--Cittadini, non tutti di voi sanno appieno le cose da noi ordinate

per trarre la nostra repubblica di mano al tristo signore, del quale i

misfatti non è necessità ch'io rammenti. Basta che, ne' dieci mesi di

sua signoria e' s'appropriò quattrocentomila fiorin d'oro del nostro,

senza quelli ch'e' trae dalle terre circostanti: col quale oro avremmo

noi potuto innalzare e tempio maggiore di santa Reparata, e altri

pubblici edifizii da chiamare sopra la nostra città le benedizioni

del cielo e l'ammirazione del mondo. Tempo è oramai di sapere se il

giglio rosso debba in perpetuo cedere il luogo al leone a oro; e se

dal collo del leone debba pendere, quasi preda o trastullo, l'arme del

popolo fiorentino. Quale sia l'animo de' più, e de' più ragguardevoli

fra' cittadini, gli occhi e gli orecchi vel dicono. Siccome a' grandi

e a' popolani ed al popolo minuto e' promise fallaci promesse, e

popolani e grandi e popolo minuto stann'ora contro lui: e siccome e'

fu creato signore della città e del contado, giusto è che l'oppressore

della città e del contado sia dall'armi dei cittadini e dei contadini,

insieme pronte, punito. Le antiche gare tacciano, o cittadini, per

poco. Rammentatevi che sola la nostra grande discordia ci diede alle

costui lorde mani. Sian tutte contro lo straniero le ire, e contro

i satelliti suoi. E, pure tra gli stranieri, discerniamo i baroni e

i contestabili al lor tristo uffizio repugnanti, da quelli i quali

gustano a sorsi il vitupero: chè non ogni guarnacca stretta copre il

petto d'un cavaliero sleale, nè ogni manica pendente a terra nasconde

una mano artefice di viltà. Ma de' consiglieri e de' bargelli del duca,

corrotti in ogni vizio, quello si faccia che sarà in piacere al Comune

ed al popolo di Fiorenza. L'iniquo duca, su quella ringhiera dove

sedette il dì di Nostra Donna, e ne scese oppressore nostro, su quella

gioverà che riceva gli omaggi debiti a signore turpissimo. E prima

che sperdere il tempo e i fiorini ed il senno in luminare e in falò,

siccome facemmo allorchè creammo il tiranno (ed era degno auspizio di

tirannia), meditiamo fin d'ora come sanare le piaghe dell'afflitta

città; richiamare gli sbanditi e i rubelli; rendere i debiti, per

cagione de' quali, altri (e nol dico a rimprovero) tolse in casa lo

straniero vorace, sperando per sua soperchianza francarsene; rimettere

in onore gli ordini antichi delle arti, i quali da' minuti artefici

furono dimembrati per volere maggiori salarii, e non li ebbero.

E poichè la comune calamità fece a ciascuno riconoscere i propri

errori, facciam senno, carissimi cittadini; e la impresa nostra a Dio

misericordioso e a Cristo liberatore e al Battista, della nostra città

protettore validissimo, raccomandiamo.»

Presso la fine di queste parole era entrato Tile de' Benzi de'

Cavicciuli, e postosi a sedere non lontano da Francesco Brunelleschi

e da Filippo Bordoni. Finito ch'ebbe l'Oricellai, sorse il Bordoni,

e traendo la spada, senza far parola s'avventò sopra Tile, il qual

non trasse la sua. Ma il Brunelleschi ed altri tenendolo: «Che fai?»

gridarono.

«Punisco un vil traditore, quello per la cui tristizia, o Adimari, il

consorte vostro è in palagio.»

Tile senza mutare nè viso nè voce disse: «Filippo, i' ti perdono,

perchè tu se' ingannato.»

Ma il Brunelleschi intendendo la cagione dell'ira, e morso dalla

coscienza, parlò: «Filippo, tu se' ingannato. Non Tile, ma uno

masnadiere sanese noto a me, rivelò quello perchè l'Adimari è nelle

mani del duca. Ad altro tempo ogni cosa ti sarà chiaro: ma questo io

giuro dinanzi a tutti; e chieggo a voi, cittadini, che il capo di Tile

sia salvo e onorato.»

E perchè tutti sapevano la forte e schietta e non loquace virtù di

Tile, assentirono. Filippo, preso da subita fiducia e vergogna, gli

tese la mano: ma Tile, la mano di lui posando sulla propria spalla, e

le sue braccia stringendo al petto del Bordoni, l'abbracciò senza far

motto: di che fu grande negli astanti la gioja.

Allora l'Oricellai ripigliò: «Cittadini, il pericolo stringe: e

l'indugio d'un'ora può essere ruina. Domani innanzi all'alba, si farà

nelle case de' Bardi adunata de' cittadini di tutti i sesti della

città: questo i Bardi chiesero a me spontanei, pregando, che quanti io

stimavo da ciò, convocassi. I capi di ciascuna via o setta (se sette

sono) convengano; e, s'hanno fede nella fede nostra, si scoprano.»

Era già tarda la notte. Usciti delle case degli Oricellai, molti

stettero vegliando e aspettando l'aurora.

* * * * *

Andavano taciti di contrada in contrada per cercar dagli amici, da'

congiunti conforto ai dubbii, esca alle ire, alle speranze alimento.

Ma dei dubbii rimaneva sol tanto quanto servisse a ispirare prudenza e

modestia; e le ire, consentite da molti e rallegrate dalla speranza, si

mutavano quasi in affetto. I sensi, più acuti che mai, recavano ad ogni

momento nuove impressioni di sospetto; e ad ogni momento gli animi,

ancor più acuti al bene desiderato, trovavano nuova cagion di sperare.

Lo scalpitare ardito, il ciampeggiare sommesso, il picchiare piano alle

porte, qualche mal compresso grido di dentro, il tintinnire dell'armi

smosse, gli antiporti socchiusi, uomini sui veroni in atto di guardare

e d'attendere; segnali di fuoco su Arno, segnali sui colli dintorno;

e apparire e sparire di lumi che trapelavano dalle accostate finestre;

dappertutto un commoversi pieno di vita e di minaccia.

I Francesi, usati in parte al brulichio delle notti estive fiorentine,

poi stanchi dal lungo vegliare, poi rassicurati dagli ostaggi che

avevano in palagio e dalla naturale spensieratezza e animosità, e

rinvolti in quel velo di caligine che scende sugli occhi alla gente,

condannata a perire, non s'addavano del pericolo. Solo il duca

affacciandosi, e tendendo gli orecchi all'insolito bisbiglio, temeva;

ma spaurito del proprio spavento come di malo augurio, non osava nè

ad altri dirlo nè a sè, simile a fanciullo che chiude gli occhi e si

rannicchia per paura.

I messi del vescovo circondavano non visti il palazzo, correvano la

città, annunziavano ogni cosa a lui, pieno di fiducia inquieta. E'

s'ingegnava in quell'impresa discernere la giustizia dalla vendetta; e

delle due cose insieme attortigliate non sapeva come spegnere questa

senza offendere quella. Pregava ad alta voce; e ogni tratto nuovi messi

e dubbii nuovi, e nuovi alimenti all'ira interrompevano la preghiera;

ed egli la rannodava da capo inginocchiandosi: e poi quando l'imagine

dell'urgente pericolo gl'invadeva l'anima tutta quanta, allora, con la

faccia china nelle palme, e' si perdeva quasi in un sogno affannoso, e

se ne riscoteva a nuovi colloquii e a nuova preghiera. Chi dirà quante

volte egli fu vincitore dell'odio suo, quante vinto? Chi dirà come

gonfi, e dove franga, e in quanti sprazzi se ne vada ciascuna onda di

mare in tempesta.

Fu picchiato sommessamente alla porta di molti conventi, e chiesta da

uomini preparati a morire la confessione, il viatico, la benedizione

dell'armi. Cenni degli Oricellai, ora frate Domenico, dalle finestre

del chiostro ascoltava il confuso rumore delle voci, de' passi,

dell'armi; e le antiche ire gli ribollivano, come lava freddata che si

rinfiamma e scorre in rossi torrenti. Gioiva della imaginata vendetta,

vedeva il carnefice di Naddo essere straziato da lunghe carneficine:

e perchè la ingiuria propria gli pareva di tutte più rea, a quella

avrebbe voluto che il duca morendo pensasse, a quella recasse, come

a principal causa, la sua rovina. Anelava a pascere gli occhi negli

occhi del tristo morente, a conficcargli nel cuore qualche parola

apportatrice d'affanni intollerabili. Si vedeva rivestito dell'armi,

ringiovanito nell'ira; e gli pareva avere dai proprii affanni

acquistato diritto a aggravare fino alla disperazione gli altrui

affanni. Nell'ebbrezza della fiera gioja esultava, misurando la cella,

come tigre che si rigira nella gabbia ferrata, e di tanto in tanto

scrolla con l'ugna le sbarre sonanti.

Mentr'egli agitava nell'anima questi pensieri, viene uno de' grandi,

pronto a battaglia, a confessarsi a' suoi piedi. E detto che ebbe gli

altri peccati, confessò gli odii che gli parevano inestricabili dalle

speranze, e chiese consiglio come combattere con amore, come morire

senza paura e senz'ira. A questa domanda il vecchio si riscosse, e

interrompendo all'altro le parole: «Fratello, gli disse: a me chiedi

consigli d'amore, a me, anima dall'odio ulcerata? Tu non sai i miei

dolori: non sai quanti peccati furtivi, impotenti, vili, si vengono

consumando nei segreti dello spirito mio. Io non son degno nè di

consigliarti, nè d'udirti, nè d'alzare gli occhi a questo crocefisso

che morì perdonando. Che vuoi tu ch'io ti dica? Di quale peccato

poss'io riprenderti? Da quale proscioglierti? Io confesso innanzi a

Dio e innanzi a te l'indegnità mia, e te prego, preghi per me ch'e'

m'ascolti. Oh fratello, preghiamo insieme!»

Il vecchio s'inginocchiò accanto al guerriero armato, si chiuse il

volto nelle mani, e singhiozzando gridava: «Perdonaci, come noi

perdoniamo.--Noi perdoniamo», ripeteva, come per figgersi in mente

il senso di quella dolce parola; e abbracciava l'inginocchiato al

suo fianco, e piangeva. La canizie del frate, mista all'ondeggiante

capigliera del giovane armato, implorava mercè da Dio, e l'otteneva.

«Figliuol mio, disse riscosso a un tratto, così Dio assolva me com'io

nel suo nome t'assolvo.» E dicendo, _figliuolo_, pensò all'unico suo,

pensò all'uccisore di lui; e ambedue li congiunse in una ineffabile

comprensione di carità.

* * * * *

Nelle case, chi traeva fuora le vecchie lance o balestre, chi le spade

affilava. I fanciulli riscossi dal sonno domandavano senza paura

il perchè del trambusto, e dell'ignota novità giubilavano. Altrove

pregavasi a bassa voce devotamente: molti de' più animosi dormivano, e

sognando battaglia, si risentivano ad ogni tratto.

Coloro stessi che prima non davano mente a ciò, in quella notte

macchinavan trattati, e agli amici, già d'altra congiura partecipi,

li esponevano. Andavano spontanei, e non consapevoli, a profferire

ai congiurati l'opera loro; e questi allo sguardo, all'accento

riconoscevano la franchezza dell'amica profferta. Gl'incerti e i

timidi strascinava l'esempio; e coraggiosi li faceva la paura di tanto

coraggio. Così nella mischia il temente, dalla calca sospinto, corre

al pericolo con quant'impeto da lui fuggirebbe. Ma i tementi eran

pochi: uno spirito nuovo li portava insieme con pari impeto tutti. Non

pensavano nè alla sconfitta, nè alla vittoria; pensavano a combattere,

come l'affamato s'avventa a mangiare. Del come, del perchè, dell'esito,

non disputavano; e la semplicità dello scopo a cui miravano tutti,

li faceva concordi. Delle donne stesse non molte temevano, molte

confortavano di parole e d'amplesso i lor cari: un solo pericolo stava

nelle menti di tutti, il pericolo del Comune.

Sole le innamorate del soldato straniero tremavano: e qual piangeva

celatamente, quale sconsigliava il marito o il padre dal combattere;

quale confessava gli adùlteri amori, forsennatamente disperata. Quella

dura notte scontò quante mai gioje, o infelici, provaste nei brevi

colloquii e nei lungamente desiderati e temuti abbracciamenti. E alle

più di loro il pericolo del capo amato apportò maggiore ambascia che

non facesse la perdita; e più piansero temendoli che sentendoli uccisi.

Siccome agli oppressi da grave malattia un punto che varchino è

morte o salute; così quella notte agitava i tuoi destini, o diletta

città. Una subita pioggia, un incendio, una falsa novella, eran forse

sufficienti ad allentare quell'impeto: ma le stelle del cielo, quasi

guerrieri armati in ischiera, vegliavano, Fiorenza, su te. I Santi

nati e cresciuti nel tuo dolce seno ti guardavano dall'alto pregando;

e ai tuoi passati mali, e ai mali e alle vergogne avvenire questa

gloriosa tregua, questa espiazione memoranda impetravano. A te, gentile

atomo della terrena polvere, popolato d'anime e di memorie immortali,

conservatore d'un'immortale parola, a te gli spiriti del cielo

congioivano di questo, ahi troppo breve, trionfo. O città de' miei

desiderii, poichè non tu per la mia parola, possa la mia parola essere

illustre per te; e i Fiorentini che di qui ad età molte, più pii e più

fortunati, vivranno, sentire che amor di fratello moveva il mio canto,

e con amore fraterno ridire il povero nome mio.

* * * * *

Dopo la mezzanotte, quando il rumore dei passi, il bisbiglio delle

voci, il cigolio delle porte, e quell'indistinto susurro che annunzia

un agitarsi insolito di anime umane fu queto; s'udì, dopo la

mezzanotte, un picchio sommesso alla porta delle case degli Adimari,

il qual riscosse Matilde, che, stanca del piangere, giaceva sul letto

trasognata. La scosse come suono amico, aspettato: ond'ella balzando,

scese animosa, ansiosa, quasi lieta, ad aprire, come se corresse a

rincontro del padre. Gli era Cosimo Oricellai, che tra l'uno colloquio

e l'altro, sacri alla salute della città, si ricordò del dolore della

fanciulla e delle raccomandazioni d'Antonio: e abbracciate, forse

(pensava) per l'ultima volta, le figliuole proprie, veniva a lei.

Nel vederlo, Matilde, che lo conosceva buono ed amico, e che voleva di

tutta forza sperare, prima ancora di aprirgli la porta socchiusa:

«Egli viene!» esclamò, come persona che crede già vero quel che

domanda. Ma il silenzio di Cosimo, e l'entrare sommesso, e il chiudere

sollecito, e il prenderla pietosamente per mano, la fece dalla lieta

fiducia trabalzare a certezza disperata; onde, coprendosi il viso con

le palme, e il viso e la persona chinando verso terra:

«Egli è morto!» esclamò singhiozzando.

Allora non fu difficile al buono uomo riconfortarla, dicendo che il suo

padre viveva, tuttavia nel palagio, ma che la città tutta s'armava per

trarnelo.

«Quand'udrai domani Fiorenza levata a rumore, tu non aver paura,

Matilde; ma pensa che quella è la libertà di tuo padre.»

--E se l'uccidono intanto?

--Non oseranno.

--Lo scoppiar del tumulto affretterà la sua fine. Che importano a me

l'ire vostre, se mio padre muore?

«Morire!» esclamava, e le pareva non intendere bene il senso di quella

parola; e la ripeteva gridando senza lacrime.

«No, vi dico, Matilde: la paura li terrà dall'ucciderlo.

--Oh no, non l'uccideranno. Non è possibile ch'egli muoja; non è

possibile che io non l'abbia a vedere mai....» E quest'ultima voce

ripeteva piangendo.

«Sì, lo vedrete, figliuola mia.

--Lo vedrò! Perchè dunque non dirmelo al primo venire? Lo vedrò?

promettetelo.»

E perch'egli taceva: «Accertatemi ch'egli vivrà.

--Che poss'io? salvo che promettervi ajuto a scamparlo, e, se altro

accade, vendetta?

--E che mi fa a me la vostra vendetta? I' vo' mio padre. Che mi fa a me

ch'altri sia ucciso dopo lui o per lui?»

Allora un altro pensiero le balenò nella mente, e la trafisse come

doppio rimorso. E domandò:

«Credete voi che zuffa segua?

--Seguirà: e i nemici della città nostra sentiranno alla fine quanto

caro costi l'oltraggio.

--I nemici? Ma non tutti sono nemici i....» Non osò dire i Francesi:

e arrossì. Voleva pensare al padre solamente, e non poteva; voleva

parlar di Rinaldo, e non osava. S'assise guardando Cosimo con occhi

supplichevoli, quasi lo pregasse d'intendere la sua secreta preghiera.

E perchè quegli taceva, ed ella ripeteva, come uscita del senno: «I

nemici!» Poi riscuotendosi a un tratto: «Deh non sia; non m'aggiungete

dolore a dolore. Voi sapete, signore, di chi parl'io; non me lo

uccidete: egli non ha l'anima di Francese.»

Cosimo impietosito, per rassicurarla rispose: «Il conte d'Altavilla non

vorrà combattere contro noi.

--Ma se volesse?

--Oh fanciulla, tu vuoi di forza ch'io vinca i tuoi timori; e a'

conforti miei non dai retta. Poss'io piegare a tua voglia i casi e

gli animi altrui? Volgiti a Dio, pensa a messere Antonio degli Adimari

tuo padre. Egli mi ti ha raccomandata nel partire, ti consolassi, ti

tenessi vece di lui.

--Vece? Egli pensa dunque a morire? Oh dite ogni cosa; fate ch'io

sappia s'io sono orfana o no. Non venite a mescermi a goccia a goccia

il terrore e la morte. Come sono crudeli gli uomini! E che vi ho

fatt'io?

--Figliuola mia, i' ti perdono, perchè tu se' addolorata; ma credi tu

che gli altri non abbiano anch'eglino i suoi dolori? Nel mezzo della

notte, nell'ora del pericolo, poche ore forse innanzi di morire,

io lascio le figliuole e la moglie mia; e hanno anch'esse le mie

figliuole, e lagrime negli occhi e parole di rimprovero disperato:

le lascio per venire a veder te, per amore del buono messere Antonio

tuo padre, per compassione della tua desolata giovanezza; e tu così

mi ricevi? Poich'io ti sono, e voglio esserti padre, perchè non hai

viscere di figliuola tu verso di me? Oh mia Matilde, raccomandati,

raccomandaci a Dio, ci soccorra, c'insegni a vivere da uomini e da

cristiani a morire.»

Ella lo abbracciava senza parola; e l'Oricellai seguitava:

«Di me non so quel che Dio abbia destinato. Forse quando tuo padre

correrà negli abbracciamenti tuoi, io giacerò cadavere nella vicina

via. Se mai, le mie figliuole a te raccomando, come tuo padre ti ha

raccomandata a me: sii loro amica, e col buono esempio le illumina, e

coll'amor tuo le consola: parla ad esse di me, e delle dipartenze di

questa notte, quando gl'impeti dell'angoscia siano allentati, quando si

può con lagrime dolci e tranquille parlare di quelli che sono morti. Ma

le mie parole, o infelice, ti sconsolano; e a questo non sono venuto io

qui. Vinceremo, Matilde. Tu sentirai da lontano scalpitare il cavallo

che ti riporterà libero il padre, e me vedrai di lontano correre alle

mie case giubilando; e poi le giostre e le danze e le preghiere della

vittoria, e poi queta e franca e civile la vita.

--Ma Rinaldo!

--Ben mi rammenti, o figliuola, che ancora non è passato il pericolo.

Tu del vicino agitarsi non sbigottire; i miei ti difenderanno, e ti

difenderà, meglio d'ogni cosa, la stretta in cui saran posti i nemici.

--Potess'io combattere!

--Prega.

--Oh sì, per il padre insieme e per voi.

--Buona Matilde! Tu se' la figliuola mia, non è egli vero? Chiamami

dunque padre.»

E mentr'egli la baciava in fronte, Matilde, abbassando il viso, lo

chiamava col nome di padre. E pur tuttavia la speranza, come il

più leggiero degli affetti, galleggiava sull'anima di lei: al che

le giovava non conoscere il duca, nè le vie lunghe e segrete della

sventura, e il credere con tutta l'anima in Dio.

* * * * *

Consolato dell'aver consolata un'anima, l'Oricellai moveva Oltrarno

verso le case dei Bardi, che l'alba appena vinceva le stelle: e gli

uccelletti la chiamavano con ancora sommessi e radi canti; e il vento

piegava le cime degli alberi che pareva se ne lamentassero con basso

stormire. E' fermò un poco il passo sul ponte di Santa-Trinita, e

guardò al fiume pensando: «Oggi forse uscirai fuor di porta tinto di

sangue: forse me pure voltolerai fra' tuoi sassi; poi, stanco della

preda, mi lascerai sotto qualche macchia di Valdarno. E chi sa quanti

ch'ora dormono, o vegliano sognando vendetta, stassera dormiranno sopra

un letto di carne umana e di sangue!» Volse il viso alle sue case,

pensò alle figliuole e alla moglie; e guardando il cielo: «Signore,

disse, a voi raccomando loro e l'anima mia. Fate che il mio corpo non

sia strazio de' cani stranieri, ma posi onorevole nel sepolcro de'

miei antichi.» E seguitava la via a capo chino: poi, volgendosi ad un

rumore, gli venne guardato il tempio di Santa Reparata, e disse tra sè:

«Oh se l'Acciaiuoli fosse con noi, quanta forza verrebbe alle nostre

armi dalla sua croce! E' si stette sempre in disparte, quasi animale

nè timido nè audace, ma astuto: e non come volpe foresta che dà a

divedere l'astuzia, ma come gatto domestico e quietone, che aspetta

il momento di spiegar l'ugna, e il quando non sa. Tanti vescovi trovò

favoreggiatori l'iniquo, e la misera città nostra non avrà il suo per

sè!» Così pensando entrava alle case de' Bardi, dov'erano già radunati,

o venivano mano mano, molti de' Rossi, e de' Frescobaldi, Vieri degli

Scali; poi parecchi della seconda e della terza congiura. Seduti ch'e'

furono, Andrea di Filippo de' Bardi incominciò:

«Cittadini e fratelli, poichè l'estremo pericolo minaccia la patria,

noi senza molte parole v'annunziamo essere pronti ad opporgli i petti

nostri; noi Bardi e consorti, Frescobaldi e consorti, Rossi e consorti,

gli Scali ed altri; tutti d'una setta e d'uno animo. E voi all'opera

fraterna invitiamo; e con voi facciamo comuni le armi, l'amore, la

gloria, la morte.»

E Tile de' Benzi de' Cavicciuli levatosi, disse così: «Noi vi rendiamo

grazie, o cittadini e fratelli, della profferta vostra, e di buono

animo l'accettiamo: e io, col consentimento di quelli della mia setta,

fo manifesto a voi come in altra parte della città gli animi erano

all'impresa medesima apparecchiati; i Donati, i Pazzi, parecchi degli

Albizzi, io parlante, e molti de' miei. Che se, giorni fa, interrogato

da voi, messere Filippo Bordoni, io tacqui, fu per serbare il

giuramento dato alla mia setta sopra i sacrosanti vangeli.»

Filippo Bordoni, tra lieto e vergognoso (ma la gioja e la maraviglia

vincevano), s'alzò; e voltosi a Tile in atto fraterno: «E io a messer

Tile, onorevole cittadino, chieggo, innanzi a questi spettabili uomini

e innanzi a Dio, perdonanza dell'avergli fatt'onta; e di qualsiasi

ammenda a lui ed a voi piaccia imporre alla mia subita diffidenza, sarò

contento e onorato. Poi debbo, in nome della mia setta (a queste parole

corse per gli astanti un mormorio di maraviglia ineffabilmente lieta;

e si guardarono tutti in viso, come gente che, stata sotto maschere,

si scoprano, e si riconoscano amici desiderati); debbo in nome della

mia setta, della quale era capo messere Antonio degli Adimari, e

ora sono Simone e gli altri consorti suoi, alla quale appartengono e

gli Oricellai e altri molti (non dico de' Medici paurosi che qui non

vedete, e degli Aldobrandini, de' quali i più fuggirono all'ombra di

qualche foresta o nel campanile di qualche badia); debbo in nome della

mia setta, alla quale altre parecchie si sono unanimamente congiunte,

con artigiani, e popolo minuto, e stranieri, buona gente tutti, rendere

grazie, o messere Andrea di Filippo de' Bardi, a cotesta spontanea

significazione delle vostre volontà, alla quale acconsentiamo, e

promettiamo comuni con voi le forze e gl'intendimenti nostri.»

Allora messere Agnolo Frescobaldi parlò in questo modo: «Il vecchio

nostro zio, priore di Sa' Iacopo, o cittadini, saputo che ebbe della

nostra impresa, volle esserne partecipe anch'egli: e disse, tra i più

santi uffizii del ministro di Dio essere questo di difendere da ogni

reo la città nella quale Iddio lo fece nascere, e il fonte del suo

battesimo. Ond'egli da più giorni va seminando nel popolo: e già molta

messe è matura. Ma perchè l'uffizio suo lo tiene altrove a quest'ora,

comandò a me vi facessi noto il suo animo ed alla impresa v'incuorassi,

e vi pregassi per lo nome di Dio, deponghiate ogni ingiuria e

malevolenza, e siate tutti un cuore ed un braccio. Al qual fine,

celebrando la messa d'ieri, il venerabile vecchio posò sull'altare

queste due spade che qui vedete; e dinanzi al santissimo corpo di

Cristo le benedisse; e a que' due le destinò che, nemici o avversarii,

in questo consesso primi si abbracciassero in abbracciamento di pace.»

Dopo le quali parole Corso d'Amerigo Donati si levò, e andando a

Giramonte Frescobaldi con quell'empito che altra volta l'avrebbe

cercato per forargli il costato, lo abbracciò strettamente; e ad un

punto entrambi proferirono la parola _fratello_. Della qual cosa

Antonio degli Albizzi lieto, tolse le due spade, e portele a loro,

esclamò:

«Queste spade sull'altare di Dio consacrate, e ministre d'amore,

siano senz'odio e senza paura adoprate contro i nemici nostri. E tu,

Bindo de' Pazzi, prenditi in quella vece la spada che Giramonte de'

Frescobaldi portava; e tu, Piero de' Bardi, quella di Corso Donati.»

Filippo Brunelleschi si stava confuso in un canto, e voleva pure

consumare un duro sacrifizio, a che era venuto: ma la vergogna, e parte

il timore, ne lo ratteneva. Alla fine, fatto animo (e come peccatore

ipocrita che deliberi svestirsi l'uomo reo, e rivelare al confessore le

sue brutture), parlò:

«Cittadini, io vengo, fidato nella magnanimità vostra, e più nel

mio pentimento, a confessarvi un peccato che mi fa insopportabile

l'aspetto vostro e del sole, e la vita. Pregovi non vogliate

interrompere le mie parole.» (Ciascuna di quelle parole era come ferita

che un ferro scanalato gli aprisse nel petto: ma più andava egli,

e più si sentiva alleggerito; e quanto spregevole agli occhi degli

uomini, tanto meno indegno si faceva ai proprii e di Dio.) «Messere

Filippo Bordoni, jernotte, io vi dissi che non già Tile ma un Senese,

masnadiere de' miei, ebbe al duca rivelato il trattato. Ora vi dico

che quel masnadiere io condussi al palagio. Temetti, codesta non fosse

insidia di Gualtieri per tentarmi; e l'antico odio contro gli Adimari,

confesso, mi vinse. Potrei recarvi cagioni da alleviare il mio fallo;

ma sarebbero del fallo più ree. D'ogni qualsiasi pena io mi sento

meritevole: chè nessuna m'è più terribile del mio rimorso. Or tutto me

nelle mani vostre abbandono. Ma se non credete la mia miserabile vita

indegna che sia spesa per la nobile patria da me vituperata, questa

grazia, cittadini, vi chieggo: e il corpo mio, dalle spade francesi

straziato o monco, siccome leal debitore, alla vostra giustizia

renderò.»

Il duca d'Atene · 第 2 / 14 段