Ma tra la gioja, e le doglianze della non piena vendetta, altre

lamentanze gravi facevansi sentire; il minuto popolo diffidava dei

grandi e de' popolani ricchi, e questi dei grandi e del minuto

popolo, e i grandi d'ogni razza di popolo, cencioso o no. Chi voleva

i diciannove gonfalonieri delle compagnie, a modo del popolo vecchio;

chi, otto priori popolani, due per quartiere, col gonfaloniere,

com'era prima; altri, non escludeva dal governo i grandi, ma chiedeva

che alcuni buoni popolani fossero aggiunti, i quali consigliassero i

priori, nè senza loro consentimento potessero questi fare deliberazione

grave: chi voleva l'intricata riformagione del MCCCXXVIII co' suoi

tanti squittinii: altri, che i priori nuovi eleggessero i successori

per lo avvenire; e i nuovi scelti fossero tratti a sorte di tempo

in tempo, siccome era stato altra volta tentato con mala fine: chi

ritornare cencinquant'anni addietro, ed eleggere consoli, con senato

di cento buoni uomini; e l'uffizio de' consoli durasse un anno o più,

e rendessero giustizia, senza podestà forestiero. E di tali differenze

le diffidenze si alimentavano; e non erano ancora discordie, ma le

discordie si venivano preparando; come quando arde il sole sereno, e

trae in alto i vapori, materia di subitane tempeste. Le gelosie e le

ignoranze del popolo, le gelosie e l'imperizie de' popolani ricchi, le

gelosie e gli orgogli de' grandi, fomentava la inquieta blaterazione

de' giuristi e de' saputi d'ogni maniera, i quali ne' reggimenti

degli stati sono come cani che si cacciano tra le gambe a chi va, e

ritardando l'irritano.

* * * * *

Due giorni ancora stette Gualtieri con la sua privata famiglia

in palagio, sbalordito di sbigottimento, inchiodato dalla paura,

forse invescato da una cieca, e a sè stesso ignota speranza, che,

nell'orgoglio così come nell'amore delusi, è più credula quanto più

vana. Sperava, non tanto nei soccorsi di fuori, non tanto nei vecchi

partigiani suoi dentro, quanto nelle discordie fiorentine, radice vera

alla sua potestà e de' suoi pari. Al presente, così diverso da tutto

il passato, non dava fede, nell'atto di toccarlo con mano; non dava

fede, a sè stesso: e credeva intanto fortune incredibili nella rovina

estrema; dacchè colpa e pena dei tristi è pretendere dagli uomini e

dal cielo miracoli, che i buoni appena ne sarebbero meritevoli, e pur

non li sognano. D'ora in ora strascinava, quasi serpe fiaccata, le sue

speranze; e il protrarre a qualunque costo le vituperose dimore nella

città, gli pareva ingegnoso e bello; come il reo condannato a morte, il

quale s'ingegna d'allungare la via che è fra le tenebre della carcere e

le tenebre del sepolcro.

Chiamava a sè or l'uno or l'altro de' cittadini, quando dei già più

devoti, e quando dei più avversi; e quelli rifuggivano dal vederlo,

per vergogna del popolo e di sè, questi per compassione più che per

ribrezzo; quelli più superbi di questi: ed egli, nelle parole avido,

altero nell'aspetto, pareva sentirsi signore tuttavia, come francese

di spiriti e uso al comando, e che de' cenni a sommo studio imperiosi,

e impetuosi a freddo, faceva già arte di regno. E così in quel

brigare seco stesso, distraeva l'anima dal senso dell'onta propria,

e dei rimorsi; e nel parer meno abietto, era più. Così il naufrago,

pieno ancora di vita i polsi e il petto, combatte con l'onde, che gli

soffogano, prima che la speranza, la vita.

Alla fine, il dì sesto d'agosto, uscì co' Sanesi, col conte Simone, con

molti nobili e popolani, deputati a ciò dal Comune. Era seco il barone

di Ciavignì, fattogli dalla sventura, non amico, ma pio. E Rinaldo

d'Altavilla che, uscito già di palagio, si disponeva a rimanere in

Fiorenza a' preghi de' buoni cittadini, volle tenergli compagnia, e

consolarlo di compassione, non loquace e non oltraggiosa. L'ora del dì,

e il disprezzo ormai pieno, sottentrato all'odio, fecero a Gualtieri

l'uscita tranquilla. Degli uomini, i più lo guardavano un tratto, per

figgersi bene in mente l'imagine dell'animale mal grazioso e maligno,

e dipingerla ai figliuoli e ai nepoti; altri al vederlo si voltavano

in là: le femmine, andando al mercato s'affisavano in lui, come si fa

in bruttezza spiacente, ma che pure incanta a riguardare, e dicevano:

«Fosse stata almen bella la fiera ch'avevam tolto a pascere! Quando

prendi un signore a vita, prendilo almeno che non paia la morte.

I' credo che Fiorenza abbia avuto un anno a rettore il più brutto

cristiano del mondo.»

Partito ch'e' fu, i cittadini si disarmarono, disfecersi i serragli,

i contadini si partirono e i forestieri con molti abbracciamenti:

apersersi le botteghe; e ciascuno attese a suo mestiere e arte. Il

Comune ordinò che la festa di sant'Anna, in memoria della liberata

città, si osservasse come pasqua sempre, e celebrassesi grande uffizio,

e solenne offerta dal Comune e da tutte le arti. E per rimeritare il

buono amore del conte da Battifolle, fu deliberato, gli si rendessero

le molte terre prese, e non mai stategli pagate dalla città di

Fiorenza. Poi commisero a messer Pino degli Alberti e a messer Niccolò

Guicciardini, inviati presso il pontefice, dessero notizia della

cacciata del duca, e delle ragioni che a ciò fare condussero la città.

Nè sappiamo che il pontefice scomunicasse o la città o gl'inviati.

Messere Giannozzo Cavalcanti promise scrivere della cosa a Francesco

Petrarca; e sperava da lui o una canzone, o, meglio, una lettera

latina, in quel pulito stile (diceva egli) e alto dettato ch'è proprio

a messer Francesco, e con eccellenti sentenze e autorità.

* * * * *

Quel dì stesso il vescovo, celebrato uffizio solenne, parlò al popolo

congregato: e come uomo savio, poco disse della consumata vittoria,

molto degl'incomincianti pericoli; dimostrò, come sempre, dov'è

discordia, ivi è debolezza; confortò a dibarbare dall'animo le minute

radici della diffidenza, che poi vengono pullulando in piante uggiose

e mortifere; non tenessero dentro il mal pensiero, ma con parole

misurate ed aperte lo esprimessero; se dell'esprimerlo vergognavano,

segno che il pensiero era vile: non con insidie nè con minaccie nè con

armi, ma con la persuasione inducessero altrui nella opinione propria;

eleggessero, in caso di differenza, arbitri da ambe le parti avuti in

onore; dalle vecchie memorie cogliessero le nobili ed amorose, le altre

in oblivione lasciassero; in ogni cosa osservassero carità; fossero

franchi e interi, e di buono consiglio. Soggiunse:

«Le cose passate ci siano ammaestramento, come Dio non lascia male

alcuno impunito, benchè non sempre la pena sia al tempo e a piacere de'

desideranti. E sia questo esempio a noi e a' cittadini che saranno,

acciocchè, per bene della loro città, non siano mai vaghi di fare

uffizii ad arbitrio; che sebbene si creano sotto titolo di utilità del

Comune, sempre fanno dolorosa riuscita, e ne nasce tirannica signoria.»

Poi, concludendo, pregò: «Padre sovrano, amico onnipotente degli

amici e de' nemici nostri, noi vi preghiamo e per essi e per noi; vi

preghiamo per le anime de' cittadini nostri morti in battaglia, e per

le anime de' nostri oppressori. A quelli e a questi risplenda l'eterna

luce; e tutti possiamo vederli un giorno nella gioja del vostro

immortale trionfo. Delle inutili o ree ferità contra loro commesse

noi vi chieggiamo perdono: non li vendicate, o Signore, della nostra

vendetta; ma l'odio che ci sospinse oltre alla necessaria difesa,

spegnete in noi. E io primo, indegnissimo della letizia e della gloria

di questo dì, confesso a voi nel cospetto del popolo vostro, che in

vedere la ingiustizia dominante, troppo più acre zelo che quel della

legge vostra mi divorò, che i privati odii mescolai negli uffizii del

mio ministero; e non con affetto, così come dovevo, accorato, ma con

ansia d'allegro desiderio, benedissi alla guerra. Perdono, Signore.

Fate in noi l'amore della cara libertà, non feroce, non superbo, non

interrotto da ree negligenze, non frodolento, non cupo; ma lieto,

modesto, pieno di fede operosa e di fiducia prudente, vigilante nella

pace, infaticato nell'armi, con magnanimità coraggioso.

* * * * *

Fuori di porta a San Niccolò cavalcava Gualtieri co' suoi; e le scorte

lo precedevano e seguivano; tutti in silenzio. Il conte d'Altavilla, e

il barone di Ciavignì, rimasi un po' addietro, venivano intertenendosi

in caro colloquio, il qual presentivano essere l'ultimo. E guardando

alla lietezza delle circostanti campagne, il barone diceva:

«Terra prediletta da Dio, e dalla matta discordia. E' non godono di

questa tanta bellezza, sì perchè in essa nacquero, e minor bellezza non

sanno; sì perchè l'odio fa velo all'anima loro, come all'infermo ogni

cibo soave sa d'amaro o di nulla.

--Credete, rispose il conte, ch'io ad ora ad ora m'inchinerei a baciare

questa terra e adorarla, siccome degno altare di Dio.

--A voi, conte, è più forte ragione d'amarla: chè avete qui radice

oramai. E v'invidio. Ma io!

--Che sarà, buono amico, di voi?

--Non so. Mi sento svogliato e d'ogni negozio umano, e d'ogni speranza.

A Gualtieri chi può pensare? Pietà mi stringe ad accompagnarlo per

poco; infino a Venezia forse: ma poi, i' me ne torno alla mia Francia,

dolcissima tuttavia delle contrade: e là, nelle mie terre, m'ingegnerò

di vivere tranquillo, infinattanto che il segno della guerra non suoni.

Guerra qualsiasi, non monta. L'ubbidienza debita al re signore nostro,

la smania che mi prende allo squillar d'una tromba, e, non foss'altro,

necessità di fuggire nota di codardo, mi risospingerebbero all'armi. Ma

sott'altro signore che sotto il naturale mio, non impugnerò lancia mai.»

In questo dire, videro uscire d'un sentieruolo sulla strada maestra un

povero contadino co' suoi arnesi in ispalla, che teneva la sua vecchia

moglie per mano, col suo fardello anch'essa, e andavano insieme in

quell'atto infantile, alleviando la fatica della via; e un piccolo cane

li seguiva con brevi passi, non mai dipartendosi dalle amate orme loro.

A quella vista il barone (che in altro tempo ci avrebbe posto mente,

come a una fronda d'albero che tremi nascosta fra mille), commosso

esclamò: «Queglino l'avvenir loro sanno (beati!) e se ne appagano. La

chiesetta che li benedisse infanti, li benedirà trapassati. Poche hanno

memorie, ma pure. Pochi piaceri: ma il piacere sentono più forte del

dolore; sentono la riconoscenza e il rispetto. Poco odiano, o almeno

odiano senza disprezzo, ch'è il veleno dell'anima.»

E il conte: «Ben dite: amara cosa il disprezzo.

--Ma di voi, riprese il barone, ditemi, conte, di voi. Sarete voi

dunque ormai negato alla terra di Francia?

E Rinaldo: «Non so. Qui mi confortano a rimanere i consorti e gli

amici degli Adimari, e sono di molti; poi tutti, che sanno com'io in

momenti difficili, francese di patria, sono stato d'anima fiorentino.

Ella, dopo il pericolo corso, s'è fatta più affettuosa e più intendente

che mai. Abbandonare questo amore che venne spontaneo a raccogliermi

quasi da terra, e a levare in alto lo spirito mio, non potrei. Ma

rimanere in Fiorenza parmi grave cimento. Repubblica è cosa mobile per

natura: stassera esaltato, sei calpesto domani. Il sospetto s'insinua,

com'ellera, in tali edifizii, e li dissolve. Se in me solo cadesse

il pericolo, sosterrei: ma se nel suocero mio, se in Matilde? E per

mia cagione fare la casa d'Antonio Adimari, d'accetta ch'ell'è alla

città, o aborrita o sospetta, l'avrei per misfatto. Poi nell'ebrezza

della vittoria, e nell'odio del nome francese, i più vani tra cotesti

Fiorentini (e son vani anch'essi), assalirebbero con parole pungenti,

non me, ma, ch'è peggio, la patria mia. Or nè l'amore, nè vincolo

alcuno farà sì ch'io dimentichi d'essere nato di padre e madre

francesi. Possente il duca, soffersi, perchè meritati: solo, e in mezzo

a' vincitori, meritati o no, non soffrirei tali oltraggi. E' misurano

Francia tutta dai tristi che qui corseggiarono: ma non conoscono

il puro antico sangue di Francia, le virtù nostre, non sempre forse

perseveranti nè modeste, ma splendide e generose. Or io questo risico

di contese continuo debbo cansare. Mi ritrarrò forse in qualche vicina

città, forse in Francia stesso, se Matilde consente, e i suoi. Non so.»

Il barone gli stese da cavallo la mano nuda del guanto, e gli disse:

«Vivete felice, degno uomo, onore nostro; e, rivediate o no Francia,

rammentatevi alcuna volta, che lì vive un vostro leale amico.»

* * * * *

Così fece il conte come pensava. Unitosi a Matilde, scelsero Siena a

dimora. Ma Matilde s'accorse che quel soggiorno non piaceva a lui se

non quanto ella c'era, e propose spontanea il viaggio di Francia: e il

padre assentì, sperando si rivedrebbero sovente, or egli in Tolosa,

or ella in Fiorenza. Se non che Dio aveva ordinato altrimenti: e la

tenera donna sopra parto morì. Fortunata, che sentì della vita tanto

dolore quanto giova a innalzare l'anima, e ad avvivare i diletti, non

più: fortunata, che non ebbe anni assai da languire nel tedio, nelle

lagrime, nel rimorso; ch'altri amplessi non conobbe che i primi e puri

d'un probo uomo, e svogliato del piacere, non della virtù: fortunata,

che della terra straniera godette le novità, abbellite dalla gioventù

e dall'amore, ma non ebbe tempo di provare quanto amaro sia vivere tra

gente ignota; esprimere gli affetti e le imagini dell'infanzia in un

nuovo idioma; ricominciare le prove, le consuetudini; rifare la vita.

T'addormentasti serena, o Matilde, in quella terra dov'altri Italiani

dovevano poi vegliare dura vigilia, e scendere illacrimati in compera

sepoltura.

* * * * *

Cavalcava Gualtieri in silenzio, ravvolgendo nell'animo mille pensieri

di matto, o d'infermo, che s'impedivano tra sè, e s'aggrovigliavano

come serpi: poi, strisciando via tutti, lo lasciavano vuoto, in quel

letargo dell'intelletto che i rei hanno comune co' mentecatti. Della

varia verdura, dell'ondeggiare dell'ultima messe delle vigne pregnanti

di sudata speranza, delle selve, de' colli, de' pianori, de' piani,

delle quiete e liete solitudini di Vallombrosa, de' freschi ruscelli

dalle vette del Casentino scendenti giù in Arno, niente vedeva: ma il

sole, dolcissimo padre di tanta bellezza, gli dava noja sotto al peso

dell'armi, e stizza. Il conte Simone gli volgeva di quando in quando

parole cortesi, come si fa a pellegrino mal gradito, verso il quale è

debito esercitare gli ultimi uffizii della sacra ospitalità: ma egli

rispondeva o brevi parole e aride, o nulla. Quelli de' Fiorentini che

gli erano più a' fianchi un giorno, ora si stavano più discosti; e

già, piaggianti, e' gli avrebbe aborriti vie più. Parevagli essere

menato per la pubblica via come a mostra e in trionfo; e si pentiva di

non avere scelta la notte al cammino. Perchè da' campi e da' paeselli

i villani accorrevano, chi con in mano il coreggiato e chi la falce:

ed egli di quelle armi tremava. L'additavano con maraviglia che a lui

pareva scherno: e altri aggiungeva parole dure; ma erano pochi. Taluni,

ignari ancora del fatto, interrogavano, e il vicino rinarrava la cosa,

udente Gualtieri, che era un rinnovare a ogni passo lo spettacolo

della gogna. Avrebbe tolto piuttosto soffrire più ore di que' tormenti

ch'egli aveva già dati ai rivelatori delle congiure vere. E così,

tra la febbre della rabbia impotente, e la smania del chiedere alla

mente sfruttata un accorgimento da ingannare la giustizia degli uomini

e di Dio, giunse a Poppi. Quivi doveva egli ratificare la giurata

rinunziazione, ed erano preparate le scritte, e presti i notai; perchè

i Fiorentini bramavano scuotersi di dosso quel sozzo peso, come chi

porta abito inzuppato in melma di gora fetida.

Il conte Simone (il quale Gualtieri pareva guardare con occhio

men fosco, così come i furiosi hann'uno a cui meno ostinatamente

resistono), disse: «Le carte son pronte: il nome vostro, o signore,

solo manca.»

Gualtieri taceva; e il conte, dopo breve aspettare: «Dico che manca il

nome vostro, o signore.»

Il duca levandosi e misurando con rapidi passi la stanza: «E manchi. La

violenza fattami io non posso nè debbo ricevere per buona legge. Ciò

non consente la coscienza mia, nè, conte, la vostra.»

Allora il buon vecchio prendendo i fogli, e ripiegandoli, se li mise

in seno, e disse con pace: «Quello che a voi piace, sia. Nè io 'ntendo

già farvi forza. Ma la città di Fiorenza non è lontana; e così come

fino a qui vi condussi, laggiù di nuovo, se tanto v'aggrada, vi menerò;

e vostra cura sarà rassettare bellamente le cose, di concordia col

popolo fiorentino.»

Gualtieri, che fino a mezzo il discorso l'aveva guardato fiso, rimase

come fanciullo gabbato; e finito appena che l'altro ebbe: «Le scritte,»

gridò con voce soffocata dall'ira. Il buon vecchio si trasse con pace

di seno le scritte, le rispiegò con pace; e Gualtieri v'appose il

nome. E preso l'elmo da terra, s'alzò, scese, chiese il cavallo. De'

Fiorentini e de' Senesi chi gli volse alcuna parola pietosa, chi dura,

chi nulla: egli tacque. Del conte Simone fuggì le dipartenze; dimenticò

di stringere la mano a Rinaldo d'Altavilla; e galoppò di gran corsa co'

suoi, per iscuotere la stizza, che a lui pesava più dell'infamia.

Il barone di Ciavignì rimase, per abbracciare il conte d'Altavilla:

e salutati amorosamente i Fiorentini, e avute da loro sincere

significazioni d'affetto, venuto a Rinaldo, strinse l'armato petto

di lui al suo petto armato, con lacrime molte, sì che non poteva

profferire parola. Rinaldo anch'egli pianse. Così quand'Orfa moabitide

ritornava alla sua terra, nel dipartirsi da Rut, fece un gran pianto:

ma Rut piangendo la lasciava, e diceva a Noemi: «Il tuo popolo sarà 'l

mio popolo, e il tuo Dio, madre, il mio Dio.»

Tale fu la signoria che il duca d'Atene aveva con tradimento usurpata

sopra il Comune e popolo di Fiorenza. E' n'andò con molta sua onta,

ma con molti danari tratti da' Fiorentini, per li loro difetti e

discordie; e lasciandovi di male sequele. E di qui prendano esempio i

popoli, di non volere mai signoria perpetua, nè a vita.

QUI FINISCE LA STORIA DELLA CACCIATA

DEL DUCA D'ATENE

DALLA CITTÀ DI FIORENZA.

Poche congiure, fra le tante tentate, riescono a qualche prossimo

effetto: e dico, prossimo, perchè del remoto, quando pure conseguasi e

sentasi di conseguirlo, non è mai la congiura la principale, e molto

men l'unica, causa. Ma delle poche le quali ottengono un intento, le

più sono ordite da pochi, e in servigio non tanto delle moltitudini

quanto o d'una o di non molte famiglie. E anche perciò non si sventano,

che il segreto non divulgato tra molti corre meno pericoli, e i molti

senza saperselo sono o strumento o zimbello. Zimbello è ora il nome del

popolo, ora il nome della nazione, ora un principio e ora un vessillo,

ora una speranza e ora una memoria che vestesi da speranza. Ma perchè

il fine è più noto e determinato, e i principii stessi s'incarnano in

una o in poche persone, congiure tali sortiscono un qualche effetto;

giacchè gli uomini, per commoversi risolutamente, richieggono oggetti

determinati. E allora la smania dell'uscire d'una condizione noiosa

forse più che penosa, umiliante forse più che infelice, la smania pur

del mutare li fa muovere incontro anco al peggio, e trapassare allegri

e superbi da libertà mal portata e piena di sospetti e di cure a quieta

e agiata servitù. Le congiure che mettono a servitù, non sono nè le più

vane, nè le meno frequenti.

Quelle che sinceramente nell'intenzione di molti mirerebbero al ben

comune e al decoro, finiscono spesso male, perchè son di molti; e

impossibile sceglierli tutti buoni, e ardimentosi del pari, del pari

prudenti, unanimi tutti. Basta che in pochi, basta che in uno, covino

germi d'ambizione o d'odio o di cupidigia, acciocchè l'ambizione

o si rannicchi in sè o turbi invadendo l'opera altrui o speri

soddisfacimento per via contraria: acciocchè l'odio si volga contro

i compagni, o per sospetto si divida da essi e trovi sfogo da sè, o

sia sopraffatto da odio maggiore; acciocchè la cupidigia si satolli

o di prezzo o della speranza del prezzo, o pure paventi di perdere

quello che ha già. E le passioni diverse di diversi non può che non

si ritorcano l'una contro l'altra; nè certo saprebbero procedere di

conserva come gli affetti virtuosi. Ma nell'affrontare il pericolo

per fin di bene vuolsi quasi più ordine che impeto, perchè l'ordine è

forza che fa d'una schiera un sol muro, e di tante braccia un braccio,

e le muove in cadenza come esercito a squillo di sola una tromba.

Aggiungi il rimorso o la vergogna che può cogliere talun di coloro il

cui fine non era retto; aggiungi la paura che può serpeggiare tra i

vili; aggiungi la diffidenza che striscia e agghiaccia del suo veleno

anco il cuore de' buoni; aggiungi la baldanzosa jattanza o la cautela

insolita che tradiscono, la vanità e la sincerità che si fanno senza

saperlo delatrici; aggiungi la dissuetudine dell'operare anche soli,

del consentire nelle opinioni anco astratte dai fatti; aggiungi l'abito

del sospettare e del discredere, effetto e causa di servitù, fomentato

dai tristi signori, accarezzato dagli schiavi come difesa alla loro

debolezza: e intenderai perchè quante più son le forze raccolte al

cimento, tanto più i risichi della disfatta moltiplichino. Così fra

gente molto inesperta delle armi e appiattata in agguato basta che un

fucile, mal maneggiato, nel silenzio notturno scatti perchè l'aguato

si scopra, e gli insidianti stessi n'abbiano sgomento, e forse dalle

proprie loro armi ferita e morte.

Ma quando è detto che un moto abbia a sortire effetto; quando cioè

l'ingiustizia predominante pesa tanto nella bilancia non degli uomini

ma di Dio, che debba di punitrice diventare punita; allora quelli che

per anni e per secoli furono intoppi, che erano intoppi un istante

prima, diventano agevolezze; il muro opposto si fa scala, l'erta

pendio; la rivoluzione è fatta, prima che per la mano degli uomini,

negli animi e nelle cose. Gli assonnati si destano, e col pur balzare

in piedi inaspettatamente, sgomentano, come a vedere la risurrezione

d'un morto: coloro che parevano stupidamente ignari e usciti dalla

memoria di sè, conoscono, ravvisano, si ricordano nomi obbliati da

generazioni e generazioni, intendono, indovinano il segreto del proprio

e degli altrui cuori, e col fatto rispondono al silenzio altrui, con

potenza fatidica interpretato. Gli odii si quetano, come la tempesta al

cenno del Dio; i sospetti (che è più mirabile creazione) s'annientano

come le tenebre al vincere di subita luce. Le passioni, convertite in

affetti, servono anche esse all'amore ed al giusto; la paura figlia

e punitrice del peccato trasmuta gl'impeti della fuga negl'impeti

dell'assalto; il grido dello spavento diventa spaventosa minaccia; e lo

stesso ignorare, lo stesso dubitare di quanti e quali siano consorti al

cimento, si fa sicurezza, accresce baldanza. Tutti si credono unanimi,

e credendo si fanno; si sentono forti, e questo sentimento novello

esprimendo in ogni suono e in ogni atto, atterriscono l'attonito

nemico. Le forze soprabondanti, l'una sull'altra si accumulano, e pur

non fanno confusione; un disordine provvido, inconscie di sè stesse, le

spinge, quasi anima di vento o vicenda di riflusso, che tutte moveva

dianzi in un verso le onde, e tutte in un altro con fiotto invincibile

le moverà. Lo stesso temersi scoperti dà l'ultima spinta alle audacie;

la disperazione stessa è fomite di speranze animose. Così nelle immense

officine della natura la dissoluzione è infaticabile ricreatrice di

vita.

Il duca d'Atene · 第 10 / 14 段