RALPH WALDO EMERSON
L’ANIMA, LA NATURA E LA SAGGEZZA
SAGGI
1ª E 2ª SERIE
TRADUZIONE DALL’INGLESE
DEL
Prof. MARIO COSSA
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
1911
PROPRIETÀ LETTERARIA
AGOSTO MCMXI — 28476
AVVERTENZA DEL TRADUTTORE
Era mia intenzione di far precedere alla traduzione uno studio sul
grande filosofo americano; ma per ragioni non dipendenti dalla
mia volontà e certo non per le solite impazienti sollecitazioni
dell’Editore (che anzi mi fu sempre cortese) dovetti abbandonare
questo mio disegno con vivo rammarico ancorchè presentasse non poche
difficoltà. Perciò ho pensato ch’era la cosa migliore, licenziando
questa mia onesta fatica, evitare una prefazione fatta sul tipo di
troppe prefazioni messe insieme a colpi di forbice, che hanno nessun
pregio, se non quello d’un ingegnoso pasticcio.
Dopo aver passate tante ore d’intimità spirituale con l’Emerson è
cresciuta in me l’ammirazione e la riverenza per la sua anima pura,
per il suo spirito profondo, per la sua filosofia tutta umana; sarei un
ingrato se volessi in poche linee tratteggiare la sua figura, correndo
il rischio di fare una caricatura per il desiderio di comporne un
rapido schizzo.
Questa è appunto la ragione che m’ha spinto ad aggiungere al volume
un indice bibliografico, che è largo se non completo. Il lettore
che desideri conoscere con maggior ampiezza il grande filosofo potrà
trovare in esso le indicazioni necessarie.
Avverto ancora che i saggi contenuti in questo libro erano stati
composti dall’Emerson per esser pronunziati ad alta voce in pubblico
e non per esser riuniti in volume e presentati alla lettura. Ciò darà
al lettore ragione di certe oscurità, di certi troncamenti, di certe
spezzettature di stile e di pensiero, che l’intonazione viva e varia
della voce avrebbe illuminate o coperte.
A me è di grande conforto ciò che scrisse Tommaso Carlyle all’apparire
a Londra di questo volume nella sua veste originale: «... Noi dovremo
chiamare questo libro il soliloquio di un’anima sincera, sola sotto le
stelle...».
MARIO COSSA.
Torino, agosto 1911.
OPERE DI RALPH WALDO EMERSON.
«_Nature_». 1836.
_Address delivered before the Senior Class in Divinity College,
Cambridge._ Massachusetts, 1838.
_Essays_ — 1st series. Boston, 1841.
_Essays_ — (preface by T. Carlyle). London, 1841.
_The method of Nature, an oration._ Massachusetts, 1841.
_Address in the Court-House, in Concord._ Massachusetts,
1844.
_Essays_ — 2nd series. Boston, 1844.
_Man, the reformer, a lecture._ 1844.
_Man Thinking, an oration._ 1844.
_Representative Men_ (Lectures). 1844.
_The Young American._ London, 1844.
_Essays, Lectures and Orations._ London, 1844.
_English traits._ London, 1856.
_The conduct of Life._ London, 1860.
_May-day and other pieces_ (poems). Massachusetts, 1867.
_Society and Solitude._ London, 1870.
_Culture, Behaviour, Beauty._ Massachusetts, 1876.
_Letters and Social aims._ United States, 1876.
_Power, Wealth, Illusions._ Boston, 1876.
_Miscellanies._ Massachusetts, 1876.
_Books, Art, Eloquence._ Massachusetts, 1877.
_Love, Friendship, Domestic Life._ Massachusetts, 1877.
_Success, Greatness, Immortality._ Massachusetts, 1877.
_Fortune of the Republic, lecture._ Massachusetts, 1879.
_The senses and the Soul; two essays._ London, 1884.
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PRIMO SAGGIO
LA STORIA
C’è una sola mente comune a tutti gli uomini individui.
Ciascun uomo è adito ad essa ed a tutto ciò che ad essa appartiene.
Colui, che una volta è ammesso al diritto della ragione, diviene
completamente libero; ciò che Platone ha pensato, egli può pensare,
ciò che un santo ha sentito, egli può sentire, ciò che in ogni tempo
a ciascun uomo è accaduto, egli può comprendere. Chi possiede questa
universale mente partecipa di tutto ciò che è o può essere fatto,
poichè questa è l’unico e sovrano agente.
La storia è il complesso delle opere della mente. Il suo genio è
illustrato dall’intero svolgersi del tempo; l’uomo in nessun modo
comprensibile, diviene tale per mezzo della sua storia. L’umano
spirito, senza precipitazione, senza riposo, s’appresta fin dal
principio a raggruppare ogni facoltà, ogni pensiero, ogni emozione
che gli appartenga, intorno ad appropriati eventi. Ma il pensiero
precede il fatto; tutti i fatti della storia preesistono nella mente
come leggi. Ciascuna legge è a sua volta il prodotto di circostanze
predominanti, ed i limiti di natura danno potere ad una sola per volta.
Un uomo è l’intera enciclopedia dei fatti.
La creazione di mille foreste sta in un solo seme; e l’Egitto, la
Grecia, Roma, la Gallia, la Britannia, l’America, stanno già rinchiuse
nel primo uomo.
Successivamente campo, regno, impero, repubblica, democrazia, sono
semplicemente l’applicazione del molteplice spirito umano al molteplice
universo.
L’umana mente scrisse la storia e deve leggerla. Come la Sfinge doveva
risolvere i suoi propri enimmi, così il complesso della storia, che sta
in un uomo, dev’essere totalmente spiegato dall’individuale esperienza.
C’è una relazione fra le ore della nostra vita ed i secoli del tempo.
Come l’aria ch’io respiro è tratta dai grandi depositi della natura,
come la luce sul mio libro è prodotta da un astro, distante cento
milioni di miglia, come il peso del mio corpo dipende dall’equilibrio
tra le forze centrifughe e quelle centripete; così le ore dovrebbero
essere create dalle età e le età spiegate dalle ore.
Ogni singolo uomo è ancora un’incarnazione della mente universale.
Tutte le sue proprietà consistono in lui: ogni passo, nella sua privata
esperienza, getta una luce su ciò che grandi masse d’uomini hanno
fatto, e le crisi della sua vita conducono alle crisi nazionali. Ogni
rivoluzione fu in antecedenza un pensiero nella mente di un solo uomo;
quando lo stesso pensiero sorge in un altro uomo, s’ha la chiave che
apre quel periodo. Ogni riforma fu una volta una personale opinione;
e quando un’altra volta diverrà opinione personale, essa scioglierà il
problema dell’età. Il fatto narrato, deve corrispondere a qualche cosa
in me, che sia credibile od intelligibile: così quando noi leggiamo,
dobbiamo trasmutarci in greci, romani, turchi, sacerdoti e re, martiri
e giustizieri; dobbiamo unire queste immagini, nella nostra segreta
esperienza, a qualche realtà o noi vedremo nulla, impareremo nulla,
riterremo nulla. Quanto accadde ad Asdrubale od a Cesare Borgia non è
maggiore illustrazione delle forze e delle depravazioni della mente,
di quanto non sia ciò che è accaduto a noi. Ciascun movimento politico
e ciascuna legge nuova ha significazione per voi. State dinnanzi a
ciascuna delle sue tavole e dite: «Ecco uno dei miei manti: Sotto
questa fantastica o graziosa od odiosa maschera, la mia proteiforme
natura celò sè stessa». Ciò rimedia al difetto della nostra troppo
grande prossimità a noi stessi; ciò pone le nostre proprie azioni in
prospettiva; e come i granchi, i capri, gli scorpioni, la bilancia e
l’acquario, perdono ogni loro meschinità, quando si riflettono come
segni nello Zodiaco, così io posso contemplare senza disgusto i miei
propri vizi, nelle lontane figure di Salomone, di Alcibiade e di
Catilina.
È questa natura universale che dà valore agli uomini e alle cose.
La vita umana che la contiene, è misteriosa ed inviolabile e noi la
cingiamo di pene e di leggi. Tutte le leggi traggono di qua la loro
ultima ragione, tutte esprimono infine reverenza a qualche comando di
questa illimitata essenza suprema. La proprietà pure tiene dell’anima,
copre grandi fatti spirituali e noi istintivamente aderiamo, a tutta
prima, ad essa con spade e leggi, e con ampie e complesse combinazioni.
L’oscura coscienza di questo fatto è luce del nostro giorno, il
diritto dei diritti, lo scopo dell’educazione, della giustizia, della
carità, il fondamento dell’amicizia e dell’amore, dell’eroismo e della
grandezza, che appartiene alle azioni derivate dalla fiducia in se
stesso. È notevole che involontariamente noi sempre leggiamo come se
fossimo superiori. La storia universale, i poeti, i romanzieri, nelle
loro grandiose descrizioni — nei palazzi sacerdotali ed in quelli
imperiali, nei trionfi della volontà e del genio, in alcun luogo infine
non perdono la nostra attenzione; ma piuttosto ciò è vero che nei loro
tratti più grandi, là noi ritroviamo maggiormente noi stessi. Quel
ragazzo, che legge nell’angolo, sente esser vero per se stesso, tutto
ciò che Shakespeare dice del re. Noi simpatizziamo con i grandi momenti
della storia, con le grandi scoperte, con le grandi resistenze, con le
grandi prosperità degli uomini, perchè la legge fu promulgata, il mare
fu esplorato, la terra fu scoperta o il colpo fu dato per noi, come noi
stessi vorremmo aver fatto od applaudito.
Così è riguardo alla condizione ed al carattere. Noi onoriamo il ricco,
perchè egli ha esteriormente la libertà, il potere ed il favore che
noi sentiamo esser propri all’uomo, propri a noi. Così, tutto ciò che
è detto dell’uomo saggio dallo storico o dall’orientale o dal moderno
studioso, descrive a ciascun uomo la sua propria idea, descrive il
suo inarrivato, ma raggiungibile se stesso. Ogni letteratura delinea
il carattere dell’uomo saggio; ogni libro, monumento, pittura,
conversazione, è il ritratto nel quale il saggio trova i lineamenti,
di cui è modellato. Il silenzio e le voci risonanti lodano lui e
l’avvicinano, ed egli è stimolato dovunque vada, come da personali
illusioni. Un’anima buona e saggia però non deve mai cercare, nel
discorso, allusioni personali e lodative. Egli sente la lode, ma non di
se stesso, bensì, lode più dolce, di quel carattere cui egli aspira,
che è descritto in ogni parola concernente il carattere stesso e più
ancora da ogni fatto, che accade nel fluente fiume, o nel fremente
grano. La lode è cercata, l’omaggio è offerto, l’amore fluisce dalla
natura silenziosa, dalle montagne, dagli splendori del firmamento.
Questi avvertimenti, versati a goccie, come se provenissero dal sonno
e dalla notte, usiamoli in pieno giorno. Lo studente deve leggere
la storia attivamente e non passivamente; deve considerare la sua
propria vita il testo, ed il libro il commento. Così costretta, la
Musa della storia pronunzierà gli oracoli che giammai disse a quelli,
che non rispettano se stessi. Io non ho speranza che bene leggerà la
storia alcuno di coloro, i quali pensano che quanto fu fatto in una
remota età, da uomini il cui nome risuonò lontano, abbia qualche più
profondo senso di ciò che si fa oggi. Il mondo esiste per l’educazione
di ciascun uomo. Non c’è età o condizione di società, o modo di azione
nella storia, che non corrisponda in qualche modo alla sua vita. Ogni
cosa tende nel più meraviglioso modo a rimpicciolir se stessa ed a
cedere a lui la sua propria virtù. Egli dovrebbe osservare che potrebbe
rivivere tutta la storia nella sua propria persona. Egli deve rimanere
nella sua casa, forte e potente, e non sopportare vessazione di re od
imperi; egli deve sapere che egli è più grande di tutta la geografia e
di tutto il governo del mondo; egli deve rimuovere il punto di vista,
dal quale la storia è comunemente letta, cioè da Roma, da Atene, da
Londra, a se stesso, e non rifiutare il suo convincimento che egli è la
Corte e se l’Inghilterra o l’Egitto hanno qualche cosa da dire a lui,
egli giudicherà, altrimenti tacciano per sempre. Egli deve cogliere
e ritenere quella sublime visione, in cui i fatti concedono il loro
segreto senso ed in cui annali e poesia sono eguali. L’istinto della
mente e l’intento della natura denunciano se stessi, sull’uso che noi
facciamo delle insigni narrazioni della storia. Il tempo smussa alla
luce del sole l’angolarità dei fatti. Nessun’àncora, nessuno schermo,
nessuna gomena, giovano a mantenere un fatto come tale; Babilonia,
Troia, Tiro, ed anche la prima Roma stanno già passando nella leggenda.
Il giardino dell’Eden, il sole immobile sul Gibeone, è poesia, d’allora
in poi, di tutte le nazioni. Chi si cura di ciò che fu il fatto, quando
noi l’abbiamo trasformato in una costellazione da appendere nel cielo
come immortale segno? Londra, Parigi, e New-York debbono fare lo stesso
cammino. «Che cos’è la storia» disse Napoleone «se non una favola
convenuta?» Questa nostra vita è connessa con l’Egitto, la Grecia, la
Gallia, l’Inghilterra, la guerra, la colonizzazione, la chiesa, la
corte, il commercio, come con altrettanti fiori e ornamenti gravi e
lieti. Io non farò un’enumerazione di essi. Io credo nell’eternità.
Io posso trovare la Grecia, la Palestina, l’Italia, la Spagna e le
isole, il genio ed il principio informatore di ciascuna e di tutte le
cose nella mia propria mente. Noi ci imbattiamo sempre nella nostra
privata esperienza con i fatti, che nella storia ci hanno commossi e
con quella li constatiamo. Tutta la storia allora diviene subiettiva:
in altre parole non c’è propriamente _Storia_, ma soltanto _Biografia_.
Ogni anima deve sapere per se stessa tutta la lezione, deve percorrere
tutta la terra. Ciò che essa non vede, ciò che essa non vive, essa non
conoscerà. Ciò che la passata età ha compendiato in una formula o legge
per manipolare convenienza, essa perderà la gioia di verificare, per
l’inciampo di quella legge. Ma in un modo o nell’altro, in un tempo
o nell’altro, essa domanderà e troverà il suo compenso per questa
perdita, col rifare lo stesso lavoro. Ferguson scopri nell’astronomia
molte cose che da lungo erano conosciute. — Meglio per lui.
La storia dev’essere questo o è nulla. Ogni legge che lo stato
promulga, indica un fatto nell’umana natura: questo è tutto. Noi
dobbiamo nella nostra propria natura vedere la necessaria ragione
di ogni fatto, vedere come esso poteva e doveva essere. Con questo
convincimento volgiamo la nostra attenzione ad ogni opera pubblica o
privata, ad una orazione di Burke, ad una vittoria di Napoleone: ad
un martirio di Tommaso Moro, di Sidney, di Marmaduke Robinson, ad un
Regno del Terrore, ad un Salem impiccante le streghe, ad un fanatico
risorgimento, al magnetismo animale di Parigi e alla Provvidenza. Noi
concludiamo allora che, sotto eguale influenza, noi saremmo egualmente
commossi e compiremmo la stessa opera, e noi aspiriamo a padroneggiare
intellettualmente i passi e raggiungere la stessa altezza e la stessa
degradazione, che il nostro simile ha raggiunta.
Ogni investigazione nell’antichità, ogni curiosità riguardante le
Piramidi, le città dissepolte, Stonehenge, il Messico, Memphi, non
è che il desiderio di sopprimere quei feroci e selvaggi e assurdi
«là» «allora» per porvi invece il «qui» o «l’oggi»; è bandire il non
«io» e porre «l’io»; è abolire la differenza e restaurare l’unità.
Belzoni scava e misura nelle tombe e nelle piramidi di Tebe, finchè
egli giunge al termine della differenza fra la mostruosa opera e
se stesso. Quand’egli ha dimostrato a se stesso, nelle generali e
nelle particolari cose, che quella fu compiuta da un uomo simile a
lui, armato come lui e per fini, per i quali egli stesso, in date
circostanze avrebbe operato, allora il problema è risolto; il suo
pensiero vive lungo l’intera teoria dei templi, delle sfingi, delle
catacombe; passa tra essi in tutto simile ad un’anima di creatore, con
gioia, ed essi rivivono nella mente, ovvero sono «oggi».
Una cattedrale gotica afferma che essa fu costrutta da noi e non
da noi. Certamente essa fu fatta da un uomo, che noi non troviamo
nell’uomo del nostro tempo. Noi allora applichiamo noi stessi alla
storia della sua produzione; poniamoci nel momento e nella condizione
storica del costruttore: ricordiamo gli abitanti delle foreste, i primi
templi, l’affinità al primo tipo e la decorazione di esso, quando
la ricchezza della nazione s’accresceva: ricordiamo il valore che è
dato al legno, riferito all’intero cumulo granitico della cattedrale.
Quando noi siamo passati per questo processo e siamo giunti alla chiesa
cattolica, alla sua croce, alla sua musica, alle sue processioni, ai
suoi giorni dei santi e culto delle immagini, noi siamo stati l’uomo
che fece la cattedrale; noi abbiamo veduto quanto poteva e doveva
essere: noi abbiamo la sufficiente ragione.
La differenza tra gli uomini sta nel loro principio d’associazione.
Alcuni classificano gli oggetti a seconda del colore, della forma o
di altre apparenze accidentali; altri a seconda di una intrinseca
somiglianza o della relazione tra causa ed effetto. Il progresso
dell’intelletto consiste in una più chiara visione di cause che
tralascia le superficiali differenze. Al poeta, al filosofo, al santo,
tutte le cose sono amiche e sacre, tutti gli eventi giovevoli, tutti
i giorni benedetti; tutti gli uomini divini. Poichè l’occhio è legato
alla vita, sprezza la circostanza. Ogni sostanza chimica, ogni pianta
ed ogni animale, nel suo crescere, ammonisce sull’unità della causa e
la varietà dell’apparenza.
Perchè, essendo circondati, come noi siamo, da questa omnigena natura,
tenera e fluida come una nube o l’aria, saremmo tali difficili
pedanti da magnificare poche forme? Perchè terremmo noi calcolo
del tempo, della grandezza, dell’esteriorità? L’anima non conosce
queste cose, ed il genio, obbedendo alle sue leggi, sa scherzare con
esse, così come un ragazzo scherza con i vecchi e nelle chiese. Il
genio studia il pensiero causale, e, molto addentro nelle viscere
delle cose, vede i raggi partentesi da una sola orbita, che diverge
prima ch’essi si stendano per infiniti diametri. Il genio vigila la
monade a traverso tutte le sue sembianze, mentre egli rappresenta la
metempsicosi della natura. Il genio sorprende attraverso la mosca, il
verme, il bruco, l’uovo, il tipo costante dell’individuo; scopre, fra
innumerevoli individui, le specie fissate; attraverso molte specie,
il genere; attraverso tutti i generi, il costante tipo; attraverso
tutti i regni della natura organica, l’eterna unità. La natura è una
mutevole nube che è sempre e mai la stessa. Essa trasmuta lo stesso
pensiero in moltitudini di forme, come il poeta fa venti favole con
una sola morale. Bello riluce uno spirito attraverso la brutalità e
la durezza della materia. Sola, onnipotente, essa converte tutte le
cose al suo proprio fine. Il diamante splende nella più pura e precisa
forma, ma mentre io lo guardo, la linea esteriore e la sua struttura
sono interamente cambiate. Così nulla è più variante della forma,
eppure essa mai rinnega completamente se stessa. Nell’uomo noi ancora
rintracciamo gli accenni ed i rudimenti di tutto ciò che noi stimiamo
segni di servilismo nelle razze inferiori, pure in lui essi rialzano
ed aumentano la sua nobiltà e grazia; così Io, in Eschilo, trasformata
in giovenca, offende l’imaginazione; ma quanto cambiata allorchè
come Iside in Egitto, essa incontra Giove, non avente più nulla
della metamorfosi, eccetto che le corna a mezzaluna, quali splendidi
ornamenti della sua fronte!
L’identità della storia è ugualmente intrinseca, la diversità
ugualmente manifesta. C’è alla superficie infinita varietà di cose,
al centro c’è semplicità e unità di causa. Quanti sono gli atti di un
solo uomo, nei quali noi riconosciamo lo stesso carattere! Rivolgiamo
la nostra attenzione alle fonti della nostra conoscenza del genio
greco: per prima cosa noi abbiamo la _storia civile_ di quel popolo,
come Erodoto, Tucidide, Senofonte, Plutarco, ce la diedero; da essa noi
sufficientemente sappiamo chi fu questo popolo e che cosa fece. La sua
anima la troviamo ancora espressa per noi, nella sua letteratura, nei
poemi, nel teatro, nella filosofia, in una forma completa; più ancora
nella sua architettura, la più pura e sensuale bellezza, il perfetto
«medium» che mai oltrepassa il limite della convenienza, della grazia
incantevole. Nella scultura poi — l’ago sulla bilancia dell’espressione
— noi maggiormente vi troviamo la sua anima, sotto ogni aspetto, in
ogni azione, in ogni età di vita, attraverso tutte le condizioni, da
Dio alla bestia, e mai oltrepassante l’ideale serenità, se non nello
sforzo convulso d’essere obbediente all’ordine e alla legge. Così noi
abbiamo del genio d’un popolo quattro diverse manifestazioni, la più
varia espressione d’un solo valore morale: ed infatti che cosa v’è di
più dissimile per i sensi che un ode di Pindaro, un marmo del Centauro,
il peristilio del Partenone e le ultime gesta di Focione? Eppure queste
varie esteriori espressioni derivano da una sola mente nazionale.
Ciascuno avrà osservato aspetti e forme, che, pur non avendo
somiglianza, producono un’egual impressione nello spettatore. Una
particolare pittura o un gruppo di versi, se non suscitano lo stesso
seguito di immagini, risvegliano lo stesso sentimento che l’ascendere
una montagna selvaggia, sebbene l’affinità non sia evidente ai
sensi, ma occulta e al di là del limite dell’intelligenza. La natura
è un’infinita combinazione e ripetizione di pochissime leggi: essa
sommessamente canta il vecchio e ben conosciuto motivo in innumerevoli
variazioni.
La natura ha una sublime rassomiglianza di famiglia in tutte le sue
opere e con le più inaspettate affinità ci meraviglia. Io ho veduta la
testa di un vecchio capo indiano della foresta, che ad un tratto mi
ricordò la rotonda e calva sommità d’una montagna ed il solco delle
sopraciglia di quella, gli strati della roccia di questa. Ci sono
degli uomini, i cui atteggiamenti hanno lo stesso essenziale splendore
della semplice e magnifica scultura dei fregi del Partenone e degli
avanzi della prima arte greca. Vi sono composizioni, che per il loro
carattere, noi troviamo nei libri di tutte le età. Che cosa è l’Aurora
di Guido Reni, se non un mattutino pensiero e in essa i cavalli se
non una mattutina nube? Se qualcuno vorrà solo osservare la varietà di
azioni, alle quali è ugualmente portato in certi stati di mente, e la
varietà di quelle a cui è avverso, vedrà quanto è recondito il legame
dell’affinità.
Un pittore mi diceva che nessuno può disegnare un albero, senza
divenire in qualche modo un albero: che il disegnare un bambino non è
semplicemente studiare il contorno delle sue forme, ma vigilare per
qualche tempo i suoi movimenti, i suoi giuochi, e allora il pittore
penetra la natura di lui e può rappresentarlo a volontà in ogni
atteggiamento. Così Roos «entrò nella più segreta natura d’una pecora».
Io conobbi un disegnatore, impiegato in un pubblico ufficio, il
quale non poteva disegnare delle roccie, finchè non conosceva la loro
struttura geologica.
Che cosa si può dedurre da tali fatti se non questo: che in un certo
stato di pensiero si trova la comune origine di opere molto diverse?
È lo spirito e non il fatto, che è identico. Col discendere giù nella
profondità dell’anima e non con il faticoso acquisto di molte abilità
manuali, l’artista attinge il potere di destare altre anime ad una data
attività.
È stato detto che «le anime comuni rimunerano con ciò che fanno, le
anime più nobili con ciò che sono». E perchè? Perchè un’anima, traendo
vita dalla grande profondità dell’essere, risveglia in noi, con le
sue azioni e le sue parole, con i suoi aspetti ed i suoi modi, quello
stesso potere e quella stessa bellezza che una galleria di scultura e
di pittura suole suscitare.
La storia civile, la storia naturale, la storia dell’arte, della
letteratura, debbono essere spiegate dalla storia individuale o debbono
restar parole. Nulla v’è che non abbia rapporto con noi; nulla che
non ci interessi: regno, scuola, albero, cavallo; le radici di tutte
le cose sono nell’uomo. È nell’anima che l’architettura esiste. Santa
Croce e la Basilica di S. Pietro sono imperfette copie d’un divino
modello. La cattedrale di Strasburgo è un materiale riflesso dell’anima
di Erwin von Steinbach. Il vero poema è la mente del poeta; la vera
nave è il costruttore della nave. Se potessimo vedere dentro ad un
uomo, noi troveremmo la sufficiente ragione dell’ultima fioritura della
sua opera; così ogni spina e colore della conchiglia marina preesistono
nei secernenti organi del pesce. Il nocciolo dell’araldica e della
cavalleria è nella cortesia. Un uomo di modi cortesi pronuncierà il
vostro nome con tutto l’ornamento, che i titoli nobiliari potrebbero ad
esso aggiungere.
L’esperienza quotidiana sempre conferma a noi qualche vecchia
tradizione e trasmuta in fatti, parole e segni che noi abbiamo uditi e
veduti senza porvi attenzione. Arreco come esempi, quelli che cadono
nel campo d’osservazione di ciascun uomo, e che pur essendo fatti
comuni, giovano ad illustrare grandi e cospicui fatti.
Una signora, con la quale cavalcava nella foresta, mi diceva che le
selve le parevano sempre «aspettare», come se i genî che le abitano,
interrompessero le loro opere, finchè il viandante fosse oltrepassato.
Questo è precisamente il pensiero che la poesia ha celebrato nella
danza delle Fate, le quali s’arrestano all’approssimarsi di un passo
umano. L’uomo, che ha veduto la saliente luna sgusciare a mezzanotte
dalle nubi, è stato presente, come un arcangelo, alla creazione della
luce e del mondo. Io mi ricordo d’un giorno estivo, in cui un mio
compagno mi additò una larga nube, che s’estendeva per un quarto di
miglio lungo l’orizzonte, interamente a forma di cherubino, quali
sono dipinti nelle chiese: una massa tonda nel centro, ch’era facile
vivificare con gli occhi e la bocca, sorretta da entrambi i lati
da ali tese e simmetriche. Ciò che appare una volta nell’orizzonte,
può apparire sovente e quella nube fu certamente l’archetipo di quel
familiare ornamento. Io ho veduto nel cielo una catena di fulmini
estivi, i quali ad un tratto mi rivelarono che i greci disegnarono dal
vero, quando dipinsero la saetta nella mano di Giove. Io ho veduto un
ammasso di neve lungo le pareti di pietra d’un muro, che evidentemente
diede l’idea del comune zoccolo, che accerchia una torre.
Col semplice porre noi stessi in nuove circostanze, noi senza tregua
di nuovo scopriamo le leggi e gli ornamenti dell’architettura, e
vediamo come semplicemente ciascun popolo abbia ornate le sue primitive
case. Il tempio dorico presenta ancora una rassomiglianza con la
selvatica capanna, nella quale il Dorico abitò. La pagoda chinese è
chiaramente una tenda tartara. I templi indiani ed egiziani ancora
palesano i terrapiani e le sotterranee case degli antichi. «L’uso di
fare case e tombe nella pietra viva» dice Heeren nelle sue Ricerche
sugli Etiopi «stabilì molto chiaramente il carattere dell’architettura
Nubio-egiziana, indirizzandola a quella colossale forma, ch’essa
assunse. In queste caverne già preparate dalla natura, l’occhio
s’era abituato alle forme grandi e massiccie, cosicchè quando l’arte
venne in aiuto della natura, essa non potè muoversi su piccola scala
senza avvilir se stessa. Che cosa sarebbero sembrate le statue di
grandezza usuale o i portici e le ali, unite a quelle gigantesche aule,
dinnanzi alle quali solo i colossi potevano sedere come sentinelle od
appoggiarsi alle colonne dell’interno?»
La chiesa gotica derivò semplicemente da un rozzo adattamento
degli alberi della foresta, con tutti i loro rami, ad una festosa e
solenne arcata, e i vincoli attorno alle colonne indicano ancora i
verdi vimini che li strinsero. Nessuno può passare per un sentiero
tagliato attraverso una foresta di pini, senza essere colpito
dell’architettonica apparenza di essa, specialmente nell’inverno
— quando la nudità degli altri alberi, mostra il basso arco dei
Sassoni. Chiunque potrà in una foresta osservare, durante un
invernale pomeriggio, l’origine delle finestre colorate, che adornano
le cattedrali gotiche, per mezzo dei colori del cielo occidentale
veduti attraverso i nudi ed incrociantesi rami della selva. Nessun
innamorato della natura può entrare nei vecchi edifizi di Oxford o
nelle cattedrali inglesi, senza sentire che la foresta dominò la mente
del costruttore e che la sua sega, il suo scalpello, la sua pialla,
sempre riprodussero le vette fiorite, le felci, le locuste, il pino, la
quercia, l’abete, il rovere di quella.
La cattedrale gotica è una fioritura in pietra, determinata
dall’insaziabile desiderio d’armonia dell’uomo. La montagna di granito
si trasmuta in un eterno fiore, con la leggerezza e la delicata finezza
della prospettiva e delle aeree proporzioni della bellezza vegetale.
In ugual modo tutti i pubblici fatti debbono essere individualizzati,
e tutti i fatti privati generalizzati. Solo allora la storia diviene
ad un tratto fluida e vera, e la biografia profonda e sublime. Come il
persiano imitò negli agili fusti e nei capitelli della sua architettura
lo stelo del fior di loto e della palma, così la corte persiana, nella
sua grandiosa età, giammai desistette dal nomadismo delle sue barbare
tribù, ma peregrinò da Ecbatana, sul finir di primavera, a Susa in
estate ed a Babilonia in inverno.
Nei primordi della storia d’Asia e d’Africa, il nomadismo e
l’agricoltura sono i due fatti antagonistici. La geografia dell’Asia e
dell’Africa richiedeva una vita nomade. Ma i nomadi erano il terrore
di quelli, che la terra ed i guadagni d’un mercato avevano indotto a
costruir città. L’agricoltura fu pertanto un obbligo religioso a causa
dei pericoli che allo stato derivavano dal nomadismo. E in queste
civili contrade d’Inghilterra e d’America, l’urto di queste tendenze
ancora s’agita in ciascun individuo. Noi tutti siamo girovaghi e
stazionari, a seconda delle vicende ed a seconda di vicende rapide e
piacevoli. I nomadi d’Africa sono forzati a peregrinare in causa degli
assalti del tafano, che fa impazzire il bestiame e obbliga la tribù ad
emigrare nella stagione piovosa ed a condurre il bestiame in più alte
regioni sabbiose. Il nomade d’Asia continua la pastura di mese in mese.
In America e in Europa, il nomadismo è il risultato del commercio e
della curiosità: e dal tafano di Astabora all’anglo ed italomania di
Boston-Bay certamente v’è un progresso. La differenza fra gli uomini,
sotto questo aspetto, sta nella facoltà del rapido adattamento e nel
potere di trovar dovunque la sedia ed il letto, potere ed adattamento
che uno ha ed un altro non ha. Alcuni uomini hanno tanto dell’indiano
mancato, hanno costituzionalmente tali abiti di accomodamento, che al
mare o nella foresta o nella neve, essi dormono comodamente e pranzano
con lo stesso buon appetito e s’affratellano così lietamente, che nelle
loro case. E se noi portiamo questo vecchio fatto ad un grado più alto,
noi possiamo considerarlo il rappresentante d’un avvenimento permanente
nell’umana natura.
Il nomadismo intellettuale è la facoltà dell’oggettivismo o la facoltà
degli occhi di rimunerarsi ovunque. Chi ha questi occhi trova ovunque
facili relazioni con il suo compagno-uomo. Ciascun uomo, ciascuna cosa,
è un pregio, uno studio, una proprietà per lui e questa sua benevolenza
spiana il suo ciglio, unisce lui agli uomini e lo fa bello e caro
al loro sguardo. La sua casa è una vettura, ed egli vaga attraverso
tutte le latitudini così facilmente come un Calmucco. Ogni cosa che
l’individuo vede, corrisponde ai suoi stati di mente ed è a sua volta
a lui intellegibile, mentre il suo progressivo pensiero lo conduce alla
verità, alla quale questo fatto o serie di fatti appartengono.
Il mondo primitivo, io posso ricercarlo in me stesso, così bene com’io
posso frugarlo, con tremanti dita, nelle catacombe, nelle biblioteche e
negli infranti rilievi e torsi delle sue ville abbattute.
Qual’è il fondamento dell’interesse, che tutti gli uomini provano
per la storia greca, le lettere, l’arte, la poesia, in tutti i suoi
periodi, dall’età eroica ed omerica, fino alla domestica vita degli
spartani e degli ateniesi, quattro o cinque secoli più tardi? Questo
periodo ci attrae perchè noi siamo greci. Esso è uno stato attraverso
il quale ciascun uomo in qualche modo passa. Il periodo greco è l’êra
della natura corporea, della perfezione dei sensi, della spirituale
natura svelata in istretta unità col corpo. In ciò esistettero quei
corpi umani, che provvidero allo scultore i modelli di Ercole, Febo e
Giove; non certo tali sono le figure che abbondano nelle strade delle
moderne città, in cui v’è un confuso tentativo di lineamenti ed in
cui le orbite sono così formate, che sarebbe impossibile agli occhi di
guardar di sbieco e di lanciar sguardi da una parte o dall’altra, senza
volgere interamente il capo.
I costumi di quell’età sono schietti e fieri. Si rende pubblicamente
onore per personali qualità, per il coraggio, l’accorgimento, la
padronanza di sè, la giustizia, la forza, la rapidità, la voce
tonante, il petto ampio. Il lusso non è conosciuto, così l’eleganza.
La popolazione sparsa e il bisogno rende ciascun uomo servitore di se
stesso: cuoco, macellaio e soldato; l’abito di provvedere alle proprie
necessità educa il corpo a meravigliose azioni.
Tali sono gli Agamennoni e i Diomede di Omero e non molto diversa
è la descrizione che Senofonte fa di se stesso e dei suoi compagni
nella Ritirata dei Diecimila: «Dopochè l’armata ebbe attraversato il
fiume Teleboa nell’Armenia, lì cadde molta neve e le truppe giacquero
miserevolmente sulla terra, coperte da essa. Ma Senofonte s’alzò
ignudo e, presa una scure, cominciò a spaccar legna; allora gli altri
pure s’alzarono e fecero lo stesso». In tutto il suo esercito pare vi
fosse un’illimitata libertà di parola. Essi vengono a contesa per il
bottino; discutono con i generali ad ogni nuovo ordine e Senofonte è
linguacciuto come alcun altro e più linguacciuto che i più, e rende
pane per focaccia. Chi non vede che questa è una truppa di grandi
ragazzi con lo stesso codice d’onore e la stessa rilassata disciplina?
La superba bellezza dell’antica tragedia e di tutta la letteratura
consiste in ciò, che i personaggi parlano semplicemente, come persone
dotate di molto buon senso, prima ancora che la riflessione sia
divenuta l’abito predominante della mente. La nostra ammirazione
per l’antico non è ammirazione del «vecchio», ma del «naturale». I
greci non sono riflessivi, ma sono perfetti nei loro sensi, perfetti
nella loro salute, con la più sottile organizzazione fisica del
mondo. Adulti operano con la semplicità dei bambini. Essi facevano
vasi, tragedie, statue, guidati dall’equilibrio perfetto dei loro
sensi, vale a dire con buon gusto. Tali cose si continuarono a fare
in tutte le età ed anche ora, dovunque esista un fisico vigoroso;
ma come una classe, per la loro superiore organizzazione, essi hanno
superato tutti. Essi fondono insieme l’energia della maturità colla
seducente incoscienza della fanciullezza, e la nostra reverenza per
essi è reverenza per la fanciullezza. Nessuno può pensare ad un atto
inconscio o con compatimento o con disprezzo. Bardo od eroe, nessuno
può guardar dall’alto la parola od il gesto di un fanciullo. Esso è
grande come loro. La seduzione dei loro costumi è tale, perchè essi
appartengono all’uomo e sono da esso conosciuti, per esser stato,
ciascuno uomo, fanciullo un tempo, e perchè ci sono individui che
serbano tali caratteristiche. Una persona dotata di genio fanciullesco
e di innata energia è ancora un greco e rivive il nostro amore per
la musa dell’Ellade. Un grande fanciullo ed una grande fanciulla, di
buon senso, sono greci. Bello è l’amore della natura in Filottete,
e nel leggere quelle sottili apostrofi al sonno, alle stelle, alle
roccie, alle montagne, alle onde, io sento il tempo trascorrere come
un rifluente mare. Io sento l’eternità dell’uomo, l’identità del suo
pensiero. Il greco ebbe, così pare, gli stessi compagni, che io ho.
Il sole e la luna, l’acqua ed il fuoco, incontrarono il suo cuore
precisamente come questi incontrarono il mio. Allora la vantata
distinzione fra greco ed inglese, fra scuola classica e romantica,
appare una pedante e superficiale distinzione. Quando un pensiero di
Platone diviene pensiero mio, quando una verità che divampò nell’anima
di Pindaro, divampa nella mia, il tempo è più nulla. Quando io sento
che noi due c’incontriamo in una percezione, che le nostre due anime
sono tinte dello stesso colore, e si fondono in una sola, perchè dovrei
io misurare i gradi di latitudine e contare gli anni d’Egitto?
Lo studente interpreta l’età della cavalleria mediante la sua propria
età della cavalleria e le avventure di mare e di circumnavigazione,
mediante la sua propria parallela esperienza in miniatura. Per la
consacrata storia del mondo egli ha la stessa chiave. Quando la voce
d’un profeta, dagli abissi dell’antichità, è semplicemente eco d’un
sentimento della sua propria infanzia, d’una preghiera della sua
propria giovinezza, egli allora giunge alla verità attraverso la
confusione delle tradizioni e la caricatura delle istituzioni.
Rari, bizzarri spiriti vengono a noi di tempo in tempo che ci rivelano
nuovi fatti della natura. Io vedo che gli uomini di Dio hanno sempre
camminato tra gli uomini ed hanno fatto sentire nel cuore e nell’anima
del più comune uditore, la loro missione. Onde, evidentemente, il
tripode, il sacerdote, la sacerdotessa, furono ispirati dal divino
afflato.
Gesù meraviglia e soggioga un popolo sensuale. Essi non possono unire
lui alla storia e riconciliarlo con se stessi, ed allora s’apprestano
a venerare le loro intuizioni e ad aspirare alla vita santa, mentre la
loro stessa devozione spiega ogni fatto ed ogni parola.
Come facilmente le vecchie adorazioni di Mosè, di Zoroastro, di
Socrate, di Meno, s’adagiano nella mente. Io non posso trovare in esse
alcuna antichità. Esse sono tanto mie quanto loro.
Io ho visto il primo monaco ed anacoreta, senza traversare mari
e secoli. Più d’una volta qualcuno è apparso a me, pregando in
nome di Dio, così trascurante del lavoro, così imponente nella
sua contemplazione, come se rincarnasse, nel XIX secolo Simeone lo
stilista, la Tebaide ed il primo Cappuccino.
L’arte sacerdotale dell’est e dell’ovest, del Bramino, del Druido e
dell’Inca, viene spiegata nella privata vita di ciascun individuo.
L’influenza che un rigido formalista ha su un ragazzo, reprimendo i
suoi spiriti ed il suo coraggio, paralizzando la sua intelligenza,
senza produrre indignazione, ma timore ed obbedienza ed anche simpatia
verso il tiranno, è un fatto familiare, chiaro al ragazzo quando
diviene uomo e quando vede che l’oppressore della sua giovinezza è
egli stesso un ragazzo, dominato da quei nomi, da quelle parole, da
quelle forme, della cui influenza egli fu semplicemente lo strumento.
Il fatto insegna a lui come Belo fu adorato e come le piramidi furono
costrutte, meglio che la scoperta fatta da Champollion dei nomi di
tutti gli operai e del costo di ciascuna lastra. Egli trova l’Assiria
e i baluardi di Cholula alla sua porta, ed egli stesso ne ha poste le
basi.
Ancora, in quella protesta che ciascun uomo di giudizio fa contro la
superstizione del suo tempo, egli recita punto per punto la parte dei
vecchi riformatori, e nella ricerca della verità s’imbatte, come essi,
in nuovi pericoli per la virtù. Egli impara di nuovo quale morale
vigore abbisognò per supplire l’appoggio di una superstizione. Una
grande sregolatezza cammina sui passi d’una riforma. Quante volte nella
storia del mondo il Lutero dell’epoca ha dovuto lamentare il languire
della devozione nella sua propria casa! «Dottore — disse un giorno a
Martino Lutero la sua sposa — perchè quand’eravamo soggetti al papato
noi pregavamo così sovente e con grande fervore e ora noi preghiamo con
la maggior freddezza e molto di rado?»
L’uomo progredito scopre quali profondi attributi egli ha in tutta
la letteratura, in tutte le favole come in tutta la storia. Egli si
persuade che il poeta non fu lo strano individuo, che descrisse strane
ed impossibili situazioni, ma fu l’universale uomo, che scrisse con
la sua penna una confessione vera per uno e vera per tutti. Egli
trova la sua propria segreta biografia, in parole meravigliosamente
intelligibili a lui, scritte già prima ch’egli nascesse. Una dopo
l’altra le vicende della sua vita privata combaciano con ciascuna
favola di Esopo, di Omero, di Hafiz, dell’Ariosto, di Chaucer, dello
Scott e personalmente le constata.
Le belle favole dei greci, essendo proprie creazioni dell’immaginazione
e non della fantasia, sono universali verità. Quale moltitudine di
significati e quale perpetua attualità ha la storia di Prometeo!
Oltre il suo principale valore, come primo capitolo della storia di
Europa, essa ci dà la storia della religione con qualche riferimento
intorno alla credenza delle età più tarde. Prometeo è il Gesù
della vecchia mitologia: egli è l’amico dell’uomo; egli sta tra
l’ingiusta «giustizia» dell’Eterno Padre e la schiatta dei mortali:
e sollecitamente ogni cosa sopporta a suo benefizio. Ma dove la sua
storia si stacca dal cristianesimo calvinistico e mostra lui come
sfidatore di Giove, essa rappresenta uno stato di mente che appare
dovunque la dottrina del teismo è appresa sotto una cruda forma
obbiettiva e pare l’autodifesa dell’uomo contro questa menzogna,
rivelantesi in uno scontento per la creduta esistenza d’un Dio, e in
un sentimento d’aggravio per la reverenza a Lui dovuta. Essa vorrebbe
involare, se potesse, il fuoco al Creatore e vivere separata da lui
ed indipendente. Il Prometeo Vinto è il romanzo dello scetticismo.
Nè meno vere sono per tutti i tempi le particolarità di quel superbo
apologo. Apollo custodì le greggi d’Admeto, dissero i poeti. Ogni
uomo è una divinità travestita, un dio che rappresenta la parte
dell’imbecille. Egli appare come gli insani angeli, che il cielo mandò
nel nostro mondo, i quali qui giunti intonano la loro musica nativa e
pronunziano ad intervalli le parole udite in cielo, finchè, tornata
la pazzia, essi istupidiscono e s’avvoltolano come cani. Quando gli
dei scendono fra loro non sono riconosciuti; Gesù non lo fu; Socrate
e Shakespeare non furono; Anteo fu soffocato dalla stretta di Ercole,
ma ogni qualvolta toccò la madre terra, il suo vigore si rinnovò.
L’uomo è il gigante abbattuto, ma in tutta la sua debolezza, sia il
suo corpo che la sua mente sono rinvigoriti dall’abito di conversare
con la natura. Il potere della musica, quello della poesia, di render
fluida e dar ali a tutta la solida natura, spiegano a lui l’enigma
d’Orfeo, che fu nella sua infanzia solo una vana fiaba. La percezione
filosofica dell’identità attraverso le infinite mutazioni della forma,
fa conoscere a lui il Proteo. Che cosa altro sono io, che risi e piansi
ieri e dormii la passata notte come un corpo morto e stamane mi alzai
e corsi? Che cosa vedo io in ogni parte, se non le trasmigrazioni
del Proteo? Io posso simbolizzare il mio pensiero, usando il nome
di qualsiasi creatura, di qualsiasi fatto, perchè ogni creatura è
uomo agente o paziente. Tantalo non è che un nome per voi e per me.
Tantalo significa l’impossibilità di bere le acque del pensiero, che
sono sempre raggianti ed ondeggianti nella visione dell’anima. La
trasmigrazione delle anime: anche ciò non è fiaba: io vorrei che fosse
tale, ma uomini e donne non sono che a metà umani. Ogni animale della
cascina, del campo e della foresta, della terra e delle acque, ha
trovato modo di stanziarsi e di lasciare l’impronta delle sue fattezze
e della sua forma, in uno o nell’altro di questi esseri eretti, che
parlano alzando il viso al cielo. Ah! fratello, tienti avvinto all’uomo
e tieni a segno la bestia: arresta il declinare della tua anima,
rifluente verso quelle forme, nel cui uso tu per molti anni indugiasti.
Pure vicino a noi è la vecchia favola della Sfinge, che seduta sul
margine della strada, poneva enimmi ad ogni viandante: S’egli non
sapeva rispondere, essa vivo l’inghiottiva, se rispondeva essa veniva
uccisa. Che cos’è la nostra vita se non un’infinita fuga di fatti e
di eventi alati? Con splendida varietà queste vicende giungono, tutte
ponendo questioni all’umano spirito. Chi non risolve con una superiore
saggezza questi fatti o queste questioni diviene schiavo. I fatti lo
vincolano, lo soggiogano e lo fanno l’uomo del senso, nel quale una
completa obbedienza ai fatti ha estinto ogni scintilla di quella luce,
per cui l’uomo è veramente uomo. Ma se l’uomo, fedele ai suoi migliori
istinti e sentimenti, rifugge il dominio dei fatti come colui che
scende da una più alta schiatta e rimane stretto alla sua anima, allora
i fatti cadono e ritornano al loro posto, riconoscono il loro signore
ed il più insignificante di essi lo glorifica.
Vedete nell’Elena di Goethe lo stesso desiderio che ogni parola sia
una cosa. Queste figure, egli dice, questi Chironi, Griffoni, Elena e
Leda, sono qualche cosa e certamente esercitano una peculiare influenza
sulla mente. Pur così lontane, sono esse eterne entità, tanto reali
oggi come nella prima Olimpiade. E riflettendo su esse egli liberamente
scrive, secondo il suo carattere e dà ad esse corpo con la sua propria
immaginazione. E benchè questo poema sia vago e fantastico come un
sogno, pure è più attraente che la più regolare opera drammatica
dello stesso autore; per la ragione che solleva la mente dal solito
seguito d’imagini, desta l’invenzione e la fantasia del lettore con la
selvaggia libertà del disegno e con l’incessante succedersi di destri
colpi di scena.