§ 1.
Stato della scienza nel secolo decimoterzo. — Papi e cardinali eruditi.
— Roma manca di cultura. — Romani vanno a studio a Parigi ed a Bologna.
— Roma non ha università. — Scuola del palazzo pontificio. — Innocenzo
IV ordina che si fondi una scuola di leggi. — Le collezioni delle
Decretali. — Nel secolo decimoterzo predomina lo studio del diritto.
— Statuti comunali. — Carlo d’Angiò ordina che in Roma si fondi
un’università. — Urbano IV. — San Tommaso d’Aquino. — San Bonaventura.
— Romani da professori a Parigi. — Bonifacio VIII fondatore vero
dell’università di Roma.
Nel secolo decimoterzo la scienza trionfò della barbarie, e prese ormai
forme poderose. Rade volte più che in quel tempo la gente umana ebbe
sostenuto lotte così ferventi per conseguire beni eletti ed effettivi;
rade volte l’ingegno umano ebbe come allora ad affaticarsi in un
lavorio intellettuale parimenti serio ed efficace. Italia prendeva
un indirizzo nuovo e risorgeva. In mezzo allo strepito delle armi ed
alle grida delle fazioni, fra mutamenti politici quasi giornalieri, ad
onta di scomuniche pontificie, giureconsulti, filosofi, poeti, artisti
raccoglievano numerosi discepoli intorno a sè. E risultato dello
studio e della cultura di quel secolo furono opere durevoli composte
già durante esso o sul principio del secolo susseguente. Indici ne
sono il Codice di Federico II, gli Statuti delle città, le collezioni
delle Decretali dei Papi, le opere dei grandi giurisperiti Accursio,
Ottofredo e Guglielmo Durante, la _Summa_ dello scolastico Tommaso
d’Aquino, la _Cronica_ di Giovanni Villani, le opere di Cimabue e di
Giotto, e soprattutto il grande poema di Dante che abbraccia tutto lo
scibile, vero e gigantesco monumento del progresso dello spirito umano
nel secolo decimoterzo.
Un raggio di sì gran luce si riflette anche su Roma, quantunque questa
città capitale del mondo, per ragioni che sono note, nulla affatto
abbia creato. Dei dieciotto Papi che tennero la cattedra pontificia
dall’anno 1198 al 1303, i più furono uomini eruditi; e non meno di essi
furonlo i cardinali. I tempi erano progrediti coi bisogni politici;
volevasi che sul trono pontificio sedessero non già dei santi, ma
uomini di scienza, massime eruditi di legge, avvegnadio si credesse
che la cognizione di questa fosse il primo requisito di un governante
così sulla sedia di san Pietro che nei palazzi comunali. Innocenzo III,
Onorio III, Gregorio IX, Innocenzo IV, Urbano IV, Giovanni XXI, Nicolò
IV e Bonifacio VIII colla loro scienza si sarebbero levati assai alto
in qualunque luogo; perciò è cosa naturale che eglino esercitassero
qualche influenza sulla cultura intellettuale della loro età. Innocenzo
III incominciò la sua vita coltivando con indefessa opera le lettere,
e ancor possediamo la sua piccola e notevole scrittura intitolata
«Del disprezzo del mondo»; libro di mesti concetti che rivela non una
mente filosofica ma un animo religioso, il quale vi paga il tributo
all’indirizzo monastico del suo tempo, senza che per questo sia
impedito più tardi all’autore di darsi al suo ambizioso talento di
dominatore[838].
Roma per certo non fu la scaturigine cui Papi e cardinali attingessero
la loro cultura: adesso come in antico la capitale della Cristianità
per moto intellettuale stette addietro di minute città, e il popolo fu
condannato a vivere fra le sue rovine in vergognosa ignoranza. Nemmanco
nel secolo decimoterzo sorse là alcuna scuola erudita. I gentiluomini
romani, i Conti, gli Orsini, i Colonna, gli Anibaldi, gli Stefaneschi
mandavano i loro figliuoli a Parigi, dove studiavano scolastica e
conseguivano i gradi accademici di _Magister_. Di Parigi solevano
passare poi a Bologna, giacchè l’università di questa Republica
(sulle cui torri vedevasi come stemma pomposamente scritta la parola
_Libertas_) era la prima scuola giuridica di Europa. Da tutti i paesi
vi accorrevano studenti (spesso giungevano ai diecimila) per udirvi gli
insegnamenti di un Azzo, di un Accursio, di un Ottofredo, di un Dino.
Nientemeno che i Papi mandavano a quell’illustre ateneo le collezioni
delle loro Decretali e Federico II le sue leggi, per darvi diffusione
nel mondo e per imprimervi l’autorevole suggello della scienza. Dopo
il 1222 incominciò a splendere anche Padova; Napoli sorse nel 1224.
Ed eziandio in altre città si istituirono università, quali con vita
durevole, quali per poco tempo, a seconda che le rivoluzioni politiche,
la gelosia o l’invidia costringevano i celebri maestri ad emigrare:
meraviglioso spettacolo di quel moto democratico che la scienza assunse
in Italia! Roma sola non aveva università. Forse che repugnasse ai
Papi di fondarla, perchè loro paresse pericoloso l’esaltamento degli
spiriti che avrebbe recato l’affluenza di una numerosa gioventù nella
loro Città? Comunque si sia, certo è che con ragioni locali non si
riesce peranco a spiegare bastevolmente quel fatto: non è che mancasse
l’impulso di dottrina scientifica, perocchè Romani andassero in gran
numero a studio nei paesi di fuori: non è che l’impianto di una scuola
fosse impedito dai miasmi febbrili della Città, avvegnaddio a Roma,
patria del mondo, solessero soggiornare moltissimi forestieri in tutto
il tempo dell’anno, anche ad onta della malaria.
Nella prima metà del secolo decimoterzo non si fa parola di scuole
romane, nè di biblioteche: si tace financo dell’antica Lateranense,
e non si trova più menzione di alcun bibliotecario, nemmanco di
nome[839]. Innocenzo III protesse Parigi e Bologna, e largì loro
privilegî, ma nella sua città natale non istabilì alcuna scuola.
Solamente che nel Concilio dell’anno 1215 promulgò in termini generali
la legge che se ne fondassero nelle Chiese cattedrali; e Onorio
III comandò che i Capitoli mandassero dei giovani alle università.
Quest’ultimo Pontefice, uomo dotto, depose un vescovo per la sola
ragione che non aveva letto Donato; però la rinnovazione ch’ei diede
alla scuola palatina pontificia per l’insegnamento della teologia
scolastica, non basta a meritargli il titolo di promotore delle scienze
in Roma[840].
Costava assai ai Romani e di denaro e di tempo l’andare a studio nei
paesi di fuori, massime quando si trattava di erudirsi in insegnamenti
elementari. La necessità di una scuola propria delle due leggi era
tanto più sentita, quanto più la Curia romana ed i tribunali civici
avevano bisogno di gente dotta in diritto. Alla fine Innocenzo
IV (probabilmente anch’egli era stato da professore a Bologna) fu
costretto di istituire una publica scuola giuridica, però la mise
in accordo con quella del palazzo pontificio. Le accordò privilegî
come di università e per tal guisa risorse nuovamente in Roma un
meschino simulacro delle grandi scuole giuridiche di Ulpiano e di
Papiniano[841]. Al solo studio del diritto si restrinse la cura dei
Pontefici. Da Innocenzo III in poi la Curia romana aveva in sè riunita
ogni specie di giurisdizione ecclesiastica ed aveva avocato a Roma la
cognizione di tutte le cause per poco importanti che fossero: così
essa diventò il tribunale giuridico universale del mondo cristiano.
I tribunali pontificî decidevano innumerevoli liti, ne ricavavano
grandissime entrate, e la corte suprema, la _Rota_, ormai nel secolo
duodecimo era divenuta di celebrità europea. E adesso, poichè facevasi
urgente il bisogno di ordinare in una collezione le Costituzioni dei
Papi, ne derivò il Codice del giure ecclesiastico, opera celebre e di
mala fama della romana giurisprudenza nel medio evo.
Oltre al «Decreto» di Graziano (che fu la prima grande collezione di
diritto canonico la quale si componesse nel secolo duodecimo) erano
già compilate al tempo di Innocenzo III tre così dette raccolte
di Decretali. Quel Pontefice ve ne aggiunse una quarta; Onorio III
una quinta, e più tardi Gregorio IX fece riunire i cinque libri in
un Codice completo, per cura di Raimondo di Pennafort, domenicano
spagnuolo che egli chiamò a Roma. Gregorio publicò il suo Codice
nell’anno 1234, e Bonifacio VIII nel 1298 vi aggiunse un sesto libro,
alla cui redazione si servì del bolognese Dino da Mugello[842].
Pertanto la formazione del Codice fondamentale della Chiesa appartiene
al tempo in cui questa era giunta all’apogeo della sua potenza. Mercè
di esso il Papato pose una base incrollabile di autorità alla sua
potenza monarchica, similmente di ciò che l’antica Roma imperiale
aveva fatto mediante il Codice giustinianeo. Ancora una volta il
mondo obbedì alle leggi romane. Invenzioni e falsità, che soltanto
la critica moderna ha saputo smascherare, in quelle Decretali si
mescolarono con leggi savie, e gettarono le fondamenta della signoria
pontificia dominatrice di tutto e di tutti. Il diritto canonico
diè tanto da fare al mondo quanto il Codice di Giustiniano. Ebbe
gran numero di commentatori, e il suo studio diventò l’occupazione
indefessa del clero, poichè esso dava il modo più sicuro di giungere
al cardinalato ed alla istessa sedia pontificia. Volevasi che i
legati ed i governatori della Chiesa fossero illustri giureconsulti:
e il provenzale Guglielmo Durante, educato in Italia, professore di
leggi a Bologna ed a Modena, celebre nel mondo come compilatore dello
_Speculum_, andò debitore a quella scienza che Bonifacio VIII lo
nominasse a conte di Romagna.
La sola scienza giuridica era la predominante di quel tempo; massime
corrispondeva al genio sodo degli Italiani. Dall’età romana in giù
essa era stata il loro possedimento ereditario, e duranti le continue
rivoluzioni faceva di bisogno giornaliero in tutte le attenenze
politiche, ecclesiastiche e personali. Mercè il diritto romano
imperiale, i Re tedeschi nel secolo duodecimo avevano dimostrato la
legittimità del loro potere cesareo, e una moltitudine di giureconsulti
ne aveva riempiuto la corte. Mercè il diritto ecclesiastico e le false
Decretali, i Pontefici avevano dimostrato la universalità della loro
potenza, e la loro Curia s’era anch’essa riempiuta di giureconsulti.
Le lotte fra Chiesa e Impero erano state conflitti di legge opposta
a legge. I migliori campioni di Federico II (il quale per via di un
Codice liberò Sicilia dalla dominazione pontificia) furono i suoi
eruditi giudici e cancellieri; e al Papa sembrò di aver riportato
una grande vittoria allorchè il giurista Roffredo di Benevento ebbe
abbandonato i servigî dell’Imperatore. La monarchia nazionale combattè
contro il Papato colle armi dei legisti; i giureconsulti di Filippo
il Bello gli servirono di strumento alla caduta di Bonifacio VIII,
e l’autorità teocratica della Chiesa romana fu alla fine spinta
all’esizio dal diritto civile.
Intanto che Papi e Re raccoglievano e riformavano leggi, anche le
Republiche davano opera all’istesso intento con grande alacrità. Gli
scrivani del Comune copiavano in pergamena gli Editti dei Podestà e
dei Pretori e li riunivano in registri: i protocollisti annotavano
il tenore di ogni tornata del Consiglio, come fanno oggidì gli
stenografi, sopra quaderni di carta bambagina che conservavansi con
grandissima cura; gli _Statutarii_ ossiano riformatori delle leggi
urbane raccoglievano insieme le deliberazioni del Comune e, composte
in forma di libro, le depositavano nell’archivio del palazzo comunale.
Ogni Republica possedeva il suo archivio, e spesso lo teneva con
più sollecitudine di quella che allora ne mettessero Imperatori e
Re a tenere ordinati i loro. E oggidì ancora le venerande reliquie
di archivî italiani riempiono di ammirazione, poichè sono monumento
del pratico reggimento e del genio politico di quelle magnifiche
cittadinanze, in un’età nella quale il resto d’Europa non aveva saputo
inventare cosa alcuna di simile. Gli antichissimi Statuti comunali
appartengono al secolo duodecimo: così è di quelli di Pistoja, di
Genova, e di Pisa; ma la formazione completa delle Costituzioni urbane
comincia nella prima metà del secolo decimoterzo e si prolunga fino
al secolo decimoquinto. Appena v’era un castello che non possedesse i
suoi Statuti bellamente scritti in pergamena. Milano, Ferrara, Modena,
Verona, altre città di Lombardia li compilavano nei primi trent’anni
del secolo decimoterzo; Venezia li riformava nell’anno 1242; Bologna li
publicava nel 1250. La paziente erudizione degli studiosi dei nostri
giorni raccoglie, publica, illustra quei monumenti di cittadinanze
libere e operose: ma sventuratamente essa non vi può aggiungere gli
Statuti antichissimi di Roma, poichè questi nelle catastrofi di tempi
posteriori perirono. Nell’odierno archivio capitolino il più antico
Statuto originale scritto in pergamena non è che dell’anno 1469[843].
Tuttavolta, intorno all’anno 1265 la Città non possedeva alcuna
scuola publica e permanente di diritto; meno ancora un’università:
e il decreto di Innocenzo IV non si prendeva cura che della scuola
palatina, la quale andava dietro ai Papi ovunque ponessero questi la
loro residenza. Se così non fosse stato, Carlo d’Angiò non avrebbe
cercato l’addentellato nell’ordinanza di quel Papa. Infatti il tiranno
di Sicilia (chi se lo aspetterebbe?) compare vestito di forme umane,
come fondatore di un’università (_studium generale_) in Roma: in segno
di grato animo della sua nomina a senatore, dichiarò addì 14 Ottobre
1265 con un editto di avere stabilito che Roma, signora del mondo,
si decorasse di uno «studio generale» delle due leggi e delle arti
liberali, e gli impartì tutti i privilegî di università[844]. Pertanto
la fondazione dell’Angioino non prese le mosse dal decreto di Innocenzo
IV, giacchè essa doveva essere uno _Studium Urbis_, ma trovò favore
di amichevoli cure da Urbano IV, uomo che fu zelatore della scienza,
e, massime, fu il primo Papa che possedesse intelletto della filosofia
pagana. Egli aveva nominato a suo cappellano l’allora celebre filosofo
e matematico Campano di Novara, ne protesse gli studî ed accettò
l’intitolazione delle sue opere astronomiche. Godeva di circondarsi
di uomini eruditi, e trovava piacere ad udirne i ragionamenti[845].
Chiamò Tommaso di Aquino a Roma, e lo esortò a commentare le opere
di Aristotele, che già dopo del secolo duodecimo si erano venute
traducendo dal greco e dall’arabo, ed al cui studio il gran Federico II
aveva impresso un potente impulso. Tommaso, nato dell’antica famiglia
dei Conti longobardi di Aquino, era domenicano: educato a Parigi, era
stato discepolo di Alberto Magno a Colonia, e più tardi, abbandonata la
cattedra che teneva a Parigi, nell’anno 1261 veniva a Roma[846]. Quivi
nella scuola palatina il grande Scolastico insegnò filosofia e morale
fino all’anno 1269, ora a Roma, or nelle città in cui i Pontefici
tennero corte. Dipoi per due anni fu ancora a Parigi, ma nell’anno 1271
tornato a Roma, non vi stette a lungo, perocchè Carlo I lo chiamasse a
Napoli. Quell’uomo di genio morì peraltro nell’anno 1274 nel convento
di Fossanova, mentre viaggiava per recarsi al Concilio di Lione: e
poco dopo in questa città passava di vita anche il grande mistico
Bonaventura di Bagnorea, orgoglio dei Minoriti di cui era generale, e
celebrato commentatore del maestro di sentenze. Anch’egli per lungo
tempo aveva insegnato a Parigi; e, come Alberto Magno di Colonia e
come Tommaso, può darsi che di tratto passeggiero anch’egli abbia dato
lezioni in Roma.
In breve tempo Tommaso s’accorse che la Scolastica non era fatta per i
Romani. Roma non fu mai la patria della filosofia; alle speculazioni
astratte erano inadatti uomini come loro, di concetti giuridici e di
spirito pratico: e la Scolastica non pose radice in Roma, allo stesso
modo che in Italia occupò le menti soltanto alla sfuggita. I grandi
uomini di genio speculativo che Italia produsse migrarono a Parigi:
così nel secolo duodecimo era stato di Pietro Lombardo, così nel
decimoterzo fu di Tommaso e di Bonaventura. Fino gli ingegni romani
non trovavano terreno fecondo alla loro attività nella nativa città,
e preferivano di andare ad insegnare in università straniere. Perlochè
troviamo parecchi Romani da maestri massime nella università parigina,
come fu appunto di Anibaldo degli Anibaldi (1257-1260), di Romano
Orsini (1271), più tardi di Egidio Colonna, e, al tempo di Bonifacio
VIII, di Jacopo Stefaneschi[847]. Nessun Pontefice trattenne quegli
uomini a Roma; nessun Senatore li chiamò ad una cattedra nella loro
Città; perciocchè, ripetiamo, qui una publica università non esistesse.
Lo «Studio» ordinato da Carlo I, se anche veramente sia stato posto
in essere, non diede mai segno di vita; e a nessun Pontefice dopo di
Urbano IV (e sì che fra loro vi furono Romani parecchi, e ragguardevoli
uomini) passò mai per il capo di dare un’università alla città capitale
del mondo. Così la andò fino a Bonifacio VIII; chè primo di tutti
questo erudito Papa fu il fondatore della università romana, che oggi
si appella «della Sapienza». Ordinò egli la fondazione di uno «Studio
generale» che comprendesse tutte le facoltà; e dal tenore della sua
Bolla si pare che egli creò questo istituto nuovo di pianta. Ai dottori
ed agli scolari concesse giurisdizione loro propria sotto rettori da
loro eletti, gli esentò da imposte, e accordò ad essi tutti i privilegî
di università. La fondazione di questo ateneo, che ebbe subito vita e
che il Comune mantenne colle entrate di Tivoli e di Rispampano, adorna
la memoria di quel Papa con gloria imperitura. Promulgò la Bolla di
fondazione da Anagni, ai 6 di Giugno 1303, pochi mesi prima della sua
caduta: e fu la miglior lettera con cui si accommiatasse da Roma[848].
§ 2.
Vengono in fiore gli studî di storia. — Primi Storici che scrivessero
in volgare. — Roma non ha storiografi, nè annalisti. — L’archivio
capitolino manca di documenti del medio evo. — Storiografi dei Papi e
della Chiesa. — Saba Malaspina. — Giovanni Colonna. — Egidio Colonna.
— Suo trattato «Del reggimento dei Principi». — L’_Oculus Pastoralis_.
— Poeti. — Poesie dei Francescani. — Fra Jacopone. — La lingua volgare
romana, e giudizio che Dante ne dà. — Il cardinale Jacopo Stefaneschi
poeta e protettore di dotti.
Accanto alla scienza giuridica prendeva adesso in Italia rilevantissimo
svolgimento anche lo studio della storia. Esso levossi in fiore nel
regno di Sicilia sotto la splendida dinastia degli Svevi; e in pari
tempo lo si coltivò nell’Italia settentrionale e in quella di mezzo.
Cronisti vennero scrivendo gli annali delle loro libere città, o di
proprio intendimento o per incarico officiale. E Firenze diede i due
primi scrittori di lingua toscana che storici veramente si possano
chiamare, Dino Compagni e Giovanni Villani.
Fra tanta copia di Storiografi stupisce per fermo il vedere che Roma
anche durante il secolo decimosecondo non ne producesse pur uno.
Meravigliando osserviamo che le migliori notizie della storia civica di
Roma, anche nelle sue epoche più eminenti, ci sia forza attingerle da
Cronisti inglesi. Delle cose dei Romani erano meglio informati Rogero
Hoveden e Matteo Paris (e prima di loro Guglielmo di Malmesbury) che
Cronisti italiani; e più di questi ne sapeva il francese Guglielmo di
Nangis. Gli Inglesi trovavansi allora in vivissime relazioni con Roma,
e possedevano uno spirito calmo, osservatore, studioso dei rapporti
molteplici del mondo, laddove per lo contrario la Storiografia italiana
portava impressi i caratteri della divisione politica della nazione,
e perciò si restringeva ai limiti angusti di cronica di città. Al
senato romano non venne mai in mente di commettere ad uno scrittore la
compilazione di annali, sì come Genova fece; nè alcun Romano concepì
il disegno di dettare la storia della sua patria come Giovanni Villani
imprese a Firenze, e come altri cittadini amanti del loro paese fecero
fin nei minori Comuni d’Italia.
V’hanno ad ogni modo alcune ragioni che ci spiegano la causa per cui
difettassero scrittori di annali romani. Questo compito era più astruso
che la compilazione delle Croniche di ogni altra città, perocchè i
rapporti storici di Roma col mondo vi dessero dimensioni troppo ampie.
Da altra parte la Republica del Campidoglio non possedeva la robusta
individualità, nè la libertà di altre città. Uno scrittore di storia
civile a Roma non avrebbe potuto dettarla con giudizio independente
senza venire alle pugna col Papato temporale; e perciò vedremo che gli
inizî degli annali della città di Roma appartengono soltanto all’età
in cui i Pontefici dimorarono in Avignone. Nel secolo decimoterzo
non v’ha alcuna _Cronica_ cittadina di Roma, nè alla sua mancanza
può più supplirsi bastevolmente con documenti dell’archivio comunale,
perciocchè difettino anche questi. Mentre città mediocri dell’Umbria
e del Patrimonio, come sono Viterbo e Todi, Perugia ed Orvieto, fin
Narni, fin Terni, ebbero conservato de’ grandi avanzi di carte de’
loro tempi republicani; mentre nei loro archivî (sventuratamente sono
in parte abbandonati e senza cure) si conservano Regesti scritti in
pergamena a bei caratteri, e vi si trovano i protocolli delle tornate
dei Consigli (_libri deliberationum_), l’archivio capitolino invece non
conserva più documenti di cotale specie, onde un tempo era stato più
ricco degli archivî di tutte quelle città.
Soltanto in scarsissima parte la storia della città di Roma trova
illustrazione nelle «Vite dei Pontefici» di quel tempo. Gli scrivani
pontificî non potevano fare a meno di trattare dei casi urbani, ma
lo facevano alla leggiera, dal punto di vista ecclesiastico e in
senso decisamente ostile alle libertà. L’antico Libro dei Papi, di
compilazione officiale (cui nel secolo decimosecondo continuarono
Pietro Pisano, Pandolfo e Bosone cardinale), era rimasto parecchie
volte interrotto, e negli ultimi tempi pieno di lacune. Con Innocenzo
III incomincia, ma anche questa con interruzioni, un’altra serie vuoi
di continuazione degli Annali pontificî, vuoi di Biografie staccate
che stanno da sè, e sono attinte alla cancelleria officiale, i cui atti
dall’anno 1198 fino ai dì nostri si sono conservati quasi completamente
con nome di «Regesti dei Papi». A quella serie danno incominciamento
«le Geste di Innocenzo III» dettate da un prete contemporaneo; l’autore
innominato tratta con molta ampiezza delle attenenze del mondo, massime
dell’Oriente e della Sicilia, ma non s’occupa di Germania: senza
chiarezza e senza connessione parla della storia urbana di Roma, e
bruscamente pone fine ancor prima della morte del Papa.
Ad un contemporaneo appartiene eziandio la scrittura officiale della
Vita di Gregorio IX; riboccante di odio fanatico contro Federico II, è
dettata con istile da curiale, colorato di frasi bibliche. Molto più
degna di nota è la Biografia di Innocenzo IV, scritta da Nicolò de
Curbio suo cappellano che più tardi fu vescovo di Assisi. Il libro si
collega alla Vita di Gregorio IX e merita gran lode, sebbene manchi di
esattezza e non sia altro che un’apologia: ma il bell’ordine, il buon
latino e lo stile scorrevole lo rendono una delle più attraenti opere
di quella specie.
Nessuno dei Papi del secolo decimoterzo, che vennero dopo di
quell’Innocenzo, ebbe di eguali Biografi. I brevi cenni delle loro
vite si trovano riuniti nelle Collezioni del secolo decimoquarto,
cui attesero Bernardo Guidone domenicano e Amalrico Augerio priore
degli Agostiniani. La storiografia dei Pontefici diventò compito
esclusivo dei frati mendicanti, chè segnatamente i Domenicani ne
furono scrittori operosi. Il boemo Martino di Troppavia, appellato
_Martinus Polonus_, compose la sua _Cronica_ degli Imperatori e dei
Papi, manuale inzeppato di assurde fole che pur diventò celeberrimo, e
falsò e dominò la storia del Papato[849]. Ebbe a imitatori (e furono
migliori di lui) il domenicano Tolomeo di Lucca, il quale compilò
un’utile Storia Ecclesiastica dalla natività di Cristo fino all’anno
1312, e Bernardo Guidone che scrisse una notevole Storia dei Pontefici
e degli Imperatori. Queste opere però appartengono al secolo venturo, e
soprattutto non fanno parte della cultura cittadina di Roma[850].
Ad ogni modo la Città si onora di uno Storico nativo di essa, che
fu Saba Malaspina, decano di Malta e scrivano di Martino IV: la sua
opera ha sì color guelfo ma è pregevole per imparzialità, ed ha sparso
molta luce storica sulla caduta degli Hohenstaufen e sulla rivoluzione
angioina. La lingua ne è oscura e pesante, ma lo stile è robusto ed
il concetto ha spirito di verità. Il Malaspina si prende pensiero
anche delle cose civiche; talvolta lo fa con amoroso sentimento di
patria; e quantunque egli fosse investito di una carica officiale,
tuttavia possedeva abbastanza cuore per esprimere ammirazione del
genio di Manfredi e cordoglio della sorte di Corradino. Questo solo
Storico fiorisce come una pianta rara nel deserto letterario di Roma,
ed ei fa vivamente deplorare che anche altri Romani non ci abbiano
tramandato la storia politica del loro tempo[851]. Contemporaneo suo
fu Giovanni Colonna, che siedette arcivescovo di Messina nell’anno
1255, e morì negli ultimi anni del secolo. Egli scrisse una _Cronica_
universale col meraviglioso titolo di _Mare historiarum_, compilazione
che fa conoscere come per certo il suo autore fosse di intelletto
mediocre[852]. Il suo parente Egidio Colonna, nato nel 1247, splende
per lo contrario come uomo di indubitabile eccellenza nelle lettere:
partigiano de’ Papi, discepolo di Tommaso d’Aquino, precettore di
Filippo il Bello, vescovo di Bourges, celebratissimo maestro di
scolastica e di teologia a Parigi, fu seguace del despotismo romano,
professò le dottrine di Tommaso d’Aquino sulla onnipotenza del Papa,
difese fervidamente Bonifacio VIII contro il Re di Francia[853].
Egidio fu il primo letterato celebre di quella casa Colonna, che nel
secolo decimosesto ebbe la gloria di dar nascimento alla poetessa
Vittoria. Lo si chiamò principe dei teologi, compose un numero grande
di opere filosofiche e teologiche, e per Filippo di Francia scrisse il
libro: «Del reggimento dei Principi», una delle più antiche scritture
del genere «Dello specchio dei Principi», ma dove indarno cerchi
scintilla di mente politica. Il Re francese s’avrà compiaciuto del
suo maestro, ma abbiamo i nostri gran dubbî che egli abbia mai letto
quella pedantesca scrittura[854]. Ed a riscontro di essa si può porre
l’_Oculus pastoralis_, specchio dei reggitori republicani, il quale
con semplici forme insegnava ai Podestà delle città italiane il miglior
modo che dovevano seguire nell’arte di governare[855].
Per conseguenza i monumenti letterarî dei Romani nel secolo decimoterzo
non son tali da segnare un’epoca. E la loro pigra indole non si
commosse neppure del fuoco poetico che allora cominciava a scaldare la
nazione italica, formandone uno dei più bei fenomeni che registri la
storia della civiltà. Nell’Italia settentrionale poeti verseggiavano
in provenzale; e Alberto Malaspina, Percivallo Doria e il celebre
Sordello empievano il mondo romanesco dei loro nomi. In Sicilia la
lingua volgare diventava la lingua poetica della corte sveva. A Bologna
e in Toscana sorgevano poeti che cantavano di amore mondano ispirandosi
a idee metafisiche: e ivi otteneva grandissimo luogo Guido Guinicelli,
e Dante giovinetto vi poetava la sua canzone: «Amor che nella mente
mi ragiona». Nell’Umbria, terra di grazie e di sentimento, sorgeva
Francesco, il santo del popolo, pieno di quella poesia che sgorga da
un cuore acceso dell’amore celeste. Se anche non sia stato poeta (a
lui, ma non con assoluta sicurezza, si attribuisce l’inno «Altissimo,
omnipotente, buon Signore», in cui tutte le creature magnificano il
fattore del mondo), egli seppe tuttavia svegliare fra’ suoi discepoli
il fervore della poesia. Ne derivò la lirica dei Francescani, sublime
e accalorata di sentimento, ingenua e grave di espressione, tale
che oggidì ancora mette ad entusiasmo gli animi romantici. Conviene
confessare che quei trovatori monastici recarono in onoranza il
volgare, e diedero all’arte un indirizzo popolare: però esso nella
poesia italiana non si mantenne; in breve tempo fu soffocato dai
latinismi e dalle ricercatezze, cosa che fino ai dì nostri continuò ad
essere il peccato della poesia italiana. I Francescani poetarono anche
in latino. Tommaso di Celano scrisse il _Dies Irae_, inno di tremenda
sublimità, e Jacopone da Todi compose il celebre _Stabat Mater_, quadro
grandioso del giudizio universale e della passione, che più tardi fu
tema di celebri pittori[856]. Fra Jacopone poeta e demagogo, ispirato
alla follia santa della povertà spirituale, si ribellò a Bonifacio VIII
e lo punse con satire, allo stesso modo che dopo di lui fece Dante.
Jacopone fu il maggior poeta della scuola francescana, ebbe genio
veramente poetico, e vena di passione creatrice[857].
A Roma in questo tempo non troviamo alcun poeta che scrivesse versi
d’amore. L’antico manoscritto che si conserva in Vaticano, e contiene
poesie volgari dei primi secoli, non registra alcun nome di Romani
accanto a quello di don Arrigo infante di Castiglia e senatore di Roma.
La lingua popolare, che in Italia si compose così felicemente come
«volgare illustre», non ebbe a Roma cultori. Là il latino continuò
ad essere la lingua della Chiesa, del diritto, dei negozî civili; nè
alcuna iscrizione in volgare si nota fra i molti epitaffi sepolcrali
di quel tempo, i quali per lo più conservano ancora di proposito
deliberato la forma già antiquata di versi leonini. I Romani tenevano
in poco conto la lingua volgare, e Dante alla sua volta sprezzevolmente
dava al dialetto della loro città nome di «triste linguaggio dei
Romani», zotico e deforme come i loro costumi; e lo paragonava
all’eloquio delle Marche e di Spoleto. Ma senza dubbio esagerava: forse
che il volgare romano sarà stato veramente più rozzo di quello dei
Bolognesi, che Dante (e pare strano) tenne in sì alta estimazione?[858]
Però noi possediamo dei carmi latini di un Romano del tempo di
Bonifacio VIII, del cardinale Jacopo Stefaneschi. Compiacendosi ei
narra di avere apparato scienze liberali a Parigi e leggi a Bologna,
e di avere studiato da sè Lucano e Virgilio per torseli a modello.
Questa confessione può dimostrare che a quel tempo gli studî classici
non erano coltivati in iscuole fiorenti; per lo manco non udiamo
parlare che a Roma ne esistessero, laddove in Toscana e a Bologna
il Buoncompagni e Brunetto Latini se ne acquistavano bella fama
di maestri. Jacopo Stefaneschi in tre poemi cantò della vita e dei
miracoli di Celestino V e della coronazione di Bonifacio VIII; di
più dettò una scrittura sul giubileo dell’anno 1300 ed un trattato
sul Ceremoniale della Chiesa romana. Le opere di lui sono documenti
preziosi per la storia della sua età, della quale ei fu testimone
oculare; però la sua musa manca di scioltezza ed è schiava di una
pedanteria erudita. La sua lingua, anche negli scritti di prosa, pare
un ammasso di geroglifici, ed è un tale viluppo di barbarismi che mette
meraviglia e dev’essere tenuta in conto di bizzarria contro natura.
Il Cardinale scrisse in Avignone, dove morì nell’anno 1343. Fu amico
verace delle scienze, e nel medio evo tornò ad essere il primo mecenate
di Roma, massime degli artisti, fra i quali pregiò e incoraggiò il
genio di Giotto. Quel benemerito Romano fiorì sulla fine del secolo
decimoterzo e sul principio di quello decimoquarto, ed ebbe una
cultura sì svariata, da potersi dire che omai egli tocca il periodo del
Petrarca in cui sorgono gli studî d’umanità[859].
§ 3.
Edificazione di chiese. — Il san Pietro e il Vaticano. — Il san Paolo.
— Il Laterano. — La cappella _Sancta Sanctorum_. — Si pone termine
alla fabbrica del san Lorenzo fuor delle mura. — La santa Sabina. —
Ospitali. — Santo Spirito. — Il san Tommaso _in Formis_. — L’Ospitale
attiguo al Laterano. — Il sant’Antonio abate. — Stile gotico in Roma.
— Santa Maria sopra Minerva. — Casamari. — Fossanova. — Tabernacoli
gotici nelle chiese romane. — Famiglia dei Cosmati. — Tombe del secolo
decimoterzo. — Caratteri di scrittura degli epitaffi romani.
Anche fra i Pontefici di questa età furonvi patroni delle arti: di
essi annoveriamo Innocenzo III, Onorio III, Onorio IV, primi fra tutti
il terzo e il quarto Nicolò, ed eziandio Bonifacio VIII. Nessun Papa
fu più liberale di Innocenzo. Nel lungo catalogo de’ suoi doni votivi
appena trovi mancare una sola chiesa di Roma: ed egli sopra ogni altra
cosa pose mano alla restaurazione di tutte le romane basiliche[860].
Nel san Pietro ornò la tribuna di musaici, chè gli antichi erano periti
colla vecchia basilica, ed altresì imprese a riparare l’atrio che era
stato devastato dal Barbarossa: il lavoro ne fu compiuto da Onorio
III e da Gregorio IX. Presso al palazzo vaticano Innocenzo continuò
le fabbriche incominciate dai suoi antecessori, rizzò un edificio
ancor più grande, e lo circondò di mura e di torri a custodia del suo
ingresso[861]. Le turbolenze di Roma facevano del Laterano il teatro
perpetuo di feroci battaglie di cittadini, laonde era pur necessario
che i Papi si costruissero presso il san Pietro un’abitazione ben
munita: e dall’incominciamento del secolo decimoterzo venendo in giù
vi edificarono una loro residenza nella quale tennero tratto tratto
dimora. Tornato di Lione, Innocenzo IV fece nuovi lavori nel palazzo
vaticano, e dopo il 1278 ve li continuò il magnifico Nicolò III Orsini,
chiamandone ad architetti fra Sisto e fra Ristori, che fece venire
di Firenze a Roma. Sgombrò l’accesso al Vaticano, e vi piantò i suoi
giardini che cinse di muro e di torri. In tal maniera si ridestava
anche il senso del bello di natura, e per la prima volta dopo parecchi
secoli Roma vide nuovamente porre le basi di un parco. Nicolò III fu il
primo fondatore della residenza vaticana nella sua figura storica[862].
La basilica di san Paolo fu ripetutamente restaurata e resa adorna.
Nella prima metà del secolo decimoterzo se ne fabbricò il magnifico
chiostro, edificio bellissimo di quanti Roma possieda di quella
specie. Vi ha delle somiglianze il cortile che è nel Laterano, e
che fu composto nella stessa età; entrambi furono opera dei Cosmati
romani[863].
La chiesa madre lateranense fu, subito dopo la traslazione del Papato
ad Avignone, divorata da un incendio; per conseguenza non contiene
che pochi monumenti del secolo decimoterzo. Nicolò III la aveva
restaurata, e in quell’attiguo palazzo aveva costruito la cappella
_Sancta Sanctorum_, architettura di uno dei Cosmati. Il lettore di
queste Istorie ben sa che essa era la cappella domestica dei Pontefici,
e che ivi si celebravano le più solenni funzioni, massime nelle feste
di Pasqua. Vi si custodivano le più venerate reliquie, il ritratto del
Salvatore «non fatto da mani d’uomo», e le teste dei principi degli
Apostoli. Il leggiadro edificio di Nicolò III, rivestito di marmi
nelle sue pareti interne, ornato di colonne torte, con frontoni di
stile gotico, con mosaici e con pitture, esiste ancora oggidì, unico
avanzo dell’antico palazzo lateranense[864]. Ed anche questo, consueta
residenza dei Pontefici, per vecchiezza e per grande quantità delle
sue parti era ito in decadimento, e già Gregorio IX lo aveva nuovamente
edificato da capo a fondo, e fortificato[865]: dopo di lui anche Nicolò
III continuò a lavorarvi. Tuttavolta i Papi non si accontentavano
delle case vaticane e lateranensi; Onorio IV si costruì una residenza
presso alla santa Sabina, e Nicolò IV un’altra vicino alla santa Maria
Maggiore. Fino nella Campagna, a Monte Fiascone, a Terni, a Viterbo,
a Soriano i Papi edificarono ville e palazzi, e questo crescente amore
di pompe valse loro da parecchie parti aspro biasimo, perciocchè vi si
scorgessero troppe tendenze mondane o soverchio nepotismo[866].
Degna di nota è la fabbrica cui Onorio III attese nel san Lorenzo:
ne compose il portico, e congiunse assieme le due vecchie basiliche.
Osservammo come sorgessero conventi di frati mendicanti, ma anche
questi edificî furono ampliamenti di altri già esistenti, se si
eccettui forse il monastero di santa Sabina che Domenico eresse, e dove
parimenti si trova un cortile di stile romano[867].
La più meritevole opera che i Papi imprendessero, furono gli istituti
di beneficenza. Il maggiore di tutti questi fu l’ospizio degli infermi
e dei trovatelli di Santo Spirito cui Innocenzo III fondò, sia che una
visione avuta in sogno (così vien detto) gliene ispirasse l’idea, sia
che ve lo inducessero gli epigrammi dei Romani, i quali gli facevano
censura di avere eretto la torre gigantesca dei Conti per le mire
ambiziose della sua famiglia[868]. Egli costruì l’ospitale in vicinanza
di santa Maria in Sassia, dove un tempo Ina re degli Anglosassoni aveva
composto un ricovero di pellegrini (_schola Saxonum_). Quel bello
istituto, nel 1204, Innocenzo III affidò al governo del provenzale
Guido, che a Mompellieri aveva raccolto un ordine di Ospitalieri sotto
il titolo dello Spirito Santo. L’antica casa degli Anglosassoni si
trasformò nell’ospitale di Santo Spirito, e questo nome passò alla
chiesa. La fondazione fu ampliata da Pontefici che vennero dopo, fu
riccamente dotata, e ridotta a tale che la maggiore di quella specie
non v’ha in tutto il mondo[869].
Alcuni anni prima era sorto l’ospitale di san Tommaso sul Celio, vicino
l’arco di Dolabella: chiamossi in Formis dall’acquedotto che ivi era,
e Innocenzo III lo affidò al nizzardo Giovanni de Mata il quale aveva
composto l’ordine dei Trinitarî all’intento di riscattare gli schiavi
cristiani. La piccola chiesa ora esiste in forma mutata dall’antica, e
dell’ospitale non si conserva che l’avanzo della vecchia porta presso
l’entrata della villa Mattei[870]. Un terzo ospitale nell’anno 1216
fondò il cardinale Giovanni Colonna presso al Laterano, dove tuttora
dura. Il cardinale Pietro Capocci nel suo testamento ne eresse un
quarto, quello di Sant’Antonio Abate in vicinanza della santa Maria
Maggiore: gli infelici che infermavano del fuoco di Sant’Antonio vi
trovavano cura dai frati di un ordine che s’era formato nella Francia
meridionale. Però di quell’ospitale non esiste più che l’antica porta
di marmo edificata in istile romano ad archi rotondi, ed è indice che
un tempo dovette essere stato un edificio non piccolo[871].
Nel complesso, anche durante il secolo decimoterzo l’architettura
ecclesiastica di Roma non ispiegò forme grandiose. Non si palesava il
bisogno di nuovi edificî; le restaurazioni delle basiliche antiche
per sè sole davano abbastanza a fare, e Roma non costruì più grandi
chiese nell’età in cui, creazioni di un’êra nuova, sorgevano i duomi
magnifici di Firenze, di Siena e di Orvieto. Nella seconda metà del
secolo decimoterzo anche a Roma per certo s’iniziò lo stile gotico, e
per la prima volta, come vedemmo, lo si adoperò nella cappella _Sancta
Sanctorum_. Quello stile cavalleresco e mistico del settentrione fu
adottato dai frati mendicanti, e adoperato ad Assisi nella chiesa
ove ebbe sepoltura il loro Santo: la sua forma si modificò secondo il
genio artistico degli Italiani; peraltro il gotico non trovò terreno
favorevole a Roma terra di gusto severo e classico. Appena fu che se ne
facesse uso in santa Maria sopra Minerva, la cui edificazione Nicolò
III fece incominciare nell’anno 1280 per opera di fra Sisto e di fra
Ristori, architetti di santa Maria Novella di Firenze[872]: e quella
chiesa a mezzo gotica fu nel corso di lunghi secoli il solo edificio
tutto nuovo e di qualche grandezza che sorgesse nella città capitale
del mondo cristiano! Per lo contrario, già sul principio del secolo
decimoterzo, nel Lazio si fabbricavano in bello stile gotico le chiese
dei conventi di Casamari e di Fossanova[873].
Soltanto in alcuni tabernacoli posti sugli altari e in alcuni sepolcri,
anche a Roma sulla fine di questo secolo predomina la forma gotica
unita a decorazioni di musaico secondo la foggia romana. Le chiese
della Città possedono ancora parecchie di quelle opere graziose che
appartengono ai monumenti più attrattivi del medio evo romano. In parte
sono lavori di maestri toscani, e tale è appunto il bel tabernacolo del
san Paolo, che vuolsi composto nell’anno 1285 da Arnolfo di Cambio,
celebre scolare di Nicola Pisano: in parte sono opera dei Cosmati, e
tale è il tabernacolo della santa Maria in Cosmedin che il cardinale
Francesco Gaetani fece comporre da Diodato[874]. Ormai fino dal secolo
undecimo artefici romani eransi dati con molta attività ai lavori in
marmo, e gran numero di opere fecero anche nell’Italia meridionale e
in quella di mezzo. Si nominarono _Marmorarii_ ovvero _arte marmoris
periti_; e questo appellativo è assai caratteristico per Roma[875].
Infatti la Città era tutta sparsa di ruderi preziosi di marmo; era una
vera Carrara cui attingevano città straniere. Pertanto si venne ivi
propriamente educando un’arte di decorare a musaico con pezzi di marmi,
e del continuo vi dava impulso anche l’esemplare dei vecchi musaici di
case e di templi. Da edificî antichi si staccavano lastre di marmo, e
si segavano colonne magnifiche per trarne materiale di ornati, massime
per formarne pavimenti di chiese, che si componevano con artistiche
figure a pezzi di porfido, di serpentino, di giallo, di marmo bianco e
nero. Si tappezzavano a musaico tabernacoli, amboni, altari, sepolcri,
cattedre vescovili, candelabri, colonne, archi e cornici di chiostri.
E cotali lavori (alcuni sono veramente leggiadri), specialmente i
pavimenti delle chiese, durano accusatori del perpetuo saccheggio che
davasi all’antica magnificenza di Roma, la cui dovizia di marmo ogni
giorno soffriva violente trasformazioni senza che si esaurisse mai.
Fra quegli artisti romani crebbe, dopo la fine del secolo duodecimo,
una illustre famiglia di scalpellini, quella dei Cosmati, che ebbe per
l’arte una rilevanza nazionale grandissima. La memoranda famiglia, che
colla sua operosità abbracciò un secolo intiero fino al principio del
decimoquarto, splende ancor più dappoichè Roma fu povera d’ingegni
creatori; e quella gente fiorì in figliuoli e in nipoti dai nomi di
Cosma, di Lorenzo, di Jacopo, di Luca, di Giovanni e di Diodato. Dalla
Toscana i Cosmati sulla fine del secolo decimoterzo trassero lo stile
gotico, e questo per via di loro produsse in Roma alcune vaghissime
opere. Se anche i loro lavori non rivaleggiano colla scuola pisana,
e sebbene eglino non abbiano conseguito la gloria di un Arnolfo, di
un Cimabue, di un Giotto, tuttavolta ornarono Roma della sola scuola
d’arte che possa dirsi originale perchè era intieramente romana. Con
indefessa operosità riempierono Roma, il Lazio, l’Etruria ed eziandio
l’Umbria di lavori graziosi in cui l’architettura si sposa alla
scultura ed alla pittura in musaico, nei tabernacoli, negli amboni,
in sepolcri, in portici e in chiostri. Ed i Cosmati sparvero di Roma
in quel tempo medesimo nel quale il Papato (che aveva cominciato a
proteggere l’arte) lasciò la Città per andarne ad Avignone: quegli
artisti e l’opera loro si perdettero nel fitto buio dell’abbandono
completo cui Roma fu condannata durante l’esilio avignonese[876].
Monumenti ragguardevoli d’arte e di storia sono in Roma i sepolcri,
che per la più parte si composero soltanto gli ecclesiastici del
maggior clero. Ancor durava la usanza di adoperare sarcofaghi antichi a
tumulare i morti; però, venuta in fiore la scuola pisana, cominciarono
a erigersi eziandio monumenti nuovi. Allorquando morì Innocenzo V,
Carlo d’Angiò ordinò al suo cameriere che trovavasi a Roma di cercare
un sarcofago di porfido entro cui deporre la salma di quel Papa;
che se non si trovasse, comandava di far costruire una bell’urna
sepolcrale[877]. Nessun monumento di uomini celebri della prima metà
del secolo decimoterzo s’è in Roma conservato, ed è a deplorarsi la
perdita di tante tombe, massime di quelle che erano in san Giovanni e
nel san Pietro. Alla serie dei sepolcri che esistono ancora oggidì dà
principio nel san Lorenzo la sepoltura del cardinale Guglielmo Fieschi
morto nel 1256, quello per l’appunto che, andato nunzio in Puglia,
fu rimandato così sconciamente da re Manfredi. Le sue ossa riposano
in un antico sarcofago di marmo i cui bassi rilievi rappresentano
una ceremonia nuziale romana. Che sorta di simbolo per la tomba di un
cardinale! All’arte del medio evo non vi appartiene che il tabernacolo,
di forme semplici, a linee rette, le cui pitture raffigurano Cristo
sedente in trono con vicini Innocenzo IV e san Lorenzo, il Cardinale e
santo Stefano. Epitaffi lunghi e di stile pomposo celebrano le lodi del
morto.
Vi tiene dietro la tomba del cardinale Riccardo Anibaldi, l’amico di
Tommaso d’Aquino, il celebre condottiero dei Guelfi, il partigiano di
Carlo d’Angiò. Il monumento, semplice e severo, s’innalza in Laterano
nella navata a sinistra: è di età moderna come l’epitaffio, poichè fu
rinnovato; però la figura di marmo è ancora l’originale. Il sepolcro
desta una grande attrattiva, come quello che richiama alla mente la
grande epoca degli Hohenstaufen e dell’interregno; chè infatti Riccardo
visse da cardinale nell’intiero periodo che trascorse dai giorni di
Gregorio IX fino a quelli di Gregorio X; morì a Lione nell’anno 1274.
Un altro cardinale di quell’età, ma più giovane di lui, Anchero di
Troyes, morto nel 1286, è sepolto in santa Prassede in un monumento
bene conservato, il quale dimostra il notevolissimo progresso che aveva
fatto la scultura romana; e certo è opera dei Cosmati. La figura del
morto riposa sopra un letto ed è coperta di una coltrice di marmo a
vaghi ricami, che scende rovescioni sopra alcune piccole colonne, i cui
fondi sono a musaico[878].
In Araceli troviamo le arche della casa Savelli. Là questa nobile
famiglia nella seconda metà del secolo decimoterzo si edificò una
cappella, ornandola di pitture; ed oggidì ancora essa contiene
due tombe; l’una della madre di Onorio IV dove sta sepolto anche
questo Papa, e l’altra mausoleo dei senatori Savelli. La prima è un
sarcofago, fattura degli artefici di quel tempo, decorato di musaici
a fondo d’oro, con sopra un tabernacolo a linee rette. Su di esso
evvi la statua in marmo di Onorio IV giacente, di volto bello e senza
barba: fu Paolo III che per primo la tolse dal Vaticano e la collocò
su quel sarcofago dove era già sepolta la madre di Onorio, Vana
Aldobrandeschi[879]. Il secondo monumento in bizzarra guisa intreccia
le antiche forme con quelle del medio evo; vi serve di base un’urna
di marmo con basso rilievi bacchici che appartengono al tempo della
decadenza dell’arte romana: sopra s’eleva un sarcofago a musaico
con frontespizio gotico. Sul davanti sono disposti a tre riprese gli
stemmi della famiglia, e vi sono incise senza ordine inscrizioni di età
differenti. Infatti in quel monumento riposano parecchi dei Savelli:
primo il senatore Luca, padre di Onorio IV, di Giovanni, di Pandolfo,
i quali a lui eressero la tomba: indi il celebre senatore Pandolfo con
Andrea sua figlia; poi Mabilia Savelli moglie di Agapito Colonna, ed
altri famigliari ancora di età posteriori[880].
Nella Minerva ha sepoltura il cardinale Latino Malabranca per cui
proposta fu eletto papa Celestino V; e gli tiene compagnia il cardinale
Matteo Orsini. Il sarcofago ha la forma di un lettuccio di riposo,
su cui dorme la figura del morto. Questa tomba ci riconduce all’età
di Bonifacio VIII, cui appartengono le migliori opere della scuola
dei Cosmati. Giusto allora infatti Giovanni, figlio di Cosma secondo,
lavorava (sotto gli occhi di Giotto che trovavasi a Roma) intorno a
parecchi sepolcri di composizione eccellente, e costruiva sarcofaghi
coperti, di stile gotico con tabernacoli in musaico: i disegni ne
rappresentano la Vergine con Santi che fanno dall’alto corona al morto
il cui sonno due angeli di marmo proteggono: concetto di grazia così
leggiadra, che l’eguale non si trova più ne’ tempi posteriori[881].
La più celebrata opera di Giovanni è il monumento di Guglielmo Durante
nella Minerva, opera di sottile lavoro e di ottimo gusto[882]: e simile
è la tomba del cardinale Gonsalvo di Albano, dell’anno 1299, in santa
Maria Maggiore[883]. L’artista iscrisse il suo nome sopra una terza
opera di quella stessa specie in santa Balbina; ed è il bellissimo
monumento di Stefano della famiglia ghibellina dei Surdi, che fu
cappellano di Bonifacio VIII[884]. Incerto è se la tomba di Bonifacio
VIII, che trovasi nelle grotte del Vaticano, sia opera di Giovanni: là
per fermo si vede il sarcofago del Pontefice colla sua statua di marmo;
ma è opera di stile semplice e vigoroso, nè ha la eleganza graziosa
delle altre di cui dicemmo.
L’arte dei Cosmati s’accomiata colla tomba che fu eretta in Araceli a
Matteo di Aquasparta, generale dei Francescani, trapassato nell’anno
1302: è un monumento che non porta più il nome di Giovanni, ed è senza
iscrizione, ma appartiene alla scuola di quello artista[885]. Nello
stesso anno moriva il cardinale Gerardo di Parma: il suo monumento
è collocato in Laterano, nella navata a sinistra; ed è un sarcofago
semplice con un’iscrizione lunga e di stile barbarico in versi leonini.
Il coperchio dell’urna, su cui è disegnata soltanto la figura del
morto, fu più tardi sospeso alla parete perchè si potesse scorgere
l’imagine.
Conviene dare un’occhiata anche alle lapidi tumulari che trovansi
in sì gran numero nelle chiese romane; e paiono memorandi registri
marmorei dei morti. Un tempo coprivano il suolo delle basiliche quasi
che fossero un altro genere di musaico, ed ora poco a poco vanno
sparendo. Dal secolo ottavo in poi si aveva costumato seppellire i
morti nelle chiese; e il luogo ove era deposta la salma del trapassato,
per lungo tempo andava denotando una lapide nel pavimento, con sopra
scrittone il nome, la data della morte e il motto: «la sua anima riposi
in pace». Più tardi si usò incidere sul marmo oltre all’iscrizione
anche la figura di un cereo; indi, massime dopo il secolo decimoterzo,
si costumò di raffigurarvi (a rilievo o a semplici contorni) anche
la persona del defunto, in atto di dormiente sopra un guanciale, le
braccia conserte al seno, e gli stemmi famigliari a destra e a manca
presso al capo: nella cornice della lapide si scriveva l’epigrafe
in latino. Gli antichissimi di questi monumenti andarono per la
maggior parte distrutti; però se ne trovano ancora parecchi del
secolo decimoterzo in Araceli, in santa Cecilia, nella santa Maria
sopra Minerva, in santa Prassede, in santa Sabina, nel san Lorenzo
in Panisperna ed in altre chiese. Talvolta le lapidi sono decorate di
musaici; e la bellissima delle opere di questa specie è la lapide che
nell’anno 1300 fu posta in santa Sabina a Munio de Zamora, generale dei
Domenicani, ed è lavoro di mastro Jacopo de Turrita[886].
Questi monumenti, che nel secolo decimoquarto si fanno sempre più
numerosi, sono eziandio notevoli perchè danno un’idea delle fogge
di vestimento usate al loro tempo. Oltracciò essi dimostrano la
progressiva trasformazione dei caratteri della scrittura. Diciamone
poche parole. Nella prima metà del secolo decimoterzo in Roma si erano
conservati ancora gli antichi caratteri epigrafici, ma sulla fine
di quel periodo la loro forma si fa incerta, e si nota un arbitrio
assoluto nel loro disegno, massime in quello delle lettere E, M, N,
V. La linea retta già usata dai Romani comincia a cambiarsi in curva,
e gli E e i C principiano a chiudersi con una virgola. Sul finire del
secolo la scrittura diventa uncinata, e notevole per la forma nuova
è la figura del T, il quale ha prolungate e assai curve le branche
dell’asta traversale. Cotale forma pittoresca rende la scrittura varia,
strana a vedersi e di natura monacale. E i caratteri, che in figura
cosiffatta predominano in tutto il secolo decimoquarto e spariscono
soltanto nel decimoquinto coll’età del rinascimento, sono quelli che
vanno conosciuti sotto nome di gotici. Sebbene coi Goti essi abbiano
a far tanto poco quanto nulla ha a farvi lo stile d’arte che da loro
si appellò, tuttavolta si associano al gotico dell’arte, che sul
finire del secolo decimoterzo prese tanto grande svolgimento anche in
Italia. Nelle iscrizioni si confanno con esso così egregiamente come
la scrittura arabica s’accorda coll’architettura moresca. Esprimono
una trasformazione nel gusto estetico dell’umanità, e si accordano
colla foggia del vestire che in questo tempo va perdendo di semplicità:
essi stanno alla forma aristocratica dell’antica scrittura romana,
come la chiesa gotica sta alla basilica, come la lingua volgare sta al
latino[887].
§ 4.
Arti belle. — Scultura. — La statua di Carlo d’Angiò in Campidoglio.
— Statue ad onore di Bonifacio VIII. — Pittura. — Affreschi. — Lavori
di Giotto in Roma. — Viene in fiore la pittura di musaico. — Tribune
decorate da Jacopo de Turrita. — La «Navicella», musaico di Giotto in
Vaticano.
Nel grembo della Chiesa si raccoglievano le arti belle, come foglie
nel calice del fiore: dentro della Chiesa soltanto esse vennero a
maturanza, e furono ministre al suo solo servigio. La pittura, che a
preferenza d’ogni altra è l’arte appropriata a esprimere i concetti
di cose sacre, doveva perciò fiorire più largamente della scultura la
quale viveva di reminiscenze pagane. Nondimeno anche questa, durante
il secolo decimoterzo, fece in Roma progressi, sebbene fosse tenuta
dammeno dell’architettura ecclesiastica. Nei monumenti sepolcrali,
nei tabernacoli, nelle porte, nei portici si ravvisa un più eletto
gusto di forme, e, financo, lo studio degli antichi. In nessun luogo
più numerose che in Roma erano le opere dei vecchi tempi, i loro
sarcofaghi, le colonne, le statue; e si andava ridestando il senso di
apprezzarle convenientemente. Già Clemente III, sul termine del secolo
duodecimo, aveva fatto collocare innanzi al Laterano, come ornamento
publico della piazza, l’antica statua equestre di Marco Aurelio: forse
che gli artisti romani del secolo decimoterzo non avranno mirato con
attento e studioso occhio le bellezze delle vecchie statue? Il genio
del pisano Nicolò aveva qualche cosa del gusto antico, ed a Roma
vennero artisti della sua scuola: ma qui nessuno dei Cosmati si levò
a vera arte di scultore; e i capolavori dell’antichità, il Laocoonte,
l’Apollo di Belvedere, il Gladiatore morente giacquero ancora
profondati nei loro sepolcri, e vi rimasero fino a tanto che fosse
sonata l’ora d’uscirne e di mostrarsi ad uomini capaci di pregiarne
il valore. La composizione di statuette, cui diede sì grande impulso
lo stile gotico, nelle opere dei Cosmati trovasi ancora in embrione; e
presto in Roma la si abbandonò, come quella che repugnava al carattere
delle basiliche. Nella Città nulla fu fatto che pur somigliasse ai bei
rilievi dei pulpiti di Pisa, di Siena, di Pistoia; nulla si compose che
potesse gareggiare colle sculture del duomo di Orvieto. Un’unica opera
rivela che la scultura tornava ad avere coscienza della sua alleanza
antica colla vita politica. Ed infatti l’erezione di una statua grande
al naturale, che per ordine del senato si fece in Campidoglio a Carlo
d’Angiò, segna un avvenimento nella storia dell’arte, perciocchè la
scultura così per la prima volta si ponesse in Roma al servizio di
altri che la Chiesa non fosse. Sull’antico Campidoglio un dì i Romani
avevano rizzato tanti simulacri ad onore dei loro eroi e dei loro
tiranni; ed ora che le membra infrante di quelle statue vi giacevano
sparse qua e là in cumuli di ruine, i tardi nipoti una ne alzavano
di fattura rozza e goffa ad un conquistatore venuto di Gallia, loro
senatore, ed uomo tale che può dirsi il Nerone del medio evo. Fuor
di Roma Federico II aveva fatto rivivere il costume antico; chè a
Capua si vedevano le statue di lui e del suo cancelliere. E intorno
a quell’istesso tempo in Milano si levava a Oldrado podestà una
piccola statua equestre, che ancor si mira colà presso al Broletto; e
Mantova scolpiva un busto al suo Virgilio; e nell’anno 1268 i Modenesi
dedicavano una publica statua alla illustre e benefica dama Buonissima.
Può darsi che alla statua dell’Angioino abbia servito di modello
quella simile del gran Federico, oppure che il maestro si togliesse
ad esemplare il simulacro sedente di Pietro in Vaticano, ovvero che
egli si studiasse d’imitare la figura marmorea di qualche Imperatore
antico, che solitaria fosse tuttavia durata fra i ruderi di qualche
foro. Ad ogni modo re Carlo gli sedette innanzi affinchè ne ritraesse
le fattezze, perciocchè la statua sia veramente cavata dal naturale.
Monumento prezioso di Roma medioevale, lunghi secoli di barbarie la
separano dalle statue di Posilippo e di Menandro, che si conservano nel
museo vaticano, o da quella di Nerva che siede pari a un dio sul suo
trono: tuttavolta essa ha forme energiche come l’età dei Ghibellini e
dei Guelfi, e, ad onta di tutta la sua rozzezza, è piena d’espressione.
Dalla fisonomia cupa e severa dell’assassino di Corradino lo scalpello
di un artista egregio avrebbe a mala pena saputo cavare l’effigie di un
tiranno, meglio di quello che vi riuscisse fatto alla mano mal destra
di uno scultore del secolo decimoterzo: e questi invece, non ostante
la mescolanza del vestimento tradizionale antico col ritratto storico,
seppe riprodurre, senza falsarle, le sembianze caratteristiche di
Carlo[888].
All’età di Bonifacio VIII si rinnovò il costume di rizzare statue ad
uomini illustri; ed infatti parecchie città, massime quelle di cui fu
podestà, ne dedicarono a quel Pontefice: così avvenne ad Orvieto, a
Firenze, ad Anagni ed a Roma, in Vaticano, in Laterano; fin Bologna
nell’anno 1301 una statua gli elevò innanzi al palazzo del Comune[889].
I suoi nemici ne colsero il destro per muover biasimo a Bonifacio VIII;
ed invero nella scrittura accusatoria del Nogaret e di Plasiano è detto
espressamente che ei si fece porre dei simulacri d’argento in alcune
chiese per traviare il popolo e indurlo al culto degli idoli: prova
eminente del barbaro concetto che allora si aveva in Francia di quel
principio dell’arte[890]! Del resto le statue che si conservarono del
celebre Pontefice dimostrano che il ritratto in marmo non aveva peranco
assunto un fare spigliato e franco. La figura sedente che vedesi nella
parete esterna del duomo di Anagni è così stranamente rozza e tozza che
fa l’effetto di simulacro di un idolo.
Più della scultura fiorì a Roma la pittura, poichè nelle vecchie
basiliche essa serbava le sue tradizioni e serviva ad un principio che
non venne mai meno. Del continuo la pittura di muro e il musaico si
mantennero in uso, e quella, in ispecialità, ebbe un nuovo e notevole
svolgimento sulla fine del secolo decimoterzo. Le antichissime pitture
a fresco composte in questo secolo sono quelle in san Lorenzo, del
tempo di Onorio III, il quale ordinò a nuovo la bella basilica dove
coronò Pietro di Courtenay. Il Papa fe’ coprire l’atrio e l’interno
della chiesa con affreschi; ma oggidì sono in parte spariti ed in
parte furono restaurati con ritocchi così moderni che perdettero
la loro originalità. Nelle composizioni si rivela un carattere
grossolano; peraltro hanno tutta la vivacità dell’arte bambina, e in
questo somigliano alle pitture della cappella di Silvestro nei Quattro
Coronati[891]. Del rimanente quei lavori fanno testimonianza che sul
principio del secolo decimoterzo si adoperò la pittura a fresco sopra
pareti di grandi dimensioni; il quale uso con pari estensione d’arte e
con eguale ampiezza di proporzioni si palesa soltanto nella chiesa del
santo Speco a Subiaco.
Coll’età di Giotto (che fu il grande creatore degli affreschi ciclici)
quest’arte venne a magnifico fiore in Italia; lo dimostrano le pitture
di Assisi, di Padova, di Firenze. Anche a Roma Giotto dipinse fra
l’anno 1298 e il 1300. Sventuratamente perirono gli affreschi ch’ei
condusse nel san Pietro e nella loggia del Laterano, donde Bonifacio
VIII bandì l’anno giubiliare: e parimenti andarono perduti i lavori
di Pietro Cavallini romano, che fu suo discepolo. Delle pitture «al
fresco» di Giotto soltanto un frammento può vedersi in Laterano sopra
un pilastro, dove lo si conserva difeso da una custodia di vetro: con
fattezze fedeli come di ritratto rappresenta il Papa che da quella
loggia annuncia il giubileo.
Opere di gran rilevanza la pittura in musaico compose a Roma nel secolo
decimoterzo; e durano ancora a decoro di alcune chiese. Quest’arte
nazionale romana aveva prodotto lavori eccellenti fino al secolo sesto;
indi era decaduta per ridestarsi a vita nuova nel secolo duodecimo.
Nel decimoterzo vi diè un impulso potente la influenza della pittura
toscana, senza però che ne ricevesse innovazioni essenziali il suo
sacro concetto romano. Ed anzi l’arte romana del musaico a questa età
risorge nel suo antico splendore cristiano sposandone l’idea al gusto
antico. Anche qui i suoi lavori principiano con Onorio III, rozzi
dapprima e impacciati, come vedesi nella cornice del portico di san
Lorenzo, e nelle nicchie di santa Costanza in prossimità della santa
Agnese (sono del tempo di Alessandro IV); ma poi vengono assumendo un
fare sempre più spigliato. E già Onorio III incominciò il gran quadro
della tribuna nel san Paolo, che Nicolò III, quand’era ancora abate
di quel convento, ridusse a compimento. Perciò l’opera ha un duplice
carattere di stile, ma ormai essa dà incominciamento alla seconda epoca
della pittura romana, che, seguendo le orme di Cimabue e precorrendo
Giotto, stupendamente fiorì sul termine del secolo decimoterzo:
brevissimo fiore, perocchè indi la nuova barbarie che sopravvenne
durante l’esilio avignonese, violentemente tagliasse a quell’arte la
via del suo progresso organico, e la spegnesse.
Sulla fine del secolo decimoterzo splendette in Roma una scuola di
musaicisti, nella quale (come capo e maestro suo) ottenne rinomanza
immortale Jacopo della Turrita insieme con Jacopo di Camerino socio o
scolare di lui. Credesi che fossero entrambi frati minori. L’entusiasmo
dei Francescani, che aveva fondato il primo tempio dell’alleanza delle
arti italiane mercè la chiesa di Assisi ove fu sepolto il loro Santo,
die’ in Italia un impulso vivificatore all’attività creatrice. Il
Turrita, al tempo di Nicolò IV, compose nella tribuna del Laterano
una serie di figure di Santi e di simboli cristiani; e sebbene
ancora vi appaia confusione di stile, tuttavolta vi si spiega tanta
abbondanza di concetti pittorici che Roma da secoli non aveva più
visto l’eguale[892]. Tutto il quadro si aggruppa intorno alla croce
scintillante di gemme che è posta sotto una mezza figura del Salvatore:
quest’è di origine più antica, e spicca in campo d’oro; le figure
poi sono disposte da una parte e dall’altra della croce. I due Santi
moderni, Francesco ed Antonio, vi sono ormai collocati in mezzo agli
Apostoli, quantunque, come a uomini nuovi si addice, sieno di minori
dimensioni e in curvo atteggiamento di umiltà.
La sua opera migliore il Turrita eseguì nella santa Maria Maggiore,
la cui tribuna Nicolò IV e il cardinale Jacopo Colonna fecero ornare
di musaici. Il soggetto principale, raccolto in un gran quadro di
fondo azzurro cupo, è Maria coronata dal Redentore. Intorno aleggia
una gloria di angeli oranti; dai due lati, nel cielo scintillante
d’oro stanno vicini alla coronata (che leva le mani in atto modesto)
Pietro e Paolo, i due Giovanni, Francesco e Antonio da Padova. Al campo
d’oro fanno cornice floridi tralci di vite con suvvi posati augelli
variopinti, e formano una decorazione grandiosa, ma che soffoca quasi
il soggetto del quadro. Nicolò IV e il cardinale, che avevano commesso
il lavoro, sono rappresentati genuflessi in dimensioni più minute;
simbolo significativo che anche in altri quadri spesso si adoperò. Per
lo contrario i novelli eroi della Chiesa, Francesco e Antonio, sono
di proporzioni al naturale e di figura pari a quella degli Apostoli.
Giova credere che l’artista abbia preso a esemplare antichi musaici,
forse quelli di Palestrina, e che di là abbia tolto l’idea di dipingere
in entrambi i suoi quadri barche ed amorini, cigni, animali in atto
di bere, fiori, divinità fluviali. Il grandioso musaico adorna oggidì
ancora la basilica della santa Maria Maggiore di tanto splendore di
oro che sembra cosa non terrena e vi dà una magnificenza solenne. E
quando il sole penetra attraverso le rosse cortine dei finestroni,
par di vedere il cielo fiammeggiante in cui Dante ripose i suoi
santi, Bernardo, Francesco, Domenico e Bonaventura: è uno spettacolo
incantevole in cui la vivezza della luce ti scuote l’anima come la
maestosa salmodia di un corale. Il Turrita completò la decorazione di
quell’antico tempio di Maria; e infatti ai celebri musaici della navata
maggiore (che appartengono all’epoca di Sisto III, e sono per ciò
ispirati al gusto dell’arte antica) egli aggiunse come compimento il
suo quadro della tribuna, opera bellissima di tutta la pittura romana
di musaico.
Fuor di quella stessa chiesa, nella grande loggia esterna, vedonsi gli
altri musaici che i cardinali Jacopo e Pietro Colonna fecero eseguire
da Filippo Rusuti verso la fine del secolo: Cristo siede in trono fra
i Santi; e il soggetto si riferisce alla leggenda dell’edificazione
della chiesa. I Colonna nutrivano molto affetto per la santa Maria
Maggiore, in cui erano sepolti alcuni di loro casa. E in quello che
la loro illustre famiglia era colpita dagli anatemi di Bonifacio VIII,
il popolo mirava nella gloria di quel musaico la figura del maledetto
cardinale Jacopo, inginocchiata a’ piedi dei Santi. Il suo formidabile
nemico Bonifacio amava il lusso e le arti al pari di lui; e furono
soltanto i negozî politici che gli impedirono di rendere immortale la
sua memoria con monumenti di maggiore importanza. In Laterano edificò
quella loggia donde durante l’anno del giubileo impartì la benedizione,
e in Vaticano costruì la sua cappella sepolcrale, che poi perì. E
nel Vaticano lavorò anche Giotto: il cardinale Jacopo Stefaneschi,
che allogò opere a quel maestro in san Giorgio in Velabro (sua chiesa
titolare), gli diè la commissione del musaico che va celebre sotto il
nome di «Navicella», e che, dopo di avere un tempo adornato l’atrio del
san Pietro, ora è infitto nel muro del vestibolo sopra la porta. Questo
notevole quadro perdette lo splendore della sua originalità, causa
restauri di tempi posteriori. Soltanto il disegno di Giotto rimane
intatto; rappresenta la Chiesa sotto alla forma della barca di Pietro
che naviga in mezzo alla burrasca, in quello che il principe degli
Apostoli se ne va a Cristo camminando sulle onde di Galilea: e questo
simbolo antico era acconcio e profetico della storia di Bonifacio VIII
e della fine del secolo decimoterzo[893].
§ 5.
Aspetto generale di Roma nel secolo decimoterzo. — Le torri romane e le
rocche della nobiltà. — La torre dei Conti e la torre «delle Milizie».
— La rocca «Capo di Bove» lungo la via Appia. — Palazzo comunale in
Campidoglio.
L’età delle lotte partigiane, dell’esilio di Papi e di cittadini, della
devastazione della Città non era la prospera a comporre od a conservare
monumenti di architettura civile. Gli ottimati non costruivano che
torri, i Papi edificavano ospitali e residenze, i senatori restauravano
le mura civiche. Nel secolo decimoterzo appena è che troviamo notizia
di edificazioni publiche della Città. Un silenzio profondo ricopre gli
acquedotti, e soltanto una volta si nota che Gregorio IX fece spurgare
le cloache e riparare il ponte di santa Maria. Roma cadeva in rovina.
Non v’era più magistrato alcuno che sopravvegliasse ai monumenti;
terremoti, inondazioni, guerre cittadine, costruzioni di torri dei
nobili, restauri di chiese, bisogno di materiali di cui andavano in
cerca i lavoratori di marmo, compere che ne facevano gli stranieri,
tutto questo distrusse i monumenti; e i cumuli che ognor più alto si
ammontichiavano seppellivano più e più sempre la vecchia Città. Nel suo
mondo sotterraneo si sprofondavano, come per benefico incanto di magia,
molti capolavori dell’arte. Sparvero essi dagli occhi degli uomini
di quel tempo, che sopra i loro sepolcri combattevano lotte feroci e
devastatrici, e soltanto in tempo più tardo risorsero come testimonî
del passato. Ed oggidì ancora a Roma dormono sotterra molte statue; e
noi stessi nell’estate dell’anno 1864 vedemmo di repente venire alla
luce del dì, quasi illeso, il colosso di bronzo dell’Ercole che risorse
dalle rovine del teatro di Pompeo dove da tanti secoli era giaciuto
sepolto.
Se avessimo una pianta in rilievo di ciò che era la città di Roma
nel secolo decimoterzo, ne vedremmo uno stranissimo quadro. La città
somigliava ad un grande campo cinto di mura coperte di musco, con
colline e con valli, con terreni deserti e coltivati, da cui si
sollevavano tratto tratto oscure torri o castella, basiliche e chiostri
antichi che volgevano in rovina, monumenti colossali tutti ravvolti
di edera, terme, acquedotti infranti, colonnami di templi, e colonne
isolate e solitarie, e turriti archi di trionfo: e nel tempo stesso un
labirinto di vie strette e lubriche, interrotte ora ad ora da ruderi,
s’aggirava senza ordine fra le ruine; e il giallo Tevere passando
sotto ponti a quadroni, mezzo cadenti, mestamente scorreva attraverso
quel desolato deserto[894]. All’ingiro, intorno alle vecchie mura di
Aureliano e dentro di esse trovavi tratti di terreno, or selvatici, ora
coltivati a campo, simili per estensione a poderi: e anche là sorgevano
da ogni banda monti di ruine. Per tutta la Città vedevi vigneti ed
orti sparsi come altrettante oasi; e giungevano fin là dove oggidì è
il maggior centro di Roma, presso il Panteon, vicino la Minerva, fino
alla porta del Popolo. Il Campidoglio fino giù al Foro (sui cui avanzi
s’ergevano negre torri) era sparso di vigne al pari del Palatino; le
terme, il circo erano tutti coperti d’erba, e, tratto tratto, erano
completamente impaludati. Ovunque guardavi, miravi sorgere tetre
torri merlate, colossi in atto di sfida, costruite di monumenti degli
antichi; e vedevi castella con merlature di forma originale, composte
di marmi rubacchiati qua e là, di mattoni e di pezzi di peperino: ed
erano le rocche e i palazzi dei patrizî guelfi e ghibellini, i quali
sedevano smaniosi di battaglia sulle classiche colline e fra ruine,
quasi che Roma non fosse città, ma un campo aperto a guerra di ogni dì.
Allora non v’era in Roma nobile alcuno che non possedesse torri. E in
documenti di quel tempo i possedimenti che Romani tenevano nella Città,
si trovano talvolta denotati colla specificazione di «torri, palazzi,
case e rovine»[895]. Le famiglie nobili dimoravano fra ruderi, in
quartieri inaccessibili, che a capo della via si sbarravano con pesanti
catene di ferro: lì entro avevano stanza coi loro parenti e coi loro
famigli, e ne sbucavano ad ora ad ora con feroce strepito d’armi per
combattere contro i loro nemici ereditarî.
È prezzo dell’opera enumerare le maggiori di queste rocche di nobili:
sulla loro fronte infatti stavano scritti i caratteri essenziali
della vita sociale della Città nel secolo decimoterzo e in quello
decimoquarto, duranti i quali l’aristocrazia s’aveva spartito il
dominio di Roma.
In Transtevere erano situate le torri dei Papa e dei Romani, dei
Normanni e degli Stefaneschi; e più tardi vi si aggiunse la fortezza
degli Anguillara[896]. Nell’isola Tiberina si elevavano le torri dei
Frangipani, che sulla metà del secolo decimoterzo furono proprietà dei
Prefetti di Vico: oggidì non ne rimane che una delle torri del ponte.
Il quartiere vaticano, dove tutt’intorno al san Pietro stavano disposte
piccole case di popolani, era posseduto (fin dalla metà di questo
secolo) dagli Orsini, che tenevano altresì in loro signoria il castel
Sant’Angelo; e fu per ciò che Nicolò III concepì il disegno di porre
sua residenza in Vaticano affine di trovarsi nel quartiere in cui era
potente la sua propria famiglia. Padroni del castel Sant’Angelo, gli
Orsini dominavano l’ingresso così del Vaticano che della Città, dove,
dall’altra parte del ponte, sedevano signori delle regioni Ponte e
Parione. I loro palagi sorgevano sul Monte Giordano e sopra le ruine
del teatro di Pompeo nel Campo di Fiore. Monte Giordano era formato di
ruderi di antichi edificî in vicinanza del ponte Sant’Angelo, e, ancor
nell’anno 1286, quando già vi dimoravano gli Orsini, s’appellava _Monte
Johannis de Roncionibus_, per assumere poi di lì a pochissimo tempo il
suo nome da quello di Giordano Orsini: e nell’anno 1334 lo si trova già
ridotto a vera fortezza, circondato di mura[897]. L’altra rocca degli
Orsini nel Campo di Fiore, chiamata _Arpacata_, era stata edificata coi
ruderi giganteschi del teatro di Pompeo. Sparve quel castello, ma il
luogo ove stette dev’essere quello dove oggidì è piantato il palazzo
Pio. Così quella sola famiglia patrizia, oltre a case senza numero,
possedeva da una parte e dall’altra del fiume tre fortezze delle
maggiori, il castel Sant’Angelo, il Monte, l’_Arpacata_.
In un’altra parte di quello stesso quartiere sedevano di già i Savelli,
e precisamente là dove in vicinanza del palazzo della Cancelleria evvi
oggidì ancora una via che si denomina «vicolo dei Savelli». Ma quella
famiglia non potè colà venire in potenza, perchè la infrenavano gli
Orsini.
Lunghesso l’altra sponda del fiume, per i rioni Ponte, Parione,
Regola, sant’Angelo, e fino al Campidoglio esistevano le torri di molte
famiglie. I Massimi ormai dimoravano là dove oggidì s’eleva il loro bel
palazzo; i Margani e gli Stazî s’avevano edificato una residenza nel
circo Flaminio; i Bonfilî, gli Amateschi, i Capizucchi, i Boccapaduli,
i Buccamaza abitavano nei quartieri vicini. Presso al teatro di
Marcello siedevano ancora i Pierleoni; tuttavia la potenza di questa
famiglia di papa Anacleto II, nel secolo decimoterzo era caduta sì in
basso, che il suo nome appena si ritrova ancora nella storia della
Città. La loro maggior rocca posta in quel teatro (nel medio evo fu
chiamata «casa dei Pierleoni») venne nel secolo posteriore in mano dei
Savelli.
Il grande Campo di Marte colle sue molte ruine avrebbe offerto per
vero dire ottima opportunità all’edificazione di castella, ma la sua
positura non guarentiva sufficiente sicurezza. Quel quartiere era
esposto alle piene del Tevere; era poco popolato, e per la più parte
sparso di ortaglie: perciò soltanto di rado fu teatro delle lotte
civiche accese dai Colonna. Infatti questa famiglia era padrona di
tutta la deserta pianura che si stendeva dalla porta del Popolo fino al
Quirinale, ossia di quella parte della Città che ai tempi di Trajano,
di Adriano, degli Antonini era stata cotanto splendida di edificî
sontuosi[898]. Le rocche maggiori dei Colonnesi nel Campo di Marte
erano il Mausoleo di Augusto e il _Mons Acceptorii_, l’odierno Monte
Citorio[899]. Nelle ruine dello _Stadium_ di Domiziano i Millini ed i
Sanguigni avevano edificato le loro torri che esistono tuttavia; nel
quartiere del Panteon trovavansi i muniti palazzi dei Sinibaldi e dei
Crescenzî.
Ma le più grandi fortezze dei patrizî erano poste in quei luoghi che
propriamente avevano composto la vecchia Roma, sopra i colli che van
giù degradando fino al Foro ed al circo Massimo. Ed invero ivi fu il
vero teatro della storia urbana di Roma nel medio evo, dopo che il
Comune popolare ebbe posto sua residenza in Campidoglio. Le colline
deserte si ridestarono a vita nuova, e quantunque difettassero di
acqua in parte si ripopolarono. Sul Celio e sul Palatino dominavano i
Frangipani, in quello che gli Anibaldi dal quartiere Lateranense (dove
avevano la loro sede maggiore) loro contrastavano ormai il possedimento
del Colosseo. Questo anfiteatro, di cui una parte considerevole
era caduta nel dì 1 Giugno 1231, abbattuta da un terremoto[900], il
Septizonio sul Palatino, la _Turris Cartularia_, gli archi trionfali
di Tito e di Costantino, il _Janus Quadrifrons_ e le torri prossime al
circo Massimo, formavano la grande fortezza dei Frangipani, che spesse
volte fu asilo dei Papi e stanza di loro elezioni. Quella cittadella,
cui i più illustri monumenti di Roma antica facevano funzione di
fortilizî, colle sue nere mura medioevali, coi suoi merli, colle sue
torri, potevasi chiamare per certo la più originale rocca del mondo.
Che strano aspetto dovette essere il suo!
Il Palatino coi suoi palazzi imperiali era tutto in ruina, nè
vi abitavano che monaci, e preti e gente minuta al servigio dei
Frangipani[901]. Per lo contrario il Celio era più popolato di quello
che sia oggidì; ed infatti nell’anno 1289 si fa cenno dell’antichissima
via _Caput Africae_ che là era; indizio questo che il colle non era
divenuto deserto, come si credette, per la devastazione datavi da
Roberto Guiscardo[902]. Anche il quartiere circostante al Colosseo,
che si stende fino al Laterano, era tuttavia mediocremente abitato.
E per fermo nel Libro rituale di Cencio (là dove si parla dei doni
che si distribuivano a quelli che edificavano gli archi di onore) per
il tratto di via che si stende dalla _Turris Cartularia_ fino al san
Nicolò prossimo al Colosseo, tiensi nota di ventitrè famiglie; e fra
esse vengono citate le case dei Mancini, dei Rainucci, dei Bulgarelli,
dei Crassi. Invece, tornava a spopolarsi il territorio che intercorre
fra il Colosseo e il Laterano, e, a partire da san Clemente in avanti,
non si fa pur menzione di una sola casa[903].
L’Aventino, che al tempo di Ottone III era stato ancora abitato e
indi era divenuto deserto, venne in mano dei Savelli. Già da lungo
tempo essi possedevano colà un palazzo presso alla santa Sabina; e
troviamo che Onorio III ne donò una parte ai Domenicani affinchè si
costruissero un loro convento. Onorio IV ridusse il palazzo a sua
residenza, e circondollo con mura merlate e con torri: così è che
si conservano ancora dei grandi avanzi di quella rocca dei Savelli
costruita alla foggia che si appella «saracinesca». Ed essa continuò ad
essere la sede maggiore della famiglia, la quale più tardi s’impadronì
eziandio della _Marmorata_ e del teatro di Marcello. La _Marmorata_
teneva sempre il suo nome dai massi di marmo dell’antico _Emporium_,
il quale a quest’ora era già tutto coperto di terra. Chiese parecchie
ivi esistevano sotto il monte Aventino presso al fiume, e tutte, cosa
mirabile, ricevevano il nome addiettivo _de Marmorata_[904]. Onorio IV
aveva voluto ripopolare l’Aventino; invitò molti Romani ad edificarsi
là delle case, e alla deserta collina infuse una nuova vita col porvi
sua sede: tuttavolta il difetto di acqua fece sì che la colonia del
Savelli non fiorisse[905].
Meglio popolate erano le pendici dell’Esquilino, perocchè ivi fossero
alcune chiese visitate da gran frequenza di popolo, e, fra le altre,
la santa Maria Maggiore in cui vicinanza Nicolò IV aveva fondato una
residenza pontificia. Lo stesso era della costa del Quirinale e della
Suburra ancor densamente abitata; non così invece la andava per il
Viminale, che era tutto coperto di boschetti, di terreni deserti e
di vigne. Le rovine delle terme di Diocleziano erano troppo lontane
perchè invogliassero qualche nobile famiglia a edificarvi sue castella:
lo stesso dicasi dei bagni giganteschi di Caracalla e del campo
Pretorio[906].
Per lo contrario, alcune famiglie potenti tenevano in loro dominio le
pendici del Quirinale, e si trinceravano segnatamente in vicinanza
degli antichi _Fora_ imperiali. Nel secolo decimoterzo fu proprio
quello il campo in cui le fazioni vennero alle mani. Infatti là
sedevano i Pandolfi della Suburra, i Capocci che s’erano annidati
nelle terme di Trajano, ed i Conti; e in pari tempo, nelle terme
di Costantino sorgeva la quarta fortezza dei Colonna, l’antica sede
dei conti Tusculani. Ed oggidì ancora su quelle pendici durano gli
avanzi giganteschi di due torri di quella grande età: mentre perirono
tutte le altre rocche di nobili, si conservarono la «torre dei Conti»
e la «torre delle Milizie» con reliquie considerevoli, solide e
indestruttibili sì come gli edificî dell’antica Roma, coi quali esse un
tempo rivaleggiarono.
La «torre dei Conti» è monumento dell’epoca in cui primeggiò per
potenza la famiglia di Innocenzo III: l’ambizioso Riccardo Conti la
eresse col denaro del Pontefice fratel suo nel foro antico di Nerva;
e di quel luogo fu combattuta la libertà republicana di Roma[907].
Le rovine colossali dei _Fora_ di Augusto, di Nerva e di Cesare si
prestavano acconciamente alle costruzioni di una fortezza, ed i Conti
la eressero come una cittadella che al Campidoglio poteva essere
formidabile del paro che le torri dei Frangipani. L’edificazione
di quella rocca gigantesca, monumento che male si addiceva ad un
Pontefice, avvenne sull’incominciamento del governo di Innocenzo III;
e nulla v’ha che provi avere essa preesistito da secoli anteriori, e
che i Conti non facessero altrochè ampliarla[908]. Compita che fu, essa
s’alzò sopra Roma, tetra e grande come un edificio degno dei Faraoni.
La sua base fu composta di macigni di tufo dei monti Albani, tratti
da ruine antiche; le sue muraglie furono formate di pietre cotte. Di
forma quadrangolare, sorgeva sulla base poderosa in tre ripiani che
andavano assottigliandosi verso la cima, con sopra un guarnimento di
merlature a tre punte: pareva che il suo vertice toccasse le nubi. La
si tenne in conto di massima fra tutte le torri della Città, anzi la si
estimò opera portentosa, quantunque non per bellezza di architettura,
ma soltanto per grandezza colossale andasse lodata: e il Petrarca,
che potè vederla prima che un terremoto la rovinasse, deplorò il suo
guasto, esclamando che al mondo nulla v’era che la pareggiasse[909].
Per conseguenza non fuvvi edificio alcuno che le si potesse paragonare;
neppure il celebre Trouillas del palazzo avignonese, che Giovanni XXII,
simile a Nemrod spaventoso (così il Petrarca motteggiando lo chiama)
fece colà fabbricare. Ed essa non crollò ad onta di tante burrasche che
le passarono sopra; e il terremoto dell’anno 1348 non ne rovesciò che i
piani superiori. Infatti Benozzo Gozzoli ancora nel decimoquinto secolo
dipinse il frontone della sua porta d’ingresso; e solamente Urbano
VIII la fece demolire riducendola a quegli avanzi che oggidì ancora si
vedono[910].
Ebbe a sua gemella la «torre delle Milizie», che parve ancor più
grandiosa a cagione della positura elevata su cui si costruì. Chi
visita Roma ne meraviglia allorchè la vede da monte Pincio oppure dal
convento di Araceli donde essa si mostra nella sua grandezza magnifica:
bellissima delle ruine del medio evo, domina regalmente la Città, ed è
testimone eloquente dell’età dei Guelfi e dei Ghibellini. Il popolo,
o piuttosto la fantasia dei pellegrini, ideò che fosse il palazzo di
Ottaviano; e più tardi si favoleggiò che l’abbominevole Nerone sonando
la cetra avesse contemplato dai suoi merli l’incendio di Roma. E in
Roma si manteneva ricordanza che in quei dintorni avessero esistito i
giardini di Mecenate e la casa di Virgilio poeta e mago[911]. La torre
s’innalza sulla pendice del Quirinale, sopra il foro di Trajano, là
dove trovasi il noto luogo dei _Balnea Neapolis_ (Magna Napoli). Quel
quartiere nel medio evo si appellava _Biberatice_, e la torre dava ad
una via il nome di _Contrata Miliciarum_[912]. Quando si edificasse
è incerto; il suo stile romano e l’opera di muratura simile a quella
della torre de’ Conti palesano l’epoca di Innocenzo III o l’altra
di Gregorio IX. Da una base larga e alta sorse quel colosso in forma
quadrangolare, e fu congiunto ad un castello merlato in modo da formare
una vera cittadella[913]. E poichè sul Quirinale (là dove la torre sta
racchiusa entro il monastero di santa Caterina da Siena), ormai nel
secolo duodecimo un luogo era appellato _Miliciae Tiberianae_, così ei
pare che la torre sia stata costruita sopra un monumento antico, che
forse fu una stazione militare de’ tempi imperiali[914]. Nella seconda
metà del secolo decimoterzo appartenne agli Anibaldi, indi passò in
mano dei Gaetani. E il possederla tenevasi di tanta importanza che i
suoi signori ne trassero il titolo come se s’avesse trattato di una
baronia: dopo che nel 1301 la ebbe comperata da Riccardo Anibaldi,
Pietro nipote di Bonifacio VIII si appellò _Dominus Miliciarum Urbis_,
e probabilmente ottenne il diritto di tener soldatesche in quella
grande fortezza della Città[915].
Quelle due torri sono i monumenti commemorativi del medio evo, allo
istesso modo che le colonne di Trajano e di Antonino furonlo di
Roma imperiale: figure caratteristiche della Città, esprimono più
chiaramente di tutte le storie l’energia indomita di questo secolo.
Quando, a poca distanza di tempo l’una dall’altra, si eressero, è certo
che dovettero presentare uno spettacolo imponente. Dominavano tutta
Roma, e potevansi scorgere a qualche miglio di lontananza dalla Città,
come oggidì accade della cupola di san Pietro. E quelle torri, di
grandezza smisurata, danno la più spiccata idea dell’indole romana, la
quale nel medio evo rimase eguale a ciò che era stata nell’antichità.
I Romani non ebbero concetto elegante di forme, non seppero dar vita
alle grandi moli come fecero invece i Toscani; a Roma non trovi che
robustezza tetra e maestosa. I Romani si tolsero a modello le rovine
dei loro antenati, e vollero creare dei colossi che rivaleggiassero con
quelle; così le due torri si levarono su Roma con mura diritte e nude,
vere opere ciclopiche del medio evo.
La serie delle rocche di nobili onde parlammo raccoglie i nomi
di tutte le grandi famiglie di Roma a quell’età; non vi manca che
la più recente casa del secolo decimoterzo. I Gaetani possedevano
palazzi nell’isola Tiberina e nel quartiere di santa Maria Maggiore,
ma non avevano una rocca ereditata dai loro avi: sennonchè, intorno
a quell’istesso tempo in cui diventarono padroni delle «Milizie»,
piantarono fuor di porta San Sebastiano, lungo la via Appia quella
notevole fortezza che si appellò «Capo di Bove». Il castello trasse il
nome dal sepolcro di Cecilia Metella, suo nocciolo e punto di mezzo,
avvegnaddio il magnifico monumento di quella donna, che fu figliuola
di Metello Cretense e sposa di Crasso, ancora nel più antico medio
evo fosse chiamato «Capo di Bove» dai crani di cosiffatti animali che
erano collocati sulla sua cornice[916]. Come i mausolei di Augusto
e di Adriano, e come le tombe dei Plauti presso il ponte dell’Anio
in Lucania, può darsi che anche il sepolcro di Cecilia già da tempo
lunghissimo si fosse trasformato in torre baronale. L’abbandono in
cui era caduta la via Appia fece sì che anche il monumento andasse
dimenticato, finchè la guerra contro i Colonna porse opportunità
a Bonifacio VIII di darlo al nipote suo. Il conte Pietro Gaetani
vi edificò un castello per poter di là sopravvegliare i movimenti
dei Colonnesi, caso mai che fossero venuti dalle loro rocche della
Campagna per la via Latina oppure da quella Appia[917]. La fortezza
fu poco tempo dopo ampliata dai Savelli e ricevette consistenza dalle
prossime ruine del circo Massenzio; e i suoi avanzi, ed eziandio quelli
dell’antico palazzo baronale e di un borgo murato che sorse ivi nel
secolo decimoquarto, durano oggidì ancora unitamente ad una chiesa
di stile gotico: ivi sopra scorgonsi tuttavia gli stemmi della casa
Gaetani. Gli edificî furono costruiti di tufo di Albano; e il loro
colore oscuro, e la meschina architettura medioevale oppongono il più
grande contrapposto alla maestà del sepolcro antico di gialli quadroni
travertini, sulla cui cornice furono infisse le pietre di tufo che
servirono a tramutare il mausoleo in torre merlata. L’interno della
tomba del resto non fu danneggiato; chè il sarcofago di Cecilia Metella
vi rimase illeso, ad onta che cento volte vi passassero sopra tempeste
di assedî. Fu soltanto Paolo III che fece di là trasportare l’urna nel
palazzo Farnese, dove ancora è custodita.
Ei si può di leggieri argomentare quali devastazioni commettessero
gli edificatori di quella rocca dei Gaetani, danneggiando il circo
di Massenzio e i monumenti della via Appia, per servirsi dei loro
materiali. L’antica via sepolcrale, che già da secoli aveva sofferto
saccheggi molti, nuovamente ebbe allora a soffrire una delle più
malvage devastazioni[918]. In antiche tombe della Campagna dimoravano
pastori e coloni, e per tutto l’agro romano (che componeva il distretto
della Città), si elevavano torri senza numero, parte edificate di
vecchi monumenti sepolcrali, di templi e di avanzi di ville, parte
fabbricate a nuovo per protezione degli scarsi agricoltori. Ed ancora
nella provincia romana trovansi molte tenute ossiano poderi che da
torri medioevali traggono il nome[919].
Cinto e minacciato dalle rocche della nobiltà, sul Campidoglio sorgeva
il palazzo comunale, sede della Republica: e là abitavano i senatori,
quantunque sulla metà del secolo decimoterzo talora si noti come loro
stanza il palazzo dei Quattro Coronati. Tutta volta anche quando
Carlo di Angiò e l’Infante di Castiglia quivi tennero residenza,
i loro prosenatori dimorarono in Campidoglio: e lo stesso fu degli
altri senatori non principi. Nulla avanza oggidì che ci dia un’idea
del modo onde nel medio evo fosse munita la rupe Tarpea, e ignota
ci è la forma che abbia avuto il palazzo senatorio anche nel secolo
decimoterzo. Ei pare che fosse fabbricato a nuovo circa nell’anno
1300, quando Gentile Orsini e Riccardo Anibaldi erano senatori[920].
Quindi abbiamo un’altra notizia di una sua fabbrica e cioè dell’anno
1390, allorquando Bonifacio IX rinnovò il palazzo senatorio sui ruderi
del _Tabellarium_. Quantunque città italiane ormai incominciassero
col principio del secolo decimoterzo a fondare le loro case comunali,
per lo contrario l’edificazione del celeberrimo fra tutti i palazzi
civici cadde soltanto tra la fine del secolo decimoterzo e il primo
tempo del decimoquarto[921]. Nel piano della città di Roma del secolo
decimoquarto il _Palatium Senatorum_ ha forma quadrangolare ed è
guarnito di merlature con una torre fiancheggiante che tiene la fattura
e la posizione medesima dell’odierna torre angolare: e anche questa
certamente è assai antica. Il fatto poi che solenni atti politici
all’età di Carlo di Angiò si compierono nel convento di Araceli,
dimostra che allora il palazzo comunale non era abbastanza spazioso,
laddove quel chiostro era capace assai, ed aveva positura più solida,
ed eziandio serviva di abitazione al collegio dei giudici urbani. Il
convento era l’antico _Palatium Octaviani_: fin dal 1250 aveva servito
di residenza al generale dei Francescani, ed oggidì ancora si eleva
sopra le erte pareti di tufo del Campidoglio, ed è uno dei più poderosi
edificî del medio evo romano. Tuttavia nemmanco nella posteriore sua
fabbrica (ed è probabile che per averne materiali si saccheggiasse
barbaramente il Campidoglio) il palazzo senatorio non potè ornarsi
della magnificenza che al tempo nuovo si sarebbe convenuta; come quello
che si fondava sopra un monumento antico. Le Republiche dell’Umbria
e di Toscana, come furono Perugia, Siena e Firenze, costruirono
grandiose residenze ai loro Podestà ed ai Capitani del popolo: i
loro palazzi comunali, che durano ancora e nella cui architettura lo
stile gotico-romano raggiunse la sua maggior bellezza, appartengono
ai monumenti più pregevoli del medio evo, e fanno testimonianza
della potenza e della ricchezza delle città libere. Con esse Roma
non potè gareggiare. Fin parecchie rocche di nobili nella Città erano
più grandiose del palazzo comunale, stranamente decorato di trofei,
di catene, di porte, di campane tolte a piccole terre conquistate,
oppure di avanzi del carroccio milanese. Il palazzo senatorio fu
cosa meravigliosa unicamente per questo che, a metà antico ed a metà
medioevale, s’alzava sopra la collina tutta sparsa di ruderi: e il suo
più superbo ornamento si era che posava sopra monumenti de’ vecchi
Romani, circondato dalle rovine della magnificenza antica di quel
Campidoglio che era stato il dominatore del mondo.