Tutti tacquero. Nessuno osava rimproverarlo, nessuno difenderlo. Moveva

a maraviglia il tradimento; la confessione del tradimento a non minor

maraviglia. A tutti pareva non si sarebbero lasciati ire così basso: a

nessuno pareva ch'e' si sarebbe potuto levare a sì ardua umiliazione.

Tacevano, pensando al pericolo corso e al da correre, all'Adimari

prigione, alle calamità della patria. Ma ne' più giovani potendo più il

disprezzo del male che la stima del bene, l'ira a poco a poco cominciò

a ribollire: e Filippo Bordoni parlò, sommesso in prima e quasi

vergognoso, poi tanto più s'accendeva quanto più sentiva i rimproveri

essere importuni e crudeli.

«Dunque per lui poco stette ch'io non mettessi le mani nella vita d'un

onorevole cittadino!

--Per lui, soggiunse Bindo de' Pazzi, Antonio degli Adimari sarà preda

al lupo d'Assisi!»

E il Bordoni: «Per costui tante congiurazioni, tanto faticosamente

condotte, e con tanto duro sacrifizio degli odii fraterni, sarebbero

cadute a vuoto!

--E forse sono: rincalzò il Pazzi infuriando. Ah se mai l'empio

straniero dovesse dissetar la sua rabbia con nuovo sangue, io spero

almeno che Dio ci lascerà libero il braccio tanto da fare vendetta del

costui tradimento.»

Allora il Brunelleschi accostandosi al Pazzi senz'audacia e senza

paura: «Le ire vostre, gli disse, non temo, nè i ferri: ma l'infamia,

e la coscienza mia temo. Se credete me vittima necessaria, eccomi. Nè

fuggirò cotesta spada; e son venuto qui senz'armi ad affrontarla, e,

più pungenti d'ogni spada, gli sguardi e il silenzio degl'incolpabili

cittadini che sono qui. Se aver confessato il peccato, se chiedere

d'espiarlo non basta; che altro volete da me?

--Che tu taccia (gridò imbestialito il Pazzi), e tolga a noi il malo

augurio dell'aspetto tuo. Se per confessioni e per tarde ammende si

potessero lavar, come cenci, i tradimenti, l'arte del traditore sarebbe

tra tutte più facile e più gloriosa.»

Antonio degli Albizzi non potendo patire tanta durezza: «Messer Bindo,

disse, vo' sete giovane, e le ire vi abondano sopra la pietà, perchè

non sapete ancora nè le difficoltà della vita nè i pericoli della

virtù. Io qui non entro difensore di Francesco Brunelleschi, nè egli

vorrebbe: ma dico a voi, messer Bindo, che preghiate Iddio caldamente,

vi guardi dalle tentazioni del male; perchè l'uomo è debole e cieco, e

il suo domani non sa.

--Sere Antonio, rispose superbamente il giovanetto, mi credereste voi

anima già fradicia e già disposta a viltà?

--Io vi credo un'anima umana. E se uomo siete, piangete gli errori

degli uomini, e non vogliate incrudelire in colpa che Iddio forse ha

già perdonata.

--Fratelli, non siamo più severi di Dio.» Questa voce uscì d'una stanza

vicina, e parve venire dall'alto. Poi l'uscio s'aperse, e l'Acciaiuoli

apparve, il vescovo di Fiorenza. Tutti assorsero (confortati e parte

maravigliati a quell'aspetto): e si fece silenzio.

«Altra impresa, cominciò il vescovo, abbiamo alle mani, che gastigare

i fratelli nostri pentiti; ed è male, mentre che gli odii antichi

si spengono, attizzare odii nuovi. Correggiamo i difetti nostri, o

carissimi cittadini, prima che fulminare gli altrui; abbiamo tra noi

carità, acciocchè piacciamo all'Altissimo. Noi siam qui per riprendere

di forza la potestà che il duca d'Atene ha con tradimento usurpata

sopra il Comune e popolo di Fiorenza: e a voi più che a me sono chiare

le cagioni perchè ci è forza ribellarci dalla costui signoria. Sola

una io aggiungerò, che più s'appartiene al mio ministero: gli scandali

de' quali costoro ingombrano la Chiesa di Dio e 'l disprezzo in cui

tengono le cose sante. Già questo è antico vezzo della casa di Francia,

sotto colore di proteggere Chiesa Santa e i pastori di lei, quella

porre a mercato e fare prostituta, questi rubare e avvilire. E sapete

quello che il nostro poeta Dante cantò della _mala pianta che la

terra cristiana tutta aduggia_. Gli strazii che di Bonifazio, amico e

nemico, e poi di Clemente, furono fatti, son tuttavia fresca cosa: e

duca Gualtieri dimostra anima e ingegno accomodati a seguire i turpi

esempi de' suoi. Non mandò egli al papa per licenza di disfare tre

nostre chiese, a fine di meglio munire e d'ampliar la sua tana? Buon

per noi che da Roma non gli fu consentito: ma da lui non mancò. Adunque

ogni divina legge ed umana ci persuade a ribellione contro cotesto

iniquo uomo: al che, Fiorentini, certo non vi bisognano incitamenti. Or

vediamo de' modi.»

L'Oricellai disse: «Io propongo, se a voi parrà, che qui da Oltrarno

i Bardi e i Frescobaldi sieno conduttori d'ogni difesa ed assalto;

dalla nostra banda, quest'onore si renda, per Antonio degli Adimari, a'

consorti suoi, ch'eglino siano capi de' cinque sesti.»

E tutti assentirono. Iacopo de' Bardi allora:

«I popolani, per contrade, si ridurranno ciascuno a' suoi gonfaloni.

Sarà nostra cura abbarrare i capi de' ponti, acciocchè, se tutta la

terra di là (che non sia) si perdesse, possiamo tenerci francamente di

qua.»

E Simone Adimari: «Tutta sarà similmente abbarrata la città ad ogni

capo di vie, sì che debba il nemico, prima di correre una strada,

assalire più ripari, e combattere ad ogni passo, e snidarci, se può, di

serraglio in serraglio.»

Qui l'Oricellai: «Il tempo stringe. L'ora del movere?»

E l'Albizzi: «Sonato nona, quando i lavoranti escono delle botteghe, si

levi rumore, e s'assalga il palagio.

--Bene sta (concordarono tutti): sonato nona.»

Allora Bindo de' Pazzi con aria grave: «Una cosa rimane a risolvere;

chè non tutti siamo intorno a ciò d'un avviso. Vuolsi egli togliere

all'uomo pure la signoria, ovvero, la vita?

--Giovanetto (parlò il frate vescovo con atto d'amore che all'altro

fece dispetto), finchè l'uccello è su per le tetta, non pensare al

modo del cuocerlo. Di ciò terremo disputa poi. D'una cosa vi prego,

cittadini: sia franca e leale e pia, quanto potete, la guerra. I nemici

vostri tale non la faranno; ma voi non pigliate esempio da gente, i cui

tristi esempi siete chiamati a punire.»

Taciuto un poco, riprese: «E qui un duro uffizio mi resta a compire: e

perch'io possa compirlo efficacemente, all'amor vostro, fratelli, mi

raccomando. Abbiamo di Siena, di Perugia e d'altrove promesse d'ajuti;

ajuti avremo da Pisa, e saranno debiti al buono zelo de' Frescobaldi,

e de' Bardi nelle cui case siamo. Ma io non posso tacere a questi

onorevoli cittadini, che l'aver loro chiamato in nome proprio, e non

del Comune, il soccorso di gente a noi non amica, e confederata al

traditore, turbò forte taluni della città nostra. A torto, ben so:

ma nell'ora del pericolo giova che sia cansata pure l'occasion del

sospetto. Onde per l'amore della comune patria vi supplico, o buoni

cittadini, vogliate provvedere che scandalo di ciò non segua.

--Non seguirà, disse Andrea di Filippo de' Bardi. E se i Frescobaldi

consentono (Agnolo e i suoi accennarono di sì), noi siam pronti a

rimandare indietro i sospettati sussidii.

--E Iddio (così il vescovo) vi renderà premio della generosità vostra,

e vi darà più netta e più facile la vittoria. Perchè non ne' molti

cavalli e non ne' molti cavalieri è la vittoria, figliuoli, ma nel nome

di Dio. Or ogni cosa mi pare fermato: non altro resta che pregare al

Signore, e giurarci nel nome suo.»

Il vescovo s'inginocchiò, e tutti seco. E disse questa preghiera: «Dio

degli eserciti, unico Signore de' popoli, dispensatore della libertà,

della servitù e della vita e della morte; noi figliuoli vostri,

prostrati con l'anima innanzi a voi, pieni d'amore ai fratelli e ai

nemici nostri, vi supplichiamo per la salute e per la libertà del

vostro diletto popolo di Fiorenza. Se le vite e le cose nostre più

care a voi piace ricevere in cambio dell'inestimabile dono, ecco, o

Dio, le offeriamo. Fate che nel combattere l'ingiustizia perdoniamo

agl'ingiusti; che tanto solo degli iniqui sgombriamo, quanto bisogna a

respirare pura l'aria di libertà, nella quale fummo nati e cresciuti;

fate che nessuno atto o pensiero di crudeltà o di licenza contamini

il sacrifizio di sangue; e che della battaglia usciamo, o alle nostre

case o al tribunale vostro, puri siccome dal santo battesimo. Dio degli

eserciti, Signore de' popoli, raccomandiamo a voi le anime nostre, e la

salute e la libertà del vostro diletto popolo di Fiorenza.»

Poi levandosi: «Fratelli, giurate, e ripetete a parola quel ch'io dirò.

Poichè qui non abbiamo nè l'Ostia santa nè i santi evangeli, giurate

sulle spade.»

Incrociarono le spade, e in mezzo a quelle ritto il vescovo,

sovrastante a tutti del capo, e posta la mano sul suo povero crocefisso

di bronzo, dettò il sacramento:

«Nel nome di Dio e di Maria, per il sangue di Cristo, nella presenza

di tutti gli spiriti del cielo, giuriamo combattere con umile amore e

con leale coraggio per la libertà della nostra repubblica, fino alla

morte.»

Chi ripetè le parole a bassa voce, chi ad alta. I più vecchi, e de'

giovani i più veramente arditi, dissero sommessamente: Bindo de' Pazzi,

a cui sola una pareva poco, due volte ridisse: «Fino alla morte.»

L'Acciaiuoli: «Ora, figliuoli, prima d'uscire, abbracciatevi.»

S'abbracciarono: ma tutti fuggivano l'amplesso di Francesco

Brunelleschi: il che vedendo il vescovo, gli stese le braccia in atto

pietoso e quasi riverente. Ma Francesco, vinto da tenerezza e da

vergogna, presagli quasi tremante la mano, gli si gettò a' piedi, e:

«Padre, la vostra benedizione.» E seguitava: «Lavatemi dal peccato

dell'infamia: io sono pentito. Iddio legge nell'anima mia.

--E Iddio nella mia (rispose il vescovo): e sa con qual cuore io vi

raccolga e vi benedica.»

Lo raccolse da terra, e volle con dolce forza abbracciarlo. I due più

giovani, tra la vergogna e il dispetto, erano usciti: ma gli altri gli

apersero le braccia tutti, e taluni con affetto quasi d'amore indarno

represso. Allora il Brunelleschi sentì più cocente che mai la vergogna:

chè più gli altri gl'indulgevano, e meno e' perdonava a sè stesso. E

allora l'anima sua veramente incominciò a ricrearsi.

* * * * *

Quella mattina, Ippolito, figliuolo di Giulio d'Assisi bargello,

leggiadro giovanetto ma degno del padre, entrava di Lungarno in Terma

alla Lucia Buondelmonti, presa di lui. Amorosa e delicata donna; sulla

quale il lume della già casta e or fuggente gioventù, raccolto in

quelle quasi ultime ore del dì femminile, dava più vivo e più ardente

che mai: quando l'amore sente e pensa sè stesso, e il timore del non

essere assai piacente lo fa più modesto e più sollecito: quando la

gioja dell'esser piacente tuttavia diffonde negli atti una grazia

contenta, e avviva il dolce pallore del viso d'un dolce foco che

rinvergina la bellezza. Rinvergina la bellezza, ma fa parere più amaro

il momento quando la dolorosa s'accorge che il tempo è mutato, e che di

più giovani vite s'infiora la terra.

La famigliarità del duca e de' suoi con parecchi de' Buondelmonti,

aperse al giovane l'adito in quelle case; chè tutti i servitori di

Gualtieri, seguendo la natura entrante dei Francesi, s'insinuavano in

ogni parte; e qual donna non potevano con gli sporchi abbracciamenti,

con l'alito della calunnia contaminavano: la calunnia, alle donne

antica tiranna e persuaditrice di male. Nè già in un tratto, ma a

poco a poco, e a suo dispetto quasi, s'era accesa Lucia del giovane

fello, che amoroso in sul primo, poi spensierato e insolente e rozzo

e crudele, esercitava spesso nell'anima di lei il tristo ministero

paterno. E' l'amava, ma al modo che le fiere amano; con barbara gioja

di possedere una bella e molto desiderabile cosa, e poterne fare

il piacer suo, e farla a un cenno piangere e sorridere, e tingerla

di peccato. E significava l'amore con lunghi sguardi feroci, e con

violenti abbracciari; e con quanti modi offendono il pudore di donna

già vinta ma buona. Ella lo amava come devota a fatale necessità: e in

lui cercava (e le pareva ritrovare) la bontà natia, soppressa dagli

abiti ormai invecchiati nell'anima, quanto più tenera tanto men potente

del vincerli. E sperava potere grado grado temperare quella ferocia;

e talvolta le veniva fatto, perchè qualche suo cittadino scampò per

lei all'esilio o alla morte. Questi rari beni, e coll'onta propria

comprati, le parevano scusa dell'onta.

Venne quella mattina Ippolito, che la donna l'aspettava con angoscioso

desiderio: e come lo vide:

«Quali novelle?

--Nessuna.

--Nessun timore?

--Di che? Dugento ostaggi abbiamo in palagio: e se la città si commove,

i galli non uscirebbero vivi di stia.

--Deh non dire. Il duca signor tuo, nol farà. Non oserebbe tanto.

--E chi ne lo tiene?

--Tu nel terresti, Ippolito: non è egli vero? Dimmi che sì; dammi

questa consolazione, a me afflitta tanto.

--E chi ti dice d'affliggerti, e andare braccando i dolori? Che fa egli

a te se una coppia o un centinajo di questi Fiorentinelli ciecacci

reciono l'anima?

--Or non son io Fiorentina?

--I tuoi son col duca: e chi è col duca, è egli più Fiorentino?

--Deh non mi dire così dure parole. Dove le trovi tu? Io non le saprei

imaginare nemmeno. Perchè sì crudele, o giovanetto, in tanta bellezza?

--Non mi parlar di bellezza; tu mi fai stizzire, già sai. Tu sì, tu se'

bella, o Lucia.

E l'afferrava quasi furibondo, e baciava. Ed ella umiliata: «Ma se i

Buondelmonti non fossero co' tuoi; se mio padre dovesse cadere sotto la

giustizia del duca?

--Perchè non di', tuo marito?

--Oh taci per pietà!

--Se tuo padre avess'a essere giustiziato dal mio? Buon per te non sia

'l caso. Io non so in verità, che resterebbe a fare.

--Ah se tu mi domandassi che fare' io per tuo padre posto in pericolo;

Ippolito, non t'avrei risposto così.

--A che parlar di pericoli? Lasciami in pace. Troppo coteste parole mi

tempestano gli orecchi, come quadrella fischianti fra il tripudio della

danza.

--No, tu non m'ami, Ippolito: mai una parola cortese, mai uno sguardo

pietoso.

--Ma no, in fede mia, tu non mi metti punto pietà. Desiderio, sì,

Lucia: desiderio per Dio, quale.... Ma non tel vo' dire. È viltà

lasciar fuggire tutta l'anima in un bacio di donna. L'uomo non è nato a

cotesto.

--E a che è egli nato?

--A comandare sui nati a servire; a solcar con l'aratro la terra che dà

la messe, e più affondare il vomero dove la terra più cede.

--Ma se il vomero si rompe? Temi, giovanetto: Fiorenza è terreno mal

fermo.

--Che di' tu, donna? Tu hai un segreto nell'anima. Parla.

--Io no: ma i presentimenti di donna son vaticinii.

--Se mi celassi....

--Tu mi denunzii, o m'uccidi.»

In così dire, Lucia lo abbracciò, e baciò in fronte d'un bacio quasi

puro. Egli, confuso, e parte commosso, partendole sulla fronte i

capelli, e per la prima volta contemplando quella fronte serena, indice

d'uno spazioso intendere e d'un candido amare,

«Lucia, le disse, guardandola fiso e quasi ammirato, Lucia, tu se'

buona! Quant'anni ha' tu?

--Trentadue.

--E io diciotto. E' torna per l'appunto: e tu mi potresti essere madre.

--Tu ti fai giuoco di me. Or bene, io ti sarò madre. Promettimi, o mio

giovanetto, che se il pericolo sopravviene, tu fuggirai qui da me.

--No, il luogo mio è presso al duca.

--Ma non usciresti a combattere?

--Non è il mestier mio cotesto.

--E qual è il tuo mestiere?» disse soprapensiero la donna: poi

ravvedendosi, volle rinvolgere la parola, già volata, in un bacio:

ma il giovane ferito, la respinse con un «Eh lasciami»; e uscì. Ella

rimase a piangere.

* * * * *

Al tocco di nona fu un gran rumore in porta San Piero. Un fattore di

bottega s'era messo a gridare al fattore vicino in mezzo la via: «E i'

ti dico che noi non siamo più Fiorentini, ma Francesi, dacchè Francese

è il signore nostro: e chi si dice Fiorentino, è nemico della città.

--Oh chi lo nega! gridava l'altro a tutta voce. No' siamo Francesi, lo

so.»

E il primo: «Tu ti fai beffe di me; ma tu non di' quel che tu pensi, e

tu menti per la gola.»

E l'altro: «E io dico che Fiorenza non è più Fiorenza, e che tu se' un

villano uomo, e la feccia di porta San Piero.»

Il popolo si radunava da tutte le parti.

Più giù da Mercato vecchio due ribaldi s'azzuffarono per questa

cagione: «A te duole il caro del vino: e io dico a te che il vino

quand'è caro, si cionca meglio, e meglio accosta, e dà meno al capo, e

fa più a bell'agio pensare alle misericordie del duca signore nostro.»

E l'altro ribaldo: «Chi nega le misericordie del duca? Tristo che tu

se'; tu mi vuo' mettere a capelli con sere Giulio d'Assisi: ma io mi

vo' prima accapigliare un po' teco.»

E s'acciuffavano, e si voltolavano nel rigagnolo. La gente accorreva.

Quand'ecco un grido _all'armi!_ uscir d'una casa vicina, poi

dall'opposta contrada, lontano, un altro grido, e altri da tutte le

bande; e la città ne fu piena, come del suono d'una campana in notte

tranquilla. Chi aveva già chiuse le botteghe, e ripeteva _all'armi!_

correndo; chi s'avacciava a chiudere: gli operai studiavano il passo,

ciascuno verso la contrada propria: e già vedevasi qualche drappello a

cavallo o a piedi correre la terra a furore. Que' dalle vie chiamavano

i compagni dalle case, scendessero. Le grida si mescolavan per l'aria,

come strali in dì di battaglia. Delle case de' nobili e de' popolani,

e fin delle umili casupole uscivano spiegate le bandiere dell'arme

del popolo: croce vermiglia in campo bianco, quali col rastrello del

re, quali senza. Poi 'l giglio rosso. Le bandiere del duca, buttate

dalle finestre, la ragazzaglia strascinava per la mota e nel sangue

delle beccherie; e gridavano: «Muoja il duca e' suoi seguaci! viva il

popolo e Comune di Fiorenza!» Le donne dalle finestre _viva_ ripetevano

e _muoja_; e gittavano chi al marito chi al padre una bandiera o una

lancia. Altre inginocchiate a pregare, interrompevano per affacciarsi

a gridare: _muoja_. Le vie in un momento furono fitte di gente, come

formiche che s'affaccendino al venir della pioggia. Più dolce pareva a

tutti l'eco della battaglia che il sorriso de' figliuoli e il sedersi

al foco nel verno. Siccome la fiamma che, già più anni, appiccata da

uno degli Abati, si stese impetuosa nel cuore della città, e arse i

palagi, le torri, il tesoro, la mercatanzia, così fece (ma a salute di

Fiorenza) quell'impeto di guerra che da Santa Croce volò a San Friano,

quasi portato dal vento. E già, ciascuno sotto il gonfalone di sua

contrada, tutti erano in ordinanza; e sotto il peso dell'armi andavano

leggieri come sotto il sajo cittadino; sebbene operai o mercanti, già

dotti con le tese lance a rompere gli usberghi nemici.

Gli Adimari, che molti erano, pe' cinque sesti correvano cavalcando

a ordinare le difese e gli assalti: degli altri congiurati ciascuno

provvedeva alla contrada sua. I Medici erano anch'essi usciti di

sotterra; parte mossi da vergogna, parte per voglia di vendicare

Giovanni consorte loro, un anno fa giudicato a morte dal duca (chè

le proprie offese, al più de' ricchi e de' grandi dolevano, non le

altrui). Dico che i Medici, già timidi, ora si mostravano baldanzosi; e

chi del volgo badava un po', percotevano con la lancia. Ad ogni capo di

via cominciavano a essere messe le sbarre; e dall'alto delle sbarre si

rispondevano i cenni dall'un capo all'altro della città.

La gente del duca al rumore s'armano in fretta, e vanno alla piazza,

come corvi che volano al covo sotto il battere di pioggia grandinosa,

e sentono sopra 'l capo il muggito de' tuoni. E' correvano al duca:

i meglio intendenti di dardi ponevansi alle finestre del palagio: i

combattenti a cavallo, giù nella piazza. Ma prima di giungere quivi,

molti eran presi; chi briaco; a chi un fanciullo teneva il destro

piede mentre l'altro posava già sulla staffa; ad altri saltavano sopra

improvvisi, e legavano, e svestivano dello splendido ferro. Altri colto

allo svoltare de' canti: l'impeto audace a lui si volgeva in tremore

pallido, come chi andando ne' monti, vede una serpe, e nell'arretrarsi

d'un salto, già sente il morso. I destrieri de' presi, tutto che

correnti a furia, erano da' Fiorentini, abili alle corse de' palii,

agevolmente fermati. Poi tutt'a un tratto aprivansi e chiudevansi i

serragli delle vie, dove molti rimanevano acchiappati come volpi in

tagliuola, e forati con le proprie armi. Taluni, per malattia o per

viltà o per indugio, rimasi negli alloggiamenti, eran colti come falchi

nel nidio, e fattone ludibrio: altri pochi nelle case delle amiche,

segnate già dall'odio pubblico; e le donne infelici, o di plebe o

gentili, oltraggiate. Intorno al palazzo, là dove il vespajo francese

era più gremito, più molte le prede: ma dalle porte dei Francesi

reputati non tristi, il popolo passava in silenzio. Uno tra' più

boriosi e più matti di donne, trovarono con le insegne di cavaliere,

adorno le armi di molt'oro, accucciolato sotto un letto; lo presero

per una gamba, e gettarono sulle labarde d'un drappello che passa. Ad

altro, bugiardo millantatore d'amorose vittorie, un magnano, preso un

tizzo, e agguantato lui per la barba, gliel'appicciò come cero, e ne

trasse fumo e puzzo, quasi di majale arrostito. Molti un quadrello

fermò a mezza via: dietro a taluni, i cavalieri più snelli cacciavano

il destriero fumante, lanciavano di lontano le picche, e scavallatigli,

non degnavano di finirli. Spesso a chi stava per chiamare pietà,

il ferro va a tagliar la parola giù nella strozza: altri morendo

gridavano viva il duca! altri a cui la viltà dava speranze bugiarde

fino nell'agonia: «Viva il popolo di Fiorenza!» Dinanzi a un Borgognone

gigante, coperto lo scudo di pelle di tigre, e palleggiante la grossa

asta con grido di minaccia, fuggiva la gente: ma un conciatore di cuoi

armato di falce gli venne alle spalle, e azzeccatolo alle giunture

dell'armatura tra il collo e il capo, glielo recise di netto. Il busto

a manca, a destra la lancia, il capo nell'elmo ruzzolò tra i piedi al

cavallo. Due fiorenti giovanetti gemelli, cresciuti al lieto sole di

Provenza, coperti di scudo con punta dorata, cesellato all'intorno con

fine lavoro, cavalcanti due bianche cavalle uguali a capello, correvano

a visiera levata, quando due frecce li colsero a un punto, e caddero

morti. Le donne misero un grido di compassione; ma due del popolo,

afferrate le cavalle fuggenti, esclamarono: «Grazie al buon duca del

dono! E viva il popolo di Fiorenza!»

* * * * *

Nè soli Francesi traevano a soccorso del duca: de' Fiorentini

venivano i favoreggiati da lui, de' Peruzzi, degli Antellesi, de'

Buonaccorsi, degli Acciaiuoli, Giannozzo Cavalcanti e consorti,

Uguccione Buondelmonte co' suoi: poi scardassieri e beccai. Ma vista

la marea del popolo venir risonante, come naviganti in porto malsicuro

che temono il fiotto non li sospinga nell'alto, impallidirono. Quel

dell'Antella guardava al Buonaccorsi: e volevan parlare, e non

sapevano che. Andarsene non osavano: e tra i Borgognoni qua e là

schierati passeggiavano la piazza, come oziosi aspettanti. Altri,

impacciati nelle armi, quasi uomo che, vestito di rosso, passi accanto

a toro furioso; altri appoggiati ai lunghi scudi o alle lance. Ora

s'affacciavano all'un capo or all'altro delle vie; ma il rumore nemico

imperversava. Il Buondelmonti si teneva più presso all'antiporto del

palagio, per istrisciarvi dentro a rifugio. Gli scardassieri gridavano:

Viva lo signore lo duca! ma grida stracche, e come favilla in istrame

fradicio. I beccai bestemmiavano: e ai nobili confortanti a gridare e

a fare, dicevano villania. Taddeo Peruzzi, uomo grosso della persona,

ma pochino dell'anima, smontato di cavallo per iscappare più quatto,

e appoggiata al muro la lancia, entrava in grave ragionamento con uno

scardassiere, per appurare la verità delle cose.

--Domine, che trambusto!

--Messere, Fiorenza non si muove se tutta non si duole.

--E la credi tu mossa?

--Un po' più. Non sentite?

--Ma credi tu facciano daddovero?

--E' pare.

--Giovanacci! Teste che a un soffio vanno via! Ma i vecchi che veggono

dinanzi e di dietro, e guardano come aggiustare alla meglio il capo e

la coda delle cose, non possono altro che piangere di tali mattie.

--Veramente la guerra è cosa dura: ma fatto è che nella mischia son

pure de' vecchi, messere.

--Che pensi tu fare?

--Io sto a vedere. Giova certamente, per tale uomo qual è il signor

nostro, soffrire disagio. Non è già egli cagione di ciò, ma coloro che

ci cacciano addosso, quasi mastino, la discordia, a noi che cignali

non siamo. Fin che il duca rimane signore nostro col consentimento del

popolo di Fiorenza, io sto da lui; imperocchè sto col popolo. Ma se il

popolo muta e grida, muoja il duca! io non griderò, _muoja il duca_; ma

sto col popolo. Ed eccovi, messere, l'umile parer mio.

--Certamente, il popolo è sempre popolo.

Il duca d'Atene · 第 3 / 14 段