Ma il fumo di servitù che manda al cielo quel sangue, non involge

intera Fiorenza. Molti per alterezza d'animo schivo, molti per senso

di pietà umana, molti più per carità di cristiani, aborrivano da que'

furori. E intanto che alla piazza colavano, come a cloaca, gli odii

dell'ampia città, nelle case, ne' chiostri, ne' templi, molte anime

buone entro al chiuso petto sacrificavano un sacrifizio di pace.

Pochi, è vero, o nessuno sentiva assai profondamente (Dio solo misura

tutt'intero l'abisso del male, e l'altezza del bene) quanto rea cosa

fosse la vendetta consumata in nome della libertà: pochi vedevano, o

nessuno, di quanta messe di spade tiranne dovesse fecondare la terra

quel sangue che, versato, macchiava tante mani, tant'anime, tante idee.

Pochi, o nessuno; perchè tutti, anco i buoni, vivono la vita dell'età

loro, e (comechè possano rinchiudersi in monda cella, o spaziare

con l'occhio da un'ardua e salubre cima) un orizzonte medesimo, una

medesim'aria li circonda e li copre. Pochi, o nessuno: ma un sentimento

ineffabile di paura e di sciagura, quasi alito ch'esca di cadavere

non visto e non sospettato, affannava le anime buone a que' truci

spettacoli; e faceva la preghiera loro più mesta, più sollecita, più

amorosa, più umile, più gentile. Così dal male stesso, quasi rosa

dal concio, fiorisce il bene; e il dissolversi degli spiriti rei

rinvigorisce i buoni; e il merito, raccolto in pochi, com'oro purgato

da fiamma, in loro si condensa più schietto.

* * * * *

Un grido si leva, e mille lo seguono: «Il padre!» Onde i Borgognoni,

temendo le scuri non si volgessero contro le porte, corsero alla

stanza ov'era il bargello, e lui, cascato per terra, con la schiuma

alla bocca, presero a furia, e scesero come corpo morto. Le braccia

e le gambe spenzoloni radevano gli scalini, e percotevano in quelli.

Alla qual vista Rinaldo d'Altavilla e il Ciavignì inorridirono.

Quando l'antiporto s'aperse, la plebe, avventandosi a rincontro

dell'uomo odiato, quasi si cacciava in palazzo: ma i Borgognoni per

istornarnela, palleggiato il corpo del conservadore, lo lanciarono di

botto giù per la ringhiera, come a cane si scaglia un sasso lontano

perchè lo morda. Nel ruzzolare ch'e' fece per gli scaglioni, tinti del

sangue del figliuolo, il vecchio rinvenne in sè, e aperse gli occhi

gravi, appunto quando cento braccia e cento ferri a lui sovrastavano,

minacciando ciascuno un proprio tormento. Ferirono molti a un tratto:

poi diedero luogo agl'incalzanti, che rallargarono le ferite, ma senza

farle mortali, perchè pareva avessero patteggiato di bere questo

secondo calice a sorsi. Odio nel figliuolo, nel padre sentivano odio

e disprezzo: però con le ferite venivan gli sputi e i vituperii, e

il rammemorargli le sue crudeltà. Egli (riscossigli dal rimorso gli

spiriti) intendeva ogni parola, sentiva ogni spasimo: chè già i veri

spasimi gl'incominciano. Ferito da un'affilata forca guerriera in un

nervo delle tempie, e da una lunga partigiana da caccia nella nuca,

incominciò a tremar tutto, e la vita a risolversi, e rattrarsi le mani,

e il corpo rattrappirsi, e i denti serrati dirugginarsi. Ma mentre

infierivano, s'avvidero a un tratto che in lui ogni alito di vita era

spento. Allora tagliatagli la testa, e presala pe' radi capelli, la

mostravano in alto, come i fanciulli fanno di presente ottenuto; e

cacciavano strilli senza umana parola. Fu chi le crude carni addentò,

e nel gialliccio fegato del bargello mettendo il morso, ne sentì con

gioja l'amaro. In cima agli spuntoni, alle picche, alle lancie, alle

labarde mostravano chi l'uno e chi l'altro brano del padre e del

figliuolo per le vie di qua e di là d'Arno. Le genti a vedere; e le

donne a compiangere il giovanetto. Nè mancò chi portasse a casa, quasi

lacchezzo squisito, alcuna parte della preda sanguinosa; e, dopo avere

con mani sozze di strage abbracciati i figliuoli e la moglie, le carni

ancora palpitanti arrostisse.

* * * * *

La trista processione menata per la città, la stanchezza dell'odio,

e il sopravvenir della notte, fecero uscir di mente ai furibondi il

terzo trastullo, la testa di Cerrettieri Visdomini: come fanciulli, che

nel piagnucolare per cosa desiderata s'addormentano; o come briachi

che facile si sviano dal pensiero, nel quale infuriavano or ora.

Cerrettieri aveva tanto ruminata la morte, che quasi l'aveva digesta.

E pentitosi come meglio sapeva, e raccomandatosi ai Santi, con paurosa

ma viva fiducia, se ne stava nulla sperando, pensando nulla, già più

non sentendo sè stesso, quasi come è da credere che il feto stia nel

ventre materno. Quando messer Piero de' Bardi e il barone di Ciavignì

vennero frettolosi, e lo imbacuccarono in un abito di masnadiere; e

per il buio della mezzanotte il Bardi, presolo a braccio, lo strascinò

alle sue case. A lui pareva sempre scendere le mortali scale del

palazzo, e cascar sotto a' ferri famelici; e quella scesa gli sembrava

lunghissima, insopportabile quell'aspettazione affannosa. Andava, con

gli occhi velati e con le gambe come impastoiate, tentennando, e taceva

trasognato. Gli altri de' Bardi nol vollero vedere: sole le donne

(fosse voglia di vista strana, o pietà) s'affacciarono mute a mirare

quel viso trasfigurito già dal peccato, ora dalla pena del peccato;

pallido, ma nel lividoso pallore chiazzato di rossaccio; quelle labbra

pendenti, quel cadavere che si moveva. Egli le guardava, com'uomo che

più non ha conoscenza; ma ad ora ad ora chinava gli occhi, quasi si

vergognasse. Il priore di sa' Jacopo, il Frescobaldi, spontaneo venne;

e parlandogli di Dio, sollevò un poco quell'anima sprofondata in sè

stessa. Ma perchè le case de' Bardi non parevano sicuro rifugio, i

parenti di lui, vestitolo da contadino, lo menarono la seguente notte

in una prossima villa. Quali pensieri agitasse, avvolto in que' cenci,

il gentiluomo superbo, il turpe consigliere dello straniero tiranno,

chi sa?

* * * * *

La mattina del sabato fu quiete nella città: come quando, smaltito il

vino, l'uomo si desta, e le cose nell'ebrietà fatte non raccapezza o

non crede. Molti delle passate furie vergognavano; taluni, rimasticando

la vendetta, la sentivano saporosa, come ghiotti che, pieni di cibo,

pensano con tripudio al leccume. E non sarebbero forse tornati per la

medesima via, ma dell'averla battuta provavano più mala contentezza

che pena. Erano pure sazi: nè i più feroci avrebbero osato richiedere

nuovi presenti di sangue. I buoni colsero il tempo per ispacciarsi del

fiero ospite, il qual corrompeva vincitore, e più, vinto. Trovatolo già

disposto a ogni cosa (quasi frutto mezzo dalla pioggia, ma non maturo),

proposero per primo la solenne rinunzia del dominio. A patto d'uscire

salvo egli e i suoi, accettò. Ma poichè l'istrumento della rinunzia

giovava fosse sigillato col sigillo di Giovanni vescovo di Lecce,

cancelliere del duca, fu cercato del vescovo. Egli, che già della sua

devozione empiva tutti i sensi di Gualtieri, e d'impronti consigli e

loquacissimi lo tribolava, s'era nell'ora della battaglia dileguato,

con gli altri quattro vescovi, timidi uccelli dall'ale più forti del

becco. Alla fine, frugando, cercando di quanti egli aveva benevoli

o conoscenti, trovarono il covo del cancelliere in una casupola del

corso de' Tintori: e il vescovo Acciaiuoli prese la cura d'andarnelo

soavemente a snidare.

Sentito ch'ebbe quel di Lecce picchiare alla porta, si raggomitolò in

sè stesso, e accoccolato sulle ginocchia, si mise a pregare in latino.

L'appiattarono, chiedente pietà, in una stanzuccia a tetto, e lo

coprirono di paglia e di letame, sgridando, tacesse; perchè la paura

lo faceva come grugnire. Egli si acchiocciolò in quel letame, al modo

che il febbricitante s'acquatta sotto al coltrone, battendo i denti

dal freddo; intanto che il vescovo assicurava que' di casa, sè venire

apportatore di novella non trista. Credettero la buona gente al viso e

all'accento dell'Acciaiuoli; e dissero al cancelliere la cosa: ma egli

negava fede, e come ragazzo stizzito, dando delle calcagna in aria,

sparpagliava il letame che gli teneva luogo d'abito sacerdotale. Stufi

alla lunga gli ospiti suoi di quel gioco, lo afferrano, e lo mettono

in piedi, come si fa delle sacca mal piene di cenci: quando appunto

il vescovo, per rassicurarlo di persona, saliva la scaletta a piuoli,

e trovavasi di fronte a lui. Il sacro cortigiano, così inzavardato

di concio la faccia e le vesti suntuose, sorretto dai due che mal

tenevano le risa, somigliava a un bove, che, levandosi dalla lettiera,

non sappia scuotere da sè le sozzure del suo giaciglio. Arruffati i

capelli, e sulla barba e sui capelli o pagliuche o immondizie, simili

ai geloni pendenti dalle grondaie; o stille di fetido umore che

tremolavano, come rugiada sul cardo. La faccia teneva dimessa, e le

mani in mano, come quando, chericuccio monello, e' riceveva dal suo

vescovo un buon rabuffo. Ma l'Acciaiuoli, non che godere (come tra

vescovi sogliono, gelosi e piccosi quasi vecchie gentildonne), mosso

a pietà di tanto avvilimento, s'affrettò a raccertarlo del vero, e con

parole brevi e pronte disse a che ci veniva.

Allora quel di Lecce: «Non sarà mai ch'io vada al cospetto d'un

perduto, il quale tanta turbazione destò nella buona repubblica di

Fiorenza, e mi fece soffrire tanto. Gli uomini sventurati a me sono più

specialmente diletti, e per debito di ministero e per tenerezza della

natura mia: ma la sventura colpevole!

--È doppia sventura, l'Acciaiuoli interruppe. E a voi, messere, è dato

modo d'espiarla e d'alleggerirla: v'è dato insieme di provvedere ai

comodi vostri. Perchè, ratificato che venga l'atto della rinunzia,

voi potete seguire il signor vostro in Puglia, o dove che sia, e di

migliori consigli giovarlo.

--Ma lo scandalo, Dio mio, del seguire principe spodestato!

--Veggo che voi la vergogna giudicate dalla fortuna: ma nè questo è 'l

tempo, nè a voi è bisogno ch'io insegni il Vangelo.

--E l'uomo che ha tanto bruttamente tradito il popolo fiorentino,

atterrà egli a me le promesse? Poss'io fidarmi alla sua compagnia?

--Non so. Questo so, che migliore compagnia non vi resta. Ben prometto

che alla persona vostra non sarà fatto oltraggio; e ve ne do sicurtà la

mia fede, la mia autorità, e Dio testimone. Aggiungo, che ratificando

un atto gradito al Comune di Fiorenza, voi venite, come meglio è

possibile, ad ammendare i tanti che già ratificaste dispiacevoli ad

esso.

--Poichè questo è, disse il cancelliere, si vada: s'incontri

animosamente il pericolo all'onore di Dio, e del nostro santo e

difficile ministero.»

Così dicendo, scote dalla persona il letame e lo strame.

* * * * *

Aspettarono la notte del sabato per entrare di soppiatto in palagio.

Quivi il cancelliere annunziò la sua venuta a Gualtieri, ma non

chiese vederlo, nè questi lui; chè l'uno all'altro erano vergogna e

rimprovero; nè lisciarsi potevano oramai, nè straziarsi, senza dolore

mutuo. Domenica mattina, convennero il vescovo, i quattordici della

balìa, gli ambasciadori e il capitano di Siena, il conte Simone

da Battifolle: nella presenza de' quali duca Gualtieri diede ai

quattordici e al vescovo autorità di operare tutto quanto stimassero

conducevole al buono stato della città; rimise imperio e giurisdizione

che aveva sopra quella, la prosciolse da ogni giuramento ed obbligo,

restituendola nella medesima forma di quando si dette a lui: liberò

dalla sua signoria le città di Pistoia, d'Arezzo, di Volterra, e'

loro contadi, e tutte le altre terre, castella, fortezze e luoghi,

lasciandoli soggetti al Comune di Fiorenza così com'erano innanzi: e

il simile de' cherici, de' marchesi, de' conti, e altri nobili, con le

loro signorie e' poderi, dando autorità al capitano e agli ambasciatori

di Siena ed al conte di rimettere i Fiorentini nella possessione d'ogni

cosa. Imperocchè il più de' principi non cedono se non quel ch'hanno

perduto; non isciolgono i popoli se non da que' vincoli che sono già

rotti; e creano rappresentanti della propria autorità allora quando

l'autorità loro è finita.

Le dette rinunziazioni scrisse il cancelliere; e stava per concludere

con le formole consuete, quando messere Giannozzo Cavalcanti, levato

dritto in piedi, parlò. Questi è quel messere Giannozzo ch'abbiam già

sentito predicare dal desco d'un beccaio sommessione: ora il Comune

l'aveva creato un de' quattordici, e per non avere inimica la sua

spaventosa loquacità, e per tirare a sè molti nobili, che da quella

loquacità pendevano ubbidienti. Ma egli, e per rendere al Comune buona

mercè dell'onore, e per far mostra di facondia, e per bene assicurarsi

che l'incomodo duca non tornerebbe mai più a mettere in impaccio la sua

carità patria, ebbe a dire così:

«Messere lo cancelliere, quello che avete elegantemente scritto fin

qui, bene sta: ma una cosa io prego la sapienza vostra d'aggiungere, e,

sottosopra, in questo tenore: «E afferma il detto duca, nella sincerità

della coscienza sua, di ciò fare spontaneamente, liberamente; e impone

a sè pena di cinquantamila marchi d'argento per ciascun de' capitoli

ch'egli infrangesse o tentasse d'infrangere.»

Il vescovo di Lecce interrogò il duca degli occhi: ma questi tacque

e abbassò lo sguardo, dopo gettatolo sopra Giannozzo con quel torvo

dispregio onde i tristi puniscono i vili. E 'l cancelliere più

lentamente di prima scrisse, e lesse; e fu notato che non cinquantamila

marchi diceva, ma pur cinquanta: onde tutti gridarono: «Cinquantamila.»

Ed egli, con mano restia, scrisse.

Ora messere Talano degli Adimari propose una particola che diceva

così: «Ed obbliga la fede propria, non solamente per sè, ma e per gli

uffiziali suoi, quanti sono.»

Qui sorse dubbio. Il cancelliere, per farsi grazioso al duca (dal quale

solo omai poteva sperare o temere), notò, non dovere uomo promettere

cosa che non dipenda dalla sua propria volontà, nè la potenza de'

principi essere tanto grande da stendersi sugli animi umani.

«Questo, rispose Filippo Magalotti, doveva messere lo duca rammentare

prima d'ora a sè stesso: ma poich'egli mostrò non lo credere vero,

e volle accollare a sè tutte le soperchierie de' suoi fidi; e noi

concorriamo nella opinione sua. Che se a lui venisse voglia, per man di

taluno de' suoi uffiziali, rompere i giuramenti, e, perch'egli da sè

nol fa, credersi esente da pena e da vergogna, chi non vede tornare a

vuoto e quest'atto e ogni cosa finora operata da noi?»

Il cancelliere voleva rispondere: ma Francesco de' Medici, allungato

il dito, raggrinzando la fronte, e allargando le narici, com'uomo

irritato, esclamò: «Scrivete, messere.» E il vescovo, con più lesta

mano di prima, e più tremante, scrisse.

Qui sorse a dire Sandro di Cenni de' Biliotti. «Una cosa ancora io

tengo si debba da messere lo duca promettere: «ch'e' non si vorrà mai

dolere per cosa fatta a lui od a' suoi.»

Qui Gualtieri diede in un moto di rabbia male represso: messer Sandro

lo guardò fiso e severo, come fa maestro a fanciullo insolente, e

vedutolo rabbonirsi, seguitò: «Nè di chiedere a principe o a città

rappresaglia mai contro al Comune o al popolo di Fiorenza, a pena di

diecimila marchi d'argento.»

Se la prima parte dell'obbligazione a tutti parve esorbitante,

parve d'importanza grande la seconda: e perchè 'l duca taceva, e il

cancelliere scriveva a furia il dettato di messere Sandro, come scolare

scrive il dettato del maestro, nessuno osava parere meno severo al

nemico suo di quel ch'egli fosse a sè stesso.

Giannozzo Cavalcanti, sentito il vento soffiare buono, incominciò con

molta gravità: «Anche una cosa.» Ma ser Marco degli Strozzi, pietoso

della condizione del duca, e stizzito della impronta vigliaccheria di

Giannozzo, si levò dicendo:

«Basti. Non rinnovelliamo lo strazio d'altr'jer sera; non affettiamo e

non rosoliamo i cadaveri.»

La quale maniera di difesa punse il duca più d'ogni offesa; ma oramai

era sua legge tacere, e ricevere le parole dure, come giumenta legata

all'aperto riceve la pioggia.

Queste condizioni scritte e riscritte in pergamena, e sigillate col

suggello ducale, furono dal vescovo di Lecce rilette ad alta voce e

sonora (per abito di cancelliere, non per oltraggio), fremente il duca.

Al quale il vescovo dettò il giuramento.

«Giuro al nome di Dio, giusto vendicatore, e a tutte le potenze celesti

che invisibili ed infallibili veggono l'animo mio, d'attenere le qui

scritte promesse, a ogni costo: e se ora o mai mentissi agli uomini e a

Dio, invoco sopra il mio capo e de' miei la maledizione eterna. Giuro

di nuovo per l'onore della casa di Francia, per le ossa di mia madre, e

per il sangue di Cristo che mi sia in giudizio e condanna.»

Gualtieri ripeteva con gli occhi fitti alla terra, non altro movendo

del corpo suo che le labbra, e con sì leggier moto che le parole appena

s'intendevano: e quando fu alle ossa di sua madre, parvegli vederla

viva, e con dolore severo di donna amorosa ingiustamente afflitta,

rimproverargli nelle mute lagrime gli affanni ch'e' le aveva portati, e

pregarlo minacciando, non turbasse con lo spergiuro la terribile pace

delle sue ossa. Ond'egli quelle parole non profferì: ma il vescovo

ripigliò con voce più chiara «per le ossa di mia madre;» e allora il

suono uscì come confessione di vergognoso peccato.

Fatto il sacramento, in segno del deposto dominio, e' depose il bastone

ch'aveva in mano: e Bindo della Tosa, presolo, lo buttò con dispetto

per terra. Ma Bartolo de' Ricci, cavaliere e legista, raccolse quel

segno d'autorità, e lo appese alla parete tra un brocchiere e uno

stocco. Il cancelliere posò anch'egli la penna, sbuffando, com'uomo

stanco: e visto che ormai Francesco de' Medici e Talano degli Adimari

e il vescovo si volgevano al duca a parlargli umanamente (sì come il

giudice usa qualche parola pia al reo condannato nel capo); anch'egli,

quel di Lecce, s'accostò piamente; e di sdegnoso che pareva or ora,

ridivenne a un tratto l'antico uomo, famigliarmente supplichevole,

timidamente audace; occhio di gatto, petto di serpe, coda di cane.

Gualtieri gli volse le spalle.

* * * * *

Il dì seguente uscirono, patteggiati, di palagio i soldati del duca,

con grande paura, sebbene e gli ambasciatori senesi e molti buoni

cittadini li accompagnassero a sicurtà. Ma non n'era di bisogno,

perchè tutto il popolo aveva promesso lasciarli quietamente passare

così come se già passati fossero. Tra gli accompagnanti erano taluni

de' già favoreggiatori del duca, il Peruzzi, il Medici, Giannozzo

Cavalcanti, superbo dell'uffizio quasi militare: poi alcuni de' Bardi,

e il vecchio priore di sa' Jacopo, la cui canizie proteggitrice pareva

accanto a quegli armati così veneranda, come miserabile pare la canizie

sacerdotale da armi ingiuste protetta.

Andavano a capo chino, dolenti per le ferite, gravati dalla vergogna.

I meno odiati, che volevano pur con gli occhi e col cenno significare

a' cittadini, in partendosi, alcuno non ignobile affetto, portavano

la visiera levata: altri, nella celata tutta chiusa (sporgente o in

becco d'uccello o in muso di bestia, o scanalata e a onde), sembravano

non uomini, ma moli informi di ferro. Ad altri, l'elmo che finiva

in ghirlanda, pareva ridesse in capo della presente ignominia; ad

altri, le lunghe piume scendevano, miste ai rossi capelli, intrise

di sangue. Chi sguarnito la testa e le spalle, chi senza bracciali;

a chi il largo pettorale del cavallo qua e là squarciato. I più

modesti e i più timidi coprivano con velo nero il sangue rosseggiante

sull'armi: ma in altri erano tante le macchie, che forza era lasciarle

palesi alla vista di coloro, dalle cui membra forse era spicciato

quel sangue. Un caporale de' Borgognoni, fra tutti cospicuo e forte

e grande, sull'armatura di rame dorato, rubata forse a un margravio

d'Alemagna, portava spesse chiazze di sangue: e quel giallo e quel

rosso insieme, parevano la comune divisa de' pari suoi. Le mazze irte

di punte omicide, le ascie lunate, i martelli ricurvi, pendevano dagli

arcioni; e le lunghe balestre ornate d'avorio, e le lunghe spade, si

strascinavano per terra sonanti. Le divise, superbe o gaie o amorose,

degli scudi, erano adesso vista dolorosa. E tra quegli scudi ve n'era

lavoro d'artefici fiorentini, dono da fiorentini uomini, già sommessi,

fatto a' Borgognoni, già cari: uno fra tutti bellissimo, con in mezzo,

a rilievo, un arcangelo armato. Andavano a passo lento, quasi a pompa

funerale, che la fretta non paresse o paura o vergogna: tutti muti; e

solo si sentiva il tintinnire dell'armi e lo scalpitar de' cavalli,

mesti anch'essi. Pensavano i compagni morti; altri le donne o indarno

desiderate, o oltraggiate, od amanti. Il popolo fermo e tacito,

senz'armi, senz'ira, guardava, come se coloro fossero vincitori, egli

vinto. Molti de' cavalieri venivano a piede, o mortogli il cavallo o

rubato, ma i più stati resi.

E mentre passavano, ecco un contadino, tenendo pel morso un cavallo

destriero riccamente bardato ed armato; e gridava: «Messeri, chi l'ha

perduto di voi?» Il cavaliere era morto: ma quel buono uomo non volle

appropriarsi preda, sebbene di guerra giusta; e visto un soldato, in

età, che si strascinava ferito: «A te, compagnone; chè tu te ne vada

più presto lontano da noi.» E senza guardare il tristo drappello,

com'uomo ch'ha maggiori cose a pensare, svoltò da altra via.

Ma il popolo, visti che gli ebbe uscire di porta, si sentì contento

dell'averli risparmiati, ben più che i carnefici de' due d'Assisi non

si sentissero della strage. E di quei Francesi, parecchi, appena fuori,

dimenticato il pericolo e la vergogna, guardavano per l'ultima volta

ammirando, com'uomini intendenti di guerra, le nuove mura e le torri

e i barbacani; e ragionavano di cose guerresche, come se uscissero a

breve correria. Doleva a pochi dell'oro perduto, dell'incerto avvenire:

molti la novità vagheggiavano, come ventura lieta. E coloro che nel

passare per la città furono più paurosi, erano adesso più gai.

Andate, sciagurati, piaga d'Italia, piaga voluta e compera: andate a

cercare signore ignoto, a cui vendere il nerbo e l'audacia, anime rotte

a ogni sorta e d'impetuosa battaglia e di ruberia frodolenta; sommessi

e feroci, come il mastino che s'ammansa al padrone, e a chi gli è

ammiccato, s'avventa. Andate, sciagurati! Nel nome di qual principe

guadagnerete voi oro e rimorso, e lode più rea dell'infamia? Farete

atti magnanimi e vili, patirete la fame e l'ubriachezza, ucciderete e

morrete? In nome di quale repubblica? Chi sa in quanti luoghi soneranno

le vostre bestemmie? Quanti idiomi udrete parlare e cinguetterete?

Qual terra riceverà le sbattute vostre ossa? Andate, infelici! Così

non lasciaste nella gloriosa città vestigio di voi; così non venissero

altri par vostri, e più tristi, a ribadire le anella della spezzata

catena!

* * * * *

Il popolo, nelle case, sulle piazze, teneva ragionamento di quanto

fecero e dissero in que' dì i più notabili cittadini; e ridiceva i

motti, e contava le ferite, e raccendeva in parole la spenta battaglia.

Poi gli atti dei Borgognoni uscenti, poi le novelle che venivano del

loro passar nel contado, e quelle che delle città ribellate; poi le

congratulazioni de' Comuni, e degli amici concorrenti in città. E qui

menarli a vedere, e rifarsi a raccontare ogni cosa; e nella vista

dell'appena passato pericolo, celiare. Alcuni pochi si lagnavano che,

avendoli in gabbia quegli astoracci de' Borgognoni, non si fosse

provato a schiacciar loro il capo a uno a uno: ma altri rispondeva:

«Non vedi tu che assai ci fu pur di due? Di que' due non dico: ma

freddarli bastava. Farne lo strazio che s'è fatto, gli è un rubare il

mestiere a' demonii.

Il duca d'Atene · 第 9 / 14 段