui rompersi le ossa che l’aver viaggiato nella carrozza del

suo vicino, e che il prezzo più alto, cui egli può pagare una cosa

qualsiasi, sta nel chiederla.

Un uomo saggio applicherà questo ammonimento a tutte le fasi della vita

e saprà che è parte della prudenza il far fronte ad ogni richiedente e

soddisfare ogni giusta richiesta con il vostro tempo, il vostro ingegno

e il vostro cuore. Pagate sempre; perchè tardi o tosto dovrete pagare

il vostro debito intiero. Persone ed eventi possono frapporsi fra voi e

la giustizia per qualche tempo, ma ciò è solamente un differimento. Voi

dovrete, in ultimo, pagare. Se siete saggi, sfuggirete una prosperità

che accresce solo il vostro debito.

Il beneficio è lo scopo della natura. Ma per ogni beneficio che voi

ricevete è imposta una tassa. Più grande è colui, che conferisce più

benefici. È vile — ed è l’unica cosa vile nell’universo — ricevere

favori, senza contraccambiarne alcuno. È nell’ordine naturale che noi

non possiamo rendere dei benefici a coloro, dai quali li riceviamo,

e se ciò avviene, accade però molto di rado. Ma il beneficio che noi

riceviamo deve essere reso a qualcuno, linea per linea, fatto per

fatto, centesimo per centesimo. Temete che troppi beni rimangano nelle

vostre mani! Presto si corromperanno e genereranno dei vermi. Pagate,

presto, in qualche modo.

Il lavoro è salvaguardato dalle stesse leggi inflessibili. Dicono i

prudenti che i lavori più cari sono quelli a buon prezzo. Ciò che

noi acquistiamo in una scopa, in un materasso, in un carro, in un

coltello, è una applicazione del buon senso ad un bisogno comune. La

cosa migliore è quella di pagare nel vostro possedimento un giardiniere

abile, vale a dire acquistare il buon senso applicato al giardinaggio;

nel vostro marinaio, il buon senso applicato alla navigazione: nella

casa, il buon senso applicato alla cucina, al cucire, al servire; nel

vostro agente, il buon senso applicato ai conti e agli affari. Così voi

moltiplicate la vostra presenza, ossia spargete voi stesso in tutto

il vostro possedimento. Ma per la duplice costituzione di tutte le

cose, nel lavoro come nella vita non vi può essere inganno. Il ladro

deruba se stesso, lo scroccone truffa se stesso; poichè la ricompensa

reale del lavoro è la conoscenza e la virtù, mentre la ricchezza e il

credito ne sono i simboli. Questi simboli, come la carta-moneta possono

essere falsificati o rubati, ma ciò che essi rappresentano, vale a

dire conoscenza e virtù, non può essere falsificato o rubato. Questi

fini del lavoro non possono essere raggiunti che dagli sforzi reali

della mente, e dall’obbedienza a dei motivi puri. Lo scroccone, il

truffatore, il giuocatore non possono ottenere quella conoscenza della

natura materiale e morale, che insegna al lavoratore le sue oneste

cure e gli affanni. La legge della natura dice: Agite e voi avrete il

potere; ma coloro che non agiscono non l’avranno.

Il lavoro umano, in tutte le sue forme, dall’aguzzare un palo sino

alla costruzione di una città o alla creazione di un poema epico, è

un’illustrazione immensa della perfetta compensazione dell’universo.

L’assoluta bilancia del Dare e dell’Avere, la teoria che ogni cosa

ha il suo prezzo, e che se quel prezzo non è pagato, un’altra viene

ottenuta in pagamento, e che è impossibile ottenere cosa alcuna senza

il suo prezzo — non è meno sublime nelle colonne di un libro-mastro che

nei bilanci degli stati, nelle leggi della luce e dell’oscurità, in

tutta l’azione e reazione della natura. Io non posso dubitare che le

alte leggi che ogni uomo vede implicate in quelle occupazioni che gli

sono familiari, quali la rigida morale che scintilla sul filo del suo

scalpello, che è misurata dal suo filo a piombo e dalla sua squadra,

che è visibile alla base d’un conto di bottega come nella storia di uno

Stato — gli raccomandino il suo commercio, ed esaltino i suoi affari

nella sua imaginazione.

La lega fra la virtù e la natura obbliga tutte le cose ad assumere un

contegno ostile di fronte al vizio. Le leggi e le sostanze del mondo

perseguitano e condannano il traditore. Egli trova che le cose sono

disposte per la verità ed il beneficio, ma che nell’intiero mondo non

vi è una sola caverna per nascondere un furfante. Nulla v’è che sia

un segreto. Commettete un delitto e la terra diventa di cristallo;

commettete un delitto e sembrerà che un mantello di neve sia caduto sul

terreno, come quello, che nei boschi, rivela la traccia d’ogni pernice,

d’ogni volpe, d’ogni scoiattolo e d’ogni talpa. Non potete riprendere

la parola detta, non potete cancellare la traccia, non potete ritirare

la scala in modo da non lasciare luogo a passaggio o ad indizio.

Qualche circostanza che vi condanna, sempre sopravvive. Le leggi e le

sostanze della natura — acqua, neve, vento, gravitazione — si mutano in

castighi per il ladro. Con la stessa forza ed in senso opposto la legge

sostiene con uguale sicurezza ogni azione giusta. Amate e sarete amati.

Ogni amore è matematicamente giusto, come i due membri d’una equazione

algebrica. L’uomo buono possiede il bene assoluto, che, come il fuoco,

riconduce ogni cosa alla sua propria natura, così che non potete

recargli alcun danno; ma come gli eserciti inviati contro Napoleone, al

suo avvicinarsi abbassavano le loro bandiere e da nemici diventavano

amici, così per lui i disastri di tutte le specie, le malattie, le

offese, la povertà diventano benefattori.

«I venti soffiano e le acque portano al coraggioso la forza, il potere

e la divinità. Eppure in se stessi, quelli sono nulla».

I buoni sono protetti perfino dalla loro debolezza e dai loro difetti.

Allo stesso modo che mai nessun uomo ha avuto un punto di orgoglio, che

non fosse a lui ingiurioso, così nessun uomo ha mai avuto un difetto

che in qualche modo non gli riuscisse talvolta giovevole. Il cervo

della favola ammirava le sue corna e criticava i suoi piedi, ma quando

il cacciatore venne, i suoi piedi lo salvarono e preso nella boscaglia,

le sue corna lo perdettero. Ogni uomo deve nella sua vita render grazie

ai suoi difetti. Come nessun uomo penetra completamente una verità,

fino a che non ha lottato contro di essa, così nessun uomo ha completa

conoscenza degli impedimenti o dei talenti degli uomini, finchè egli

non ha sofferto gli uni e veduti i trionfi degli altri e constatata in

se stesso la mancanza di essi. Ha egli un difetto di carattere che lo

rende poco atto alla vita sociale? Egli è allora obbligato a vivere

da solo, ad acquistare l’abitudine dell’auto-aiuto; e come l’ostrica

ferita, egli aggiusta la sua conchiglia con una perla.

La nostra forza è prodotta dalla nostra debolezza. L’indignazione,

che si arma con delle forze segrete, non si sveglia finchè noi non

siamo punti, feriti e dolorosamente assaliti a colpi di fucile. Un

grande uomo vuol esser sempre piccolo. Mentre egli siede sui cuscini

delle comodità, egli si addormenta. Quando egli è spinto, tormentato,

sconfitto, egli dalle sue vicende impara qualche cosa; egli è stato

posto nella sua saggia virilità, egli ha acquistata la nozione

dei fatti e conosce la sua ignoranza; è guarito dall’insania della

fantasia; ha acquistata la moderazione e l’abilità reale. L’uomo saggio

si getta dalla parte dei suoi assalitori; trovare il suo punto debole

è più il suo interesse che il loro. La ferita si cicatrizza e cade

come pelle morta, e quando essi stanno per trionfare, ecco! egli è

passato avanti invulnerabile. Il biasimo è più sicuro della lode. Io

odio d’essere difeso in un giornale. Fintantochè tutto ciò che si dice,

è detto contro di me, sento una certa sicurezza di successo; ma tosto

che parole melate di lode sono pronunciate a mio riguardo, mi sento

come senza protezione di fronte ai miei nemici. In generale, ogni male

al quale noi non soccombiamo, è un nostro benefattore. Come l’isolano

delle isole di Sandwich crede che la forza ed il coraggio del nemico

che egli uccide, passino in lui, così noi acquistiamo la forza di

quella tentazione, alla quale resistiamo.

I medesimi custodi che ci proteggono dalla sventura, dal difetto e

dall’inimicizia, ci difendono, se noi vogliamo, dall’egoismo e dalla

frode. I ceppi e i banchi degli accusati non sono le migliori nostre

istituzioni, nè l’astuzia in commercio è una prova di saggezza. Gli

uomini giacciono durante tutta la vita sotto la superstizione stupida

di poter essere truffati. Ma è così impossibile ad un uomo l’essere

truffato, se non da se stesso, come è impossibile per una cosa l’essere

e non essere allo stesso tempo. Vi è una terza persona silenziosa in

tutti i nostri contratti. La natura e l’anima delle cose prendono

su se stesse la garanzia del compimento d’ogni contratto, così che

un servizio onesto non può mutarsi in una perdita. Se voi servite

un padrone ingrato, servitelo il più a lungo possibile. Ponete Iddio

nel vostro debito. Ogni azione sarà ripagata. Quanto più a lungo il

pagamento è ritardato, tanto meglio è per voi, perchè l’interesse

composto su interesse composto è la norma e l’abitudine del tesoriere.

La storia della persecuzione è una storia dei tentativi per frodare la

natura, per far salire l’acqua sui colli, per attorcigliare corde di

sabbia. Che i persecutori siano molti od uno solo, un tiranno od una

folla, ciò non ha importanza. Una folla tumultuante è una società di

corpi, privati volontariamente dell’uso della ragione, e che cammina

attraverso le proprie opere. La folla tumultuante è un uomo che

volontariamente discende al livello del bruto; la sua ora d’attività

è la notte; le sue azioni sono pazze come tutta la sua costituzione;

essa perseguita un principio; vorrebbe frustare un diritto, vorrebbe

sopprimere la giustizia, dando al fuoco ed all’oltraggio le case e le

persone che la rispettano. Essa compie le sciocchezze dei ragazzi, che

corrono con pompe da incendio per spegnere la rossa aurora innalzantesi

alle stelle. Lo spirito inviolato ritorce contro i malfattori il loro

odio. Il martire non può essere disonorato; ogni frustata inflitta

è una voce per la fama; ogni prigione, un’abitazione più illustre;

ogni libro o casa bruciata illumina il mondo; ogni parola soppressa o

cancellata si riflette attraverso la terra, da parte a parte. Le menti

degli uomini sono alfine ridestate, la ragione appare e giustifica se

stessa e la perfidia trova vane tutte le sue opere.

Così tutte le cose ammoniscono sull’indifferenza delle circostanze.

L’uomo è tutto. Ogni cosa ha due lati, uno buono ed uno cattivo. Ogni

vantaggio ha il suo contrario: io imparo così ad essere contento. Ma

la teoria della compensazione non è la teoria dell’indifferenza. Lo

spensierato dice, udendo queste dimostrazioni: «A che cosa giova il

fare bene? Vi è una vicenda sola per il bene e per il male; se guadagno

qualche bene, devo pagare per esso; se lo perdo un altro ne guadagno;

tutte le azioni sono indifferenti».

Vi è nell’anima un fatto più profondo della compensazione, vale a dire,

la sua propria natura. L’anima non è una compensazione, ma una vita.

L’anima è. Sotto questa marea ondeggiante di circostanze, le cui acque

si alzano e si abbassano con perfetto succedersi, giace l’aborigeno

abisso dell’«Essere» reale. L’essenza, o Iddio, non è una relazione od

una parte, ma il Tutto. L’essere è l’affermazione vasta, che esclude la

negazione, che si regge in equilibrio di per se stesso, e inghiottisce

tutte le relazioni, tutte le parti, e tutti i tempi. La natura, la

verità, la virtù, sono i flussi che di là provengono. Il vizio è

l’assenza dell’essere e l’allontanamento da esso. Il nulla, la falsità,

possono invero stare come la grande notte o l’ombra, sulla quale, come

su uno sfondo, l’universo vivente proietta se stesso; ma nessun fatto

è dal nulla generato; il nulla non può operare, perchè esso non è.

Non può fare alcun bene; non può far alcun male. Ma è un male perchè è

peggio non essere che essere.

Noi ci sentiamo defraudati della retribuzione dovuta alle azioni

cattive, perchè il criminale aderisce ai suoi vizî, rimane fedele

alla sua contumacia e non viene in nessun modo ad una crisi o ad

un giudizio della natura visibile. Non vi è confutazione della sua

stoltezza davanti agli uomini ed agli angeli. Ha egli perciò superata

in destrezza la legge? Più egli porta seco la malignità e la menzogna,

più egli s’allontana dalla natura. In qualche modo una dimostrazione

del suo misfatto vi sarà anche per l’intelligenza; ma se noi anche non

la vedessimo, questa deduzione implacabile bilancierà il conto eterno.

Nè può dirsi, d’altra parte, che l’acquisto di rettitudine debba

essere ottenuto a prezzo di una perdita qualsiasi. Non vi è penalità

per la virtù, non v’è penalità per la saggezza; esse sono delle vere

aggiunte all’essere. In un’azione virtuosa, io realmente _sono_; in

un’azione virtuosa io accresco il mondo; io mi stabilisco nei deserti

conquistati al Caos ed al nulla, e vedo l’oscurità recedere ai limiti

dell’orizzonte. Non vi può essere eccesso nell’amore, nella conoscenza,

nella bellezza, quando questi attributi sono considerati nel loro

più puro senso. L’anima rifugge da tutti i limiti, e nell’uomo sempre

afferma un ottimismo, mai un pessimismo.

La sua vita è un progresso e non una stazione. Il suo istinto è la

fiducia. Il nostro istinto usa più o meno nei rapporti con l’uomo,

della _presenza dell’anima_ e non mai della sua assenza; l’uomo

coraggioso è più grande del codardo; il veritiero, il benevolente,

il saggio, è più uomo e non meno del demente e del furfante. Non vi è

tassa sui beni della virtù, perchè essi sono patrimonio di Dio stesso,

o esistenza assoluta, senza comparazione alcuna. Il bene materiale ha

la sua tassa, e se è venuto senza merito e senza sudore, esso non ha

radice in me, ed il primo vento lo spazzerà via. Ma tutti i beni della

natura appartengono all’anima, e possono essere acquistati con moneta

legale in natura, vale a dire con un lavoro che il cuore e il cervello

permettono. Io non desidero di ritrovare un bene che non merito, per

esempio rinvenire un recipiente sotterrato, pieno d’oro, perchè so che

esso mi porta nuove responsabilità. Io non desidero beni esterni, nè

possessi, nè onori, nè potere, nè persone. Il guadagno è apparente; la

tassa è certa. Ma non vi è tassa sulla conoscenza che la compensazione

esiste, e che non è desiderabile trovare dei tesori. Di ciò io godo

con una pace serena, eterna. Io restringo i limiti del male possibile.

Imparo la saggezza di san Bernardo: «Nulla può farmi del male eccetto

me stesso; il male che io soffro lo porto in me stesso e non sono mai

un reale sofferente se non per colpa mia».

Nella natura dell’anima v’è un compenso per l’ineguaglianza delle

condizioni. La tragedia radicale della natura sembra essere nella

distinzione di _Più_ e _Meno_. Come può il Meno non sentire il dolore;

non sentire indignazione o malevolenza contro il Più? Badate a colui

che ha minori facoltà e voi vi sentite triste e non sapete bene che

cosa fare. Egli quasi evita i vostri occhi; egli quasi teme che essi

rimbrottino Iddio. Che fare? Tutto ciò pare una grande ingiustizia.

Ma avvicinate i fatti, vedeteli da vicino e queste ineguaglianze

simili a montagne, spariscono. L’amore le riduce, come il sole fonde

gli icebergs in mare. Il cuore e l’anima di tutti gli uomini essendo

uno, cessa quest’amarezza del _Suo_ e del _Mio_. Il suo è mio. Io sono

mio fratello e mio fratello è io stesso. Se io mi sento oscurato e

sorpassato da grandi vicini, pure io li posso ancora amare; io li posso

ancora ricevere; e colui che ama, fa cosa sua propria la grandezza

che egli ama. Con ciò io rilevo a me stesso che mio fratello è il mio

guardiano, che opera per me con i più amichevoli intenti, e che il

possedimento che io tanto ammirai ed invidiai è mio. È della eterna

natura dell’anima l’appropriarsi e far sue tutte le cose. Gesù e

Shakespeare sono frammenti dell’anima, e con l’amore io li conquido e

li incorporo nel mio proprio conscio dominio. La loro virtù non è mia?

Il loro intelletto, se non può essere fatto mio, non è intelletto.

Tale è anche la storia naturale delle calamità. I cambiamenti, che

feriscono a brevi intervalli la prosperità degli uomini, sono avvisi

di una natura la cui legge è lo svilupparsi. È ordine di natura lo

svilupparsi ed ogni anima per questa intrinseca necessità lascia il

suo intiero sistema di cose, i suoi amici, la casa, le leggi, la fede,

come il mollusco sguscia fuori della sua casa bella ma di pietra,

perchè essa non permette più il suo sviluppo, e lentamente si forma una

casa nuova. Queste rivoluzioni sono frequenti in proporzione al vigore

dell’individuo, ed in qualcuno più fortunato esse sono incessanti, e

tutte le relazioni mondane lo circondano, diventando, per così dire,

una trasparente membrana fluida, attraverso la quale la forma vivente

è sempre visibile, anzichè, come per la maggior parte degli uomini, un

tessuto eterogeneo di molte età e senza carattere stabilito, nel quale

l’uomo è imprigionato. In questo caso c’è ampliamento, e l’uomo d’oggi

riconosce a stento l’uomo di ieri. E tale dovrebbe essere la biografia

esterna dell’uomo in rapporto col tempo: un abbandono delle circostanze

morte giorno per giorno, come egli rinnova giorno per giorno i suoi

vestiti. Ma per noi, nel nostro stato ingannevole, stagnante, che non

progredisce, che resiste, che non coopera con la divina espansione,

questo sviluppo viene a sbalzi.

Noi non possiamo separarci dai nostri amici. Non possiamo lasciar

andare i nostri angeli. Noi non vediamo ch’essi escono, perchè degli

arcangeli possano entrare. Noi siamo idolatri delle cose vecchie.

Noi non crediamo alla ricchezza dell’anima, alla sua eternità

ed onnipresenza. Noi non crediamo che vi sia una forza oggi per

rivaleggiare o creare nuovamente quel ch’era bello ieri. Noi ci

soffermiamo nelle rovine della vecchia tenda, dove avevamo una volta

pane e riparo e vita, nè crediamo che lo spirito possa alimentarci,

coprirci, e fornirci di nervi nuovamente. Noi non possiamo nuovamente

trovare alcunchè così caro, così dolce, così grazioso. Ma sediamo e

piangiamo invano. La voce dell’Onnipotente dice: «Alzatevi ed andate

avanti, per sempre». Noi non possiamo rimanere fra le rovine, pure

non vogliamo affidarci al nuovo; e così camminiamo sempre cogli occhi

rivolti, come quei mostri che guardano sempre all’indietro.

Eppure le compensazioni delle calamità appaiono all’intelligenza,

anche dopo lunghi intervalli di tempo. Una febbre, una mutilazione,

un crudele disinganno, una perdita di ricchezze sembrano al primo

momento una perdita completamente irreparabile. Ma gli anni rivelano

la profonda forza del rimedio, che giace sotto tutti i fatti. La

morte d’un amico caro, della moglie, d’un fratello o d’un’amante,

che sembrava dapprima null’altro che privazione, un poco più tardi

assume l’aspetto di una guida o di un buon genio; perchè essa

comunemente opera delle rivoluzioni nel nostro modo di vita; chiude

un’epoca d’infanzia o di gioventù, che attendeva di essere chiusa;

rompe un’abituale occupazione od un «mènage» di casa, e permette la

formazione di nuove abitudini, più adatte allo sviluppo del carattere;

essa permette o limita la formazione di nuove conoscenze, e la

possibilità di nuove influenze, che risultano della massima importanza

negli anni futuri; e allora l’uomo o la donna che sarebbero rimasti

come un soleggiato fiore da giardino, senza terreno per le sue radici e

con troppa luce solare per il suo capo a causa della caduta delle mura

e della negligenza del giardiniere, sono come il banano della foresta,

che dà ombra e frutti alle grandi moltitudini d’uomini che gli sono

d’intorno.

QUARTO SAGGIO

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L'anima, la natura e la saggezza · 第 6 / 32 段