tendendo gli orecchi a ogni grido di fuori, a ogni rumore d'entro; e
non parlavano, se non per rinfacciare quel d'Assisi al Fiorentino, e
questi a vicenda le non prese cautele, i non dati consigli, le non
commesse crudeltà, nelle quali credevan ora avrebbero potuto trovare
salvezza. E visto uscire messer Sandro, chiesero poter parlare a
Gualtieri: ma questi che, di viltà stomacato, com'uomo pieno di cibi
non digesti, ne abborriva la vista in altrui; e non voleva o sentire
lamenti, o dare promesse, o pensar lungamente ad altro pericolo che al
proprio; e gran parte di quel pericolo imputava non alla reità, ma
all'imperizia di que' tre, non li volle. Poi, ripensando, chiamò 'l
giovanetto. Sperava, da quel viso e da quegli occhi recenti di vita,
bevere, come soleva, ilarità, divertire la paura, attingere forza.
Ippolito venne, ma sparuto, gli occhi languidi dal vegliare lungo, le
braccia cascanti; sì che il feroce uomo n'ebbe pietà.
«Coraggio, disse, posandogli la mano sul capo.»
Il giovane si mise a piangere, e diceva ne' singhiozzi: «Non ci
abbandonate, per Dio!
--No, finch'io vivo (poi ravvedendosi); finch'io posso, tu sarai meco.»
Ippolito lo rimirava, come chi tenta indovinare parole di lingua non
nota: e Gualtieri, guardatolo lungamente: «O giovanetto, trista cosa è
la vita; e già tu ne fai dura prova. Non è gran danno finirla, credi.»
Quegli che lo intese: «Oh non dite.» Poi: «Ma che deliberate di noi?»
Egli, umiliato e cruccioso: «Spetta egli a me deliberare?
--Che sperate almeno? che temete? Accertateci dell'animo vostro.
--Fanciullo, io non ho più nè speranze, nè timori, nè desiderii per me
nè per altri. Il caso, il caso è oramai signor nostro.
Qui tacque un poco; poi posando la destra sul ginocchio di lui, con
accento di compassione, qual forse non aveva mai provata sinora:
«Infelice, tu ti se' abbattuto sulla mia via, e la traccia de' miei
passi ti parve buona a seguire. I' non ti forzai: lo volesti. Ora
noi siamo nella medesima fossa, circondata da lupi voraci. Se mai tu
n'esci, rammentati, o giovanetto....»
Qui gli veniva sulla lingua un consiglio di virtù; ma e' s'accorse che
nè quello era tempo di consigli, nè egli di consigliare era degno. E
tacque, accennandogli uscisse. Il giovanetto lo guardò con occhi di
preghiera; e letta negli occhi del duca una risposta amica, si partì
racquetato.
* * * * *
A Gualtieri ogni momento sembrava un'ora (tant'era l'angoscia); e ogni
ora un istante. Nè i Fiorentini, volendo, avrebbero potuto imaginare
tormento maggiore di quest'agonia di dubbi, e d'indugi, e di nuovi
colloquii che riuscivano in nuovi oltraggi, in nuove battaglie di
terrori. E' chiamava a sè or l'uno or l'altro de' Borgognoni, e li
tentava, incredulo della lealtà loro, e maravigliato del resistere
ch'e' facevano all'aspra prova. Perocchè il grande ora pretende dal
piccolo ogni generosità come debito, ora a mala pena la crede cosa
possibile.
Nuovi messi incalzavano chiedenti le tre teste esecrate: e Gualtieri
per ritrovare forza contro alla tentazione, chiamò a sè Rinaldo conte
d'Altavilla, e lo mandò intercessore. Il conte, fatto venire messere
Pino de' Rossi, uno della balìa, propose, quali altre condizioni il
popolo di Fiorenza volesse, avrebbe, fuori che sangue.
Pino de' Rossi vergognando e abbassando la voce: «Il popolo chiede
sangue.
--Ma che giovano tre ree teste alla sua pace?
--Giovano a salvare una quarta, più rea. Lasciate (dura cosa a dire!),
lasciate che il destino de' tristi si compia. In bene ordinata città,
già di que' tre avrebbe i capi il patibolo. Ben so che giustizia
fatta a furore contrista le anime amiche di rettitudine; e par meno
atroce una carnificina sigillata con autentico sigillo di giudice
iniquo in nome d'iniquo re, che una testa che balzi per giustizia
sommaria di plebe. Ma Dio forse pesa con altra bilancia gli atti
umani. Inchiniamoci alla ferrea necessità; e ringraziamo che in tanta
dissoluzione di cose peggio non segua. Voi forse, forse io patiremo un
giorno gli effetti di questa rabbia popolare, alla quale ora ci è forza
ubbidire. Iddio, nobile conte, abbia misericordia di noi; e se non da
sventura, ci liberi da viltà.»
Tali parole proferite con rassegnata fermezza, siccome da uomo che
senta profondo la difformità del male, e vegga lontano un'imagine di
bene disperato bellissima, commossero il conte. E in questo ondeggiare
procelloso passò la giornata di mercordì con la notte.
* * * * *
La nuov'alba levandosi, come suole, lieta sulla città cara alla luce,
vide la calca tuttavia circondante il palazzo, e un aprir di bocche
anelanti sangue. Al qual nuovo tumulto, il duca si sentì vacillante;
e la paura picchiava alle porte dell'anima sua dicendo: «Se a me non
apri, aprirai alla morte.» Ma donde mai il misero uomo poteva trarre
ragioni valide di non essere vile? Solo un fermo proposito d'innovare
sè stesso, congiunto con una preghiera potente, era da tanto. Lo
sciagurato pareva simile a femmina lasciva ed innamorata, che stretta
da instanti preghiere, cede col pensiero prima che in atto; e se
resiste alcun tempo, gli è men pudore che orgoglio. Non diceva egli
già: «Che sarò io quand'avrò consumata l'ultima infamia? Che mi dirà,
brutta di quel sangue, l'anima mia?» Questo non pensav'egli, ma: «Di me
che diranno in corte di Francia? Ch'io, ho macchiato lo splendore della
francese cavalleria; che i miei servi e cavalieri ho abbandonati sulla
via, preda ai ladri, come guerriero che non sa difendere la sua donna.
Ch'io sono codardo, diranno.»--E cercava non più le ragioni del non
fare, ma le scuse del fare; cercava, non gli argomenti, ma le parole
appropriate a adonestar l'ignominia; perchè dove più gli argomenti
mancano, ivi le parole si offrono più moltiplicate, quasi ancelle di
tristo signore. E già cominciava a trovarle siffatte parole: e il buon
volere e il mestiere di principe lo ajutavano in ciò.
Tuttavia la battaglia interna continuava: della quale stanco, e' non
poteva più sostenere colloquio alcuno, nè più vedere chi potesse
incuorarlo a fortezza. Già, tranne il vescovo (il qual non degnava
farsi messaggero di morte, e invano tentava sedar quel furore di
piazza; chè il suo grido era come il gemito d'un ferito fra le urla
de' combattenti), tutti i quattordici della balìa, e gli ambasciatori
senesi erano, ad uno ad uno, o insieme, venuti di tempo in tempo a
dimostrargli sempre più stringente il pericolo, a raccomandarsi non
li forzasse più oltre a così triste imbasciate. Sconfitto di dentro,
e' ripugnava di fuori; si corrucciava talvolta, come se il vincitore
foss'egli, e più: e quelli soffrivano, come si soffre l'imprecare d'un
pazzo.
La notte venne: e da otto dì quasi, Gualtieri non aveva chius'occhio
se non a breve sopore e affannoso; nè mai il vigilare del campo
e la stanchezza del battagliare l'avevano tanto rotto. Quella
sera, già quasi certo del come uscire d'impaccio, si sentì più
tranquillo, tranquillo della quiete che segue alla febbre cassale:
si sdraiò vestito e armato sul letto, con la lancia a lato, la
spada sull'origliere, e dormì. Breve sonno, nel quale le imagini si
confondevano, come le onde e i sassi e le piante divelte e le sozzure
profonde del mare si levano in una tromba. Sognava le grida vere che
sentiva scoppiar dalla piazza, e grida di naufraghi nella tempesta;
sognava i suoi misfatti, misti alle memorie dell'innocente gioventù;
sognava la Bice Bordoni accanto a sua madre; un campo di battaglia
seminato di patiboli; uomini che feriscono torneamenti, e carnefici
che straziano; sognava il mare di Grecia flagellare con le grandi onde
il palagio de' Priori, barcollante come saettìa; sognava le ruine
d'Atene in un misero paesello di Francia; e santa Maria del Fiore in
rovine; e valle d'Arno irrigata di sangue; e donne venire baciando
scheletri. Poi vedeva Arrigo Fei sparato, e gli sentiva dal ventre
gorgogliar parole francesi maledicenti; e un'aquila del monte Olimpo
volare tra le selve di Puglia, e di lì sull'Uccellatoio di Fiorenza, e
rimpennarsi di nuovo mantello, e di nuovo spennacchiata acquattarsi;
e poi sempre il mare che fluttuando gli sconturbava le viscere; e poi
cadaveri sopra cadaveri, ed egli saliva su per quelli, e si aggrappava
ansimante, e giunto in cima, sentiva mancarsi il piè. E ruzzolava
balzelloni di scoglio in scoglio, taglienti come rasoi; e lasciava a
ciascuno un brano di sè, e sospirava un fondo di acque o di fiamme ove
posarsi, e non lo trovava mai. Negli spasimi di quel capitombolare
interminabile si destò: tastò il letto, la spada, la lancia, e balzò
in piedi gridando. L'arme ond'egli era coperto, in quella scossa gli
rintronarono intorno, e gli fecero paura: ma al grido di lui nessuno
rispose, sì perchè già usi a udirlo urlare ne' sogni; e sì perchè i
servi, fatti indocili dalla sventura, a mala pena ubbidivano. In quel
momento egli ebbe spavento di sè: non più cavalcatore dell'altrui
volontà, come d'animale domo; ma debole, senz'amici, senza fama, senza
virtù. Languente dall'afa, dal sudore, e più prostrato di prima,
aprì la finestra, ma non s'affacciò, per paura non l'aocchiassero
dalle case d'intorno. Invocava l'aura della notte, gli rinfrescasse
la coscienza; e domandava, come i peccatori sogliono, al corpo la
medicina dell'anima. Poi passeggiava a passi lenti e uguali la stanza,
e non fermava in alcuna cosa il pensiero: e la mente di lui pareva
vota, come di pargolo o d'imbecille. In quel letargo dell'intelletto
la coscienza si scosse: e vergogna lo comprese, mista a profonda e
non disperata pietà di sè stesso. Allora i pensieri vennero, altri
pensieri; e montavano nell'anima sua, come il mare all'ora del flusso
notturno, quando abbraccia la navicella che stava in secco, e a poco
a poco smovendola con picciole onde, la trae con dolce forza a venire
con sè. Pensò la vita passata: sentì che l'anima umana ha virtù di
rifare sè stessa: questa cosa sentì come in sogno. Ma l'alba veniva: i
Borgognoni, desti, scotevano le lancie, e mormoravano per il castello;
e la folla ringrossava di giù. La presenza del pericolo rioccupò
l'animo suo tutto quanto; come infermo che, riavutosi per brev'ora, si
sente venir meno, e ricade sul letto.
* * * * *
Francesco de' Medici, uno della balìa, nojato del più chiedere
l'elemosina di tre teste, trovò, siccome destro uomo, il modo di
piegare Gualtieri. Andò ai Borgognoni, disse: unico indugio alla salute
loro la resistenza del duca; diano i tre, saran fuori. I soldati
mandarono uno de' lor caporali pregando il signore; ma prego espresso
con parola d'impero. Quegli, o punto più che mai nell'orgoglio, o
fresco dei buoni pensieri parlatigli dal suo angelo, disse che no.
Sola una via non infame restava all'uomo: uscire dell'antiporto, darsi
all'ira del popolo (dopo aver patteggiata per prezzo della propria
la vita de' servi suoi), e morire con coraggio di Francese. Questa
via non gli venne pensata. Ma guai se i cattivi potessero d'una fine
bella rinvolgere una brutta vita! Al buono stesso non è cosa facile ben
morire.
I soldati fremevano. I più codardi minacciavano gettar lui dalle
finestre ai latranti di sotto; i migliori volevano s'indugiasse; gli
animosi mettevano innanzi l'onore dell'arme francesi: i prudenti
rispondevano, qui cedersi al numero, non al valore; altrove
espierebbero questa e altre macchie in Fiorenza contratte; la vita
esser lunga, e un dì di battaglia ad anima di soldato essere buono
lavacro. Vinse il partito de' prudenti: tornarono al duca dodici de'
principali, e spronavano. Egli, sempre meno restìo, ricalcitrava
tuttavia. Or uno di quelli, rompendo ogni ritegno, posta la mano sul
pomo della spada, e porgendo l'altra fin sotto il viso di Gualtieri:
«È oramai tempo di scegliere: o la testa dei tre, sire duca, o la
vostra.
--Che di' tu?» esclamò egli, ritraendosi inorridito, quasi dal tocco
d'una serpe.
«Io dico il volere mio, e il volere de' trecento raccolti qui fuori.»
E i trecento a una voce: «Vogliamo.» E picchiavano con le lance chi 'l
suolo, e chi l'armi.
«Io sono il signore vostro: a me spetta volere.
--Noi siamo quest'oggi, sire, più duchi di voi, perchè siamo trecento;
e vogliamo unanimi cosa contraria al volere vostro; e voi non avete, da
contenerci, nè pena nè premii. Le nostre trecento teste voi non potrete
far volare da coteste finestre: noi potremmo, sire, la vostra.»
Gualtieri tacque. Al Borgognone parve aver detto troppo, e della forza
fatta a sè stesso fu così maravigliato e vinto, che uscì. Gli altri lo
seguirono, rimaso un solo. E a costui disse il duca:
«Fra due ore, entrate: se io non fo motto o cenno, sian dati: se dico
no, abbiate rispetto per poco al volere e alla coscienza mia.» Poi con
frettolosa trepidazione e quasi supplichevole: «sarà per poco.»
Il soldato ripetè ai Borgognoni la preghiera, che ne furono mossi a
riverenza, sì per l'abito dell'antica soggezione, sì perchè ad anime
francesi piaceva la generosità di tanto resistere in tal frangente.
E due ore passarono: ed ecco sul mezzodì un Borgognone s'affaccia,
senza dir motto.--«No.»--Passano ancora due ore.--«No.»--Due
ancora.--«No.»--Ma la furia dentro e fuori stringeva, come laccio
avvolto: le grida ricrescevano paurose, intollerabili: ma i silenzi
che le interrompevano a quando a quando, come voragini buie per
cammino buio, gli venivano più tremendi, perchè dalle cose di fuori lo
ritraevano in sè; e egli da' pensieri suoi proprii rifuggiva, come dal
mettere il piede sopra serpenti aggrovigliati. Pietà sincera non era
la sua verso i tre che strappavanglisi per forza, come arma impugnata
a difesa e a offesa: ma ai moti della passione sua torbidi e vorticosi
s'infondeva anco un senso di nuova compassione sopra costoro, ch'egli
avea amati, al suo tristo modo, ma pure amati; che si erano con la loro
coscienza conglutinati alla iniqua sua vita, che morivano perseguitati
dal nome suo, quasi da demone vendicatore. Ma in questo affetto era
rabbia del non li poter campare, più che desiderio magnanimo di
camparli; era orgogliosa vergogna dell'esser debole, del dimostrarsi
debole, del pentirsi, e del parere vile; del lasciarsi sopraffare dalla
popolare tempesta, le cui onde obbedienti il suo legno fendeva già
imperioso. Gli omicidii e le carneficine che ei commise spontaneo, che
congegnò quasi allegro, che con piglio e con voce di capitano vincitore
ordinò, non gli rimordono l'anima; ma il peso di queste tre teste si
aggravava insopportabile sulla sua bilancia, perchè con esso insieme
Iddio vi getta tutte quante le vite che egli ha distrutte empiamente,
e tutti i rimorsi contro cui con isforzo di disumanata ragione
ricalcitrò. Gli duole non poterli salvare, perchè salvarli sarebbe
testimonio di potenza, lo farebbe vivo, e signore agli occhi suoi
proprii, e, che gl'importa ancora più, agli occhi di questo popolo già
vilipeso. Vorrebbe potersi dimostrare libero e al bene e al male, egli,
tiranno e delle altrui e della propria libertà; perchè questa mostra di
libertà sarebbe atto di rinviperita tirannide. E pure in cotesta smania
di ostile jattanza era un onore reso alla umana libertà, alla bellezza
del beneficare; era un confuso e quasi futuro desiderio d'ammenda. E in
tutta la incessante e sempre più rinfierita battaglia non fu paura; per
la vita sua propria non ebbe paura. Ma, aborrendo dalla minore viltà e'
si gettava abbandonatamente a viltà più ignominiosa, facendo fin delle
buone ispirazioni fomite al principesco orgoglio. Il quale gli vietava,
come vieta signore duro a servo tremante, invocare gli altrui consigli.
Per montare a quella maledetta alterezza di potestà con ansia repressa
dalla stessa superbia egli si era affannato tanto: e adesso in quella
vertiginosa altezza, secondo le brame sue, si trovava essere solo. Guai
al solo!
Dal no al sì, la sua anima non patì, o non sentì, gradi. Come il mare,
che, combattuto da' venti, getta alfine la barca, disarmata di vela e
di remi, incontro agli scogli; duca Gualtieri fu, mal suo grado, ancora
omicida. Trista condizione de' tristi! a grado a grado condotti a tale
che il male diventi nell'opinione loro necessità aborrita, e quel che
già fu cagion del pericolo, paia unica via di salute. Entrarono. Il
duca non mosse nè lingua nè fibra: e più tormento gli fu quel tacere
che quanti dolori o misfatti e' commise o patì. Usciti quelli, voleva
gridare, ma gli parve non fosse più tempo. E di questo inganno ch'e'
faceva a sè stesso, sentì rimorso: e Dio, nella sua misericordia
veggente, gli avrà forse riputati a merito molti istanti di quella
lunga battaglia.
Il conte d'Altavilla e il barone di Ciavignì stavano attenti
all'orribile momento (da loro già antiveduto), per temperare a quegli
sciagurati, almeno con una parola, gli spasimi della pienamente sentita
e compresa morte. Quando intesero che Gualtieri concedeva: «Ma di chi?»
domandarono. E i soldati, a' quali l'interrogazione pareva sciocca:
«Dei tre.» L'Altavilla e il barone, guardatisi, indovinarono il mutuo
pensiero, corsero al duca, e: «Quale dei tre per primo?» Egli che non
aveva pur pensato potersi, offerendo a una a una le prede, saziare
forse con sola una la rabbia di laggiù (che non hanno così fine il
sentire i tiranni), disse, come ravveduto:
«Gli è vero. Un solo per ora: ma non sia Cerrettieri.
--E chi de' due?
--Qual volete.
--Sire (rispose irritato il barone), quello che noi vorremmo e faremmo,
sappiamo. Tocca a voi condannare.»
E il duca, più irritato ancora: «Qual primo vuole, o qual prescelgono i
soldati: o traggano a sorte; purchè non sia Cerrettieri.»
I due gentiluomini, vergognando che tale beccaio fosse francese, ai
Borgognoni recarono la risposta; ma mettere il piede nella stanza, per
vedere una gara vile o pietosa, e un atroce spettacolo, non osarono.
Entrò un soldato, e li trovò pieni della morte presente. Il Visdomini
stava volto alla parete, col capo nelle palme, chino, e quasi pendente
tra le ginocchia, le quali tremavano, come per febbre. Il padre
rimpetto al figliuolo: quegli, le braccia intrecciate sul petto;
questi, spenzolate lungo la persona e la scranna: sì che le mani
parevano toccare terra. E' non si guardavano. Il soldato disse:
«Il signor nostro, stretto dalla prepotenza della plebe, non può cosa
per voi.»
A quell'annunzio, aspettato da loro, nessuno si mosse; ma le tre
faccie diventarono, nel loro pallore di cencio, più livide, e pezzate
di giallo. Il soldato continuò: «Uscirete a uno a uno; ultimo messer
Cerrettieri.»
Alla qual parola tutti e tre si scossero, come se in un punto
sentissero e rinascer la vita e cominciare la morte. Il Visdomini
guardò al soldato con occhi attoniti e invetriati, come il moribondo
che vuol far segno di riconoscere alcuno e vederlo volentieri, e non
può.
I due perduti avevano, in sul primo, inteso assai quell'annunzio,
e sentitone il freddo: poi, nel vagellar del terrore, parvero
dimenticarlo: e stavano immoti. Il soldato, a cui ciascuna parola
ch'e' doveva dire pareva traesse l'anima dal corpo, soggiunse: «Io
dico che un di voi due è destinato a uscire per primo. Chi viene? Chi
resta?» I due si guatarono, come gente sconosciuta: e tacevano. L'anima
razionale pareva morta in essi, e rimasavi solo la vita del bruto. Il
peccato aveva a mano a mano conglutinato il loro spirito all'oro, al
sangue, alle più vili cose della terra; e ora la morte lo rinvolgeva
nell'amara sua nebbia. Si guatavano. Il Borgognone chiamò parecchi de'
suoi a consiglio. Bisbigliarono a bassa voce; ma non sì che i due non
sentissero: «Il più vecchio.» E un altro aggiunse: «E il più reo.»
* * * * *
Così sentenziato, due de' soldati s'accostano al padre, tremanti
quasi al par di lui; e lo prendono per le mani, facendo l'atto di
sollevarlo: il quale, allorchè sentì il guanto di ferro aggiungere
un nuovo freddo al freddo della sua paura, disse con voce esile e
profonda d'uomo che muore: «Ippolito mio!» A questa voce la natura
(sempre, nelle profondità sue intime, buona), si ridestò la natura del
giovanetto: e sciogliendo dal guanto de' Francesi le mani del padre, e
porgendo le sue, disse: «A me.» Il vecchio ricadde sulla scranna, come
corpo stanco, e trasse un lungo sospiro. Ippolito uscì a corsa: e non
s'abbracciarono.
E' camminava ratto: e le mani tenutegli da' soldati, ritirò con
ribrezzo. Sulla scala era il conte che l'aspettava, pallido, e umile,
e pieno gli occhi di non so che divino. Il giovanetto, al vederlo, si
fermò, e: «Nessuna speranza?»
Il conte, prendendogli le mani con affetto di fratello, con tenerezza
di padre, con carità di sacerdote: «Ippolito, pensate a Dio. Un solo
affetto che venga dal cuore, ed egli vi ha perdonato. Una parola che
dica: mal feci.
--Oh mal feci!» soggiunse il giovane con umiltà di fanciullo, con
dolore abbattuto, e quasi senile; e si picchiò con una mano il petto,
coll'altra la fronte «Mal feci! Io sono stato un malvagio. Dio mio, mi
perdonerete voi?
--Dio vi perdonerà, Ippolito: Dio vi perdona. Sperate.
--Sì, spero.»
E lo abbracciò strettamente, come quando il malfattore pentito
abbraccia il buon prete appiè del patibolo. Stette un poco sopra sè:
poi, com'uomo che, vinto l'orror della morte, si butta di lancio
nell'acque per salvare un fratello, scese con agile e fermo passo le
scale. Rinaldo d'Altavilla, rimaso in cima, lo guardava, consolato
nella pietà e nello spavento, contava i suoi passi, pregava per lui.
Ma per i suoi uccisori, per la sciagurata città, pe' futuri destini
di lei, chi pregava? Chi intravvedeva la lunga sua servitù, e gli
ignominiosi e licenziosi e abusati dolori?
Giunsero all'antiporto, e l'apersero. Il giovanetto, levati gli occhi
al cielo, per essere più tosto ad espiare nel mondo sicuro i suoi
falli, prese una rincorsa, come chi sotto la pioggia che scroscia fa
d'attraversare la via; e si trovò, scesa già la ringhiera, in mezzo
alla moltitudine armata. I neri capelli ondeggiavano al corrente sugli
omeri; e di nuovo fuoco di vita, sopravvenuto al pallore, ardeva il
viso. E forse quella delicata giovanezza avrebbe vinta la ferocia de'
più, se quel correre non dava sembianza di fuga. Inveleniti ch'e'
sperasse sottrarsi a tanta aspettazione, e deluderli con nuovo inganno,
gli furono sopra cento in un attimo.--Povero giovanetto, se t'avesse
veduto allora Lucia Buondelmonti!
* * * * *
Gli furono sopra: e con tale impeto premettero a lui, l'atterrarono
e gli cascarono addosso, un sull'altro ammontati, che, soffocandolo
prima di ferirlo, gli risparmiarono l'atroce agonia. Nè soli gli uomini
del minuto popolo, ma (come a più delicato convito) ebbero parte a
quella carneficina taluni degli Altoviti, de' Medici, degli Oricellai
(repugnanti i loro consorti.) E i nobili più si ruppero a quella
vendetta. Cacciarono nelle floride membra i coltelli, le coltelle, le
spade, le mani; e togliendosi l'uno all'altro di sotto quel tesoro di
maledizione, tagliarono in prima, poi squarciarono, poi sbranarono.
Il bianco viso, tinto del sangue dell'altre membra lacerate; la bocca
mezzo aperta, come per ricercare il forte alito, sì presto fuggito; la
testa ch'or sull'uno or sull'altr'omero spenzolava, ultimi rimanevano
al fiero strazio. Gli strapparono i be' capelli dal capo, come il
villano strappa dal suolo diletto le male erbe aborrite: e la lingua
tagliata recarono in cima a una lancia. Avevano già prima rotto,
siccome tronco di giovane e pur robusto arbuscello, l'osso sacro; e fra
costola e costola ficcati i ferri, come per cercarvi un vestigio di
vita, o la voluttà della vendetta che pur non trovavano. I consorti del
Cini, nobili terrazzani, schernivano dicendo: «Ve' il bello cavaliere!
ve' com'e' tende le mani supino; come ubbidisce ad ogni urto che lo
spinga, a ogni ferro che lo divida!»
E ad ogni colpo posavano, e riguardavano come per vederne l'effetto:
al modo che fa il buono scultore che, digrossando la mole del marmo,
a ogni tratto ferma la mano, e riguarda se l'opera risponda all'idea.
Parecchi col giovane sangue andavano disegnando per terra il giglio
rosso, o scrivevano sulle muraglie libertà. E d'orme di vendetta
rosseggiava la piazza, rosseggiavano le prossime vie.
* * * * *