§ 19. — Le proprietà psichiche degli animali.
1. Il regno animale ci presenta una serie di sviluppi psichici, che
noi possiamo considerare come i gradi antecedenti lo sviluppo psichico
dell’uomo, in quanto che la vita psichica degli animali si rivela
simile a quella dell’uomo nei suoi elementi e nelle più generali leggi
della connessione di questi elementi.
Già gli animali infimi (protozoi, celenterati, ecc.) hanno
manifestazioni vitali, che fanno argomentare a processi di
rappresentazione e di volere. Essi, dopo averlo veduto, afferrano
spontaneamente il loro nutrimento; sfuggono ai nemici che li
inseguono, ecc. Così pure già in gradi molto infimi si trovano
traccie di associazioni e riproduzioni, specialmente di processi del
conoscimento e del riconoscimento sensitivi (pag, 192), e queste si
perfezionano negli animali superiori solo per la maggiore varietà
delle rappresentazioni e pel maggior tempo, su cui si estendono
i processi di memoria. E in generale non concordano meno le forme
delle rappresentazioni sensitive, come noi possiamo argomentare dalle
omogenee disposizioni e dallo sviluppo degli organi di senso; solo
che negli esseri inferiori, le funzioni di senso si limitano al senso
generale di tatto (pag. 31) corrispondentemente allo stato primitivo
nello sviluppo individuale degli organismi superiori.
Ma di contro a questa omogeneità degli elementi psichici e delle loro
più semplici connessioni, stanno differenze assai grandi in tutti quei
processi che si collegano allo sviluppo dell’_appercezione_. Mentre
non mancano mai appercezioni _passive_ come fondamento dei semplici
atti impulsivi che avvengono dappertutto, i processi d’appercezione
_attiva_, sotto la forma di attenzione volontariamente diretta a certe
impressioni e di una scelta fra motivi diversi, si trovano invece
probabilmente soltanto in animali più sviluppati. Anche in questi però
essi rimangono limitati alle rappresentazioni suscitate da dirette
impressioni di senso, così che neppure per gli animali psichicamente
più evoluti si può far parola di funzioni _intellettuali_ nel senso
stretto della parola, di attività fantastica e intellettiva, oppure
al più si può accennare solo a traccie isolate e ad inizi. A ciò
si aggiunga anche, che gli animali superiori possono certamente
manifestare mediante svariati movimenti espressivi, spesso affini a
quelli umani, le loro emozioni e persino le loro rappresentazioni, in
quanto sono legate ad emozioni, ma che però ad essi manca un linguaggio
sviluppato.
2. Lo sviluppo degli animali, se malgrado l’omogeneità qualitativa dei
processi psichici fondamentali, in generale rimane addietro a quello
dell’uomo, pure in molti casi gli è superiore per _doppio_ riguardo:
prima, per la _rapidità_ dello svolgimento psichico; poi, per certe
_unilaterali direzioni funzionali_, che sono favorite dagli speciali
modi di vita di una determinata specie animale. La maggiore rapidità
dello svolgimento psichico si dimostra in ciò, che molti animali assai
presto, anzi alcuni subito dopo la nascita sono capaci di formare
rappresentazioni sensitive relativamente distinte e di compiere
movimenti rispondenti a uno scopo. Se anche per questo rapporto si
trovano negli animali superiori grandissime differenze, ad es., il
pulcino appena uscito dall’uovo comincia tosto a beccare il grano,
mentre il cane neonato è cieco e presenta ancora per lungo tempo
movimenti non coordinati, pare però che lo sviluppo umano sia il più
lento e in massimo grado dipendente da aiuti e cure esterne.
3. Ancor più sorprendente è l’_unilaterale svolgimento funzionale_
che ci presentano certi animali: esso si esplica in determinati
_atti impulsivi_ di regola connessi a certi bisogni di nutrizione, di
riproduzione o di difesa, o nello sviluppo di certe rappresentazioni
sensitive e associazioni, che entrano come motivi in quegli atti
impulsivi. Tali impulsi unilateralmente svoltisi si chiamano
_istinti_. L’opinione, che l’istinto sia una proprietà spettante solo
alla coscienza animale e non all’umana, è assolutamente contraria
alla psicologia e sta anche in contraddizione coll’esperienza. La
disposizione a fare esterni i generali impulsi animali, soprattutto
l’impulso alla nutrizione e alla riproduzione, è innata così nell’uomo
come in ogni animale. Di particolare a molti animali è soltanto lo
special modo di estrinsecare questi impulsi, consistente in più
complesse azioni rispondenti allo scopo. Ma anche gli animali si
comportano sotto questo rispetto assai diversamente. Ci sono numerosi
animali, tanto inferiori quanto superiori, nei quali, come nell’uomo,
le azioni provenienti da istinti innati non presentano proprietà
speciali. È anche degno di nota che l’addomesticamento degli animali
per lo più affievolisce le manifestazioni istintive proprie dello stato
selvaggio, ma può produrre d’altra parte nuovi istinti, che possono
essere considerati come modificazione di quegl’istinti selvaggi,
come ad es. i cani da caccia, specialmente i cani da ferma: bracchi
e simili. Il grado di sviluppo relativamente alto raggiunto da certe
tendenze istintive negli animali in confronto dell’uomo sì collega
evidentemente col loro più unilaterale sviluppo, per il quale la vita
psichica degli animali suole esplicarsi quasi interamente in quei
processi collegati all’istinto prevalente.
4. Gl’istinti si possono in generale considerare come azioni impulsive,
che nascono da sensazioni e sentimenti sensoriali. Il punto di
partenza fisiologico per le sensazioni, che specialmente determinano
gl’istinti, sono gli _organi della nutrizione e della riproduzione._
Tutti gl’istinti animali ben possono essere ricondotti senz’altro
alle due classi di _istinti della nutrizione e della riproduzione_;
ma allora, specialmente a questi ultimi nelle loro manifestazioni più
complesse, si aggiungono sempre ausiliari impulsi di difesa e impulsi
sociali, ohe per la loro origine si devono considerare modificazioni
speciali degl’istinti della generazione. E qui trovano posto gl’istinti
di molti animali a costruire case e nidi, come del castoro, degli
uccelli, di numerosi insetti (ragni, vespe, api, formiche), inoltre le
nozze animali comuni specialmente alle classi degli uccelli, i quali
presentano ora la forma monogamica, ora la poligamica. Infine qui si
devono anche porre le così dette “società animali„ delle api, delle
formiche e delle termiti. Esse non sono in realtà società ma legami
genetici, nei quali l’istinto sociale, che tiene riuniti gl’individui
di una famiglia, come pure l’istinto di difesa ad essi comune, sono
subordinati all’impulso della riproduzione.
In tutti gl’istinti le azioni impulsive degl’individui prendono le
mosse da certi stimoli di senso, in parte interni, in parte esterni. Le
azioni stesse devono però essere attribuite agli atti impulsivi o atti
di voleri semplici, perchè certe rappresentazioni e certi sentimenti
le precedono e le accompagnano come motivi semplici (p. 150). La
natura delle azioni, composta e fondata su disposizioni innate, può
trovare la sua spiegazione solo nelle proprietà del sistema nervoso
ereditarie da specie a specie. Per queste proprietà certi meccanismi
riflessi innati sono messi in azione in seguito a certi stimoli senza
alcun esercizio dell’individuo. L’azione di questi meccanismi conforme
allo scopo può essere considerata solo come un prodotto dello sviluppo
psicofisico della specie. E a favore di questa interpretazione sta
anche il fatto, che gl’istinti ammettono non solo variate modificazioni
individuali, ma anche un certo perfezionamento per parte dell’esercizio
individuale. Così è che l’uccello a poco a poco impara a costruire
il suo nido in modo più perfetto. Le api adattano le loro costruzioni
ai mutati bisogni. Invece di fondare una nuova colonia, una famiglia
di api allarga la costruzione già abitata, quando sia accordato ad
essa lo spazio necessario. Una singola famiglia di api e di formiche
può persino acquistare abitudini anormali, ad es., una famiglia
di api ha l’abitudine di rubare il miele da altri alveari vicini,
anzichè raccoglierlo essa stessa, oppure una famiglia di formiche ha
l’abitudine meravigliosa di fare schiavi gl’individui di altre famiglie
o di allevare i gorgoglioni come animali domestici che danno loro il
nutrimento. L’origine spiegabile, il consolidamento, l’ereditarietà
di tali abitudini c’indicano chiaramente il modo in cui possono essere
sorti istinti complicati. Non mai si presenta un istinto isolato, ma in
generi e specie affini, forme _più semplici_ di un medesimo istinto.
Così il buco che la vespa da muro fa in una parete per deporvi le
uova, si può considerare come l’esempio primitivo delle ingegnose
costruzioni delle api. Fra i due, come anello intermedio naturale, sta
la costruzione relativamente semplice della vespa comune, costituita di
poche celle esagonali tra loro cementate mediante sostanze vegetali.
Gli istinti più complessi si possono quindi spiegare come prodotti
dell’evoluzione di impulsi originariamente semplici, i quali si sono
sempre più differenziati nel corso di numerose generazioni mediante
abitudini individuali che a poco a poco s’aggiungono, si consolidano e
si trasmettono per eredità. E però ogni singolo processo d’abitudine
può essere considerato come un grado in quest’evoluzione psichica.
La graduale trasformazione di esso in una disposizione innata è però
derivata dai processi psicofisici dell’esercizio, per i quali atti
di volere composti passano a poco a poco in movimenti automatici, che
seguono immediatamente come riflessi all’impressione corrispondente.
5. Se in base alla psicologia comparata si cerca rispondere alla
questione generale sul _rapporto genetico dell’uomo agli animali_,
considerando l’omogeneità degli elementi psichici e delle forme loro
di connessione, tanto delle più semplici quanto delle più generali, si
deve ammettere la possibilità, che la coscienza umana si sia svolta
da una forma inferiore di coscienza animale. Questa ipotesi anche
psicologicamente offre una grande probabilità, perchè se da un lato
la serie animale presenta già diversi gradi di sviluppo psichico,
dall’altro lato ogni singolo uomo percorre uno sviluppo analogo. Se
la storia dell’evoluzione psichica in tal modo ci conduce in generale
a un risultato confermante la teoria dell’evoluzione fisica, non
si deve però disconoscere che le differenze psichiche tra l’uomo e
l’animale, quali risaltano nei processi intellettuali ed affettivi,
provenienti dalle combinazioni appercettive, sono incomparabilmente più
profonde che le differenze fisiche. Anche la grande stabilità nello
stato psichico degli animali, subendo esso solo piccole variazioni
per l’influenza dell’allevamento, rende al massimo grado improbabile,
che una delle specie animali ora vivente possa mai sorpassare dal lato
psichico i limiti già raggiunti.
5_a_. Le teorie che mirano a definire psicologicamente il
rapporto tra l’uomo e gli animali, oscillano tra due estremi,
cioè tra l’opinione predominante nella vecchia psicologia, che
le più alte “facoltà psichiche„, specialmente la “ragione„,
manchino completamento agli animali, e l’opinione diffusa tra i
sostenitori della speciale psicologia animale, che gli animali
siano perfettamente eguali all’uomo in tutto, anche nelle facoltà
di riflettere, giudicare, conchiudere e nei loro sentimenti
morali, ecc. Caduta la psicologia delle facoltà, la prima di
queste opinioni è divenuta insostenibile. La seconda si basa sulla
tendenza, diffusa nella psicologia popolare, di interpretare
tutti i fatti che possono essere oggettivamente osservati,
trasformandoli in modi del pensiero umano, e in riflessioni
logiche. Ma una più intima indagine sulle manifestazioni della
così detta intelligenza animale dimostra, che esse si devono
intendere costituite da semplici atti di riconoscimento sensitivo,
o da associazioni, mentre mancano loro quelle proprietà che
spettano ai veri concetti e alle operazioni logiche. Ora, poichè i
processi associativi passano continuamente negli appercettivi, e
gli inizi di questi ultimi, semplici azioni attive di attenzione
e di scelta, si presentano senza dubbio negli animali superiori,
anche questa differenza deve del resto essere senz’altro intesa
più come una differenza nel grado, e nella composizione che come
una differenza nella natura dei processi psichici.
Per i più vecchi indirizzi della psicologia, tanto per la
psicologia delle facoltà quanto per la teoria intellettualistica
(§ 2), gl’_istinti animali_ presentano una difficoltà tutt’affatto
speciale. Poichè l’intento di derivare tali istinti da condizioni
individuali condusse, specialmente per gl’istinti più complessi,
a un apprezzamento affatto inverosimile delle funzioni psichiche,
si conchiuse spesso, col dichiararli inconcepibili, o, il
che portava alla stessa conseguenza, col dirli effetti di
rappresentazioni innate. Questo “enigma degli istinti„ cessa di
essere insolubile quando gl’istinti, come sopra fu fatto, sono
concepiti quali forme speciali di manifestazioni impulsive, negli
animali e negli uomini analoghe alle più semplici manifestazioni
impulsive psicologicamente comprensibili. Qui poi pei fenomeni
d’esercizio, che facilmente si osservano specialmente nell’uomo,
ad es. per l’esercizio di movimenti complicati, come nel suonare
il piano, si può stabilire il passaggio delle azioni volitive,
originariamente composte, in movimenti impulsivi e riflessi
(pag. 156 e segg.). A questa interpretazione degli istinti è
stato obbiettato, che nell’esperienza è impossibile mettere in
luce la trasmissione ereditaria, ivi supposta, di variazioni
individualmente acquisite, non essendo affatto possibile, ad es.,
portare sicura osservazioni sulla trasmissione di mutuazioni
spesso antecedentemente affermata. Alcuni biologi ammettono
che tutte le proprietà degli organismi debbano essere derivate
da una scelta, la quale avviene per la sopravvivenza degli
individui meglio adatti alle condizioni naturali, quindi “da una
selezione naturale esterna„ e che solo questa selezione naturale
esterna possa produrre variazioni negli abbozzi embrionali
(Keimanlagen) che si trasmettono ai discendenti. Se ora si deve
pur concedere, che una proprietà acquisita da _un solo_ individuo
generalmente non abbia alcuna influenza ereditaria, non si può
però comprendere, perchè atti abituali, che sono bensì suscitati
indirettamente da condizioni naturali esterne, ma prima si fondano
su interne proprietà psicofisiche degli organismi, non possano
produrre, nel caso che esse agiscano attraverso a più generazioni,
mutazioni negli abbozzi embrionali, tanto quanto le influenze
dirette della selezione naturale. A favore di questa conclusione
sta pure l’osservazione, che specialmente dall’uomo si ereditano
certi particolari movimenti espressivi e certe abilità tecniche
(pag. 231). Ciò, si comprende, non esclude in alcun caso la
cooperazione delle influenze naturali esterne in accordo ai fatti
dell’osservazione, ma queste influenze richiedono un doppio modo
di agire: in primo luogo un modo diretto, nel quale l’organismo è
modificato solo passivamente dall’azione della selezione naturale;
e in secondo luogo un modo indiretto, nel quale le influenze
esterne determinano dapprima reazioni psicofisiche, che sono
poi le cause prime delle avvenute modificazioni. Se si esclude
quest’ultimo modo di agire, non solo si chiude una delle più
importanti sorgenti per la conoscenza della finalità, in eminente
grado manifesta negli organismi animali, ma più specialmente
si rende impossibile anche la spiegazione psicologica della
graduale evoluzione degli atti di volere, e la loro trasformazione
regressiva in riflessi aventi carattere di finalità, quale ci
si presenta per un gran numero di movimenti espressivi innati (§
20,1).
§ 20. — Lo sviluppo psichico del bambino.
1. Lo sviluppo psichico dell’uomo, in generale più tardo a paragone
di quello della maggior parte degli altri animali, si dà a conoscere
nella costituzione molto lenta delle _funzioni di senso_. Il bambino
reagisce bensì subito dopo la nascita agli stimoli di senso di specie
diversa: in modo assai preciso alle impressioni di tatto e di gusto,
con maggior incertezza agli eccitamenti sonori; ma è fuor di dubbio che
qui le forme speciali del movimento di reazione si fondano su ereditati
meccanismi di riflessione. E in ispecie ciò vale per lo strillare del
bambino all’azione del freddo o ad altre azioni tattili e pei riflessi
mimici alle sostanze saporifiche dolci, acide e amare; riflessi, che
si possono osservare sin dall’inizio. È pertanto probabile che tutte
queste impressioni siano accompagnate da sensazioni e sentimenti
oscuri, ma la natura dei movimenti riflessi non può essere derivata dai
sentimenti, dei quali noi li consideriamo sintomi, ma solo da innate
combinazioni centrali di riflessi.
Alla fine del primo mese è manifesto che sensazioni e sentimenti sono
sentiti in modo alquanto più chiaro, benchè ancor sempre molto fugace,
come lo dimostrano i rapidi mutamenti di disposizione d’animo; infatti
ora soltanto si osservano non solo sintomi di dispiacere, ma anche di
piacere: risa, vivaci movimenti ritmici delle braccia e delle gambe
in seguito a determinate impressioni sensibili. Anche i meccanismi
riflessi non sono del resto pienamente conformati nel primo tempo
di vita, come lo fa comprendere il fatto anatomico, che alcune fibre
colleganti i centri cerebrali si formano solo dopo la nascita. Mancano
ad es. ancora i movimenti riflessi associati dei due occhi. Senza
dubbio già fin dall’inizio il singolo occhio si volge a un raggio
di luce, ma i movimenti dei due occhi sono ancora irregolari, e solo
nel corso dei tre primi mesi la coordinazione normale dei movimenti
si dirige a poco a poco sul punto di fissazione comune ai due occhi.
Anche qui però la raggiunta regolarità non si deve interpretare come un
effetto di più complete rappresentazioni visive, ma piuttosto come il
sintomo, che entra in funzione un centro riflesso, la cui azione fa poi
possibili più complete rappresentazioni visive.
2. Sulle relazioni qualitative degli _elementi psichici_ nel bambino
non si può in generale giungere a una conclusione soddisfacente,
perchè ci mancano sintomi oggetti vi abbastanza sicuri. Probabilmente
la varietà delle sensazioni sonore e forse anche di quelle di colore,
è più limitata. Se però alcuni fanciulli confondono, non di rado
ancora nel secondo anno di vita, designazioni di colori, ciò non deve
senz’altro essere riferito a una mancanza delle sensazioni, ma è molto
più probabile che la mancata attenzione, e la confusione dei nomi dei
colori siano la causa di ciò.
All’opposto, nei caratteristici movimenti espressivi che si svolgono
a poco a poco, si rivela in modo manifesto la _differenziazione dei
sentimenti_, che ha luogo principalmente alla fine del primo anno
d’età, e lo sviluppo, a quella connesso, di emozioni varie. E però
al dispiacere e alla gioia si aggiungono, l’una dopo l’altra, la
meraviglia, l’attesa, l’ira, la vergogna, l’invidia, ecc. Ma anche qui
la disposizione ai movimenti combinati, onde le singole emozioni si
danno a conoscere, si fonda su ereditate proprietà psicologiche del
sistema nervoso, le quali però entrano in funzione per lo più solo nei
primi mesi di vita. In appoggio di una tale trasmissione ereditaria
parla anche il fatto, che non di rado in certe famiglie si presentano
speciali particolarità nei movimenti espressivi.
3. Il fanciullo nelle ereditate combinazioni riflesse porta al mondo
disposizioni fisiche che danno origine alle _rappresentazioni di
spazio_, disposizioni che fanno possibile uno svolgimento relativamente
rapido di queste rappresentazioni; ma pare che appunto nell’uomo,
a differenza di certi animali, le rappresentazioni spaziali siano
dapprima ancora straordinariamente imperfette. A stimoli sulla
pelle seguono manifestazioni di dolore, ma nessun sintomo evidente
di localizzazione. Solo a poco a poco dai movimenti delle mani che
nei primi giorni appaiono incoordinati, si sviluppano movimenti
di prensione, i quali però di solito solo dopo la 12ª settimana,
colla cooperazione delle rappresentazioni visive, diventano più
sicuri e coscienti del fine. La direzione dell’occhio verso una
sorgente luminosa, che si osserva sin dai primi giorni, come pure la
coordinazione dei movimenti degli occhi che si stabilisce gradatamente,
devono essere interpretati come fenomeni riflessi. Ma probabilmente con
questi riflessi si sviluppano immediatamente anche rappresentazioni
spaziali, così che a causa della continuità del processo e della sua
connessione colle originarie disposizioni fisiologiche di funzione,
è possibile avvertire solo un continuo perfezionamento delle
rappresentazioni di spazio da inizi molto imperfetti. Già nel fanciullo
il senso della vista appare decisamente come il senso che precorre il
senso tattile, perchè i sintomi della localizzazione visiva si possono
osservare prima che quelli della localizzazione tattile, e i movimenti
di prensione si sviluppano, come fu già notato, solo col soccorso del
senso della vista. Assai più tardi che lo sviluppo del campo visivo,
il quale si fa palese nella distinzione delle direzioni dello spazio,
avviene lo sviluppo della visione _binoculare_. Gl’inizi di questo
processo coincidono certamente colla coordinazione dei movimenti degli
occhi e però appartengono forse già alla seconda metà del primo anno di
vita. Le grandezze, le distanze e le forme corporee complesse sono però
ancora per lungo tempo apprese in modo molto imperfetto. Specialmente
gli oggetti lontani sono ritenuti vicini, quindi al bambino paiono
relativamente piccoli.
4. Contemporaneamente alle rappresentazioni di spazio si sviluppano
le _rappresentazioni di tempo_. Già nei primi mesi di vita ai
movimenti ritmici degli organi tattili e specialmente alla tendenza
di accompagnare i ritmi uditi con movimenti cadenzati, si dimostra
la capacità di formare regolari rappresentazioni di tempo, e il
gradimento che esse suscitano. Alcuni bambini prima ancora di parlare
possono ripetere esattamente nell’intonazione e negli accenti i ritmi
di melodie udite. Invece le rappresentazioni di estensioni di tempo
alquanto grandi rimangono fin dopo i primi anni straordinariamente
imperfette, così che il bambino dà giudizi molto incerti non solo sulla
durata di tempi diversi, ma anche sulla successione degli avvenimenti
nel tempo.
5. Collo sviluppo delle rappresentazioni di spazio e di tempo si
svolgono passo passo le _associazioni_ e le _combinazioni appercettive
più semplici_. Sintomi del riconoscimento sensitivo (pag. 192) possono
osservarsi sin dai primi giorni di vita: e nella rapidità con cui
i poppanti imparano a trovare il seno materno, e nella manifesta
abitudine che essi fanno agli oggetti e alle persone dell’ambiente.
Ancora per lungo tempo però le associazioni si estendono solo a tempi
di assai breve durata, dapprima soltanto ad ore, di poi a giorni, e
ancora nel 3º e 4º anno di vita persone, che siano state assenti per
alcune settimane, sono o completamente dimenticate, o dapprima solo
imperfettamente riconosciute.
Lo stesso accade per l’_attenzione_. All’inizio essa può fissarsi per
assai breve tempo su uno stesso oggetto, e evidentemente essa funziona
solo nella forma dell’appercezione _passiva_, che segue sempre allo
stimolo predominante, cioè più forte dal lato sentimentale (pag.
177). Ma già nelle prime settimane di vita, nel modo in cui il bambino
fissa e segue per lungo tempo gli oggetti, specialmente gli oggetti
in movimento, comincia a manifestarsi un’attenzione più durevole; e
contemporaneamente, come prima traccia di un’attenzione _attiva_, sorge
l’attitudine di cambiare ad arbitrio la direzione dell’attenzione tra
diverse impressioni. Fin d’ora questa attitudine lentamente si allarga
e si completa, sempre però anche nell’età infantile più avanzata
l’attenzione si affatica più presto che negli adulti e vuole da un lato
un maggior cambiamento degli oggetti, dall’altro più frequenti pause di
riposo.
6. Collo sviluppo delle associazioni e delle appercezioni cammina di
pari passo lo svolgimento dell’_autocoscienza_. Nel giudicare questo
svolgimento è bene guardarsi dal considerare come segni caratteristici
dell’autocoscienza alcuni sintomi isolati, quali la distinzione delle
parti del proprio corpo dagli oggetti dell’ambiente, l’uso della parola
“io„, il giusto riconoscimento della propria imagine nello specchio, e
simili. Anche il selvaggio adulto considera l’imagine nello specchio,
se non l’ha mai veduta, come la persona di un altro. L’uso del pronome
personale si fonda su un’appropriazione esteriore, nella quale il
bambino segue l’esempio delle persone che lo circondano. In diversi
bambini aventi uno sviluppo psichico d’altra parte eguale, questa
appropriazione sorge in tempi molto diversi; in ogni caso essa è il
sintomo di un’autocoscienza già esistente, la cui prima origine può
precedere questa distinzione linguistica ora di breve, ora di lungo
tempo. E solo un sintomo di tale valore è infine anche la distinzione
del proprio corpo e delle sue parti dagli altri oggetti. Il riconoscere
il proprio corpo è bensì un processo, che generalmente precede
l’esatto giudizio dell’imagine nello specchio, però non è affatto più
di questo, un criterio dell’inizio dell’autocoscienza, ma presuppone
piuttosto l’esistenza di un certo grado di essa. Come una pluralità
di condizioni sta a base dell’autocoscienza evoluta (pag. 180), così
anche l’autocoscienza del bambino è sin dall’inizio un prodotto di
più componenti, che per una metà appartengono alle rappresentazioni,
e per l’altra al sentimento e al volere. Sotto il primo rispetto
è la separazione di un _costante_ gruppo rappresentativo, sotto il
secondo è il costituirsi di connessi processi d’attenzione e d’azioni
di volere, che si devono considerare componenti di un tale prodotto.
Ma il costante gruppo rappresentativo può all’occasione _non_
comprendere una parte del nostro corpo, ad es. le gambe, nel caso
che esse siano abitualmente coperte, così come ancor più spesso può
contenere anche oggetti esterni, ad es. gli abiti di solito vestiti.
Maggiore influenza hanno perciò i componenti soggettivi dei sentimenti
e del volere e le relazioni, nelle quali quelle parti rappresentative
vengono a trovarsi con questi componenti per entro gli atti esterni
del volere. Questa maggiore influenza dei componenti soggettivi si dà
specialmente a conoscere in ciò, che forti sentimenti, specialmente
sentimenti di dolore, molto spesso designano nel ricordo della vita
individuale il primo momento di vita, al quale possa risalire una
connessa autocoscienza. Ma poichè senza dubbio già antecedentemente
a questo primo momento di un ricordo distintamente cosciente (che di
solito appartiene al periodo di vita dal quinto al sesto anno), esiste
un’autocoscienza, sia pure meno connessa, e poichè l’osservazione
oggettiva del bambino non presenta da principio alcun criterio
sicuro, non è possibile fissare un determinato tempo per l’inizio
dell’autocoscienza. Probabilmente i primi indizi di essa si hanno nelle
prime settimane di vita, dopo di che l’autocoscienza sotto la continua
azione delle condizioni succitate cresce sempre in chiarezza e, come la
coscienza, generalmente cresce pure rispetto al tempo, in estensione.
7. Collo svolgimento dell’autocoscienza si connette strettamente
quello del _volere_. Esso può essere dedotto in parte dal già
sopraddescritto sviluppo dell’attenzione, in parte dal sorgere e dal
graduale perfezionarsi delle _azioni esterne di volere_, l’influenza
delle quali sull’autocoscienza fu già sopra ricordata. La diretta
relazione dell’attenzione al volere qui si appalesa in ciò, che
sintomi distinti di attenzione attiva e di agire libero coincidono
anche nel tempo della loro origine. Mentre moltissimi animali subito
dopo la nascita compiono già movimenti impulsivi abbastanza completi,
cioè azioni semplici di volere che si svolgono mediante il sussidio
di composti apparati riflessi dovuti all’ereditarietà, il bambino
neonato non presenta alcuna traccia di questo fatto. Nei primi giorni
di vita però, in seguito ai riflessi provenienti da sensazioni di
fame e alle rappresentazioni di senso legate all’appagamento della
fame, i primi indizi di semplici azioni di volere impulsive si
manifestano nel cercare la sorgente del nutrimento. Col più distinto
svegliarsi dell’attenzione seguono dapprima i movimenti di volere
legati a impressioni dei sensi della vista e dell’udito: il bambino
accompagna collo sguardo, per atto intenzionato e non solo per
movimento riflesso, gli oggetti veduti e volge la testa dalla parte
del rumore udito. Molto più tardi entrano in campo i muscoli esterni
del corpo. Questi, specialmente i muscoli delle braccia e delle
gambe, presentano da principio movimenti vivaci, per lo più spesso
ripetuti, che accompagnano tutti i sentimenti e l’emozioni possibili,
e colla differenziazione di queste ultime offrono a poco a poco certe
differenze caratteristiche per le qualità loro. L’essenziale di queste
differenze sta in ciò, che le emozioni piacevoli si esplicano in
movimenti ritmici, le spiacevoli in movimenti non ritmici e di solito
alquanto violenti. Questi movimenti espressivi, che devono essere
interpretati quali riflessi accompagnati da sentimenti, si trasformano
poi all’occasione, tosto che l’attenzione si sia diretta sull’ambiente,
in movimenti _voluti_, nei quali il bambino dimostra, anche mediante
altri sintomi diversi, che non solo egli sente dolore, fastidio,
corruccio, ecc., ma che egli desidera far conoscere all’esterno queste
emozioni. I primi movimenti però, nei quali si può senza dubbio
riconoscere un motivo precedente il movimento, sono i movimenti
di _prensione_, che sorgono dalla 12ª alla 14ª settimana. Questi,
ai quali da principio partecipano oltre che le mani anche i piedi,
come costituiscono i primi sintomi distinti delle rappresentazioni
sensitive, così dimostrano anche per la prima volta l’esistenza di
un semplice processo di volere composto di motivo, risoluzione e
azione. Alquanto più tardi si osservano gl’intenzionati movimenti
d’_imitazione_, tra i quali i più semplici movimenti mimici, come fare
il bocchino, corrugare la fronte, precedono i pantomimici: il chiudere
il pugno e i movimenti cadenzati e simili ecc. Da queste azioni di
volere semplici provengono affatto gradatamente, di solito solo al
principio della seconda metà del primo anno di vita, le azioni di
volere _composte_, nelle quali si deve osservare o un oscillare della
decisione precedente l’azione, o anche una volontaria rinuncia ad
un’azione stabilita o già incominciata.
In questo svolgimento dell’azione propriamente libera ha una grande
parte l’_imparare a camminare_, che suole cominciare negli ultimi tre
mesi del primo anno d’età; imperocchè l’andare verso determinata meta
costituisce assai spesso l’occasione del sorgere di un gran numero
di motivi tra loro contrastanti. Lo stesso imparare a camminare si
deve però intendere come un processo, nel quale influiscono a vicenda
lo sviluppo del volere e l’efficacia di ereditarie disposizioni a
determinate combinazioni di movimenti. Se il primo impulso al movimento
proviene da motivi di volere, il modo adatto allo scopo, con cui si
compie il movimento, è però un effetto dei meccanismi centrali di
coordinazione; questi poi alla lor volta si conformano in modo sempre
più rispondente allo scopo, a causa dell’esercizio individuale che ha
luogo sotto la guida del volere.
8. Il _linguaggio_ del bambino si annette nel suo sviluppo a tutte le
azioni del volere. Anch’esso riposa su una cooperazione di disposizioni
ereditate, fondate sugli organi centrali del sistema nervoso, e
di influenze esercitate dalla vita esterna e in questo caso più
specialmente dalla convivenza con persone che parlano. Sotto questo
rapporto lo sviluppo del linguaggio corrisponde assolutamente a quello
di tutti gli altri movimenti espressivi, ai quali esso appartiene
nel suo generale carattere psico-fisico. Già nel corso del 2º mese
d’età sorgono i primissimi suoni articolati dell’organo della favella
come fenomeni di natura riflessa, sopratutto ad accompagnamento di
sentimenti ed emozioni gradite; essi crescono poi coll’andar del
tempo in varietà, mentre sempre più si fa manifesta la tendenza alla
ripetizione del suono (come ba-ba-ba, da-da-da e simili). Questi suoni
espressivi si distinguono dalle grida espressive di molti animali solo
per la maggiore e sempre mutevole varietà. Essi, essendo emessi ad ogni
possibile occasione e senza alcun scopo di comunicare qualche cosa, non
hanno ancora affatto il valore di suoni del linguaggio. Esse acquistano
a poco a poco tale valore, di solito all’inizio del 2º anno d’età, per
l’influenza dell’ambiente.
Un’azione principalissima esercitano qui i movimenti imitativi, i
quali, specialmente come imitazioni di suoni, presentano una doppia
direzione, perocchè non solo il fanciullo imita l’adulto, ma anche
l’adulto il bambino. Che anzi di solito è l’adulto che prima imita;
egli ripete gl’involontari suoni articolati del bambino e dà loro anche
un determinato significato come ad es. “papà„ per padre, “ma-ma„ per
madre. Solo più tardi e dopo che per una voluta imitazione ha imparato
a usar certe voci in un determinato significato, il bambino imita pure
alcune parole preferite nel linguaggio degli adulti, le assimila però
alla costituzione sonora dei propri movimenti articolati.
Come un importante sussidio, col quale l’adulto promuove nel
fanciullo, più istintivamente che volontariamente, l’intendimento
delle parole da lui usate, serve il _gesto_, per lo più nella forma
di gesto indicante gli oggetti, più di rado di solito solo pei verbi,
che si riferiscono ad azioni, come combattere, tagliare, andare,
dormire e simili, con gesto descrittivo. Il bambino ha una naturale
attitudine a interpretare i gesti, ma non la parola. Persino i suoni
onomatopoetici del linguaggio infantile (bau-bau per il cane, be-be per
la pecora) diventano per lui intelligibili solo dopo che sono stati
più volte riferiti all’oggetto. E anche qui il creatore di questi
onomatopoetici non è il bambino, ma l’adulto, che anche per questo
riguardo istintivamente si sforza d’adattarsi al grado della coscienza
infantile.
Dopo quanto si è detto lo sviluppo del linguaggio si basa su una serie
di associazioni e appercezioni, a costituire le quali partecipano in
egual misura il bambino e le persone che lo circondano. Con certe voci
onomatopoetiche o prese tra i naturali suoni espressivi del fanciullo,
o liberamente foggiate sull’esempio di questi suoni, l’adulto designa
arbitrariamente determinate rappresentazioni. Il bambino appercepisce
questo legame tra la parola e la rappresentazione, fatto a lui
comprensibile per mezzo dei gesti e lo associa ai propri movimenti
articolati sorti per imitazione. Sull’esempio poi di queste prime
associazioni e appercezioni il bambino ne fa poi altre, imperocchè
sempre più per proprio impulso prende a imitare dal linguaggio
degli adulti parole e nessi di parole casualmente uditi, e forma le
corrispondenti associazioni di significato. L’intero processo dello
sviluppo del linguaggio si fonda quindi su una relazione psichica
tra il bambino e le persone che parlano a lui d’intorno, relazione,
nella quale all’inizio spetta esclusivamente al bambino la formazione
dei suoni, e alle persone che lo circondano l’applicazione dei suoni
infantili al linguaggio.
9. Dall’insieme dei processi semplici di sviluppo ora ricordati sorge
lo sviluppo delle _funzioni composte di appercezione_, dell’attività
di relazione e di comparazione, e delle funzioni fantastiche e
intellettive, che di quelle constano (§ 17).
Dapprima le combinazioni appercettive trovano le loro esplicazioni
nella forma dell’_attività fantastica_, cioè nel collegare, scomporre e
mettere in relazione concrete rappresentazioni sensibili. L’evoluzione
individuale viene quindi a confermare ciò che in generale si è
sopra (pag. 212 e segg.) notato intorno al rapporto genetico di
queste funzioni. Nel bambino, tosto che l’attenzione attiva si sia
svegliata, in base alle associazioni che sempre più si costituiscono
tra impressioni immediate e rappresentazioni anteriori, sorge la
tendenza di liberamente stabilire tali legami, nei quali poi la
copia degli elementi mnemonici, liberamente combinati o aggiunti
all’impressione, dà una misura del grado di dote imaginativa di ogni
individuo. Questa attività fantastica di combinazione si esplica,
non appena è sorta, con una potenza impulsiva, alla quale il bambino
può tanto più difficilmente contrastare in quanto che in lui non
ancora agiscono, come nell’adulto, le funzioni intellettive, che si
pongono fini determinati regolando e arrestando il libero vagare delle
rappresentazioni fantastiche.
In quanto questo sfrenato riferimento ed intreccio delle
rappresentazioni fantastiche si collega cogli impulsi di volere, che
amano dare alle rappresentazioni nell’immediata percezione sensitiva
punti d’appoggio sicuri, benchè ancora vaghi, sorge nel bambino
l’_impulso al giuoco_. Il primitivo giuoco del bambino è tutt’affatto
giuoco di fantasia, mentre quello dell’adulto è giuoco quasi unicamente
d’intelletto (giuoco delle carte, giuoco degli scacchi, lotteria, e
simili). Solo, quando entra in campo il bisogno estetico, anche qui
il giuoco è in prima linea prodotto dalla fantasia (teatro, suonare il
piano, ecc.), ma non è, come originariamente nel bambino, il prodotto
di una fantasia affatto sbrigliata, ma di una fantasia regolata
dall’intelligenza. Il giuoco del bambino nei diversi tempi del suo
sviluppo presenta, se si svolge conformemente alla sua natura, tutti
i passaggi da quel giuoco di pura fantasia a quella combinazione di
giuoco di fantasia e di giuoco d’intelletto. Nei primi mesi d’età
esso si manifesta in movimenti ritmici delle membra del corpo, delle
braccia, delle gambe, che poi possono essere rivolti anche ad oggetti
esterni, con preferenza a quelli che danno suoni o sono vivacemente
colorati. Questi movimenti nella loro origine sono evidentemente
estrinsecazioni impulsive, che sono prodotte da determinati stimoli
sensibili e nelle quali la coordinazione ad un fine si fonda su
disposizioni ereditarie del sistema nervoso centrale. L’ordine ritmico
dei movimenti, come pure delle impressioni sentimentali e sonore
prodotte dai movimenti determina in modo visibile sentimenti di
piacere, i quali permettono tosto la ripetizione volontaria di tali
movimenti. Di poi il giuoco nei primi anni d’età passa a poco a poco
nella imitazione volontaria di occupazioni e scene dell’ambiente.
Questo giuoco d’imitazione alla fine ancor più si allarga, perchè
non si limita più a riprodurre le cose vedute, ma diviene un libero
rifacimento delle cose udite nei racconti. Contemporaneamente la
connessione delle rappresentazioni e delle azioni comincia ad adattarsi
a un piano fisso: con ciò entra in campo l’attività regolatrice
dell’intelligenza, la quale pei giuochi di una età infantile più
avanzata trova la sua espressione nella determinazione di certe regole
di giuoco. Se anche queste trasformazioni possono essere affrettate
e dall’influenza dell’ambiente e dalle artificiali forme di giuoco
che, essendo per lo più creazioni degli adulti, non sempre si adattano
sufficientemente alla fantasia infantile, questo svolgimento, per
la sua concordanza colla complessiva formazione delle funzioni
intellettive, deve essere ritenuto naturale, fondato sulla reciproca
connessione dei processi associativi e appercettivi. Anche il modo,
in cui la graduale limitazione dei processi di fantasia va parallela
al crescere delle funzioni intellettive, rende probabile che quella
limitazione originariamente si fondi non tanto su una diminuzione
quantitativa della fantasia quanto su un’inibizione, che su di essa
esercita un pensiero assorgente a concetti. In questo caso però,
da un lato col prevalente esercizio del pensiero, dall’altro colla
mancanza d’esercizio dell’attività fantastica, questa può certamente
essere menomata. Ciò sembra essere confermato dal paragone coll’uomo
selvaggio, il quale per tutto il tempo della vita suole presentare un
istinto al giuoco di fantasia affine a quello infantile.
10. Dall’originaria forma del pensare fantastico assai lentamente si
sviluppano le _funzioni intellettive_, imperocchè le rappresentazioni
totali, o già date nell’apprendimento sensibile d’impressioni esterne,
o formate dall’attività creatrice della fantasia, vengono nella
maniera già indicata (pag. 213 e segg.) a scomporsi nei loro componenti
_concettuali_, come oggetti e proprietà, oggetti e azioni, rapporti
degli oggetti tra loro. Il sintomo decisivo del sorgere delle funzioni
intellettive è quindi la costituzione di _concetti_, laddove azioni
che possono da parte dell’osservatore essere spiegate mediante una
riflessione logica, non dimostrano affatto l’esistenza di una tale
costituzione di concetti, perchè esse, proprio come negli animali,
possono molto spesso derivare in modo manifesto da associazioni. Per
la stessa ragione il linguaggio può essere presente nei suoi primi
inizi senza un pensiero propriamente assorgente a concetti, perchè
originariamente la parola designa solo una impressione sensibile
concreta. Per contro non è assolutamente possibile un uso più perfetto
del linguaggio, senza che le rappresentazioni subiscano concettuali
scomposizioni, relazioni e traslazioni. I prodotti di questi processi
hanno però sempre ancora un valore concreto e sensibile. Quindi lo
sviluppo delle funzioni intellettive coincide senz’altro col linguaggio
e questo è nel tempo stesso un mezzo per tener saldi i concetti e
fissare le operazioni del pensiero.
10_a_. La psicologia del bambino va soggetta non meno di
quella degli animali all’errore di non essere le osservazioni
interpretate oggettivamente, ma integrate con riflessioni
soggettive. In conseguenza di ciò non solamente le prime
connessioni rappresentative realmente sorte per pura associazione
sono interpretate come atto di una riflessione logica, ma lo
sono anche i più originari movimenti espressivi mimici, come
ad es. quelli del neonato per stimoli saporifici, per reazioni
sentimentali; laddove essi dapprima non hanno evidentemente che il
valore di riflessi innati, i quali è possibile siano accompagnati
da sentimenti oscuri, senza che però di questi si possa dimostrare
sicuramente la presenza. Dello stesso errore soffre la solita
concezione dello sviluppo degli atti di volere e del linguaggio.
Si è specialmente propensi a considerare il linguaggio infantile
a causa delle sue particolarità come una creazione del bambino,
mentre una più esatta osservazione dimostra che esso è per massima
parte una creazione dell’ambiente, nel quale soltanto questa
creazione si adatta, all’insieme dei suoni infantili e per quanto
è possibile, anche allo stato di coscienza del bambino. Nella
moderna letteratura alcune descrizioni dello sviluppo psichico
del bambino molto acute e degne di lode possono servire solo come
fonti per la conoscenza della realtà dei fatti, perchè esse si
pongono tutte dal punto di vista di una psicologia volgare fatta
a base di riflessioni; per contro le conclusioni psicologiche che
da quei fatti sono tratte, devono essere assolutamente corrette
nel senso su indicato. I tentativi più volte fatti di introdurre
il metodo _sperimentale_ anche nella psicologia del bambino,
si possono rivolgere con speranza di qualche risultato solo ad
un’età alquanto avanzata, ad es., ai fanciulli che frequentano le
scuole. Queste ricerche hanno dato dal lato pedagogico importanti
risultati intorno al decorso e alla durata della tensione
dell’attenzione, alla relazione tra la fatica corporea e mentale,
e così via. Ma per età più giovane il metodo sperimentale si può
senz’altro ritenere inapplicabile. I risultati ottenuti nelle
ricerche di tal natura, ciò non ostante intraprese, si devono,
per le infinite cause d’errori, considerare come puri risultati
accidentali. Per queste ragioni è erronea anche l’opinione più
volte espressa, che la vita psichica dell’uomo adulto possa
essere compresa in base ad un’analisi della psiche infantile.
Accade proprio il contrario. Stando nella ricerca psicologica
del bambino, come pure dell’uomo selvaggio a nostra disposizione
generalmente solo sintomi oggettivi, un giudizio psicologico di
tali sintomi è sempre possibile solo in base all’auto-osservazione
della coscienza matura condotta dal soggetto stesso con metodo
sperimentale, e i risultati dell’osservazione sul bambino e
sull’uomo selvaggio psicologicamente analizzati permettono allora
di ritornare a conclusioni sullo sviluppo psichico.
§ 21. — Lo sviluppo delle comunità spirituali.
1. Come lo sviluppo psichico del bambino deriva da una relazione
reciproca coll’ambiente, così anche la coscienza matura sta ancora
in relazione continua colla comunità spirituale, alla quale partecipa
passivamente ed attivamente.
Nella maggior parte degli animali manca completamente una tale
comunità; gli accoppiamenti, le società, gli sciami degli animali
si possono considerare solo come forme preparatorie di comunità
spirituali, forme incomplete e limitate a singoli scopi. Quelle che
più durano, gli accoppiamenti e le così dette società animali (pag.
226) hanno il valore di comunità genetiche, e quelle passeggiere, gli
sciami, gli stormi, come ad es. gli stormi degli uccelli emigratori,
sono forme di comunità a scopo di difesa. In tutti questi casi sono
determinati istinti consolidati dall’ereditarietà, i quali producono la
consistenza del legame tra gl’individui e però questo presenta quella
stessa costanza, solo in piccolissima parte variabile per influssi
individuali, che generalmente è propria dell’istinto.
Se in tal guisa le unioni degli animali sono sempre solo integrazioni
dell’essere individuo rivolto a determinati scopi fisici della vita,
l’evoluzione _umana_, invece sin dal principio tende a ciò, che
l’individuo si fonda col suo ambiente spirituale in un tutto che,
capace di evolversi, serve così al soddisfacimento dei bisogni fisici
della vita come al conseguimento di diversissimi scopi spirituali, o in
questi scopi ammette le più varie modificazioni. In conseguenza di ciò
le forme della comunità umana sono straordinariamente variabili, mentre
nel tempo stesso le forme più perfette procedono in una continuità di
evoluzione _storica_, la quale estende la convivenza spirituale dei
singoli oltre i limiti dell’immediata coesistenza nello spazio e nel
tempo, anzi quasi all’infinito. Il risultato di questa evoluzione è
l’idea dell’_umanità_ coscientemente compresa, come di una generale
comunità spirituale la quale, a seconda delle speciali condizioni
della sua esistenza, si separa in singole comunità concrete, popoli,
stati, società civili di diversa natura, genti e famiglie. E però la
comunità spirituale in cui entra l’individuo, non è solo _un’unica_
connessione, ma una varia pluralità di connessioni spirituali, le quali
si sovrappongono nelle più diverse maniere le une alle altre e sempre
divengono più estese col crescere dello sviluppo.
2. Il còmpito di seguire questi sviluppi nelle loro forme concrete
o anche soltanto nella loro generale connessione, spetta alla storia
della civiltà e alla storia universale, non alla psicologia. Questa
deve però dar ragione delle condizioni psichiche generali e dei
processi psichici che da queste condizioni provengono, condizioni
e processi, per i quali la vita della comunità si separa da quella
dell’individuo.
La condizione, per cui è solo possibile una comunità spirituale,
condizione che nel tempo stesso partecipa continuamente allo sviluppo
della comunità, è la funzione del _linguaggio_. Questo è per l’appunto
che psicologicamente determina il passaggio dall’esistenza individuale
alla comunità spirituale, perchè esso nella sua origine appartiene ai
movimenti espressivi individuali, ma per l’evoluzione che esso subisce,
diventa la forma inscindibile di tutti i contenuti spirituali comuni.
Questi, o i processi spirituali propri della comunità si scindono in
_due_ classi, le quali, veramente proprio come i fatti individuali del
rappresentare e del volere, sono non tanto processi separati quanto
componenti insieme spettanti alla vita della comunità. Distinguiamo
in primo luogo le _rappresentazioni comuni_, nelle quali si trovano
le idee concordi sul contenuto e sul significato cosmico, cioè le
_rappresentazioni mitologiche_, e in secondo luogo i _motivi comuni del
volere_, che corrispondono alle rappresentazioni comuni e ai sentimenti
e alle emozioni che le accompagnano, cioè le _norme dei costumi_.
_A_) — IL LINGUAGGIO.
3. Sull’_evoluzione generale del linguaggio_ non ci offre alcuna
spiegazione il suo sviluppo individuale nel bambino; perchè questo è un
processo, cui partecipano principalmente le persone che lo circondano
(pag. 236 e segg.). Ciò non ostante il modo in cui il bambino impara a
parlare, dimostra che in lui sono disposizioni fisiche e psichiche alla
comunicazione del linguaggio, le quali servono a facilitarla. Infatti
si potrebbe ammettere che queste disposizioni, anche se mancasse la
comunicazione esterna, potrebbero condurre a certi moti espressivi
accompagnati da suoni, i quali avrebbero il valore di un linguaggio
imperfetto. Questa supposizione è confermata dall’osservazione
sui sordomuti, specialmente su quei bambini sordomuti che crescono
senza apposita istruzione e tra i quali si può nondimeno sviluppare
un vivo commercio spirituale. Questo però, essendo il sordomuto
esclusivamente istruito su segni _veduti_, si fonda su un naturale
svolgimento di un _linguaggio di gesti_, il quale si compone di
movimenti espressivi aventi determinati significati. I sentimenti sono
in tal caso generalmente espressi da segni mimici, le rappresentazioni
da pantomimici, imperocchè il dito indice o indica un oggetto di
rappresentazioni, o nell’aria disegna l’imagine approssimativa delle
rappresentazioni: _gesti indicanti_, o _descriventi_ (pag. 140). E
poichè tali gesti, che corrispondono alla successione dei pensieri,
si susseguono, sorge persino una specie di discorso, mediante il quale
le cose possono essere descritte e gli avvenimenti raccontati. Questo
linguaggio di gesti sorto naturalmente si limita però sempre alle
comunicazioni di concrete rappresentazioni sensoriali e della loro
connessione; manca completamente di segni per i concetti astratti.
4. Il primitivo sviluppo di un _linguaggio fonetico_ non può essere
pensato altrimenti che sull’analogia del linguaggio naturale di
gesti; l’unica differenza è che la facoltà uditiva aggiunge ai gesti
mimici e pantomimici come terza forma i _gesti fonetici_, i quali
necessariamente hanno tosto su quelli la prevalenza, perchè non solo
essi sono più facilmente osservati, ma si prestano anche a un numero
incomparabilmente maggiore di modificazioni. Ma se i gesti mimici
e pantomimici possono essere interpretati solo mercè la diretta
relazione, che in essi esiste tra la natura dei movimenti e il loro
significato, una siffatta relazione deve egualmente presupporsi anche
per i primitivi gesti fonetici. Oltre a ciò non è inverosimile che
dapprima questi gesti fonetici fossero soccorsi da concomitanti gesti
mimici e pantomimici, avuto riguardo all’estrinsecazione naturale di
tali gesti, che generalmente si osserva nell’uomo selvaggio, come pure
all’ufficio che loro spetta nel bambino quando impara a parlare. E però
lo svolgimento del linguaggio fonetico si può con ogni probabilità
pensare come un processo di differenziazione, nel quale da un gran
numero di movimenti espressivi diversi, soccorrentisi a vicenda, a poco
a poco deriva il gesto fonetico; e questo si conserva, e solo quando
si è sufficientemente fissato, elimina tutti quegli altri espedienti.
Psicologicamente questo processo può scomporsi in una successione di
_due_ atti, 1) in movimenti espressivi prodotti da tutti i membri di
una comunità sotto la forma di atti di volere impulsivi; tra questi
movimenti quelli degli organi della favella acquistano il predominio
sugli altri sotto l’influenza del desiderio di comunicare; 2) nelle
associazioni tra il suono e la rappresentazione, le quali si annettono
a questi movimenti, a poco a poco si consolidano, e nel tempo stesso si
allargano dal loro iniziale centro d’origine al maggiore cerchio della
comunità parlante.
5. Nell’origine del linguaggio entrano poi in campo ulteriori
condizioni fisiche e psichiche, che producono continue e permanenti
modificazioni nei componenti. _Due_ specie di tali modificazioni
si possono distinguere: _mutazioni fonetiche_, e _mutazioni di
significato_.
La prima ha la sua causa fisiologica nelle modificazioni, che
gradatamente avvengono nella conformazione degli organi della parola.
Queste paiono derivare in parte dalle modificazioni generali che il
cambiamento delle condizioni di natura e di civiltà produce nell’intera
organizzazione psicofisica, e in parte dalle condizioni speciali che
porta con sè il maggior esercizio dei movimenti di articolazione. Per
questo ultimo riguardo è probabile che in molti fatti eserciti grande
influenza la rapidità gradatamente crescente dei movimenti articolati.
Oltre a ciò le diverse parti tra loro analoghe del patrimonio
linguistico agiscono le une sulle altre in un modo che dimostra
l’effetto psicologico diretto di associazioni; queste avvengono
specialmente tra quelle rappresentazioni linguistiche, che in qualche
modo, o semplicemente per il carattere fonetico o anche per relazioni
di significato, sono tra loro affini (le così dette formazioni
analogiche).
Come la mutazione fonetica modifica la struttura esteriore
delle parole, così la mutazione di significato ne modifica il
valore intrinseco. L’associazione originaria tra la parola e
la rappresentazione da essa designata è mutata, imperocchè una
rappresentazione diversa dalla prima prende il posto di quella;
un processo questo, che nel corso del tempo può ripetersi più
volte per la stessa parola. La mutazione di significato si fonda
quindi su variazioni svolgentisi a poco a poco in quelle condizioni
d’associazione e appercezione che determinano una complicazione
rappresentativa, la quale entra nel punto visivo della coscienza
non appena una parola è udita o pronunciata. Questa mutazione di
significato può quindi brevemente essere anche definita come un
processo, ora più associativo ed ora più appercettivo, per cui i
componenti rappresentativi delle complicazioni linguistiche legati a
una rappresentazione fonetica si spostano (pag. 190).
Mutazioni fonetiche e di significato cooperano a far sempre più sparire
quella relazione tra suono e significato che originariamente deve
presupporsi, in modo che la parola è senz’altro appresa solo come
un segno esteriore della rappresentazione. Questo processo è così
radicale, che persino quei segni fonetici, nei quali quella relazione
sembra si sia ancora mantenuta, le formazioni onomatopoetiche, per lo
più sono prodotti relativamente tardi di un’assimilazione secondaria
stabilitasi tra suono e significato, di un processo di assimilazione,
per il quale la primitiva affinità tra suono e significato andata
perduta tende a ristabilirsi.
Un’altra importante conseguenza di quella cooperazione tra mutazioni
fonetiche e di significato consiste in ciò, che numerose parole
perdono affatto a poco a poco il loro primitivo significato concreto
e sensibile e si trasformano in simboli per i concetti generali e per
l’espressione delle funzioni appercettive di relazione, di comparazione
e dei loro prodotti. In tal guisa si svolge il _pensiero astratto_, il
quale, poichè non sarebbe possibile senza quella fondamentale mutazione
di significato, è soltanto un prodotto di quelle reciproche relazioni
psichiche e psicofisiche delle quali si compone l’evoluzione del
linguaggio.
6. Come le parti costitutive della lingua, le parole, sono soggette a
una continua trasformazione nei suoni e nel significato, così avvengono
a poco a poco modificazioni, benchè generalmente più lente, anche nella
connessione di queste parti in un tutto composto, nella _proposizione_.
Non è possibile pensare una lingua senza questa sintattica successione
di parole. Proposizione e parola sono pertanto forme egualmente
essenziali del pensiero; che anzi la proposizione delle due è la
primitiva, perchè il pensiero è dato dapprima in un tutto e solo in
seguito è scomposto nelle sue parti (pag. 213 e segg.). In stadi del
linguaggio meno perfetti le parole di una proposizione possono essere
separate le une dalle altre solo in modo incerto. Una norma che valga
in ogni caso, come già non la trovammo per il rapporto tra suono e
significato, così non esiste neppure per l’ordine delle parole. E più
particolarmente, quella costruzione che è preferita dalla logica, avuto
riguardo ai rapporti della reciproca dipendenza logica dei concetti,
non ha alcuna generale validità psicologica: piuttosto essa pare un
prodotto d’evoluzione sorto abbastanza tardi, e in parte per arbitraria
convenzione; prodotto, al quale nel consueto stile di prosa si
avvicinano solo alcune delle recenti forme di discorso, sintatticamente
quasi irrigidite. Invece il principio originario, al quale ubbidiscono
le combinazioni appercettive del discorso, è manifestamente questo, che
_l’ordine delle parole corrisponde all’ordine delle rappresentazioni_
e però precedono quelle parti del discorso che designano
rappresentazioni, dalle quali sia il sentimento eccitato colla maggior
intensità e l’attenzione tenuta legata. In conseguenza di questo
principio si stabiliscono per entro una determinata comunità parlante
certe regole nell’ordine delle parole. Infatti già nei gesti naturali
dei sordomuti è dato di osservare una tale regolarità. Si capisce però
facilmente come in questa relazione possano, per condizioni speciali,
avvenire le più varie deviazioni e come la sfera d’azione di queste
possa essere straordinariamente grande. In generale risulta che
l’esercizio associativo porta a fissare sempre più certe determinate
forme sintattiche, così che una sempre maggiore regolarità suole a poco
a poco stabilirsi per mezzo di una attrazione associativa esercitata
dalle forme più spesso usate.
Le più intime proprietà delle connessioni sintattiche e delle loro
graduali variazioni — lasciando da parte le leggi già messe in rilievo
nella generale considerazione delle combinazioni appercettive, leggi
che derivano dalle generali funzioni psichiche della relazione e della
comparazione (pag. 203), — sono in così alta misura dipendenti dalle
disposizioni specifiche e dalle condizioni di civiltà della comunità
parlante una data lingua, che la loro trattazione, malgrado il grande
interesse psicologico, deve essere lasciata alla psicologia sociale.
_B_) IL MITO.
7. Coll’evoluzione del linguaggio è strettamente legata l’evoluzione
del _mito_. Il pensiero mitologico, proprio come il linguaggio nel
suo sorgere, si fonda su proprietà che, se non vanno mai interamente
perdute dalla coscienza umana, sono però da influenze diverse ora
modificate, ora limitate. Come funzione fondamentale, sulle diverse
manifestazioni della quale si fondano le rappresentazioni mitologiche,
si deve considerare una particolare specie di appercezioni spettante
sopratutto alla coscienza primitiva, che può essere detta appercezione
_personificante_. Per essa gli oggetti appercepiti sono determinati
in tutto e per tutto dalla natura propria del soggetto conoscente.
Questo non solo vede riprodotte negli oggetti le sue sensazioni, le
sue emozioni e i suoi movimenti volontari, ma il suo stato d’animo di
un dato momento può in ciascun caso esercitare una speciale influenza
sul modo di concepire i fenomeni appresi e può svegliare particolari
idee dei loro rapporti colla propria esistenza. Ed è appunto in questa
concezione, che sta il processo per cui all’oggetto sono attribuite
le proprietà, _personali_, che il soggetto trova in sè stesso. Tra
queste proprietà non mancano mai quelle _interiori_ del sentimento e
dell’emozione ecc., mentre quelle _esteriori_ del movimento volontario
e di particolari estrinsecazioni di vita simili alle umane dipendono
per lo più da movimenti realmente osservati. E però l’uomo selvaggio
attribuisce alle pietre, alle piante, agli oggetti stessi fatti dalla
mano dell’uomo, la facoltà di provare sensazioni e sentimenti e gli
effetti che ne derivano, ma suole, invece supporre un diretto agire
esterno solo negli oggetti che si presentano a lui in movimento, come
le nubi, gli astri, i venti e simili. Questo processo in tutti i casi
è favorito da assimilazioni associative, che facilmente si levano al
grado di illusioni fantastiche (pag. 217).
8. Questa forma dell’appercezione mitologica o personificante non
deve però essere considerata come una varietà speciale o persino
anormale dell’appercezione, ma essa è il naturale grado iniziale
dell’appercezione. Il bambino mostra traccie evidenti di una tale forma
appercettiva; e queste appaiono in parte nell’attività della fantasia
durante il giuoco (pag. 237 e seg.) e in parte nel fatto, che in lui
emozioni vivaci, specialmente paura e terrore, richiamano facilmente
illusioni fantastiche di analogo carattere sentimentale. Ma queste
manifestazioni di una coscienza che tende a foggiare miti, sono qui
presto moderate dall’influenza dell’ambiente e dall’educazione e infine
del tutto soppresse. È altrimenti presso gli uomini selvaggi e delle
civiltà primitive, presso i quali all’opposto l’ambiente porta alla
coscienza di ciascuno una quantità di rappresentazioni mitiche. Queste,
sorte originariamente allo stesso modo in ogni individuo, a poco a
poco si sono fissate in una determinata comunità e analogamente alla
lingua, e spesso in rapporto con essa, sono trasmesse da generazione in
generazione, lentamente variando col mutarsi delle condizioni di natura
e di civiltà.
9. La direzione, nella quale avvengono queste variazioni, è
generalmente determinata dal fatto, che lo stato d’animo principalmente
influisce sulla speciale natura dell’appercezione mitologica. In
mancanza di altre testimonianze, è la storia dell’evoluzione delle
rappresentazioni mitologiche che principalmente ci fa conoscere,
come questo stato d’animo si sia svolto dai primi inizi dello
sviluppo spirituale. Essa dimostra che generalmente le primissime
costruzioni mitiche del pensiero, da un lato si riferiscono al destino
individuale nell’avvenire prossimo, dall’altro sono determinate dalle
emozioni suscitate dalla morte dei congiunti, e dalla loro memoria,
specialmente poi dal ricordo dei sogni. E in ciò sta l’origine del
così detto “animismo„ cioè di tutte quelle rappresentazioni, nelle
quali in parte gli spiriti dei defunti, in parte i demoni che si
pensano legati a determinati oggetti e luoghi, oppure ai processi
svolgentisi in rapporto a scopi della vita (vegetazione, agricoltura,
navigazione, ecc.) rappresentano la parte di arbitri buoni o malefici
del destino dell’uomo. Una diramazione di questo animismo è il
“feticismo„, nel quale l’idea dell’arbitro del destino è trasportata
agli accidentali oggetti dell’ambiente, come piante, pietre, oggetti
artificiali, specialmente a quelli che, o per la natura speciosa
o per casuali circostanze esterne, colpiscono l’attenzione. Le
manifestazioni dell’animismo e del feticismo hanno la particolarità di
essere non soltanto i più primitivi ma anche i più durevoli prodotti
dell’appercezione mitologica, imperocchè, rimosse tutte le altre forme,
esse sopravvivono nelle più varie forme della superstizione; tali ad
es., le credenze negli spettri, nelle malìe, negli amuleti.
10. Solo ad un più maturo grado della coscienza che crea i miti,
l’appercezione personificante si rivolge anche ai grandi fenomeni
naturali che più impressionano, così per le loro mutazioni come per
l’influenza diretta sulla vita dell’uomo; tali ad es., le nubi, i
fiumi, le procelle, i grandi astri, e simili. Anche la regolarità di
certi fenomeni naturali, ad es., la vicenda del giorno e della notte,
dell’inverno e dell’estate, lo svolgersi del temporale ecc., è di
stimolo a poetiche costruzioni di miti, nelle quali una serie di idee
coordinate si annoda intorno a un tutto in sè chiuso. Così sorge il
_mito naturale_. La principale differenza tra esso e la credenza in
spiriti e demoni sta nella creazione di _rappresentazioni antropomorfe
degli dèi_. In quanto i singoli dèi sono dotati di un maggior
numero di proprietà stabili, e sono sciolti dal legame a determinati
luoghi, tempi e processi, essi vengono a costituire in tutto e per
tutto persone antropomorfe aventi però una potenza sovrumana. Essi
sono quindi onorati come gli arbitri tanto dei fenomeni naturali
quanto del destino umano. Formatesi in tal modo più comprensive
rappresentazioni di dèi, i demoni e gli dèi particolari a poco a poco
si ritraggono nella coscienza, oppure si fondono con quelle per essere
poi considerati quali attributi o quali speciali forme, nelle quali
si danno a conoscere gli dèi personificati. Il processo che qui entra
in campo, di combinazione e di condensazione, suole però sconfinare
a danno delle personificazioni divine, imperocchè una sola di queste
forme divine acquista sulle altre una permanenza, dapprima in modo
variabile, poi durevole. Così un istinto monoteistico si impadronisce
ben presto del mito naturale politeistico. Per altro lato però quella
fusione cogli anteriori dèi particolari e coi genii del destino può
condurre anche a una nuova divisione delle personalità divine. In tal
guisa sono state foggiate specialmente le singole divinità locali e
gentilizie, le quali, a causa della loro natura personale, facilmente
poterono essere sciolte dalle speciali condizioni d’origine e diedero
così luogo ai molteplici _miti degli eroi_. Ma intrecciandosi in
questi miti traccie di ricordi storici, in essi sempre più progredisce
quell’umanizzazione già incominciata nel mito naturale. A causa di
queste proprietà il mito degli eroi richiede per un ulteriore sviluppo
la poetica creazione degli individui: e però esso diventa una parte
costitutiva della poesia popolare e poi della poesia artistica. Nel
tempo stesso però, per l’offuscarsi di certi tratti e per il sorgere di
nuovi, esso subisce una mutazione di significato, che, analoga a quella
del simbolo linguistico e da quella accompagnata, rende possibile una
più intima trasformazione progressiva. In questo processo i singoli
poeti e pensatori hanno un’influenza sempre maggiore.
Per tal via mediante una intensa partecipazione del pensiero
filosofico, che dapprima aveva egualmente subìto l’influenza delle
rappresentazioni semi-mitiche, si compie infine la separazione
dell’originario contenuto totale mitologico in scienza e religione. In
questa separazione, che è in parte legata alle relazioni tra religione
e filosofia, gli dèi naturali e gli eroi lasciano sempre più luogo a
rappresentazioni _morali_ della divinità. Come nel mito naturale così
anche nello stadio morale della religione, sotto l’influenza continua
di vecchi motivi avvengono continue formazioni in senso regressivo.
Dèi individuali, demoni e spiriti, ora costantemente ora solo per
pochi istanti, colpiscono in piena luce la coscienza. In parte essi
costituiscono i componenti secondari mitologici della religione, in
parte, da questa rigettati, conservano un’esistenza più indipendente
come superstizioni.
_C_) IL COSTUME.
11. Il costume ci si presenta, per quanto ci è possibile rifarne la
storia, sotto due aspetti che possono distinguersi come norme di volere
_individuali_ e _sociali_. Le prime regolano la condotta dell’individuo
nelle sue occupazioni e nelle relazioni cogli altri, le seconde
determinano le forme della convivenza in orda, famiglia, stato e negli
altri legami sociali. Quindi le norme del costume, le individuali non
meno delle sociali, sono legate alla vita sociale dell’uomo; ma quelle
si riferiscono alla condotta del singolo uomo nella società, queste
alla condotta dei componenti la società, nella loro attività _comune_,
determinante le forme della convivenza.
Le norme _individuali_ del costume nei loro inizi ancora oscuri
sono legate all’evoluzione del mito e in una maniera che corrisponde
direttamente al rapporto intercedente tra i motivi interni e l’azione
esterna del volere. Dappertutto dove noi possiamo indagare con una
certa probabilità l’origine di tali costumi, questi si presentano
come residui o come prodotti delle trasformazioni che avvengono in
determinate _forme di culto_. I banchetti funerari e le altre cerimonie
funebri dei popoli civili ricordano il culto primitivo degli antenati;
numerose feste ed usanze legate a determinati giorni, al mutarsi delle
stagioni, al lavoro del campo e alla raccolta sono residui del culto di
demoni e di miti naturali d’altri tempi; l’usanza del saluto nelle sue
diverse forme, mostra la sua origine dalla preghiera, e così via.
Invece le norme _sociali_ del costume generalmente lasciano supporre
come loro motivi originari l’_esigenza delle condizioni di vita_ e gli
istinti della conservazione dell’individuo e della specie, istinti
nelle loro forme di estrinsecazione determinati da quell’esigenza.
Sono per appunto le condizioni di vita esteriori, che originariamente
spinsero l’uomo a foggiarsi vestiti, a costruire abitazioni, a
prepararsi il nutrimento e alle forme di divisione sociale. Così
pure le modificazioni che in questi modi di vita avvengono poi per
graduali trasformazioni delle condizioni naturali e di civiltà, seguono
i precetti di una pratica opportunità. E specialmente qui trovano
posto le primissime forme della convivenza e quei legami sociali più
stretti e più larghi, che da quelle a poco a poco derivano. Così fu
essenzialmente per le esteriori necessità di vita e pel crescente
numero degli individui, che l’orda, nella quale l’uomo viveva
originariamente forse dappertutto, si è divisa in orde subordinate.
Queste costituivano una lega difensiva, che perdurava anche dopo la
separazione; questa lega colle unioni sessuali tra orde separate fu di
spinta alla formazione di famiglie collettive, dalle quali poi ad un
grado ancor più avanzato proviene la famiglia isolata. A misura che le
relazioni, dapprima stabilitesi fra gli individui a seconda del bisogno
del momento, sono assoggettate a una durevole regolarità, l’orda
si trasforma nella forma primitiva dello stato, nella _costituzione
gentilizia_. Da questa solo in un tempo assai più tardo e per lo più
per effetto di imprese guerresche, e perciò di solito ritornando
direttamente a una divisione militare della comunità, è sorta
l’organizzazione _politica_.
12. Come per la lingua e pel mito, così anche pel costume una
_mutazione di significato_ suole modificare questi sviluppi. Nelle
norme _individuali_ del costume, a causa di questa mutazione di
significato avvengono, principalmente _due_ metamorfosi. Nell’una
l’originario motivo mitico va perduto senza che uno nuovo ne prenda
il posto; il costume si mantiene poi solo per esercizio associativo,
in quanto che esso perde il carattere di costrizione e si attenua
nelle sue forme di manifestazione esteriore. Nella seconda metamorfosi
ai fini mitico-religiosi si sostituiscono fini _etico-sociali_. Nel
caso singolo però ambedue le specie di trasformazione possono essere
strettamente legate e precisamente, quando un costume non serve
direttamente a un determinato scopo sociale, come ad es. ciò che
concerne certe regole del garbo, della cortesia, il modo di vestire e
di mangiare e simili, si crea indirettamente un tale scopo sociale,
imperocchè l’esistenza di norme eguali per i membri di una comunità
favorisce la convivenza e perciò anche la comune coltura dello spirito.
La mutazione di significato nelle norme _sociali_ del costume
avviene generalmente in direzione opposta e qui, più che nel caso
antecedente, accanto al valore nuovo suole sussistere il vecchio.
E però la mutazione di significato qui consiste dapprima sempre in
un _allargamento_ del significato, il quale si fonda regolarmente
sul fatto, che all’esigenza delle condizioni di vita si aggiungono,
o presto o tardi, motivi religiosi mitologici. Le norme sorte solo
sotto la costrizione di certi istinti vitali sono concepite come
comandi delle divinità o almeno sono circondate da un culto religioso
che le santifica. Il convito, la costruzione di abitazioni comuni,
i trattati, le alleanze, le dichiarazioni di guerra, le conclusioni
di pace, il fidanzamento, o si collegano al mito, o influiscono per
sè stessi sull’appercezione mitologica, così che da questi costumi
sociali sorgono nuove forme divine. Oscurandosi a poco a poco le
rappresentazioni mitologiche, si ha una mutazione di significato in
senso inverso, imperocchè le manifestazioni religiose che accompagnano
un’usanza, o scompaiono o rimangono come abitudini praticate senza
significato alcuno.
Le indicate trasformazioni psicologiche dei costumi costituiscono nel
tempo stesso la preparazione alla loro diramazione nei tre campi della
vita: il _costume_, il _diritto_, la _moralità_, dei quali i due ultimi
si devono considerare come manifestazioni dei costumi rivolti a scopi
etico-sociali. Lo studio più intimo dei processi di questa evoluzione
e differenziazione appartiene però al campo speciale della psicologia
sociale, e l’esposizione del come sorga il diritto e la morale, spetta
al dominio speciale della storia della civiltà e dell’etica.
_D_) CARATTERE GENERALE DEGLI SVILUPPI RIFLETTENTI LA PSICOLOGIA
SOCIALE.
13 Linguaggio, mito e costume costituiscono sviluppi spirituali tra
loro stessi strettamente legati; essi sono di grande importanza per
la psicologia generale sopratutto per ciò, che in essi, a causa della
loro natura relativamente durevole, è possibile conoscere ed esaminare
certi processi psichici di validità generale in modo più netto che
nelle passeggiere formazioni della coscienza individuale. Oltre a
ciò anco per questa essi costituiscono il presupposto di tutti i
più complessi processi dello spirito, che sono legati specialmente
al linguaggio e nel loro decorso individuale sono dipendenti dalle
leggi del pensiero comune condensate nel linguaggio. In questo senso
si è dovuto già sopra, nella descrizione dei processi dell’analisi
e della sintesi appercettiva, far cenno degli effetti di questi
processi che si esplicano nel linguaggio (pag. 213 e segg.). Come
in questo caso che serve di norma per la coscienza individuale, così
anche negli sviluppi della psicologia sociale i processi psichici che
stanno a base delle manifestazioni osservate, si danno a riconoscere
innanzi tutto per mezzo delle proprietà e delle variazioni delle
_rappresentazioni_ espresse nel linguaggio, mentre pei concomitanti
processi dell’eccitamento sentimentale è possibile giungere a
conclusioni solo indirettamente, partendo dalla totale connessione dei
fatti o ricorrendo a condizioni conosciute.
Come processi essenziali nel campo delle rappresentazioni o sempre
ricorrenti per tutti gli sviluppi di linguaggio, mito e costume,
ci si presentano i tre fenomeni tra loro strettamente legati
del _condensamento_, dell’_oscuramento_, e dello _spostamento
(Verschiebung)_ delle rappresentazioni. Le rappresentazioni si
condensano, in quanto più rappresentazioni in origine separate vengono
riunite da associazioni più volte ripetute o messe in risalto da forti
componenti sentimentali e da ultimo combinate nell’appercezione in un
tutto indivisibile. Ed essendo in questo processo alcuni componenti,
a causa del loro più intenso effetto sentimentale, appercepiti più
chiaramente che altri, questi ultimi si oscurano e possono alfine del
tutto sparire dal prodotto complesso. Per questo succede poi senz’altro
uno spostamento delle rappresentazioni, potendo il loro prodotto
ultimo essere tutto affatto diverso dalla rappresentazione iniziale,
specialmente quando i processi del condensamento e dell’oscuramento
sono successivamente intervenuti più volte e hanno fatto presa sui
componenti variabili. Ci sono soltanto delle modificazioni di questi
processi strettamente combinate, le quali per un lato stanno a base del
mutamento di significato nel linguaggio, per un altro delle metamorfosi
che avvengono nelle rappresentazioni mitologiche e nei costumi; ognuno
di questi processi di trasformazione può alla sua volta far sentire
la sua influenza sugli altri. Così la mutazione di significato delle
parole facilmente produce una modificazione nelle rappresentazioni
mitologiche a quelle legate, e queste per parte loro hanno grande
importanza pel primo processo. Egualmente la lingua mediante
l’interpretazione dei nomi mitologici può produrre direttamente
rappresentazioni mitologiche, oppure queste possono determinare nella
loro direzione la formazione di nomi e di parole.
Per quanto i processi rappresentativi siano i primi a colpirci anco in
tutte le manifestazioni della psicologia sociale, l’analisi psicologica
insegna però che il fattore decisivo, così nell’originaria formazione
delle rappresentazioni come nelle loro graduali trasformazioni, è
costituito dai processi concomitanti di sentimento e di volere e
che questi non sono già processi comunque separabili ma componenti
del totale processo psichico, distinti solo mediante l’astrazione
psicologica. Così quei primitivi gesti fonetici, che noi abbiamo
supposti inizio del linguaggio, devono essere pensati come semplici
azioni impulsive, che tengono dietro ad un’impressione ricca di
sentimento, designandola in una maniera che, o per sè stessa o per il
soccorso di altri gesti, possa essere riconosciuta dai compagni (pag.
242). Ma in modo tutt’affatto speciale le rappresentazioni mitologiche
offrono traccie distinte dell’influenza, che i processi sentimentali
hanno sul modo in cui procede il così incominciato sviluppo del pensare
comune. Qui quell’appercezione personificante del mito si distingue
dalla coscienza evoluta sopratutto per ciò, che non solo le generali
condizioni normali e il contenuto sensibile della rappresentazione
trasmigrano dal soggetto negli oggetti, ma che in questi il soggetto
trasporta anche quel suo complessivo stato di sentimento e di volere. A
chi spera, l’oggetto appare spirito protettore; a chi teme, demone che
incute terrori; nei fenomeni della natura l’uomo vede una volontà, che
corrisponde così all’associazione colle proprie azioni di volere come
al loro effetto sul proprio stato d’animo. Parimenti quei processi,
pei quali le rappresentazioni si condensano, si oscurano e si spostano,
devono in primo luogo essere considerati come sintomi di modificazioni
nello stato sentimentale, le quali producono dapprima un cambiamento di
significato nel mito e nel costume e poi di qui influiscono anche sulla
lingua.
14. Nelle comunità spirituali e in ispecie negli sviluppi di
linguaggio, mito e costume che in esse si producono, ci si offrono
connessioni e relazioni spirituali, alle quali, se si differenziano
dalla connessione delle formazioni nella coscienza individuale, si deve
però, non meno che a questa, attribuire una realtà. In questo senso
la connessione delle rappresentazioni e dei sentimenti per entro una
comunità sociale può essere designata come una _coscienza collettiva_,
e le comuni direzioni di volere come un _volere collettivo_. Non
si deve però dimenticare che questi concetti non significano un
qualche cosa, che esista fuori dei processi di coscienza e di volere
individuali, così come la comunità stessa non è altro che la riunione
dei singoli. Ma questa riunione, in quanto dà prodotti spirituali, pei
quali nell’individuo esistono solo disposizioni appena abbozzate, e in
quanto influisce sullo sviluppo degli individui, è, ad egual diritto
che la coscienza individuale, un oggetto della psicologia. Imperocchè
a questa si presenta necessariamente il còmpito di spiegare quelle
relazioni, dalle quali sorgono i prodotti della coscienza collettiva e
del volere collettivo e le proprietà loro.
14_a_. I fatti che nascono dall’esistenza delle comunità
spirituali, sono entrati a far parte del còmpito della psicologia
solo in questi ultimi tempi. Prima i problemi spettanti a questo
ordine di fatti erano assegnati o a certe singole scienze dello
spirito (linguistica, storia, giurisprudenza, e simili), oppure,
per quanto erano di natura più generale, alla filosofia, cioè
alla metafisica. Per quel tanto che la psicologia trattava di
questi problemi, essa, al pari delle singole scienze speciali,
storia, giurisprudenza, ecc., era per lo più dominata da quel
punto di vista della psicologia volgare, che tende a considerare,
per quanto è possibile, tutti i prodotti spirituali della
comunità come invenzioni volontarie, sin dall’inizio rivolte a
determinati scopi d’utilità. Questo pensiero trovò la sua massima
espressione filosofica nella dottrina del “contratto sociale„,
secondo la quale la comunità spirituale non sarebbe originaria
e naturale, ma sarebbe da ricondursi all’arbitraria riunione di
una somma d’individui. Una conseguenza di questa concezione non
psicologica e affatto infruttuosa di fronte ai problemi della
psicologia sociale, è che oggi ancora i concetti di una coscienza
collettiva e di un volere collettivo presentano le più false
interpretazioni. Invece di considerarli semplicemente come una
espressione della concordanza e delle relazioni effettivamente
esistenti tra gl’individui, si crede di scorgere dietro essi
un qualche essere mitologico, o almeno una sostanza metafisica.
Che tali opinioni siano stravaganti, dopo quanto si è detto, non
occorre più in là dimostrare. È però evidente che esse stesse sono
nate da quell’abusiva applicazione del concetto di sostanza, che
ha per così lungo tempo dominato la psicologia e che ha condotto a
ritenere eguali tra loro sostanza e realtà. In questa confusione
dei concetti si appalesa chiaramente la intima affinità dello
spiritualismo volgare con quel materialismo che è pur da esso
combattuto (Confr. a proposito di ciò, § 2, pag. 5 e seg.).