Fin dalla mia fanciullezza io ho desiderato di scrivere un discorso

sulla compensazione: poichè mi parve, quand’ero giovanissimo, che su

questo argomento la vita fosse più innanzi della teologia, e che il

popolo sapesse più di quanto i predicatori insegnassero. Gli stessi

documenti, dai quali la dottrina poteva essere tratta, allettavano la

mia fantasia con la loro infinita varietà, e mi stavano sempre davanti,

anche nel sonno; perchè essi sono gli utensili nelle nostre mani, il

pane nel nostro canestro, gli avvenimenti della strada, la cascina, la

dimora, i saluti, le relazioni, i debiti e i crediti, l’influenza del

carattere, la natura e le doti di ogni uomo. Mi sembrava, anche, che

essa potesse mostrare agli uomini un raggio della divinità, l’azione

presente dell’anima di questo mondo, libera da ogni vestigio di

tradizione, e potesse immergere il cuore dell’uomo in un lavacro di

amore eterno, conversando con ciò che egli sa esser sempre esistito,

e sempre dover esistere, perchè esso ora realmente esiste. Mi pareva

inoltre, che se questa dottrina potesse essere espressa in termini,

in certo modo uguali a quelle luminose intuizioni con le quali questa

verità ci è talvolta rivelata, essa sarebbe una stella in molte ore

oscure e in molti difficili passi del nostro viaggio, la quale non ci

permetterebbe di perdere la diritta via.

Questo desiderio ultimamente crebbe in me ascoltando una predica in

chiesa. Il predicatore, un uomo stimato per la sua ortodossia, spiegava

nel solito modo la dottrina del giudizio universale. Egli asseriva

che l’ultimo giudizio non avviene in questo mondo; che i malvagi sono

vittoriosi; che i buoni sono infelici; e poi traeva dalla ragione e

dalla Sacra Scrittura l’idea d’un compenso distribuito ad entrambi

nella vita futura. La congrega dei fedeli non parve essere indignata

da questa dottrina e per quanto io osservassi, allorchè l’adunanza si

sciolse, non mi avvidi d’alcuna osservazione mossa a questa predica.

Pure quale era il senso di questo insegnamento? Che cosa intendeva

dire il predicatore, affermando che i buoni sono infelici nella vita

presente? Voleva egli dire che le case e le terre, le cariche, i vini,

i cavalli, i vestiti, il lusso sono tenuti dagli uomini senza principî,

mentre i santi sono poveri e disprezzati, e che una compensazione deve

essere data a questi in futuro, donando loro come gratificazione,

azioni bancarie e doppioni d’oro, cacciagione e champagne? Questa

deve essere la compensazione da lui intesa; perchè se non questa,

quale altra? Forse questa: che ad essi sarà concesso di pregare e

glorificare? di amare e di servire gli uomini? Ma ciò è quanto possono

fare ora! La legittima conseguenza che il discepolo poteva trarre

era: — «Noi avremo i giorni lieti, che i peccatori hanno ora»; — o per

arrivare all’estrema deduzione: — «Voi peccate ora; noi peccheremo più

tardi; noi vorremmo peccare ora, se noi lo potessimo; ma non essendo

felici attendiamo la nostra rivincita domani». — L’errore di questa

dottrina sta nell’immensa concessione, che i cattivi siano soddisfatti;

che la giustizia non si compia nel presente. La cecità del predicatore

consisteva nel valutare con il vile estimo del mercato. ciò che

costituisce un virile successo, anzichè confrontare e confutare il

mondo con la verità, affermando la presenza dell’anima, l’onnipotenza

della volontà; distinguendo così le insegne del bene e del male, del

successo e della menzogna, e citando i morti al suo tribunale.

Riscontro un simile spregevole tono nelle opere popolari religiose

di questi giorni, e vedo adottate le stesse dottrine dagli uomini

di lettere, quando per caso trattano di analoghi argomenti. Io credo

che la nostra teologia popolare s’è innalzata per decoro, e non per

principî, sulle superstizioni che essa ha divelte. Ma gli uomini sono

migliori di questa teologia e la loro vita giornaliera la smentisce.

Ogni anima ingegnosa e ricca d’aspirazioni abbandona tale dottrina

nel passato della sua propria esperienza; e tutti gli uomini sentono

talvolta la falsità che essi non possono dimostrare, poichè gli uomini

sono più saggi di quanto essi stessi non sappiano. Ciò che essi sentono

senza riflessione nella scuola e dal pulpito, se dovesse esser detto

in conversazione, sarebbe probabilmente esaminato in silenzio. Se

un uomo dogmatizza in una società promiscua, sulla Provvidenza e le

leggi divine, egli riceve in tutta risposta un silenzio, che indica

chiaramente, ad un osservatore, il malcontento dell’uditorio, ma anche

la sua incapacità di formarsi una convinzione propria.

Ricorderò ora alcuni fatti che indicano il cammino della legge della

compensazione e sarò oltremodo felice se traccierò con esattezza il

più piccolo arco di questo cerchio. La polarità o azione e la reazione

si riscontrano in ogni parte della natura; nell’oscurità e nella

luce; nel caldo e nel freddo; nel flusso e nel riflusso delle acque;

nel maschio e nella femmina; nell’inspirazione e nell’espirazione

delle piante e degli animali; nella sistola e diastola del cuore;

nelle ondulazioni dei fluidi e del suono; nella gravità centrifuga e

centripeta; nell’elettricità, nel galvanismo, e nell’affinità chimica.

Producete l’attrazione all’estremità di un ago magnetico; la forza

magnetica opposta appare all’altra estremità. Se il sud attrae, il

nord respinge. Per fare il vuoto qui, voi dovete condensare là. Un

dualismo inevitabile scinde la natura, così che ogni cosa è una metà,

e suggerisce un’altra cosa per farla intiera; così spirito, materia;

uomo, donna; soggetto, oggetto; dentro, fuori; sopra, sotto; movimento,

riposo; sì, no.

Come il mondo è dualistico, così è ciascuna delle sue parti. L’intiero

sistema delle cose viene rappresentato in ogni particella. Vi è

qualcosa che rassomiglia al flusso ed al riflusso del mare, al giorno

ed alla notte, all’uomo e alla donna, nella scaglia del pino, in un

grano di frumento, in ogni individuo del regno animale. La reazione,

così grandiosa nei suoi elementi, si ripete in questi limiti angusti.

Per esempio, nel regno animale, il fisiologo ha osservato che nessun

essere è privilegiato, ma che una certa compensazione bilancia ogni

dono ed ogni difetto. Un soprappiù concesso ad una parte è ripagato

dallo stesso essere con una riduzione di un’altra parte. Se la testa ed

il collo sono più larghi, il tronco e le estremità sono accorciati.

La teoria delle forze meccaniche fornisce un altro esempio. Ciò che

noi guadagniamo in potenzialità, perdiamo in durata; e viceversa. Le

rivoluzioni periodiche o equivalenti dei pianeti sono un altro esempio;

così l’influenza del clima e del suolo nella storia politica.

Il clima freddo rinvigorisce. Il suolo arido non produce febbri,

cocodrilli, tigri o scorpioni.

Lo stesso dualismo si cela nella natura e nella condizione dell’uomo.

Ogni eccesso dà origine ad un difetto; ogni difetto ad un eccesso.

Ogni dolce ha il suo amaro; ogni male ha il suo bene. Ogni facoltà

che riceve piacere, ha un castigo uguale al piacere, in caso d’abuso

e deve rispondere della sua moderazione a prezzo della vita. Per

ogni grano di spirito vi è un grano di follia. Ad ogni cosa perduta,

corrisponde un’altra guadagnata; ad ogni cosa guadagnata un’altra

perduta. Le ricchezze crescono; cresce il numero di coloro che le

usano. Se il raccoglitore raccoglie troppo, la natura prende dall’uomo

ciò che essa mette nelle casse di lui; aumenta i beni, ma uccide il

proprietario. La natura odia i monopoli e gli eccessi. Le onde del mare

non ricercano più rapidamente il loro livello dopo il loro agitarsi, di

quanto tendano le varietà della condizione ad uguagliarsi. Vi è sempre

qualche circostanza livellatrice, che riconduce il superbo, il forte,

il ricco, il fortunato, sostanzialmente allo stesso livello di tutti

gli altri. Un uomo è troppo forte e feroce per la società, è un cattivo

cittadino per temperamento e per posizione, — è un testardo malfattore

con un tanto di pirata in se stesso; — ebbene la natura gli manda uno

stuolo di figli e di figlie che studiano lodevolmente nella scuola

del villaggio, e l’amore ed il timore per essi, spianano il suo tristo

viso arcigno alla cortesia. Così essa giunge ad intenerire il granito,

a scacciare la bestia feroce ed introdurvi l’agnello, ed a mantenere

esatta la bilancia.

Il contadino immagina che il potere e la preminenza siano delle

belle cose, ma il Presidente ha pagato cara la sua _Casa Blanca_.

Ordinariamente essa gli è costata tutta la sua pace, e le migliori

delle sue qualità virili. Per conservare per breve tempo una posizione

apparentemente così cospicua innanzi al mondo, egli è lieto di mangiare

polvere davanti ai suoi veri padroni, che stanno eretti dietro il

trono. Oppure desiderano gli uomini la grandezza più sostanziale e

permanente del genio? Anche questa non ha maggior immunità. Colui che

colla forza della volontà o del pensiero è grande, e domina migliaia di

cose, ha la responsabilità del dominio. Con ogni influsso di luce viene

un pericolo nuovo. Possiede egli la luce? Egli deve far testimonianza

di quella luce, e sempre precedere con la sua fedeltà alle nuove

rivelazioni dell’anima eterna, quella simpatia, che gli dà tanta viva

soddisfazione. Egli deve odiare il padre e la madre, la moglie e il

figlio. Ha egli tutto ciò che il mondo ama ed ammira ed agogna? egli

deve rigettare dietro di sè l’ammirazione, ed affligger il mondo con

la fedeltà alla sua verità e diventare un proverbio ed un oggetto di

burla.

Questa legge crea le leggi delle città e delle nazioni. Essa non sarà

deviata dal suo fine del più piccolo iota. È vano il macchinare o il

complottare o l’accordarsi contro di essa. Le cose rifiutano di essere

maneggiate male per lungo tempo. _Res nolunt diu male administrari._

Sebbene nessun impedimento ad un nuovo male appaia, l’impedimento

esiste, ed apparirà. Se il governo è crudele, la vita del governatore

non è sicura. Se voi mettete delle tasse troppo alte, il reddito

nazionale sarà nullo. Se fate il codice penale sanguinario, i giurati

non condanneranno. Nulla che sia arbitrario, nulla che sia artificiale,

può durare.

La vita vera e le soddisfazioni dell’uomo sembrano eludere gli estremi

rigori o le estreme prosperità delle condizioni, e stabilirsi con

grande indifferenza sotto tutte le varietà di circostanze. Sotto tutti

i governi l’influenza del carattere rimane la stessa, — in Turchia

o nella nuova Inghilterra. Sotto i despoti primitivi dell’Egitto, la

storia onestamente confessa che l’uomo ebbe tanta libertà quanta fu la

sua cultura.

Queste apparenze dimostrano che l’universo è rappresentato in ciascuno

delle sue molecole. Ogni cosa in natura contiene tutti i poteri della

natura stessa. Ogni cosa è fatta di una sola materia conosciuta; così

il naturalista vede un solo tipo sotto ogni metamorfosi, e considera

un cavallo quale un uomo corrente, un pesce quale un uomo natante, un

uccello quale un uomo che vola, un albero quale un uomo radicato nel

suolo. Ogni nuova forma ripete non solamente il carattere principale

del tipo, ma via via tutte le particolarità, tutte le finalità, tutti i

progressi, tutti gli impedimenti, tutte le energie e l’intiero sistema

in fine di qualsiasi altro tipo. Ogni occupazione, ogni commercio, ogni

arte, ogni avvenimento è un compendio del mondo, e un correlativo di

ciascun’altra di queste cose. Ogni uomo è un completo emblema della

vita umana, del suo bene e del suo male, dei suoi cimenti, dei suoi

nemici, del suo corso e della sua fine: e ciascuno deve in qualche modo

contenere l’uomo completo e narrare tutto il suo destino.

Il mondo aduna se stesso in una goccia di rugiada. Il microscopio che

esamina il microbo, non lo trova meno perfetto solo per essere piccolo.

Occhi, orecchi, gusto, odorato, movimento, resistenza, appetito, e gli

organi stessi di riproduzione che congiungono all’eternità, trovano

modo d’esser contenuti nel più piccolo essere.

Allo stesso modo noi mettiamo la nostra vita in ogni atto. La vera

teoria dell’omnipresenza è che Dio riappare, con tutti i suoi elementi,

in ogni muschio ed in ogni tela di ragno. Il valore dell’universo si

studia di penetrare in ogni punto. Se il bene c’è in un luogo, anche il

male ci sarà; se si trova l’affinità, pure si troverà la repulsione; se

la forza c’è, ci sarà anche una limitazione ad essa.

Così è il vivente universo. Tutte le cose sono morali. L’anima che

dentro di noi è sentimento, all’infuori di noi è legge. In noi sentiamo

la sua ispirazione; fuori, nella storia, noi possiamo vedere la sua

forza fatale. Essa è onnipossente e tutta la natura sente il suo

potere. Essa è nel mondo; per essa il mondo fu creato. Essa è eterna

e rappresenta se stessa nel tempo e nello spazio. La giustizia non è

posposta. Un’equità perfetta regola la sua bilancia in ogni parte della

vita.

«Οί κύβοι Διὸς ’αεὶ εὐπίπτουσι»: «I dadi degli Dei sempre vincono».

Il mondo appare come una tavola di moltiplicazione od un’equazione

matematica, che, voltata come voi volete, mantiene sempre il suo

equilibrio. Prendete qualsiasi figura vi piaccia, essa vi renderà

conto del suo esatto valore, nè più nè meno. Ogni segreto è palesato,

ogni delitto punito, ogni virtù ricompensata, ogni torto riparato in

silenzio e certamente. Ciò che noi chiamiamo «compenso» è la necessità

universale, per la quale l’intiero appare ogni qualvolta appare una

parte. Se vedete del fumo, là ci deve essere del fuoco. Se vedete un

braccio od un altro membro, voi sapete che il tronco al quale esso

appartiene, sta dietro.

Ogni atto ricompensa se stesso, od in altre parole, si integra in un

duplice modo: primo, nella cosa o nella natura reale; secondo, nella

circostanza o nella natura apparente. Gli uomini dànno alla circostanza

il nome di retribuzione. La retribuzione causale è nella cosa, e non

è veduta che dall’anima; invece la retribuzione della circostanza è

veduta dall’intelligenza; essa è inseparabile dalla cosa, ma spesso

stesa su di un lunghissimo tempo, non viene distinta che dopo molti

anni. Le ferite specifiche possono seguire l’offesa dopo lungo tempo,

ma esse giungono perchè l’accompagnano. Il delitto e la pena crescono

da un solo stelo. La pena è un frutto insospettato, che matura nel

fiore del piacere, che lo ha coperto. Causa ed effetto, mezzi e fini,

seme e frutto, non possono essere separati, perchè l’effetto fiorisce

già nella causa, il fine preesiste nei mezzi, il frutto nel seme.

Mentre il mondo in tal guisa sarebbe unità e rifuggirebbe dall’esser

diviso, noi cerchiamo di operare parzialmente, di separare, di

appropriarci qualchecosa; per esempio, per soddisfare i sensi,

noi separiamo il piacere dei sensi dalle necessità del carattere.

L’ingenuità dell’uomo è sempre stata dedicata alla soluzione di un

solo problema: in qual modo separare la dolcezza sensuale, la forza

sensuale, la luce sensuale, ecc. dalla dolcezza morale, dalla morale

profondità, dalla bellezza morale: vale a dire, ancora, come separare

nettamente questa superficie esterna in modo da lasciarla senza il

fondo; come giungere ad un’estremità senza averne un’altra. L’anima

dice: «Mangia»; il corpo vorrebbe banchettare. L’anima dice: «L’uomo e

la donna non saranno che una carne sola ed una sola anima» ed il corpo

vorrebbe unirsi solamente alla carne. L’anima dice: «abbiate il dominio

su tutte le cose per fini di virtù» ed il corpo vorrebbe avere il

potere su tutte le cose per i suoi propri fini.

L’anima lotta con vigore per vivere e lavorare attraverso tutte le

cose. Essa potrebbe essere l’unico fatto e tutte le cose sarebbero ad

essa unite: potere, piacere, conoscenza, bellezza.

Ma l’uomo individuo aspira ad essere «qualcuno»; a costruire per se

stesso; ad affaccendarsi ed a mercanteggiare per il bene privato; monta

a cavallo allo scopo di montar a cavallo; si abbiglia per abbigliarsi;

mangia per mangiare; governa allo scopo di eccellere. Gli uomini

cercano di essere grandi; essi vorrebbero avere uffici, ricchezze,

potere e fama. Essi credono che essere grandi sia possedere una parte

sola della natura, quella dolce, senza l’altra parte, quella amara.

Questa divisione e questa separazione sono però energicamente avversate

dalla natura. Fino al giorno nostro, bisogna riconoscerlo, nessun

creatore di progetti ha avuto il più piccolo successo. L’acqua separata

si riunisce dietro la nostra mano. Nel momento in cui cerchiamo di

separarlo dal «tutto», il piacere è colto fuor dalle cose piacevoli,

il profitto fuori dalle cose profittevoli, il potere fuori dalle cose

forti. Noi non possiamo scindere le cose e ricercare solo il bene

sensuale per se stesso, come non possiamo raggiungere un interno che

non abbia esterno od una luce senza ombra. «Scacciate la natura con un

bidente, essa ritorna di corsa».

La vita si riveste di condizioni inevitabili, che lo stolto cerca di

schivare, che questi e quegli si vanta di non conoscere, come cose

che non lo riguardano; ma la millanteria è sulle sue labbra, mentre

le condizioni sono nella sua anima. Se egli le sfugge per una parte,

esse lo attaccano per un’altra parte più vitale. Se egli le ha sfuggite

in forma ed in apparenza, è perchè egli ha resistito alla sua vita,

è fuggito lungi da se stesso, e il compenso è tale quale la morte.

L’inanità di tutti i tentativi per fare questa separazione del bene

dall’obbligazione è così evidente, che l’esperimento non sarebbe

tentato — e il tentarlo sarebbe opera pazza, — senza che, iniziata

nella volontà la malattia della ribellione e della separazione,

l’intelletto subito non vada infetto; tanto che l’uomo cessa di vedere

in ogni oggetto Dio nella sua pienezza, ma vede l’adescamento sensuale

di esso, e non vede il suo pregiudizio; egli vede la testa della

sirena, ma non la coda del drago; e pensa di poter recidere ciò che

egli vuole avere da ciò che egli non vorrebbe. «Quanto secreto tu sei,

che abiti nei più alti cieli silenziosamente, tu unico grande Iddio,

che getti per castigo, con Provvidenza infaticabile, l’acciecamento su

coloro che nutrono sfrenati desideri!»[2].

L’anima umana è fedele a questi fatti nel rappresentarli nelle

favole, nella storia, nei proverbi, nella conversazione. Ciò trova

inopinatamente una voce nella letteratura. Così i Greci chiamarono

Giove, la Mente Suprema; ma avendogli per tradizione ascritto

molte azioni basse, involontariamente fecero ammenda alla ragione,

incatenando le mani di un dio così cattivo. Egli è ridotto così senza

sostegno, come un re d’Inghilterra. Prometeo conosce un segreto per il

quale Giove deve patteggiare; Minerva un altro ne conosce. Egli non può

disporre dei suoi propri fulmini; Minerva ne tiene le chiavi.

«Fra tutti gli Dei, io sola conosco le chiavi che aprono le solide

porte delle aule, ove le sue folgori dormono».

È una sincera confessione dell’opera interna del Tutto, e del suo scopo

morale. La mitologia indiana finisce nella stessa etica; e sembrerebbe

impossibile inventare qualsiasi favola e darle una popolarità, se essa

non è morale. Aurora scordò di chiedere la gioventù per il suo amante,

e Titone sebbene immortale è vecchio. Achille non è completamente

invulnerabile; poichè le acque sacre non bagnarono il suo tallone,

per il quale Teti lo sosteneva. Siegfried, nei Nibelungi, non è

completamente immortale, perchè una foglia cadde sul suo dorso, mentre

egli si bagnava nel sangue del drago, e quella parte rimasta coperta è

mortale. E così è sempre. V’è una fenditura in tutte le cose che Dio

ha fatto. E pare che questa circostanza vendicativa sempre appaia,

improvvisa, perfino nella poesia, dove la fantasia umana tenta di

cantare feste ardimentose, e di liberarsi delle vecchie leggi —, come

appare nell’urto all’indietro, nel retrocedere del cannone, affermanti

che la legge è fatale e che in natura nulla può essere donato, ma tutto

è venduto.

Questo è l’antico significato della Nemesi, che vigila sull’universo, e

non lascia impunita alcuna offesa. Le furie, dicono gli antichi, sono

le ancelle della giustizia, e se il sole in cielo trasgredisse dalla

sua via, esse lo punirebbero. I loro poeti raccontano che le mura di

pietra, e le spade di ferro, e le cinghie di cuoio hanno un’occulta

simpatia con i falli dei loro proprietari; che la cintura, che Ajace

donò ad Ettore, trascinò sul campo l’eroe Trojano attaccato alle ruote

del carro di Achille, e che la spada, che Ettore diede ad Ajace, fu

quella con cui Ajace si trafisse. Essi ricordano che quando i Thasiani

eressero una statua a Teogene, vincitore nei giuochi, uno dei suoi

rivali andò ad essa nottetempo, e tentò abbatterla con colpi ripetuti,

finchè la smosse dal suo piedestallo, ma vi rimase sotto, schiacciato

dalla sua caduta.

La voce della favola ha in sè qualcosa di divino. Essa sorse da un

pensiero posto al di sopra della volontà dello scrittore. La parte

migliore d’ogni scrittore è quella che ha nulla d’individuale; quella

che egli non conosce; che sorse dalla sua costituzione e non dalla sua

troppo fervida invenzione; quella che nello studio di un solo artista

non potreste facilmente trovare, ma che nello studio di molti, voi

raccogliereste come se fosse lo spirito di tutti. Io vorrei conoscere

l’opera dell’uomo in quell’antico mondo ellenico, non Fidia. Il nome e

la vita di Fidia, per quanto convenienti per la storia, ci imbarazzano

quando ci innalziamo al criticismo supremo. Noi dobbiamo vedere ciò

che in un dato periodo l’uomo intendeva di fare e che fu impedito, o

se vi piace meglio, modificato dalle intervenute volizioni di Fidia,

di Dante, di Shakespeare, organi per mezzo dei quali l’uomo in quel

momento s’espresse.

L’espressione di questa legge della compensazione è ancor più

rimarchevole nei proverbi di tutte le nazioni, i quali formano sempre

la letteratura della ragione, o l’affermazione di una verità assoluta,

senza restrizione. I proverbi, come i libri sacri di ogni nazione, sono

il santuario delle intuizioni. Ciò che il mondo pigro, incatenato alle

apparenze, non permetterà di dire al realista con sue proprie parole,

senza contraddirsi gli concederà di dire con proverbi. E questa legge

delle leggi, che il pulpito il senato ed il collegio negano, è ad ogni

ora predicata su tutti i mercati ed in tutte le officine, in tutte le

lingue, con miriadi di proverbi, il cui insegnamento è così vero ed

omnipresente come l’esistenza degli uccelli e delle mosche.

Tutte le cose sono duplici: l’una opposta all’altra: pane per focaccia:

occhio per occhio, dente per dente; sangue per sangue; misura per

misura; amore per amore. Date e vi sarà dato. Colui che bagna sarà

bagnato. «Che cosa volete? — dice Dio, — pagatelo e prendetelo». —

Nulla arrischi, nulla avrai. Tu sarai pagato esattamente per ciò che

hai fatto, nè più nè meno. Colui che non lavora non mangerà. Poca cura,

cattivo profitto. Le maledizioni ricadono sempre sul capo di colui che

le scaglia. Se voi mettete una catena al collo di uno schiavo, l’altra

estremità si attorciglia intorno al vostro. Il cattivo consiglio perde

il consigliere. — Il Diavolo è un ciuco.

Così è scritto, perchè così è nella vita. La nostra azione è dominata

e caratterizzata, al disopra del nostro volere, dalla legge della

natura. Noi aspiriamo ad un piccolo scopo separato in modo assoluto

dal bene pubblico, ma la nostra azione si dispone per un magnetismo

irresistibile, parallela ai poli del mondo.

L'anima, la natura e la saggezza · 第 5 / 32 段