Intanto verso la cerchia delle mura nuove di sotto a san Gallo fuggiva

dal convento de' Servi un frate, pieno il cappuccio di maledizioni

sue e d'altrui; e non osava nè correre nè andare piano, chè sentiva la

morte battergli con le nere ali la fronte, e strisciargli fredda sotto

all'abito sacro. Certi fanciulli che venivano da Cafaggio, lo colsero

vicino al merlo abbattuto dal fulmine, e ravvisarono la faccia gattesca

d'Arrigo Fei, quel delle gabelle del duca. E perch'erano gente di

fuor di Porta, e dalle querele quotidiane de' padri avevano concepito

contro il gabelliere sovrano odio degno di gente che vive di frodo, gli

saltarono addosso come avoltoi piccoli a uomo semivivo giacente in via

deserta; e gridando: «Oh fra Dolcino!» si misero a strappar gli abiti,

e le difese di ferro ch'aveva sotto, e i capelli e la barba. Indi a

forza di sassi e di coltellacci male arrotati lo finirono con lungo

martoro. E, morto, lo strascinarono ignudo per lo lastrico della città;

ringrossata la turba de' fanciulli da uomini fatti. Gli occhi e il naso

e le guance dell'ignudo percosse a' sassi e agli scaglioni, lasciavano

per ogni via traccia di sè; e dalle braccia protese nel tramenìo, quasi

in atto di pregare misericordia, e dal petto straziato gocciava sangue,

e si spiccavano brandelli di carne. Così da san Gallo fece il cadavere

la via per infino alla piazza de' Priori; e quivi i sopravvegnenti,

in cui l'odio era fresco, nuove atrocità ritrovarono. Di faccia al

palazzo impiccarono, così lacerato, Arrigo Fei per li piedi; lo

spararono, e lo sbarrarono come porco. Il duca e Cerrettieri, abbassati

gli occhi su quell'infelice, ne li ritrassero, non pietosi di lui, ma

spauriti per sè. Il bargello d'Assisi non guatò; che ben sapeva, fino

alla menoma fibra, quanto tempo dopo la morte palpitassero, e come nel

lividore annerassero i cadaveri de' martoriati. Il popolazzo, intorno

al gabelliere saltando, gridava: «E così vada ogni tiranno, e ogni

servitor di tiranni.» E allora più alte le voci: «Muoja il duca e'

suoi!» Come quando nella selva fremente per vento, un nuovo buffo che

s'oda venir di lontano scuote più forte i sommi rami, e ne trae (misto

al mormorìo continuo della fiumana che scende) un rumore più cupo, e

più lungo che mai.

Ma poichè assai lo videro così sparato, o schifati di quell'aspetto,

o per certo furore di novità che possede gli animi commossi, lo

spiccarono: e allora i fanciulli ripresolo, così sbarrato com'era

(che pareva una carogna di principe da dover essere imbalsamata)

lo ristrascinarono urlando. Trassero infino al ponte vecchio; e,

palleggiatolo lungamente, alla fine lo buttarono giù.

* * * * *

Degli orrori che racontiamo è tua in buona parte, o duca Gualtieri,

l'infamia.

Nè tutti i cittadini partecipavano all'inumano convito: molti raccolti

nella gioja della pura vittoria, molti intesi alle utilità del Comune,

molti ai loro negozii; altri guardavano come trasognati, o come fa

giovane donna il reo condotto al ceppo, che nel tendere gli occhi

avidi a quella atrocità, rimbrividisce e compiange. Di là dal ponte

Rubaconte (il quale ora chiamano con più dolce nome il ponte alle

Grazie, perchè la Madonna delle Grazie ivi ha una chiesetta, lieta del

monte in prospetto, e del fiume) veniva di Borgo San Niccolò un beccaio

non ricco, devoto al duca, non come uomo tristo, ma per quasi stupida

devozione, quale negli animi semplici alligna. Nè dissimulava egli ora,

com'altri, l'animo suo; ma n'andava la sua via stupefatto delle nuove

cose e sdegnoso. I battilani del vicinato, e qualch'altro beccaio, gli

diedero addosso; e già imaginavano vederlo con gli occhi intenebrati,

cadavere, e strascinarlo: ma egli tratta fuori una coltella lucente che

aveva, e guatandosi tutt'intorno, e andando loro incontro li teneva

addietro, come fa toro di cani abbaianti. Altri si ritraevano a passo

lento; altri con quanta fretta incorrevano, con tanta fuggirono. Un

frate, passando (il frate che aveva la notte del sabato combattuto

là sulla piazza), sdegnato in cuor suo del codardo assalimento, prese

il beccaio per mano sgridando la turba, e mostrò sotto al cappuccio

l'armatura forbita, e sopra l'armatura la croce. Lo accompagnò fino

al ponte: poi, ritornato a coloro: «Razza di vipere, incominciò, voi

volete rivolgere in maledizione la misericordia di Dio. Or sappiate che

se all'uomo forte nella coscienza del debito suo nessuna potestà può

resistere, l'uomo crudele che nella violenza trasmoda, va via com'acqua

per suolo di rena, che non ne rimane gocciola. Temete, cittadini, non i

tiranni o i nemici di fuora: temete voi stessi.»

La moltitudine, a quella voce potente, concorreva vogliosa d'udire;

e il frate, picchiando ad ora ad ora sul petto, e dal crocefisso che

batteva sulla ferrea corazza traendo un suono nuovo, badava a dire.

«Mala signoria è uccellaccio spiumato, che tu puoi con un bacchio

levare di nido, e sbatacchiare per terra: ma chi gli fa mettere i

bordoni e le piume e le penne maestre, se non la nostra superbia e

invidia e cupidità? Vo' vedete come Dio ha miracolosamente percossa

questa sconciatura di re, sotto a' cui piedi noi ci eravam dati perchè

ci pestasse. Che veramente miracolo è a dire il grande accordo col

quale voi, gente lacerata, vi uniste a gridargli: La tua giornata è

finita. Ma se la concordia potè, Fiorentini, tanto; io vi dico che la

discordia e la crudeltà faranno di voi un miracolo nuovo di servitù e

di vergogna. Popolo diviso e immoderato è buon concio da ingrassare

tiranni. E di là dove il fumo dell'odio si leva, tra non molto la

fiamma divoratrice divamperà.»

La parola del frate era come l'aura che passa sul fiore e sul cardo,

ma non ne liba uguale profumo. La moltitudine tuttavia stava attenta;

quando un rumore di grida si fece sentire nella prossima via. E quasi

tutti traggono a vedere che è. Così le foglie secche, ammontate

appiè dell'albero, quando il vento si leva, se ne vanno leggére, e

abbandonano la mesta pianta ond'ebbero vita.

* * * * *

A reprimere le poche stragi, ma malaugurose alla città, il suo vescovo

che faceva? Mandava per grandi e per popolani, che spargessero tralla

folla parole di pace. Ma i grandi nella burrasca delle concitate

moltitudini perdono il fiato; i popolani non sentono la loro potenza

novella, o troppo la sentono, e ne fanno mostra nelle ire importune.

E il vescovo, e i frati da lui mandati a messaggi di perdono, e i

cittadini più pii non si affannavano con la debita fretta a salvare

quelle teste esecrate, sperando che l'ostinatezza coraggiosa e superba

del duca non le lascierebbe al furore della plebe; sperando che, tra

umanità e stanchezza, la plebe si ritrarebbe a mezzo del suo corso

omicida; sperando ne' casi, ne' prodigi del cielo, non osando intanto

invocare ferventemente nè la plebe nè Dio. Avesse osato il vescovo

stesso entrare in mezzo al tumulto, l'aspetto di lui lo calmava forse

meglio che ogni parola; ma diffidenza degli altri e di sè, più che

non curanza, più che paura, falso rispetto della propria dignità

lo ritenne. Temette che le sue preghiere cadessero inesaudite, non

curato il suo cenno; stette a sentire, lasciò correre le ore, che,

non portand'anco la morte, prolungavano ai miseri l'agonia più fiera

che morte, e ai cittadini un'ebbrezza sitibonda di sangue. E coloro

che egli inviava, e altri che intendevan di suo parlavano languido,

come chi dispera della propria parola; e la moltitudine, che vuol

cenni imperiosi e sicuri, prendeva di lì incitamento alle sanguinose

richieste; e, disobbedendo, le pareva obbedire. Altri, e non della

plebe, non ancora certi della vittoria, e temendo che quelli scellerati

consiglieri e ministri di maledizione, scampati, diventassero più

accaniti a tirannide, volevano tra questa e se un fosso pieno di

sangue: nella loro audacia era paura. E ai più buoni, quasi spossati

dalla lunga battaglia di tanti affetti e passioni, mancava vigore a

questa nuova e più difficile battaglia seco stessi, e con la parte

loro, e con la vittoria; e cedendo, tra rassegnati e trasognati,

alle grida imperversanti, sentivano in esse la voce d'una giustizia

sovrumana, che giunge a suoi fini con impeto non dissimile da vendetta.

Quanto d'errore si nascondesse in quei tortuosi pensieri, quanto di

colpa in quei sensi rapidamente mutantisi l'uno nell'altro, quegli solo

n'è giudice che ne fu testimone.

* * * * *

Ma i quattordici della balìa col vescovo, anco perchè occupati a

spacciarsi del duca, non attendevano a raffrenare la popolare vendetta.

Dico, a spacciarsi di lui, e salvarlo da fine crudele: chè all'ira

ne' migliori già sottentrava disdegnosa pietà. Perchè le anime forti

e severe sono com'acqua tra rive difese da folte ombre, che par bruna

e torba; ma se un raggio vi penetri, ella lo riflette puro, e lo

accarezza in sè con amore. E oramai che la paura del duca dava ai

cittadini potenti l'adito nel palagio, mossi a pietà della fame di

quegli sciagurati, e' vi mettevano dentro tanto pane (non più) quanto

bastasse di giorno in giorno alla vita.

Or i quattordici, il vescovo, gli ambasciatori di Siena, il vecchio

conte da Battifolle, entrarono al duca, a renderlo certo del voler

loro e del popolo. Egli, facendo mostra d'intrepida dignità, ringraziò

della intenzione benevola; e stava aspettando le loro proposte, siccome

l'astuto suole, quando si sente impacciato. Filippo Magalotti gli fece

manifesto senza circuizioni il pericolo. Raumiliato, ma tranquillo, e'

domandò al conte Simone: «Or che credete voi, messere, convenga alla

pace di Fiorenza e alla mia dignità?

--Ve ne andiate, signore.»

Il duca, con ira che voleva parere alterigia, chiesto tempo al pensare,

pregò 'l conte volesse tra poco tornare a lui.

Ritornò. Fosse nuova speranza scesa in cuore a Gualtieri, fosse

consiglio de' suoi, fosse astuzia per ottenere patti men duri, fosse

superbia dell'animo inalberato dalla sventura, e' disse al conte

ch'entrava: «Non posso. Invocato, esaltato sopra la condizione di re,

io entrai nella città di Fiorenza: uscirne a guisa di fellone non è

dell'onore del mio sangue regio.»

Il conte, parco di rimproveri importuni e crudeli, non rispose a

questo; ma disse: «Pensate, messere, che quest'unica porta vi rimane

all'uscita.

--Condizioni io voglio, degne della stima in cui m'ebbero insino a

questo dì i Fiorentini.

--Condizioni potete, o duca, proporre, e io rapportare: con quale

speranza, non so. Meglio sarà ne abbiate parola con alcuno della balìa,

che potranno più speditamente o accettarle o farne altro. Perchè già il

pericolo stringe: e di qui sentite le grida. Or con quale della balìa

piace a voi, signore, tenere discorso?

--Con messere Simone Peruzzi.»

Il Peruzzi, già de' fautori del duca, assumeva di mal cuore in sè

quest'uffizio: ma gli altri ve l'incuorarono; perchè que' savi

cittadini stimavano essere buona cosa mostrare fede in uomo non sicuro,

ma per altro non tristo; segnatamente laddove il sospetto accenda

gli odii, e la fede non porti pericolo. Visto entrare il Peruzzi,

Gualtieri l'accolse con più dimostrazioni d'affetto che non avesse il

tetro uomo usate mai a donna bramata; e rammentò gli obblighi che lui

duca stringevano alla casa Peruzzi. Il cittadino taceva. Ma quando il

Francese si buttò alle promesse (che nulla costano ai tristi, ma a lui

costavano molto, perch'erano confessione di paura); il Peruzzi rispose:

«Sire, molte cose voi prometteste a Fiorenza, molte a' suoi cittadini;

molte e grandi, e contrarie fra sè.

--La novità del governare e l'impeto francese, confesso, mi trasviò: ma

rinnoviamo la prova.

--Non si rinnovano, sire, prove di sangue. I Fiorentini hanno nome di

ciechi, ma non di stupidi.»

Allora il duca quasi supplichevole: «Messere Simone Peruzzi, voi siete

cittadino di repubblica: ma cittadino fiorentino ha spiriti regii, e

sente quello ch'è debito e innato ad ogni umana maestà. Vo' vedete che

cedere a questo modo io non posso. Proponete quali vi piacciano patti,

purchè patti siano, purchè un trattato si faccia tra il duca d'Atene e

il Comune della città di Fiorenza.

--Patti? Il Comune della città di Fiorenza ha in mano la vita del duca

d'Atene, suo tiranno: il popolo di Fiorenza, conte di Brenna, è re

vostro.»

Il miserabile uomo, quasi piangendo lagrime di rabbia (espressegli dal

cuore, come il vento che tira ineguale fa le gocciole di pioggia dalla

nube restia), mormorava in parole tronche: «Or che dirà il mondo di me?

Che dirà il mondo di voi? Quel che già dice. Duca d'Atene, il vostro

destino è segnato, destino di tiranno: un titolo solo vi resta;

l'infamia. All'opinione del mondo e all'onore più non pensate: pensate

a scampare la vita.»

* * * * *

Allora il vescovo, mosso a compassione, andò a lui. Lo trovò

sbigottito; sbigottito non di paura, ma di vergogna; rientrato in sè,

e più pochino della persona che natura nol fece. Lo guardò con quegli

occhi ch'e' soleva guardare un peccatore indurato vicino a morire,

con pietà, con ribrezzo, con sacra speranza nella bontà e nella forza

dell'umana natura, ajutata da Dio. Gualtieri, riscosso, e levatosi da

sedere, gli prende le mani, le bacia, e:

«Venerabile uomo, vi rammentate vo' il dì quando in pubblico sermone

mi commendaste all'amore del popolo fiorentino? In memoria di quel

giorno i' vi prego, diciate per me una parola di pace a cotesta plebe

disumanata.

--Duca d'Atene, io parlai altra volta a pro vostro, e m'ingannai: pagai

caro l'inganno. Nè questo era tempo da rammentarlo: ma sia. I' confesso

meritato il raffaccio; chè qui non del mio orgoglio si tratta, ma della

salute vostra. Parlerò sì per voi: e vi raccomanderò, non all'amore, ma

alla misericordia del popolo fiorentino, purchè voi stringa, Gualtieri,

misericordia di voi stesso. Umiliatevi.

--Ecco io m'umilio. Prometto al popolo ordinamenti nuovi: purchè non mi

scacci. Purchè non mi scacci (gridò commovendo con mano gl'irti capelli

della torbida fronte). Ai grandi prometto franchigie, franchigie ai

popolani, franchigie ai cherici: prometto onori, salarii, esenzioni

agli uomini, padre, della casa Acciaiuoli.»

A queste parole il vescovo, levato il capo e colorato di sdegno,

esclamò: «Sire Gualtieri, la mia famiglia è Fiorenza. Se altra volta,

preso da umani affetti, feci o parlai cosa men che degna di vescovo,

e di fiorentino, il giorno della battaglia e del pericolo comune

m'insegnò la mia dignità. Sire Gualtieri, la mia famiglia è Fiorenza:

a me vescovo, grandi, popolani, operai son figliuoli; a me cristiano,

grandi, popolani, operai son fratelli. Voi altri siete usi costaggiù a

afferrare il pastorale con la mano regia, e a farne mazza percotitrice

sui popoli: ma qui non è Francia.»

Gualtieri, ferito, dimenticando il presente suo stato, rispose con

amaro sorriso: «Rammenti la mansuetudine vostra, che il duca d'Atene

ebbe a consiglieri cinque vescovi, e non francesi.

--Sian dieci, siano venti; tutti non sono. E fossero, basta uno solo a

dare esempio al mondo che non è necessaria cosa essere vile nel nome

di Cristo; che disubbidire ai grandi della terra laddove e' comandan

peccato, è cosa santa; che i tabernacoli del Signore sono assai grandi

da poter ricettare quest'orfana divina, insidiata dalle frodi de'

principi, perseguita dai peccati degli uomini, la libertà.»

Il vescovo signoreggiava dell'alta persona e del forte accento

toscano e della cristiana autorità il laido duca, il qual pareva come

rimpiccinito a' suoi piedi, men che fante, e men ch'uomo. E mentre

che frate Agnolo parlava, la povera croce appesa al suo petto pareva

dicesse anatema alle insegne di cavaliere appese al petto del tristo;

e lì poste a fronte si combattevano e si giudicavano le due potestà.

Gualtieri sentì sè minore: e non tanto paura quanto riverenza lo vinse:

«Padre, se io v'offesi, non era mio intendimento. Fate di me quel che

l'animo vi consiglia.»

Lo sdegno del vescovo cadde a quelle parole; com'acqua pura che,

sbattuta, in breve si ricompone, e rifà trasparente. E uscì ad

impetrare grazia per la vita del tristo.

* * * * *

Ma il popolo nella piazza, al vedere or l'uno or l'altro de' cittadini

entrare ed uscir di palagio, come fanno gli amici e i parenti nella

stanza d'uomo ammalato in pericolo, ne sdegnavano; e parecchi andavan

dicendo:

«Guarda carità che li prende! E' sperano condurlo a patti quel cane.

--Volesse tenerli, e' non può.

--Un modo io so di fermarlo: con funi d'oro. Promettigli fiorini, e

l'avrai. Per ritrovare un bargellino, e' svierebb'Arno.

--Che di' tu, Pietro Paolo, d'averlo e di patti? Non l'abbiam noi? Chè

non lo scendiamo sull'atto? Se parlamentare intendono, salgan essi que'

della balìa su in palagio, e lascino lui ignudo qui a questo sole: vi

dico, ch'e' tremerebbe a foglia a foglia.

--Oh pauroso non è. Non ti rammenti, Bucciolo, quando lo vidimo passare

il Serchio con soli cento de' suoi, e affrontar la battaglia?

--Allora, fratello, e' non era duca. I codardi hanno in vita loro un dì

di coraggio, che sia velo e titolo a perpetua codardia. Poi a costoro

il coraggio è come una malattia che li piglia. E tu sai che i polsi

battono più forte così di timore come d'ira.

--Codardo, o no, purchè se ne vada.»

In altro capannello dicevano: «E' volle essere signore a vita della

città e del contado; ed ecco quanto gli resta; un palagio per carcere,

forse per gibetto.

--E quei che volevano un signore di sangue reale, perchè nel sangue

reale è più flemma di giustizia e di carità, l'han sentita ora.

--La gente ricca (vedi, il mio Stricca) desidera mutar cibo.

--E noi, non usi a palpare nè grandi nè re, noi lingue di forbice note

al mondo, leccare costoro! e un sergente del pugliese parerci dappiù

d'un priore!

--Noi? di' piuttosto i ricchi nostri ch'han sempre avuta la maledizione

di scavare sotto il lastrico di Fiorenza un viperaio di re. In

quarant'anni dacch'io mangio e beo, ecco: prima Carlo di Valois; poi re

Roberto, che morì, e fece bene; poi un Filippo di Valois che non volle,

e fece bene; poi un figliuolo di re Roberto, che se n'andò, e fece

bene. E' non ci degnano, o la misericordia di Dio ce li leva di collo;

e noi sempre all'accatto d'un cencio di re. Nasce al duca di Calabria

un figliuolo: pensa sapienza che verrà al mondo da una nuova testa di

duca! E Fiorenza in gloria. Troppo!

--E questa pestilenza di cavalieri ch'e' ci portarono, che crescono

per le prata, come la malva. Noi li avevamo un po' diradati, e di

dugencinquanta di corredo recati a sessantacinque: e costoro ce ne

rimettono Dio sa di che sorta polloni. Sai tu, Lapo, quanti n'albergava

Fiorenza all'entrata del duca di Calabria? Duemila. Pensa! Giotto da

San Gimignano, cavaliere; cavaliere Ippolito, il figliuol del bargello.

Ma i' credo ch'egli abbiano per dama la morte.»

Altrove brontolavano più sdegnati: «Oh chi li muta? I grandi per tutte

le parti di cristianità sono a un modo. E' son come i bachi nel corpo

umano; tira tira, ne schianti un gomitolo; il resto rimane dentro.

Vedi, patteggiano.

--E che patteggiano?

--Oh chi lo sa? Più facile contare i passi della lepre che seguire le

vie torte d'un grande. Il diavolo, amico, è di sangue nobile; e perchè

parve a lui le sue corna non fossero alte assai, le levò contra Dio.

--Credimi, Cecco, a costoro noi siamo bestie comestibili; e s'e' ci

lasciano mangiare, fanno per ingrassar sè di noi.

--Ben fecero que' di Bruggia a incarcerare i nobili caparbii; a

ingabbiare gli astori. Ma noi abbiamo telai migliori, non migliore

anima di que' tesserandoli.»

Vedendo Rodolfo de' Bardi entrare al palagio, certi seduti sulla

ringhiera mormoravano: «Ve', ve', uno de' nostri Uberti. In grazia loro

il grecaccio fece la vituperata pace con Pisa.

--Tu di' de' Bardi: e i Donati? E l'orgoglio di quel Manno, degno

figliuol d'Amerigo, che vent'anni or sono (me ne rammento io: gli era

d'agosto) fece congiura per rubare, ardere, uccidere; per abbattere

l'uffizio de' priori, e disfare il popolo.

--E i Cavicciuli, con le loro torri, e i palagi, e i masnadieri

stranieri!

--Oh ecco il vescovo entrare anche lui.

--Mal augurio quando i preti c'intingono.

--Non dire, Ansaldo, non dire cotesto. E fu pure un vescovo di

Fiorenza, che (quando Arrigo imperatore ci assalse, e n'andò via

scornato), s'armò co' suoi cherici a cavallo, a difesa di porta

Sant'Ambrogio, e de' fossi. I' v'ero io.

--Sì: ma cotesti cherici danno sempre dell'incensiere nel naso a chi

vince: hanno sempre il dito sopra un'autorità de' libri santi per

provare che ogni vittoria è da Dio.

--Non dire, ti prego, del vescovo nostro. Per lui, e per messere

Antonio Adimari i' mi metterei al martoro.

--Sì, messere Antonio ha viscere di Fiorentino: ma a questi popolani

falliti che, dopo aver tirato coll'oro di fuori nella nostra città i

peccati di tutta Europa, ora ci tirano la ruina, e fanno le viste di

stare col popolo, a costoro non credere. Razza di mercatanti: ch'hanno

la patria a Lione, in Analdo, in Inghilterra, nel cofano dei re, in

ogni tasca piena. E che fu che fece falliti in più d'un millione di

fiorin d'oro i Bardi e i Peruzzi? Fidare ne' re. Non posson eglino

vivere questi venditori e venduti, senza fregare col naso la mota che

il re d'Inghilterra pesta co' piedi?

--Di' pure, Brandino, quel che tu vuoi, ma grande onore è alla

repubblica e alla città di Fiorenza farsi sostenitrice di regni, bàlia

di re.

--Sostenitrice sciancata, che prende per suo bordone una canna

infranta; bàlia diburrata. Men oro, Gianni, e più ferro; men fumo e più

calore; meno astuzie più senno.»

* * * * *

I ragionari de' meno ardenti erano interrotti da grida di morte: i

più infuriati volevano il duca, volevano i suoi. Allora Antonio degli

Adimari, mosso dalle parole del vescovo e dalla propria generosità,

raccolse quanta gente capiva nel palagetto de' Priori dietro a san

Pietro Scheraggio, e parlò:

«Cittadini, io vengo a proporre cosa contraria al volere d'alcuno di

voi, ma non vile: perchè, se vile fosse, Antonio degli Adimari non la

proporrebbe ad un suo nemico, non che ad uomini battezzati al medesimo

fonte con lui. È alcuno di voi che l'oppressore nostro desidera morto;

e forse stassera costui si pentirebbe del desiderio, o, se adempiuto

non fosse, certamente del non l'avere adempiuto non avrebbe rimorso.

Or a voi dico, che volere la morte dell'uomo il qual ci nocque, è un

confessarsi paurosi di lui. La tirannide è insetto che basta cacciar

della mano; raro è forza schiacciarlo: e chi lo schiaccia, n'ha sulle

dita la sozzura ed il puzzo. Credete: nè il duca ned altri, dopo tale

prova, oseranno entrare in Fiorenza tiranni. E i tiranni, sappiate,

nocciono talvolta più morti che vivi. E ferirli con ira è onorarli

troppo; è un chiamare sulle ossa loro la pietà de' lontani. Perchè

la morte è santificatrice, e frange gli affetti duri, e i più miti

rinforza. Lasciatelo strascinare di terra in terra la sua vergogna,

e portare a' lontani popoli le novelle del valore e della generosità

fiorentina. Che fareste voi d'un cadavere? Io non vi dico, poniate

mente alle sue parentele di Francia: chè non timore di vendetta dee

stogliere uomini liberi da vendetta. Dico, gli perdoniate e col fatto

e con l'animo. In ogni modo l'avete fiaccato, e vinto: vincetelo col

perdono. Io, da lui messo sotto alla mannaia, che per lunghe ore mi

stette pendente sul collo; io che per la sua nequizia soffersi la

fame, e le angoscie della patria pericolante, e le angoscie della mia

figliuola abbandonata; io, nel nome di Dio, gli perdono. Perdoniamogli,

cittadini d'una forte repubblica, la quale meglio che dalla scure e dal

ceppo, sarà salvata dal nome di Cristo liberatore nostro.»

Queste parole ammollirono le ire degli ascoltanti. Ma «dateci almeno

l'iniquo conservadore, e il suo bordelliere Cerrettieri,» gridavano.

A que' di fuora che non avevano ricevuta l'impressione delle parole

d'Antonio, il sangue di tre uomini, senza il duca, pareva poco. Alla

fine, patteggiando ira con ira, come i re patteggiano viltà con viltà

(se non che quivi trattavano di poche anime, e i re di migliaia e

di millioni in un tratto), s'accordarono tutti nel contentarsi allo

strazio di que' tre.

* * * * *

Fra questi dibattiti passò 'l martedì, ventinovesimo di luglio; nè

l'ira allentava; ed era più tesa in quelli che più gridano, e meno

fanno. Ma poichè i re concuociono la vendetta in cuore per anni, non è

maraviglia se un popolo (e non era l'intero popolo) per due dì. Tra'

gridanti erano alcuni che, amici in secreto al duca, speravano sul

sangue dei tre fare scivolare lui salvo fuor di città; i più torbidi

speravano da quella strage venire a tumulti più gravi. Anco de' buoni

taluni facevano schiamazzìo, perchè dalla culla avvezzi a nutrirsi

d'ire cittadine, ora che meno incivilmente potevano disfogarle contro

malvagi stranieri, godevano lasciar loro il freno. Ed erano tenuti più

stranieri degli stranieri stessi gl'Italiani che servivano al duca:

sì perchè, tranne il Visdomini, tutti d'altre contrade d'Italia; sì

perchè i servi iniqui sono più svergognatamente iniqui del signore, e

più aizzan gli odii mostrandosi a ogni ora, mentre colui che comanda

li move non visto. Il giovanetto figliuolo del conservadore era non

meno abbominato, perchè in tanta tenerezza d'età pareva mostruosa tanto

ferrea durezza di sensi; e perchè lui trasportava di là da ogni modo la

novità del comandare, e la giovanile baldanza. Queste cose pensando, e

rimestandole ne' colloquii, facevano ribollire i furori. Le parole de'

pii erano prese a sospetto, e parevano come raggio di luna che spunti

un tratto sul mare in tempesta, che fa più visibile la furia dell'onde,

e più tetro il biancheggiar della schiuma.

Fu mercordì, Sandro di Cenni de' Biliotti a Gualtieri; e disse i feroci

imperii del popolo. Ma Gualtieri (come canna che, piegata dal vento, ad

ora ad ora si rileva) negò.

«Cedere della dignità propria, disse, è cosa dura, ma non codarda

sempre; gettare ai cani della via la carne de' miei servitori, è

viltà che non cape in anima d'uomo francese. Usciranno con me i tre

richiesti, o con me periranno. E se io li abbandono alla tempesta che

rugge, chi m'assicura che i Borgognoni miei non mi sbalzino dalla

medesima prua per alleggerire il pericolo?»

Gualtieri pensando all'onor suo, e al debito dell'umanità, riguardava

insieme alla salute propria. E in quel coraggio era mescolato il

timore. Ma il Biliotti, al quale la generosità, pure in nemico,

piaceva, e al qual pareva trista cosa premere troppo per aver tre

uomini da farne cadaveri, si tacque e uscì.

Il duca d'Atene · 第 7 / 14 段