«Figliuoli, questa è l'ora di valentemente difendere la signoria del

duca nostro e le nostre proprie vite dagl'iniqui ladroni; quest'è l'ora

di dimostrare al mondo chi voi siate, e chi sieno queste volpicciattole

fiorentine dal ricco pelo e dall'ossa mal commesse, timidamente rapaci.

La pace della città e la gloria d'Iddio nelle vostre mani è affidata,

di Dio che detesta le sedizioni come scellerata invenzione di Lucifero,

padre di tutti i ribelli.»

Ma i famigli risposero con tranquilla sfacciataggine, essere mestier

loro offendere, non difendere; unico scampo la fuga.--Allora il

podestà, deponendo la larva del coraggio, fatto viso di tutt'altro

uomo, e tremando: «Fuggire! ma come?»

E i famigli: «Ciascuno pensi a sè: che se a signoria vostra

abbisognasse de' nostri consigli, li avrebbe chiesti assai prima.»

Così dicendo, scappavano. Ond'egli, vestiti gli abiti del più guitto

tra' famigli, che per carità glie li cesse, adattatasi una panziera

a difesa del corpo, mancandogli tempo da soprappor la corazza,

intanto che gl'infuriati venivano da una via, uscì dalla porta che dà

nell'opposta: e nascondendo il viso, e non osando torcere il collo,

e pur voglioso di guardarsi dietro (che già si sentiva le grida alle

spalle, come il viandante colto dal mal tempo, si sente gocciolare

pel dorso l'acqua temuta), alla fine mise il piede nelle case degli

Albizzi. Nè mai le sue scelleratezze gli avevano data la millesima

parte dell'angoscia che gli diede quel breve tragitto. Ma Dio serba

i terrori, o i dolori, o (pena più crudele) i sospetti, a chi e'

risparmia i rimorsi.

I famigliari dell'Albizzi, riconosciuta sotto a que' cenci la podestà,

lo afferrarono, e volevano farne strazio; quando si rammentarono che

il signore era in casa, ferito nel primo scontro da un quadrello di

balestra grossa; e corsero a lui domandando, che fare della podestà.

L'Albizzi, stizzito, non già dal dolore che provava acutissimo, ma dal

non potere, sebbene maturo d'anni, combattere, rispose con ira: «Che fa

a me quel carcame vivente?»

E perchè i famigliari, genìa interpretatrice, torcevano al peggior

senso le sue parole, e se n'andavano allegri del potere tormentare una

potestà, messere Antonio ravvedutosi, aggiunse: «Chi leva un capello

da quella testa scellerata, pagherà 'l debito con la sua testa. Io non

degno che pure i miei famigliari s'imbrattino in sì vil sangue.

--E che farne?

--Che chied'egli sia fatto di lui?

--Vuol vedervi, messere.

--Via da me quel basilisco di baratteria, che con gli occhi mi farebbe

tutto una piaga.

--Dunque?

--Lasciatel ire.

--S'è' viene a voi per rifugio?

--Rimpiattatelo; vestitelo da famigliare, da donna: ma astenete le mani

da lui, siccome fareste dall'amico del signore vostro.»

I famigliari non intendevano quel misto di sdegno, di spregio, di

pietà; e stimavano messere Antonio degli Albizzi matto.

De' famigli della podestà taluni scapparono nel convento di Santa

Croce: e quale de' frati non voleva aprire; altri pensava si dovessero

accogliere per prudenza, acciocchè, se il duca o gli amici del duca

vincessero, l'ordine di san Francesco n'avesse merito; altri, per

debito d'ospizio e per carità.

La turba salì schiamazzando le scale del palagio, e mille villanie

diceva al Baglione lontano. E correvano per le stanze spalancate con

gli archi tesi e con in mano le spade. Ma, non trovando persona, la

rabbia si volse contro gli arnesi, le finestre, le panche. Rompevano,

infrangevano spezzavano, fracassavano, sminuzzolavano, pestavan co'

piedi. Pochi gittavano all'impazzata giù nella via: ma i più si

tenevano il frammento quale d'uno qual d'altro arnese, a memoria del

giorno quando i cittadini di Fiorenza, non potendo più sopportare la

servitù degli uomini stranieri, insorsero a libertà.

Spersi gli arnesi, e arso il resto, vanno alla camera del Comune,

la forzano, ardono i libri ove i nomi degli sbanditi erano scritti:

i debitori (ogni tempesta ha la sua schiuma) rubano gli atti della

mercatanzia, per ispegnere la memoria de' debiti. Altra ruberia non

fu fatta in tanto scioglimento di città, se non contro alla gente del

duca. E tutto avvenne per l'unità in che si trovarono i cittadini a

ricuperare la propria libertà e quella della repubblica.

* * * * *

Que' del sesto d'Oltrarno, che per sè era di grandezza e potenza

un'altra buona città, sentendo lo sforzo della battaglia essere tutto

intorno al palagio, prima che l'aria fosse bruna, apersero l'entrate

de' ponti, e passarono a cavallo e a pie' in arme. I Bardi venivano

scorrendo le file, e contenendo i cavalieri più veloci o più ardenti,

non rompessero gli ordini. E perchè si sapeva che i radunati in sulla

piazza potevano per molt'ora resistere, e per rassicurare in ogni

parte la commossa città, mostrandole le forze sue, fecero levare le

sbarre delle rughe maestre che non mettevano diritto alla piazza, e

con le insegne del Comune e del popolo cavalcavano gridando: «viva il

popolo e Comune in sua libertà!» e: «muoia il duca!» I vecchi e le

donne rispondevano _viva_, e levavano gli occhi al cielo ringraziando;

salutavano i noti, agl'ignoti arridevano come ad amici; i più

appariscenti additavano; all'armatura o alla divisa o al portamento

riconoscevano i volti celati dalla visiera; ai bambini indicavano con

infantili parole il perchè della splendida mostra; e quelle bocche,

aperte appena alla vita, gridavano anch'esse: _muoja_. Gli erano più

di mille a cavallo, montati su destrieri tutti a briglie con freni

dorati e purpurei, fra dei loro e di quelli tolti alle genti del duca;

con archi soriani all'arcione, con al braccio scudi lisci ed uguali,

o rilevati a vario lavoro, con tremolanti sugli elmi piume d'estrani

uccelli. Poi dietro venivano diecimila armati a corazza e barbuta come

cavalieri; senza l'altro minuto popolo in arme: chè la bene abitata

città forniva venticinquemila combattenti; senz'alcuni forestieri,

usi ai modi del guerreggiare italiano, e alcuni cavalieri lombardi, e

senza que' del contado. A ciascun sesto precedevano l'insegne sue.

Oltrarno, scala bianca in campo vermiglio, dragone verde in campo

rosso: San Piero Scheraggio, carroccio d'oro in azzurro, toro nero in

giallo, leone nero rampante in bianco: Borgo, vipera sul giallo, aquila

nera sul bianco, cavallo sfrenato, covertato a bianco e a vermiglio,

sul verde: San Brancazio, leone azzurro rampante coronato, nel bianco;

Porta San Piero, due chiavi rosse in fondo giallo: Porta del Duomo, con

in fondo il colore medesimo, drago verde. Queste ed altre le insegne

de' sesti: alle quali venivano miste le militari; de' cavalieri:

d'Oltrarno e del Duomo, bianca; di San Piero Scheraggio, nera e gialla;

di Borgo Santo Apostolo, bianca e azzurra, addogata per lo lungo; di

San Piero, gialla, di San Brancazio, bianca e verde. Verde l'insegna

de' mercatini; de' balestrieri, campo bianco e balestro vermiglio, o

quello vermiglio e questo bianco; degli arcadori, un arco in bianco e

in vermiglio; de' pavesai, un giglio in vermiglio ed in bianco; de'

cambiatori, montone bianco in vermiglio; de' medici e speziali, campo

vermiglio con Nostra Donna e Gesù; de' giudici e notai, stella grande

d'oro in azzurro; de' setaiuoli e merciai, porta rossa e piano bianco;

de' maestri di pietra e legname, sega, scure, mannaia, piccone, e rosso

il di sotto; dei fabbri, bianca la sommessa e sopra tanaglie nere

grandi. Ma il bue nero de' beccai pascente in prato giallo, mancava.

Venivano a torme, a schiere, a drappelli, a larghe file, a due a due,

in vago disordine: e tra quella selva di lance e di spade si smarriva

lo sguardo con lieto errore: quale in ricca foresta le piante qui rade,

là fitte, che all'alte cime s'alternano i giovani ramuscelli e le folte

macchie; e ogni cosa, l'erbetta minuta, i fiori appiè delle negre elci,

l'ellere, i rovi, la borraccina, significano la possente ubertà della

terra; gli uccelli volano dall'abeto al cespuglio; e le acque correnti

nutricano con amore e le mature e le giovanette, e le altere e le umili

vite. Il quale popolo fu molto mirabile a vedere, e possente e unito.

* * * * *

Ma sotto il caldo della giornata, e sotto quel tedio che occupa, per la

non vinta resistenza, gli animi instabili, la stanchezza aveva prese

le membra robuste de' Borgognoni; che senza pane e senza vino, eglino,

avvezzi a bene morfire così come a battagliar bene, e vedendo a ogni

capo di via i cittadini ristorarsi e cioncare, quasi per far loro

dispetto, già maledicevano, non il duca ma la repubblica di Fiorenza

che a' loro ventri dava noia sì lunga. I più impazienti (ed erano i

più corpulenti) smontando bel bello da' cavalli, picchiavano alle

porticciuole; e, vietante il duca, ma volenti di forza i loro compagni,

entravano. Al veder questo, l'avaro signore ricorse a tarde promesse

di ricchi doni: ma tra un fiume d'oro lontano e un centellino d'acqua

presente, l'assetato ha pronta la scelta. Poi sapevano le larghe

promesse dell'uomo e lo stretto attenere.

I rimasi sul campo, per questo spicciolarsi, vie più si scoravano;

e più rimessamente incalzavano que' della terra, più alacremente

assalenti. Il numero de' Francesi feriti o prigioni cresceva. Altri

presi in tanto che appoggiando il lento passo alle lunghe lance,

ritenendo il respiro per non guair di dolore, rammentando i dolci campi

paterni, e raccomandando l'anima fuggente a Dio (l'anima che in tristo

uffizio compiva le sorti della vita), si strascinavano fuor della

mischia. Altri presi in tanto che si spogliano dell'arme francesi, e

raccolgono sotto l'elmo la bionda capigliera ondeggiante sul collo,

e s'ingegnano di strisciare non visti tra nostri. Chi s'arrendesse

spontaneo, risparmiato: ma de' resistenti, altri malmenati duramente,

altri, per ludibrio, gettato nella carretta, sotto a' cadaveri, ignudo.

E que' capi vivi si dibattevano sotto ai morti, come naufrago sotto

le tavole del fracassato legno galleggianti. Di che fremevano i più

animosi tra' Borgognoni combattenti tuttavia, e pungevano sè stessi

a combattere sino all'ultimo disperatamente. Ma la notte scese a

rinvolgere nel suo velo le ferite e i terrori; e, se non che qualche

grido levavasi ad ora ad ora a tener desti gli animi e le ire pronte,

le balestre e le lance posarono. Per cenno del duca i Francesi si

raccolsero nel palagio; di che i Fiorentini lieti, come di ritirata

nemica, deliberarono, se novità non sopravvenisse, cambiare in assedio

l'assalto.

* * * * *

Sull'alba del dì di domenica il vescovo ordinò preghiere in tutte le

chiese da Sant'Ambrogio a Ognissanti, per ringraziare Dio della prima

vittoria, supplicarlo donasse a Fiorenza intero il benefizio della

cara libertà, contenesse gli animi esultanti da ogn'impeto di crudele

vendetta. Le chiese erano gremite di gente; e le madri vi portavano

i bambini piccoli, che più diritta salisse a Dio la preghiera per la

voce degl'innocenti. Quelli che assediavano il palagio, sull'alba,

ogni saettare restato, si diedero la muta, e ascoltarono tutti con

allegro fervore la messa. Tanto più fervore, che un po' di tema vi si

mesceva, non per sè, ma per le persone care, e per il Comune; e che in

quella concordia degli animi fiorentini si sentiva lo spirito di Dio.

Ringraziavano umilmente: al perdono non pensavano molti, chè difficile

è accoppiare insieme queste due cose: punizione e perdono. E da sola la

virtù pregata e provata viene a noi miseri tanto amoroso senno.

Nel palazzo pregavano alla loro maniera i soldati; quella preghiera

disgraziosa e diffidente che l'uomo peccatore volge nella necessità

estrema al Signore, così come il vile prega all'amico tradito. Facevano

voto alla Vergine o a' Santi del loro paese; ma del promettere ammenda

de' mali fatti, era nulla. Poi dalla preghiera prevalicavano alla

bestemmia, o a cosa simile alla bestemmia, all'impazienza superba e

disperante. Fatti accorti della profondità del pericolo, e stremi

fino di vettovaglia, uomini a' quali nessuna nobile ragione reggeva

in quel frangente la coscienza, parevano com'onde che fremendo

s'infrangono negli scogli, e l'ira loro si risolve in ischiuma. Gli

erano quattrocento; e brontolavano, sè non essere venuti di Francia

per basire di fame e di sete nelle terre fiorenti d'Italia; se dal

fare quello che tutti non fanno (così chiamavano costoro, con francese

eleganza, le ribalderie) non veniva miglior guiderdone, tant'era

rendersi frati.

* * * * *

Il duca, stretto dal pericolo, mandò per Rinaldo conte d'Altavilla,

il quale e' sapeva essere nel palagio, che ora stava nella camera

dov'erano i dugento rinchiusi, ora sedando le bestemmie de' soldati

insofferenti. Questo stesso intercedere che Rinaldo faceva per lui,

glielo rendeva odioso; chè agli offensori increduli della virtù, ogni

generosità pare oltraggio. Pure lo chiamò a sè, pregando n'andasse

ad Antonio degli Adimari, e gli profferisse il grado di cavaliere:

egli, il duca, quel giorno stesso lo fregerebbe del titolo. Il conte

d'Altavilla rispose:

«Vorrei, sire, far cosa grata ed utile a voi; ma di questa l'esito io

stimo e ingrato e dannoso. Nè messere Antonio degli Adimari» (il duca a

quel titolo riverentemente dato a un suo prigione, e da uomo francese,

s'accipigliò; e il conte, avvistosene, ripeteva) «Nè messere Antonio

degli Adimari accetterà cotesto titolo in tale condizione in quale ora

è; nè per tali mostre il popolo porrà giù l'ira sua. Cosa cui fare non

è, sire, della dignità vostra, io non credo della mia rapportare: però

vi piaccia scegliere altro messaggio.

--Conte d'Altavilla, voi oltraggiate il duca Gualtieri.

--Io rispetto il duca, sire; e nel Francese difendo, quant'è in me, il

nome Francese: e a Dio fosse piaciuto ch'io avessi ragioni e modi da

più degnamente difenderlo. Di questo io reputo del debito mio farvi

avvertito, sire; che non per titoli si piegherà l'alterezza di questi

uomini fiorentini. Le cose sono a tale oramai, che i dugento presi,

torna più a voi siano lasciati, che a loro: e più tranquillo sarebbe

l'animo loro in morire che il vostro in ucciderli.

--Voi consigliate, o conte, a me cosa vile.

--Sire, io non vi consiglio ucciderli, ma lasciarli.

--E se a me piacesse altrimenti?

--A voi piacerebbe la morte vostra.

--Signore d'Altavilla, a me non è bisogno de' vostri consigli.

--Se mai v'occorra bisogno dell'opera mia, rammentatevi ch'io sono

Francese.»

Uscito il conte, Gualtieri chiamò a sè il Visdomini, gli comandò

l'imbasciata allo Adimari; e messer Cerrettieri, che sperava con tal

mediazione fare sè meno odioso, e alleviarsi il pericolo, andò. Come

Antonio l'ebbe veduto arridente l'incerto sorriso de' tristi che temono:

«Chi siete voi? domandò.

--Uomo disposto a' comodi vostri: e il duca nostro signore mi manda.

--Vo' avete un duca a signore, e alla favella mi sembrate fiorentino.

Uomo fiorentino della lingua, e francese dell'anima, è animale che

non appartiene alla specie ond'io son nato. Dite al signor vostro,

s'e' vuole o farmi sapere cosa o saperla da me, mandi uno de' suoi.

Fiorentini, creature del duca d'Atene, un Adimari non degnerà di

risposta.»

Il Visdomini, in cui, non la vergogna ma la paura spegneva la rabbia,

uscì senza dir motto: e sì gli seppe d'amaro rapportare le parole

d'Antonio, che quel momento d'umiliazione fu a quanti avevano patito da

lui onta o supplizio, sufficiente vendetta. Il duca, rattenendo, non lo

sdegno che già gli veniva meno, ma la disperazione che incominciava,

mandò per il barone di Ciavignì, gioviale uomo, e, per servo di tale

duca, non tristo, ora dal pericolo fatto migliore; non aborrito da'

Fiorentini, perchè col sorriso perpetuo allentava gli odii, come colpi

che caschino in materia cedevole. Costui, pregato dell'ambasciata,

accettò. E la fece, scansando le parole acerbe e le vili, con destrezza

velata di molta semplicità.

«Messere Antonio, il duca signor mio, conoscendo le cose essere, per

non so qual caso, trascorse di là dal suo intendimento, stima opportuno

manifestare al Comune di Fiorenza il vero animo suo, riconoscendo voi

esente da ogni sospetto addossatovi dalla calunnia d'alcuni de' vostri,

e il valor vostro onorando col titolo di suo cavaliere.

--Barone di Ciavignì (rispose l'Adimari, con piglio quasi amorevole

all'ambasciadore, e con severità quasi regia verso chi l'inviava):

piacciavi dire al signor vostro, ch'io da lui m'aspetto, non già le

insegne di cavaliere, ma le catene e i ceppi; che quelle insegne e' non

può profferirmi se non tinte del sangue de' miei; che, con qualunque

intenzione egli me l'offra, io le rigetto da me con terrore, come

proffertemi dal più brutto e villan cavaliere di tutta cristianità.»

A cosiffatte parole il barone avrebbe altrove data altra risposta: ma

pensando ai pericoli del signor suo: «Rammentate, messere Antonio, che

qui si tratta non dell'utile vostro, sì del Comune di Fiorenza, che

amate tanto.

--E dell'onore si tratta, gridò corrucciato l'Adimari»: onde il

Ciavignì, per non esporre a nuovi oltraggi il nome del duca, e sè al

pericolo di rinnegare la pazienza:

«Or basti. Dagli onorevoli cittadini che sono con voi, prendete,

messere, consiglio: e se tutti convengono nella vostra volontà, questa

in breve sarà nota al duca. Io qui presso attenderò la risposta.»

I Fiorentini di là entro lodarono le misurate parole del barone, e

dicevano: «Cotesti Francesi sanno pure, quando vogliono, e quel che si

convenga dire e quel che tacere.» E messisi intorno ad Antonio, i più

s'ingegnavano dimostrargli, come di prigione e condannato nel capo era

bello uscir cavaliere; non altra più splendida prova potersi desiderare

del terrore del duca, cioè della potenza del popolo fiorentino; quelle

insegne esser buone da appendere a santa Maria del Fiore, come trofeo;

se un ladro ti rende l'oro rubato, nessuna viltà ripigliarlo; e se

cotesto parevagli disonore, il popolo fiorentino ne lo laverebbe,

ribattezzandolo cavaliere nel nome suo.

Questo i più temperati: ma i più caldi incalzavano per il no; e la

disputa tiravano in lungo. Il barone di fuora aspettava, punzecchiato

dalla furia francese, e sbuffando, come cavallo che sente lo sprone

e la briglia a un tempo. Quando l'Adimari, visto che questo pure

diventava seme di rissa tra' cittadini, troncò la lite assentendo.

Ebbe gli onori di cavaliere sull'atto: e chi più ne arrossisse o

fremesse, se egli o il duca, non so. Inginocchiarsi dinanzi al nemico

non volle, e la cerimonia compiè ritto. Quegli di sua mano gli affibbiò

con fibbiaglio d'oro lo sprone; e quasi tremando consumò gli altri

riti, e biascicò le parole: «Questo cingolo ti dono in significanza di

castità, di giustizia, di carità.» Strane parole in bocca a tale uomo,

come sarebbe il sermone della povertà in bocca a un papa. Quando si

venne al bacio, non è cosa da dir con parole che occhi facessero il

Fiorentino e il Francese; quali fossero i moti, i cenni, i pensieri de'

baroni, de' soldati, de' prigioni, de' consiglieri del duca iv'intorno

raccolti. E' pareva in quel punto che la tirannide, conoscendosi vinta,

cedesse gli onori suoi nelle mani della repubblica, e a quella con

paura e con fremito si rinchinasse.

* * * * *

A una finestra del palagio si affacciò messer Cerrettieri con la

bandiera non più del duca ma del Comune per annunziare al popolo la

novella, e ingrazionirselo; ma, al pur vederlo, più urla l'accolsero

che il palagio che aveva saettato quadrella. S'affacciò in vece sua,

destinato quel dì a dure prove, il barone di Ciavignì, e pronto sempre

ad uscirne con non paurosa e non ignobile leggiadria. Ammezzò con

l'accento francese le parole soffiategli dietro da Ippolito figliuolo

del bargello, e accomodandole col garbo suo proprio, e buttandovi per

entro qualche sfarfallone barbarico, annunziò messere Antonio degli

Adimari essere cavaliere. Dalla quale vittoria fatti più superbi e

avidi, il popolo diede in urla più fiere, chiedendo, i presi fossero

lasciati sull'atto.

Il duca, al qual pareva viltà concedere molto, anche spontaneo, ora

si vedeva forzato; e toltogli ogni merito delle sue, com'e' fingeva

crederle, grazie: e, pur dal sospetto della viltà rifuggendo (Francese

pretto in ciò), repugnava. Nuova di fuori nessuna, nè de' soccorsi

aspettati: al buio d'ogni verità, altro che terribile; simile ad uomo

posto in tanto di luce quanta basti ad illuminare un precipizio,

fitto di tenebre il resto. Gli venne in pensiero di salire in cima

alla torre del palagio, e fare gli occhi propri messaggi del vero:

che rado i principi fanno. Saliva solo, a passo lento, e accostandosi

alle feritoie, sentiva giù la tempesta popolare mugghiare profonda;

e il grido «muoja» fischiare acuto, come tra '1 rompere de' marosi,

il cigolio delle antenne. Oh quanto lunga gli parve quella salita; e

come l'aria schietta e vibrante dell'alto era grave alla sua anima

ansante! Quando fu in cima, guardò nella piazza formicolare le turbe

inimiche; e quegli animali, quasi striscianti per terra, ch'e' non

poteva schiacciare, gli mettevano stizza; come la stizza del fanciullo

inviziato che vuole una vendetta insensata e sopra le forze sue.

Guardò sulla vetta di Trespiano, se mai vedesse un amico lampeggiare

di lancie; ma sola qualche falce di mietitore gli faceva corto ed

amaro inganno. Poi guardò alla città: vide per le vie prossime e per

le lontane caracollare drappelli d'armati; e sventolar sulle torri e

sui campanili le bandiere del Comune e del popolo; e il popolo uscire

ed entrare ne' tempii a grandi onde. Quella devozione a lui avversa,

e lieta dell'onta sua, gli commoveva dentro una rabbia non dissimile

dalla bestemmia. E' sentiva ondeggiare nell'aperto e mescersi sotto sè,

quasi cantico di vittoria, il suono delle campane; e rammentava il dì,

quando le campane sonarono festive il suo avvenimento. Volò intorno

con gli occhi per tutta Fiorenza, per quella selva, con bel disordine

folta di monumenti di forza e di dovizia e di bellezza. Innalzò gli

occhi al cielo, da sì gran tempo confitti o nelle travi d'un chiuso

palagio, o nel tetro luccicare dell'armi, o nel dubbio volto d'uomini

non amati, o nel freddo viso di femmine non amanti: poi li chinò sulla

valle beata, sui giri scherzosi del fiume, sui colli ingiardinati e

incastellati, sotto i quali la terra, fiorente dell'opera umana, si

distendeva, come palpita il cuore di giovane donna sotto le caste

mammelle: e dalla gioja de' campi rinnalzò gli occhi alla gioja de'

cieli, a quel dolce sereno, a quel sole forte e puro, come il calore

d'anima generosa. E sentì prepotente nel chiuso spirito penetrare,

come fuoco in metallo, la forza della natura; e nella bellezza della

natura intravvide la giustizia di Dio, come chi sente per cielo azzurro

il lontano muggire di tuono estivo. Nè mai Fiorenza gli era veduta sì

bella. E comprendendo in uno sguardo l'Uccellatoio, e le vicine terre

e le lontane, pensò quante erano in balìa sua, quante sarebbero potute

venire; pensò, ch'e' non voleva in sul primo quell'assoluta signoria

alla qual poi l'anima sua s'abbarbicò con radici così sitibonde; pensò,

perduto forse ogni cosa. A questa imagine non resse: e scese quasi

di corsa. Più scendeva, e più l'anima, aderente alla terra, pareva

s'alleviasse, come al respiro dell'etico l'aria grossa è medicina, la

schietta è stimolo di morte. Adunati i suoi, ascoltato il consiglio

franco ed accetto del barone di Ciavignì, deliberò lasciare i dugento.

* * * * *

Cigolarono sui cardini restii le porte della camera ch'era carcere ai

presi: e il barone di Ciavignì, lieto del messaggio, annunziò la data

libertà. Nell'uscire, i più sdegnosi volgevano gli occhi da lui, come

avrebbero fatto da Giulio d'Assisi, il bargello; altri lo salutarono

dello sguardo, altri della mano: Antonio degli Adimari gli porse la

sua. Qual fosse il senso del barone nel tocco di quella mano, parola

nol dice: perchè l'affetto rispettoso d'una nobile anima eccita in

anima non avvilita tale una voluttà, ch'è negata fors'anco all'amore.

E quando temi il duro o calunnioso sospetto de' buoni, vedere da uomo

buono indovinata, come per rivelazione, l'anima tua, è compenso di

molti dolori. Oh barone di Ciavignì, quando lasciavi per il soldo di

duca Gualtieri la terra di Francia, non pensavi al certo che il più

caro premio, la più memorabile gioja che tu dovevi riportare d'Italia,

sarebbe la stretta di mano d'un cittadino fiorentino, prigione.

Il duca d'Atene · 第 5 / 14 段