Per la non conformità il mondo vi flagella con la sua collera. E

pertanto un uomo deve sapere come valutare una faccia scontrosa. Gli

astanti lo guardano di sbieco nella via o nel salotto dell’amico.

Se questa avversione avesse la sua origine in un dissenzio, e in una

resistenza uguali alla sua, egli potrebbe ben ritornare a casa con un

viso triste; ma i visi scontrosi della moltitudine, come i visi dolci,

non hanno una motivazione profonda, — celano nessun Dio, ma vanno e

vengono a seconda del vento, o d’un giornale. Pure lo scontento della

moltitudine è più formidabile di quello del Senato e del Collegio. È

facile abbastanza, per un uomo saldo ed esperto, sfidare la collera

delle classi elevate: essa è decorosa e prudente; poichè quelle sono

timide in causa della loro grande vulnerabilità; ma, quando alla

loro collera femminea s’aggiunge l’indignazione del popolo; quando

gli ignoranti ed i poveri si sono destati; quando la forza bruta,

cieca, che giace al fondo della società, mugola, è necessario l’uso

della magnanimità e della religione per trattarla dall’alto, come un

incidente senza importanza.

L’altro terrore che ci tien lontani dalla fiducia in noi stessi è

la nostra propria coerenza, vale a dire una riverenza per le nostre

azioni o parole passate, che servono agli altri per calcolare la nostra

orbita, e che noi siamo renitenti a deludere.

Ma perchè vorreste voi tenere il vostro capo sulle vostre spalle?

perchè portare in giro questo mostruoso corpo morto della vostra

memoria, per timore di contraddire qualchecosa che voi avete affermato

in questo o in quel luogo pubblico? Supponete di contraddirvi: che cosa

allora? Sembra essere una regola di saggezza quella di mai confidare

sulla vostra sola memoria o su fatti di pura memoria, ma il portare il

passato per il giudizio del presente dai mille occhi, e vivere sempre

in un giorno nuovo. Confidate nella vostra emozione. Voi avete negato,

nella vostra metafisica, una personalità alla divinità; pure quando un

senso devoto dell’anima v’assale, arrendetevi ad esso, corpo ed anima,

anche se deve rivestire Dio in forma e colore. Lasciate la vostra

teoria, come Giuseppe il suo mantello nelle mani della prostituta, e

fuggite.

Una stolta coerenza è il fantasma delle piccole menti, adorato dai

piccoli uomini di stato, dai filosofi e dai sacerdoti. Una grande anima

ha semplicemente nulla da fare con essa, altrimenti potrebbe affannarsi

della sua propria ombra sul muro. Chiudete le vostre labbra, cucitele

con dello spago; oppure se voi volete essere un uomo, dite ciò che

pensate oggi, in parole così aspre come palle di cannone e dite, ciò

che domani penserete, in parole altisonanti di nuovo, sebbene esse

contraddicano tutto quanto avete detto oggi. «Ah! allora — esclameranno

le signore di età — voi sarete sicuro di essere malinteso!» —

Malinteso?! — Ecco una parola del perfetto demente. È così terribile

dunque essere malinteso? Pitagora, fu malinteso, e Socrate, e Gesù, e

Lutero, Copernico e Galileo, Newton e ogni spirito puro e saggio che

sia mai esistito. Esser grande vuol dire esser malinteso.

Io suppongo che nessun uomo può violare la sua natura. Tutte le punte

della sua volontà sono ammorbidite dalle leggi del suo essere, come

la disuguaglianza delle Ande e dell’Hymalaya sono insignificanti

nella curva della sfera terrestre. Nè ha importanza alcuna, come voi

misuriate e proviate questa natura. Un carattere è come un acrostico

o una stanza di versi alessandrini; — leggetelo dal basso, dall’alto

o di traverso, esso dice la stessa cosa. In questa vita piacevole e

malinconica dei boschi, che Dio mi concede, lasciatemi ricordar giorno

per giorno il mio onesto pensiero, senza prospettiva o retrospettiva,

e senza dubbio esso apparirà simmetrico, sebbene io non l’intenda e non

lo veda. Il mio libro odorerà di fiorì e ronzerà d’insetti. La rondine

sopra la mia finestra intesserà, nella trama del mio stile, quel filo o

quella pagliuzza, che porta nel suo becco. Noi passiamo attraverso ciò

che siamo: Il carattere ammaestra al di là delle nostre volontà. Gli

uomini immaginano di manifestare le loro virtù ed i loro vizi, soltanto

con azioni palesi; e non s’avvedono che le une e gli altri emettono un

alito ad ogni momento.

Non temiate mai di non essere coerenti in una varietà qualsiasi

di azioni: perchè le azioni siano armoniche, per quanto dissimili

possano sembrare, basta che ognuna di esse sia naturale e onesta

nel suo momento. Queste varietà svaniscono quando sono vedute anche

ad una piccola distanza, o ad una piccola altezza di pensiero; una

sola tendenza le unisce tutte. Il viaggio del miglior bastimento è

una linea a zigzag, composta di centinaia di rotte; ma questo non è

che un criticismo microscopico: guardate invece la linea in distanza

sufficiente e vedrete la sua tendenza a diventare una linea retta.

La vostra azione genuina esplicherà se stessa e spiegherà le altre

vostre azioni genuine. La vostra conformità non ispiega nulla; agite

separatamente e ciò che voi avete di già fatto separatamente, vi

giustificherà ora. La grandezza s’appella sempre al futuro. Se io posso

essere grande abbastanza per agire rettamente e per disprezzare gli

sguardi altrui, io devo aver operato prima, tanto rettamente da potermi

difendere oggi. Avvenga quel che vuole, conducetevi rettamente ora.

Sprezzate sempre le apparenze, e sempre voi lo potrete. La forza del

carattere è cumulativa; tutti i virtuosi giorni passati contribuiscono,

con il loro vigore, a questo giorno. Che cosa è che forma la maestà

degli eroi, del senato e dei campi di battaglia, che così riempie la

nostra immaginazione? La consapevolezza di un séguito di grandi giorni

e di grandi vittorie. Questi rimangono e versano la loro luce compatta

sull’attore che si avanza. Egli è seguito come da una scorta d’angeli,

visibili all’occhio di ciascun uomo. Ecco ciò che forma il tuono della

volontà di Chatham, la dignità nel portamento di Washington e l’America

nell’occhio di Adams. L’onore è venerabile per noi, perchè non è una

cosa effimera, ma sempre un’antica virtù. Noi lo adoriamo oggi, perchè

esso non è dell’oggi. Noi lo amiamo e veneriamo perchè esso non è un

agguato per il nostro amore e il nostro omaggio, ma è indipendente,

autogeno, e pertanto di antico ed immacolato lignaggio, anche se si

palesa in una giovine persona.

Io spero che noi avremo udito in questi giorni, per l’ultima volta,

parlar di conformità e di coerenza. Lasciamo queste parole per

l’avvenire in preda ai giornali e al ridicolo. Invece del gong per

il pranzo, udiamo uno zufolo dal flauto spartano. Non inchiniamoci

più e non facciamo scuse, mai più. Un grande uomo viene a pranzo, a

casa mia: io non desidero di piacergli: io desidero ch’egli desideri

di piacermi. Io rimarrò, per benignità; e benchè io voglia far cosa

gentile, io vorrei sopratutto far cosa vera. Affrontiamo e reprimiamo

la morbida mediocrità, e lo squallido accontentarsi dei tempi, e

gettiamo in viso al costume, alle occupazioni e al potere, ciò che è il

risultato di tutta la storia: che v’è un grande pensatore ed un attore

responsabile, che si muove ovunque s’agita un uomo; che un vero uomo

appartiene a nessun tempo o luogo, ma è il centro delle cose. Dove egli

è, è la natura. Egli misura voi e tutti gli uomini, e tutti gli eventi.

Voi siete obbligato ad accettare la sua bandiera. Comunemente, nella

società ogni persona ci ricorda qualche cosa altro o qualcun altro.

Il carattere, invece, vi ricorda null’altro: Esso prende il posto

dell’intiera creazione. L’uomo dev’essere tanto grande, da rendere

tutte le circostanze indifferenti, — mettere tutti i mezzi nell’ombra.

Questo sono e ciò fanno i grandi uomini. Ogni vero uomo è una causa,

un paese, ed un’età; egli richiede infiniti spazi ed innumerevoli

anni, per attuare pienamente il suo pensiero — e la posterità pare che

ne segua i passi come una processione. Un uomo, Cesare, nasce, e per

molti secoli dopo, noi abbiamo un impero romano. Cristo nasce e milioni

di menti, in tal modo, crescono e si legano al suo genio, ch’egli è

confuso con la virtù e la possibilità d’esser uomo. Un’istituzione non

è che l’ombra allungata d’un solo uomo; così è della riforma di Lutero;

del Quakerismo di Fox; del metodismo di Wesley; dell’abolizione di

Clarkson. Milton chiamò Scipione il «culmine di Roma» e tutta la storia

si risolve molto facilmente nella biografia di poche persone impetuose

e forti.

L’uomo conosca adunque il suo valore e tenga le cose sotto i piedi. Non

_spii_ e non _rubi_ nel mondo che esiste per lui, non rasenti il muro

come un trovatello, un bastardo od un intruso. Ma l’uomo non trovando

lungo la strada alcun valore in se stesso, che corrisponda alla forza

che costrusse una torre o che scolpì un Dio di marmo, si sente meschino

nel contemplarli. Per lui un palazzo, una statua o un libro costoso

hanno un aspetto straniero e minaccioso, molto simile a quello d’una

sfarzosa vettura, e sembrano dirgli: «Chi siete voi, signore?» Eppure

essi sono suoi, sono richiami alla sua attenzione, sono appelli alle

sue facoltà, affinchè esse vengano fuori e ne prendano possesso.

Il quadro attende un mio verdetto; esso però non mi comanda, ma io

stabilisco i suoi diritti alla lode. La favola popolare di quel babbeo,

che raccolto ubbriaco fradicio nella strada, e messo nel letto del

duca, fu trattato al suo svegliarsi con la più ossequiosa reverenza, e

fu fatto persuaso d’esser stato pazzo, deve la sua popolarità al fatto

che esso bene simbolizza lo stato dell’uomo, che in questo mondo è una

specie d’imbecille, il quale di tanto in tanto si scuote, esercita la

sua ragione, e si sente vero principe.

Il nostro modo di leggere è da mendicante e da adulatore. Nella storia,

la nostra imaginazione si ride di noi e ci rappresenta il falso. Regno

e principato, potere e stato, sono dei nomi più grandiosi che i privati

nomi di Giovanni ed Edoardo, in una piccola casa, in un comune giorno

di lavoro: mentre le cose della vita sono uguali per entrambi e la

somma totale di entrambi è la stessa. Perchè tutta questa deferenza

verso Alfredo e Scanderberg e Gustavo? Supponiamo che essi siano stati

virtuosi: hanno forse essi esaurita la virtù? Quando i semplici uomini

agiranno con dei grandi ideali, la fama si trasferirà dalle azioni dei

re a quelle dei privati.

Il mondo è stato invero istrutto dai suoi re, che hanno così

magnetizzato gli occhi delle nazioni. Da questo simbolo colossale fu

appresa la mutua riverenza dovuta da uomo a uomo. La lieta costanza,

colla quale gli uomini hanno ovunque permesso al re, al nobile o al

grande proprietario, di stabilire una propria legge; di stabilire

una propria gerarchia di uomini e di cose, annullando la loro; di

compensare i benefizi non con denaro ma con onori; di rappresentarne la

legge nella propria persona, — fu il geroglifico, per mezzo del quale

essi oscuramente significarono la coscienza del proprio diritto, e

della propria grandezza, che sono i diritti di ogni uomo.

Il magnetismo, che ogni azione originale esercita, si spiega quando

noi cerchiamo la ragione dell’auto-fiducia. Chi è il mallevadore?

Qual è l’io aborigeno, sul quale una fiducia universale può essere

fondata? Quale è la natura ed il potere di quella stella eludente

la scienza, senza paralasse, senza elementi di calcolo, che illumina

d’un raggio di bellezza le stesse azioni triviali ed impure, quando

il più piccolo segno d’indipendenza appare? Questa ricerca ci conduce

a quella sorgente che è allo stesso tempo l’essenza del genio,

l’essenza della virtù, e l’essenza della vita, e che noi denominiamo

Spontaneità o Istinto. Noi indichiamo questa sapienza primitiva col

nome di intuizione, mentre ogni ulteriore conoscenza è insegnamento.

Tutte le cose trovano la loro comune origine in quella forza profonda,

in quell’ultimo fatto, al di là del quale l’analisi non può andare.

Poichè, il senso dell’essere, che nelle ore calme s’innalza, non

sappiamo come, nell’anima, non differisce dalle cose, dallo spazio,

dalla luce, dal tempo, dall’uomo; anzi è una sola cosa con essi e

procede chiaramente dalla stessa sorgente, donde deriva la loro vita ed

il loro essere. Noi dapprima facciamo parte della stessa vita, per la

quale le cose esistono, e dopo osservando queste come semplici aspetti

della natura ci dimentichiamo d’aver partecipato della medesima causa.

Ecco la fonte dell’azione e del pensiero: ecco il soffio di quella

ispirazione che dà all’uomo la sapienza, di quella ispirazione che non

può essere negata senza empietà ed ateismo. Noi stiamo nel grembo di

un’infinita intelligenza, che fa di noi gli organi della sua attività

ed i custodi della sua verità. Quando discerniamo la giustizia, quando

discerniamo la verità, noi nulla facciamo non da noi stessi, ma apriamo

un passaggio ai suoi raggi. Se noi domandiamo donde questo procede, se

noi cerchiamo d’indagare nell’anima quelle cause, tutta la metafisica e

tutta la filosofia cade in errore. Tutto ciò che noi possiamo affermare

è la sua presenza o la sua assenza. Ogni uomo distingue esattamente

gli atti volontari della sua mente dalle sue percezioni involontarie,

e sa che un profondo rispetto è ad esse dovuto. Egli può errare

nell’espressione di esse, ma egli sa che non possono essere discusse,

che sono così, come il giorno e la notte. Le mie azioni volontarie e le

mie cognizioni acquisite sono cose vaghe; invece il più triviale sogno,

la più debole emozione, sono familiari e divini. Gli uomini spensierati

contraddicono facilmente le percezioni come le opinioni, anzi molto

più facilmente, in quanto che essi non distinguono fra percezione e

nozione. Essi immaginano ch’io scelga, per vederla, questa o quella

cosa. Ma la percezione non è capricciosa, ma fatale. Se io vedo un

lineamento, il mio bambino lo vedrà dopo di me e col tempo lo vedrà

anche tutto il genere umano, sebbene possa avvenire che nessuno l’abbia

visto prima di me; poichè la mia percezione di esso, è un fatto così

esistente come il sole.

Le relazioni dell’anima con lo spirito divino sono così pure che è

cosa profana il cercare di interporvi aiuti. Se Dio parlasse non ci

comunicherebbe una sola cosa, ma tutte le cose; riempirebbe il mondo

con la sua voce; farebbe scaturire la luce, la natura, il tempo,

l’anima, dal centro del pensiero presente e ricreerebbe e rinnoverebbe

il tutto. Ogni qualvolta una mente semplice riceve una sapienza divina,

le vecchie cose fuggono; i metodi, i docenti, i testi, i templi cadono;

essa vive nell’oggi ed assorbe il passato ed il futuro nell’ora

presente. Tutte le cose sono fatte sacre per la loro relazione con

essa, — le une tanto come le altre. Tutte le cose sono disciolte al

loro centro dalla loro causa e nell’universale miracolo i miracoli

particolari scompaiono. Questo così è, e dev’essere. Pertanto se un

uomo pretende di conoscere e di parlar di Dio, e vi riconduce alla

fraseologia di qualche vecchia nazione, sepolta in un’altra contrada,

in un altro mondo, non credetelo. È la ghianda migliore della quercia

in tutta la sua pienezza e in tutto il suo sviluppo? È il genitore

migliore del figlio, nel quale egli ha trasmesso la maturità del suo

essere? Donde allora questa adorazione del passato? I secoli sono dei

cospiratori contro la salute e la maestà dell’anima. Il tempo e lo

spazio non sono che dei colori fisiologici per l’occhio; ma l’anima

è luce; dov’essa è, v’è il giorno; dove essa era, c’è la notte; e la

storia è un’impertinenza e un’ingiuria, se la si considera qualcosa

più d’un piacevole apologo o d’una parabola del mio essere e del mio

destino.

L’uomo è timido e implorante; egli non è più integro; egli non osa

dire: «io penso» «io sono», ma cita qualche santo o qualche saggio.

Egli è confuso di fronte al filo d’erba o alla rosa fiorente. Queste

rose sotto la mia finestra non si richiamano ad altre rose passate

o migliori: esse sono per ciò che esse sono; esse esistono con Dio,

oggi; non v’è il tempo per esse; essa è semplicemente la rosa ed è

perfetta in ogni momento della sua esistenza. Prima che un petalo del

bocciolo si sia aperto, la sua intiera vita è in atto; nella corolla

completamente sbocciata non v’è maggior vita che nella radice senza

foglie. La sua natura è soddisfatta ed essa soddisfa alla natura in

ugual modo in tutti gli istanti. Ma l’uomo differisce o ricorda, egli

non vive del presente, ma con gli occhi rivolti al passato compiange il

passato, od incurante delle ricchezze che lo attorniano, si alza sulla

punta dei piedi per prevedere il futuro. Egli non può essere felice e

forte finchè egli pure non viva con la natura, nel presente al di sopra

del tempo.

Questo dovrebbe essere chiaro abbastanza. Pure vedete quanti intelletti

forti non osano ancora ascoltare Dio stesso, a meno che Egli non parli

con la fraseologia di non so quale Davide, Geremia o Paolo. Noi non

concederemo sempre così grande valore a pochi testi o a poche vite.

Noi siamo come bambini, che ripetono a memoria le sentenze delle nonne

e dei tutori; bambini, i quali cresciuti, ricordano faticosamente le

parole dette dagli uomini di talento e di carattere, ch’essi ebbero

la fortuna d’incontrare; finchè giunti al punto ove stavano coloro

che pronunciarono quelle parole, essi le comprendono e volentieri

le dimenticano, perchè in qualunque momento essi possono, quando

l’occasione si presenti, usare parole altrettanto buone. Se noi viviamo

sinceramente, noi vedremo sinceramente. È cosa facile per l’uomo

forte essere forte, come lo è per il debole, essere debole. Quando noi

abbiamo una nuova percezione noi saremo felici di scaricare la nostra

memoria dei suoi accumulati tesori, come vecchia robaccia. Quando un

uomo vive con Dio, la sua voce sarà così dolce come il mormorio del

ruscello ed il sussurrio del frumento.

Ed ora finalmente rimane a dirvi su questo soggetto, la più alta

verità; probabilmente essa non può esser detta, perchè tutto ciò che

noi diciamo è il ricordo lontano dell’intuizione. Il pensiero col

quale io posso più avvicinarmi per esprimerla è questo: quando il

bene è vicino a voi, quando voi sentite la vita in voi stessi, ciò

non avviene per un qualche modo conosciuto o prestabilito; voi non

discernerete le traccie di un altro modo qualsiasi; voi non vedrete

il viso dell’uomo; voi non udirete nessun nome; il modo, il pensiero,

il bene saranno totalmente strani e nuovi. Esso escluderà ogni altro

essere; voi percorrerete la via dall’uomo, non all’uomo. Tutte le

persone che sono mai esistite, sono suoi ministri fuggitivi. Il timore

e la speranza sono egualmente al di sotto di esso. Esso nulla domanda

e vi è qualchecosa di basso nella speranza stessa. Noi siamo in visione

e nulla v’è che noi possiamo chiamare gratitudine o propriamente gioia.

L’anima innalzata al di sopra della passione contempla l’identità e la

causa eterna, percepisce l’esistenza della verità e della giustizia

e si tranquillizza, osservando che tutte le cose procedano a dovere.

Gli immensi spazi della natura, l’Oceano Atlantico, il mare del Sud, i

lunghi intervalli di tempo, gli anni, i secoli, sono senza importanza.

Questo che io penso e sento, sostiene il primordiale stato di vita con

le sue circostanze, come esso regge il mio presente, e reggerà sempre

ogni circostanza e ciò che è chiamato vita e ciò che è chiamato morte.

Solo il vivere vale qualche cosa, non l’aver vissuto. Il potere cessa

nell’istante del riposo; esso sta nel momento di transazione da uno

stato passato ad uno presente, nel momento del lancio — nel vortice,

nel correre verso uno scopo. L’unico fatto che il mondo detesta, è

che l’anima _diventi_; perchè ciò per sempre degrada il passato, volge

tutte le ricchezze in povertà, ogni riputazione in vergogna, confonde

il santo con il birbante, allontana parimenti Gesù e Giuda. Perchè noi

allora parliamo di fiducia in se stesso? Fintantochè l’anima è presente

non vi sarà potere confidente, ma agente. Parlare di fiducia è un

miserevole tema di discorso. Parliamo piuttosto di colui che confida,

perchè opera ed esiste. Colui che ha maggior animo di me mi guida,

pur s’egli non alzasse un dito. Muovetelo ed io devo errare intorno a

lui per la gravitazione degli spiriti; a mia volta io dominerò con la

stessa facilità chi ha minor animo di me. Quando noi parliamo di virtù

eminenti, noi le immaginiamo figure rettoriche. Noi non ci avvediamo

ancora che la virtù è elevazione e che un uomo od un gruppo di uomini

sensibili e sottomessi a questi principi debbono conquistare e reggere,

per legge di natura, tutte le città, le nazioni, i re, gli uomini

ricchi ed i poeti, che non lo sono. Questo è il fatto ultimo, al quale

noi presto giungiamo con questo come con qualsiasi altro argomento:

la risoluzione di tutto in un essere unico, eternamente benedetto.

La virtù è il dominatore, il creatore, la sola realtà. Le cose sono

reali per quel tanto di virtù ch’esse contengono. Il commercio,

l’agricoltura, la caccia, la guerra, l’eloquenza, il valore personale,

sono qualche cosa e reclamano il mio rispetto, come esempi della

presenza e dell’attività impura dell’anima. Io vedo la stessa legge,

operante in natura, per la conservazione e l’accrescimento. Il peso

di un pianeta, l’albero che piegato dal vento si raddrizza, le risorse

vitali d’ogni animale e d’ogni vegetale, sono dimostrazioni dell’anima

che basta a se stessa e che per ciò confida in se stessa.

Così tutto si concentra e noi non andiamo vagando ma accostiamoci

alla causa; meravigliamo le masse intruse d’uomini e di libri e

di istituzioni, con una semplice dichiarazione del fatto divino.

Comandiamo loro di togliersi le scarpe dai piedi, perchè Dio è qui con

noi. La nostra semplicità li giudichi; e la nostra docilità nostra

alla propria legge dimostri la povertà della natura e della fortuna

all’infuori della nostra nativa ricchezza.

Ma ora noi siamo se non plebaglia. L’uomo non teme l’uomo, nè l’anima

sente l’ammonimento di rinchiudersi in se stessa per mettersi in

comunicazione con l’interno oceano, ma va peregrinando per mendicare

una tazza d’acqua al pozzo degli altri uomini. Noi dobbiamo andar soli.

L’isolamento precede una vera società. Io amo più il silenzio della

chiesa prima delle funzioni, che qualsiasi sermone. Quanto lontane,

e fredde e caste appaiono le persone limitate da un recinto o da un

santuario. Rimaniamo sempre così. Perchè dobbiamo noi attribuirci i

falli del nostro amico o della moglie o del padre o del figlio, perchè

essi siedono attorno al nostro focolare o son detti aver lo stesso

sangue? Tutti gli uomini hanno il mio sangue ed io ho quello di tutti

gli uomini. Non perciò io adotterò la loro petulanza o la loro follìa,

fino ad esserne vergognoso. Il vostro isolamento però non dev’essere

meccanico, ma spirituale, vale a dire, dev’esser elevazione. Alle volte

il mondo intiero sembra essere in cospirazione per importunarvi con

delle inezie enfatiche. L’amico, il cliente, il bambino, la malattia,

il timore, il bisogno, la carità, tutti battono insieme alla porta

del mio gabinetto dicendo: «Vieni fuori con noi». Ma tu non spargere

la tua anima, non discendere, tieni il tuo stato; rimani a casa nel

tuo proprio cielo; non entrare, anche per un istante, nei loro fatti,

nel loro tumulto di apparenze in conflitto, ma lancia la luce della

tua legge sulla loro confusione. Il potere che gli uomini hanno di

seccarmi io lo ritorno a loro con una debole curiosità. Nessun uomo può

approssimarsi a me, se non attraverso i miei atti. «Noi non amiamo che

ciò che abbiamo, ma col desiderio noi priviamo noi stessi dell’amore».

L'anima, la natura e la saggezza · 第 3 / 32 段