la qual era più pronta a ciò fare, fu iscoperta per uno masnadiere
sanese, che dovea essere a ciò fare; e rivelolla a messer Francesco
Brunelleschi, non per tradimento, ma per consiglio come a suo signore,
credendo ch'egli il sapesse e tenesse mano alla congiura. Il quale
cavaliere per paura di non n'essere incolpato, ovvero per male de' suoi
nimici, che di tali erano caporali alla detta congiura; il manifestò
al duca, e menògli il detto fante sotto fidanza, il quale ritenne
segreto e disaminollo, e seppe d'alcuno ch'era de' detti congiurati e
caporali de' masnadieri. Di presente fece pigliare Pagolo di Francesco
del Manzeca, orrevole popolano di porta san Piero, tutto che fosse
brigante, e uno Simone da Monterappoli a dì 18 di luglio: e questi
confessarono e manifestarono, come Antonio di Baldinaccio degli Adimari
era loro capo con più altri; il quale Antonio richiesto, per sicurtà
di sua grandezza comparì. Il duca il fece ritener nel palagio; e lui
preso, tutti gli altri principali d'ogni setta chi si partì dalla
città, e chi si nascose per tema di loro; onde tutta la città fu in
gelosia e in grande sospetto e in timore. Il duca trovando la congiura
contro a lui sì grande, e che tanti grandi e popolani cittadini vi
teneano mano, non ardì di fare giustizia dei detti presi, che se subito
l'avesse fatta, e corsa la terra colla sua gente e col popolazzo minuto
che 'l seguivano, rimaneva signore: ma il suo peccato l'acciecò, e
gli mise tanta viltà e paura nell'animo, che non sapea che si fare. E
mandò d'intorno alle terre e castella per la sua gente, e al signore
di Bologna per ajuto: il quale gli mandò trecento cavalieri. E si
pensò di fare una grande vendetta e crudele di molti cittadini, con
grande tradimento: che perchè sabato mattina, a dì 26 di luglio, era
il dì di sant'Anna, il dì dinanzi fece richiedere molti cittadini che
furono più di trecento de' maggiori di Firenze, grandi e popolani
d'ogni famiglia e casato, ch'eglino venissono dinanzi a lui in palagio
per consigliare quello ch'avesse a fare de' presi; con intenzione che
come fossono raunati nella sala del palagio, che aveva le finestre
ferrate, come detto avemo, di fare serrare la sala, e quanti dentro
ve n'avesse, di fargli uccidere e tagliare, e correre la terra a modo
che fece l'empissimo Totila _flagellum Dei_ quando distrusse Firenze.
Ma Iddio, che sempre ha guarentita al bisogno la nostra città, per le
lemosine e per gli meriti delle sante persone, religiosi e laici, che
vi sono, innocenti, la guardò di tanto male e pericolo. Che prima messe
sospetto in cuore a tutti i richiesti di non andare in palagio al detto
consiglio, intra' quali ve n'aveano molti de' congiurati; e poi il dì
medesimo quasi tutt'i cittadini di grande accordo insieme, diponendo
tra loro ogni ingiuria e malavoglianza, scoprendosi l'una setta
all'altra, di loro ordini e trattati, tutti s'armarono per rubellarsi
da lui. Di questo macello che il duca dovea fare fu manifestato a noi,
poichè il duca fu uscito fuori della città.
* * * * *
Essendo la città di Firenze in tanto bollore e sospetto e gelosia, sì
per lo duca avendo scoperte le congiurazioni fatte per tanti cittadini
contra lui, e fallitogli il suo proponimento di non potere raccogliere
i nobili e possenti cittadini al falso e disleale consiglio, e da altra
parte i cittadini e i più possenti sentendosi in colpa delle congiure
fatte contra lui, e sentendo il mal volere del duca, e che già nella
terra avea più di seicento cavalieri di sue masnade, e ogni dì ne
giungevano; e la gente del signore di Bologna e certi altri Romagnuoli
che veniano in suo ajuto, e aveano già valicate l'Alpi, dubitarono che
lo indugio non fosse a loro pericolo, ricordandosi del verso di Lucano
che dice:
Tolle moras; nocuit semper differre paratis;
gli Adimari, Medici, e Donati, principali, sabato, sonata nona, usciti
i lavoranti delle botteghe a' dì 26 di luglio, il dì di madonna
sant'Anna, 1343, ordinarono che in Mercato vecchio e in porta san
Piero, certi ribaldi e fanti fittiziamente si azzuffassono insieme,
e gridassono _all'arme, all'arme_; e così feciono. La terra era
insollita e in paura. Incontanente tutt'i cittadini corsono a sgombrare
i cari luoghi; e di presente, com'era ordinato, tutti i cittadini
furono armati ciascuno a cavallo e a piedi, e ciascuno alla sua
contrada e vicinanza traeva, traendo fuori bandiere dell'armi del
popolo e del Comune, com'era ordinato gridando: _Muoja il duca e i suoi
seguaci, e viva il popolo e 'l Comune, e libertà!_ E di presente fu
sbarrata la città a ogni capo di via e di contrade. Quegli del sesto
d'Oltrarno, grandi e popolani, si giurarono insieme e si baciarono
in bocca, e sbarrarono i capi de' ponti, con intenzione che se tutta
l'altra terra di qua dall'acqua si perdesse, di tenersi francamente
di là. E mandarono il dì dinanzi da parte del Comune segretamente per
soccorso e ajuto a' Sanesi; e certi de' Bardi e de' Frescobaldi stati
in Pisa e tornati di nuovo in Firenze mandarono per loro ispezialità
per ajuto ai Pisani. La qual cosa quando si seppe per lo Comune e
per gli altri cittadini, forte se ne turbarono. La gente del duca,
sentendo il romore, sì s'armò e montò a cavallo; e chi potè di loro al
cominciamento, corsono alla piazza del popolo in quantità di trecento
a cavallo; gli altri, chi fu preso, e chi rubato per gli alberghi,
e per le vie fediti, morti e scavallati; e per gli serragli erano
impacciati, e rubati i cavalli e l'arme. E al cominciamento del
rumore trassono al soccorso del duca in sulla piazza de' Priori certi
cittadini amici del duca, cui egli avea serviti, che non sapevano il
segreto delle congiure; ciò furono, dei principali, messer Uguccione
Bondelmonti con alquanti suoi consorti, e con gli Acciaiuoli, e messer
Gianozzo Cavalcanti e de' suoi consorti, Peruzzi, Antellesi, e certi
scardassieri e alcuno beccaio, gridando: _viva il signore lo duca!_
come eglino s'avvidono che quasi tutti i cittadini erano sommossi a
furore contra lui, si tornarono a casa, e seguirono il popolo, salvo
messer Uguccione, cui il duca ritenne seco in palagio, e i priori
dell'arti, i quali erano rifuggiti in palagio. Ed essendo levato il
romore, e tutta gente ad arme, e quelli dei cinque sesti, ond'erano
capo gli Adimari, per iscampare Antonio di Baldinaccio loro consorto e
gli altri presi per lo duca, i Medici, Altoviti, Ricci, Oricellai, e
gli offesi da lui, come è detto addietro, presono le bocche dalle vie
che vanno in sulla piazza dei Priori, ch'erano più di dodici vie, e
quelle sbarrarono e afforzarono sì che nullo vi potea venire nè entrare
nè uscire dal palagio alla piazza. E di dì e di notte si combatterono
colla gente del duca, ch'erano in palagio e 'n su la piazza, ov'ebbe
alquanti morti, ma molti fediti de' cittadini per lo molto saettamento
e pietre che venivano dal palagio. Ma alla fine la gente del duca
ch'era in su la piazza, la sera medesima, non possendo durare,
lasciarono i loro cavalli, e i più di loro si fuggirono nel compreso
del palagio dov'era il duca e' suoi baroni; e alquanto si guarentirono
tra' nostri, lasciando l'armi e' cavalli: e chi preso, e chi fedito.
Come si cominciò il detto romore, Corso di messere Amerigo Donati co'
suoi fratelli e consorti e altri seguaci ch'aveano loro amici e parenti
in pregione, assalirono e combatterono le carceri delle Stinche,
mettendo fuoco nello sportello e bertesche ch'erano di legname; e
coll'ajuto de' pregioni dentro ruppono le dette carceri, e uscirono
tutti i detti pregioni. E con quello impeto, crescendo loro seguito
di messer Manno Donati, e di Niccolò di messer Alamanno, e di Tile di
Guido Benzi de' Cavicciuli, e degli altri consorti e fratelli d'Antonio
di Baldinaccio degli Adimari, e di Beltramo de' Pazzi e di più altri,
ch'avevano loro amici in bando e presi in palazzo, assalirono e
combatterono il palagio del podestà, ov'era messer Baglione da Perugia
podestà per lo duca. Il quale nè egli nè sua famiglia si misono a
resistenza, ma con grande paura e pericolo si fuggì a santa Croce. E
rubato il palagio d'ogni loro arnese in fino alle finestre e panche
del Comune; e ogni atto e scritture vi furono prese e arse, e rotta
la carcere della Volognana, e scapolati i pregioni. E poi ruppero la
camera del Comune, e di quella tratti tutti i libri ov'erano scritti
gli sbanditi e rubelli del Comune, e arsi tutti; e simile rubati tutti
gli atti dell'uficiale della mercatanzia sanza contasto niuno. Altra
ruberia ed offensione corporale non fu fatta in tanto scioglimento di
città, se non contro alla gente del duca; che fu grande cosa: e tutto
avvenne per l'unità in che si trovarono i cittadini a ricoverare la
loro libertà e quella della repubblica. E ciò fatto, il detto sabato
quelli d'Oltrarno apersono l'entrata dei ponti, e valicarono di qua a
cavallo e a piè in arme, e con gli altri cittadini de' cinque sesti
feciono levare le sbarre e serragli delle rughe maestre, e colle
insegne del Comune e del popolo cavalcarono per la città, gridando:
_Viva il popolo e Comune e sua libertà, e muoja il duca e' suoi!_ E
trovarsi i cittadini più di mille a cavallo benmontati e in arme,
tra di loro cavalli e di quelli tolti alla gente del duca; e più di
diecimila cittadini armati a corazze e a barbute come cavalieri,
sanza l'altro popolo minuto tutto in arme, sanza alcuno forestiere
o contadino. Il quale popolo fu molto nobile a vedere, e possente e
unito.
Il duca e sua gente veggendosi così fieramente assaliti dal popolo nel
palagio (ed era con più di quattrocento uomini, e non v'era quasi altro
che biscotto e aceto e acqua), ma credendosi guarentire dal furioso
popolo, la domenica mattina fece cavaliere Antonio di Baldinaccio degli
Adimari, il quale non si volea fare di sua mano; ma i priori, ch'erano
rinchiusi in palagio, vollono ch'egli si facesse a onore del popolo
di Firenze: e così fece. E poi lasciò lui e gli altri ch'egli avea
presi in palagio, e puose in sul palagio bandiere del popolo: ma però
non cessò l'assedio e furia del popolo. La domenica di notte giunse
il soccorso de' Sanesi, trecento cavalieri e quattromila balestrieri,
molto bella gente; e con loro, sei grandi e popolani cittadini di
Siena, ambasciadori. E i Samminiatesi mandarono al servigio del nostro
Comune dugento pedoni bene armati, e' Pratesi cinquecento fanti. E
vennevi di presente il conte Simone da Battifolle, e Guido suo nipote,
con quattrocento fanti. E di nostri contadini armati il seguente dì
vennono in grandissima quantità al Comune e a' singulari cittadini,
onde la città fu piena d'innumerabili cittadini e contadini in arme.
I Pisani mandarono alla richiesta di loro amici, come toccammo
addietro, sanza assento del Comune, cinquecento cavalieri, i quali
vennono infino al borgo della Lastra di là da Settimo. Sentendosi in
Firenze, se n'ebbe grande gelosia, e mormorio contro a que' grandi
a cui richiesta venivano: e per lo Comune a loro fu mandato che non
venissono; e così feciono. Ma tornandosi addietro, da quegli di
Montelupo e di Capraia e d'Empoli e di Pontormo furono assaliti, e
morti e presi più di cento pure de' migliori; e perderono più di cento
cavalli, tra morti e presi.
Arezzo, sentendo come il duca era al di sotto, assediato da' cittadini
di Firenze nel palagio, incontanente si rubellarono alla gente e
uficiali del duca per gli guelfi. E il castello d'entro fatto per
gli Fiorentini, fu assediato, che v'era Guelfo di messer Bindo
Bondelmonti per castellano, il quale di subito rendè agli Aretini,
sanza alcuna difensione. E in Castiglionaretino era Andrea di Tingo
de' Bardi, e Jacopo di Laino de' Pulci per castellani, e sanza alcuno
contasto renderono a' Tarlati d'Arezzo. E ciò veduto, i Pistolesi, si
rubellarono, e ridussonsi a loro libertà e popolo guelfo, e disfeciono
il castello fatto per gli Fiorentini, e ripresono Serravalle. E
rubelossi santa Maria a Monte, e Montepoli, tenendosi per loro;
rubellossi Volterra, e tornossi alla signoria di messer Ottaviano
de' Belforti, che prima la signoreggiava; e Colle e san Gimignano si
rubellarono dalla signoria del duca, e disfeciono le castella, e
rimasono in loro libertà. E tale fu la ruina della signoria del duca in
Firenze e intorno, in pochi giorni.
* * * * *
Venuti in Firenze i Sanesi e l'altra amistà, il vescovo con certi
altri buoni cittadini e popolani feciono richiedere a bocca tutta
buona gente, e sonare la campana del palagio del podestà, e bandire
parlamento per riformare lo stato e signoria di Firenze. E congregati
tutti in santa Reparata in arme il lunedì appresso, di grande accordo
elessono gl'infrascritti cittadini, ciò furono quattordici, sette
grandi e sette popolani, con grande balìa di riformare la città e
fare uficiali e leggi e statuti, per tempo e termine insino a calen
d'ottobre vegnente ciò furono del sesto d'Oltrarno messer Ridolfo
de' Bardi, messer Pino de' Rossi, e Sandro di Cenni de' Biliotti; e
di san Piero Scheraggio messer Giannozzo Cavalcanti, messer Simone
Peruzzi, e Filippo Magalotti; e per lo sesto di Borgo messer Giovanni
Gianfigliazzi, e Bindo Altoviti; per lo sesto di san Brancazio messer
Testa Tornaquinci, e Marco degli Strozzi; per lo sesto di porta del
Duomo messer Bindo della Tosa, e messer Francesco de' Medici; per lo
sesto di porta san Piero messer Talano degli Adimari, e messer Bartolo
de' Ricci. I detti quattordici elessono per podestà il conte Simone,
e raunaronsi nel vescovado. Ma il detto conte, come savio, rinunziò, e
non volle essere giustiziere de' Fiorentini; e però chiamarono messer
Giovanni marchese da Valiano: e infino che penasse a venire elessono
luogotenente del podestà gl'infrascritti sei cittadini, uno per sesto,
tre grandi e tre popolani; Oltrarno, messer Berto di messere Stoldo
Frescobaldi; san Piero Scheraggio, Taddeo di Donato dell'Antella; in
Borgo, Nepo degli Spini; san Brancazio, Pagolo Bordoni; porta del
Duomo, messer Francesco Brunelleschi; porta san Piero, Antonio degli
Albizzi. E stettono in palagio del podestà con dugento fanti pratesi,
e teneano ragione sommaria di ruberie e forze e simili, sanza altro
uficio.
In questa stanza non cessava l'assedio del duca, e di dì e di notte
combattendo il palagio, e di cercare di suoi uficiali. Fu preso uno
notaio del conservadore per gli Altoviti, stato micidiale e reo, e fu
tutto tagliato a bocconi. E appresso fu trovato messer Simone da Norcia
stato uficiale sopra le ragioni del Comune, il quale molti cittadini,
cui a diritto e cui a torto, avea tormentati crudelmente e condannati:
per simile modo a pezzi fu tutto tagliato. In porta santa Maria in su
la fogna uno notaio napoletano, ch'era stato capitano de' sergenti
a piedi del duca, reo e fellone, chiamato Filippo Terzuoli, tutto fu
abbocconato dal popolo. E uno ser Arrigo Fei, ch'era sopra le gabelle,
fuggendosi da' Servi vestito come frate, fu conosciuto da san Gallo, e
fu morto, e poi da' fanciulli trainato ignudo per tutta la città, e poi
in sulla piazza de' Priori impeso per li piedi, e sparato come porco,
e sbarrato. Tale fine ebbe della sua sforzata industria di trovare
nuove gabelle, e gli altri suddetti, della loro crudeltà. I signori
quattordici col vescovo, e col conte Simone e con gli ambasciadori di
Siena al continuo erano in trattato col duca per trarlo di palagio;
e sovente a vicenda, a parte a parte, di loro entravano in palagio e
uscivano, benchè poco piacesse al popolo. Alla fine nulla concordia
assentìo il popolo, se non avessono dal duca il conservadore, e il
figliuolo, e messer Cerrettieri Visdomini per farne giustizia. Il
duca in nulla guisa l'assentiva, ma i Borgognoni ch'erano assediati
in palagio s'allegarono insieme, e dissero al duca, che innanzi che
volessono morire di fame e a tormento, darebbono preso lui al popolo,
non che i detti tre: e ordinato l'aveano, e aveanne il podere di
farlo; tanti ve n'erano, e sì v'erano forti. Il duca veggendosi a tale
partito, acconsentì; e il venerdì, il primo dì d'agosto, in su l'ora
della cena, i Borgognoni presono messer Guiglielmo d'Asciesi, detto
conservadore della tirannia del duca d'Atene, e un suo figliuolo detto
messer Gabriello d'età di diciotto anni, e di poco fatto cavaliere
per lo duca, ma bene era reo e fellone a tormentare i cittadini: e
pinsolo fuori dell'antiporto del palagio in mano dell'arrabbiato
popolo, e de' parenti e amici cui il padre avea giustiziati, Altoviti,
Medici, Oricellai, e quegli di Bettone Cini, principali, e più altri.
I quali in presenza del padre per più suo dolore, il suo figliuolo,
pinto fuori, innanzi il tagliarono e smembrarono a minuti pezzi; e
ciò fatto, pinsero fuori il conservadore, e feciono il simigliante.
E chi ne portava un pezzo in su la lancia e chi in su la spada per
tutta la città; ed ebbonvi de' sì crudeli, e con furia sì bestiale e
tanto animosa, che mangiarono delle loro carni crude. E cotale fu la
fine del traditore e perseguitatore del popolo di Firenze. E nota, che
chi è crudele, crudelmente more, _dixit Dominus_. E fatta la detta
furiosa vendetta, molto s'acquetò e contentò la rabbia del popolo: e
fu però scampo di messer Cerrettieri, che dovea essere il terzo, e
bene lo meritava: ma saziati i loro avversari, non lo addomandarono;
e fuggendosi poi la sera fu nascosto e portato da certi di casa de'
Bardi, e altri suoi amici e parenti il trassono di palagio e menaronlo
via. E per la detta furiosa vendetta fatta sopra il conservadore e il
suo figliuolo, che avea giudicato a morte Naddo di Cenni e Guiglielmo
Altoviti e gli altri, poco appresso si feciono cavalieri due degli
Oricellai, e poi due degli Altoviti; la qual cosa fu poco lodata da'
cittadini.
* * * * *
Ma torniamo a nostra materia de' fatti del duca, che la domenica
appresso, dì 3 d'agosto, il duca s'arrendè e diede il palagio al
vescovo e a' quattordici, e a' Sanesi e al conte Simone, salve le
persone di lui e di sua gente. La qual sua gente uscirono con grande
paura accompagnati da' Sanesi e da più altri buoni cittadini. Il duca
rinunziò con saramento ogni signoria e ogni giuridizione e ragione
ch'avesse acquistata sopra la città e contado e distretto di Firenze,
dimettendo e perdonando ogni ingiuria, e a cautela promettendo di
ratificare ciò, quando fosse fuori del contado e distretto di Firenze.
E per paura della furia del popolo, con sua privata famiglia rimase in
palagio alla guardia de' detti signori infino al mercoledì notte dì 6
d'agosto. E racquetato il popolo, in su 'l mattutino uscì fuori del
palagio, accompagnato dalla gente de' Sanesi e del conte Simone, e da
più nobili e popolani e possenti cittadini, ordinati per lo Comune.
E uscì per la porta a san Nicolò, e passò l'Arno al ponte a Rignano
salendo a Vallombrosa e a Poppi; e là fatta la ratificazione promessa,
passò per Romagna e a Bologna, e dal signore di Bologna fu bene veduto
e ricevuto, e donò gli danari e cavalli; e poi se n'andò a Ferrara e a
Vinegia. E là fatte armare due galee, sanza prendere congìo di più di
sua gente che gli erano iti dietro, lasciandogli malcontenti di loro
gaggi, privatamente di notte si partì di Vinegia, e andonne in Puglia.
* * * * *
E cotale fu la fine della signoria del duca d'Atene, che avea con
inganno e tradimento usurpata la libertà sopra il Comune e popolo di
Firenze, per lo suo tirannesco reggimento mentre che la signoreggiò.
E come egli tradì il Comune, così da' cittadini fu tradito. Il quale
n'andò con molta sua onta e vergogna, ma con molti danari tratti
da noi Fiorentini, detti orbi in antico volgare proverbio, per gli
nostri difetti e discordie, lasciandoci di male sequele. E partito
il duca di Firenze, la città s'acquetò, e disarmaronsi i cittadini,
e disfecersi i serragli, e partironsi i forestieri e contadini, e
apersonsi le botteghe, e ciascuno attese a suo mestiere e arte. E i
detti quattordici cassarono ogni ordine e decreto che 'l duca avea
fatto, salvo che confermarono le paci tra' cittadini fatte per lui. E
nota, che come il detto duca occupò con frode e tradimento la libertà
della repubblica di Firenze il dì di nostra Donna di settembre, non
guardando sua reverenza; quasi per vendetta divina, così permise Iddio,
che i franchi cittadini con armata mano la racquistassono il dì della
sua madre madonna santa Anna, a dì 26 di luglio 1343: per la qual
grazia s'ordinò per lo Comune, che la festa di santa Anna si guardasse
come Pasqua sempre in Firenze, e si celebrasse solenne uficio e grande
offerta per lo Comune e per tutte l'arti di Firenze.
II.
DAL MACHIAVELLI.
Erasi nel principio di questa guerra data autorità a venti cittadini
d'amministrarla, i quali messer Malatesta da Rimini per capitano
dell'impresa eletto avevano. Costui con poco animo e meno prudenza
l'aveva governata; e perchè eglino avevano mandato a Roberto re
di Napoli per ajuti, quel re aveva mandato loro Gualtieri duca di
Atene, il quale, come vollono i cieli, che al mal futuro le cose
prepararono, arrivò in Firenze in quel tempo appunto che l'impresa di
Lucca era al tutto perduta; onde che quelli venti veggendo sdegnato
il popolo, pensarono, con eleggere nuovo capitano, quello di nuova
speranza riempiere, e con tale elezione o frenare, o torli le cagioni
di calunniarli. E perchè ancora avesse cagione di temere, e il duca
d'Atene gli potesse con più autorità difendere, prima per conservatore
e dipoi per capitano delle lor gente d'armi lo elessero. I grandi,
i quali per le cagioni dette disopra vivevano malcontenti, e avendo
molti di loro conoscenza con Gualtieri, quando altre volte il nome di
Carlo duca di Calavria aveva governato Firenze, pensarono che fosse
venuto tempo di poter con la rovina della città spegnere l'incendio
loro, giudicando non aver altro modo a domar quel popolo che gli aveva
afflitti, che ridursi sotto un principe il quale, conosciuta la virtù
dell'una parte e l'insolenza dell'altra, frenasse l'una, e l'altra
remunerasse; a che aggiungevano la speranza del bene che ne porgevano i
meriti loro, quando per loro opera egli acquistasse il principato.
Furono pertanto in segreto più volte seco, e lo persuasero a pigliar
la signoria del tutto, offerendogli quelli ajuti potevano maggiori.
Alla autorità e conforti di costoro s'aggiunse quella di alcune
famiglie popolane, le quali furono Peruzzi, Acciaiuoli, Antellesi,
e Buonaccorsi, i quali gravati di debiti, non potendo del loro,
desideravano di quel d'altri ai loro debiti soddisfare, e con la
servitù della patria, dalla servitù de' loro creditori liberarsi.
Queste persuasioni accesero l'ambizioso animo del duca di maggior
desiderio di dominare; e per darsi riputazione di severo e giusto, e,
per questa via, accrescersi grazia nella plebe, quelli che avevano
amministrata la guerra di Lucca perseguitava. E a messer Giovan
de' Medici, Naddo Ruccellai, e Guglielmo Altoviti tolse la vita; e
molti in esilio, e molti in danari ne condannò. Queste esecuzioni
assai i mediocri cittadini sbigottirono; solo ai grandi e alla plebe
soddisfacevano, questa perchè sua natura è rallegrarsi nel male, quegli
altri per vedersi vendicar di tante ingiurie dai popolani ricevute.
E quando passava per le strade, con voce alta la franchezza del suo
animo era laudata, e ciascuno pubblicamente a ritrovar le fraudi de'
cittadini e castigarle lo confortava.
* * * * *
Era l'ufficio de' venti venuto a meno, e la riputazione del duca
grande, e il timore grandissimo; talchè ciascuno per mostrarsegli
amico, la sua insegna sopra la casa sua faceva dipingere: nè gli
mancava ad esser principe altro che il titolo. E parendogli poter
tentare ogni cosa sicuramente, fece intendere ai signori, com'ei
giudicava per il bene della città necessario gli fusse concessa la
signoria libera; e perciò desiderava, poi che tutta la città vi
consentiva, che essi ancora vi consentissero. I signori, avvenga che
molto innanzi avessero la rovina della patria loro preveduta, tutti a
questa domanda si perturbarono; e con tutto ch'ei conoscessero il loro
pericolo, nondimeno per non mancare alla patria, animosamente gliene
negarono.
Aveva il duca, per dar di sè maggior segno di religione e d'umanità,
eletto per sua abitazione il convento de' frati minori di santa
Croce; e desideroso di dar effetto al maligno suo pensiero, fece per
bando pubblicare, che tutto il popolo la mattina seguente fosse alla
piazza di santa Croce davanti a lui. Questo bando sbigottì molto
più i signori, che prima non avevano fatto le parole: e con quelli
cittadini i quali della patria e della libertà giudicavano amatori, si
ristrinsero; nè pensarono, conosciute le forze del duca, di potervi
far altro rimedio, che pregarlo, a veder, dove le forze non erano
sufficienti, se i preghi, o a rimoverlo dall'impresa o a far la sua
signoria meno acerba bastavano. Andarono pertanto parte de' signori a
trovarlo, e uno di loro gli parlò in questa sentenza;
* * * * *
«Noi vegnamo, o signore, a voi, mossi prima dalle vostre domande, dipoi
dai comandamenti che voi avete fatti per ragunar il popolo; perchè ci
pare esser certi che voi vogliate istraordinariamente ottener quello
che per l'ordinario noi non v'abbiamo acconsentito. Nè la nostra
intenzione è con alcuna forza opporci ai disegni vostri, ma solo di
dimostrarvi quanto sia per esservi grave il peso che voi vi arrecate
addosso, e pericoloso il partito che voi pigliate, acciocchè sempre vi
possiate ricordare de' consigli nostri, e di quelli di coloro i quali
altrimente, non per vostra utilità ma per sfogar la rabbia loro, vi
consigliano.