per lo modo detto, per avere meno a contendere di fuori, credendosi
fortificare dentro il suo stato e signoria, fece di presente pace e
accordo co' Pisani e con tutti i loro seguaci, non guardando a onte
o vergogne del Comune di Firenze: ove i Fiorentini speravano ch'egli
facesse ogni loro vendetta. E a' dì 14 d'ottobre si pubblicò e bandì
in questo modo, cioè: che la città di Lucca rimanesse a' Pisani per
quindici anni, e poi rimanesse in istato Comune, rimettendovi al
presente gli usciti guelfi di Lucca che tornare vi volessono, rendendo
loro i loro beni; e mettendo i Lucchesi in Lucca per podestà cui
eglino volessono: il detto tempo rimanendo a' Pisani la guardia del
castello dell'Agosta ch'è in Lucca, e tutta la guardia e dominazione
della terra. Il podestà di Lucca non aveva altro che il salario e 'l
nome, che altra signoria poco potea fare più, che piacesse a' Pisani;
ma pure era una possessione per lo nostro Comune, e freno a' Pisani
mentre che il duca dominava Firenze, dando i Pisani al duca ogni anno
ottomila fiorini d'oro; e i detti danari davan per censo il dì di san
Giovanni in una coppa d'argento dorata. Facendo franchi i Fiorentini
in Pisa per cinque anni, dove prima erano franchi per sempre, per gli
patti antichi, rimanendo d'accordo a' Fiorentini tutte le castella
di Valdarno e di Valdinievole, che eglino si tenevano, e Barga e
Pietrasanta. E che i Fiorentini dovessono rimettere in Firenze e trarre
di bando tutti i loro rubelli nuovi e vecchi, stati al servigio e
lega co' Pisani; e perdonare agli Ubaldini e a' Pazzi di Valdarno e
agli Ubertini, e trarre di pregione i Tarlati d'Arezzo rendendo loro
pace, e trarre di prigione messer Giovanni Visconti di Milano. E così
fu fatto di presente. Il quale messer Giovanni Visconti il duca vestì
nobilmente, e fornì di cavalli e di danari, e fecelo accompagnare
infino a Pisa. Il detto messer Giovanni domandò a' Pisani l'ammenda
de' suoi danni e interessi avuti per loro: gl'ingrati Pisani nol
vollono udire, ma appuosongli che egli era venuto in Pisa per trattare
cospirazione per lo duca e Comune di Firenze nella terra: e così si
partì villanamente. Della quale cosa messer Luchino signore di Milano
prese molto sdegno contra' Pisani. Per lo detto accordo dal duca a'
Pisani, tornaro i Bardi e i Frescobaldi e i loro seguaci in Firenze,
com'era di patto; e i Pisani lasciarono ogni prigione fiorentino, e i
loro collegati ch'erano presi in Pisa e in Lucca.
* * * * *
A dì 15 d'ottobre il duca fece in Firenze nuovi priori, i più,
artefici minuti, e mischiati di quegli che i loro antichi erano stati
ghibellini; e diede loro uno gonfalone di giustizia così fatto di
tre insegne: ciò fu, di costa all'asta l'arme del Comune, il campo
bianco e il giglio vermiglio; e appresso in mezzo, la sua, il campo
azzurro e biliottato col leone ad oro, e al collo del leone uno scudo
coll'arme del popolo; appresso l'arme del popolo, il campo bianco e la
croce vermiglia, e di sopra, il rastrello dell'arme del re. E mise i
priori dove prima stava l'esecutore, in sulla piazza, con poco uficio,
e minore balìa, con poco onore, sanza sonare campana o congregare il
popolo, com'era usanza. Del detto nuovo e dissimulato gonfalone, i
grandi che aveano fatto signore il duca, credendosi che al tutto egli
annullasse il popolo in detto e in fatto, come avea promesso loro, sì
si turbarono forte: e massimamente perchè in que' dì fece condannare
uno della casa de' Bardi in cinquecento fiorini d'oro, o nella mano,
perchè avea stretta la gola a uno suo vicino popolano perchè gli diceva
villania. E così puttaneggiando dissimulava il duca co' cittadini,
togliendo ogni baldanza a' grandi che l'aveano fatto signore, togliendo
la libertà e ogni balìa e uficio: e altro che il nome de' priori
e popolo non rimase loro. E cassò l'uficio de' gonfalonieri delle
compagnie del popolo, e tolse loro i gonfaloni; e ogni altro uficio
e ordine del popolo che fosse, levò via, se non a suo beneplacito,
ritenendosi co' beccai, vinattieri, e scardassieri, e artefici minuti,
dando loro consoli e rettori al loro volere, dimembrando gli ordini
dell'arti a chi erano sottoposti, per volere maggiore salario di loro
lavorii. Per le sopradette cagioni, e altre fatte per lui, si formò
cospirazione contro il duca per i grandi e popolani medesimi che
l'aveano fatto signore.
E fece torre tutte le balestre grosse a' cittadini, e fece fare
l'antiporto dinanzi al palagio del popolo, e ferrare le finestre della
sala di sotto, ove si facea il consiglio, per gelosia e sospetto de'
cittadini; e fece comprendere tutto il circuito dal detto palagio a
quegli che furono de' Figliuoli Petri, e le torri e case de' Manieri, e
de' Mancini, e del Bello Alberti, comprendendo tutto l'antico Gardingo
e entrando in sulla piazza. Il detto compreso fece cominciare e fondare
di grosse mura e torri e barbacani per fare col palagio insieme uno
grande e forte castello, lasciando il lavorio d'edificare il Ponte
vecchio, ch'era di tanta necessità al Comune di Firenze, togliendo di
quello pietre conce e legname. Fece disfare le case di santo Romolo
per fare piazza fino alle case del Garbo. E mandò a corte al papa
per licenza di potere disfare san Piero Scheraggio, santa Cicilia,
e santo Romolo; ma non gli fu assentito per la Chiesa di Roma. Fece
torre a' cittadini certi palagi e fortezze e belle case ch'erano nella
circumstanza del palagio, e misevi dentro suoi baroni e sua gente sanza
pagare alcuna pigione. Fece fare alle porte nuovi antiporti di costa a'
vecchi per più fortezza, e rimurare le porte.
Di donne e di donzelle de' cittadini per sè e per sue genti si
cominciarono a fare di forze e di violenze, e di laide cose. E
infra l'altre, per cagione di donne tolse san Sebbio a' poveri di
Cristo, ch'era alla guardia dell'arte di Calimala, e diello altrui
illicitamente. E per amore di donna rendè gli ornamenti alle donne di
Firenze. E fece fare il loco comune delle femmine mondane, onde il suo
maliscalco traeva molti danari.
Fece fare le paci tra' cittadini e' contadini; e questo fu il meglio
che facesse: ma bene ne guadagnò egli e' suoi uficiali grossamente da
coloro che le chiedevano. Levò gli assegnamenti a' cittadini sopra le
gabelle, de' danari convenuti prestare loro per forza al Comune di
Firenze per la guerra di Lombardia e quella di Lucca, ch'erano più di
trecentocinquanta migliaia di fiorini d'oro, assegnati in più anni
con alcuno guiderdone. E questo fu grande male, onde i cittadini più
si gravarono; e fu rompimento di fede al Comune: e molti cittadini
che doveano avere grossamente dal Comune, ne furono diserti. E recò a
se tutte le gabelle, che montavano più di dugentomila fiorini d'oro
l'anno, sanza l'altre entrate e gravezze. Fece fare l'estimo in città
e in contado, e fecelo pagare: che montò più di ottantamila fiorini
d'oro. Onde i grandi e' popolani e' contadini che viveano di loro
rendite, se ne teneano forte gravati. E quando fece fare l'estimo,
promise e giurò di non fare di nuovo altre gravezze o imposte o
prestanze: ma non l'osservò; ma al continuo gravò i cittadini di
prestanze. E fece criare e crescere nuove e isformate gabelle per uno
ser Arrigo Fei, a cui egli era amico, che sapeva trovare modo d'avere
danari, onde che si venissero. Sicchè in dieci mesi e diciotto dì
ch'egli regnò signore, gli vennono alle mani, di gabelle, e d'estimo,
e di prestanze, e di condannagioni, e d'altre entrate, presso che
quattrocentomila fiorini d'oro, solo di Firenze; sanza quelli che
traeva dell'altre terre vicine ch'egli signoreggiava, de' quali rimandò
tra in Francia e in Puglia più di fiorini dugentomila d'oro. Perocchè
non teneva, fra tutte le terre ch'egli signoreggiava, ottocento
cavalieri, e quegli pagava male: e al bisogno della sua ruina se
n'avvide con suo danno e vergogna.
* * * * *
Gli ordini de' suoi uficiali e consiglieri erano in questo modo. I
priori, come noi avemo detto, erano in nome, ma non in fatto, ch'erano
sanza alcuna balìa. Era il podestà messer Baglione de' Baglioni da
Perugia, che guadagnava volentieri; e messer Guiglielmo d'Asciesi
chiamato conservadore, ovvero assassino di lui, e bargello: e stava
ne' palagi de' Cerchi Bianchi nel Garbo. Aveva il duca tre giudici
ordinari, che si chiamavano della sommaria, che teneano corte nelle
nostre case e cortili e logge de' figliuoli Villani da san Brocolo:
e questi giudici rendeano ragione di fatto con molte barattiere.
Eravi uno messer Simone da Norcia giudice sopra rivedere le ragioni
del Comune, ed era più barattiere di coloro che condannava per
baratteria: e abitava ne' palagi che furon de' Cerchi da san Brocolo.
Di suo consiglio era il vescovo di Lecce sua terra di Puglia: e
suo cancelliere era Francesco il vescovo d'Asciesi fratello del
conservadore: il vescovo d'Arezzo degli Ubertini, e messer Tarlato da
Pietramala, e il vescovo di Pistoia e quello di Volterra, e messer
Ottaviano de' Belforti di Volterra. Questi tenea per sicurtà di loro
terre, e i vescovi per una coperta ipocrisia. Co' cittadini aveva di
rado consiglio, e poco gli prezzava, e meno gli serviva, ristrignendosi
solo al consiglio di messer Baglione, e del conservadore, e di messer
Cerrettieri de' Visdomini, uomini corrotti in ogni vizio, a sua
maniera. Faceva i suoi decreti di fatto e sotto suo suggello, il quale
il suo cancelliere si faceva bene valere.
* * * * *
Signore era di piccola fermezza e di meno fede di cose che promettesse;
cupido e avaro, e male grazioso: piccoletto di persona, e brutto e
barbucino, e parea meglio Greco che Francesco, sagace e malizioso molto.
* * * * *
Il suo conservadore fece impiccare messer Piero da Piacenza uficiale
della mercatanzia, opponendogli baratteria, e che mandava lettere
a messer Luchino da Milano. Fece costringere i mallevadori di Naddo
di Cenni degli Oricellai, ch'era a' confini a Perugia, e fecelo
tornare, con sua sicurtà; ed egli tornò a dì 11 di gennaio: e non
osservandogli fede, il fece impiccare con una catena in collo,
acciocchè non potesse essere ispiccato; e tolse a' suoi mallevadori
cinquemilacinquecentoquindici fiorini d'oro, opponendo ch'egli gli avea
frodati al Comune in Lucca, oltre agli altri che gli avea tolti prima.
E tutti i suoi beni, confiscò a se, opponendogli ch'egli avea trattato
col Comune di Siena e di Perugia contra lui, i quali non amavano la
vicinanza e signoria del duca: e forse in parte fu vero. Questo Naddo
fu sagace e sottile uomo, e molto grande e presuntuoso uomo in Comune,
e bene guadagnava volentieri. Il padre, Cenni di Naddo, stato molto
grande in Comune; per dolore del figliuolo e per temenza del duca si
fece frate di santa Maria Novella: e fece bene dell'anima sua, se 'l
fece con buona intenzione, per fare penitenzia delle colpe commesse
in Comune, spezialmente in sturbare l'accordo co' Pisani, il quale si
potea avere assai onorevolemente per lo nostro Comune, come toccammo
addietro.
In questi tempi, del mese di marzo, fece il duca lega e compagnia co'
Pisani, e taglia di duemila cavalieri contra ogni loro avversario. I
Pisani teneano ottocento cavalieri, e il duca milledugento cavalieri;
la quale compagnia molto dispiacque a' Fiorentini e a tutti i Toscani
guelfi; e poco s'osservò, perchè non era piacevole mischiato, nè buona
compagnia. Del mese di marzo detto il duca fece nel contado di Firenze
sei podestà, uno per sesto, con grande balìa di potere fare giustizia
reale e personale, e con grandi salarii: e i più furono delle case de'
grandi, e di quelli che di nuovo erano stati rubelli, e rimessi in
Firenze di poco. La qual nuova signoria molto dispiacque a' cittadini,
e più a' contadini, che portavano la spesa e la gravezza.
* * * * *
Fece pigliare uno Matteo di Morozzo, e in su un carro il fece
attanagliare, e levargli le carni co' rasoi d'addosso, e poi dalla
piazza alle forche istrascinare sanza asse, e poi il fece impiccare,
perch'aveva rivelato uno trattato de' Medici e d'altri che doveano
offendere il duca. Egli non volle credere, che venia a suo pericolo e
danno, di quello che gli avvenne. L'ultimo dì di marzo fece impiccare
in su 'l monte Rinaldo Lamberto degli Abati, il quale era suto valente
uomo nell'oste nostra a Lucca, ch'era colle masnade di messer Mastino,
perchè gli avea rivelato uno trattato che certi grandi di Firenze
teneano contro il duca con messer Guido Ricci da Fogliano capitano
della gente di messer Mastino, opponendogli il contrario, ch'egli tenea
trattato con messer Mastino di torgli la signoria. La qual cosa non
fu vero, ma fu vero quello che il detto Lamberto gli avea rivelato:
ma per le sue opere viveva in grande sospetto e gelosia. E chiunque
gli rivelava trattato o da beffe o da dovero, o parlava contra lui, il
faceva morire di crudeli tormenti per mano del suo conservadore.
* * * * *
Per la Pasqua della Resurrezione, l'anno 1343, il duca tenne grande
festa a' cittadini e a' suoi baroni e conestabili e soldati, con
grandi corredi; ma con mala volontà de' cittadini. E fece tenere
giostra nella piazza di santa Croce per più giorni; ma pochi cittadini
vi giostrarono, che già a' grandi e a' popolani cominciavano a
dispiacere i suoi processi. All'uscita d'aprile del detto anno ordinò
e cominciò ad afforzare e chiudere san Casciano per riducervi dentro
le villate d'intorno, e che si chiamasse Castelducale, ma poco andò
innanzi. Fecesi in Firenze sei brigate per fare festa, di gente di
popolo minuto, vestiti insieme ciascuna brigata per se, e danzando
per la terra. La maggiore fu nella Città Rossa, e il loro signore fu
chiamato lo Imperadore: l'altra a san Giorgio, e chiamavasi quella del
Paglialoco: e ebbono zuffa queste due brigate insieme. L'altra fu a san
Friano, e una nel borgo d'Ognissanti: l'altra da san Paolo: l'altra
nella via Larga degli spadai. E fu motiva e consentimento del duca per
recarsi l'amore del popolo minuto, per quella isforzata vanità: ma poco
gli valse al bisogno. Per la festa di san Giovanni, fece fare l'offerta
all'arti al modo antico, sanza i gonfaloni: e la mattina della festa
oltre a' ceri usati delle castella del Comune, ch'erano da venti, ebbe
da venticinque drappi ovvero palii ad oro, e bracchetti e sparvieri e
astori per omaggio d'Arezzo, Pistoia, Volterra; e da san Gimignano,
e da Colle, e da tutti i conti Guidi e da Mangona e da Corbaia, e da
monte Carelli, e da Pontormo, e dagli Ubertini e da' Pazzi di Valdarno,
e da ogni baroncello e conticello d'attorno, e dagli Ubaldini; che,
coll'offerta de' ceri, fu una nobile cosa e festa. E raunaronsi tutti
i ceri, palii, e gli altri tributi tutti alla piazza di santa Croce; e
poi l'uno appresso l'altro andaro al palagio dov'era il duca, e poi gli
offersono a san Giovanni. Fece aggiugnere al palio dello sciamito da
rovescio una fodera di vaio isgrigiato quant'era lunga l'asta, ch'era
molto ricco a vedere. E fece molto ricca festa e nobile, e fu la prima
e la sezzaia ch'egli dovea fare in Firenze per le sue ree operazioni.
* * * * *
All'uscita di giugno fece fare una sconcia giustizia; che uno Bettone
Cigni da Campi, de' menatori de' buoi dell'antico carroccio, il quale
di poco il duca l'avea fatto de' priori per la dignità del carroccio,
e vestitolo di scarlatto, poich'egli uscì dell'uficio, si dolse, e
disse alcuna parola oziosa per una imposta che gli era stata fatta,
il duca gli fece cavare la lingua infino alla strozza, e con quella
innanzi in su una lancia per dilegione il mandò per tutta la terra, e
poi il mandò a' confini a Pesaro: e per quella tagliatura della lingua
morì. Di questa giustizia si turbarono molto i cittadini; e ciascuno la
riputava in sè di non potere parlare o dolersi de' torti e oltraggi che
gli fossero fatti. Ma la persona di Bettone era degna di quello, e di
peggio; ch'egli era pubblicano e villano gabelliere, e colla peggiore
lingua che uomo di Firenze: sicchè morì nel peccato suo.
A dì 2 di luglio il duca fermò lega e taglia con messer Mastino della
Scala, e co' marchesi da Esti, e col signore di Bologna, e con lui
contrasse parentado: ma più gli era utile la compagnia e benivolenza
de' cittadini di Firenze, la quale al tutto s'aveva levata e tolta;
e quella che fece con quelli signori, poco o niente gli valse al suo
bisogno, e poco durò. Assai avemo detto sopra i processi e opere del
duca d'Atene fatte in Firenze mentre ne fu signore: e non si potea
fare di meno, acciocchè sieno manifeste le cagioni perchè i Fiorentini
si rubellarono della sua signoria, e perchè prendano esempio per lo
innanzi quelli che sono a venire di non volere signore perpetuo nè a
vita. Il dì e l'ora che prese la signoria, per gli savi astrolaghi fu
preso l'ascendente, che fu gradi ventidue del segno della Libra, segno
mobile, e opposito del segno d'Ariete significatore di Firenze, e in
termine di Marte; e Marte, nostro significatore, era nel detto segno
della Libra contrario alla sua casa, e il suo signore Venus nel Leone
gradi otto, faccia di Saturno, e contrario alla sua triplicità. Per la
quale costellazione dissono d'accordo i detti astrolaghi, che la sua
signoria non dovea compire l'anno; e come l'uscita sua doveva essere
vituperevole e con molti tradimenti e romore, ma con pochi omicidii.
Ma più credo che fosse la cagione il suo male reggimento e le sue ree
opere per lo suo pravo e libero arbitrio, usandolo male.
* * * * *
E' si dice tra noi Fiorentini uno antico proverbio e materiale cioè:
_Firenze non si muove, se tutta non si dole_: e benchè il proverbio sia
di grosse parole e rima, per isperienza si trova di vera sentenzia, e
viene a caso della nostra presente materia; che al certo il duca non
ebbe regnati sei mesi, che quasi a' più de' cittadini non dispiacesse
la sua signoria per i suoi iniqui e malvagi processi, come detto avemo
addietro, e più ancora che scritto non s'è per noi; perocchè ogni
singolare cosa e sue operazioni non ho potuto sapere nè ricogliere, ma
le generali e aperte assai si può comprendere. Prima per i grandi che
l'avevan fatto signore, e aspettavano da lui avere stato e grandezza,
come aveva loro promesso: sì si trovarono ingannati e traditi: e
eziandio quegli grandi ch'egli avea rimessi in Firenze, non parea
loro essere bene trattati; e i grandi e' possenti popolani che prima
aveano retta la terra, ch'al tutto gli avea annullati e tolto loro ogni
stato, onde il nimicavano a morte. E a' mediani e artefici spiacea la
sua signoria, per non guadagnare, e per lo male stato della città,
e per le 'ncomportabili gravezze sì d'estimi, sì di prestanze, e
d'intollerabili gabelle, e per levare a' cittadini gli assegnamenti
sopra le gabelle de' danari prestati al Comune. E dove i cittadini
aveano speranza che per lo suo reggimento si scemasse le spese, e
desse loro buono stato, egli fece il contrario. E per male ricolte,
valse lo staio del grano più di soldi venti: onde il popolo minuto male
se ne contentava. E per gli oltraggi fatti per lui e le sue genti alle
donne, e per altre forze e rigidezze e crude giustizie, per le quali
cagioni quasi tutti i cittadini erano commossi a mala volontà contro
a lui: onde più congiurazioni s'ordinarono per toglierli la signoria
e la vita; e chi per una forma, e chi per un'altra trattavano, non
sappiendo al cominciamento l'una setta dell'altra, che non s'ardivano
a scoprire per le sue crudeli giustizie; che eziandio chi gli rivelava
il trattato, il facea morire, com'è detto addietro. I principali furono
tre sette e congiurazioni; della prima fu capo il nostro vescovo degli
Acciaiuoli, frate predicatore, che al cominciamento delle sue prediche
tanto il magnificava e gloriava; e con lui teneano i Bardi; ciò furono
i principali: messer Piero e messer Gierozzo e messer Jacopo di messer
Guido, e Andrea di Filippozzo e Simone di Geri, tutti della casa de'
Bardi, e rimessi in Firenze per lo duca. E de' Rossi, Salvestrino e
messer Pino, e più loro consorti. E de' Frescobaldi il priore di san
Jacopo, messer Agnolo, e Giramonte, anche rimessi in Firenze per lo
duca; e Ugo di Vieri degli Scali, e più altri grandi e popolani.
Altoviti, Magalotti, Strozzi e Mancini. Della seconda congiura era
capo messer Manno Donati, e Corso di messer Amerigo Donati, e Bindo e
Beltramo e Mari de' Pazzi, e Niccolò di messere Alamanno, e Tile di
Guido Benzi degli Adimari, e certi degli Albizi. Della terza setta e
congiura era capo Antonio di Baldinaccio degli Adimari, e' Medici,
e Bordoni, e Oricellai, e Luigi di Lippo Aldobrandini e più altri
popolani e mediani. E troviamo che in più modi cercavano di toglierli
la signoria, e chi la vita: chi trattava co' Pisani, e chi co' Sanesi,
e Perugini, e co' conti Guidi: e alcuno d'assalirlo in palagio,
andando al consiglio; ma per sua gelosia, di ciò si provvide, che
due volte mutò i sergenti e famigliari che guardavano il palagio; e
per sospetto fece ferrare le finestre del palagio. E alcuno disse di
saettarlo quando andava per la terra. L'altra setta ordinò d'assalirlo
in casa gli Albizi il dì di san Giovanni, che vi dovea andare a vedere
correre il palio: e anche per sospetto non v'andò. La terza setta avea
ordinato, imperocch'egli cavalcava sovente per amore di donna, da casa
i Bordoni alla Croce al Trebbio: questi v'allogarono due case, una
da ciascuno capo della via, e quelle guernirono d'arme e di balestra
e di sbarre per asserragliare la via dell'uno capo e dell'altro per
rinchiuderlo in mezzo. E ordinato aveno da cinquanta masnadieri
arditi e franchi, che 'l doveano assalire, con certi caporali giovani
e grandi e popolani a cui ne caleva, e aveanne voglia di farlo; e
assalito il duca, levare la terra a romore. I caporali di fuori doveano
essere in arme a cavallo e a piè al soccorso per atterrare lui e la
sua compagnia, perocchè al principio egli cavalcava con venticinque in
trenta compagni di sua gente disarmati, con alquanti cittadini grandi
e popolani, di coloro medesimi ch'erano congiurati contro a lui. Ma
tanto gli fu messo sospetto, che poi menava a sua guardia due masnade
di cinquanta suoi cavalieri, e da cento fanti armati: e ismontato da
cavallo, restavano armati in sulla piazza del palagio a sua guardia.
Ma poco gli valevano al suo riparo, per l'ordine preso per le dette
congiure alla sua ruina; perocchè quasi tutti i cittadini erano
commossi contra lui per le sue ree opere.
* * * * *