lamentanze gravi facevansi sentire; il minuto popolo diffidava dei
grandi e de' popolani ricchi, e questi dei grandi e del minuto
popolo, e i grandi d'ogni razza di popolo, cencioso o no. Chi voleva
i diciannove gonfalonieri delle compagnie, a modo del popolo vecchio;
chi, otto priori popolani, due per quartiere, col gonfaloniere,
com'era prima; altri, non escludeva dal governo i grandi, ma chiedeva
che alcuni buoni popolani fossero aggiunti, i quali consigliassero i
priori, nè senza loro consentimento potessero questi fare deliberazione
grave: chi voleva l'intricata riformagione del MCCCXXVIII co' suoi
tanti squittinii: altri, che i priori nuovi eleggessero i successori
per lo avvenire; e i nuovi scelti fossero tratti a sorte di tempo
in tempo, siccome era stato altra volta tentato con mala fine: chi
ritornare cencinquant'anni addietro, ed eleggere consoli, con senato
di cento buoni uomini; e l'uffizio de' consoli durasse un anno o più,
e rendessero giustizia, senza podestà forestiero. E di tali differenze
le diffidenze si alimentavano; e non erano ancora discordie, ma le
discordie si venivano preparando; come quando arde il sole sereno, e
trae in alto i vapori, materia di subitane tempeste. Le gelosie e le
ignoranze del popolo, le gelosie e l'imperizie de' popolani ricchi, le
gelosie e gli orgogli de' grandi, fomentava la inquieta blaterazione
de' giuristi e de' saputi d'ogni maniera, i quali ne' reggimenti
degli stati sono come cani che si cacciano tra le gambe a chi va, e
ritardando l'irritano.
* * * * *
Due giorni ancora stette Gualtieri con la sua privata famiglia
in palagio, sbalordito di sbigottimento, inchiodato dalla paura,
forse invescato da una cieca, e a sè stesso ignota speranza, che,
nell'orgoglio così come nell'amore delusi, è più credula quanto più
vana. Sperava, non tanto nei soccorsi di fuori, non tanto nei vecchi
partigiani suoi dentro, quanto nelle discordie fiorentine, radice vera
alla sua potestà e de' suoi pari. Al presente, così diverso da tutto
il passato, non dava fede, nell'atto di toccarlo con mano; non dava
fede, a sè stesso: e credeva intanto fortune incredibili nella rovina
estrema; dacchè colpa e pena dei tristi è pretendere dagli uomini e
dal cielo miracoli, che i buoni appena ne sarebbero meritevoli, e pur
non li sognano. D'ora in ora strascinava, quasi serpe fiaccata, le sue
speranze; e il protrarre a qualunque costo le vituperose dimore nella
città, gli pareva ingegnoso e bello; come il reo condannato a morte, il
quale s'ingegna d'allungare la via che è fra le tenebre della carcere e
le tenebre del sepolcro.
Chiamava a sè or l'uno or l'altro de' cittadini, quando dei già più
devoti, e quando dei più avversi; e quelli rifuggivano dal vederlo,
per vergogna del popolo e di sè, questi per compassione più che per
ribrezzo; quelli più superbi di questi: ed egli, nelle parole avido,
altero nell'aspetto, pareva sentirsi signore tuttavia, come francese
di spiriti e uso al comando, e che de' cenni a sommo studio imperiosi,
e impetuosi a freddo, faceva già arte di regno. E così in quel
brigare seco stesso, distraeva l'anima dal senso dell'onta propria,
e dei rimorsi; e nel parer meno abietto, era più. Così il naufrago,
pieno ancora di vita i polsi e il petto, combatte con l'onde, che gli
soffogano, prima che la speranza, la vita.
Alla fine, il dì sesto d'agosto, uscì co' Sanesi, col conte Simone, con
molti nobili e popolani, deputati a ciò dal Comune. Era seco il barone
di Ciavignì, fattogli dalla sventura, non amico, ma pio. E Rinaldo
d'Altavilla che, uscito già di palagio, si disponeva a rimanere in
Fiorenza a' preghi de' buoni cittadini, volle tenergli compagnia, e
consolarlo di compassione, non loquace e non oltraggiosa. L'ora del dì,
e il disprezzo ormai pieno, sottentrato all'odio, fecero a Gualtieri
l'uscita tranquilla. Degli uomini, i più lo guardavano un tratto, per
figgersi bene in mente l'imagine dell'animale mal grazioso e maligno,
e dipingerla ai figliuoli e ai nepoti; altri al vederlo si voltavano
in là: le femmine, andando al mercato s'affisavano in lui, come si fa
in bruttezza spiacente, ma che pure incanta a riguardare, e dicevano:
«Fosse stata almen bella la fiera ch'avevam tolto a pascere! Quando
prendi un signore a vita, prendilo almeno che non paia la morte.
I' credo che Fiorenza abbia avuto un anno a rettore il più brutto
cristiano del mondo.»
Partito ch'e' fu, i cittadini si disarmarono, disfecersi i serragli,
i contadini si partirono e i forestieri con molti abbracciamenti:
apersersi le botteghe; e ciascuno attese a suo mestiere e arte. Il
Comune ordinò che la festa di sant'Anna, in memoria della liberata
città, si osservasse come pasqua sempre, e celebrassesi grande uffizio,
e solenne offerta dal Comune e da tutte le arti. E per rimeritare il
buono amore del conte da Battifolle, fu deliberato, gli si rendessero
le molte terre prese, e non mai stategli pagate dalla città di
Fiorenza. Poi commisero a messer Pino degli Alberti e a messer Niccolò
Guicciardini, inviati presso il pontefice, dessero notizia della
cacciata del duca, e delle ragioni che a ciò fare condussero la città.
Nè sappiamo che il pontefice scomunicasse o la città o gl'inviati.
Messere Giannozzo Cavalcanti promise scrivere della cosa a Francesco
Petrarca; e sperava da lui o una canzone, o, meglio, una lettera
latina, in quel pulito stile (diceva egli) e alto dettato ch'è proprio
a messer Francesco, e con eccellenti sentenze e autorità.
* * * * *
Quel dì stesso il vescovo, celebrato uffizio solenne, parlò al popolo
congregato: e come uomo savio, poco disse della consumata vittoria,
molto degl'incomincianti pericoli; dimostrò, come sempre, dov'è
discordia, ivi è debolezza; confortò a dibarbare dall'animo le minute
radici della diffidenza, che poi vengono pullulando in piante uggiose
e mortifere; non tenessero dentro il mal pensiero, ma con parole
misurate ed aperte lo esprimessero; se dell'esprimerlo vergognavano,
segno che il pensiero era vile: non con insidie nè con minaccie nè con
armi, ma con la persuasione inducessero altrui nella opinione propria;
eleggessero, in caso di differenza, arbitri da ambe le parti avuti in
onore; dalle vecchie memorie cogliessero le nobili ed amorose, le altre
in oblivione lasciassero; in ogni cosa osservassero carità; fossero
franchi e interi, e di buono consiglio. Soggiunse:
«Le cose passate ci siano ammaestramento, come Dio non lascia male
alcuno impunito, benchè non sempre la pena sia al tempo e a piacere de'
desideranti. E sia questo esempio a noi e a' cittadini che saranno,
acciocchè, per bene della loro città, non siano mai vaghi di fare
uffizii ad arbitrio; che sebbene si creano sotto titolo di utilità del
Comune, sempre fanno dolorosa riuscita, e ne nasce tirannica signoria.»
Poi, concludendo, pregò: «Padre sovrano, amico onnipotente degli
amici e de' nemici nostri, noi vi preghiamo e per essi e per noi; vi
preghiamo per le anime de' cittadini nostri morti in battaglia, e per
le anime de' nostri oppressori. A quelli e a questi risplenda l'eterna
luce; e tutti possiamo vederli un giorno nella gioja del vostro
immortale trionfo. Delle inutili o ree ferità contra loro commesse
noi vi chieggiamo perdono: non li vendicate, o Signore, della nostra
vendetta; ma l'odio che ci sospinse oltre alla necessaria difesa,
spegnete in noi. E io primo, indegnissimo della letizia e della gloria
di questo dì, confesso a voi nel cospetto del popolo vostro, che in
vedere la ingiustizia dominante, troppo più acre zelo che quel della
legge vostra mi divorò, che i privati odii mescolai negli uffizii del
mio ministero; e non con affetto, così come dovevo, accorato, ma con
ansia d'allegro desiderio, benedissi alla guerra. Perdono, Signore.
Fate in noi l'amore della cara libertà, non feroce, non superbo, non
interrotto da ree negligenze, non frodolento, non cupo; ma lieto,
modesto, pieno di fede operosa e di fiducia prudente, vigilante nella
pace, infaticato nell'armi, con magnanimità coraggioso.
* * * * *
Fuori di porta a San Niccolò cavalcava Gualtieri co' suoi; e le scorte
lo precedevano e seguivano; tutti in silenzio. Il conte d'Altavilla, e
il barone di Ciavignì, rimasi un po' addietro, venivano intertenendosi
in caro colloquio, il qual presentivano essere l'ultimo. E guardando
alla lietezza delle circostanti campagne, il barone diceva:
«Terra prediletta da Dio, e dalla matta discordia. E' non godono di
questa tanta bellezza, sì perchè in essa nacquero, e minor bellezza non
sanno; sì perchè l'odio fa velo all'anima loro, come all'infermo ogni
cibo soave sa d'amaro o di nulla.
--Credete, rispose il conte, ch'io ad ora ad ora m'inchinerei a baciare
questa terra e adorarla, siccome degno altare di Dio.
--A voi, conte, è più forte ragione d'amarla: chè avete qui radice
oramai. E v'invidio. Ma io!
--Che sarà, buono amico, di voi?
--Non so. Mi sento svogliato e d'ogni negozio umano, e d'ogni speranza.
A Gualtieri chi può pensare? Pietà mi stringe ad accompagnarlo per
poco; infino a Venezia forse: ma poi, i' me ne torno alla mia Francia,
dolcissima tuttavia delle contrade: e là, nelle mie terre, m'ingegnerò
di vivere tranquillo, infinattanto che il segno della guerra non suoni.
Guerra qualsiasi, non monta. L'ubbidienza debita al re signore nostro,
la smania che mi prende allo squillar d'una tromba, e, non foss'altro,
necessità di fuggire nota di codardo, mi risospingerebbero all'armi. Ma
sott'altro signore che sotto il naturale mio, non impugnerò lancia mai.»
In questo dire, videro uscire d'un sentieruolo sulla strada maestra un
povero contadino co' suoi arnesi in ispalla, che teneva la sua vecchia
moglie per mano, col suo fardello anch'essa, e andavano insieme in
quell'atto infantile, alleviando la fatica della via; e un piccolo cane
li seguiva con brevi passi, non mai dipartendosi dalle amate orme loro.
A quella vista il barone (che in altro tempo ci avrebbe posto mente,
come a una fronda d'albero che tremi nascosta fra mille), commosso
esclamò: «Queglino l'avvenir loro sanno (beati!) e se ne appagano. La
chiesetta che li benedisse infanti, li benedirà trapassati. Poche hanno
memorie, ma pure. Pochi piaceri: ma il piacere sentono più forte del
dolore; sentono la riconoscenza e il rispetto. Poco odiano, o almeno
odiano senza disprezzo, ch'è il veleno dell'anima.»
E il conte: «Ben dite: amara cosa il disprezzo.
--Ma di voi, riprese il barone, ditemi, conte, di voi. Sarete voi
dunque ormai negato alla terra di Francia?
E Rinaldo: «Non so. Qui mi confortano a rimanere i consorti e gli
amici degli Adimari, e sono di molti; poi tutti, che sanno com'io in
momenti difficili, francese di patria, sono stato d'anima fiorentino.
Ella, dopo il pericolo corso, s'è fatta più affettuosa e più intendente
che mai. Abbandonare questo amore che venne spontaneo a raccogliermi
quasi da terra, e a levare in alto lo spirito mio, non potrei. Ma
rimanere in Fiorenza parmi grave cimento. Repubblica è cosa mobile per
natura: stassera esaltato, sei calpesto domani. Il sospetto s'insinua,
com'ellera, in tali edifizii, e li dissolve. Se in me solo cadesse
il pericolo, sosterrei: ma se nel suocero mio, se in Matilde? E per
mia cagione fare la casa d'Antonio Adimari, d'accetta ch'ell'è alla
città, o aborrita o sospetta, l'avrei per misfatto. Poi nell'ebrezza
della vittoria, e nell'odio del nome francese, i più vani tra cotesti
Fiorentini (e son vani anch'essi), assalirebbero con parole pungenti,
non me, ma, ch'è peggio, la patria mia. Or nè l'amore, nè vincolo
alcuno farà sì ch'io dimentichi d'essere nato di padre e madre
francesi. Possente il duca, soffersi, perchè meritati: solo, e in mezzo
a' vincitori, meritati o no, non soffrirei tali oltraggi. E' misurano
Francia tutta dai tristi che qui corseggiarono: ma non conoscono
il puro antico sangue di Francia, le virtù nostre, non sempre forse
perseveranti nè modeste, ma splendide e generose. Or io questo risico
di contese continuo debbo cansare. Mi ritrarrò forse in qualche vicina
città, forse in Francia stesso, se Matilde consente, e i suoi. Non so.»
Il barone gli stese da cavallo la mano nuda del guanto, e gli disse:
«Vivete felice, degno uomo, onore nostro; e, rivediate o no Francia,
rammentatevi alcuna volta, che lì vive un vostro leale amico.»
* * * * *
Così fece il conte come pensava. Unitosi a Matilde, scelsero Siena a
dimora. Ma Matilde s'accorse che quel soggiorno non piaceva a lui se
non quanto ella c'era, e propose spontanea il viaggio di Francia: e il
padre assentì, sperando si rivedrebbero sovente, or egli in Tolosa,
or ella in Fiorenza. Se non che Dio aveva ordinato altrimenti: e la
tenera donna sopra parto morì. Fortunata, che sentì della vita tanto
dolore quanto giova a innalzare l'anima, e ad avvivare i diletti, non
più: fortunata, che non ebbe anni assai da languire nel tedio, nelle
lagrime, nel rimorso; ch'altri amplessi non conobbe che i primi e puri
d'un probo uomo, e svogliato del piacere, non della virtù: fortunata,
che della terra straniera godette le novità, abbellite dalla gioventù
e dall'amore, ma non ebbe tempo di provare quanto amaro sia vivere tra
gente ignota; esprimere gli affetti e le imagini dell'infanzia in un
nuovo idioma; ricominciare le prove, le consuetudini; rifare la vita.
T'addormentasti serena, o Matilde, in quella terra dov'altri Italiani
dovevano poi vegliare dura vigilia, e scendere illacrimati in compera
sepoltura.
* * * * *
Cavalcava Gualtieri in silenzio, ravvolgendo nell'animo mille pensieri
di matto, o d'infermo, che s'impedivano tra sè, e s'aggrovigliavano
come serpi: poi, strisciando via tutti, lo lasciavano vuoto, in quel
letargo dell'intelletto che i rei hanno comune co' mentecatti. Della
varia verdura, dell'ondeggiare dell'ultima messe delle vigne pregnanti
di sudata speranza, delle selve, de' colli, de' pianori, de' piani,
delle quiete e liete solitudini di Vallombrosa, de' freschi ruscelli
dalle vette del Casentino scendenti giù in Arno, niente vedeva: ma il
sole, dolcissimo padre di tanta bellezza, gli dava noja sotto al peso
dell'armi, e stizza. Il conte Simone gli volgeva di quando in quando
parole cortesi, come si fa a pellegrino mal gradito, verso il quale è
debito esercitare gli ultimi uffizii della sacra ospitalità: ma egli
rispondeva o brevi parole e aride, o nulla. Quelli de' Fiorentini che
gli erano più a' fianchi un giorno, ora si stavano più discosti; e
già, piaggianti, e' gli avrebbe aborriti vie più. Parevagli essere
menato per la pubblica via come a mostra e in trionfo; e si pentiva di
non avere scelta la notte al cammino. Perchè da' campi e da' paeselli
i villani accorrevano, chi con in mano il coreggiato e chi la falce:
ed egli di quelle armi tremava. L'additavano con maraviglia che a lui
pareva scherno: e altri aggiungeva parole dure; ma erano pochi. Taluni,
ignari ancora del fatto, interrogavano, e il vicino rinarrava la cosa,
udente Gualtieri, che era un rinnovare a ogni passo lo spettacolo
della gogna. Avrebbe tolto piuttosto soffrire più ore di que' tormenti
ch'egli aveva già dati ai rivelatori delle congiure vere. E così,
tra la febbre della rabbia impotente, e la smania del chiedere alla
mente sfruttata un accorgimento da ingannare la giustizia degli uomini
e di Dio, giunse a Poppi. Quivi doveva egli ratificare la giurata
rinunziazione, ed erano preparate le scritte, e presti i notai; perchè
i Fiorentini bramavano scuotersi di dosso quel sozzo peso, come chi
porta abito inzuppato in melma di gora fetida.
Il conte Simone (il quale Gualtieri pareva guardare con occhio
men fosco, così come i furiosi hann'uno a cui meno ostinatamente
resistono), disse: «Le carte son pronte: il nome vostro, o signore,
solo manca.»
Gualtieri taceva; e il conte, dopo breve aspettare: «Dico che manca il
nome vostro, o signore.»
Il duca levandosi e misurando con rapidi passi la stanza: «E manchi. La
violenza fattami io non posso nè debbo ricevere per buona legge. Ciò
non consente la coscienza mia, nè, conte, la vostra.»
Allora il buon vecchio prendendo i fogli, e ripiegandoli, se li mise
in seno, e disse con pace: «Quello che a voi piace, sia. Nè io 'ntendo
già farvi forza. Ma la città di Fiorenza non è lontana; e così come
fino a qui vi condussi, laggiù di nuovo, se tanto v'aggrada, vi menerò;
e vostra cura sarà rassettare bellamente le cose, di concordia col
popolo fiorentino.»
Gualtieri, che fino a mezzo il discorso l'aveva guardato fiso, rimase
come fanciullo gabbato; e finito appena che l'altro ebbe: «Le scritte,»
gridò con voce soffocata dall'ira. Il buon vecchio si trasse con pace
di seno le scritte, le rispiegò con pace; e Gualtieri v'appose il
nome. E preso l'elmo da terra, s'alzò, scese, chiese il cavallo. De'
Fiorentini e de' Senesi chi gli volse alcuna parola pietosa, chi dura,
chi nulla: egli tacque. Del conte Simone fuggì le dipartenze; dimenticò
di stringere la mano a Rinaldo d'Altavilla; e galoppò di gran corsa co'
suoi, per iscuotere la stizza, che a lui pesava più dell'infamia.
Il barone di Ciavignì rimase, per abbracciare il conte d'Altavilla:
e salutati amorosamente i Fiorentini, e avute da loro sincere
significazioni d'affetto, venuto a Rinaldo, strinse l'armato petto
di lui al suo petto armato, con lacrime molte, sì che non poteva
profferire parola. Rinaldo anch'egli pianse. Così quand'Orfa moabitide
ritornava alla sua terra, nel dipartirsi da Rut, fece un gran pianto:
ma Rut piangendo la lasciava, e diceva a Noemi: «Il tuo popolo sarà 'l
mio popolo, e il tuo Dio, madre, il mio Dio.»
Tale fu la signoria che il duca d'Atene aveva con tradimento usurpata
sopra il Comune e popolo di Fiorenza. E' n'andò con molta sua onta,
ma con molti danari tratti da' Fiorentini, per li loro difetti e
discordie; e lasciandovi di male sequele. E di qui prendano esempio i
popoli, di non volere mai signoria perpetua, nè a vita.
QUI FINISCE LA STORIA DELLA CACCIATA
DEL DUCA D'ATENE
DALLA CITTÀ DI FIORENZA.
Poche congiure, fra le tante tentate, riescono a qualche prossimo
effetto: e dico, prossimo, perchè del remoto, quando pure conseguasi e
sentasi di conseguirlo, non è mai la congiura la principale, e molto
men l'unica, causa. Ma delle poche le quali ottengono un intento, le
più sono ordite da pochi, e in servigio non tanto delle moltitudini
quanto o d'una o di non molte famiglie. E anche perciò non si sventano,
che il segreto non divulgato tra molti corre meno pericoli, e i molti
senza saperselo sono o strumento o zimbello. Zimbello è ora il nome del
popolo, ora il nome della nazione, ora un principio e ora un vessillo,
ora una speranza e ora una memoria che vestesi da speranza. Ma perchè
il fine è più noto e determinato, e i principii stessi s'incarnano in
una o in poche persone, congiure tali sortiscono un qualche effetto;
giacchè gli uomini, per commoversi risolutamente, richieggono oggetti
determinati. E allora la smania dell'uscire d'una condizione noiosa
forse più che penosa, umiliante forse più che infelice, la smania pur
del mutare li fa muovere incontro anco al peggio, e trapassare allegri
e superbi da libertà mal portata e piena di sospetti e di cure a quieta
e agiata servitù. Le congiure che mettono a servitù, non sono nè le più
vane, nè le meno frequenti.
Quelle che sinceramente nell'intenzione di molti mirerebbero al ben
comune e al decoro, finiscono spesso male, perchè son di molti; e
impossibile sceglierli tutti buoni, e ardimentosi del pari, del pari
prudenti, unanimi tutti. Basta che in pochi, basta che in uno, covino
germi d'ambizione o d'odio o di cupidigia, acciocchè l'ambizione
o si rannicchi in sè o turbi invadendo l'opera altrui o speri
soddisfacimento per via contraria: acciocchè l'odio si volga contro
i compagni, o per sospetto si divida da essi e trovi sfogo da sè, o
sia sopraffatto da odio maggiore; acciocchè la cupidigia si satolli
o di prezzo o della speranza del prezzo, o pure paventi di perdere
quello che ha già. E le passioni diverse di diversi non può che non
si ritorcano l'una contro l'altra; nè certo saprebbero procedere di
conserva come gli affetti virtuosi. Ma nell'affrontare il pericolo
per fin di bene vuolsi quasi più ordine che impeto, perchè l'ordine è
forza che fa d'una schiera un sol muro, e di tante braccia un braccio,
e le muove in cadenza come esercito a squillo di sola una tromba.
Aggiungi il rimorso o la vergogna che può cogliere talun di coloro il
cui fine non era retto; aggiungi la paura che può serpeggiare tra i
vili; aggiungi la diffidenza che striscia e agghiaccia del suo veleno
anco il cuore de' buoni; aggiungi la baldanzosa jattanza o la cautela
insolita che tradiscono, la vanità e la sincerità che si fanno senza
saperlo delatrici; aggiungi la dissuetudine dell'operare anche soli,
del consentire nelle opinioni anco astratte dai fatti; aggiungi l'abito
del sospettare e del discredere, effetto e causa di servitù, fomentato
dai tristi signori, accarezzato dagli schiavi come difesa alla loro
debolezza: e intenderai perchè quante più son le forze raccolte al
cimento, tanto più i risichi della disfatta moltiplichino. Così fra
gente molto inesperta delle armi e appiattata in agguato basta che un
fucile, mal maneggiato, nel silenzio notturno scatti perchè l'aguato
si scopra, e gli insidianti stessi n'abbiano sgomento, e forse dalle
proprie loro armi ferita e morte.
Ma quando è detto che un moto abbia a sortire effetto; quando cioè
l'ingiustizia predominante pesa tanto nella bilancia non degli uomini
ma di Dio, che debba di punitrice diventare punita; allora quelli che
per anni e per secoli furono intoppi, che erano intoppi un istante
prima, diventano agevolezze; il muro opposto si fa scala, l'erta
pendio; la rivoluzione è fatta, prima che per la mano degli uomini,
negli animi e nelle cose. Gli assonnati si destano, e col pur balzare
in piedi inaspettatamente, sgomentano, come a vedere la risurrezione
d'un morto: coloro che parevano stupidamente ignari e usciti dalla
memoria di sè, conoscono, ravvisano, si ricordano nomi obbliati da
generazioni e generazioni, intendono, indovinano il segreto del proprio
e degli altrui cuori, e col fatto rispondono al silenzio altrui, con
potenza fatidica interpretato. Gli odii si quetano, come la tempesta al
cenno del Dio; i sospetti (che è più mirabile creazione) s'annientano
come le tenebre al vincere di subita luce. Le passioni, convertite in
affetti, servono anche esse all'amore ed al giusto; la paura figlia
e punitrice del peccato trasmuta gl'impeti della fuga negl'impeti
dell'assalto; il grido dello spavento diventa spaventosa minaccia; e lo
stesso ignorare, lo stesso dubitare di quanti e quali siano consorti al
cimento, si fa sicurezza, accresce baldanza. Tutti si credono unanimi,
e credendo si fanno; si sentono forti, e questo sentimento novello
esprimendo in ogni suono e in ogni atto, atterriscono l'attonito
nemico. Le forze soprabondanti, l'una sull'altra si accumulano, e pur
non fanno confusione; un disordine provvido, inconscie di sè stesse, le
spinge, quasi anima di vento o vicenda di riflusso, che tutte moveva
dianzi in un verso le onde, e tutte in un altro con fiotto invincibile
le moverà. Lo stesso temersi scoperti dà l'ultima spinta alle audacie;
la disperazione stessa è fomite di speranze animose. Così nelle immense
officine della natura la dissoluzione è infaticabile ricreatrice di
vita.