Uscivano a due a due nella piazza i liberati; ultimo l'Adimari, quasi

vergognoso delle sofferte insegne: e sull'uscire incontrò gli occhi di

Rinaldo conte d'Altavilla che lo guardava con riverenza di figliuolo; e

si commosse nel cuore profondo.

Uscivano a due a due. I parenti, gli amici, gl'ignoti, s'affollavano

loro intorno, come ad uomini usciti di sepoltura, come ad antichi

cittadini di repubblica morta che in un subito risuscitasse con loro.

In quella dolce confusione d'amplessi, e di parole tronche, e di voci

a cui mancavano le parole, molte faville d'odio, rimase nel fondo de'

cuori, si spensero, perchè la gioja spegne gli odii meglio che non fa

la paura.

* * * * *

Dispersisi quelli, per andare a vedere le mogli e i figliuoli (che li

aspettavano chi alle finestre, chi sulle scale, chi ne' cortili, e chi

nella via, secondochè la dignità permetteva all'affetto, o l'affetto

vinceva la dignità), la moltitudine sulla piazza, calmata l'ansia

dell'aspettazione, rassicurati, incominciarono a ragionare. I più

confidenti, o forse alcuni tra' ligi allo straniero, facevano ogni

cosa finito: potersi la città rimettere in pace; il duca cederebbe di

buona voglia e anderebbe via. Per tali discorsi infuriavano i più; e:

che cacciare la tigre nella tana, non era già averla spenta; e che

smacchierebbe feroce, e farebbe impeto nella campagna; e bisognare

la morte della fiera, e de' tigri, creature sue. Gridava uno: «S'i'

lo vedessi abbracciato a un Santo del paradiso, e non ne lo potessi

spiccicare, passerei da banda a banda il Francese col Santo.» E un

altro: «Stritolargli le ossa bisogna, in minuzzoli più piccini della

sua coscienza, di quel piccinaccio, di quel reciticcio. I tristi

che non hann'anima nel petto, l'hanno in ogni membro del corpo: e,

a mazzerarli come canapa, si rihanno.» E qui urlare con voci roche:

muojano! muojano! E di que' che gridavan più alto, i più non avevano

jernotte combattuto altro che in sogno. Ma quando la paura ne' vili

finisce, il timore negli animosi comincia: e là dove allo stolto le

difficoltà si dileguano, appariscono al saggio.

* * * * *

Fin da domenica notte erano venuti di Siena, capitanati da Francesco

Montone, trecento cavalieri e quattrocento balestrieri, molto bella

gente; ed entrati nella città, fra le grida del popolo, a lume di

fiaccole e a suon di campane. Riposati che si furono, e sentita la

messa in Santa Reparata, i sei ambasciadori, tre grandi e tre popolani,

si presentarono al vescovo e a' più onorevoli cittadini raccolti

intorno di lui; e Francesco de' Salimbeni cavaliere disse queste parole:

«È intendimento del Comune e del popolo di Siena, con questo leggier

soccorso mandare al popolo di Fiorenza una significazione della

benevolenza sua: e questo stima debito di repubblica a repubblica, e di

gente toscana a gente toscana: e vive sicuro che in ogni occorrenza il

Comune e il popolo di Fiorenza farebbe il simile verso il popolo e il

Comune di Siena.»

Queste semplici parole furono più soavi a dire e a udire che in altri

tempi non fosse ogni civile vittoria delle più gloriose: nè tanto

Farinata godè a Montaperti della debellata, quanto il Salimbeni ora

della soccorsa Fiorenza. Il vescovo a lui rispose:

«Non vi desideriamo, onorevoli cittadini, tali occasioni quale questa

è, da provare la fede nostra; ma questo vi promettiamo, che ogni

pericolo della vostra repubblica sarà da Fiorenza tenuto siccome suo.

Io intanto e questi cittadini presenti a voi, nel nome del Comune, con

leal cuore vi ringraziamo del buono animo vostro: e al popolo e al

Comune di Siena ogni bene e grandezza dal misericordioso Iddio, e dalla

Vergine, vostra signora e nostra, imploriamo.»

Vennero i Samminiatesi, vennero i Pratesi domenica mattina, co' loro

soccorsi: venne il conte Simone da Battifolle, venerabile vecchio, e

Guido nepote suo. E con forte voce ma tremante per la lieta turbazione

dell'animo, il conte disse così:

«Ringrazio Dio che ha serbata la mia canizie a questo giorno tanto

fortunato alla vostra città, degna figliuola ed erede della libertà e

gentilezza di Roma. E mi sarebbe doluto morire, e la vostra diletta

repubblica, sì lungo tempo durata in grande libertà, lasciar tuttavia

sotto la mannaia di straniero carnefice. Ormai, magnifici cittadini

del Comune di Fiorenza, i' non morrò a tale ora ch'io consolato non

muoja, perchè gli occhi miei hanno vedute le bandiere del vostro

popolo spiegate di nuovo in sulle torri dell'antica città. E m'è grato

che questi pochi guerrieri, da me condotti come soccorritori alla

battaglia, giungano testimoni della vittoria.»

A lui il vescovo: «Iddio benedica, o signore, la vostra vecchiezza,

e la bontà dell'animo vostro.»--E voleva seguitare; ma non trovava

parole che dicessero più nè meglio di queste poche: quando l'affollarsi

intorno al nobile vecchio de' cittadini affettuosi, tolse l'Acciaiuoli

d'impaccio.

* * * * *

E la domenica al tardi e il lunedì concorrevano da tutte le porte i

contadini armati, chi per cenno de' loro signori, i più per devozione

al Comune; vogliosi di sentire l'odore della battaglia, ora (nella

gioja) dolenti quasi della non da sè cooperata vittoria. Mezzo ignudi

taluni: ma sotto a que' cenci batteva un cuore d'uomo franco e di

cristiano, credente nelle forze del Comune e nel nome della libertà.

I sacerdoti, sopra tutti, accoglievano con amore que' poveretti; e al

vederne le torme, non fiacche ma ubbidienti con altera docilità al

ben compreso comando, e che movevansi da spontaneo impeto concitate,

godevano in cuore. Chi dell'armatura guerriera non aveva che l'elmo,

chi soli i cosciali, chi un pavese arrugginito: ma le falci erano

lucenti, e taglienti le accette, e gli archi fecondi di certa saetta. E

dicevano in loro schietto e potente linguaggio, dello sbarbare la mala

erba francese, e del potare i rami fradici dalla buona pianta. Ad un

setaiuolo brillo, il qual si faceva beffe della veneranda e terribile

semplicità di costoro, e si lasciava fuggire parole pericolose in dì di

vittoria popolare, sicure il dì poi; un contadino cencioso ma pulito

de' suoi cenci, guatando bieco ma freddo, rispose: «Se vo' sapeste

vivere come noi viviamo, non fradici di vino, e rimpinzati d'untuosi

banchetti, e invidiosi, e peccatori; vo' non correreste rischio di

perdere ad ogn'istante la vostra libertà e de' figliuoli vostri. Perchè

la maledizione di Dio v'entra in città, come la pestilenza, cucita in

quegli abiti foderati di vaio e d'ermellini. O anime di volpi, gente

vestita d'orgoglio, e addobbata di male frodi!»--E' voleva seguitare,

quando il briaco gli si avventò per zombarlo: ma il contadino non

degnava adoprare l'accetta. Ed ecco gente venne che, gridando, fece

fuggire lo sbeffeggiatore briaco, il quale, inciampato in un sasso,

cascò come morto.

* * * * *

L'Acciaiuoli, con altri buoni cittadini, grandi e popolani, fecero

richiedere quanta sapevano buona gente, e bandire parlamento per

riformare lo stato della città. Il lunedì, furono congregati nella

chiesa di Santa Reparata, tutti in arme; e chi non poteva le armi per

ferita toccata in battaglia, avevano ripresi gli abiti all'antica

foggia fiorentina. Grandi e popolani senza distinzione si sedevano là

dove trovassero il luogo libero; e i più potenti parevano ambire il men

alto. Sedie onorevoli erano serbate agli ambasciadori di Siena, e a'

condottieri degli altri soccorsi; ma parve loro più bello confondersi

ai cittadini. Il vescovo parlò, e disse:

«Oramai la signoria del Comune, o Fiorentini, è vacante; chè nessuno

è che non vegga il duca d'Atene già fuori delle nostre porte, e non

voglia, prima che il suo imperio, la morte. Onde bisogna provvedere

alle necessità del Comune, e scegliere uomini a' quali sia data balìa

di riformare la terra infinattanto che il popolo radunato manifesti

in solenne modo la sua volontà. Io, cittadini, salva l'approvazione

vostra, proporrei che a quattordici di numero fosse data essa balìa,

tolti da tutti i sesti, e più dai più popolosi: e direi che, siccome

fecero i nostri maggiori, i quali in altra simile riformagione

nominarono dodici cittadini, due per sesto, un de' grandi, uno de'

popolani; e noi similmente eleggessimo de' popolani sette, e sette de'

grandi.»

Tutti dissero ch'era bene. Allora il vescovo propose a uno a uno i nomi

che seguono, e ad ogni nome tutti di grande accordo rispondevano: sì;

perchè già il vescovo non proponeva persona, che non fosse sicuro del

consentimento comune. Nominò d'Oltrarno Rodolfo de' Bardi, Sandro di

Cenni de' Biliotti, Pino de' Rossi; di San Piero Scheraggio, Filippo

Magalotti, Giannozzo Cavalcanti, Simone Peruzzi; di Borgo Santo

Apostolo, Giovanni Gianfigliazzi e Bindo Altoviti; di San Brancazio,

Testa Tornaquinci e Marco degli Strozzi; di Porta del Duomo, Bindo

della Tosa e Francesco de' Medici; di Porta San Piero, Bartolo de'

Ricci, Talano degli Adimari. Nessuno quasi tra gli eletti era stato de'

capi delle congiure, e poco avevano operato i più per la sconfitta del

duca; anzi taluni o nel forte della congiurazione nascostisi, o dato

segno d'animo titubante o d'avverso. Ma i buoni cittadini di Fiorenza

pensarono, gli uomini accomodati al congiurare rado essere idonei

al governare; pensarono, la balìa data ai men caldi essere indizio

di confidenza che il Comune poneva in essi, e pegno di concordia,

e spezzare ogni vincolo tra loro e 'l tiranno; pensarono che nel

frammischiare alcuno uomo incerto, ma non tristo, a molti sicuri, era

pericolo minore che nello escludere in tutto quella gente dalla somma

delle cose: e pensarono che la fortuna mutata a favore della repubblica

inspirerebbe nei più tiepidi nuovo ardore d'affetto. Assentiti per

tanto i quattordici, il vescovo disse:

«Resta ora che si deliberi a chi affidare la podestà.» Alla quale

proposta tutti quasi a una voce nominarono il conte Simone da

Battifolle: ma il buon vecchio levandosi prese a dire:

«Io vi ringrazio, o cittadini di Fiorenza, di questa fiducia che in

me ponete: e se la intenzione buona valesse, parrebbemi non n'essere

in tutto immeritevole: ma vi dico che senza estrema necessità non

saprei risolvermi a fare uffizio di giustiziere in questa terra dove

non altra memoria vorrei rimanesse che della riverenza e dell'amor

mio verso tutti e ciascuno de' suoi cittadini. Perchè, laddove tu

debba condannare od assolvere, rado è che tu possa fuggire l'odio o 'l

sospetto; e quando pure l'animo intero non fallisse mai, può fallire la

scienza e la pratica delle cose. Nè questa mia canizie, ch'io ho fino

ai tardi anni serbata pura d'odio e di sospetto, vorrei, Fiorentini,

pur con un fallo d'ignoranza macchiare. Poi, dell'ancor muggente

tempesta non può che non rimanga una lunga e faticosa marea, durante

la quale non sarebbe delle mie forze sedere dì e notte al governo. E

quanto maggiori cose voi v'aspettate, o buoni cittadini, dall'opera

mia, tanto il vedervene, senza mia colpa, ingannati, mi vi farebbe

odioso o sospetto. Però vi prego vogliate lasciarmi sicura fino alla

morte la ricchezza della mia pace e dell'amore vostro.»

Così parlava il buon vecchio: e i cittadini, dolenti del niego, pure

assentivano. Proposesi di chiamare a podestà Giovanni marchese di

Valiano; creare intanto sei luogotenenti, tre grandi, tre popolani, un

per sesto: Napo degli Spini, Berto de' Frescobaldi, Paolo Bordoni,

Taddeo dell'Antella, Antonio di Lando degli Albizzi e il cavaliere

Francesco Brunelleschi: al quale il Comune per tal modo significava

aver preso in grado il suo pentimento. E sei n'elessero, acciocchè

di più fosse insieme adunato il senno, tra più divise le cure e le

odiosità in quel difficile tempo. Eglino stettero nel palagio del

podestà con dugento fanti pratesi per guardia: onore che Fiorenza

intendeva rendere al buon zelo della terra di Prato. E tennero ragione

sommaria di ruberie e violenze; e s'ingegnavano di medicare le piaghe

della straniera insolenza.

Ma prima che l'adunanza si sciogliesse, il vescovo disse ancora: «A

tutti voi, cittadini, è noto come parecchie e terre e città, già

soggette al nostro Comune, ribellandosi alla signoria del duca, se

stesse rivendicarono in piena libertà: del qual danno non è questo il

tempo di prendere o rammarico o ira, noi, occupati da gaudio sì grande

e da più prossima cura. Ma questo io vorrei fermato sin d'ora: che non

per via di vendette violente a noi convenga ripetere i contesi diritti,

e questa nostra libertà, per divino benefizio rinata, battezzare in

sangue fraterno. Le città già nostre, abbiamoci, anzichè nemiche,

consorti e sorelle: e se con la potenza e col senno la repubblica

fiorentina saprà salire all'altezza alla quale ell'è destinata, non

dubitiamo che quelle verranno spontanee ad invocare la nostra autorità

quasi bene massimo. Ma se il potere e il sapere ci manchi, quand'anco

la signoria di quelle per forza ricuperassimo, sarebbe corta vittoria,

e piena di sdegni e di pericoli, che l'uno dall'altro nascerebbero

senza posa mai.»

Alla qual cosa assentito ch'ebbero tutti, il vescovo levandosi disse:

«Da ora innanzi, a bandire il parlamento de' Signori della balìa e de'

principali cittadini sonerà la campana della podestà; a congregare il

popolo sonerà la campana a martello, com'era usanza. E così riprendendo

le buone consuetudini della repubblica nostra, riprendiamo, o

cittadini, (fuor gli odii e le gelosie) il vecchio animo fiorentino.»

* * * * *

Ben fecero i buoni cittadini a provvedere alle cose del Comune: che

il popolo a questo non dava mente, pieno dei dolori passati e della

presente gioja; il popolo che, siccome animale faticante, rumina a

bell'agio le cose; ond'è che i tristi sovente lo colgono sprovveduto. E

questa del vivere più nel passato che nell'avvenire, è così potenza e

grandezza come sventura della misera plebe.

I più corrotti, come briachi a' quali il dì festivo non è d'altro

occasione che d'intemperanze, badavano pure a vendetta. Intanto

l'assedio seguitava notte e dì senz'assalto: chè già la fame, quieta e

invincibile, come la morte, stringeva i rinchiusi a uno a uno, e sotto

a' ferrei usberghi ficcava il suo dente. Di che facevano gran fiottare

i soldati; ma i baroni, più delicati, tacevano per orgoglio; il quale

nell'apparenza tien vece di molte virtù.

Dico che i più cattivi tra i cittadini correvano braccheggiando la

vendetta; e non tanto cercavano, o mandavano pe' masnadieri cercando

i paggi o i valletti o i damigelli del fiero duca, quanto i ministri

delle sue crudeltà. Non rammentando (tanto li acciecava la fiera

voglia) che il bargello d'Assisi stava rinchiuso col figliuolo Ippolito

nel castello, l'andarono taluni a cercare nelle case de' Cerchi Bianchi

nel Garbo, dov'era l'abitazione di lui. In lui sopra tutti, ed in

Cerrettieri Visdomini tendeva la rabbia popolare. La quale dispersasi

per la città, fatto de' viuzzoli, delle vie mozze, delle cantonate

quasi tante maglie di rete fitta da incalappiar i nemici, se n'andava

annusando per addentarli a morte. Bindo Altoviti sorprese un notaio,

crudele uomo, vestito da donna, il quale attraversata la via come gatto

che fugge, scendeva a acquattarsi giù a' lavatoi tra' giunchi del

fiume. L'Altoviti, al passo virile e al guardar sospettoso, s'accorse

del vero, e, smascheratolo, l'additò alla marmaglia seguitante. Voleva

egli fare scherno di costui, non istrazio: ma coloro, alzate le

gonnelle al notaio, e stracciategli le brache, si misero a flagellarlo.

E perchè il cattivello gridava il nome di Maria, ed eglino: «Madonna

vuol partorire: oh che nuovo peccato vuo' tu mettere al mondo? Forse un

nuovo patto tra 'l duca e 'l Comune, con cautele e sacramenti a modo

del primo? Ah cane di notaio; ah servitor del bargello! Di' quanti

n'hai fatt'ire al patibolo, e quanti a' tormenti!» E le busse sonavano

a tutto andare. Quando un vagliatore, afferratolo per il petto:

«Tanti bocconi ci convien far di costui quanti e' tradì cittadini.»

E strapparlo, squartarlo vivo, sbocconcellargli ogni membro (che

guizzando pareva cercasse il tuttor vivo compagno), fu un punto.

* * * * *

Alla crudele opera davano mano parecchi tra' figliuoli di quegli

scardassieri ch'jeri facevano per lo straniero; e taluno di que' beccai

stessi ch'aizzava jeri i suoi cani contro i cittadini combattenti

per la libertà, li cacciava oggi addosso ai servi del duca vinti.

A raffittire questa turba aggiungevansi molti artigiani delle arti

più sozze, o delle più molli (e questi erano i guidatori); e qualche

legista armato di bacinetto che riluceva al sole, maravigliato

di tanto. La turba cresceva continuo. E perchè 'l vinaio era ben

conosciuto razza ducale, contro a' vinai si scagliavano costoro, o

piuttosto contro alle canove loro. I quali vinai, come pecore nella

stalla quando si mungono, stavano cheti, e belavano pietosamente. E per

deliberarsi da tante spugne assetate di giustizia, ciascuno denunziava

la canova del vicino, come rea di vino più fine: nè si salvavan però;

che, per dare giudizio retto, i severi uomini assaggiavano d'ogni

botticina; e con molta equità sentenziavano. Se non che il vino così

tracannato scemò grandemente il numero de' giustizieri, molti de'

quali, come sanguisughe sature, cadevano in lungo letargo. E così

non poche crudeltà furono risparmiate da questa prima rapina: perchè

siccome il bene è grande ajuto al bene, e così 'l male è limite potente

a sè stesso.

Ma il vino de' vinai ducali, o Simone da Norcia, non campò te da amara

agonia. Costui, uffiziale alle ragioni del Comune, barattierissimo

punitore di baratterie, che molti aveva tormentati a torto, a diritto

taluni; da quelli che a torto, fu lasciato stare, da quelli che a

diritto, era adesso inseguito. E fuggiva, com'uomo che sente la piena

del torrente rotto romoreggiare alle spalle; preso ch'e' l'ebbero, si

levò una voce: «Buttiamolo giù dal ponte.

--No, ch'egli avvelenerebbe Arno,» gridò un'altra voce. «Facciamogli un

bagno di piombo strutto, da tuffarvi entro quella boccaccia che tanta

sete ebbe d'altro metallo.»

E un altro: «O sepolcro della giustizia, i' ti voglio aprire, e vedere

che ti resta costà entro del tanto ch'hai divorato del nostro.»

Ma un barbiere ch'era dietro, presa l'ascia di mano a un contadino che

guardava stupido e commosso, tagliò a Simone da Norcia la testa di

netto, come buon cerusico che il barbiere era. Gli altri lo tagliarono

a minuzzoli, e lo sparpagliarono per la via, come si fa la fiorita.

Ed era fradicia di cervella schizzate, e di frattaglie sierose, e di

sangue nero la terra.

* * * * *

Un altro uccellaccio stava per essere aggraffato, un altro notaio,

Matteo napoletano, capitano de' sergenti a piedi, all'osceno duca.

E' correva correva, su per le borgora di Pinti; e quelli dietro, e

urlavano: «Il diavolo ha date l'ale a costui.» E i più indietro: «Chi

primo l'acchiappa, non lo finisca.» I cittadini quieti, il popolo vero,

potevano fermare il perseguito, e darlo in mano alla morte; ma non

degnavano: e se non era paura della furia degl'inseguenti, l'avrebbero

volentieri campato. I più faceti, godendo del vederlo sottrarsi a

quelle fiere, dicevano: «Per un sergente a piè, e' corre bene.» Matteo

svoltò da una viuzza, e poi da un'altra, e poi da un'altra, tanto

che riuscì, sfinito, allo stradino dov'erano le femmine mondane, e

diede del capo in Jache della Malora, un Francese ribaldo del duca

corrottamente dai Fiorentini chiamato così; il quale, non trovando

luogo più sicuro, andava per chiedere rifugio a quelle sciupate. Ma di

tal foga correva Matteo, e con tant'empito pinse Jache, che tutti e due

stramazzarono a terra con riso e tripudio di que' dietro. Il primo de'

quali (ed era un macellaro) acchiappatolo, gridò: «Ti fossi gittato

in Arno, i' sarei affogato per correrti appresso, tristo Matteo.»

Jache rilevatosi, vide sè in mezzo a una calca nemica, e raccomandò

al beato messer san Dionigi l'anima sua. Le peccatrici al rumore

s'affacciavano, scapigliate, trista cosa a vedere; altre attillate già,

ma con le occhiaie della affralita giovinezza, e lo squallido pallore

de' patiti piaceri. Le più attempate ridacchiavano; le giovanette

guardavano attente senza parola; le già su' vensei parevano mosse a

pietà. Allora disse uno di que' della via: «Diamo a queste pinzochere

un santo diletto: facciam correre Jache e Matteo il palio ignudi: il

palio sarà la cuffia della più vecchia tra voi, femmine.» Una cuffia

fu buttata dalla man d'una giovane; e Jache e Matteo, ignudi nati, a

forza di scudisciate, corsero e ricorsero il viuzzolo come due bovi che

movono saltelloni al macello, stimolati dalla mazza del beccaio che

li comperò. A mala pena e' potevano andare di pari: onde l'urtarsi a

ogni tratto, e il cadere, tra l'angustia, e il dolore delle percosse,

e la rabbia. Le donne lasciavano stare Matteo, che nol conoscevano; ma

Jache il qual bazzicava laggiù, era segno agli scherni delle men buone.

«Oh Jache! Oh Giacotto! Oh Lapo! Oh Jacopone!»--E una, giovanettissima

ma svergognata: «Bella persona di francesaccio sudicio! Oh non mi

died'egli, un mese fa, un fiorin d'oro perch'io stessi a vederlo

cavalcare la costa, e al suo cadere gridassi, quasi vaga di lui, per

farsi bello co' suoi compagnoni dell'amore di giovane donna.» Stanchi

dello sbertarli a quel modo, li fecero montare uno a cavalluccio

dell'altro e correre lo stradino così. Ora Matteo era il ronzino,

ora Jache; ora fatti andare di galoppo, or di passo: e gridavano,

contraffacendo alla peggio la favella di Napoli: «Matteo, se tu stavi

nello castiello a parlimiento, tu non staresti ora rutto d'onne membro

come tu se'. Non chiangere, meschino del duca, non chiangere: per poco

tiempo tu stara' qui presune. Vuo' tu essere impiso o abbocconato?

--Abbocconato,» gridarono con cupe urla molti: e così lo strapparono

dalle spalle di Jache, e s'apparecchiavano a fargli la festa. Jache

se ne stava come brennaccia che scuota una dura soma, e aspetti nuove

picchiate; quando aocchiò un uscio socchiuso, e una delle femmine, di

quelle sui vensei, che pietosa gli ammiccava, entrasse: e sgusciò come

coniglio sotto la macchia.

* * * * *

Il duca d'Atene · 第 6 / 14 段