L’universale natura, troppo forte per la debole natura del bardo, siede

sul suo collo e scrive con le sue mani: cosicchè quando par ch’egli

esprima un semplice capriccio o un impetuoso romanzo, il risultato

è un’esatta allegoria. Per questo Platone disse che «i poeti dicono

grandi e saggie cose, che essi stessi non comprendono». Tutte le opere

di fantasia del medio evo sono un’oscura e bizzarra espressione di ciò

che la mente di quel periodo tentò di effettuare. La magia, e quanto è

ascritto ad essa, è manifestamente un profondo presentimento dei poteri

della scienza. Gli stivali di velocità, la spada affilata, il potere di

sottomettere gli elementi, di usare le segrete virtù dei minerali, di

comprendere la voce degli uccelli, sono gli oscuri sforzi della mente

verso una retta direzione. La straordinaria prodezza dell’eroe, il dono

della perpetua gioventù ed altre simili cose sono uguali allo sforzo

dello spirito umano di «piegare le sembianze delle cose ai desideri

della mente».

Nel Perceforest e in Amadis di Gaula, un serto e una rosa fioriscono

sul capo di colei che è fedele e sfioriscono sulla fronte di colei che

è incostante. Nella storia del Ragazzo e del Mantello, anche un maturo

lettore può essere commosso da virtuosa gioia per il trionfo della

gentile Genalas: e, in verità, tutti i postulati degli annali della

magia: che alle Fate non garba d’esser nominate, che i loro doni sono

capricciosi e non degni di fiducia, e che colui che cerca un tesoro non

ne deve parlare e simili, io trovo esser veri in Concord, per quanti

essi possono esser in Cornovaglia o in Brettagna.

È forse altrimenti nel più recente romanzo? Io leggo la Sposa

di Lamermoor. Sir William Ashton è una maschera per una volgare

tentazione; il Castello di Ravensvood è un gentil nome per

un’orgogliosa povertà, e la missione governativa all’estero è soltanto

un pretesto di Bugan per un onesto lavoro. Noi possiamo tutti annullare

una bolla che voglia distruggere il buono ed il bello col combattere

l’ingiusto ed il sensuale. Lucia Ashton è un altro nome per la fedeltà,

che è sempre bella e sempre soggetta alle calamità di questo mondo.

Ma unitamente alla civile e metafisica storia dell’uomo, un’altra

storia procede, quella del mondo esterno, con la quale egli non

è meno strettamente legato. Egli è il compendio del tempo; egli è

anche il correlativo della natura. Il potere dell’uomo consiste nella

moltitudine delle due affinità, nel fatto che la sua vita è intrecciata

con l’intera catena dell’essere organico ed inorganico. Nell’età

dei Cesari, in Roma, procedevano dal Foro le grandi vie del nord,

del sud, dell’est, dell’ovest, verso il centro di ciascuna provincia

dell’impero, rendendo ciascuna città della Persia, della Spagna, della

Brettagna, penetrabile ai soldati della capitale: così dall’umano

cuore partono vie al cuore di ciascun oggetto di natura, per ridurlo

sotto il dominio dell’uomo. Un uomo è un fascio di relazioni, un modo

di radici, il cui fiore e frutto è il mondo. Tutte le sue facoltà

si collegano a nature fuori di lui, tutte le sue facoltà predicono

il mondo che egli deve abitare, come le pinne dei pesci predicono

l’esistenza dell’acqua o come le ali d’un’aquila in germe presuppongono

un «medium» chiamata aria. Isolatelo e voi lo distruggete. Egli non può

vivere senza un mondo. Rinserrate Napoleone in un’isola; fate che le

sue facoltà non trovino uomini da dominare, alpi da valicare, poste da

scommettere ed egli batterà l’aria ed apparirà stupido. Trasportatelo

in un grande paese, con densa popolazione, con complessi interessi, con

potere avverso, e voi vedrete che l’uomo Napoleone, inceppato da tali

condizioni, non è il Napoleone virtuale. Questi non è che l’ombra di

Talbot:

«La sua sostanza non è qui, perchè ciò che voi vedete non è che la più

piccola parte e la minore porzione d’umanità; ma se fosse qui il suo

intiero essere, esso è di tale immensa grandezza, che il vostro tetto

non sarebbe sufficiente a contenerlo.[1]

Colombo abbisogna di un pianeta verso cui dirigere la sua rotta.

Newton e Laplace abbisognano di miriadi di età e di immense aree

celestiali. Si può dire che un sistema solare gravitante è di già

profetizzato in natura dalla mente di Newton. Non meno ripromettono

le leggi dell’organizzazione, i cervelli di Davy e di Gay-Lussac, fin

dalla fanciullezza ricercando sempre le affinità e repulsioni delle

molecole. L’occhio dell’embrione umano non predice la luce? L’udito

di Händel non predice l’arte dei suoni? Le industriose dita di Watt,

Fulton, Whittemore, Arkwright, non predicono la temperabile e fusibile

tessitura dei metalli, la proprietà della pietra, dell’acqua e del

legno? I graziosi attributi della bambina non predicono le raffinatezze

e gli ornamenti della società civile? Anche qui noi ricordiamo l’azione

dell’uomo sull’uomo. Una mente potrebbe stillare il suo pensiero per

anni ed anni e non guadagnare tanta auto-conoscenza quanta la passione

dell’amore ad essa insegnerà in un giorno. Chi conosce se stesso prima

di essere, con indignazione, colpito da un oltraggio o prima di aver

udito una lingua eloquente o d’aver partecipata al battito di mille

cuori in un’esultanza od allarme nazionale? Nessun uomo può precorrere

la sua esperienza o indovinare quale facoltà o sentimenti un nuovo

oggetto potrà destare in lui, più di quanto egli possa tratteggiare

oggi, il viso d’una persona che egli vedrà domani per la prima volta.

Io non mi farò forte ora dell’affermazione generale per indagare la

ragione di questa corrispondenza. Basti che sotto la luce di questi

fatti, che, cioè, la mente è una sola e che la natura è la sua

corrispondente, la storia venga letta e scritta.

Così in tutti i modi l’anima concentra e riproduce i suoi tesori per

ogni novello scolaro. Egli pure passerà attraverso l’intero ciclo

dell’esperienza. Egli raccoglierà in un fuoco i raggi della natura. La

storia non sarà più un libro noioso; essa camminerà incarnata in ogni

uomo giusto e saggio. Voi non mi direte in lingue e titoli diversi

un catalogo dei volumi letti. Voi mi farete sentire quali periodi

voi avete vissuti. Un uomo sarà il tempio della Fama: egli camminerà

come quella dea che i poeti hanno descritta, in una veste ricamata

di eventi meravigliosi e di dottrine; la sua propria forma e le sue

fattezze saranno quella variegata veste. Io troverò in lui il mondo

primitivo; nella sua fanciullezza l’età d’oro; il frutto della scienza;

la spedizione degli argonauti; la chiamata di Abramo; la costruzione

del tempio; la venuta di Cristo; l’età media; il rinascimento, la

riforma; le scoperte delle terre nuove; l’apparire delle nuove scienze

e dei nuovi orizzonti aperti all’uomo. Egli sarà il sacerdote di

Pan, e porterà con sè nelle umili capanne la benedizione delle stelle

mattutine e tutti i ricordati benefizi del cielo e della terra.

V’è qualchecosa di troppo presuntuoso in questa pretesa? Allora io

disdico tutto ciò che ho scritto, poichè a che cosa serve il pretendere

di sapere ciò che noi non conosciamo? Ma è per una lacuna della nostra

rettorica che noi non possiamo fortemente affermare un fatto senza

parere di calunniarne un altro. Io tengo la nostra attuale scienza in

pochissima stima. Udite i topi nel muro, guardate la lucertola sulla

siepe; i funghi sotto i vostri passi; i licheni sul tronco. Che cosa

so io intorno a qualsiasi di questi mondi di vita simpaticamente e

moralmente? Così a lungo come l’uomo del Caucaso, più a lungo forse,

queste creature hanno tenuto i loro concilii vicino a lui e non v’è

ricordo di alcuna parola e di alcun segno passato fra essi. Ancora, che

cosa ricorda la storia degli annali metafisici dell’uomo? Quale luce

versa essa su questi misteri, che noi veliamo sotto il nome di Morte

ed Immortalità? Ancora, ogni storia dovrebbe scriversi con una veggenza

che divinasse il cerchio delle nostre affinità e ci presentasse i fatti

sotto luce di simboli. Io sono vergognoso di constatare che la nostra

così detta storia è un futile racconto di villaggio. Quante volte noi

dobbiamo dire Roma e Parigi e Costantinopoli! Che cosa sa Roma del

topo e della lucertola? Che cosa sono le Olimpiadi e i Consolati per

questi esseri a noi vicini? Oltre a ciò quale alimento od esperienza

o soccorso rappresentano essi per i pescatori di foche esquimesi,

per il Kanàka nella sua canoa, per il caricatore di bastimenti, per

il facchino? Più ampi e più profondi noi dobbiamo scrivere i nostri

annali, partendo da una riforma etica, da un influsso della coscienza

sempre rinnovata, sempre salutare, se noi vogliamo più francamente

esprimere la nostra centrale natura, invece di questa vecchia

cronologia di egoismo e di superbia, alla quale noi, per troppo lungo

tempo, abbiamo dato i nostri occhi. Quel giorno già esiste per noi,

esso brilla di già su noi, impensatamente; ma il cammino delle scienze

e delle lettere non è il penetrare nella natura, ma piuttosto il

partirsi da essa. L’idiota, l’indiano, il ragazzo e l’incolto fanciullo

del contadino, s’avvicinano a ciò e lo comprendono molto più che non

l’anatomico e l’antiquario.

SECONDO SAGGIO

LA FIDUCIA IN SE STESSO

Io lessi l’altro giorno alcuni versi scritti da un eminente pittore,

che erano originali e non convenzionali. L’anima, qualunque sia il

soggetto, sente sempre in essi un ammonimento ed il sentimento che

essi instillano ha maggior valore di qualunque pensiero essi possano

contenere. Credere nel vostro proprio pensiero, credere che ciò che

è vero per voi, nella nostra segreta anima, è vero per tutti gli

uomini, questo è il genio. Dite la vostra convinzione latente ed essa

sarà il senso universale; poichè quanto è interiore diviene a tempo

debito esteriore, e il nostro primo pensiero ci è ritornato dalle

trombe del giudizio universale. Il più alto merito che noi ascriviamo

a Mosè, a Platone, a Milton è d’esser famigliari a ciascun uomo

come la voce della mente, poichè essi annullano libri e tradizioni

e dicono, non ciò che gli uomini, ma ciò che essi stessi pensarono.

Un uomo dovrebbe imparare a scoprire e ad osservare quel raggio

di luce che irrompe dall’interno, a traverso la sua mente, più che

ad osservare la luminosità del firmamento, dei bardi e dei saggi;

invece egli abbandona, senza riguardo, il suo pensiero, solo perchè

è suo. Noi ritroviamo, in ogni opera di genio, dei pensieri, che

noi abbiamo rifiutati ed essi ritornano a noi con un certo senso di

maestà scacciata. Le grandi opere d’arte non hanno per noi maggior

insegnamento di questo: esse ci insegnano ad aderire alle nostre

impressioni spontanee, con serena inflessibilità, specialmente quando

l’intiero coro delle voci è dalla parte opposta. Altrimenti domani uno

straniero ci dirà, con un buon senso magistrale, precisamente ciò che

noi abbiamo pensato e sentito da lungo tempo, e noi saremo obbligati a

riprendere, con vergogna, la nostra propria opinione da un altro.

V’è un’epoca nell’educazione di ciascun uomo, nella quale egli

giunge alla convinzione che l’invidia è ignoranza; che l’imitazione

è suicidio; che egli deve prender se stesso per il meglio e per il

peggio, come sua propria parte; che sebbene l’ampio universo è pieno di

bene, nessun chicco di frumento può giungere a lui, se non attraverso

il suo lavoro, duramente compiuto su quel pezzo di terreno, che gli

è stato dato a coltivare. Il potere che risiede in lui è nuovo in

natura, e nessuno, all’infuori di lui, sa ciò che egli può fare, nè

egli stesso lo sa finchè non ha tentato. Non per nulla un viso, un

carattere, un fatto, fa su lui molta impressione ed un altro nessuna:

e questa impressione nella memoria non è senza armonia prestabilita.

L’occhio fu posto dove un raggio deve cadere, come testimonianza di

quel particolare raggio. Coraggiosamente lasciategli dire l’ultima

parola della sua confessione; poichè noi ci esprimiamo solamente a

metà, e siamo vergognosi di quella idea divina, che ognuno di noi

rappresenta. Si può avere in essa assoluta fiducia e stimarla atta a

buoni risultati e crederla lealmente concessa, ma Dio non permetterà

che la sua opera sia fatta manifesta ai codardi. È necessario un uomo

divino per esporre alcunchè di divino; un uomo è sereno e lieto quando

ha posta la sua anima nella sua opera ed ha fatto del suo meglio; ma

ciò che egli ha detto o fatto altrimenti, non gli darà pace; l’aver

compiuta l’opera non lo ristora affatto e nel tentativo il suo genio

l’abbandona; nessuna Musa, nessun accorgimento, nessuna speranza lo

soccorrono. Abbiate fiducia in voi stessi, accettate il posto che

la divina Provvidenza vi ha assegnato: vale a dire la società dei

vostri contemporanei, la connessione degli eventi. I grandi uomini

hanno sempre fatto così e si sono confidati come bambini al genio

della loro età, palesando l’intuizione dell’Eterno moventesi nel loro

cuore, operante per mezzo delle loro mani, predominante in tutto

l’essere loro. E noi siamo ora uomini e dobbiamo accettare con la

più alta volontà lo stesso trascendente destino, nè dobbiamo rimanere

rannicchiati in un angolo, nè essere dei codardi fuggenti dinnanzi ad

una rivoluzione; ma dobbiamo essere dei redentori e dei benefattori;

e pii aspiranti ad essere della nobile creta, plastica sotto gli

sforzi dell’Onnipotente, avanziamoci sempre più di fronte al Caos e

l’Ignoto. La natura ci dà, a questo proposito, con i visi e la condotta

dei fanciulli, dei bimbi e perfino degli animali, dei meravigliosi

ammonimenti. Essi non hanno nè una mente scomposta e ribelle, nè

un sentimento di diffidenza, perchè essi non conoscono la nostra

aritmetica, che ha computato la forza, ed i mezzi contrari al nostro

proposito. La loro mente è intatta, il loro occhio è ancora indomito;

e quando noi guardiamo i loro visi, rimaniamo turbati. L’infanzia si

uniforma a nessuno; tutti si uniformano ad essa; cosicchè comunemente

un bimbo tiene fronte a quattro o cinque adulti, che scherzano e

giocano con lui. In ugual modo Dio ha munito la gioventù e la pubertà

e la virilità d’una sua propria arguzia, d’un suo proprio fascino e

l’ha fatta individuale e graziosa, e i diritti di ciascuna non saranno

posti da banda, se ciascuna starà da sè. Non pensate che la gioventù

non abbia forza alcuna, perchè non può parlare a voi e a me. Zitti!

chi parla nell’altra camera in modo così chiaro e così baldanzoso?

Santo Cielo! È lui, è quel miracolo di modestia e di calma, che per

settimane intiere non ha fatto altro che mangiare quando voi eravate

vicino e che ora mette fuori queste parole, come rintocchi di campane!

Sembra che egli sappia come parlare ai suoi contemporanei; timido od

audace, dunque, egli saprà come rendere noi, più vecchi, completamente

inutili. La noncuranza dei ragazzi, che sono sicuri d’un pranzo, e

che sdegnerebbero, come un lord, di fare o di dire qualsiasi cosa

per conciliarsi con qualsivoglia, è l’affermazione dell’attitudine

vigorosa della natura umana. Come è padrone della società un ragazzo!

Indipendente, irresponsabile, guardando dal suo cantuccio egli giudica

a seconda dei meriti tutta la gente ed i fatti che passano, con quel

modo rapido e sommario proprio dei ragazzi, come: buono, cattivo,

interessante, stupido, eloquente, noioso. Egli non si preoccupa mai

delle conseguenze e dei vantaggi: egli dà un verdetto indipendente e

genuino. Voi dovete corteggiare lui, egli non corteggia voi: l’uomo è

incatenato dalla sua consapevolezza. Così tosto come egli ha parlato

o fatto qualchecosa con successo, egli è persona condannata, guardata

dalla simpatia o dall’odio di cento, i cui affetti ora devono entrare

nel suo capo d’accusa! Non vi è Lete per questo. Ah! se egli potesse

di nuovo ritornare alla sua indipendenza neutrale, simile a quella d’un

Dio! Chi, avendo perduta ogni quiete ed avendo osservato, può osservare

ancora dall’alto della stessa innocenza semplice, incorrotta e

impassibile, dev’essere formidabile e deve sempre attirare l’attenzione

del poeta e dell’uomo; e certo la potenza di tale giovinezza immortale

sarebbe sentita. Essa manifesterebbe opinioni su tutti gli affari

che passano, opinioni che non apparendo personali, ma necessarie,

si conficcherebbero come freccie nell’orecchio degli uomini e

genererebbero in essi il terrore.

Queste sono le voci che noi udiamo nella solitudine, ma che diventano

deboli ed inintelligibili, quando noi entriamo nel mondo. La società,

ovunque, è in cospirazione contro la virilità di ciascuno dei suoi

membri; essa è una società in accomandita, nella quale i soci, per

meglio assicurare il pane ad ogni azionista, son d’accordo nel vendere

la libertà e la coltura del mangiatore. La virtù più ricercata è la

conformità: la fiducia in se stesso è il suo contrario. Quella non ama

le realtà e i creatori, ma i nomi e le consuetudini.

Chiunque vuol essere un uomo, dev’essere un non-conformista. Colui

che vuol raccogliere le palme immortali non dev’essere imbarazzato

dal nome del bene, ma deve ricercare se v’è realmente il bene. Nulla

infine è sacro, all’infuori dell’integrità della nostra propria mente.

Assolvetevi da voi stessi, e voi avrete il suffragio del mondo. Io

mi ricordo d’una risposta, che, quand’ero molto giovane, diedi ad

un ammonitore, che aveva l’abitudine d’importunarmi con le vecchie

e care dottrine della chiesa. Io dissi: «Che cosa ho io a vedere con

la santità delle tradizioni, se io traggo interamente la mia vita dal

mio interno?» Il mio amico ribattè: «Ma questi impulsi possono venire

dal basso e non dall’alto»: io risposi: «essi non mi sembrano esser

tali, ma se io sono figlio del diavolo, io trarrò la mia vita dal

diavolo». Nessuna legge può esser sacra per me, eccetto quella della

mia natura. Il bene ed il male sono soltanto dei nomi, molto facilmente

trasferibili da questo a quello; soltanto è retto ciò che si adatta

alla mia costituzione, soltanto è ingiusto ciò che è contrario. Un

uomo deve comportarsi di fronte ad ogni opposizione, come se ciascuna

di esse fosse effimera. Io sono mortificato nel pensare come noi

facilmente capitoliamo davanti a segni e a nomi, davanti a grandi

società ed a molte istituzioni. Ogni individuo decente e un po’ noto mi

interessa e mi preoccupa più del lecito. Io vorrei procedere diritto e

gagliardo e dire rudemente la verità in tutti i modi. Se la malizia e

la vanità indossano la divisa della filantropia dovrò io tacere? Se un

bigotto collerico prende le difese della generosa causa dell’Abolizione

e viene da me con le ultime notizie delle isole Barbadoas, perchè non

dovrei io dirgli: «va, ama il tuo bambino, il tuo spaccalegna: abbi

una natura buona e modesta. Abbi grazia e non mascherare mai la tua

ambizione indurita e incaritatevole, sotto questa incredibile tenerezza

per dei negri distanti migliaia di miglia. Il tuo amore lontano è

rancore in casa?» Tale contegno sarebbe ruvido e sgarbato, ma la verità

è più bella che la simulazione dell’Amore. La vostra bontà deve avere

un filo tagliente altrimenti è nulla.

La dottrina dell’odio dev’essere predicata, come opposizione alla

dottrina dell’Amore, quando questa vagisce e piagnucola.

Io evito mio padre e mia madre, mia moglie e mio fratello, quando il

mio genio mi chiama. Io vorrei scrivere sul limitare della mia porta:

«capriccio». Io spero che sia qualchecosa di più infine, ma noi non

possiamo spendere la giornata in spiegazioni. Non attendete ch’io vi

dica perchè io cerco o fuggo la compagnia; nè parlatemi, come un buon

uomo fece oggi, del mio obbligo di mettere tutti i poveri in buone

condizioni. Sono essi i miei poveri? Io ti dico, o stupido filantropo,

che io lesino il dollaro, il centesimo e il millesimo, che io dò a

coloro che non mi appartengono ed ai quali io non appartengo. Vi è

una classe di persone dalla quale io sono comperato e venduto per

certe affinità spirituali, e per cui io andrei in prigione, se fosse

necessario; ma le vostre carità popolari, la costruzione di ricoveri

per il vano scopo per il quale sono costrutti; le elemosine agli

stupidi e le 10.000 società di soccorsi...! Io confesso con vergogna

che talvolta mi arrendo, e dò il dollaro, ma è un dollaro malvagio, che

dopo qualche tempo avrò il coraggio di ritirare.

Le virtù sono, secondo il giudizio popolare, piuttosto l’eccezione

che la regola. V’è l’uomo e le sue virtù. Gli uomini fanno, ciò che

è chiamata una buona azione nello stesso modo con cui pagherebbero

una multa, in espiazione di un’assenza al giornaliero ufficio. Essi

compiono le loro opere come scusa e attenuante del loro vivere nel

mondo, allo stesso modo che gli invalidi ed i pazzi pagano un’alta

pensione: le loro virtù sono delle penitenze. Io invece non desidero di

espiare, ma di vivere: la mia vita non è una scusa, ma una vita; essa

è per se stessa e non per uno spettacolo. Io preferisco maggiormente

che essa sia d’un livello più basso, ma genuina ed uguale, piuttosto

che brillante e mal ferma: io desidero ch’essa sia sana e dolce e che

non abbisogni di dieta e di dissanguamento: la mia vita dovrebbe essere

unica, dovrebbe essere un’elemosina, una battaglia, una conquista,

una medicina. Io domando innanzi tutto l’attestazione che voi siete un

uomo e vi ricuso di trasferire questa attestazione, dall’uomo alle sue

azioni. Io non faccio alcuna differenza tra il compiere o no quelle

azioni che sono considerate eccellenti. Io non acconsento di pagare

come privilegio, ciò che ho come intrinseco diritto. Io attualmente

sono e, per quanto piccole e scarse siano le mie doti, non abbisogno

per la mia sicurezza o per quella dei miei simili, di qualsiasi

secondaria testimonianza.

Ciò che io devo fare è tutto ciò che mi concerne, e non ciò che la

gente pensa. Questa regola, ugualmente ardua nella vita dell’azione

e dell’intelletto, può servire per la completa distinzione tra

la grandezza e la pochezza. Essa è più molesta, perchè voi sempre

troverete coloro, che credono di sapere qual’è il vostro dovere, meglio

di quanto non lo sappiate voi stessi. È facile nel mondo vivere secondo

l’opinione del mondo; è facile in solitudine vivere secondo la nostra

propria opinione; ma il grande uomo è colui che nel mezzo della folla

mantiene con perfetta serenità l’indipendenza della solitudine.

La ragione per non conformarsi ad usi ormai morti per voi, è che

ciò disperde la vostra forza, spreca il vostro tempo e intorpidisce

l’impronta del vostro carattere. Se voi sostenete una chiesa morta,

se contribuite ad una consunta società biblica, se votate con un

gran partito per il governo o contro di esso, ecc. io difficilmente

distinguerò, sotto questi vari aspetti, quale vero tipo d’uomo voi

siate, e naturalmente altrettanta forza sarà tolta dalla vostra propria

vita. Fate invece quanto vi spetta ed io vi conoscerò. Eseguite le

vostre opere, e voi vi rinforzerete. Un uomo deve considerare qual

giuoco o quale mosca-cieca sia questo della conformità.

Se io conosco la vostra sétta, io prevengo i vostri argomenti. Io

sento annunziare da un predicatore, come argomento d’una sua lettura,

l’utilità di una delle istituzioni della sua chiesa. Ora non so io

anticipatamente che egli non può possibilmente dire una parola nuova

e spontanea? Non so io che con tutta questa ostentazione di esaminare

i fondamenti dell’istituzione, egli non farà tale cosa? Non so io che

egli è impegnato con se stesso ad osservar la cosa da un solo lato,

il lato permesso, e non come uomo, ma come ministro di una parrocchia?

Egli è semplicemente un patrocinatore pagato e questi modi da tribunale

sono la più vuota affettazione. Ora la più parte degli uomini hanno

bendati i loro occhi con un fazzoletto od altro, e si sono stretti a

qualcuna di queste comunità di opinioni. Questa conformità li fa falsi

e non solo in poche particolari cose, ma falsi in tutti i particolari.

Ogni loro verità non è completamente loro. Il loro «due» non è il «due»

reale, il loro «quattro» non è il «quattro» reale: cosicchè ogni parola

ch’essi dicono ci dà pena e noi non sappiamo dove cominciare per metter

loro dalla parte della ragione.

Intanto la natura non è lenta nel vestirci con la carceraria uniforme

del partito, cui noi apparteniamo. Noi veniamo ad avere un solo

taglio di viso e di figura ed acquistiamo gradatamente la più gentile

espressione asinina. Vi è un’esperienza mortificante in specie, che

non manca di tuffar se stessa anche nella storia generale; io intendo

dire «la faccia goffa della lode», il forzato sorriso che noi usiamo

in società, dove non ci troviamo a nostro agio, in risposta ad una

conversazione che non ci interessa. I muscoli non mossi spontaneamente,

ma da una bassa caparbietà invadente, s’irrigidiscono verso la linea

esterna del viso e producono la più sgradevole sensazione, — sensazione

di biasimo e di congedo, che nessun giovine coraggioso soffrirà due

volte.

L'anima, la natura e la saggezza · 第 2 / 32 段