IL DUCA D'ATENE
IL
DUCA D'ATENE
NARRAZIONE
DI
N. TOMMASEO
MILANO
PRESSO FRANCESCO SANVITO
1858.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
Tipografia Scotti
QUI COMINCIA LA STORIA
DELLA CACCIATA DEL DUCA D'ATENE
DALLA CITTÀ DI FIORENZA.
Stavasi Tile de' Cavicciuli lungo il fiume fuor di Porta alla Croce, e
guardava, di contro al sole cadente, il Ponte Vecchio, e le pietre che
gli operai ne portavano per murare il nuovo recinto al palazzo. Quando
Filippo Bordoni, popolano de' ricchi, il quale usciva d'un sentieretto
tra i campi e 'l fiume, scese e gli venne a rincontro dicendo: «Tile,
che guati?
--Guato al ponte, e penso al covile che la fiera si sta preparando.
--L'uomo ha veduta la Grecia, ove dicesi siano avanzi di begli edifizi:
e' vorrà forse far di Fiorenza una macìa greca.
--Ben fa. Quando città già franche lo gridano signore, ben fa egli a
usare del titolo.
--Ma cotesto, Tile, non dura.
--Chi ci pon fine?
--Noi, se vogliamo.
--E le forze?
--Un'anima che vuole può contra mille: un popolo non potrà contr'un
uomo?
--Quest'uomo ha seguaci e soldati.
--E costoro, hann'eglin altro che due braccia e una lancia? Ma una cosa
non hanno, che possiamo aver noi: coscienza.
--Tu, Bordoni, vorresti?...
--E tu no?
--Potessi!
--Possiamo. E dirò 'l come. Ma a chi parl'io?
--A uno Adimari; ad uomo noto.
--Or qual uomo è noto?
--E se non io a te, nè tu a me. Rimanti con Dio.
--Sta.»
E Filippo Bordoni, scopertosi il petto, mostrò a Tile un'imagine del
crocefisso, e gli disse: «Giura per Dio, che il segreto custodirai con
silenzio; e dì: Nel nome del Salvatore, prometto.» E Tile disse: «Nel
nome del Salvatore, prometto.»
Allora, andando contra 'l fiume a passo lento, con voce bassa e con
parole pronte Filippo disse: «Una congiura è presta; Antonio degli
Adimari n'è capo; poi i Medici, gli Oricellai, Luigi Aldobrandini,
casa nostra, e molti mezzani. Siena abbiamo con noi. Si pensava
assalirlo nel palagio; ma, sia caso o sospetto, tu sai ch'e' mutò
sergenti e famigliari due volte. Or ecco il presente proposito:
quand'e' cavalca alla croce al Trebbio per amore di Bice nostra
parente, asserragliare la via. Le sbarre abbiam pronte; le case da' due
capi son nostre; e armi e balestre non mancano. Cinquanta masnadieri
gli si avventano addosso: altri giovani arditi, grandi e popolani,
rincalzano: leviam la terra a rumore: i caporali di fuora a cavallo e a
piè attendono in arme per venire al soccorso: in men d'un'ora Fiorenza
è Fiorenza.
--Ma se il colpo va in fallo? Se, accortosi, e' non passasse di via
Bordoni?
--Tu chiedi accorgimento all'amore?
--L'ama egli?
--L'appetisce.
--E Bice?
--Chi intende la donna? Del cavalcare ch'e' fa con armati sotto le
finestre di lei, gode nell'animo: lo dispregia, e gli arride siccome a
duca. E noi soffriamo gli arrida per dargli baldanza.
--Bada, Filippo.
--Tile, i' non chieggo consigli. Se' tu con noi?
--L'animo è.
--Ma la mano?
--Un legame la tiene.
--Or che giurasti?
--Silenzio.
--Se non altro giuravi, io potevo con pari diletto aprire il mio
segreto agli scopeti del fiume. Tile, tu se' con noi.
--Non posso.
--Vuoi tu tradirci?
--E chi tradisce, dic'egli: non posso? Un'altra promessa mel vieta.
--A chi data?
--Non a' Francesi.
--Dunque un'altra congiura! Parla.
--Promisi silenzio. Nè ch'altra congiura sia, t'affermo nè nego. E m'è
duro il tacere.
--Ma tu non taci: già so.
--Nulla sai. Questo tanto io dirò, che ad ogni pericolo m'avrai
compagno.»
E in così dire, Tile saliva leggiero e si dileguava tra gli alberi. Il
Bordoni voleva richiamarlo; ma udendo voci sopravvegnenti, si tenne:
diede un guardo al fiume, uno al cielo stellato; e senza sospetto di
Tile, rincorato di nuova speranza, mosse con agile passo alla città.
* * * * *
Ma d'altri pensieri si pasceva Matilde Adimari, figliuola d'Antonio;
che, presa della bontà di Rinaldo conte d'Altavilla, ed egli della
sua, s'amavano dell'anima e senza parole. E, ignara delle più tra le
cose che seguivano nella città, non vedeva ella quant'odio sovrastasse
alle genti di Francia, quanto pericolo al padre: e dall'ignorare le
veniva speranza. Sperava Matilde, e non sapeva che. Poco ella gli
aveva parlato, nelle feste di maggio o altrove; e interrotte parole.
E sebbene le case degli Adimari in Porta Rossa fossero di faccia
al soggiorno di Rinaldo, pur non potevano se non rado affacciarsi
all'alte e custodite finestre; e non osavano. Ella di sedici anni,
egli di trenta, la prendeva con l'aspetto della forte bellezza, e con
la fama che correva del senno di lui, e della continenza, maggiore che
di Francese. Onde sotto sembiante di quieta mestizia, ell'era lieta.
E ancorchè sentisse per la via e nelle case proprie, un bisbiglio,
un andare e venire di gente pensosa; era lieta. Lieta, con un dolce
continuo turbamento, che insolita vita aggiungeva, come fiamma in
fiamma, alla sua giovane vita.
* * * * *
Era il giorno della Visitazione: e intanto che Matilde pregava in
Santa-Maria-Novella, stringendo di più forza le mani giunte in pensare
al suo desiderato, nel vicino convento stavano a colloquio frate Angelo
dei predicatori, vescovo di Fiorenza, e Cenni degli Oricellai: il
quale, già grande nel comune, e padre di quel Naddo che fu morto dal
duca, s'era reso dell'Ordine, e preso il nome di frate Domenico. Or,
quando il vescovo lo vide entrare, licenziati gli altri: «Che novelle,
frate Domenico, dell'anima tua?
--Triste, padre. La battaglia dell'anima mia non ristà. Il dolore
ingrossa ad ora ad ora, e trabocca in ira. A giorni, sento una pace
stillarmi dentro come la pace degli angeli; e posso piangere. Ma il
dì viene quando, non so per quali miei falli irritata, l'ambascia si
fa selvaggia. Questo cinto mi pesa, mi pesa l'aria morta di questo
chiostro: e per gli altari e per gli avelli, insieme confusi, mi
tremano agli occhi mille fantasmi. In ogni imagine dipinta, in ogni
cadavere disteso, veggo il figliuolo mio.
--Pace, frate Domenico, pace.
--Oh figliuol mio, e tu potevi scampar la morte. E quando costui
stringeva i mallevadori a farti ritornar di Perugia, perchè nol vieta'
io? Se danaro chiedeva cotesta voragine, non potev'io ir mendicando
danaro, e gettarglielo; e porre per te la mia vita? Questo mi accora:
l'inganno; il rimorso di non avere rinvenuto nel mio cuore paterno un
consiglio di salute. Oh me perduto! Padre, trovatemi una parola di
conforto.... (E il vescovo gli additava un'imagine di Gesù crocefisso.
) Non vale. Allorchè quest'ira accorata mi prende, l'imagine di un uomo
morto, pendente, mi ridipinge Naddo mio, il collo in un laccio, la
lingua e gli occhi sporgenti.
--Fratello, il vostro dolore ha pochi pari: ma pensate ai dolori della
intera città.
--Quale consolazione, accumulare le onte mie con le altrui?
--Grande, fratello. Perchè la pietà si mesce nell'ira, e la fa men
acre; perchè all'uomo, sia che voglia essere buono, sia che voglia
essere tranquillo, è forza uscire di sè, rompere il chiostro che il
dolore o l'orgoglio serrano intorno all'anima sua. Dunque pensate alla
patria misera che ha i piedi stretti di catena più ignominiosa di
quella....
--Che stringeva i piedi del figliuol mio. Crudeli uomini! Incatenare un
cadavere; interdirgli la pace della sepoltura, il lavacro delle lagrime
paterne; fare a goccia a goccia stillare su lui la rugiada e la pioggia
dall'alto; far nelle misere reliquie incrudelire il cielo stesso ch'è
tetto ospitale di tutte le creature; lasciare che le bestie lecchino
appiè del patibolo la marcia delle membra fradicie; comandare al vento
che nella notte movendo le ossa nudate, ne tragga suono di maledizione.
E io sciagurato non potevo torcere la vista di lì; e ad ogni ora mi
pareva vedere una parte del caro corpo disfarsi; e sentivo le membra
del corpo mio staccarsi e marcire con esso, e il cuor mio vivo battere
tra le costole del petto scarnato del figliuol mio.
--Io non oso, fratello, nè piangere con voi, nè interrompere il vostro
pianto. Perchè pochi sanno consolare; pochi son degni di tanto. Non
posso che levar gli occhi a Dio, e chiedergli che versi in me quanto
soprabonda dal calice vostro. L'anima mia è capace, parmi.
--Padre, ben dite: parmi. Perchè qual anima è assai capace di lagrime?
E anch'io mi tenevo forte, e contro gli urti nemici immobile. Vero è
che voi non avete figli.»
Tacquero un poco: poi frate Domenico seguitò: «Qual uomo perdesti,
Fiorenza! E forse avrai tra breve bisogno di tali.
--Credo,» mormorò il vescovo.
«E fosse pur reo: spettava egli a cotesto duca d'ogni peccato,
punirnelo?
--Fratello, i più rei son più pronti a punire; e i più stolti, a
biasimare: non sai? Fossi tu solo cui dure sventure incolgano! Ma
vedi: or fa pochi giorni Bettone de' Cini, di Campi, fregiato d'onori
da costui, per avere susurrato di non so quale imposta, e' gli fa
strappare la lingua infino alla strozza, e quella fitta in cima a
una lancia, lui seguente dietro, fa portare per tutta la terra. E'
morì della piaga: stamane n'abbiamo da Pesaro la novella. Pubblicano
vile: ma se costui non perdona a' pari suoi, or pensa, ai migliori.
E di Matteo di Morozzo non ti rammenti? Per avere detto che i Medici
tramavano contro al duca, condotto su un carro, attanagliato, impiccato.
--Oh figliuol mio!
--Almeno il tuo non patì così duri tormenti. Io lo rincontrai quel
Matteo, che gli mordevano le carni con tanaglie roventi, e m'adoprai
per deliberarnelo: e n'ebbi dal duca pungenti parole. Ma quelle punte
saranno ritorte nel petto di lui.
--Padre, tu pensi a vendetta?
--Io dico che la giustizia lo troverà. Distinguiamo, figliuolo,
vendetta da pena; perchè la verità è nel distinguere. Può l'uomo,
anch'offeso che sia, punire il tristo, se lo fa non per vendetta ma per
bene, e senz'ira. Perchè qui di nuovo giova distinguere: altro è ira,
altr'è sdegno. E lo sdegno del male è santo; ma l'ira è rea.
--Onde, padre, se io potessi punire di mia mano o d'altrui l'uccisore
del mio figliuolo....
--Se tu potessi deporre il dolore che ti occupa, e far pura di furore
la pena; dovresti punire non l'uccisore del figliuolo tuo, sì 'l
tiranno della repubblica: ma questo per ora non puoi.
--Tu dì, padre, che te pure il duca oltraggiò.
--Sì: fu' io che m'adoprai tanto a farlo eleggere signore di Fiorenza;
e le speranze che avevo di lui, con incaute parole magnificai. E
fu' io che, con parecchi dei grandi, chiesi a' dodici gonfalonieri
e agli altri consiglieri del Comune, lo creassero signore; e n'ebbi
risposta che già mi parve stolta, e ora la intendo: «Ch'e' non volevano
assentire di sottomettere la libertà della repubblica di Fiorenza
a giogo di signore a vita, il quale non fu mai da' nostri maggiori
acconsentito.» Ma io feci tanto che il mio fallo fu pieno. E le campane
sonarono a Dio lodiamo per l'avvenimento dell'oppressore nostro; e sa
Dio quando la campana della podestà sonerà la sua fuga.
--Oh fosse!
--Tosto o tardi sarà. Nè questo dico a nutrir di speranze la tua
vendetta, ma per preparare la tua mente, che l'aspetto dei mali del
nemico tuo non la inebbrii.
--Tutti si lagnano. E quantunque diviso dal mondo, tanto ne sento e so,
da vedere alcuna trama apparecchiarsi.
--Da chi lo sai?» domandò il vescovo con ansietà.
«Da qualche parola tronca d'un Pazzi, d'un Medici, e di...
--Segui.
--Di Dino Frescobaldi.
--E che ti diss'egli?
--Accennò a lontani pericoli; volle (perchè mi sanno non nuovo delle
cose del Comune) il consiglio mio.
--E tu?
--Risposi: «Tacete: pochi sappiano, sian pronti molti. Non una parola
in iscritto: non conventicole, o rade, e mai di soppiatto. Ponete giù
gli odii: chè carità è la fortissima delle congiure.» Null'altro dissi;
null'altro aggiunsero: e per tema di mescolare alle cure della patria
le vendette mie, mi ritrassi.
--Mal facesti. Cerca di loro: io te lo permetto e comando. A Dino
Frescobaldi non dar mente, ch'è giovane troppo: ma cerca de' Bordoni e
de' Pazzi. Or dì: ti par egli che ambedue siano in uno stesso trattato?
--Non so; non mi pare.
--Conosci ogni cosa, ogni cosa annunziami: il dì, la notte, sii a me,
ove bisogni.
--Padre, perdonate: ma l'antico favoreggiatore di duca Gualtieri....
--È il nemico suo: vuoi tu crederlo?»
E con tale accento esclamò l'Acciajuoli, che a frate Domenico non parve
poter rispondere con parola; e gli arrise con gli occhi un cenno di
fiducia tra torbida e lieta. Poi, dopo breve silenzio, inchinandosi
uscì: e scese in chiesa; e, adesso che alcuna speranza gli sorgeva dal
fondo della vuota anima, gli parve poter pregare una più tranquilla
preghiera.
* * * * *
Come in un incendio le cose che più veggonsi ardere, non sono quelle
ove per primo si apprese la fiamma; non dal popolo si rifaceva il moto
che tutta già agita la città di Fiorenza; ma nel popolo egli è più
intimo, e l'armeggiare dei grandi e dei ricchi s'appoggia ad esso,
come posano fondati in terren sodo i palazzi. Pesava a costoro più
chinare l'occhio che tendere la mano alla plebe, più diffidenti essi
di lei ch'ella d'essi. I migliori nell'anima e più savi ne' pensieri,
non boriosi per solito, ora ricevevano il premio della temperanza; chè
meno costava ad essi affiatarsi, e con meno abbassamento ottengono più
credenza. E sentendosi creduti, non s'affannano tanto a persuadere, nè
si perdono in lusingherie, la cui bassezza dall'usata alterigia è fatta
più vile, come dal ciglio più fonda la fossa. Ma quanto più impacciati,
i superbi più si confondevano nel piaggiare, dipinti non dell'onesto
pudore che l'umile sente dinanzi e al maggiore e al minore di sè, ma
di falsa e stizzosa vergogna. Si vergognano dell'abbisognare di gente
tenuta a vile, e ancora più si vergognano del mascherare il bisogno
sotto sembianze d'affetto. E dell'impaccio proprio si vergognavano, e
stizzivano, mettendo fuori certi sorrisi attoniti come di persona tra
inferma e trasognata.
Ma i popolani migliori, ingegnandosi pur di leggere sotto a que'
sorrisi la parola del cuore, non ne facevano fomite, non che a odii
o a diffidenza, ma nè a quegli spregi che il debole ha terribili a
volte, come sfogo di vecchia vendetta. E siccome in primavera un tepore
diffuso per ogni dove comprende le cose, sicchè in breve niuna resiste,
e per tutto, più o men agile, ricomincia la vita; così in questo popolo
i più diffidenti per prove amare o per indole più chiusa, si aprono a
fiducia novella, e senza volerlo, vogliono concordemente. Anco aizzati,
respingono gli assalti dell'odio; fatti dalla coscienza più acuti a
discernere, veggono più chiari che mai i falli e i difetti dei ricchi
e dei grandi, e meno che mai mostrano d'avvedersene; e il sorriso che
vorrebbe spuntare dallo scherno, ricoprono con un altro sorriso pio,
e quasi pudico. Non jattanza dell'essere chiamati in parte all'opera
della comune salute, ma gratitudine del poter, quasi a pubbliche
autorità, partecipare ai pericoli.
Gli sgherri del duca, a cui la paura non rubò tutta la mente (che nelle
anime fredde riman più serena), lasciano adesso il popolo minuto, come
si fa di bestia che vogliasi poi più irritata avventare a un assalto;
ma quelle arti cadono ributtate senz'ira, come chi, occupato da più
nobile affetto, raccoglie in alto le forze sue, e lascia la passione,
quasi serpe intormentita, giacere nel basso. E pure là aveva la
tirannia del duca le sue radici più vive; che è istinto dei tiranni
rafforzare sè colle speranze e coi sospetti dei deboli, e fare amar sè
con l'odio che ispirano contro altrui. L'ora oggimai era giunta: e fino
i più cattivi diffidano del cattivo signore, dacchè esso già diffida di
sè.
Delle congiure pochi sanno; ma quasi tutti indovinano tutto, perchè
non cospirazione ma ispirazione è ormai quella. Con una parola, con
un silenzio che interpreta la parola, s'intendono; rispondono con un
cenno, con uno di quegli atti delle labbra che il popolano ha più
intelligenti, e più eloquenti che niuno; di quelli che serba a sè,
come suoi proprii segreti, l'amore. Nè si maravigliano dell'essere a
un tratto levati in regione nuova, conscii che quella è la natural
sede dell'anima umana; e sanno, essi popolo, appareggiarsi meglio
ai potenti, che non costoro ad essi; quasi un presentimento gli
vaticinasse nel cuore ch'e' sono destinati a dover prevalere. Ma non
se ne accorgono; e verace, piena sentono l'eguaglianza. Così quando
un'aura commove di spirito unanime la foresta, le più ardue piante
scuotendo i rami non li piegano però, le più gracili docilmente
obbediscono all'impulso dell'alto, e s'accostano umilmente alle più
grandi, e par che tra loro si bacino.
* * * * *
Di dì in dì, d'ora in ora, cresceva di qua e di là il commovimento.
Le chiese, più frequenti di gente che mai, ora sonavano delle grida
incomposte di cittadini cantanti a tutta voce, ora tra quelle de'
preti spuntavano sole le voci di donne. Per le vie la gente pareva
affrettarsi inquieta, e parlarsi con lo sguardo o con cenni; oppure
il colloquio era sommesso e lungo, e, dopo molto stare nella via, si
ritiravano dietro un antiporto a ragionare più caldo. I Borgognoni e
gli amici del duca pareva camminando fuggissero: ma taluni o seduti ne'
trebbii, o ritti a' canti, come persone che aspettano.
In tutti, e grandi e popolo, era un'aspettazione di cosa ignota, e
pure certa, una sicurezza piena d'ansietà. Quelli dei grandi che o
per indole o per casi o per odii si trovavano o si tenevano lontani
dagli altri, provavano adesso grave quella solitudine o inimichevole
o negligente; come chi si trova in luogo deserto senz'arme a difesa,
o per pendío sdrucciolevole senza bastone che regga i suoi passi. Era
tra costoro Francesco Brunelleschi cavaliere, nemico antico a Antonio
degli Adimari, e uomo di sua natura chiuso, più per debolezza d'animo
che per cupezza, in cui l'amore di patria era torbo d'odii e d'orgogli.
A lui non s'erano fin dal primo aperti nessuno delle tre congiure, non
già per diffidenza o dispregio, anzi per tenersi sicuri di lui: e l'uno
si figurava già che l' altro ne lo avesse fatto consapevole, e tutti
lo credevano pronto al bisogno: giacchè talvolta accade che la fiducia
paja non curanza, e la stessa famigliarità poca stima. Venivano agli
orecchi di lui quei mormorii cospiranti, come un lontano suono confuso
che non si sa se sia d'allegrezza o d'ira o di pianto, e ora par di
sentire nell'aura il grido dell'uno affetto or dell'altro, secondo
che in noi parla il cuore o la fantasia parole contrarie e dubbie.
Erano in Francesco impeti di passione violenta, ma il volere debole:
e i deboli a scosse diventano violenti; e dall'uno all'altro eccesso
balzano, prima inconscii, poi attoniti di sè stessi, attoniti o con
gioja vana se par loro d'eccedere in bene, e se in male, con ribrezzo
ineffabile. E il debole trascende or di qua or di là, o per ammendare
il male fatto o temuto, e renderne dimentichi gli altri e sè, o per
dileguare i sospetti meritati, o per riguadagnare il perduto tempo, o
per generosità, o per paura. Così la mediocrità, per dissimulare sè a
sè stessa, trasmoda smaniosa d'apparire grandezza.
Tentato a cose magnanime, il Brunelleschi si sarebbe fin dalle prime
messo volenteroso tra i primi; e lo stesso suo odio contro gli Adimari
gli avrebbe più istigato il coraggio, per vincere anche in ciò il suo
nemico, e scuotere da sè il sospettato disprezzo, il quale alle anime
che odiano è più grave d'ogni odio. Parendogli d'essere rigettato,
in quel silenzio quasi di deserto ascoltava più intentamente le voci
dell'ira vecchia che ora gli susurra scellerati consigli. Egli paventa
e di sapere e d'ignorare le trame de' suoi; non sa s'abbia a sperare o
a temere i pericoli del duca, i pericoli della patria; non sa da qual
parte gettarsi, a qual parte volgere pure il pensiero. E in quella
tempesta del cuore, più paurosa per il bujo del dubbio, e' pativa grave
la pena dell'avere lungamente odiato in vita sua e dubitato.
De' masnadieri de' grandi pochi se ne vedeva per le vie; o
affaccendati, come gente fluttuante tra la torba esultazione e i dubbii
d'imminente cimento. Costoro in origine razza d'uomini non trista (nè
tristo suonava il nome), già facevano un ordine quasi da sè, preludendo
ai soldati di ventura: tra militi e servi, tra mercenari ed amici, tra
difensori e protetti, tra complici delle ire e conscii degli affetti
ascosi; più cuore che mente, men cuore che braccio, più orecchio che
lingua: e la parola così come il ferro nel fodero, breve, acuta,
violenta. I grandi si aprivano ad essi con men sospetti che a' proprii
pari e con meno vergogna; perchè il superbo ha paura de' pari suoi, e
però li astia e piaggia; innanzi ai minori non arrossisce deporre le
armi e le vesti, e mostrarsi in nudità turpe, com'uomo dinanzi a bruto,
perchè li tiene men ch'uomini. E sprezzando, pur li ama, com'uomo ama
la bestia, sommessa e fidata compagna; come ama l' arnese di giuoco
e di guerra, da trastullarsi e esercitare sè stesso, da difendersi
e offendere. E pure in quelle affezioni prave s'insinua un qualche
alito generoso; e il potente a momenti ama in verità l'uomo arnese, e
l'uomo animale, come se fosse uno spirito: l'ama perchè sente sè uomo
e debole, e si umilia dinanzi alla dignità della comune natura; l'ama
perchè ne teme, senza terrore; l'ama perchè non l'intende, perchè il
debole al forte è libro più chiuso, che non questo a quello, tuttochè a
studio si sforzi di chiuderglisi.
E quei masnadieri leggendo ad ora ad ora nel volto dei padroni la
gioja ineffabile della fiducia, in quel lampo fugace si consolavano
del servizio lungo e duro, e spesso ignobile e atroce; si sentivano
uguali nelle cose degne e nelle indegne; si sentivano sovente maggiori
e nell'affetto e nel coraggio e nella fede alla fede altrui: e i men
buoni tra quelli gioivano del vedere la propria malvagità necessaria
alla malvagità de' signori, e dell'essere partecipi ai lor truci
segreti, e del leggerglieli in viso, anco che celati a grand'arte; e
insuperbivano dell'apporsi ai feroci imperii non espressi in parola;
e alteri del servire più che altri del comandare, si facevano più
che ministri alle altrui, autori di proprie prepotenze. Alle quali
i signori erano poi forzati a condiscendere, e della loro ombra
proteggerle, e infamarsi dell'infamia non voluta; servi essi e alla
potenza propria e agli infimi servi loro. E questi, raccattati e
di città e di campagna, e di vicine terre e di lontane, formavano
una fraternità malaugurata, l'unica che fra le italiane scissure si
componesse, e che più e più squarciava le viscere della patria. E
siccome ora i servi nelle anticamere tendono dall'uno all'altro palazzo
una rete d'insidie ladre e di calunnie falsamente vere, e son quasi
tutti congiurati tra sè, e come per vie sotterranee si comunicano i
segreti dell'alcova e del gabinetto; così quelli, addestrati a guerra,
come veltri alla caccia, fino in pace covavano guerra; nè solo tra i
Grandi consorti, ma sotto alle case nemiche tessevano nascose trame e i
segreti ora avvertitamente ora a caso manifestavano, come volanti che
di terra in terra trasportano, e lasciano cadere dall'alto, maligne e
buone sementi.
* * * * *
Or mentrechè il Brunelleschi se ne stava sospeso tra il dispetto e
il sospetto, entra a lui un masnadiere senese, de' suoi più fidati,
che avendolo la mattina visto parlare lungamente con Francesco del
Manzeca, onorevole cittadino di Porta San Piero, e congiurato coi
Bordoni e cogli Adimari, credette lui consapevole d'ogni cosa; e
si doleva tra sè che il suo signore non se ne fosse aperto a lui
diffidandone o disprezzandolo, così come esso Brunelleschi si sdegnava
che i concittadini suoi paressero volergli tener nascosta la trama.
Se non che nel cavaliere il cruccio era d'orgoglio torbo e cupo; nel
masnadiere di affezione fida, mista all'alterezza del servo che, uso
ai segreti del maggiore di sè, perciò solo pretende possederli tutti,
e, servendogli, dominarlo. All'uomo d'arme che entrava il Brunelleschi
affisse gli occhi negli occhi quasi volesse per forza trarne un qualche
lume a' suoi dubbii; e dopo breve tacere:
«Che novelle?»
E senza aspettare risposta, come suole chi per affrettarla, la impaccia
e ritarda, soggiunse:
«Gravi!»
E sopra pensiero accostò al sinistro fianco la mano. Al quale atto il
masnadiere, consentendo prima con la persona che con l'anima, come è
vezzo di quella gente, mise la mano alla daga che aveva sotto, e con
voce piana rispose:
«Messere, io avrei a dolermi di voi.»
Il Cavaliere, fatto sempre più ansioso, bramava strappargli dall'anima
le parole; nè mai l'albagia imperiosa dei grandi gli si fece sentire
tanto tormentosa e tiranna. Ma conveniva contenersi, e ricevere a
stilla a stilla, come al servitore piaceva, quello di che egli ha sete
tanto affannosa. Abbassando gli occhi, che non vi si leggesse la voglia
impaziente e lo sdegno mal represso, rispose:
--Di'.
--Voi siete avviato a impresa onorata e di pericolo; e la celate a me
che sapete...
--Io ti conosco. Ma dimmi quel che tu sai.
--Mi dolgo a un tempo e mi rallegro dell'affetto magnanimo che vi
conduce, per amor di Fiorenza, a stendere la mano al vostro nemico.
A questa lode il Fiorentino, più che arrossire, fremè di vergogna; e
con impeto che al povero popolano parve di generosità:
--Or chi è il mio nemico?
--Ben dite, messere. Dacchè è contro il duca, l'Adimari è per voi.
Il Brunelleschi si scosse: ma con quella signoria di sè che per lungo
uso e per tormentosa necessità acquistano gli uomini condannati a
comandare altrui, rivolgendo l'interrogazione imperiosa in domanda
quasi sommessa di consiglio amico:
--A te che ne pare?
--Mi pare bello.
--E che riesca?
--Siete tanti. Forse più che essere non crediate. E noi che osserviamo
di fuori, e che penetriamo di sotto, ci vediam forse più addentro che
voi.
--Di' quel ch'è a tua notizia.
--Ma, e voi, signore, non aprite a me che l'orecchio? Noi siamo
braccio, non lingua.
--Voi siete cuore. Di' quel che sai, acciocchè le parole mie confuse
co' tuoi pensieri non intorbidino la verità di quanto hai raccolto tu
stesso, e che mi giova conoscere per l'appunto.
La lode tanto più acuta quanto più breve alla sua fedeltà, fece
all'uomo quel che fa sprone a cavallo docilmente animoso. E mescendo
i conforti e il congratulare alla sposizione de' fatti, narrò cose al
cavaliere inaspettate; e da ultimo, come i Fiorentini mandassero per
intendersi col Comune di Siena. Questo pareva al masnadiere suggello
di buona speranza; onde l'altro coprendo con un sorriso di scherno la
confusione dell'animo:
--Ecco il Senese! Ma se il comune di Siena fosse contro di me tuo
signore e che t'amo?
--Messere (rispose il servo, levando la fronte altera), io sono di
nazione Senese.
Indispettito non tanto della risposta, quanto di sè medesimo, il
Brunelleschi gli comanda d'attendere lì presso, e rimane alle prese co'
proprii pensieri. E la coscienza e l'odio gli parlarono dentro così:
«L'Adimari de' loro? E io posso con una parola aprirgli sotto i piedi
la terra che lo ingoi.--Ma quel sangue chiazzerà il viso mio: e saranno
confuse con esso le lagrime d'una figliuola orfana, di Matilde.--E
che? se il mio capo stesse sotto la scure d'Antonio degli Adimari,
ne asterrebb'egli la mano?--Ma se alcuno de' miei partecipasse alla
setta?--I' lo saprei.--E forse questo masnadiere è mandato dal duca a
tentarmi: e s'io non rivelo, muojo.--Ma s'io rivelo, non creduto; o
se, com'avvenne d'altri, mi si apprestano, a merito del mio zelo, le
tanaglie roventi? Da ogni parte la morte: di qui la vendetta, di là
la vergogna.--Vergogna? Son io forse di coloro che andarono di notte
a Santa Croce a consigliarlo prendesse la signoria? Son io Arrigo Fei
creator di gabelle, o Giulio d'Assisi carnefice? O uno de' vescovi
che per conservare le loro terre si tengono aggrappati a lui? Ho io
mai piaggiata la costui villania? Ho io portate le grosse fibbie e
il puntale alla foggia francese, per compiacergli?--Ma che diranno
di me? E che si dice del Fei, che del duca? Nulla, o come se nulla.
O taccia o mormori, o urli o esclami, il popolo è iniquo o matto:
s'impenna come destriero, poi si china e pascola come capra.--E forse
le cose che son gridate dannose e infami, son utili e pie. Una parola
mia può forse essere risparmio di terrori e di sangue. E chi sa se a
questo reggimento non istia sotto un peggiore? Il popolo briaco non
sa che sonare campane e bruciar libri, e gridare viva e muoja: ma
all'ubriachezza succede il sonno; e allora i forti lo legano, i vili
lo rubano; e, desto, e' rigrida viva e muoja, secondo che la memoria
o un impeto nuovo gli detta. E chi sa quando un popolo dica davvero?
Iddio.--Forse la mia parola affretta a questi o ad altri cospiranti
il momento del prorompere, e li fa per disperazione animosi: forse la
vita stessa del nemico mio la faranno salva il suo nome, il terrore del
duca.--E cotesto duca io l'aborro: e quando il tempo verrà, avventerò
anch'io il mio quadrello. Intanto, se questo è un laccio del Francese,
strighiamcene; avviluppiamo lui; guardiamogli in faccia, caviamogli
parte del segreto suo dalle viscere. Scoprire quel ch'egli sa e quel
che pensa, può essere forse salute e benefizio di tutti. Se non è,
gastighiamo l'orgoglio dell'Adimari, e in lui de' suoi. E s'egli è
detto che s'abbia a morire, (or che è la vita?) morremo.»
E' pensava in sul primo scoprire la cosa a uno dei parenti del duca, e
sopra persona più accetta lasciar cadere i primi sospetti, e le ire che
genera la paura ne' tristi. Poi gli parve codardia; e volle assumere in
sè così il merito dell'atto come la vergogna e il pericolo; sebbene del
pericolo sapesse omai essere quasi nulla, perchè Gualtieri, atterrito,
aveva fatto spargere nella città, accoglierebbe senz'ira ogni rivelator
di trattato. E se dapprima e' li punì, fu per fare le viste di credere
le congiure impossibili; poi per sospetto volessero beffarsi di lui,
mettendo taglia sui terrori dell'anima sua. Non so se ragione o
pretesto, ma certo fu spinta a quel passo del Brunelleschi il pensiero
di poter tanto scoprire della verità quanto giovasse meno a lui che
a' suoi consorti e al comune di Fiorenza, a cui fin nell'atto del
tradimento intendeva lo sciagurato giovare: giovarle, o coll'antivenire
la sommossa, se avesse a essere rovinosa, o coll'indirizzarla a
termine più sicuro. Condusse il masnadiere seco, maravigliato, ma pur
lontanissimo dal sospettare la viltà della cosa; dacchè gli umili, per
depravati che siano o che pajano, serbano ostinata la fede alla fede
altrui, e i maggiori di sè amano stimare migliori.
Il Brunelleschi parlò spedito, come chi temendo non poter compire cosa,
si studia a venirne a fine, o come chi da paura è fatto animoso: ma
quella franchezza gli dava sembiante d'uomo che arditamente fa opera
buona. Gualtieri affisando gli occhi agli occhi di lui, come belva
che non sai se minacci o accarezzi, lo congedò dicendo: «Messer lo
cavaliere, se scoprite altro, le porte del mio palazzo vi son note già.»
Queste parole, da lui profferite col men falso animo che la sua
tetra natura gli concedesse, parvero al cavaliere, che le ripensava,
raffaccio insopportabile. E tra la vergogna del meritare i
ringraziamenti di tale uomo, tra il sospetto dell'aver provocato il
disprezzo di lui, se n'andava ruminando: _Le porte del mio palazzo vi
sono già note_; e gli pareva che nessuno uomo gli avesse mai detta
villania sì fiera, nè egli mai aver pensato che parole simili gli si
potessero dire. E' correva per la via con in cuore una smania rabbiosa,
simile alla smania del traditore che riconosce sè stesso; e il nome
di traditore, non gli pareva tuttavia meritarlo. Ma soddisfatto alla
passione dell'odio, le altre, o passioni o affetti che già gridavan men
alto, ora si facevano sentire; e l'orgoglio di Fiorentino, e l'odio
dello straniero signore, e il timore dell'infamia, e il timore della
pena se il duca sospettasse, o se gli altri vincessero; e, più fonda
di tutte le voci, ma più potente perchè continua, la coscienza. E
vedendosi, per guiderdone, creato dal duca suo delatore, sentì l'odio
ribollire. Propose, ormai che n'aveva la chiave, penetrare nei consigli
della congiura; e, incerto qual via terrebbe (segno non era mutato che
a mezzo), osservare.
* * * * *
Stavano nella casa d'Antonio degli Adimari, stretti a consiglio,
que' della terza setta, più pronta di tutte: e il Medici voleva
s'indugiasse, l'Aldobrandini s'aspettasse risposta da que' di Prato: il
Bordoni, più giovane, mettessesi mano al ferro; di tal fiamma non poter
non uscire fumo o favilla; unica salvezza rompere le dimore. Quand'ecco
un familiare annunzia ad Antonio degli Adimari, un sergente del duca
richiederlo immantinente al palagio. E fu come quando una lieta brigata
di viaggiatori è colta dal turbine o da' ladroni. Tacquero tutti: il
Bordoni sorrise amaramente in vedere il suo dire avverato: il Medici
fisse gli occhi in viso all'Adimari per leggervi il turbamento, ma
nulla lesse.
«Amici, disse Antonio levato in piedi: l'ora del pericolo è giunta; e
se il mio sangue deve far lubrica la via dove cada il tiranno, vada il
mio sangue. Purchè lo vendichiate, fratelli; purchè lo spavento non vi
disperda, come passere a un grido; purchè stiate stretti in un volere.»
L'Aldobrandini prendendolo per mano, e con voce commossa: «Tu puoi
ancora fuggire: Antonio, che nol fai? Nè egli saprà sì tosto; nè,
sapesse, oserebbe inseguirti, chè 'l nome tuo gli farebbe paura.
--Le cose, amico, che più fanno paura, quando il terrore è all'estremo,
più audacemente romponsi. Nè io vo' fuggire. Nobile cosa, dopo la
minaccia appiattarsi! Gualtieri potrebb'egli far peggio? No. Io mi
metterò nella tana del leone; ma voi lascio fuori: e quand'egli esca
per nuova pastura, ricordatevi dell'amico vostro.»
I più nuovi al pericolo si turbavano nell'affetto: i maturi stavano con
le braccia al petto, in silenzio. Il Bordoni percotendosi a un tratto
la fronte, gridava: «Io so il traditore.
--Chi? domandò l'Adimari.
--Un de' tuoi, ma, è gran tempo, diviso da te: Tile.
--Non credere.
--Io posso affermarlo.
--E io giurare che no. Finchè la verità non sia certa, statevi da
ogni vendetta: l'ira tutta volgete contro Gualtieri. Non vi lasciate
cogliere alla sprovvista. A un cenno ch'e' faccia di correr la terra,
corretela voi. Il popolo è desto: gridate, e sorgerà. Picchiate alla
porta de' buoni cittadini, siano o no del trattato: a un picchio
usciranno. Il frutto è maturo: scotete la pianta, e cadrà. Or tempo è
di partirci.»
E chiamato da banda Cosimo Oricellai, l'Adimari gli disse. «Cosimo,
agli altri ho raccomandata la vendetta: a te raccomando Matilde. Se io
muojo, il tuo occhio non l'abbandoni. Ella è sola: e tu se' padre, o
Cosimo.»
L'Oricellai non poteva parlare dal turbamento dell'animo. E'
l'abbracciarono ad uno ad uno: e, poichè l'Adimari diede a Filippo
Bordoni, che gliela chiese, la sua spada, uscirono. Rimaso solo,
Antonio chiamò a sè Matilde, la fece sedere accanto al letto ove sua
madre era morta, sull'inginocchiatojo ove sua madre pregava, e con
fronte serena disse così:
«Figliuola mia, raccomandati a Dio, prepara l'anima tua a un dolore
grande.... Deh non ti turbare: forse quel ch'io sospetto non sarà, o
sarà leggier cosa; ma debbo fartene avvertita acciocchè tu non tema
oltre al vero. Mia buona Matilde (e le accarezzava con mano i capelli,
che mai non fece se non una volta quand'ell'era malata e in fine), tu
forse non sai quant'io t'ami: mai non te lo dissi a parole, per non
ammollire senza pro l'anima tua nè la mia.--Or sappi che il duca mi
chiama a sè con improvviso comando.»
Matilde, ignara delle più fra le atrocità di Gualtieri, e delle
macchinazioni del padre, non intendeva; ond'egli: «Che voglia il duca,
non so: forse mi prese in sospetto, perchè egli è sospettoso uomo e
crudele.
--Crudele! (esclamò la fanciulla, a cui l'affetto diede in un subito
l'intelletto del pericolo). Non ubbidite, padre mio; non andate. Le vie
di fuggire non mancano.
--Fuggire non posso, figliuola; e sarebbe o vano, o più dannoso, forse
a me, forse a molti. Potrebbe dunque Gualtieri tenermi per alcun tempo:
se tu non mi vedessi tornare tosto, non ne prendere affanno. O prima o
poi avrai novelle di me; e nulla, spero, saprai che faccia onta al nome
del padre tuo.
--Deh quali parole, che io non intendo, e mi straziano! dite più
chiaro; ah! dite ogni cosa: se c'è pericolo.... Io ho forza di tenere
un segreto: e il Signore misericordioso può coprire del suo scudo il
petto di una giovane donna così come d'un antico guerriero. Ditemi,
signore, il vostro pericolo, tutto quanto: entrerò io al duca per voi;
per voi parlerò.
--Non ingrandire, prego, nè il pericolo, nè l'agevolezza del vincerlo.
Ascolta i consigli miei, no il tuo cuore. Se io non ritorno quest'oggi,
se non ritorno domani....»
Matilde aveva già inteso; ma la novità del dolore, e una segreta
speranza, compagna di tutti i suoi pensieri, le lasciavano ancora il
varco alle lagrime: e il padre al vederla singhiozzare s'inteneriva a
suo dispetto, e con voce tremante seguitava:
--Non piangere, figlia mia. Non potrebb'egli, Dio, domani, quest'oggi,
ora, togliermi a te?
--Oh, Iddio nol farà, nè permetterà che gli uomini crudeli lo facciano.
Io vi rivedrò, non è vero?
--Mi rivedrai, figlia mia. Un giorno o due passan presto: un po' di
lagrime, qualch'ora di sonno; e poi tutti desti nella luce di Dio. Che
è mai la vita, Matilde mia? Ma in questa breve giornata che passerai
senza me, abbi in onore la memoria del padre tuo. Tu se' sola erede
del nome d'Antonio degli Adimari; e Matilde lo porterà puro, puro lo
lascerà a' figli suoi, se Iddio le dà figli. Quand'io non sarò più
teco, abbi rispetto ai consorti della nostra casa; ma tieni in luogo
di padre messere Cosimo degli Oricellai, buono uomo, e amico nostro;
e con le figliuole di lui abbi dimestichezza. Alle altre fanciulle
fiorentine sii piuttosto affettuosa che amica: quelle ch'han nome
di avere amata o sofferta la signoria de' nemici di Fiorenza, fuggi
siccome tocche da pestifera malattia. In te, Matilde, il senno e la
bontà prevengono gli anni: onde non temo da te cosa vile, come nè da me
stesso. Una sola preghiera ti lascio nel nome di tua madre, nel nome
della Vergine beata, nel nome di Fiorenza, infelice e gloriosa madre
nostra. Tu ami, Matilde, un uomo straniero; io lo so: nè mai te ne feci
motto; chè 'l silenzio vigilante stimai essere guardia più sicura. Non
vergognare dell'amor tuo: perchè Rinaldo, conte d'Altavilla, tuttochè
Francese, è forte uomo, e pieno del timore di Dio: e, comechè amico de'
miei nemici, io gli ho riverenza. Ma s'egli mutasse, se nell'ora della
battaglia si gettasse da' suoi contro la patria tua, se di macchia
veruna si contaminasse la vita di lui o la fama; Matilde, abbandonalo:
abbandonalo, figliuola mia; e la benedizione del cielo coronerà il tuo
dolore. Io non ti dico: Se tu lo segui, sarai maledetta. Non te lo
comando come padre; ma come compagno della madre tua, come cristiano a
cristiana, come Fiorentino uomo a donna Fiorentina, ti supplico: tra
la passione e la patria, fa che vinca il migliore. Se il conte si
serba qual fu sin ora, e tu sposati a lui. (Deh non piangere, Matilde:
vedi, già mi forzi al pianto. Lasciami finire in pace.) Sposati a lui,
figliuola mia, nella benedizione di Dio. Séguilo in Francia, se così
è destinato: e Iddio benedica i tuoi figli, e i figli de' figli tuoi.
Non dimenticare mai che sei nata cittadina della città di Fiorenza;
insegna a' tuoi figliuoli per primo il tuo dolce idioma natio: parla
loro di questa repubblica, e di tuo padre. E non temere che tuo marito
ne adonti: se altro facessi, allora e' ti sprezzerebbe; perchè l'anima
che rinnega la patria e la lingua e il legnaggio suo, è la più vile e
la più sprezzata delle anime.»
Matilde, che lungamente era stata col viso tra le mani, piangendo, ora
si getta a' piedi del padre; e posta la fronte sulle ginocchia di lui,
interrompeva le parole paterne co' singhiozzi, e con dire: «Che farò io
sola al mondo?»
--No, tu non sarai sola, figliuola mia: io veglierò sempre invisibile
sopra di te. Quel Dio che provvede di cibo ai nati della rondine,
provvederà a te, unica mia.»
Qui levando la faccia piena di lagrime, e singhiozzando come
fanciullo, il forte guerriero esclamò: «Dio de' padri nostri, pietà
di quest'orfana: non cadano sul suo capo i peccati del padre suo.
Beneditela, Signore, dall'alto, com'io la benedico qui 'n terra; e
lascio a lei, poichè forse i beni non potrò, il nome e lo spirito e
l'onor mio.»
S'inginocchiarono ambedue sulla sponda del letto, e recitarono insieme
un'orazione pe' morti. E Antonio alzandosi disse: «Ogni sera, Matilde,
reciterai quest'orazione per l'anima del padre tuo. Ma no (tutt'a un
tratto rassicurando la voce): noi ci rivedremo fra poco.»
E la baciò in fronte frettoloso; e s'involò, non com'uomo che affronti
il pericolo, ma che lo fugga.
* * * * *
E si presentò al palagio; e, cercato del duca, gli si offerse in quella
vece Giulio d'Assisi bargello; ond'e' credette venuta la sua ultim'ora:
ma dato sfogo agli affetti di padre, e attutati dalla fine imminente i
pensieri della vendetta, non altro senso l'occupava che della eternità.
Quel d'Assisi l'accolse con meno bestiali modi di quel che in palagio
si solesse, e dissegli, essere piacere del duca ch'e' dimorasse quivi
alcun tempo, infino che la verità, dubitata, d'alcuni fatti venisse
in chiaro. Antonio voleva in sul primo con la risposta affrettare il
supplizio: ma pensando essere impazienza nè lecita nè animosa picchiare
all'uscio chiuso della morte; e che quella impazienza poteva farsi
confessione di cosa non più che sospetta, si tacque.
L'annunzio del fatto sparse nella città lo sgomento: e allora si vide
qual fosse l'animo di molti congiurati, e de' più caldi a parole.
Salvestrino de' Rossi fuggì ne' suoi poderi; il Mancini si nascose;
Cosimo de' Medici aveva paura e di nascondersi e di fuggire e di
mostrare la faccia, onde il suo peritarsi faceva a' compagni, più che
ira, pietà. Altri predicava con insolito ardore prudenza, pazienza,
carità: altri tessevano cagioni d'indugio. Che se in quel tentennare
della città Gualtieri l'avesse afferrata, e gettatasela a piedi, di
tante catene e colpi forse poteva fiaccarla quanti bastassero a servitù
lunga: ma il suo peccato l'acciecò, e gli mise tanta viltà nell'anima
che non sapeva che si fare. Credette più spediente il lento tradimento:
e intanto che i soccorsi di fuora giungessero, addì XXV di luglio
chiamò a sè trecento de' maggiori cittadini, come a consiglio, da tutti
i sesti della città; argomentando: o e' fuggono, e portan via il mio
pericolo; o vengono, e gli ho a terrore degli altri e ad ostaggi. Erano
tra costoro non pochi de' congiurati; degli Altoviti, de' Pazzi, de'
Cavicciuli, de' Rossi, dei Frescobaldi, de' Bardi. I non consapevoli
delle congiure vennero: de' consapevoli altri ricusò (e s'affaccendava
a maturar la vendetta): altri, per non dare sospetto, andarono devoti a
morte. Avuti ch'e' gli ebbe, impacciato di così grossa preda, chiamò i
suoi sgherri a consiglio, il Fei, quel d'Assisi, il Visdomini: e ben di
consigli sentiva necessità, perchè 'l senno e l'animo d'ora in ora più
gli fallivano, com'uomo che senta il suolo affondarsegli sotto a' piè.
Ma Cerrettieri primo e più franco (perchè tra' servi del tiranno
straniero i cittadini della terra tiranneggiata sono i più libidinosi
d'infamia), consigliò: «Poichè la gran sala del palagio è munita di
grosse porte, e di valide inferriate le finestre, siano munite a
qualch'uso. Chiudiamvi cotesti leoni dal cuore di cervo, e le quadrella
e le spade de' Borgognoni faranno la caccia.
--Il consiglio di messer Cerrettieri, soggiunse Arrigo Fei, è degno
invero dell'arguzia fiorentina. E sarebbe pur bello vedere grandi
e popolani in un fascio, fare schermo l'uno al petto dell'altro, e
raggomitolarsi sotto alle panche, e strisciare sotto a' piedi altrui
per cansar le saette, e trarsi le quadrella confitte negli occhi o nel
dorso, e rovesciarsi bianco su nero e nero su bianco, e, una volta
prima di morire, abbracciarsi.»
E Giulio conservadore: «Io consiglierei messere lo duca a cominciare
lo spettacolo dalle quadrella; e quando ciascuno n'abbia almeno una
coppia, sì che si sentano i diversi accenti dello stridere, e si
veggano i varii modi del difendersi; allora entrar colle spade, e
trinciare.
--Ma se, riprese il Visdomini, vestendo di celia un pensiero, non so
come venutogli, d'umanità, se al signor nostro piacesse serbare taluno
di questi uccellacci, come dei molti accivettati si fa, che ad altri
allungasi il collo, altri cacciansi in gabbia; e' farà il senno suo.»
Gualtieri a tali motti, a' quali era solito rispondere con ghigno turpe
o con turpi parole, diceva nulla: ma al consiglio poneva mente; se non
che pareva a lui non gustare tanto il crudo sapore della vendetta,
quanto altre volte soleva.
* * * * *
De' trecento rinchiusi i pensieri, sotto sembianze conformi, erano
diversi, e d'altri, sotto diverse, conformi: nè i più loquaci nè i
più taciturni, nè i più vantatori nè i più dimessi era da credere che
fossero i più tranquilli nello spirito e più animosi; chè nessun segno
di parola o d'aspetto è comunemente e perpetuamente verace. I men
timidi per sè, temevano per i cari loro, per la patria temevano, e gli
sapeva amaro vivere e morire in gabbia, e non nella luce dell'aperta
battaglia. E però l'esultazione minacciosa e gli scherni di taluni
tra' compagni guardavano con disdegno o con pietà, temendoli alla
stretta della prova estrema ineguali. Altri si rammaricava dell'aver
poco osato, altri del troppo; nè i primi erano i più coraggiosi: altri
chiedevano consigli, altri più abbisognanti ne offrivano. Chi tentava
il vicino per iscoprire in lui qualche segno di trepidazione che fosse
scusa alla sua, e gli desse adito a sfogarla, o a temperarla vigore.
Chi meno ebbe parte nella trama, non tanto perchè più timido s'aspetta
peggio, quanto perchè sa, nei men forti quasi sempre riversarsi la
tempesta dei casi. Tutti però, qual più qual meno, speravano nel timore
del duca, e negli inesplicabili ma infallibili augurii della giornata;
nè cercavano, come un tempo, dei servitori di lui per ammansarli o per
conoscere il proprio destino; e questi, cercanti di loro con nuova
affabilità, e' li accoglievano come se il duca prigione, essi in seggio.
* * * * *
Questa medesima sera che precedeva il dì di sant'Anna, nelle case degli
Oricellai s'erano adunati i consorti di Antonio degli Adimari, e tutti
que' della terza setta, con altri nuovi, chiamati in parte dell'opra.
Tra i quali era Francesco Brunelleschi: a cui, veggendo le forze della
città crescere, sempre più pareva diventar cittadino: nè egli della
cagione del suo infervorarsi ben s'accorgeva. Agli adunati Cosimo
Oricellai prese a dire: