§ 1.
A Roma si celebra il Giubileo secolare. — Riccardo Anibaldi del
Colosseo e Gentile Orsini, senatori (1300). — Toscanella sotto il
dominio del Campidoglio. — Dante e Giovanni Villani vengono a Roma
pellegrini.
Ancora di un altro trionfo godette Bonifacio VIII prima che fosse
trascinato in lotte più gravi: egli diè inizio al secolo decimoquarto
con una festività di pellegrinaggi che durò di famosa memoria.
Nell’antica Roma i giubilei secolari si erano celebrati con giuochi
magnifici; ma poi se n’era spenta la ricordanza, nè v’ha memoria che
Roma cristiana solennizzasse la fine o il principio di un secolo con
grandi feste ecclesiastiche. Duranti le Crociate gran moltitudine
di gente non era più venuta in pellegrinaggio al san Pietro: messo
termine ad esse, s’era ridestata l’antica brama dei popoli e gli aveva
attirati alle tombe degli Apostoli; e per verità l’accortezza dei preti
romani non aveva avuto piccola parte a tener sempre vivo quell’impulso
religioso. Intorno al Natale dell’anno 1299 (e col Natale si chiudeva,
secondo lo stile della Curia romana, l’annata) si cominciò a muovere
al san Pietro in gran comitive di uomini della Città e delle campagne.
Quand’ecco si sparge pel mondo una voce che promette indulgenze a chi
pellegrinasse a Roma: questo bastò per sommoverlo tutto e per metterlo
in moto. Bonifacio, che lietamente vedeva farsi sempre più numeroso
il pellegrinaggio, vi diè forma e sanzione, e ai 22 Febbraio dell’anno
1300 promulgò la «Bolla di giubileo» che concedeva indulgenza plenaria
a tutti coloro che durante l’anno avessero visitato le basiliche di san
Pietro e di san Paolo. Imponevasi ai terrazzani di continuare la visita
per trenta giorni, agli stranieri per quindici. Ne vennero esclusi
soltanto i nemici della Chiesa, e per tali il Papa denotò Federico
di Sicilia, i Colonna e i loro partigiani, e strana cosa! tutti i
Cristiani che facessero traffico coi Saraceni. Pertanto Bonifacio si
giovò del Giubileo per marchiare di publica infamia i suoi nemici, e
per dichiararli esclusi dalle grazie del Cristianesimo[768].
L’accorrenza fu tanta che l’eguale non s’era mai data. Dì e notte
Roma offriva lo spettacolo di torme di pellegrini entranti e uscenti
da sembrare un esercito. Chi da un’eminenza della Città avesse mirato
quella grande scena, guardando da tutti i versi, da nord, da est, da
sud, da ovest, avrebbe visto tanta caterva di gente da parergli che
fossero popoli interi migranti e vegnenti per le vie romane antiche:
e se, disceso, si fosse mescolato in mezzo a quegli uomini avrebbe
durato fatica a distinguere di che paesi fossero. Capitarono Italiani,
Provenzali, Francesi, Ungheresi, Slavi, Tedeschi, Spagnuoli, fino
Inglesi[769]. Italia diè libero passo ai pellegrini, e tenne tregua
di Dio. Venivano quali vestiti del saio di pellegrini, quali secondo
le fogge nazionali delle loro terre, quali a piedi, quali a cavallo,
quali trascinando su carri gli sfiniti e gli infermi, e carichi del
loro bagaglio: e vidersi vecchi centenarî guidati dai loro nipoti,
e giovani che, simili ad Enea, portavano sulle spalle la madre od il
padre[770]. La Campagna e la Città risonavano senza interruzione di
canti che empievano l’aria di tetra mestizia. Quelle genti parlavano
le favelle varie delle loro contrade, ma cantavano inni e litanie in
una sola lingua, quella della Chiesa. Gli ansiosi intenti di tutti
avevano un’unica meta. E quando in distanza scorgevano la fitta foresta
delle torri di Roma santa, alzavano con entusiasmo di gioia il grido:
«Roma! Roma!», come naviganti che dopo lungo viaggio scoprono terra.
E si inginocchiavano a dire orazioni, indi s’alzavano con fervoroso
grido: «san Pietro! san Paolo! fateci grazia!» Alle porte erano pronti
a riceverli uomini dei loro paesi, appartenenti alle _Scholae_ dei
forestieri, e ufficiali urbani di provvisione che loro additavano
i luoghi dove avrebbero trovato albergo: ma prima ancora di prender
riposo i pellegrini andavano al san Pietro, salivano a ginocchia la
scalea del vestibolo, e poi si prostravano estatici innanzi alla tomba
dell’Apostolo.
Per un anno intiero Roma fa un campo brulicante di pellegrini, una
vera babilonia per confusione di lingue. Si narra che ogni giorno
i pellegrini che entravano e quelli che uscivano ammontassero a
trentamila, e che ogni dì si trovassero nella Città duecentomila
stranieri[771]. Così Roma dopo lungo tempo tornò ad essere, se
non riempiuta, almeno bastevolmente animata di popolo. Un’ottima
amministrazione provvedeva a mantenere l’ordine ed il buon mercato.
L’annata era stata prospera di ricolti, e la Campagna e le province
prossime mandarono vettovaglia in gran copia. Un Cronista che fu tra i
pellegrini racconta così: «Pane, vino, carni, pesce ed avena trovavansi
sul mercato in abbondanza e a prezzo mite; ma il fieno era assai caro e
le osterie carissime, tanto che per un letto per me e per la stalla dei
miei cavalli dovetti pagare un grosso tornese al giorno, senza contar
l’avena ed il fieno. Quando partii di Roma la vigilia del santo Natale,
vidi entrarvi una caterva tanto grande di pellegrini che nessuno
avrebbe potuto contarli quanti fossero. Pretendono i Romani di avere
in tutto numerato due milioni di persone fra uomini e donne. E spesso
io vidi in quella folla taluno cadere ed essere schiacciato sotto i
piedi della moltitudine, e soltanto a fatica più d’una volta scampai io
stesso a quel malanno»[772].
Troppo angusta era la via che dalla Città per il ponte sant’Angelo
menava al san Pietro; e perciò, forate le mura non lungi dall’antica
_Meta Romuli_, si sgombrò una strada nuova lungo il fiume[773]. Il
ponte era coperto di botteghe che lo dividevano in due in tutta la
sua lunghezza, e per evitare disgrazie si provvide che quelli che
andavano movessero per un fianco del ponte e quelli che tornavano
seguissero l’altro lato[774]. Senza posar mai, processioni movevano
al san Paolo fuor delle mura ed al san Pietro dove si faceva vedere
il sudario della Veronica, reliquia ormai celeberrima. Ogni pellegrino
deponeva sull’altare dell’Apostolo un’offerta, e il detto Cronista di
Asti, come testimonio di veduta, afferma che presso all’altare del
san Paolo dì e notte stavano due chierici che con rastrelli in mano
raccoglievano pecunia senza fine[775]. La vista favolosa di preti, i
quali ghignando rastrellavano denaro come se fosse stato fieno, diè
occasione ad alcuni maliziosi Ghibellini di affermare che il Pontefice
aveva bandito il Giubileo non per altro che per far denaro[776]. E di
moneta, e molta, per certo Bonifacio abbisognava affine di continuar
la sua guerra contro Sicilia, che oltre ogni calcolo riusciva costosa.
Se i monaci di san Paolo, invece che quattrini di rame, avessero
raspato fiorini d’oro, egli avrebbero per certo ammassato una richezza
favolosa, ma i monti di denaro del san Paolo e del san Pietro per lo
più, erano soltanto accumulati a forza di monetucce che deponevano in
dono pellegrini di poco conto. E il cardinale Jacopo Stefaneschi lo
avvisa espressamente, e deplora che i tempi fossero mutati, poichè
adesso non v’erano che i poveri i quali facessero offerte, laddove
i Re, dissimili dai tre Magi, non portavano più cosa alcuna in dono
al Redentore. Tuttavia il ricavato del Giubileo (da cui il Papa potè
levare alcune somme ed attribuirle alle due basiliche perchè facessero
compre di terre) fu abbastanza ragguardevole. Se di consueto i doni che
i pellegrini ad ogni anno recavano al san Pietro solevano ammontare a
trentamila quattrocento fiorini d’oro, ei si può conchiudere quanto
maggiore dovesse essere il guadagno toccato nell’anno del grande
Giubileo[777]. «E dell’offerta fatta pei pellegrini», scrive il
Cronista di Firenze, «molto tesoro ne crebbe alla Chiesa, e i Romani
per le loro derrate furono tutti ricchi».
Ed invero l’anno giubiliare fu per essi un anno d’oro. Perciò
trattarono i pellegrini con cortesia, e nessun atto di violenza
s’ebbe a deplorare. La caduta di casa Colonna aveva in Roma svegliato
inimicizie al Pontefice, ed egli le seppe disarmare coll’immenso
profitto procacciato ai Romani, i quali hanno sempre vivuto del denaro
dei forestieri. Loro senatori a quel tempo erano Riccardo Anibaldi del
Colosseo (da questa fortezza gli Anibaldi avevano ormai discacciati i
Frangipani) e Gentile Orsini, i cui nomi oggidì ancora possono leggersi
scritti in una lapide nel Campidoglio. Questi signori non mancarono,
ad onta del pio entusiasmo del pellegrinaggio, di occuparsi a muover
guerra nel vicinato; lasciarono che i pellegrini facessero il loro
mestiere orando innanzi agli altari; quanto a loro marciarono colle
bandiere di Roma contro Toscanella, e valorosamente resero soggetta
questa città al Campidoglio[778].
Ei si può imaginare quanto commercio di reliquie, di amuleti e di
imagini di Santi allora s’avrà fatto in Roma, e possiamo figurarci
la copia di avanzi di cose antiche, di monete, di gemme, di anella,
di sculture, di frammenti di marmo ed eziandio di manoscritti che
i pellegrini avranno trasportato ai loro paesi. Quando avevano
soddisfatto ai loro esercizî di religione quelle genti visitavano i
monumenti antichi sbarrando tanto d’occhi per meraviglia; e la vecchia
Roma, attraverso cui s’andavano aggirando col libro dei _Mirabilia_
alla mano, esercitava su di loro il suo fascino ammaliatore. Oltre
alle ricordanze del vecchio tempo, a rendere animato quel teatro
classico del mondo, nell’anno 1300 si univano le memorie di ciò che
avevano fatto i Papi e gli Imperatori da Carlo magno in poi; e ogni
animo sensibile al linguaggio della storia doveva esserne compreso più
efficacemente che mai, giusto allora che schiere di pellegrini di tutti
i paesi aggirantisi in quel maestoso mondo di ruine erano testimonî
vivi dell’eterno nodo che avvinceva Roma all’universa gente umana. Ei
si può appena dubitare che anche Dante non vedesse Roma a quei giorni,
e che un raggio di quel sole non discendesse a vivificare la sua
cantica immortale che incomincia colla settimana santa dell’anno 1300.
E la vista della città capitale del mondo ispirò l’animo di un altro
Fiorentino. «Trovandom’io», così scrive Giovanni Villani, «in quel
benedetto pellegrinaggio nella santa città di Roma, veggendo le grandi
e antiche cose di quella, e leggendo le storie e gran fatti de’ Romani,
scritte per Virgilio, Salustio, Lucano, Tito Livio, Valerio, Paolo
Orosio e altri maestri d’Istorie, i quali così le piccole cose come
le grandi delle geste o fatti de’ Romani scrissono ed eziandio delli
strani dell’universo mondo per dar memoria ed esemplo a quelli che
sono a venire, presi lo stile e forma da loro, tutto sì come discepolo
non fossi degno, a tant’opera fare... E così mediante la grazia di
Cristo nelli anni suoi 1300 tornato da Roma, cominciai a compilare
questo libro, a reverenza di Dio e del beato Giovanni e a commendazione
della città di Firenze»[779]. E frutto dell’entusiasmo del Villani si
furono le sue Storie di Firenze, la più grande, la più semplice delle
Croniche che Italia possieda nella sua lingua fanciulla e incantevole:
e può darsi che molti altri uomini d’ingegno allora traessero da Roma
concetti fecondi di creazione.
Per Bonifacio il Giubileo fu una vittoria. L’accorrenza degli uomini
a Roma gli dimostrò che la fede loro teneva tuttavia la Città in
conto di arca santa dell’alleanza del mondo. Quella festa grandiosa
di riconciliazione parve che riversasse sul passato del Pontefice un
fiume di grazie; pareva che le brutte ricordanze di Celestino V, della
guerra coi Colonna, e tutte le accuse dei suoi nemici si sopissero in
obblio. In quei giorni Bonifacio potè gioire nella pienezza di una
potenza quasi divina, che l’eguale forse nessun Papa aveva toccato
prima di lui. Sedeva egli sopra il massimo trono dell’Occidente ornato
delle spoglie dell’Impero; s’intitolava «vicario di Dio» in terra;
era capo supremo del dogma del mondo; teneva in mano le chiavi della
benedizione e della distruzione; e migliaia di genti di tutti i paesi
più remoti vedeva venire innanzi al suo trono e prostrarsi nella polve
come davanti ad un essere soprannaturale. Soltanto che non vide venire
alcun Re. Fuor di Carlo Martello nessun monarca capitò a Roma a torvi
penitente assoluzione de’ suoi peccati: e questo dimostrava che la
fede, la quale un dì aveva vinto le battaglie di Alessandro III e di
Innocenzo III, s’era spenta alle corti regie.
Bonifacio VIII chiuse la memoranda festività nella vigilia di Natale
dell’anno 1300[780]. Essa forma un’epoca nella storia del Papato e di
Roma, perocchè a questo anno di Giubileo e di entusiasmo succedessero,
rapido e terribile contrapposto, la fine tragica di quel Pontefice, la
discesa del Papato dal suo fastigio, la ricaduta della città di Roma in
ispaventosa solitudine.
§ 2.
Federico vittorioso in Sicilia. — Bonifacio VIII chiama in Italia Carlo
di Valois. — L’Impero. — Adolfo e Alberto. — Toscana. — I Bianchi e i
Neri. — Dante in Vaticano. — Figura meschina di Carlo di Valois. — Pace
di Calatabellota. — Contesa fra Bonifacio VIII e Filippo il Bello. —
Bolla _Clericis laicos_. — Una Bolla è arsa publicamente a Parigi. —
Tutta Francia si volta contro il Papa. — Concilio del Novembre in Roma.
— Il parlamento di Francia s’appella ad un Concilio generale. — Il Papa
riconosce Alberto di Austria. — Avvilimento dell’Impero.
Dopo il cominciamento del secolo decimoquarto la fortuna si volse
contro Bonifacio VIII. Re Federico, nel quale era risorto un novello
ma più fortunato Manfredi, si teneva padrone di Sicilia per valore
suo proprio e a forza di sacrificî del popolo, combattendo contro un
mezzo mondo di avversarî. Ma or volle il Papa fare ancora un grande
sforzo per tentar di ristabilire nell’isola la signoria della Chiesa.
Abbandonato da Jacopo di Aragona, malcontento della debolezza di Carlo
II, cui prescriveva comandi come se foss’egli stato il padrone di
Napoli, il Papa invocò in aiuto un secondo Angioino, il fratello di
Filippo di Francia. Ancora una volta un Pontefice chiamava un Principe
francese a immischiarsi nelle cose d’Italia; e l’ira di Dante, e la
sentenza che egli pronunciò sopra Bonifacio VIII derivarono pertanto a
buona ragione dalla venuta di quello straniero nella sua patria. Con
grandi promesse il Papa allettò Carlo di Valois, conte di Angiò; in
premio delle sue geste future onde doveva assoggettare la Sicilia ed i
Ghibellini italiani sarebbe diventato senatore di Roma; e colla mano di
Caterina di Courtenay, la quale un tempo aveva disdegnato il giovane
Federico, egli avrebbe ereditato i diritti che la famiglia di lei
pretendeva su Bisanzio. Venne il Conte con mercenarî e con cavalieri
di ventura, e si recò dal Papa ad Anagni, dove convenne anche Carlo
II coi suoi figliuoli. La spedizione si allestì, e Bonifacio (ai 3
Settembre del 1301) nominò il Valois a capitano generale dello Stato
ecclesiastico ed a paciere di Toscana: per tal guisa si rinnovavano i
tempi del primo Angioino[781].
Fu in conseguenza della vacanza dell’Impero giacente in debolezza
profonda, che Bonifacio potè dare al Valois il vicariato di Toscana,
terra imperiale che il Papa intendeva adesso di conquistare alla
Chiesa. Ecco in brevi tratti quali erano le condizioni dell’Impero.
Morto Rodolfo, s’aveva data la corona di Germania al conte Adolfo
di Nassau, uomo senza potenza, sebbene di valore cavalleresco; al
suo rivale Alberto d’Austria figliuolo di Rodolfo erano occorsi
alcuni anni per indurre i Tedeschi a disertare dal suo avversario,
ma finalmente questi, deposto dagli Stati dell’Impero, aveva perduto
trono e vita nella battaglia di Gellnheim, che si era combattuta ai 2
di Luglio del 1298. Alberto salì al trono addì 24 Agosto dello stesso
anno, ma Bonifacio (di cui non s’era chiesto il consentimento) ricusò
di riconoscerlo per imperatore, tanto più che Alberto conchiudeva
un’alleanza con Filippo di Francia. Lo tenne in conto di fellone e
di regicida, lo citò perfino davanti al suo tribunale, e proibì ai
principi dell’Impero di riverirlo per re dei Romani. E narrasi che
ricevesse gli ambasciatori di Alemagna con pompa da teatro, seduto
in trono, coronato il capo, tenendo una spada in mano, e che con voce
tonante di collera gridasse loro: «Io, io sono l’imperatore!»[782] E
forse può essere che egli desse a Carlo di Valois lusinga anche della
corona romana, purchè se la meritasse servendo a’ suoi intenti.
Il Valois non aveva alcuna di quelle qualità che al primo Angioino
avevano valso l’acquisto di un reame. Ei fece in Italia una magra
figura. Dapprima il Pontefice lo mandò in Toscana, dove era testè
avvenuta una rivoluzione gravissima di conseguenze. Firenze la guelfa,
allora fiorente di popolo e di ricchezza, s’era divisa nei partiti
dei Donati e dei Cerchi, dei Bianchi e dei Neri, i primi dei quali
erano Guelfi moderati che poi si tramutarono in Ghibellini. Bonifacio
vi aveva spedito il cardinale Matteo di Aquasparta, ma questo legato,
beffato dai Bianchi che erano allora al governo, aveva dovuto partire
della città lanciandole l’interdetto. La mano energica di Dino Compagni
e di Dante dettò di quelle lotte di Firenze un racconto che non morrà
mai; e dalle turbolenze di una piccola republica, che altrimenti si
sarebbero perdute come tratti sbiaditi nel gran mare della storia
universale, sorse il massimo poema dell’età cristiana, gloria eterna
del genio umano. È cosa attrattiva d’assai mirar Dante al cospetto di
Bonifacio VIII, l’ingegno più vasto del medio evo innanzi all’ultimo
degli orgogliosi Papi medioevali. Dante venne a Roma da legato dei
Bianchi fiorentini per tener contrappeso ai Neri che erano alla corte
pontificia; e da quel tempo (che fu l’anno 1301) in poi egli non
rivide più la sua città natale, ma andò fino alla sua morte errando in
esilio[783]. Non si nota in alcun luogo in che forma Dante entrasse in
Vaticano, quali discorsi tenesse, quali sieno stati i suoi disinganni,
i suoi giudicî sopra Bonifacio; ma il Poeta, giudice del morto regno,
poco dopo cacciò il Pontefice superbo nel suo Inferno poetico: e quel
luogo orrendo e fantastico di pene eterne, per la potenza del suo genio
si tramutò in vero tribunale della storia. Egli incatenò l’anima di
Bonifacio al carro trionfale della sua ira ghibellina, e nove volte lo
trascinò attorno i gironi dell’Inferno, all’istesso modo che Achille
trasse il morto Ettore intorno alle mura di Ilio[784].
Fallì la sollecitudine che i Bianchi si diedero per ridare unità alla
loro patria e per tener remota l’ingerenza di uno straniero. I Neri
rappresentarono al Papa che i loro avversarî lavoravano a profitto
dei nemici suoi; e il Valois, incaricato da lui e chiamato da quei
Neri, entrò in Firenze addì 1 Novembre 1301. Conseguenza di cotale
intervenzione si fu che la magnifica città, di fiorente che era, cadde
in ruina, e che traditorescamente ne furono banditi i Guelfi. Toscana
si scisse nelle due fazioni; e così ne andò perduto il fermo appoggio
che il Papato aveva ricavato fin a questo momento dai Guelfi di quel
paese. Bonifacio per egoismo si fece favoreggiatore di un partito,
ma presto se ne pentì. Il Valois si palesò a Firenze uomo inetto, la
lasciò in grandissima confusione, e nella primavera dell’anno 1302
tornò a Roma. Nè qui gli fu conferita la dignità senatoria; andò a
Napoli per porsi a capo della grande spedizione contro Sicilia che
il Papa aveva allestito a spese della Chiesa, ma neanche là fu più
fortunato. Re Federico in guerra minuta sterminò l’esercito nemico,
e giunse a capo di conchiudere una pace insperata. Col trattato di
Calatabellota (dei 31 Agosto 1302) ei fu riconosciuto per re di Sicilia
sua vita durante; sposò Leonora figlia di Carlo II, e promise di
lasciar l’isola dopo la sua morte agli eredi di lui: sennonchè questa
promessa non fu confermata dal parlamento siculo, e neppure ebbe mai
adempimento. Quanto a Bonifacio, egli mostrò sulle prime reluttanza
di approvare quella pace in cui non s’aveva avuto riguardo a lui nè
alla Chiesa; alla fine confermò Federico a re sotto condizione che
riconoscesse di esser vassallo della Chiesa; peraltro quegli non pagò
mai tributo alla Chiesa. Già indebolite erano le forze del Papa; una
lotta maggiore che la dottrina della Chiesa romana lo costringeva ad
imprendere, venne proprio adesso a scoppiare; e in questa contesa,
breve sì ma d’importanza mondiale, Bonifacio VIII soccombette.
Il monarca di Francia subentrò nella guerra contro la preponderanza
ecclesiastica, nella quale gli Hohenstaufen non erano caduti che dopo
di avere scosso le fondamenta del Papato. Questa nuova fase segnò
una delle maggiori rivoluzioni nel mondo ecclesiastico e politico. In
tutto il medio evo Francia era stata l’appoggio più fido del Papato;
era dessa che aveva spinto gli Hohenstaufen al precipizio, e, invece
dell’influenza tedesca su Italia e su Roma, v’aveva posto la sua
propria. Allorquando i Papi ebbero levato la casa regale di Francia
sopra un trono italiano facendone la protettrice della Chiesa, ne
andarono puniti della loro debolezza, perciocchè sia legge sempre
costante che i protettori si tramutino in conquistatori. Ed infatti
con Carlo d’Angiò Francia andò poco a poco conquistando il Papato, fino
a tanto che la santa Sede fu trapiantata sulle rive del Rodano, e per
settant’anni ebbe Pontefici sempre francesi. Il cozzo della gerarchia
romana contro la orgogliosa nazione di Francia fu reso inevitabile
allorchè Bonifacio VIII in un tempo di civiltà progredita tentò di
opporre la dottrina della podestà universale pontificia contro il
protettorato francese. L’Impero germanico era soggiaciuto ai Papi, per
la ragione che esso non riposava sopra basi pratiche; invece, la lotta
del Re di Francia col Pontefice fu contesa pratica del diritto politico
contro il giure canonico, e si combattè sul terreno di una monarchia
nazionale difesa dagli Stati paesani. La lunga reazione dello spirito
politico contro il diritto ecclesiastico europeo penetrò in tutte le
attenenze civili ed economiche, e fu il massimo motore della storia del
medio evo. Ed in ogni periodo di tempo essa comparve sotto forme e con
nomi parecchi; prima s’appalesa lotta delle investiture e guerra degli
Hohenstaufen, indi continua nella Riforma, prosegue colla rivoluzione
francese, ed è ancora visibile nei modernissimi Concordati e nei
contrasti dei giorni nostri[785].
Dominava allora in Francia Filippo il Bello, nipote di quel Luigi
IX che lo stesso Bonifacio VIII nell’anno 1297 aveva canonizzato
fra’ santi della Chiesa: fu principe d’ingegno, ma senza coscienza;
ipocrita immorale e despota insaziabile; ma fu anche uno degli energici
fondatori della monarchia francese. Un uomo così fatto era quel che
ci voleva per combattere la superbia provocatrice di un Bonifacio
VIII. Ingerenze che il Papa si prendeva nella guerra di Francia
con Inghilterra (e nella quale sperava poterla fare da giudice),
questioni di investiture e richieste di decime ecclesiastiche trassero
Filippo in lotta contro la Curia romana. Nell’anno 1296 Bonifacio, a
protezione massime della immunità delle chiese, aveva promulgato la
Bolla _Clericis laicos_, con cui si vietava solennemente a tutte le
persone e corporazioni ecclesiastiche di far doni o di pagare imposte
a’ laici senza licenza del Papa. Questa Bolla pungeva più che ogni
altro re Filippo, il quale per le sue guerre di Fiandra e d’Inghilterra
abbisognava dei tributi del clero, e, nelle sue necessità di denaro,
non vergognava di falsificare monete. Ei vi rispose proibendo che si
cavasse denaro di Francia, e questa fu ferita non meno grave per Roma.
Il Pontefice piegò, e questa sua arrendevolezza sedò per quel momento
la burrasca; ma più forte essa eruppe nell’anno 1301. Ragione ne
furono alcune controversie insorte per diritti possessorî di cose
ecclesiastiche e temporali e per l’amministrazione di beneficî vacanti,
cui il Re francese pretendeva come a regalie. Il legato pontificio fu
incarcerato, e posto sotto inquisizione; un parlamento approvò l’opera
violenta di Filippo, e allora Bonifacio (s’era ai 5 di Dicembre)
indirizzò al clero ed al Re alcune Bolle che misero tutta Francia in
commovimento. Vi rimproverava a Filippo di attentare contro i diritti
della Chiesa, protestava che il Papa aveva ricevuta da Dio podestà
assoluta sopra Re e reami, gli diceva che si togliesse del capo l’idea
di non avere sopra di sè alcun superiore, lo ammoniva di allontanare da
sè i suoi consiglieri malvagi, e invitava il clero francese a recarsi
a Roma per il giorno 1 Novembre 1302, ad un Concilio o parlamento
in cui si sarebbe giudicato del diritto o del torto del Re[786]. Se
ne indignò acremente la corte francese; i giureconsulti, fra’ quali
furono Pietro Flotte e Guglielmo di Nogaret, rinfocolarono le ire del
Re con discorsi e forse anche con invenzioni di scritture pontificie
che non avevano mai esistito; si andò vociando che Bonifacio pretendeva
di tenere la libera Francia in conto di terra vassalla. Strappata la
Bolla pontificia dalle mani del legato, publicamente la si abbruciò
agli 11 Febbraio 1302 nella chiesa di Nostra Donna a Parigi, e se ne
annunciò la distruzione da un araldo a suon di tromba. La prima fiamma
che ardesse una Bolla pontificia segna un grande avvenimento storico.
Il legato fu vituperevolmente cacciato; un editto regio, come ai giorni
di Federico II, vietò ai preti di andare al Concilio; un parlamento
dei tre Stati congregato dal Re in Nostra Donna, confermò nel giorno
10 di Aprile i suoi decreti; nobili e borghesi gli prestarono il loro
appoggio, e i vescovi (la cui autorità s’era tramutata ormai in un
rapporto di sudditanza verso il Re), volere o non volere, dovettero
piegare al suo comando. Fu la prima volta che il clero di un paese
disertasse il Pontefice e si ponesse dalla parte del Principe. Allorchè
Bonifacio ricevette le lettere in cui la Chiesa gallicana confutava la
sua pretesa che il Papa stesse sopra al Re anche nelle cose civili,
e lo pregava di dispensarla dal viaggio a Roma, ei vi potè con grave
suo sgomento capire che un abisso gli stava aperto dinanzi. Però
ei non si poteva più ritirare dalla battaglia senza che la podestà
pontificia moralmente non s’annientasse agli occhi del mondo; gli
conveniva tentare di distruggere la monarchia francese che si andava
raccogliendo a unità, all’istesso modo che i suoi antecessori avevano
demolito l’Impero degli Hohenstaufen, che avevano preteso all’autorità
assoluta[787].
Nel Concilio di Novembre, che si radunò in Laterano, e cui appena fu
se vi assistette qualche raro prete francese, Bonifacio promulgò la
Bolla _Unam sanctam_. In questa scrittura con audacissimo linguaggio
egli raccoglieva insieme tutte le dottrine fondamentali che i suoi
predecessori avevano bandito intorno alla podestà divina del Papato,
e vi faceva tesoro di tutte le conquiste che i Papi avevano ottenuto
in lungo corso di secoli fino a lui. «Dichiariamo», diceva, «essere
alla eterna salute necessario che ogni creatura umana rimanga soggetta
al Pontefice romano»: e con questo dogma ei coronava l’edificio
torreggiante della gerarchia medioevale[788]. Però questa aperta
proclamazione dell’autorità giudiziaria del Papa in bocca di Bonifacio
VIII non fu che una parola impotente, quantunque la stessa idea si
sia ripetuta nel periodo avignonese e abbia sollevato nelle scienze
teologiche e giuridiche un lungo dibattito e investigazioni che
non hanno avuto fine neppure ai nostri dì. Fallito un tentativo di
accomodamento, ed avendo il Papa minacciato la scomunica, Filippo
si pose a combattere il suo nemico giovandosi con accortezza degli
Stati nazionali; ed il primo parlamento di Francia che veramente
tal fosse balzò del suo fastigio il Papato dominatore del medio evo.
Quell’assemblea si congregò nel Louvre ai 13 Giugno 1303; e là i più
ragguardevoli ottimati si alzarono ad accusare il Pontefice. Le tacce
che si rovesciarono sopra un vecchio più che ottantenne erano nella
massima parte troppo assurde per essere dappiù che sfoghi di odio:
però il fatto che un completo parlamento nazionale ponesse un Papa in
istato di accusa e contro di lui s’appellasse ad un Concilio generale
fu un avvenimento serio e gravido di conseguenze[789]. Pochi anni prima
due cardinali avevano citato lo stesso pontefice Bonifacio innanzi un
Concilio; questo or facevano i rappresentanti di una grande nazione
eminentemente cattolica; e per tal guisa contro il principio della
onnipotenza pontificia si evocava quella potenza cui un dì Federico II
per la prima volta aveva fatto ricorso. Francia intera adesso con tutte
le sue corporazioni ecclesiastiche e civili ripetè quell’appello.
Bonifacio si vide calare sul capo una procella orrenda, ma non si
smarrì di coraggio: nel suo accecamento ei si ingannò perchè credette
la podestà pontificia più forte di quello che infatti fosse. Soltanto
la sua caduta, soltanto la sconfitta del Papato, di cui i suoi
immediati successori dovettero confessare la verità, ne chiarirono al
mondo la fralezza. Il Papato soccombette, poichè non era stato capace,
dopo caduto l’Impero, di raccogliere intorno a sè Italia e di condurre
l’idea guelfa a compimento: i Pontefici avevano abbandonato la grande
politica nazionale di Alessandro e di Innocenzo III; per demolire gli
Hohenstaufen avevano chiamato in Italia dei principi stranieri, ma non
avevano saputo metter fine ai contrasti dei Guelfi e dei Ghibellini.
L’idea politica del Papato fu un’illusione, e nel suolo d’Italia non
attecchì. A una gran parte degli Italiani il pensiero guelfo parve
essere innovazione rivoluzionaria: essi d’altronde non avevano tenuto
mai in estimazione il Papato, ed anche la religione non era stata
per loro un vincolo nazionale, ma soltanto una credenza individuale.
Tutti i partiti pertanto abbandonarono il Pontefice alla sua sorte e
lasciarono che cadesse: tanto poco la sua potenza riposava sopra una
idea nazionale!
Già Bonifacio aveva cercato nell’Impero tedesco un appoggio contro di
Francia; Alberto verso grandi promesse gli offerse i suoi servigî, e
il Papa adesso fece la nuova scoperta che il fellone e il regicida era
di punto in bianco divenuto degno della corona romana. Pertanto addì
30 Aprile 1303 lo riconobbe a re, ma lo fece con linguaggio orgoglioso
trattandolo da supplichevole peccatore, accordandogli non giustizia
ma pietà, e dandogli come soltanto per grazia la corona romana[790].
Lo sciolse da tutte le sue alleanze con re stranieri, e ne ottenne
esplicita promessa di aiuto contro Filippo il Bello. I Diplomi di
Nürnberg, dati ai 17 Luglio 1303, sono sciaguratissima prova della
soggezione servile che l’autorità imperiale prestava al Papato. Il
Re romano senza arrossirne confessava che soltanto il Pontefice era
il datore della corona imperiale, che i Principi dell’Impero erano
elettori dell’Imperatore in quanto solo che il Papa ne delegasse loro
la facoltà, che tutto ciò che Imperatore ed Impero possedevano derivava
dalla grazia del Pontefice. Alberto promise che non manderebbe nella
terra imperiale d’Italia alcun vicario suo senza il consentimento della
santa Sede, e financo si lasciò strappare il giuramento che non farebbe
eleggere a re romano alcuno dei suoi figliuoli (nati di una sorella
uterina di Corradino) senza il permesso del Pontefice. A così profondo
avvilimento era scaduto l’Impero nella persona di Alberto il monocolo,
dappoco figliuolo di Rodolfo! Il capo dell’Impero, successore degli
Hohenstaufen, si professava vassallo del Papa proprio nel momento che
il Re di Francia citava questo Papa medesimo a comparire innanzi un
Concilio universale perciocchè protestato avesse che la autorità regia
era suddita alla santa Sede. E la soggezione di Alberto fu un motivo
di più perchè Bonifacio VIII si ingannasse delle forze che credeva di
possedere[791].
§ 3.
Piano dei Francesi indiritto alla caduta del Papa. — Sciarra e il
Nogaret vengono in Italia. — Congiura dei baroni latini. — Come si
fosse fondata nel Lazio la potenza della famiglia Gaetani. — Catastrofe
di Anagni. — Il Papa torna a Roma. — Sua condizione disperata in
Vaticano. — Muore nel 1303.
Quando gli Imperatori avevano voluto precipitare i Papi loro nemici
erano scesi con un esercito e avevano rotto guerra aperta, come ad
essi ne dava agio la qualità di re romani. Ma il Re di Francia non
possedeva un cosiffatto titolo per muovere ad un’impresa contro un
Pontefice; e perciò ricorse ad un inonesto spediente onde chiuder la
bocca al suo avversario. L’aggressione che a mo’ di ladronaia si compiè
contro Bonifacio VIII, nel cuore d’Italia, nell’istessa sua terra
natale di Anagni; gli esecutori di essa, che furono i mercenarî di un
despota straniero e baroni latini congiurati, tutto ciò die’ vita ad
un avvenimento che l’uguale non aveva fin qui mai occorso nella storia
dei Pontefici. Filippo aveva dato ricetto nella sua corte ai proscritti
della famiglia Colonna; stuzzicarono essi la sua collera, ed egli si
servì della loro smania di vendetta pei suoi intenti. Guglielmo Nogaret
di Tolosa, dottore di leggi, altra volta professore a Mompellieri,
adesso vice-cancelliere di Filippo e ministro devoto delle sue volontà,
partì con Sciarra, e venne in Toscana, dove entrambi nel castello di
Staggia vicino Siena architettarono e disposero il loro piano. Erano
provvisti di cambiali sul banco fiorentino dei Peruzzi, nè lesinarono
di denaro pur di ingaggiare soldati o di corrompere amici e nemici del
Papa, in quello che il Nogaret si dava l’aria d’essere stato spedito in
Italia per negoziare col Pontefice.
L’oro francese fu la chiave che dischiuse le castella della Campagna
romana[792], per guisa che quasi tutto il Lazio prese parte alla
cospirazione. Il nepotismo del Papa che aveva creato suoi congiunti
a conti, a cardinali, a vescovi, ricevette acerbissima punizione: e
appunto nel Lazio era dove i Gaetani avevano fondata la loro novella
signoria, non senza pregiudizio di anteriori possessori[793]. Ma
qui è cosa rilevantissima per capir le ragioni della caduta di
Bonifacio VIII, ed istruttiva per conoscere le condizioni del baronato
di quell’età, esaminare un po’ davvicino il rapido e gigantesco
accrescimento delle famiglie nepotesche, prendendone ad esempio una,
quella dei Gaetani.
Della disgrazia dei Colonna il Pontefice s’era giovato per fondare una
grande potenza famigliare: e questo essenzialmente avvenne fra l’anno
1297 e quello 1303, e a spese del tesoro ecclesiastico. Per verità
i pontefici Martino IV e Nicolò IV avevano vietato che beni della
Campagna si vendessero a baroni potenti di Roma, volendo così porre un
argine a ciò che la nobiltà del Lazio crescesse di forze; ora Bonifacio
VIII per favorire Pietro suo nipote abolì quelle Costituzioni. Il
germe della signoria dei Gaetani nel Lazio (la celebre famiglia ne
possiede ancora le terre) fu Sermoneta posta sulle pendici de’ monti
Volsci; indi vennero in loro mani Norma e Ninfa, beni che in tempo
antichissimo un Imperatore bizantino aveva donato alla Chiesa[794].
Sermoneta, la antica Sulmona, di cui i Gaetani portano oggidì il
titolo di duchi, aveva appartenuto agli Anibaldi; e questi ai 16
Giugno 1297 ne avevano venduto il castello con Bassano e con San
Donato vicino Terracina a Pietro Gaetani per trentaquattromila fiorini
d’oro[795]. Bonifacio, ai 2 Gennaio 1292, quand’era ancor cardinale,
aveva comperato Norma da Giovanni Giordani per ventiseimila fiorini
d’oro[796]. Quanto poi a Ninfa (questa terra un dì meravigliosamente
bella, posta sul margine delle paludi Pontine, è oggi caduta e colle
sue ruine ravvolte di edera e di fiori pare un luogo di leggenda),
il conte Pietro la aveva acquistata all’incanto, addì 8 Settembre
1298, pagandola dugentomila fiorini d’oro, somma che allora passava
per prodigiosa: in tal guisa la possessione famigliare dei Gaetani
si rotondava con Sermoneta, con Norma e con Ninfa. Ninfa era, ed
è ancora, il bellissimo e maggior possedimento di tutto il Lazio;
dai monti Volsci per le paludi si stendeva con torri, con cascine,
con laghi e con boscaglie fin presso alla marina, e il dominio si
prolungava ancora di cento miglia in mare[797]. La Chiesa romana, i
Colonna, i Frangipani, gli Anibaldi, molte altre persone, il Comune del
luogo erano altrettanti comproprietari di Ninfa; però, fino dall’anno
1279 Loffredo e suo figlio Pietro Gaetani erano venuti poco a poco
comperando i possedimenti dei privati[798]; e lo stesso Comune, agli
11 Febbraio 1298, conferiva a Pietro il _dominium_, in maniera ch’esso
venne nel vassallaggio di un signore. Quando un solo barone era capace
di spendere in denaro contante un dugentomila fiorini, corrispondenti
a seicentotrentamila talleri (e questa somma secondo il ragguaglio
del valore monetario oggi ammonterebbe per lo meno a cinque milioni
di talleri), ei si può di leggieri giudicare che ricchezze immense,
inconcepibili anzi, fin da allora si accumulassero nelle mani dei
nipoti di Papi[799]. Bonifacio anche in nome della Chiesa confermò
Ninfa nel possesso di suo nipote costituendone un feudo perpetuo della
famiglia, ma coll’espresso divieto che fosse mai ceduto per nessun
titolo ai banditi Colonna[800]. Pietro allora vi si edificò un castello
magnifico con una torre gigantesca, che oggidì ancora, tutta coperta di
edera e mezzo ruinosa, si specchia nella palude di Ninfa.
Il nipote di Bonifacio era insaziabile di allargare i suoi
possedimenti, e sul principio dell’anno 1301 comperò da Riccardo
Anibaldi la torre «delle Milizie» in Roma e il castello di san Felice
posto sul capo Circeo, avvegnaddio tanto quivi che ad Astura egli
mirasse ad estendere la sua signoria lungo il mare fino a Terracina,
e a diventar così principe della Maritima latina. L’antichissimo
castello, appellato nel medio evo _Rocca Circegii_ e _Castrum sancti
Felicis_ (come è chiamato anche oggidì), era di proprietà controversa
ovvero divisa fra la Chiesa, la città di Terracina, i Frangipani ed
altri signori. Innocenzo III aveva incamerato la rocca e ne aveva
fatto un bene della Chiesa: più tardi essa era venuta in mano dei
Templarî che possedevano il monastero del loro ordine a santa Maria
sull’Aventino, ed eglino l’avevano ceduta mediante una permuta
al cardinale Giordano Conti: finalmente della rocca Circea erano
diventati padroni gli Anibaldi. E da loro il conte Pietro la comperò
ai 23 Novembre 1301 per ventimila fiorini d’oro[801]. Giusto poi in
questo medesimo tempo egli acquistò dai Frangipani mezza Astura per
trentamila fiorini d’oro; però poco tempo dopo, nell’anno 1304, dovette
spogliarsi di questa proprietà. Signore di una sì grande ampiezza di
territorio nella Maritima, cercò adesso il potente Conte di far compre
di castella anche dall’altra parte dei monti Volsci, nella Sabina
e nella Campagna, ov’era Anagni culla di sua famiglia. Dal capitolo
Lateranense, ai 15 Agosto 1299, ebbe Carpineto per il censo annuo di
un solo fiorino d’oro; nello stesso anno dagli eredi di Rainaldo e
di Beraldo fece acquisto della rocca di Trevi per ventimila fiorini
d’oro; e da Adinolfo di Supino erede dell’antica casa di Galvano e di
Corrado, ai 15 Dicembre 1299, comperò il castello di Sculcola, incerto
il prezzo[802].
L’avventurato nipote per conseguenza, spendendo una somma che oggi
forse giungerebbe ai dieci milioni di talleri, aveva in soli cinque
anni fondato la sua immensa signoria nel Lazio: e durante la lotta coi
Colonna e dopo la loro caduta (nella quale era stato travolto anche
un ramo degli Anibaldi) il Papa aveva fatto che egli acquistasse quel
dominio nell’intento di impedire, mercè la potenza di sua propria
casa, i piani di vendetta della famiglia nemica. Con una Bolla dei
10 Febbraio 1303 confermò il bellissimo patrimonio baronale «a favore
del diletto figliuolo Pietro Gaetani, nipote suo, conte di Caserta e
_dominus_ «delle Milizie della Città». Con quella scrittura abrogò i
già detti divieti di Martino e di Nicolò IV; compiacendosene vi numerò
le terre che il nipote aveva fatto sue per via di donazioni e di
permute, dichiarò che sarebbero sempre proprietà dei suoi successori,
e gli concesse privilegio di acquistare ancora degli altri beni[803].
La baronia sorta così di repente abbracciava dunque tutto il Lazio
inferiore, e si stendeva da capo Circeo fino a Ninfa, da Ceperano giù
dai monti fino a Jenne ed a Subiaco. Non basta. Oltre al Liri e di là
da Terracina la famiglia possedeva feudi nel territorio napoletano,
perocchè ivi Pietro (come erede del padre suo) fosse conte di
Caserta e di altre castella, e suo figlio Loffredo avesse la signoria
dell’antichissima contea di Fondi. Infatti il Pontefice aveva sposato
il giovine Loffredo con Margherita contessa palatina di Toscana,
figlia del conte _Aldobrandinus Rubeus_ e vedova in prime nozze del
celebre Guido di Montfort, indi in seconde di Orso Orsini. Più tardi
però, nell’anno 1297, Bonifacio con astuto disegno aveva sciolto il
matrimonio di Loffredo con quella femmina procace e irrequieta, e nel
1299 gli aveva dato in moglie Giovanna figlia di Riccardo di Aquila
ed erede di Fundi: per tal guisa la contea era venuta in mano dei
Gaetani[804].
Queste erano le condizioni e questa la potenza in cui trovavasi la
famiglia Gaetani poco prima che avvenisse la catastrofe dell’anno
1303: ed or si comprenderà che acerbe ire covassero nel Lazio contro
la casa nepotesca dei Gaetani. I baroni che ancor sedevano nelle
loro castella, quegli altri che le avevano cedute a Pietro, i signori
ghibellini di Sculcola, di Supino, di Morolo, di Collemezzo, di Trevi,
di Ceccano, molti cavalieri di Ferentino, di Alatri, di Segni e di
Veroli, abbracciarono di gran cuore il piano del Nogaret sperando che
insieme col Papa andrebbero gambe all’aria anche i nipoti[805]. Fino
nobiluomini e cittadini di Anagni, la cui città può darsi che temesse
di cadere sotto il giogo baronale dei Gaetani, tradirono il Pontefice
da cui avevano pur ricevuto molte beneficenze[806]. I figli di Matteo
cavaliere, Nicolò e Adenolfo (l’uno era allora podestà, l’altro
capitano di Anagni) furono i capi della congiura; e a loro si unì
Giffredo Bussa maresciallo della corte pontificia[807]. Il tradimento
s’insinuò fra i più prossimi del Papa: l’andava a chi più l’odiava o a
chi lo temeva più; nessuna gratitudine gli si professava. Ed eziandio
nel collegio cardinalizio aveva acri nemici, i quali, massime gli
aderenti dei Colonna, desideravano la sua caduta; e Riccardo di Siena e
Napoleone Orsini erano iniziati nella cospirazione. L’ultimo in ispecie
ricoverò Sciarra suo cognato dentro di Marino, dove vuolsi che insieme
con lui studiasse l’esecuzione del piano[808].
Rainaldo di Supino capitano di Ferentino, altri baroni della Campagna,
il Nogaret e Sciarra raccolsero parecchie centinaia d’uomini a
Sculcola. Il Papa trovavasi in Anagni, e il pericolo maggiore lo
circondava là dov’ei credeva di essere più sicuro. Ai 15 Agosto,
in publico concistoro, aveva prestato giuramento di purgazione,
e già intendeva di pronunciare agli 8 di Settembre la scomunica e
la deposizione di Filippo da quell’istesso duomo di Anagni donde
Alessandro III un giorno aveva scagliato l’anatema contro del
Barbarossa, e di dove Gregorio IX aveva scomunicato il secondo
Federico[809]. Pertanto i congiurati s’affrettarono a turar la bocca a
Bonifacio prima che ei vi promulgasse la Bolla. Nella notte dai 7 agli
8 Settembre sbucarono di Sculcola; sull’albeggiare entrarono in Anagni
per una porta che loro si aperse, e spiegarono le bandiere di Francia
gridando: «Papa Bonifacio muoia! Viva re Filippo!» E tosto Adenolfo
colle milizie civiche si unì a loro, e il Nogaret proclamò al popolo
d’essere venuto a citare il Pontefice perchè comparisse innanzi ad un
Concilio.
Il vecchio si svegliò di sussulto allo strepito d’armi e alle grida
confuse che risonavano pel palazzo, le cui porte il prode conte
Pietro con altri nipoti, con parenti e con vassalli teneva sbarrate.
I nemici non giunsero al duomo (cui era attigua la residenza del
Pontefice) se prima non ebbero preso d’assalto le case abbertescate
di Pietro e di tre cardinali. I nipoti si difesero virilmente nel
palazzo, e Bonifacio tentò con trattative di guadagnar tempo. Sciarra
gli concesse un termine di nove ore perchè si adattasse a subire
condizioni disonorevoli, fra le quali gli si imponeva anche di far
soggezione al concilio e di provvedere alla immediata ristorazione
di casa Colonna. Ma il Papa rifiutò, e allora si ripigliò l’assalto.
Al palazzo s’appresero le fiamme, ardeva il duomo, si pugnava con
accanimento e col furore della disperazione come intorno alle case di
Priamo. Presto il vecchio Pontefice si vide abbandonato e solo; i suoi
famigliari fuggirono o passarono dalla parte del nemico; i cardinali
lo disertarono tutti ad eccezione di Nicolò Boccasini di Ostia e dello
spagnuolo Pietro della Sabina. I suoi difensori furono sopraffatti; i
suoi nipoti abbassarono le armi, e furono condotti prigionieri nella
casa di Adenolfo. Soltanto al cardinale Francesco Gaetani ed al conte
di Fundi riuscì di fuggire[810].
Allorquando il Nogaret e Sciarra, l’uno strumento dell’odio del suo
Re, l’altro vendicatore della sua famiglia oltraggiata, passando sui
cadaveri degli uccisi, fra i quali fu un vescovo, entrarono ferocemente
nella stanza del Papa colle spade ignude, videro il vecchio vestito
de’ suoi abiti pontificali, colla tiara in capo, sedente sol trono,
e chino sopra una croce d’oro che colle chiavi teneva nelle sue mani
tremanti. Voleva morire da papa[811]. La sua canizie e il suo silenzio
maestoso disarmarono quegli uomini per un istante[812]; ma indi con
voce tremenda chiesero ch’ei si condannasse all’avvilimento; gli
dichiararono che lo avrebbero condotto in catene a Lione, dove sarebbe
deposto; ed alla sua resistenza ed ai suoi discorsi risposero con
vituperî, ch’ei sopportò con calma dignitosa. Il feroce Sciarra lo
prese pel braccio, lo trascinò giù dall’altare e gli avrebbe conficcato
la spada nel petto se a forza non ne fosse stato trattenuto[813].
Non si può descrivere quella scena di ferocia, di concitamento, di
angoscia, di disperazione; però alla fine la moderazione la vinse
sulla passione. Tenuto in istretta prigionia e custodito da Rainaldo
di Supino, Bonifacio fu chiuso nel palazzo, intanto che armigeri e
cittadini si misero a saccheggiare i suoi tesori creduti immensi, il
bene della Chiesa e le case dei nipoti.
La prospera riuscita di quell’aggressione (e’ pare un enigma) dimostra
l’impotenza cui era ridotto il Pontefice nella istessa sua terra:
la sua propria città lo lasciò in balia di una masnada che fuor
del Nogaret e di un servo francese era composta tutta di Italiani.
«Indegnissima Anagni!», sclamò un anno dopo l’imbelle successore di
Bonifacio, «indegna! che lasciasti compiere un tanto misfatto! Su te
non cada pioggia nè rugiada; cadano su altri monti, ma te non bagnino,
poichè sotto gli occhi tuoi, e quantunque tu impedirlo potessi, cadde
l’eroe e fu vinto il forte»[814].
Tre lunghi dì stette Bonifacio aspettando la sua sorte: e durante
questo tempo per dolore o per sospetto rifiutò ogni specie di cibo, e
impavido non curvò sotto le spade dei suoi nemici. Questi parevano non
sapere che cosa dovessero fare, poichè il loro prigioniero, sprezzando
eroicamente la morte, si rifiutava di cedere alle loro instanze. Alla
novella dell’avvenimento gli amici dei Gaetani corsero all’armi nella
Campagna, ed anche la città di Roma si mosse. Addì 10 di Settembre,
che fu un lunedì, comparve in Anagni il cardinale Luca Fieschi,
percorse le strade ed esortò il popolo già pentito a vendicare il
delitto commesso contro il Papa. Gli risposero gridando: «Muoiano i
traditori!»; e quell’istessa moltitudine che sì vergognosamente aveva
abbandonato Bonifacio, die’ furiosamente l’assalto al palazzo dov’egli
era prigioniero. I carcerati furono in breve ora liberati; Sciarra e il
Nogaret fuggirono a Ferentino.
Il Papa, cui si aveva dato assistenza troppo tarda, parlò dalla
scalinata del palazzo al popolo supplicante venia; e in un momento di
commozione magnanima ei perdonò a tutti coloro che lo avevano così
audacemente maltrattato. Di lì a otto giorni lasciò la sua patria
ingrata, scortato da armati, per condursi a Roma; e narrasi che per via
i Colonna tentassero di aggredirlo, ma che fossero respinti[815]. Roma
mandò aiuto; però se sia vero che quattrocento soli cavalieri venissero
incontro a Bonifacio, questo può dimostrare quanto tiepida fosse la
Città in suo favore: capitanavano quella schiera il cardinale Matteo e
Jacopo Orsini, e forse meno venivano per assistere il Papa, quanto per
impadronirsi di lui: ed infatti gli Orsini tenevano adesso in Roma il
potere ed occupavano anche il Senato[816]. Allorchè Bonifacio dopo un
viaggio di tre giorni giunse a Roma, il popolo lo accolse con segni di
reverenza; lo condusse processionalmente al san Pietro, e il vecchio
accasciato da tante sofferenze si gettò esausto di forze sul suo letto
in Vaticano.
La sua collera, il suo concitamento avevano qualche cosa da somigliare
al delirio: vendicarsi era il suo pensiero fisso; voleva bandire un
grande Concilio ed annientare re Filippo sì come Innocenzo IV un dì
per via di un Concilio aveva demolito il trono di Federico II. Però,
dacchè aveva sofferto tanto avvilimento, ei non era dappiù che un’ombra
cui nessuno più temeva. Con crescente sospetto guardava quelli che lo
circondavano; e se fu costretto a perdonare al cardinale Napoleone,
che si additava come uno dei congiurati, basta questo a dimostrare
che egli aveva perduto tutta la sua libertà. Gli Orsini or fatti
tracotanti lo vigilavano con occhi d’Argo, cominciarono a dettargli
la legge, tenevano il castel Sant’Angelo in loro mani, e il borgo
vaticano riempievano di armigeri. O avranno temuto che l’esaltamento
del Papa scoppiasse in eccessi, od erano così sconoscenti da far loro
pro della sua disgrazia. Egli invocò Carlo di Napoli in aiuto, ed essi
intercettarono le sue lettere. Ei chiese di recarsi in Laterano, nel
cui quartiere erano potenti gli Anibaldi odiatori degli Orsini e poco
amanti dei Colonna; ed essi si opposero a che uscisse del Vaticano. In
breve, ei s’accorse d’essere prigioniero degli Orsini[817].
Oltre ogni misura orrendi furono i giorni che il povero vecchio visse
in Vaticano. Fiero dolore dei maltrattamenti sofferti, coscienza della
sua debolezza, diffidenza, paura, rabbia di vendetta, solitudine
sconfortata di amici straziarono il suo animo appassionato. E in
quelle ore tristissime non è difficile che al suo spirito conturbato
comparisse, visione minacciosa! lo spettro di torre Fumone[818]. Cosa
naturale fu che un uomo superbo, com’egli era, nella terribile reazione
contro il suo stato, uscisse fuor di sè e desse in ismanie frenetiche.
Si narra che si chiudesse nella sua camera rifiutando il nutrimento, e
che dando in furie percotesse col capo nelle pareti: un dì lo trovarono
steso morto sul suo letto[819]. I nemici di Bonifacio si compiacquero
di descrivere coi più neri colori la sua fine, nondimeno avversarî più
moderati ravvisarono nella sua tremenda ma giusta caduta la sentenza
che Dio pronuncia sull’ambizione d’impero e sulla tracotanza dei
potenti[820]. Un Istoriografo pontificio, che trovavasi a Roma quando
Bonifacio morì, dice: «Trentacinque giorni dopo la sua prigionia passò
da questa vita: era fuor di senno, e credeva che tutti quelli che gli
venivano innanzi andassero per condurlo in carcere». Queste brevi e
semplici parole sono più rette e più vere delle descrizioni drammatiche
di altri narratori[821]. Un velo ricopre le ultime ore di Bonifacio
VIII: morì a ottantasei anni, nel giorno 11 Ottobre dell’anno 1303, e
fu sepolto in una cappella sotterranea del Vaticano che egli stesso si
aveva edificato.
Rare volte un Papa ebbe avuto come Bonifacio VIII tanti nemici e amici
così pochi; rare volte fuvvene un altro intorno cui contemporanei
e posteri abbiano disputato con altrettanta veemenza. Quantunque la
passione partigiana abbia intinto del suo colore il giudizio che se ne
pronunciò, tuttavolta nel complesso quest’è pur vero che Bonifacio VIII
fu uomo fornito di grandissime qualità proprie di un despota. Virtù
sacerdotale non ebbe; ebbe indole accalorata, irosa, violenta, senza
fede nè coscienza; fu uomo inesorabile, avido di pompe e di ricchezze,
pieno di ambizione, cupido di dominazione terrena. Contemporanei lo
appellarono «peccatore magnanimo», nè più perfettamente lo si può
dipingere[822]. Lo spirito che informava la sua età precipitò lui come
già aveva precipitato Federico II. Intese ad uno scopo che era ormai
divenuto utopia, e fu questa l’ultima volta che un Pontefice abbia
concepito l’idea di una gerarchia dominatrice del mondo audacemente
sì come ne avevano avuto pensiero Gregorio VII e Innocenzo III. Ma
di questi Papi Bonifacio VIII non fu che una sgraziata reminiscenza;
fu uomo che non compiè cosa alcuna di grande; e i suoi intendimenti
alti e presuntuosi in vece di ammirazione non destano che un
ironico sorriso. Alla cima del Pontificato ei non potè sostenersi.
L’avvenimento di Anagni, per quanto angusta e piccola cosa sia stato
in paragone alle battaglie anteriori della Chiesa contro l’Impero,
fu tuttavia nella storia dei Papi un tale campo di battaglia quale
Benevento e Tagliacozzo furono nella storia dell’Impero, dove con mezzi
esigui ed in minori proporzioni s’ottenne il risultamento di cause
elaborate con lunghissima preparazione. La tomba di Bonifacio VIII è il
monumento sepolcrale del Papato medioevale che le potenze di quell’età
seppellirono con lui. E oggidì ancora puossi vederla nelle grotte del
Vaticano, dove la figura marmorea di questo Pontefice giace distesa sul
suo sarcofago, con in capo la tiara cinta di duplice serto, con volto
severo, di fattezze belle e di forme regie.
§ 4.
Benedetto XI, papa. — Sue tristissime condizioni. — Abroga i decreti
del suo predecessore. — Gentile Orsini e Luca Savelli, senatori.
— I Colonna sono ristorati in signoria. — Benedetto XI istituisce
un’inquisizione contro i colpevoli di Anagni, e muore nel 1304. — Si
contende a lungo per l’elezione. — Vendetta e guerra dei Gaetani nella
Campagna. — Clemente V, papa. — La santa Sede è tenuta in Francia.
Presso alla bara di Bonifacio VIII si raccolsero i cardinali
sgomentati: per quanto anche in vita lo avessero odiato, nondimeno
erano gravemente impensieriti della ruina della podestà pontificia di
cui quel morto era l’indice. La città di Roma era in armi; gli amici
dei Colonna squadravano nuovamente in faccia gli Orsini con aria di
provocazione; d’un sol tratto si mutavano le sorti dei partiti. Per la
porta Maggiore entrarono Napoletani, avvegnaddio Carlo, appellatovi
dagli ultimi avvenimenti, vi capitasse coi suoi due figli Roberto e
Filippo e con soldatesche, precisamente il giorno in cui Bonifacio
morì: fino Federico di Sicilia, udendo delle necessità del Papa, aveva
mandato navi ad Ostia. Il Re di Napoli voleva sopravvegliare ossia
dominare la novella elezione[823]. E infatti nel termine voluto dalla
legge i Cardinali si unirono nel san Pietro, e là senza disputare, addì
22 Ottobre, elessero a papa un uomo moderato, il cardinale vescovo di
Ostia. Salì egli alla cattedra santa nel giorno 1 di Novembre con nome
di Benedetto XI.
Il suo breve reggimento risveglia massima attrattiva, poichè esso
è l’anello che congiunge l’età trascorsa col periodo avignonese.
Vicino a Bonifacio VIII questo Pontefice parrebbe l’uomo della pace e
della conciliazione, a somiglianza di ciò che fu Gregorio X accanto a
Clemente IV, se il suo spirito dolce e melanconico avesse espresso la
calma dell’uomo forte e non fosse stato l’effetto di pavida debolezza.
Nicolò Boccasini, trivigiano di povera origine, da giovine era
stato precettore nella casa di un nobiluomo veneziano; indi, fattosi
domenicano, per scienza e per virtù era salito a grande stato nella
Chiesa. Bonifacio VIII lo aveva nominato cardinale e vescovo di Ostia;
e, fedele nell’adempimento del suo dovere, lo vedemmo nel palazzo di
Anagni starsi a fianco del suo benefattore quando altri cardinali
lo avevano abbandonato[824]. Che cosa doveva fare il Pontefice in
condizioni così disperate? Doveva raccogliere fuor dalla mano gelata
del suo predecessore le armi, e nuovamente combattere contro i suoi
nemici vittoriosi? I popoli (lo avevano dimostrato Sicilia e Francia)
sprezzavano ormai la spada spirituale; i fulmini del Laterano non
incenerivano più[825]. L’aggressione di Anagni e la lieve commozione
che essa aveva destata in Italia, ponevano in aperto una gravissima
verità, ed era che tutte le fondamenta di guelfismo della podestà
pontificia s’erano scrollate, e che essa aveva perduto il suo appoggio
nel popolo italico. Il Papato che aveva potuto distruggere la signoria
degl’Imperatori, s’aveva adesso inimicato Italia, e la sua base posava
nell’arena. In verità dev’essere stata orrenda la desolata solitudine
di Benedetto XI in quei giorni di disinganno!
Di fronte al Re di Francia ei si vedeva privo di alleati ed inerme, chè
l’Impero tedesco non possedeva più la forza e meno ancora la volontà
di restaurare colle armi il Papato affralito. Per la prima volta
un’intiera nazione in tutti i suoi ordini di persone s’era sollevata
contro le esigenze di un Papa; e questa resistenza era invincibile.
Benedetto XI, privo di potenza, monaco timido e senza grandi vedute,
non potè altro fare che battere prontamente in ritirata; ed egli
fu, e non già Bonifacio VIII, che confessò il Papato esser vinto
dall’autorità civile: laonde, come una rocca presa d’assalto, capitolò.
Che tempo fu quello! E come è bello ed attraente studio farvi colla
mente un’escursione, ed ammirare ogni grandezza vera che in esso si
contiene! Benedetto XI fu per verità costretto a operar qualche cosa
onde punire il vitupero che la Chiesa aveva sofferto, ma fecelo senza
efficacia e a reluttanza. Ai 6 di Novembre istituì un’inquisizione
contro i ladri che avevano derubato il tesoro della Chiesa ad Anagni,
e chiese che restituissero la preda: non si sa per altro che effetto
ne ricavasse[826]. I Colonnesi, che in parte erano anche venuti
trionfalmente nella Città, domandarono che si riparasse al torto loro
fatto da Bonifacio VIII; il Papa cedette, e ai 23 Dicembre li sciolse,
ad eccezione di Sciarra, dalla scomunica, li ristorò nei loro diritti
e nei loro beni famigliari, concesse che tornassero dall’esilio, e
ridiede loro Palestrina, ma sotto condizione che non riedificassero la
città senza licenza del Papa. I cardinali Jacopo e Pietro, reduci dai
loro nascondigli di Perugia e di Padova, instarono per la restituzione
della loro dignità cardinalizia, e poichè il Papa rifiutò, invocarono
di nuovo la protezione del Re di Francia[827].
Filippo per parte sua voleva che si abrogassero i decreti di Bonifacio
VIII; nè ebbe grande fatica per ottenerlo, chè Benedetto si vide
obligato a prevenirne il desiderio. Il Re, che pur negava di avere
preso parte al delitto di Anagni, impose condizioni come vincitore
al vinto. Invece che il Papa proseguisse il processo contro di lui,
era egli che minacciava di continuarlo contro il morto Bonifacio; la
voce della Francia chiedeva che si radunasse un Concilio e che si
condannassero tutte le azioni di quel Pontefice: e Benedetto piegò
il collo ad una manifesta disfatta, poichè, senza pure attendere
la solenne ambasciata di Filippo, ritrattò la scomunica e tutte le
sentenze che Bonifacio VIII aveva pronunciato contro la famiglia regia
e contro tutta Francia. Le Bolle dei 13 Maggio 1304, onde cassò gli
atti del suo predecessore per riconciliare quel paese colla Chiesa,
furono sentenza di morte del Papato politico; mostrarono che esso si
ritraeva dal suo posto di dominatore del mondo; segnarono il solstizio
della sua storia medioevale[828]. Ed or pareva che una strana fatalità
vendicasse Celestino V di Bonifacio VIII: poichè anche questi come
l’altro era morto in carcere, e i suoi successori abolivano i suoi
decreti, com’egli un dì aveva cancellato gli atti di Celestino. E
Benedetto XI abrogò perfino le costituzioni che il suo predecessore
aveva promulgato a protezione delle libertà cittadine; e in ciò ei
si mostrò uomo tanto gretto, quanto Bonifacio era stato magnanimo e
liberale[829].
I recentissimi avvenimenti avevano messo in gran combustione la
Città; e Benedetto XI premuto dalle fazioni, stordito dalle grida dei
Gaetani e dei Colonna, dominato dagli Orsini, non ebbe un momento
solo di pace o di libertà. Appena che i Colonna furono restituiti
nei loro diritti civili, pretesero ristoro dei sofferti danni e ne
fecero richiesta al Campidoglio, dov’erano senatori Gentile Orsini e
Luca Savelli[830]. Benedetto non temuto da chicchessia, temente di
tutti, bramava trasportare la santa Sede in qualche luogo d’Italia
dove potesse godere sicurezza; partì di Roma dopo le feste di Pasqua,
e andò a Montefiascone, ad Orvieto, a Perugia. Soltanto allora che fu
in questa città, capitale dell’Umbria guelfa, ei s’incorò a istituire
un’inquisizione contro tutti coloro che con opera diretta o indiretta
avevano preso parte all’aggressione di Anagni. Scomunicò il Nogaret,
Rainaldo di Supino, Sciarra Colonna ed una moltitudine di altri,
e li citò a comparire innanzi al suo tribunale[831]. Questo bastò
a sollevare una tempesta fra i colpevoli, i quali credevano che il
loro delitto fosse stato sepolto con Bonifacio VIII. Anche Filippo il
Bello, cui la voce del mondo e l’aborrimento di Benedetto sveltamente
o in silenzio denotavano come autore della caduta di quel Papa, fu
tacitamente compreso nella Bolla. Ai 7 di Giugno Benedetto publicava
quel decreto, ma sui primi di Luglio era anche morto. Narrasi che lo
si avvelenasse in un piatto di fichi, però tale racconto certamente
non è altro che una invenzione[832]. Combattuto dal dovere di salvare
coll’arrendevolezza la Chiesa e quello di proteggerne in pari tempo
l’onore, schiacciato sotto il peso della sua impotenza, Benedetto XI
morì a Perugia. Fu l’ultimo papa italiano prima che ne succedesse una
serie di Francesi: dietro al suo sepolcro sorge Avignone.
I Cardinali si radunarono per l’elezione nel palazzo arcivescovile
di Perugia. Nè mai fuvvene una di più difficile, chè vi si stette
contendendo un buon anno. In due partiti si divideva il collegio;
l’uno era quello dei patriotti italiani condotti da Matteo Orsini e da
Francesco Gaetani nipote di Bonifacio VIII; l’altro francese guidato
da Napoleone Orsini e da Nicolò di Prato. Napoleone segnatamente era
allora uno degli uomini potentissimi della Chiesa e immensamente
ricco: figlio di Rinaldo, nipote del celebre senatore _Matheus
Rubeus_, cardinale fino dall’anno 1288, da grandissimo tempo aveva dato
apertamente a conoscere le sue tendenze ghibelline, e si osava perfino
bisbigliargli dietro le spalle che, d’accordo col francese cardinale Le
Moine, avesse fatto mescere veleno allo sventurato Benedetto[833]. Nel
fondo di quel conclave si levava re Filippo, desideroso di porre sulla
cattedra di san Pietro un Pontefice che al voler suo assoggettasse
il Papato: e intanto che a Perugia i cardinali questionavano fra sè,
Roma e il Lazio erano pieni di guerre partigiane. I potenti nipoti di
Bonifacio VIII con vassalli e con mercenarî catalani scorazzavano per
la Campagna, movendo guerra contro i baroni che avevano contribuito
alla caduta del loro zio[834]. In pari tempo i Colonna combattevano
contro di loro e degli Orsini, perciocchè questa famiglia si fosse
messa in possesso di parecchi dei loro beni: ripetutamente si
presentarono querelandosi davanti il Senato; e questo decretò che ai
Colonna dovessero restituirsi le proprietà, poichè la loro persecuzione
era stata opera della gelosia, dell’odio e della malvagità di Bonifacio
VIII: e il Senato annullò tutte le investiture che quel Papa aveva
fatto di beni dei Colonnesi, e condannò Pietro Gaetani e i suoi figli a
pagare centomila fiorini d’oro come ristoro di danni[835]. Ma i Gaetani
si difesero da valorosi. Anche dopo la morte dello zio quella famiglia
nepotesca durò potente come per lo innanzi: nella Città possedeva
la torre «delle Milizie», e fuor della porta Appia il forte sepolcro
di Cecilia Metella; i suoi vassalli vigilavano armati in diciannove
castella nella Campagna e in molte rocche vicino Viterbo e nel
_Patrimonium_; in Toscana aveva grandi feudi, e nel reame di Napoli le
contee di Caserta e di Fundi con trentadue castella. Pertanto la guerra
fra i Gaetani e i Colonna divampò ancora per lunghi anni, fino a che il
re Roberto di Napoli compose fra loro la pace[836].
Frattanto a Perugia erano venuti a un compromesso per l’elezione
pontificia: si stabilì che i Cardinali d’intendimenti italiani
proponessero a candidati tre uomini d’oltralpe; la fazione francese
nel termine di quaranta giorni avrebbe scelto uno di quelli per papa.
Sulla lista elettiva furono scritti i nomi di tre Francesi, aperti
aderenti di Bonifacio VIII e avversarî di Filippo: e allora il partito
francese segretamente annunciò al Re che esso avrebbe eletto Bertrando
de Got guascone, arcivescovo di Bordeaux, lasciando a lui, Filippo,
di prendere le sue misure. Il Re non perdette tempo, fe’ venire a sè
Bertrando, gli rese note le sue condizioni; e l’ambizioso prelato
(Bonifacio VIII lo aveva fatto arcivescovo) v’acconsentì, e così
preventivamente diventò schiavo di un despota, di cui pur fino a testè
era stato avversario. Subito che s’ebbero così inteso, i cardinali lo
gridarono pontefice a Perugia, addì 5 di Giugno[837].
Invece di andare egli subito a Roma, il nuovo eletto eccitò i cardinali
a venire in Francia. Maravigliarono tutti ciò udendo, e Matteo Orsini,
che aveva intelletto acuto ed era accortissimo uomo, con doloroso
presagio vaticinò che la santa Sede or sarebbe rimasta per lungo tempo
in Francia. Là, a Lione, nella chiesa di san Giusto, Bertrando de Got
fu coronato papa con nome di Clemente V: e questo avvenne nel giorno
14 Novembre 1305, essendo presenti il Re di Francia, Carlo di Valois,
Giovanni duca di Bretagna e molti ottimati francesi. La processione
andò funestata da un avvenimento malaugurato e strano. Cavalcava il
Papa per la via allorchè gli ruinò addosso una muraglia; cadde egli
di sella, la sua corona ruzzolò nella polvere, e si perdette uno
splendidissimo carbonchio, che ne era il più bell’ornamento. Dodici
baroni della comitiva restarono uccisi, il Valois fu gravemente ferito
e il duca di Bretagna morì delle ammaccature ricevute. Il popolo andò
predicendo sventure e malvagità di tempi.
Così s’erano avverati i più audaci sogni del monarca francese: un Papa,
cui egli aveva dato la tiara, un francese, servo del suo volere regio,
or trovavasi in Francia successore dell’oltraggiato Bonifacio VIII: non
erano passati che due anni dalla morte di questo! Ed il Re se lo tenne
strettamente avvinto; Clemente V non abbandonò più Francia; pose la sua
residenza ora a Lione, ora a Bordeaux, e indi andossene ad Avignone,
dove i Papi fecero lunga dimora, intanto che la città di Roma, priva
d’imperatore e di pontefice, fra i ruderi della sua duplice grandezza
piombava in miseria ognora più profonda.