--Non è egli vero, messere? I' ho fatto il debito mio: sono accorso

con questo partigianone che vedete qui: e se fossi meglio in arnese,

e quale siete voi, farei forse maggiori cose. Ma io sono un povero

scardassiere: cinque figliuoli, e moglie gravida: morto me, chi ci

pensa? Eccoli, vengono da questa banda.»

E perchè Taddeo Peruzzi si teneva stretto al braccio dello

scardassiere: «Oh lasciatemi, messere; i' son più lesto di voi.

--No no, i' vo' difenderti.

--Non vedete voi che i cavalli ci vengono addosso? Se io in dì di pace

m'avviticchiassi al braccio vostro, che fareste voi? Mi dareste d'uno

spunzone ne' fianchi, e vi sferrereste da me.»

E datogli d'uno spintone, lo cacciò a terra, quasi fantoccio di cenci,

vestito d'armi. Che se un beccaio non era che lo rilevasse, i cavalli

di Francia, non meno sconoscenti del duca, facevano di Taddeo Peruzzi

assai tristo governo.

La piena cresceva: e il pericolo batteva le larghe ali su queste

schiere e su quelle, serrate in ordine, sicchè poco terreno era in

mezzo. Il sole che dava su le belle armi, già mostrava il rosso

del sangue; e già dal palazzo cadeva una pioggia ferrea di saette.

Allora ai devoti del duca la paura mise nell'animo il senno e il

rimorso: e pensando non essere onesta cosa servire a signore abietto

e perdente o presso a perdere, si ritiravano animosamente. Uguccione

Buondelmonti picchiò, ed entrò piccino nel palagio, come lumaca nel

guscio: il Buonaccorsi svignò da Mercato nuovo: de' Peruzzi e degli

Antellesi, alcuni rimasero rinvolti nella calca, come anatrini in un

ghiomo di lana, e volgevano un sorriso stupido ad uno artefice, o una

parola senza senso a colui che or ora li aveva visti ducali. Qualche

scardassiere, inteso che le grida «viva Fiorenza» rinforzavano, gridò

più forte di tutti: viva Fiorenza! Qualche beccaio si mise tra'

Borgognoni: e (perchè non sempre in opera vile è viltà) combattè fino a

morte.

* * * * *

In altra maniera esercitava il coraggio messere Giannozzo Cavalcanti,

parlatore valido, e simile a cicala che, su una ghiova polverosa,

striscia dal ventre la lunga querela. Il quale nelle molte parole

compiaceva mirabilmente a sè stesso, e tra non pochi dei grandi aveva

assai benevoli ascoltatori. E ora in Mercato nuovo dinanzi alle sue

case, montato su un desco di beccaio, gridava: «Popolo che m'ascoltate,

vo' siete ingannati, e in molto misero modo ingannati. A' benefizii

del magnifico principe che, da lontane terre venendo, e abbandonando

gli splendori della corte francese, e gl'amplissimi suoi dominii di

Grecia e di Puglia, scende fino a voi, e degna tenere il freno di

questa imbizzarrita repubblica, deh con qual nera sconoscenza, o

cittadini improvidi, rispondete? E non considerate voi che l'egregio

duca d'Atene e conte di Brenna, è, per altissimo giudizio di Dio, nato

di reale prosapia, e al governo della bellissima ed ingratissima città

di Fiorenza predestinato? Non rammentate come noi spesse volte abbiamo

desiderata la mano d'un principe che reggesse il vacillante stato

nostro, e non sempre l'abbiamo (colpa de' nostri peccati orribili)

ritrovata? E non pensate che se un principe del Francese lignaggio

noi serbiamo col debito onore nel seno del Comune nostro, i soccorsi

della real casa di Francia saranno sempre alle necessità nostre pronti

e preparati, e il giglio dell'Arno coi gigli della Senna in bellissimi

modi s'innesterà, e la nostra grandezza immobilmente starà?»

(Qui messere Giannozzo, tesa la mano di forza per dipingere

l'immobilità, poco mancò non sdrucciolasse dal desco.)

«Or alla novella di tanto indegnissima ribellione, che dirà la real

casa di Francia della infelice e matta repubblica Fiorentina? Quest'è

un volere, o cittadini, diffamare in perpetuo il reggimento a comune, e

il nome fiorentino di macchia turpissima contaminare.»

E perchè non gli davano mente, e messere Giannozzo, ansimando più

e più: «Popolo che passate, attendete e vedete se è maraviglia e

rammarico simile alla maraviglia e al rammarico miei. Tante grazie

dalla larghezza del duca in voi versate, tante inimicizie conciliate,

tante turbolenze che, senza il suo forte e fortemente soave reggimento,

sarebbero pullulate, voi tenete adunque, o Fiorentini improvvidi, per

niente? Che se gravezze sono, e quando non furono? Ma poichè a pagarle

siete bastati finora, di che vi dolete? Perchè guaite? E se alcune

rigide giustizie d'ora in ora son fatte, or come senza il terror della

pena contenere popolo di sì dura cervice e di sì mobile ingegno come

il popolo fiorentino è? E se giustizie son fatte, non son esse forse

consigliate e operate da degne menti e da degne mani di uomini italiani

fratelli vostri, e per virtù provata ben cogniti al mondo? E tutto

quanto dal magnifico duca è deliberato, non ricev'egli il suggello

della sapienza e santità di cinque vescovi di Chiesa Santa? Nè voglio

mi rechiate in contrario l'esempio del non meno santo e sapiente

vescovo nostro: perchè la ragione e l'esperienza c'insegnano che cinque

è più d'uno. O se dubbio vi nasce intorno a questo argomento, perchè

non ricorriamo all'oracolo della sede apostolica, e, intanto che la

risposta viene, non lasciam libera al duca l'autorità che gli abbiamo,

per vallate carte e di mano di molti notai, confidata? Egli, il romano

pontefice vi dirà che la ribellione è cosa in istrano modo spiacente

al Re mansueto: egli dirà che alle moltitudini non ispetta giudicare

la bontà degli uomini che governano, siccome quelle che a ciò non sono

nè da Dio chiamate, nè da natura fatte, nè dall'arte degli uomini

periti educate: egli dirà che a mal signore (se malo è) succede sovente

signore pessimo, e ad uno cento, in pena della colpevole impazienza

de' popoli tracotanti. Deh non crediate alle parole che i messi di

Satana vengono tra voi, nelle loro tenebrose conventicole, seminando.

Considerate il pericolo che per la presente perturbazione sovrasta ai

dugento, nel palagio adunati: considerate il pericolo che a tutti voi,

matti Fiorentini, sovrasta; e prima che l'ira di Dio e del magnifico

duca ci colga, sonate le campane, umiliatevi a' piedi d'entrambi, e da

questo e da quello misericordia implorate. Già sento il tuono muggire;

già veggo la folgore con ispaventevole suono scendere. Ma voi, popolo

perverso e dannato, non mi ascoltate: oh vergogna, oh sventura, oh

peccato! E il sole v'illumina, e la terra tuttavia vi sostenta?»

In questo dire, messere Giannozzo Cavalcanti gentiluomo, fallitogli un

piede, dal desco del beccaio, bisunto di tutta sorta lotume, sdrucciolò

per le terre. E nessuno ne rise, perchè 'l popolo fiorentino badavano

ad altra cosa.

* * * * *

Allo strepito delle turbe incalzanti, e al suono delle cennamelle e

delle trombe e delle campane incitanti i cittadini a combattere, sentì

Rinaldo d'Altavilla serrarsi il pericolo addosso a' suoi. E sebbene

egli tenesse in palagio un suo valletto da averne ogni novità, massime

se ad Antonio Adimari si preparava sinistro; credette pure dover salire

quelle scale, da molto tempo a lui disusate, per giovar di consiglio

e d'intercessione gli uomini del suo paese, tutto che indegni. E'

s'armava. Matilde, che fra lo scompiglio comune stavasi nelle case

incustodita, dalle finestre rimpetto lo vide allacciarsi l'usbergo: e,

portata da un impeto prepotente, scese le scale, traversò la via, fu

a lui. Con le braccia distese, e, quasi vinta, gettandosi sopra una

sedia: «Oh rimanete, esclamò, rimanete, signore!»

Qual fosse più attonito, ella del trovarsi là prima con la persona che

col volere, o egli del vedervela, non so dire. Ma la fanciulla, alla

quale il silenzio accresceva la confusione: «Non combattete i miei; non

affrontate, o signore, il pericolo. Nella vita loro e nella vostra, è

la mia. Abbiate misericordia della mia giovane vita.

--Matilde, e voi mi credete così cattivo? In tale stima avete voi il

conte d'Altavilla, che v'ama?

--E perchè dunque quest'armi?

--Per difendere Antonio degli Adimari, per reggere i vinti di qual

parte siano.

--Le mie preghiere e di mia madre, e l'angelo suo lo guarderanno mio

padre: ma perchè volontario darvi, voi, nel pericolo, e raddoppiare

senza pro i miei terrori? Che potreste voi fare per esso, che Dio non

possa? Non vedete il popolo accorrere da tutti i lati? S'egli nol

libera; pensa, voi.»

Fra queste parole Rinaldo guardava confuso alla fanciulla, in cui

l'amore d'elezione velava per poco l'amor di natura: e non sapendo nè

che si dire nè dove posare le mani, le metteva nelle piume dell'elmo, e

librava in aria il suo peso, poi lo lasciava cader grave e sonante.

Ed essa: «Ecco il vostro linguaggio, il trastullo vostro e la gloria:

le armi, sempre le armi.

--Oh Matilde, io conosco ben altro linguaggio, ben altra gloria;

e mercè vostra. Vostro dono è se l'anima mia s'è levata sopra le

anime gravi di ferro e brutte di sangue, degli uomini che mi stanno

d'intorno. Chi se non voi mi fece in prima accorto della viltà di

servire a signore indegno; chi mi staccò da Gualtieri, come le labbra

del bambino si divezzano dal latte di madre non sana? Voi, buona,

spiraste uno spirito nuovo in me.

--Io non so che rispondere a queste parole; ma di sola una cosa vi

prego: restiate. Slacciate cotesto usbergo; e se qualcuno vi piace

difendere, difendete me che son sola.

--Il popolo di Fiorenza, e l'arme de' miei famigliari, fanciulla,

difenderanno voi; ma la mia presenza è debita ad Antonio Adimari. Il

cuore, o Matilde, non vi dic'egli che quando un padre sta sotto l'ira

irritata dei tristi, ogn'altro timore è peccato?

--Voi dite vero, signore, e m'insegnate a arrossire di me. Che sono

diventata io mai? Non più cittadina nè figlia. Dunque mio padre è in

pericolo? Dite per pietà: la certezza mi darà coraggio e rimorso.

--Infelice, tu non potresti intendere quel ch'io direi: e buon per te.

--Una promessa almeno, o Rinaldo: che non combatterete contro il popolo

mio.

--Giuro.

--Che, salvo il padre mio, tornerete a noi.

--Prometto.

--Or accorrete. Io vi allaccierò di mia mano quest'elmo. Ma gli è

troppo peso: e non lo posso.»

Rinaldo l'adattò da sè, ed ella glielo allacciò, lagrimando tacite

lagrime, che le velavano la vista di lui: e Rinaldo la mirava con un

certo come spavento di gioja e di pietà. Poichè la fanciulla ebbe

guardato bene se l'elmo commettesse colla corazza, da non lasciare via

al ferro, spiccò dal chiodo la spada, e disse: «Spada del mio nemico,

io ti bacio.»

A cui Rinaldo: «Del vostro nemico?» E, com'uomo che torni stanco dalla

battaglia, sedette abbandonatamente, lasciando cadere sullo scanno le

mani sonanti de' guanti ferrei: e la guardava sbigottito.

Ella, come ferita da subita punta, gridò: «E il padre mio?» Balzò in

piedi Rinaldo, afferrò la lancia accosta alla parete, e senza volgerle

un guardo, uscì correndo. La fanciulla, fatti barcollone pochi passi

per la stanza, si buttò bocconi a piedi del letto; quivi stette

lungamente sopita in letargo pieno d'imagini strane e fuggevoli: poi,

di subito, quasi desta, si diede alla fuga; e come chi scampi alle

fiamme ondeggianti dietrogli, risalì le sue scale.

* * * * *

La zuffa, dispersa già, s'accoglieva, come torrente alla china, verso

la piazza del palagio de' priori. Son già sbarrate e afforzate le

bocche delle dodici vie che menano a quella. Ferivano i Francesi, ma

non insultavano ai cittadini feriti, chè la stretta del pericolo non

dava spazio ai tristi tripudii della vittoria.

Visto che il confuso azzuffarsi noceva ai men pratichi, gli esperti

impediva; gli Adimari ordinarono la battaglia così: i cavalieri da

Calimala, i saettieri da San Piero Scheraggio, dal Gardingo i fanti,

là dove il circuito del palagio mal difendevano nuove torri non finite

e nuovi barbacani. Ne' luoghi detti si ritiravano a riposarsi: ma

rinfrescati, s'avanzavano con alterna vicenda nel mezzo della piazza,

ora i saettieri difesi dagli scudi de' fanti, ora i fanti addopati

ai cavalieri, or soli questi. Fra' cavalieri Francesco Brunelleschi

combatteva de' primi: e senza parola (chè ogni parola alla condizion

sua stimava interdetta), ma con l'esempio incorava i cittadini; e a

qual vedesse pericolante in disuguale conflitto, soccorreva; e i feriti

traeva di sue mani di sotto ai pie' de' cavalli e de' fanti: feroce

come leone, tenero come madre. Tanto può, a rinnovellare un'anima,

il ben sentito rimorso! Bindo de' Pazzi con impeto di Francese si

slanciava tra i Borgognoni: e se la lunga lancia del Brunelleschi non

era, due volte e' sarebbe rimaso nella rete della morte. Ma quando

un acuto quadrello dalla torre gli diede tra la visiera e l'elmetto,

e s'infisse sopra la tempia, allora il giovane, nuovo del dolore,

portato fuor della mischia, urlava miseramente, dimentico d'ogni

baldanza. Ma il Brunelleschi alzò gli occhi al cielo, e disse in suo

cuore: «Se tanto è del dolore, or che dovrebb'essere del rimorso?»

Più e più s'empiva di combattenti la piazza, come di gente convitata

a banchetto. Quando la porta del palagio s'apre; e un contestabile

francese viene facendo cenno di parlamento: ma le saette e le grida lo

investirono da ogni parte; onde a lui parve lunga corsa que' due passi

da fare per ritrarsi tanto che la porta fosse richiusa, e posto in

sicuro il suo nobile corpo.

Già parecchi i morti, e molti i feriti: e la strage veniva densa

dal palagio fornito di molto saettamento. Quando il palagio era per

vomitare le quadrella, a un segno non veduto dai nostri, i Borgognoni

si ritiravano da' due lati; e vie prima che si sentisse lo stridore,

veniva la morte. Allorchè, sgomento dal grandinare, il popolo

indietreggiava, i Borgognoni facevan impeto in lui con grand'urla,

difesi da larghi scudi, o da rotelle lucenti; armati, altri di mazza

con punta, altri di tonda; e chi di spada veloce a due tagli, chi di

ferro scanalato, chi di lama che più s'allarga quanto più si parte

dall'elsa. Ma come serpente che minacciato s'aggroviglia in sè stesso,

poi tutto si snoda, e ritto riassale; tale era il popolo, cui l'anima

volonterosa insegnava come si possa contra gente agguerrita reggere

validamente la guerra. E sottentravano a ribattere gl'incorrenti, a

raccorre i feriti e i morti; i quali su un carro, confusi in mucchio,

erano portati, questi a Santa Reparata all'onore dell'ultime preci,

quelli allo spedale vicin della chiesa. Nobiltà e plebe, ricchezza e

povertà agonizzavano ammonticchiati sulla medesima carretta; e spesso i

piedi d'un carbonajo battevano, convulsi, nel viso ad un cavaliere. Nel

sottrarre i morti loro, tiravano e talun de' Francesi o per le gambe, o

per le creste dell'elmo (e talvolta il vuoto elmo seguiva solo le mani

de' combattenti che lo lanciavano oltre le sbarre sdegnosi): ma tirato

dietro i serragli il cadavere, gli spogliavano gli schinieri giunti con

fibbia d'argento, e le spade d'argento ornate, e i gangheri d'oro del

fermaglio, trapunto con vario lavoro, e a san Giovanni li votavano o a

Nostra Donna.

Primi al pericolo (di che veniva al popolo e concordia e ardimento)

erano i più grandi e i più ricchi, fregiati dell'arme privilegiate,

già tolte loro dal duca. Ferocissimo, e simile a belva cercante la

preda, uno degli Altoviti; chè un'ira selvaggia lo portava via, ed era

tutto in vendicare la morte di Guglielmo consorte suo, giustiziato

per baratterie da Gualtieri. Cosimo de' Medici, non animoso, ma dotto

di tutte frodi, o moveva alla battaglia, come bove grasso tra tori, o

si stava il più che potesse in sicuro; poi faceva capolino, gridando:

«Fratelli e compagni, combattiamo per lo nostro Comune, per la diletta

repubblica.» Il popolo, più generoso e sbadato che credulo e stolto,

intendeva al vero quelle parole: e ne' brevi istanti che si riposavano

dal combattere, stretti dietro ai serragli, dicevano tra sè:

«Compagnoni e' ci chiamano: a vittoria compiuta, saremo il minuto

popolo di Fiorenza.»

Rispondeva un altro: «Cotesta ch'hai detta, è parola vera; ma ora

pensiamo a fare. Intanto armeggino anch'essi in più affannosa giostra

di quella che corsero all'avvenimento del duca.»

E un terzo: «Segua che può: lasciam costoro fabbricare tra sè odii ed

inganni: noi combattiamo per le case nostre e per noi, non per loro. Il

domani è sul libro di Dio.»

Così dicendo, tergevano il sudore sudato col sangue, e trincavan di

fretta: nè li avresti detti venire dalla battaglia, ma o presti ad

entrar nella danza, o, testè della danza usciti, riposando sedere.

Quando li confortava con amiche parole Cosimo Oricellai, uomo

incolpabile e forte, ascoltavano tutti con fiducia fraterna: perchè

tutti gli uomini sentono la bontà vera; e il popolo, come i bambini

piccoli, sa chi l'ama. Era quivi un nipote dell'Oricellai, giovanetto,

voluto a forza venire nella mischia, che rispinto dallo zio, senza

saputa di lui, s'intruppò, non per vaghezza di lode o di rumore, ma

chiamato da un'invincibile voce che acuta e allegra come squillo di

tromba, gli diceva dentro: «Combatti contro la schiavitù ch'è odiosa

più della morte.» E Cosimo se lo vide improvviso dinanzi, supplicante

con dolce sorriso, librando una lancia grave, e pure adatta al suo

pugno, e stretto dalla dura coreggia dell'elmo il mento e il tenero

collo. Nè allo zio diede il cuore d'ingiungergli se n'andasse; chè

se fosse stato suo figliuol proprio, gli avrebbe imposto, non che

conceduto, consacrare le mani nella difesa della sacra repubblica.

Ma per tempo Iddio ti chiamava, o fanciullo, alla sua pace; e dopo

che, in premio del buon volere, egli ebbe infiorata la tua verde età

d'una schietta ed alta speranza, e' ti tolse agl'inganni del mondo

crudele, ai tedii che alle speranze, sebbene adempiute, conseguono,

ai cocenti odii, ai tepidi amori. Una nube di frecce scagliata a un

tratto, rasentò la terra quasi tromba d'estate; delle quali una venne

apportatrice acerba dell'estremo dolore; e fittasi nel torace, domò,

giovanetto, la tua vergine vita. Egli cadde supino sul lastrico: e

un tremore di pietà prese tutti i riguardanti, e Fiorentini animosi

e Borgognoni gagliardi. Allorchè sua madre lo seppe, disse: «Sia

benedetto Iddio che, innanzi di togliermelo, gli permise fare alcuna

cosa per la nostra repubblica. Egli è in luogo di salvazione, spero;

perchè il giorno della battaglia aveva ricevuto il corpo del Signore.»

I dardi uncinati, che volando parevano desiderosi di bere sangue, si

conficcavano dolorosi nelle carni. Poi le pietre gravi grandinavano

ruinose dall'alto: e il popolo spaventava a sì male morti, perchè

contro quella furia non poteva nè singolar valore nè ordine fitto

di schiere. Un di loro, ritraendosi ferito dietro a un serraglio, e

lasciando cadere a terra una coltella sanguinante e spuntata dal molto

trafiggere, diceva: «Se non l'avessimo fatto noi quel palagio, di

nostro! E vederci ora di lì tempestare l'ira di Dio!

--Dio, rispose un frate (che accavalciava le sbarre senz'aspettare

l'aprissero), Dio è con noi.» E giunto all'ultima sbarra, sotto la

tonaca apparve vestito di tutte arme, e destro come antico guerriero. E

guardando all'ampia luce del cielo sereno, esclamò: «Dio, dispensator

della guerra, dateci che respingiamo chi mal fece alla nostra città;

acciocchè gli uomini delle generazioni più tarde tremino a far male

all'ospite suo che gli offerse amistà e signoria.» Votata ch'egli

ebbe la messa di domani alla Vergine e ai Santi, immortali patroni di

Fiorenza, si confuse alla mischia. E sull'alba, riprese la cocolla,

entrò per la chiesa, e celebrò molto devotamente la messa. Di che fatto

consapevole il vescovo, lo benedisse; e, non in sua presenza, ma a'

frati che ne mormoravano, seppe dire: «Egli ha fatto bene.»

Sapeva il vescovo, che se nella antica legge ai Leviti, era non pur

conceduto, ma ingiunto eccitare alla battaglia suonando le trombe,

se ai sacerdoti di Cristo predicare guerra per causa santa; _nel

pericolo della patria non era interdetto_ tingere di sangue nemico

le mani consacrate, e respingere col ferro, senz'ira nel cuore, le

ire peccaminose di chi contamina la città di peccato: sapeva che dove

tanto solo combattasi quanto bisogna a difendersi, le armi feritrici

non sono che scudo; come argine che non infrange le onde torrenti se

non quant'esse incorrano infuriando per allagar la campagna, e trarre

le fatiche e le vite umane nella vorticosa rapina. Sapeva che può

fralle armi il sacerdote, non pur ravvivare il coraggio, ma temperare

i furori, consolare le agonie miste e de' suoi e de' nemici l'un

sull'altro cadenti, sottrarre questi a inutile morte, e con la spada,

quasi come con la croce, nel nome di Dio benedire.

Il saio del frate apparve tra le armi, non come tra il verde della

foresta luccicare minaccioso di lancie, ma come agli assetati

spumeggiare lontano di fresca acqua corrente, come luce fralle

tenebre al pellegrino. Alla vista di lui combattettero i Fiorentini

più animosi e più miti, i nemici più arrabbiati e più trepidi. Ed

egli, fra il fischiare delle saette e il rintronare de' ferri sulle

armature, come se fosse il sibilo del vento tra i rami, si chinava

sicuro a raccogliere la parola dei moribondi, e di lì si rizzava a

sviare, or con un'arme raccattata da terra, or con la mano ignuda,

la spada imminente sì al cittadino, sì al nemico implorante la vita.

Pareva come tra il nero di nubi ammontate punta di metallo lucente

rizzata ad attrarre quasi a stilla a stilla la corrente fulminea. Ed

era refrigerio all'anima sua piagata insinuare nell'anima di qualche

straniero parole di pentimento efficaci, nell'anima di taluno de' suoi

parole di misericordia, che facessero doppiamente accetto il sacrifizio

della morte. E allora il padre infelice sentì consumato in sè il

sacrifizio degli antichi suoi sdegni, allora perdonò agli uccisori

del figliuolo proprio, e in un amplesso con la patria sua libera li

abbracciò. Non i rivi correnti di sangue sbramassero la sua vendetta,

ma sì quant'esso per mitigare le vendette altrui fece e disse, e

quanto di dire e patire desiderò. Così quella fiamma che da molte

acque versate traeva alimento e in più ampi vortici fumosa saliva, al

gettarvi panni bagnati, si spegne. E perchè fin ne' suoi ardimenti

l'anima umana è debole, pareva al vecchio che se il sacrifizio di un

altro figliuolo dovesse offrire per la patria e per Dio, l'offrirebbe.

E Dio quella fiducia tra altera e sommessa, ma schietta, come grata

offerta accoglieva.

* * * * *

Era ancora il sole alto; e, visto avviarsi vigoroso in piazza

l'assalto, Corso d'Amerigo Donati e i fratelli, i quali avevano amici

e parenti in prigione, sì per impazienza d'affezione e di vendetta,

sì per avere più libero spazio al valore; e Corso per imitare

l'esempio famoso dell'avolo suo (ma, diceva egli, per provare la

virtù della bandiera del popolo), andarono verso le Stinche di costa

a Santo Simone. Era l'edifizio di pietre grandi e bene commesse,

ma lo sportello di legname, e di legname la bertesca; non molte le

guardie, sciolti i prigioni. Tentarono sfondare co' ferri, ma e' si

spuntavano; quando Rosso di Ricciardo de' Ricci, ivi entro condannato

in perpetuo, gridò a que' di fuori: «Fuoco.» E misero fuoco allo

sportello; e que' d'entro ajutandoli, chi con le accette e chi con

le mani, fu sgangherato lo sportello; e tutti liberi in poco d'ora.

E armatisi, crescendo ad ogni passo la moltitudine seguitante lungo

le vie della bene edificata città, Tile de' Benzi de' Cavicciuli, e

parecchi de' Pazzi, e altri che avevano loro amici in bando o presi col

duca, s'avviarono a palagio dov'era il podestà, Baglione di Perugia;

uomo cupido di danaro, al quale di podestà non era che il salario di

quindicimila dugenquaranta fiorini d'oro, e il titolo, e tanto di

ribalderia quanto bastasse a servire alla ribalderia onnifaccente del

duca. Al Baglione il rumore annunziò di lontano per chi si preparasse

la festa; e, radunati i famigli, romagnuoli i più, con affezione

insolita, e con mostra d'ardire diverso dalla vecchia audacia sua,

gridò:

Il duca d'Atene · 第 4 / 14 段