Queste cose succedono acciocchè nè l'uomo singolo per autorevole che

paia, nè i popoli per quanto si tengano grandi arroghino a sè il vanto

della rovesciata ingiustizia e delle franchigie istaurate. E acciocchè

meglio si umiliino, segue che le trame loro stesse in uno o in più

punti si vengano l'una con l'altra intralciando, e che da quello che

umanamente è nodo, si svolga inopinato il divino scioglimento. Coteste

trame, intrecciate tra loro, invece di farsi rete ai deboli serrano

tutt'intorno il potente violento, e lo fanno rimanere immoto come in

un lago di ghiaccio. Egli sente mutato ogni cosa intorno a sè, e non

sa che cosa, appunto perchè il mutamento è nel tutto; come il nostro

e gli altri globi movendosi intorno al sole e a sè stessi, veggono

sopraggiungere inevitabile il verno e la notte. Se non che al violento

la mutazione sopravviene insolita, inesplicabile; e non gli par vero

che uomini, dianzi prostrati e mutoli, abbiano virtù di levare la voce

e la fronte. Ai sospetti antichi, ingiusti e incauti, succede una ancor

più incauta fidanza. Temendo dei proprii terrori, come di confessione

di debolezza e di reità, costui respinge da sè non pure i consigli

del bene, ma gli avvisi del pericolo, quegli avvisi che dianzi e'

comprava a caro prezzo da' suoi delatori; e con la propria malignità li

aggravava, quasi moneta coniata della sua impronta, per falsificarla

con più vile metallo. Adesso e del vero e del falso egli ha paura, e

meno che mai sa discernere nemici da amici; e coloro stessi che prima

gli servivano o fedeli o complici o compri, lo ingannano, o dal proprio

terrore ingannati, o stanchi, o pentiti, o preparandosi con perfidi

consigli un merito presso il vincitore e una via segreta di scampo.

Se uno dei tanti sospetti suoi cade in falso, il disingannarsi di

quello lo fa noncurante dei pericoli veri, sordo ai rumori crescenti;

e non sa dove cogliere, dove percuotere; paventa di troppo vedere,

e troppo scoprire ad altrui; irresoluto, come chi fra le tenebre ha

innanzi e dietro e da' lati un precipizio, e dopo lungo esitare e quasi

vaneggiare nel pensiero della elezione, si getta disperato nel più

rovinoso e più fondo.

Queste cose, nel ristampare il mio lavoruccio corretto, intendevo

dapprima innestare nella narrazione stessa, non in bocca di tale o

tale persona storica, bensì come considerazioni mie proprie; ma più

opportuno mi parve poi separarle, anzi serbarle alla fine, acciocchè

nel proemio non turbassero il giudizio che deve dai fatti medesimi

risultare. Le prefazioni vengono sovente importune anco in trattati

di scienza; e più vogliono essere scuse, più appaiono confessioni:

ma pochi le sanno leggere per il loro verso, que' pochi appunto ai

quali ogni prefazione è superflua. Nè sola la moralità ch'io ho notata

riesce dal mio racconto, o per dir meglio dalla storia che gli porge

argomento: e per questo la mi è parsa notabile, che offre quasi un

esempio ideale di quella concordia meritamente fortunata la quale

raccoglie le forze dissipate d'un popolo a fine giusto, concordia rara

quanto l'innocente esecuzione d'imprese per sè legittime, e quanto il

loro felice riuscimento. Il convenire dei diversi e divisi ordini della

città, e delle divise città di Toscana; l'accordarsi del sentimento

religioso col patrio, e la parte principale che prende un vescovo alla

cacciata del duca, erano cose tanto più degne di commemorazione che,

descrivendo cadeva di dover nettamente distinguere l'affetto cittadino

dall'odio, l'abominazione della prepotenza d'un uomo dall'avversione

contro la nazione di Francia. Più per istinto e per consiglio venutomi

dall'indole stessa de' fatti, che per meditazione o per arte, in

questo scritto, steso in quindici giorni ma poi quant'era da me

accuratamente corretto, mi son fermato assai più nell'uso e nell'abuso

che i cittadini fecero della vittoria, che non negli apparecchi della

resistenza e della battaglia; giacchè quella sentii essere la parte

maggiormente esemplare. Dico esemplare e nel bene e nel male: se non

che la troppo minuta enumerazione di certe atrocità vidi poi essere

inutile all'intento, e ne stralciai molte cose. Alcuni germi storici ho

svolti; non però quanti potevo; chè il tutto non si può svolgere nè si

deve dall'arte; e forse nella rapidità è verità più piena talvolta che

nella esattezza penosamente affettata. Ma questo, come tutti gli altri

argomenti, può essere ritrattato in nuove forme, secondo il variare de'

prospetti che si viene facendo nella varietà degli ingegni e de' tempi.

Nel sentenziare non poetico questo o quel tema, o non maneggiabile

se non in sola una forma d'arte, conviene andare a rilento: perchè

l'esperienza nuova che facciasi o da un uomo o da un popolo o da un'età

può a un tratto diffondere luce novella su fatti antichi notissimi,

e rischiararli di nuova moralità. Senza la quale da ultimo non c'è

poesia, ancorchè la moralità astratta non faccia poesia.

Soggiungo le narrazioni storiche del Villani e del Machiavelli,

acciocchè ognuno che vuole, giudichi quanto siasi serbato il colore de'

tempi, e rifaccia la storia da sè con la meditazione della fantasia e

dell'affetto. Non bado a comprovare nè con comenti nel testo nè con

note e citazioni la verità storica di certi accenni, alla quale mi sono

attenuto eziandio nel linguaggio, richiamando alcuni vocaboli spenti

nell'uso moderno ma che meglio ci trasportano al secolo e al luogo, non

però sì che il colorito dello stile non rimanga di lingua vivente. E

questo mi venne fatto sovente non per isforzo o per merito mio ma dello

stesso idioma toscano, che serba tuttavia vive e ne' monti e nel bel

mezzo delle città le antiche e in apparenza più riposte e artifiziate

eleganze.

Cadrebbe qui della grave questione proposta dalla coscienza e dal

sapere e dal senno del più grande tra i viventi poeti d'Italia e

d'Europa; se il romanzo storico sia opera conforme agli alti fini

dell'arte, conciliabile alla religione del vero. Potrebbesi dall'un

lato rispondere che il romanzo e il poema e il dramma, quali furono

trattati finora, non segnano gli estremi limiti nè dell'arte nè

dell'ingegno umano; ch'anzi l'essersi fatto in un certo modo è indizio

e prova del doversi fare altrimenti; e che gli stessi argomenti recati

dall'illustre uomo possono, anzichè sconsigliare novelle prove,

ispirarle. Dall'altro lato cadrebbe di rispondere che le obbiezioni

mosse alla mistione dell'imaginario col vero nell'opere d'arte possonsi

torcere non solamente contr'ogni rappresentazione de' fatti antichi

in parole, ma in qualunque sia segno visibile, contro la narrazione

storica stessa, contro l'esposizione dei fatti presenti, e fin contro

l'uso dell'umana favella. Nelle storie di Tacito e in tutte le storie

umane, nelle relazioni degli uomini di Stato e de' privati cittadini,

de' magistrati e de' testimoni intorno a cose vedute e provate ed

esaminate diligentemente, nella esposizione d'intimi affetti sentiti

da noi medesimi; chi può farsi mallevadore ad altri e a sè stesso

che ciascuna parola corrisponda così fedelmente alla proprietà delle

cose da non lasciar sospettare gli inconvenienti del romanzo storico

nella cronaca, nel giornale, nella lettera famigliare, in quei giudizi

ove dalla intelligenza d'una voce dipende tante volte l'onore e la

vita? Potrebbesi nelle cose d'arte e in tutte distinguere il falso,

l'imaginario, ed il finto; notare che il falso è sempre illecito, e

mai bello per sè; il finto che alcune cose suppone per farne grado a

altre, lo ammette la matematica nei postulati, le scienze corporee

nelle ipotesi, la logica nelle concessioni, nelle supposizioni la

vita quotidiana; che l'imaginato non solo è concesso alla mente ma

necessario, così come la facoltà da cui nasce, la quale è vita della

memoria e strumento alla stessa ragione; e che se può di lei farsi

abuso, anco della ragione si abusa. Se non che questi nuovi scrupoli

intorno alle difficoltà e ai pericoli e ai doveri dell'arte, onorano

non pure l'anima che li ha sentiti ma la nazione e il secolo in cui

tale anima nacque; e c'insegnano a usare e nel consorzio degli scritti

e in quel della vita il prezioso talento della parola con sempre più

attenta ponderazione, con sempre più severo amore, e con quel misto di

trepida sollecitudine e di schietta fiducia che appunto dall'amore è

ispirato e che sempre meglio lo ispira.

APPENDICE.

I.

DA G. VILLANI.

Grandi mutamenti e diverse rivoluzioni avvennero in questi tempi alla

nostra città di Firenze, per le nostre discordie tra' cittadini, e per

lo male reggimento de' Venti della balìa, come addietro avemo fatta

menzione. E fieno sì diverse, che io autore, che fui presente, mi fa

dubitare che per gli nostri successori fieno appena credute di vero: e

furono pure così come diremo appresso.

Tornando la detta nobile e grande oste e malavventurata da Lucca, e

rendutasi Lucca a' Pisani; i Fiorentini, parendo loro male stare, e

veggendo che messer Malatesta nostro capitano non s'era ben portato

nella detta guerra, e per tema del trattato tenuto col Bavaro; come

addietro toccammo, e per stare più sicuri, elessono per capitano e

per conservadore del popolo messer Gualtieri duca d'Atene e conte di

Brenna, di Francia, all'entrante di giugno 1342, con salaro e cavalieri

e pedoni ch'avea messer Malatesta, per termine d'uno anno. E volle il

detto duca, o per suo agiamento, o per sua sagacità, o per quello che

ne seguì appresso, tornare a santa Croce al luogo de' frati minori:

e la gente sua alloggiò d'intorno. E poi in calen d'agosto appresso,

finito il tempo di messer Malatesta, gli fu aggiunta la capitaneria

generale della guerra, e che potesse fare giustizia personale in città

e di fuori della città. Il gentiluomo veggendo la città in divisione,

ed essendo cupido di moneta, che n'avea bisogno come viandante e

pellegrino (e bench'egli avesse il titolo del ducato d'Atene, non lo

possedeva); avvenne che per sodduzione di certi grandi di Firenze, che

al continuo vi cercavano di rompere gli ordini del popolo, con certi

grandi popolani per essere signori, e per non rendere il debito loro a

cui doveano dare, e sentendo le loro compagnie essere in male stato; al

continovo a santa Croce l'andavano a consigliare, e di dì e di notte il

confortavano che si recasse al tutto la signoria libera della città in

mano. Il quale duca per le cagioni dette, e vago di signoria, cominciò

a seguire il malvagio consiglio, e a diventare crudele e tiranno,

sotto titolo di fare giustizia, e per essere temuto, e al tutto farsi

signore di Firenze.

* * * * *

Avvenne che il dì di san Jacopo, di luglio, negli anni 1342, essendo

molti Pratesi iti alla festa a Pistoia, Ridolfo di messer Tegghiaio

de' Pugliesi venne per entrare in Prato, che n'era ribello, con forza

degli Ubaldini e del conte Niccolò da Cerbaia, e con certi suoi fedeli,

nimici de' Guazzalotri, e con certi nostri contadini sbanditi, in

quantità di quaranta a cavallo e da trecento fanti a piedi; perocchè

gli doveva essere data l'entrata della terra. E per sua disavventura

non gli venne fatto; ma fu preso con venti nostri sbanditi andandosene

per Mugello agli Ubaldini, e menatone in Firenze preso con gli altri

insieme. Il duca lasciò i nostri sbanditi sopra i quali avea la

giuridizione: e al detto Ridolfo, che non gli era suddito nè sbandito

del comune di Firenze, a torto fece tagliare la testa. E questa fu la

prima giustizia ch'egli fece in Firenze; onde molto ne fu biasimato da'

savi uomini di Firenze, di crudeltà. E dissesi che n'ebbe moneta da'

Guazzalotri di Prato, ch'erano suoi nimici: ovvero il fece come dice il

proverbio de' tiranni, che dice: _chi uno offende, molti minaccia_.

Appresso all'entrare d'agosto il duca fece pigliare messer Giovanni di

Bernardino de' Medici, stato, per lo nostro Comune, capitano di Lucca,

e fecegli tagliare la testa, apponendogli (e fecegli confessare) che

per danari avea lasciato fuggire di Lucca e ire nel campo de' Pisani

messer Tarlato d'Arezzo, il quale aveva in sua guardia. E i più dissono

ch'egli non ne avea colpa, se non di mala guardia. Appresso, del

detto mese d'agosto fece pigliare Guiglielmo degli Altoviti, stato,

per lo nostro Comune, capitano d'Arezzo, e fecegli tagliare la testa,

trovando, per sua confessione, per lui fatte molte baratterie. E alcuno

disse che fu procaccio e spendio de' Tarlati d'Arezzo, i quali egli

avea mandati presi a Firenze: e a ciò diamo in parte fede. E condannò

uno nipote di questo Guiglielmo e Matteo di Borgo Rinaldi, stati

uficiali in Arezzo e in Castiglione Aretino, ciascuno in cinquecento

fiorini d'oro, per avere commesse baratterie. Ancora fece pigliare

Naddo di Cenni degli Oricellai grande popolano, il quale era stato in

Lucca uficiale sopra le masnade de' soldati, e fecegli rimettere nella

camera del Comune quattromila fiorini d'oro, i quali si disse ch'egli

avea avuti da' Pisani sotto falso trattato tenuto con loro, e giurato

sopra _Corpus Domini_ di fare loro compiere l'accordo di Lucca, quando

Cenni di Naddo suo padre era de' priori di Firenze. E oltre, a ciò gli

fece rimettere fiorini duemilacinquecento d'oro, i quali confessò avere

guadagnati in Lucca nelle paghe de' soldati e della vittuaglia; e per

grazia e per prieghi di molti popolani gli perdonò la vita, e prese

da lui mallevadoria di fiorini diecimila d'oro, e diegli i confini

a Perugia. E per simile modo fece rimettere a Rosso di Ricciardo

de' Ricci, compagno del detto Naddo e camarlingo in Lucca, fiorini

tremilaottocento d'oro, confessati che avea avuti in sua parte, e

guadagnati in Lucca sopra i soldati e sopra la vittuaglia: e per simile

modo a grandi prieghi gli perdonò la vita, e miselo in pregione per

l'avere e per la persona.

* * * * *

Per le dette giustizie fatte in avere e in persona di quattro popolani

i maggiori di Firenze, e delle maggiori case, Medici, Altoviti, Ricci

e Oricellai, il duca fu molto temuto e ridottato da tutti i cittadini:

e i grandi ne presono grande baldanza: e il popolo minuto ne fece

grande allegrezza, perchè avea messo mano nel reggimento. E quando

il duca cavalcava per la città, andavano gridando _viva il signore_:

e quasi in ogni canto e palagio di Firenze era dipinta l'arme sua

per gli cittadini, per avere la sua benivolenza; e chi per paura.

In questo tempo spirò l'uficio de' venti della balìa, stati rettori

ovvero guastatori della repubblica di Firenze; e lasciando il Comune

in debito di più di quarantamila fiorini d'oro co' cittadini, senza

il debito promesso a messer Mastino. Per le dette cagioni il duca ne

montò in grande pompa, e crebbegli la speranza del suo proponimento

d'essere al tutto signore di Firenze col favore de' grandi e del popolo

minuto. E così gli venne fatto. E per consiglio di certi grandi ne

richiese i priori, ch'allora erano nell'ufficio. I detti priori con

gli altri ordini, cioè i dodici buoni uomini e i gonfalonieri delle

compagnie, e con altri consiglieri, in nulla guisa vollono acconsentire

di sottomettere la libertà della repubblica di Firenze sotto giogo di

signoria a vita di neuno; il quale non fu mai acconsentito nè sofferto

per gli nostri padri antichi, nè all'imperadore, nè al re Carlo, nè a

neuno suo discendente, che tanto fossero amici o confidenti in parte

guelfa o parte ghibellina, nè per isconfitte o male stato ch'avesse

mai il nostro Comune. Il detto duca per sodducimento e conforto quasi

di tutti i grandi di Firenze, spezialmente di quegli della possente

casa de' Bardi, e Rossi e' Frescobaldi e Cavalcanti, Buondelmonti,

Adimari, Cavicciuli, Donati, Gianfigliazzi, Tornaquinci e Pazzi,

per rompere gli ordini della giustizia ch'erano sopra i grandi: e

così promise il duca di fare. De' popolani furono questi: Peruzzi,

Acciaiuoli, Bonaccorsi, Antellesi e loro seguaci, per cagione e male

stato delle loro compagnie, perchè il duca gli sostenesse in istato,

non lasciandogli rompere, nè strignere a pagare i loro creditori. E gli

artefici minuti, a cui era spiaciuto il reggimento de' venti popolani

grassi della balìa, tutti se gli proffersono in ajuto e in arme.

Il duca, il qual era sagace, e nutrito in Grecia e in Puglia più che

in Francia, veggendosi tanto favore e seguito, la vigilia di nostra

Donna di settembre fece ire uno bando per la città, che volea fare

parlamento la mattina vegnente in sulla piazza di santa Croce per

bene del Comune. I priori e gli altri reggenti sentendo la trama del

duca e del suo mal consiglio, non sentendosi forti nè provveduti, e

temendo che, facendosi il detto parlamento, non fosse discordia o

romore, o commutazione di città, sì v'andarono parte de' priori e de'

loro colleghi la sera a santa Croce, a trattare accordo col duca: e

dopo molto tirata e dibattuta la querela, essendo molto di notte,

rimasono in questa concordia col duca, cioè: che il Comune di Firenze

gli darebbe la signoria della città e del contado per uno anno, oltre

al tempo ch'egli l'aveva, con quella giuridizione e patti e gaggi

ch'ebbe messer Carlo duca di Calavra e figliuolo del re Ruberto gli

anni di Cristo 1326. E questo accordo si fermò per vallati e pubblici

istrumenti e carte per più notai dall'una parte e dall'altra: e

saramentò in sul messale che conserverebbe in sua libertà il popolo e

l'uficio de' priori e gli ordini della giustizia; riducendosi il detto

ordinato parlamento la mattina in sulla piazza de' Priori per osservare

i patti sopraddetti. La mattina di nostra Donna, a dì 8 di settembre

1342, il duca fece armare la sua gente intorno di centoventi uomini a

cavallo: e avea in Firenze da trecento de' suoi fanti; e quasi tutti

i grandi di Firenze erano dal suo lato. Messer Giovanni della Tosa e

i suoi consorti furono con lui a cavallo insieme con gli altri grandi

e popolani suoi amici con l'armi coperte: e accompagnaronlo da santa

Croce alla piazza de' Priori presso all'ora di terza. I priori insieme

con gli altri ordini del Comune scesono del palagio: e assettati a

sedere col duca in su la ringhiera, fatta la proposta, messer Francesco

Rustichelli giudice, ch'era allora priore, si levò suso ad aringare

sopra ciò: ma, com'era ordinato, non fu lasciato troppo dire, ma a

grida di popolo per certi scardassieri e popolazzo minuto, e certi

masnadieri di certi grandi uomini, cominciarono a gridare dicendo:

_Sia la signoria del duca a vita; sia il duca nostro signore_. E preso

per gli grandi, il portarono in sul palagio; e perchè il palagio

era serrato, gridarono alle scure: sicchè convenne che s'aprisse,

tra per forza e per inganno, il palagio; e misonlo in palagio e in

signoria. E i priori furono messi nella camera dell'arme del detto

palagio, vilmente. E fu tolto per certi grandi il gonfalone e il libro

degli ordini della giustizia sopra i grandi, e poste le bandiere del

duca in su la torre, e sonate le campane a Dio laudamo. E fece la

mattina all'entrare del palagio in su la porta due cavalieri, messer

Cerrettieri de' Visdomini ch'era suo scudiere e famigliare, e Rinieri

di Giotto da san Gimignano, stato capitano dei fanti de' priori, il

quale acconsentì al tradimento d'aprire e di dargli il palagio del

popolo, che agevole gli era a difenderlo, com'egli era tenuto e dovea

fare per suo onore. Assentì al detto tradimento messer Guiglielmo

d'Asciesi allora capitano del popolo, il quale rimase poi con lui

per suo bargello e carnefice, dilettandosi di fare crude giustizie

d'uomini. Messer Meliaduso d'Ascoli, allora podestà di Firenze, non

volle assentire al detto tradimento, anzi volle rinunziare l'uficio

della podesteria: benchè si disse per alcuno che tutto fece a frode

e inganno, perocchè poi rimase pure suo uficiale. Il duca e i grandi

feciono grande festa d'armeggiare, e la sera grandi luminarie e falò.

E ivi a due dì appresso si fece il duca confermare signore a vita per

gli opportuni consigli. E mise i priori nel palagio de' Figliuoli

Petri dietro a san Piero Scheraggio con venti fanti solamente, che ne

solevano prima avere cento, levando loro ogni uficio e signoria. E levò

l'arme a tutti i cittadini privilegiati, e di che stato si fossono. E

poi all'ottava di nostra Donna fece il duca grande festa e solennità a

santa Croce per la sua signoria, e fece offerire più di centocinquanta

prigioni. E il nostro vescovo sermonando, molto il lodò di magnificenza

al popolo. In questo modo con tradimento il duca d'Atene usurpò la

libertà della città di Firenze ch'era durata cinquant'anni, in grande

libertà, stato e signoria. E noti chi questo leggerà, come Iddio per

gli nostri peccati in poco tempo diede e permise alla nostra città

tanti flagelli, come fu diluvio, carestia, fame, mortalità, sconfitte,

vergogne d'imprese, perdimento di sustanze e di moneta, fallimenti di

mercatanti, e danni di credenza, e ultimamente di libertà, recati a

tirannesca signoria e servaggio. E però, per Dio, carissimi cittadini

presenti e futuri, correggiamo i nostri difetti, e abbiamo tra noi

amore e carità, acciocchè noi piacciamo all'altissimo Iddio, e non ci

rechiamo all'ultimo giudicio della sua ira, come assai ci mostra chiaro

per le sue visibili minacce. E questo basti a' buoni intenditori;

tornando a nostra materia de' processi del duca.

* * * * *

Poi appresso ch'egli ebbe la signoria di Firenze, a' dì 24 di settembre

ebbe la signoria d'Arezzo; e quella di Pistoia, dove avea già suoi

vicari il duca per lo Comune di Firenze, gli si dierono a vita; e

poco appresso per simile modo si dierono Colle di Valdelsa e san

Gimignano, e poi la città di Volterra: onde molto si crebbe lo stato

suo e signoria. E ricolse a se tutti i Franceschi e Borgognoni ch'erano

al soldo in Italia; di che tosto ne ebbe più di ottocento, sanza

gl'Italiani: e molti suoi parenti vennero a lui infino di Francia, per

le novelle ite di là, di lui, e della sua signoria e gloria. E quando

ciò fu rapportato al re Filippo di Francia suo sovrano, subitamente

disse a' suoi baroni che gli erano d'intorno, in sua lingua: _Albergé

il est le pélerin, mais il y a mauvais ostel_: il quale fu uno

proverbio molto di vera sentenzia, e profezia, come poco tempo

appresso gli avvenne. Ancora non è da dimenticare di mettere in nota

una breve lettera d'ammonizione e di grande sentenza, che si trovò in

uno suo forziere quando e' fu cacciato di Firenze, la quale gli avea

mandata il re Ruberto quando seppe ch'egli avea presa la signoria di

Firenze sanza sua saputa o consiglio, la quale di latino facemmo recare

in volgare per seguire il nostro stile, la quale dicea così:

«Non senno, non virtù, non lunga amistà, non servigi a meritare, non

vendicatogli delle loro onte, t'ha fatto signore de' Fiorentini, ma

la loro grande discordia e il loro grave stato; di che se' loro più

tenuto, considerando l'amore ch'eglino t'hanno mostrato, credendosi

riposare nelle tue braccia. Il modo c'hai a tenere volendoli bene

governare, si è questo. Che tu ti ritenga col popolo che prima reggeva:

e reggiti per lo loro consiglio e non loro per lo tuo. Fortifica

giustizia e osserva i loro ordini; e com'eglino si governavano per

sette, fa' che per te si governino per dieci, ch'è numero comune, che

lega in se tutti i singulari numeri (ciò vuol dire, non gli reggere

per sette nè divisi, ma a Comune). Abbiamo inteso che traesti quelli

rettori della casa della loro abitazione (ciò vuol dire de' priori)

del palagio del popolo fatto per loro. Rimettivegli a contentamento

del popolo; e tu abita nel palagio ove stava nostro figliuolo (cioè

nel palagio ove stava il loro podestà, ove abitava il duca di Calavra,

quando fu signore di Firenze). E se questo non fai, non ci pare che tuo

stato si possa stendere innanzi per ispazio di molto tempo. _Robertus

rex Jerusalem et Siciliae. Dat. Neapoli die_ XIX. _septembris_

MCCCXLII. _octava inditione_.»

* * * * *

E non è da lasciare di fare memoria della sformata mutazione d'abito,

che ci recarono di nuovo i Franceschi, quando venne il duca in Firenze.

Che anticamente il loro vestire e abito era il più bello e nobile e

onesto che di niuna altra nazione, a modo di togati Romani. Sì si

vestivano i giovani una cotta ovvero gonella corta e stretta, che non

si poteano vestire sanza l'ajuto altrui, e una correggia come cigna

di cavallo, con isfoggiata fibbia e puntale, con isfoggiata scarsella

alla tedesca sopra il pettignone, e il cappuccio vestito a modo di

scoccobrino col batolo infino alla cintola e più, ch'era cappuccio

e mantello, con molti fregi e intagli; e il becchetto del cappuccio

lungo infino in terra per avvolgerlo al capo per lo freddo; e colle

barbe lunghe per mostrarsi più fieri in arme. E i cavalieri vestiti

d'uno sorcotto ovvero guarnacca stretta cintavi suso, e le punte de'

manicottoli lunghe infino a terra foderati di vaio e ermellini. Questa

stranianza d'abito, non bello nè onesto, fu di presente preso per gli

giovani di Firenze, e per le donne giovani con disordinati manicottoli;

come per natura siamo disposti noi vani cittadini alle mutazioni de'

nuovi abiti e istrani contraffare oltre al modo d'ogni altra nazione,

sempre traendo al disonesto e a vanitade. Ciò fu segno di futura

mutazione di stato.

* * * * *

Il duca d'Atene · 第 11 / 14 段