dell’obbedienza e della fede, resistiamo almeno alle nostre
tentazioni; combattiamo e destiamo il coraggio e la costanza di
Thor e di Woden nei nostri petti sassoni. Ciò può esser fatto nei
nostri tempi sentimentali, dicendo la verità. Reprimiamo questa
ospitalità menzognera e questo menzognero affetto. Non vivete più a
lungo nell’aspettazione di questa gente ingannata ed ingannatrice,
con la quale conversiamo. Dite ad essa: o padre, o madre, o moglie,
o fratello, o amico, io vissi con voi finora seguendo le apparenze.
D’ora in avanti io appartengo alla verità. Sappiate che d’ora in
avanti io non più obbedirò altra legge che la legge eterna. Io non avrò
degli alleati, ma dei vicini. Io tenterò di nutrire i miei genitori,
di mantener la mia famiglia, di esser il casto marito di una sola
sposa, ma queste relazioni io debbo compierle in un modo nuovo e senza
precedenti. Io mi appello ai vostri costumi. Io devo essere io stesso.
Io non posso maggiormente annullarmi per voi. Se voi potete amarmi per
ciò che io sono, noi saremo tanto più felici. Se voi non lo potete,
io ancora cercherò di meritare che voi lo possiate. Io devo essere io
stesso; io però non nasconderò le mie tendenze e le mie avversioni.
Io confiderò in tal modo che ciò che è profondo è santo, che io farò
apertamente innanzi al sole, alla luna, qualsiasi cosa mi porterà un
interno godimento, e che il cuore mi comanderà. Se voi siete nobili io
vi amerò: se voi non lo siete, io non urterò voi e me stesso con degli
ipocriti riguardi.
Se voi siete veritieri, ma non d’accordo con le stesse mie verità,
unitevi ai vostri compagni, io cercherò i miei. Io non opero così per
egoismo, ma per umiltà e sinceramente. Vivere nel vero è ugualmente il
vostro interesse ed il mio e quello di tutti gli uomini, per quanto a
lungo possiamo aver vissuto nella menzogna. Suona male questo, oggi?
Voi presto amerete ciò che è dettato dalla vostra natura così come
dalla mia e se noi seguiremo la verità, essa al fine ci porterà fuori
salvi. «Ma così voi potete causare a questi amici un dolore». «Sì, ma
io non posso vendere la mia libertà ed il mio potere per salvare la
loro sensibilità». Inoltre tutte le persone hanno i loro momenti di
raziocinio, quando essi guardano nella regione della verità assoluta;
allora essi mi giustificheranno e mi imiteranno.
Il popolaccio considera il vostro rifiuto alle norme popolari come
rifiuto a tutte le norme, vale a dire, come un semplice antinomianismo;
ed il sensuale insolente userà il nome di filosofia per indorare i suoi
delitti.
Ma la legge della consapevolezza rimane. Vi sono due confessionali,
nell’uno e nell’altro noi dobbiamo esser confessati. Voi potete
adempiere i vostri doveri sciogliendovi da essi per via «diretta» o per
via «riflessa». Considerate se voi avete soddisfatto ai vostri rapporti
con vostro padre, vostra madre, vostro cugino, la vostra città, il
vostro gatto, ed il vostro cane; ponete mente se qualcuno di questi può
rimbrottarvi. Ma io posso anche trascurare la via riflessa ed assolver
me da me stesso. Io ho i miei propri rigidi diritti ed il mio proprio
campo d’azione. Esso nega il nome di dovere a molti uffici, che sono
chiamati doveri. Ma se io posso sbarazzarmi dei suoi obblighi, io mi
metto in condizione di dispensarmi dal codice popolare. Se qualcuno
immagina che questa legge è rilassata, metta in pratica i suoi progetti
per un solo giorno.
E veramente si richiede qualche cosa di divino in colui, che ha
allontanati i comuni impulsi di umanità e si è avventurato a fidar
in se stesso. Sia alto il suo cuore, costante la sua volontà, chiara
la sua vista, affinchè egli possa essere a se stesso, in modo sicuro,
scienza, società, legge; affinchè un semplice proposito possa esser per
lui così forte, come la ferrea necessità per gli altri.
Se un uomo qualsiasi considera gli aspetti presenti di ciò ch’è
chiamata, per distinzione, società, vedrà il bisogno di questa etica.
I tendini ed il cuore dell’uomo sembrano essere stati strappati, e
noi siamo divenuti timorosi e degli scoraggiati piagnoni. Noi siamo
sbigottiti della verità, sbigottiti della fortuna, sbigottiti della
morte e sbigottiti l’un dell’altro. La nostra età non produce uomini
grandi e perfetti. Noi abbisogniamo di uomini e donne, che rinnovino
in futuro la vita e il nostro stato sociale; purtroppo però noi
vediamo che la maggior parte delle nature sono insolvibili, incapaci a
soddisfare alle loro proprie necessità, armate d’un’ambizione superiore
alla loro forza pratica e flessibili e imploranti, giorno e notte
continuamente. Il nostro «ménage» è mendicante; le nostre arti, le
nostre occupazioni, i nostri matrimoni, la nostra religione, noi non li
abbiamo scelti, ma la società ha scelto per noi. Noi siamo dei soldati
da salotto. Noi sfuggiamo le aspre battaglie del fato, in cui la forza
nasce.
Se i nostri giovani errano nelle loro prime imprese, pèrdono ogni
coraggio. Se il giovane mercatante fallisce, gli uomini dicono ch’egli
è _rovinato_. Se il più bell’ingegno che studia in uno dei nostri
collegi, non è all’anno seguente installato in un ufficio della città o
dei borghi di Boston o New York, crede con i suoi amici d’aver ragione
d’essere scoraggiato e di lamentarsi per il resto della sua vita. Uno
zotico ragazzo di New-Hamshire o Vermot, che a volta a volta tenta
tutti i mestieri, che attacca i cavalli, coltiva, girovaga merciando,
apre una scuola, predica, stampa un giornale, va al congresso, acquista
una cittadinanza, e così via negli anni successivi e sempre, e come
un gatto cade in piedi, vale cento di questi fantocci della città.
Egli cammina petto a petto con i suoi giorni e non si vergogna di non
studiare per una professione, perchè egli non pospone la sua vita, ma
vive di già; egli non ha una sorte, ma cento sorti. Si alzi uno stoico
a rivelare le risorse dell’uomo, ad affermare che gli uomini non sono
salici piangenti, ma che possono e devono elevarsi; che coll’esercizio
della fiducia in se stesso, dei nuovi poteri appariranno; che l’uomo
è il verbo fatto carne, nato per spargere il benessere sulle nazioni;
che egli dovrebbe essere vergognoso della nostra compassione, e che
allorquando egli agisce per personale impulso, buttando le leggi,
i libri, l’idolatria e le consuetudini fuor della finestra, noi non
lo commiseriamo più, ma lo ringraziamo e lo riveriamo, e che un tale
maestro ricondurrà la vita dell’uomo allo splendore e farà il suo nome
caro a tutta la storia.
È facile il constatare che una più grande fiducia in se stesso, un
nuovo rispetto per la divinità dell’uomo deve portare una rivoluzione
in tutte le funzioni e in tutti i rapporti degli uomini; nella loro
religione, nella loro educazione, nelle loro ricerche, nel loro modo
di vita; nelle loro associazioni, nella loro proprietà; nelle loro mire
speculative.
1. In quali preghiere gli uomini indulgono! Ciò che essi chiamano
il santo ufficio non è neppure ufficio coraggioso e virile. La
preghiera si volge all’esterno e richiede il dono di qualche umana
aggiunta, veniente attraverso qualche straniera virtù e si perde nei
laberinti infiniti del naturale e del supernaturale, del mediato e
del miracoloso. La preghiera che implora una particolar comodità,
al disotto del bene, è viziosa. La preghiera è la contemplazione dei
fatti della vita, dal più alto punto di vista. Essa è il soliloquio di
un’anima contemplante e giubilante. Essa è lo spirito di Dio affermante
la bontà delle sue opere. Ma la preghiera come mezzo per raggiungere
un fine particolare è furto e viltà. Essa suppone il dualismo e non
l’unità della natura e della coscienza. Così tosto che un uomo è un
tutto con Dio, egli non pregherà. Egli vedrà allora la preghiera in
ogni azione. La preghiera del coltivatore inginocchiato nel suo campo
per sarchiarlo, la preghiera del rematore inginocchiato nel maneggiare
il suo remo, sono vere preghiere, udite attraverso tutta la natura,
sebbene innalzate per fini modesti. _Caratack_ nella «Bonduca» di
Fletcher, pregata di scrutare la mente del dio: «Andate — risponde: —
il suo pensiero recondito giace nei nostri tentativi; le nostre azioni
ardite sono i nostri migliori dei».
Un’altra specie di false preghiere sono i nostri rammarichi. Il
malcontento è la mancanza di autofiducia; è l’infermità del volere.
Rammaricate le calamità, se potete con questo mezzo aiutare i
sofferenti; altrimenti attendete al vostro proprio lavoro, ed il male
incomincia già ad essere riparato. La nostra simpatia è altrettanto
vile. Noi ci accostiamo a coloro che piangono follemente, e sediamo
loro vicini e piangiamo per tener loro compagnia, invece di impartire
ad essi la verità e la salute, con ruvide scosse elettriche,
mettendoli, per una volta ancora, in contatto con la loro propria
anima. Il segreto della fortuna è la gioia nelle nostre mani. L’uomo
che aiuta se stesso è sempre il benvenuto fra gli uomini e gli dei.
Tutte le porte sono spalancate davanti a lui: tutte le lingue lo
salutano, tutti gli onori gli fanno corona, tutti gli occhi lo seguono
con desiderio. Il nostro amore va a lui, e lo abbraccia perchè egli non
ne ha bisogno; lo accarezziamo con sollecitudine e con grandi lodi e lo
celebriamo, perchè egli si mantenne sulla sua via, e rise della nostra
disapprovazione. Gli dei lo amano, perchè gli uomini lo odiarono. «Al
perseverante mortale — dice Zoroastro — i benedetti immortali sono
benigni».
Come le preghiere degli uomini sono una malattia della volontà così le
loro credenze sono una malattia dell’intelletto. Essi dicono con quegli
sciocchi di Israeliti: «non parli Dio a noi, affinchè noi non moriamo;
parla tu, parli qualsiasi uomo con noi e noi ubbidiremo». Ovunque mi
si impedisce di incontrare Dio nel mio fratello, perchè egli ha chiuso
le porte del suo proprio tempio, e racconta soltanto delle favole
intorno al Dio di suo fratello, o intorno al Dio del fratello di suo
fratello. Ogni nuova mente è una nuova classificazione. Se essa risulta
una mente di non comune attività e potere, un Locke, un Lavoissier, un
Hutton, un Bentham, un Spurzheim, essa impone la sua classificazione
agli altri uomini ed ecco un nuovo sistema. L’accettazione di esso è
in proporzione alla profondità del pensiero, al numero degli oggetti
che tocca e porta nel campo d’osservazione dell’allievo. Ma questo è
specialmente apparente nelle credenze e nelle chiese, le quali sono
pure classificazioni di qualche potente spirito, operante sul pensiero
elementare del dovere e sui rapporti dell’uomo con l’Onnipossente.
Tale è il Calvinismo, il Quakerismo e lo Swendenborgianismo. L’allievo
nel subordinare ogni cosa alla nuova terminologia, prova lo stesso
diletto della ragazza che ha imparata la botanica, e vede una nuova
terra e nuove stagioni. Avverrà che l’allievo sentirà di dover molto al
suo maestro e constaterà che il suo potere intellettuale è cresciuto
con lo studio degli scritti di lui. — Questo sentimento vivrà finchè
egli non abbia esaurita la mente del maestro. Ma in tutte le menti
senza equilibrio, la classificazione idoleggiata rimane come scopo
e non passa come un mezzo rapidamente esauribile; cosicchè i limiti
del sistema si confondono al loro occhio nel lontano orizzonte con i
confini dell’universo, e le luci del cielo sembrano appese alla volta
costrutta dal loro maestro. Essi non possono pensare come voi estranei
abbiate qualche diritto di vedere, e come voi possiate vedere; «voi
dovete in qualche modo aver rubato la luce a noi». Essi non s’avvedono
ancora che una luce non sistematica, indomabile, irromperà in qualsiasi
capanna, ed anche nella loro. Continuino intanto a garrire e a chiamar
loro, il loro sistema.
Se essi sono onesti ed operano bene, il loro ovile oggidì sì nuovo
e pulito sarà fra breve troppo stretto e basso; si screpolerà, si
piegherà, marcirà e sparirà, e la luce immortale, giovane e baldanzosa,
dai milioni di orbite e di colori, splenderà sull’universo come nel
primo mattino.
2. È per la mancanza della coltura individuale che il feticismo del
viaggiare, i cui idoli sono l’Italia, l’Inghilterra, l’Egitto, conserva
il suo fascino sopra tutti gli americani educati. Coloro che fecero
l’Inghilterra, la Francia o la Grecia venerabili all’immaginazione,
fecero ciò non ronzando intorno al creato, come la farfalla intorno
alla lampada, «ma rimanendo fermi dove erano, come un’asse della
terra». Nelle ore virili, noi sentiamo che il dovere è di rimanere al
nostro posto. L’anima non è viaggiatrice; l’uomo saggio rimane a casa,
con la sua anima e quando le sue necessità, i suoi doveri lo chiamano
lontano da quella od in terra straniera, egli si trova ugualmente
ancora in casa sua, e nulla abbandona di sè, e farà sentire agli
uomini, coll’espressione del suo contegno, che egli giunge missionario
della sapienza e della virtù, e visita le città e gli uomini come un
sovrano, e non come un intruso od un valletto. Non ho alcuna severa
obbiezione da fare riguardo alla circumnavigazione del globo per fini
d’arte, di studio, di benevolenza; purchè l’uomo sia divenuto prima
amante della sua terra e non vada altrove, con la speranza di trovare
cose più grandi di quelle che conosce.
Colui che viaggia per diletto o per raggiungere ciò che non possiede,
viaggia fuor di se stesso, ed invecchia, anche se è in gioventù, fra
le vecchie cose. In Tebe, in Palmira, la sua volontà e la sua mente si
sfasciano e si sgretolano, come già le città stesse. Egli porta rovine
fra le rovine.
Il viaggiare è il paradiso dei dementi. Noi dobbiamo ai nostri primi
viaggi la scoperta che i luoghi sono nulla. Io sogno in casa, che a
Napoli, a Roma posso essere inebriato di bellezza e posso perdere la
mia tristezza. Faccio i miei bauli, abbraccio i miei amici, m’imbarco,
ed alfine mi risveglio a Napoli, e là, vicino a me, trovo il Fatto
severo, il triste Io, inflessibile, identico, dal quale io fuggii.
Cerco il Vaticano ed i palazzi. Fingo d’essere inebriato dalle cose
vedute e dalle suggestioni, ma non lo sono. Il mio gigante, il mio io,
mi segue ovunque io vada.
3. Ma il furore dei viaggi non è che un sintomo di un più profondo
squilibrio, che intacca l’intiera azione intellettuale. L’intelletto è
vagabondo, ed il nostro sistema di educazione nutrisce l’irrequietezza.
Le nostre menti viaggiano quando noi siamo obbligati a rimaner in casa.
Noi imitiamo; e che cosa è l’imitazione se non il viaggiare della
mente? Le nostre case sono costruite con gusto straniero; i nostri
scaffali sono guarniti con ornamenti stranieri; le nostre opinioni, le
nostre tendenze, le nostre facoltà s’inchinano e seguono il Passato ed
il Lontano, come gli occhi d’una fantesca seguono quelli della padrona.
L’anima creò le arti ovunque esse sono fiorite. Fu nella sua propria
mente che l’artista cercò il suo modello, ed essa fu un’applicazione
del suo proprio pensiero alla cosa da farsi ed alle condizioni
da osservarsi. E perchè dobbiamo noi copiare il modello gotico o
dorico? La bellezza, la convenienza, la grandiosità di pensiero, la
ricercatezza, l’espressione, sono così prossime a noi come a qualsiasi
altro, e se l’artista americano studierà con speranza e con amore la
cosa esatta che egli deve fare, considerando il clima, il suolo, la
lunghezza del giorno, la necessità del popolo, il modo e la forma di
governo, egli costruirà un edificio, nel quale tutte queste cose si
troveranno disposte, ed il gusto ed il sentimento verranno soddisfatti.
Insistete su voi stessi: non imitate mai. Voi potete ad ogni momento
porre in mostra il vostro proprio talento, con la forza accumulata
di una cultura, durata tutta la vita; ma dell’adottato talento di un
altro voi non avete che un momentaneo e semi-possesso. Ciò che ognuno
può fare nel modo migliore, nessuno all’infuori dello stesso Fattore,
può insegnarglielo. Dove è il maestro che avrebbe potuto educare
Shakespeare? Dove è il maestro che avrebbe potuto istruire Franklin
o Washington o Bacone o Newton? Ogni grande uomo è un tipo unico. Il
«scipionismo» di Scipione sta appunto in quella parte, ch’egli non
potè torre in prestito. Se qualcuno mi domanderà, chi il grande uomo
imita, quando compie una grande azione, io domanderò a lui quale altro
uomo lo può istruire, se non egli stesso. Shakespeare non sarà mai
creato con lo studio di Shakespeare. Fa ciò che ti è assegnato e non
potrai, nè sperare troppo, nè troppo osare. V’è in questo momento un
pronunciamento semplice e grande per me, come lo scalpello di Fidia, la
cazzuola degli Egizi, o la penna di Mosè o di Dante, pur differente da
tutto questo. Non è possibile che l’anima così ricca, così eloquente,
e dalla lingua mille volte biforcuta, acconsenta di ripetersi; ma se
io posso udire ciò che questi patriarchi dicono, sicuramente io posso
rispondere loro con lo stesso accento di voce, perchè l’orecchio e
la lingua sono due organi di una sola natura. Abita nelle semplici e
nobili regioni della tua vita, ubbidisci al tuo cuore, e tu riprodurrai
il mondo anteriore, di nuovo.
Come la nostra religione, la nostra educazione, la nostra arte, tendono
all’esterno, così anche il nostro spirito di società. Tutti gli uomini
si fanno belli del progresso della società e nessuno progredisce.
La società non progredisce mai. Essa recede da un lato, quanto
avanza dall’altro. Il suo progresso è apparente, simile al procedere
di coloro, che spingono una ruota da mulino. Essa soffre continui
cambiamenti; essa è barbara, essa è civile, è cristiana, è ricca, è
scientifica; ma questi cambiamenti non sono miglioramenti. Ad ogni cosa
data, corrisponde qualche altra presa. La società consegue arti nuove e
perde istinti vecchi. Quale contrasto fra l’Americano ben vestito, che
sa leggere, scrivere, pensare, che possiede un orologio, una matita,
ed una lettera di cambio, e l’abitatore della Nuova Zelanda, nudo, la
cui proprietà è una mazza, una lancia, una stuoia e un angolo d’una
comune capanna per dormirvi sotto! Ma ponete a confronto la salute
dei due uomini e voi vedete che l’uomo bianco ha perduto la sua forza
aborigena. Se i viaggiatori dicono il vero, la carne del selvaggio
colpita con un’ascia, in un giorno o due si rimarginerà e guarirà,
mentre lo stesso colpo manderà l’uomo bianco al sepolcro.
L’uomo civilizzato ha costruito una vettura, ma ha perduto l’uso
dei suoi piedi. Egli è sorretto dalle grucce, ma perde altrettanta
forza muscolare. Egli ha un bell’orologio ginevrino, ma ha perduta
l’abilità di legger l’ora nel sole. Egli possiede un almanacco nautico
di Greenwich, e così essendo certo dell’informazione quando egli ne
abbisogna, non riconosce più una stella in cielo. Egli, non osserva
un solstizio; egli non conosce l’equinozio; così l’intiero fulgido
calendario dell’anno, è senza quadrante nella sua mente. Il suo
taccuino indebolisce la sua memoria; le sue biblioteche sopraccaricano
il suo spirito; le società d’assicurazione accrescono il numero
degli infortuni e possiamo domandarci se le nostre macchine non sono
d’ingombro; se non abbiamo perduto con il raffinamento qualche energia;
se con un cristianesimo trincerato in istituzioni e modi, non abbiamo
perduto qualche vigore di virtù selvaggia; poichè ogni stoico era uno
stoico, ma nella cristianità dov’è il cristiano?
Eppure non v’è maggiore deviazione nell’ordine morale, che nell’ordine
fisico di altezza e di volume. Oggi non vi sono uomini più grandi
di quelli del passato. Una grande uguaglianza può esser notata fra i
grandi uomini dei primi e degli ultimi tempi; nè può tutta la scienza,
l’arte, la religione e la filosofia del sec. XIX educare uomini più
grandi degli eroi di Plutarco, ventitre o ventiquattro secoli fa. La
razza non progredisce con il tempo. Focione, Socrate, Anassagora,
Diogene, sono grandi uomini, ma non fanno «scuola»!! Colui che
realmente è della loro specie, non sarà chiamato con il loro nome,
ma sarà egli stesso e a sua volta il fondatore d’un’altra scuola. Le
arti e le invenzioni di ciascun periodo caratterizzano il costume di
esso, ma non rinvigoriscono gli uomini. Il male del progresso meccanico
può compensare il suo bene. Hudson e Behring con le loro baleniere
stupirono Parry e Franklin, il cui equipaggiamento esauriva le risorse
della scienza e dell’arte. Galileo con un canocchiale da teatro scoprì
una serie di fenomeni più grandi di quelli scoperti dopo. Colombo
scoprì il nuovo mondo con un disadorno battello. È curioso osservare
l’inutilità periodica ed il deperimento degli strumenti e delle
macchine, che furono introdotti con grande lode pochi anni o pochi
secoli fa. Il grande genio ritorna all’uomo essenziale. Noi poniamo i
progressi dell’arte della guerra fra i trionfi della scienza; eppure
Napoleone conquistò l’Europa con il bivacco, che fu il ritornare al
nudo valore, sgombrato d’ogni altro aiuto. «L’imperatore stimava cosa
impossibile il formare un perfetto esercito — dice Las Casa, — senza
abolire le nostre armi, i nostri magazzini, i nostri commissarii e i
nostri cariaggi; di modo che, ad imitazione del costume romano, il
soldato ricevesse la sua provvista di grano, la macinasse nel suo
mulino a mano, e cuocesse egli stesso il suo pane».
La società è un’onda. L’onda procede innanzi, ma non l’acqua di cui
è composta. La stessa molecola non s’alza dal solco alla cresta. La
sua unità non che è fenomenica. Le persone che fanno oggi grande una
nazione muoiono l’anno prossimo e la loro esperienza con loro.
La fiducia nella proprietà, posta nella fiducia nei governi che la
proteggono, è mancanza di fiducia in se stesso. Gli uomini hanno
osservato per sì lungo tempo le cose fuor di se stessi che essi sono
giunti a stimare le istituzioni religiose, scientifiche e civili, come
custodi della proprietà, ed essi si scagliano contro gli assalti mossi
a queste istituzioni, perchè sentono che tali assalti sono mossi contro
la proprietà. Essi regolano la loro reciproca stima a seconda di ciò
che ognuno ha, non di ciò che ognuno è. Ma un uomo colto si vergogna
della sua proprietà, di ciò ch’egli possiede, per un nuovo rispetto
del suo essere, e specialmente egli odia ciò che ha, quando il suo
possesso è accidentale, venuto a lui per eredità o dono o delitto;
allora egli sente che ciò non è avere; che ciò non gli appartiene,
non ha radice in lui, ma semplicemente giace là, perchè nessuna
rivoluzione o furto glielo tolgono. Ma ciò che un uomo dev’essere, per
necessità sempre lo acquista, e ciò che l’uomo acquista, è proprietà
vivente e permanente, che non dipende da governi, da moltitudini,
da rivoluzioni, dal fuoco, dalla tempesta, dalla bancarotta, ma che
perpetuamente si rinnova ovunque l’uomo respira. «La tua parte o
porzione di vita — dice il califfo Alì — ti cerca; pertanto tralascia
dal cercarla». La nostra dipendenza verso questi beni stranieri ci
conduce al nostro servile rispetto per la quantità. I partiti politici
s’adunano in numerose riunioni; e ad ogni maggiore concorso e ad ogni
nuovo clamoroso annunzio: la delegazione di Essex; i democratici di
New-Hampshire, i liberali di Maine...!... ecc. il giovine patriota
si sente più forte di prima, per queste nuove migliaia di occhi e di
braccia. Allo stesso modo i riformatori s’adunano e votano e deliberano
in maggioranza. Non è in questo modo, amici, che Dio si degnerà di
entrare ed abitare in voi, ma con un metodo precisamente opposto. Solo
quando un uomo si libera d’ogni sostegno esterno e rimane solo, io lo
vedo forte e vincitore; più debole diventa ad ogni nuova recluta, che
raccoglie sotto la sua bandiera. Non è un uomo migliore d’una città?
Nulla chiedi agli uomini, e nelle incessanti mutazioni tu, come unica e
salda colonna, rivèlati il rettore di tutto ciò che ti circonda. Colui,
il quale sa che il potere è nell’anima, che la sua debolezza è nata
dall’aver cercato il bene fuori di se stesso e ovunque, e che avendo
ciò intuito, si getta senza esitazione sulle orme del suo pensiero,
istantaneamente si rialza, rimane eretto, comanda alle sue membra,
opera miracoli, allo stesso modo che l’uomo sorretto dai piedi, è più
forte dell’uomo, che cammina sulla testa.
In questo modo comportatevi con tutto ciò che è chiamato fortuna. Molti
uomini giocano con essa, e vincono e perdono ogni cosa, a misura che
la ruota gira. Ma tu abbandona questi profitti come ingiusti e mettiti
in rapporto con la Causa e l’Effetto, che sono i cancellieri di Dio.
Lavora ed acquista colla tua volontà e tu avrai incatenato la ruota
della fortuna e d’ora innanzi te la trascinerai dietro. Una vittoria
politica, il rialzo della rendita, la guarigione d’una vostra malattia,
il ritorno del vostro amico assente o qualche altro favorevole evento,
innalzano i vostri spiriti e voi pensate che giorni lieti siano per
venire a voi. Non lo credete. Ciò non può essere. Nulla può portarvi
pace se non voi stessi. Nulla può portarvi pace, se non il trionfo dei
principii.
TERZO SAGGIO
COMPENSAZIONE