CAPITOLO QUINTO.

§ 1.

Onorio IV. — Pandolfo Savelli, senatore. — Relazioni con Sicilia e

coll’Impero. — La santa Sede rimane vacante per un anno. — Nicolò IV.

— Carlo II è coronato a Rieti. — I Colonna. — Il cardinale Jacopo

Colonna. — Giovanni Colonna e i suoi figliuoli, Pietro cardinale

e Stefano conte. — Ribellione di Romagna. — Gli Orsini avversano i

Colonna. — Bertoldo Orsini, senatore. — Giovanni Colonna, senatore

(1289). — Viterbo soggetto al Campidoglio. — Pandolfo Savelli, senatore

(1291). — Stefano Colonna e _Matheus Raynaldi_ Orsini, senatori (1292).

— Nicolò IV muore (1292).

La liberazione della Chiesa dal lungo protettorato di Carlo ebbe

per conseguenza il pronto esaltamento di un Romano alla santa Sede:

l’illustre e vecchio cardinale di santa Maria in Cosmedin, Jacopo

Savelli, fu eletto pontefice a Perugia, addì 2 Aprile 1285; ed egli

andò tosto a Roma, e vi fu consecrato ai 15 di Maggio. Si appellò

Onorio IV, e questo nome assunse ad onore del primo Papa che era uscito

della sua famiglia ormai fatta potente. Era figliuolo del senatore Luca

Savelli e di Giovanna Aldobrandesca dei conti di santa Fiora: dei suoi

fratelli che un dì avevano combattuto a Tagliacozzo sotto le bandiere

di Carlo, Giovanni era già morto, e Pandolfo trovavasi tuttavia a

questo tempo da senatore di Roma insieme con Anibaldo[689]. Appena

che adesso Onorio IV fu eletto papa, i Romani anche a lui conferirono

la podestà senatoria a vita; dopo di che egli confermò Pandolfo

nell’officio del Senato[690].

Singolar cosa è veder questi due fratelli governare la città, l’uno da

papa nel suo palazzo di santa Sabina sull’Aventino, l’altro da senatore

in Campidoglio, tutti e due travagliati di mal di gotta e incapaci di

muoversi. Invero Onorio IV era così attratto di mani e di piedi che

non poteva nè star ritto, nè camminare; e quando celebrava la messa

al maggior altare, per elevar l’ostia gli conveniva ajutarsi con un

congegno meccanico: nè Pandolfo era manco di lui tormentato dalla

podagra, e gli bisognava farsi portare adagiato sopra una scranna.

Nondimeno quei due eccellenti uomini accoglievano uno spirito gagliardo

in corpo infermo, e per prudenza e per energia erano di pregio

degnissimi. Pandolfo, serio, severo come un Catone, appoggiato alle

sue grucce tenne in Campidoglio un reggimento così valoroso che Roma

godette di pace perfetta: le strade divennero sicure, chè i malandrini

furono mandati alle forche, e la nobiltà feroce non osò mai di

tumultuare. Il senatore Savelli resse la Città da vicario del fratello

suo, quanto ne fu lungo il pontificato[691].

Breve fu il governo di Onorio IV; e tutto ei lo occupò attendendo

a rimettere pace nello Stato ecclesiastico e ad ordinare le cose

di Sicilia. Sciolse Viterbo dall’interdetto con cui Martino IV

aveva punito le violenze esercitate nella sua elezione; ma la città

dovette demolire le sue mura, perdette la sua giurisdizione, e il suo

rettorato venne in mano del Papa. E ad Onorio toccò la buona ventura di

restituire la tranquillità nella Romagna, dopochè il grande guerriero

di Montefeltro ebbe abbassato le armi e se ne fu andato in esilio:

nell’anno 1286 Onorio vi nominò da conte un suo cugino, il proconsole

Pietro Stefaneschi. Più gravi cure gli cagionò Napoli, il qual reame,

durante la prigionia di Carlo II, era amministrato da Roberto di

Artois e da Gerardo legato pontificio. Sicilia pareva perduta; morto re

Pietro agli 11 Novembre 1285, la signoria ne era passata al suo secondo

figliuolo don Giacomo, e questi, presente sua madre Costanza, veniva

coronato a Palermo, senza che si desse bada alle Bolle di scomunica del

Pontefice. Il grande ammiraglio Rogero de Loria trionfava, dappertutto

vittorioso, sul mare; perfino una flotta siciliana condotta da Bernardo

de Sarriano approdava addì 4 Settembre 1286 sulla costa romana, ed ivi,

a vendetta di Corradino, ne andava incendiata Astura e cadeva ucciso il

figlio del traditore Frangipane[692].

Con Rodolfo di Asburgo stette Onorio IV in rapporti amichevoli; la

coronazione imperiale che il Re dei Romani ripetutamente chiedeva,

fu stabilita ai 2 di Febbraio dell’anno 1287; però era destino che

mai la corona di Carlo magno non dovesse porsi in capo al primo degli

Asburghesi. Infatti, ai 3 di Aprile 1287, morì Onorio IV nelle sue

case dell’Aventino, avvegnachè su quel colle egli avesse edificato un

palazzo di sua residenza, e solamente nella stagione estiva dimorasse

a Tivoli, probabilmente per usare dei bagni solforosi delle _Aquae

Albulae_. Lasciò la sua famiglia ricca e ragguardevole; ed invero,

dal suo testamento, che da cardinale compilò e da papa confermò,

si pare che i Savelli fin d’allora erano signori potenti nei monti

Latini ed eziandio nel territorio di Civita Castellana. Dentro di

Roma possedevano un palazzo e una rocca sull’Aventino, un palazzo

e torri nella regione Parione, dove anche oggidì tiene di loro

ricordanza il «vicolo de’ Savelli»: più tardi nei ruderi del teatro di

Marcello costruirono quel grande palazzo che adesso si appella degli

Orsini[693].

I Cardinali tennero il loro Conclave nelle case del Papa defunto, ma

non poterono intendersi sull’elezione; e la loro discordia fu tanta che

la santa Sede rimase vacante per quasi un anno. Sopravvenne la calda

stagione, allor che la malaria suole essere mortifera sull’Aventino:

sei Cardinali morirono di una febbre pestilenziale che desolava

tutta Roma; gli altri cercarono salute nella fuga. Il solo Vescovo di

Preneste rimase, e nelle deserte stanze della santa Sabina, sprezzando

la morte, sostenne impavidamente la solitudine e i miasmi febbrili.

N’ebbe in premio la tiara, perocchè i Cardinali tornati a inverno

sull’Aventino, lo eleggessero papa: ciò peraltro non avvenne prima dei

22 Febbraio 1288. Girolamo di Ascoli, uomo di povera origine, frate

dei Minori, indi generale dell’ordine, s’era segnalato al tempo di

Gregorio X come legato in Oriente; eletto patriarca di Bisanzio da

Nicolò III, era stato più tardi elevato al vescovado di Preneste. Con

nome di Nicolò IV salì alla santa Sede, e fu il primo francescano che

diventasse papa: monaco pio, non seppe che cosa fosse egoismo, e si

adoperò indefessamente per pacificare il mondo, per imprendere una

crociata, per esterminare la eresia.

A lui per la durata della sua vita i Romani conferirono l’officio

senatorio. E la nomina dei Papi a podestà divenne frequente anche in

altre città[694], chè eglino cercavano di farsi eleggere a quella

magistratura, e nominavano indi loro vicarî che ne esercitassero

le funzioni. Il rapporto de’ Pontefici coi Comuni dello Stato

ecclesiastico non fu altro mai che di supremi signori feudali con

vassalli i quali avevano con esso loro conchiuso dei trattati. Le città

riverivano l’autorità pontificia, somministravano milizie, pagavano

imposte fondiarie, in certi casi si sottomettevano al tribunale

dei legati provinciali, ma conservavano i loro Statuti, la loro

giurisdizione, l’amministrazione e l’autonomia loro proprie. Ogni città

continuò ad essere republica con suoi diritti, con consuetudini e con

privilegî speciali. Un siffatto spirito municipale pieno d’energia

impedì che i Pontefici diventassero veri signori del territorio; ed

eglino dovettero quello spirito rispettare anche per tenere mercè

di esso infrenata la nobiltà. Però accortamente profittarono della

inuguaglianza e della gelosia dei Comuni affine di indebolirli colla

divisione. All’uno toglievano il diritto di eleggersi i Podestà,

ad un altro lo concedevano per un annuo tributo[695]. Divietavano

le confederazioni politiche delle città, ma spesso l’una per via

dell’altra domavano. Ora mostravansi di idee monarchiche, ed ora di

idee republicane; il loro reggimento era debole e mite, spesse volte

patriarcale, vacillante sempre: l’incapacità di fondare un diritto

politico universale, le imprudenti ostilità che alcuni legati movevano

contro gli ordinamenti comunali senza che però avessero in mano

forza materiale bastevole per combatterli efficacemente, finalmente

i rapidi mutamenti che avvenivano sul trono pontificio, di cui non

si dava successione ereditaria, tutto ciò andò educando quelle strane

condizioni di unione semplicemente meccanica e di ripetuto decadimento

che furono sempre proprie dello Stato ecclesiastico.

Roma stette tranquilla durante il primo anno del governo di Nicolò IV,

finchè una lotta di partiti nella primavera dell’anno 1289 discacciò

il Pontefice e lo costrinse ad andarne a Rieti, dove già aveva passato

l’estate precedente[696]. Ivi ei coronò Carlo II a re di Sicilia.

Il debole figliuolo di Carlo d’Angiò nel Novembre 1288 era stato

liberato dalla prigionia spagnuola mercè i buoni officî di Edoardo

d’Inghilterra e del Papa: venne adesso a Rieti, e ai 29 di Maggio

si celebrò la sua coronazione. In un documento professò anch’egli,

come suo padre, di essere vassallo della Chiesa per la grazia di lei,

giurò patto feudale, e promise che non assumerebbe mai a Roma o nello

Stato ecclesiastico l’officio di senatore o di podestà[697]. Può darsi

che un partito favoreggiatore degli Aragonesi mirasse di malo animo

la coronazione di Carlo II; tuttavia le turbolenze di Roma ebbero

maggior radice nella gelosia che le nobili famiglie nutrivano le une

contro le altre. Da cinquant’anni a questa parte la casa guelfa dei

Savelli e gli Orsini, congiunti con quella di parentela, erano stati

i più potenti dell’aristocrazia romana, e avevano messo in ombra gli

Anibaldi altra volta dominatori. Anche il nuovo Pontefice era stato

amico degli Orsini, chè Nicolò III lo aveva eletto cardinale, ed ei per

riconoscenza ne aveva preso il nome; peraltro non andava molto che si

gettava in braccio ai Ghibellini e si dava tutto alla famiglia Colonna.

Questa celebre casa aveva espiato la fede ghibellina dimostrata al

tempo di Federico II (allora che il cardinale Giovanni e Odone suo

nipote si erano armati contro la Chiesa) con avvilimento sofferto

durante il periodo di restaurazione della signoria pontificia: fu

solamente sulla fine del secolo decimoterzo che di nuovo emerse come

potentissima delle famiglie di Roma, per poi prendere il primo luogo

nella Città e tenerlo per secoli. Era stato Nicolò III il primo che

restituisse il favore ai Colonna onde indebolire gli Anibaldi, ed aveva

insignito Jacopo figlio di Odone del cardinalato: adesso poi Nicolò IV

dava nuovo splendore e importanza vera al loro casato. Da vescovo di

Palestrina aveva tenuto con essi corrispondenza amichevolissima; forse

al loro ascendente andava debitore della tiara, e da papa li colmava

di onori come la sua gratitudine gli consigliava. A rettore della marca

di Ancona creò il fratello del cardinale Jacopo, quel Giovanni Colonna

che già era stato senatore nell’anno 1280; dei figli di Giovanni elesse

uno, Pietro, a cardinale di santo Eustachio; l’altro, Stefano, a conte

di Romagna[698]. Da allora in poi questo Proconsole romano fu uno

dei maggiori uomini della sua famiglia; più tardi diventò protettore

ed amico del Petrarca, e celebre per la tragica sorte della sua casa

al tempo di Cola di Rienzo. Stefano era allora nel bel fiore della

età, d’animo caldo, impetuoso; e da conte di Romagna irritò nobili e

città di quella provincia, offendendo gli Statuti dei Comuni. Ciò ebbe

per conseguenza che nel Novembre 1290 i figli di Guido di Polenta lo

assalissero a Ravenna e vergognosamente lo imprigionassero con tutta la

sua corte[699]. Rimini, Ravenna, altre città si ribellarono, ed allora

il Papa mandò da rettore della Romagna Ildebrando de Romena vescovo

di Arezzo, acciocchè pacificasse la ribellione e liberasse Stefano dal

carcere[700].

Alla rivoluzione aveva avuto parte anche un Orsini: fu Orsello di

Campo di Fiore, figlio di Matteo, allora podestà di Rimini. Gli Orsini

miravano con gelosia la crescente potenza dei Colonna, massime dacchè

questi signori li tenevano esclusi dal senato romano. Ed invero dopo

che Pandolfo Savelli aveva deposto il suo officio (locchè probabilmente

avvenne tosto dopo l’esaltamento del nuovo Papa), Nicolò IV, ancor

favorevole agli Orsini, aveva nominato senatori primieramente Orso,

indi Bertoldo, già primo conte di Romagna[701]. Sennonchè nell’anno

1290 riuscì fatto ai Colonna di togliere ai loro emuli il favore del

Pontefice; e dopo che furono usciti di carica Nicolò de Comite e Luca

Savelli, senatore diventò Giovanni, padre di Pietro cardinale, di

Stefano conte e di quattro altri gagliardi figliuoli[702]. Il potente

Colonnese, vero principe della Campagna, amicissimo di Carlo II di

Napoli, venne a Roma spiegando una magnificenza insolita. Nientemeno

che il popolo lo trasse trionfalmente in cocchio sul Campidoglio, e

lo acclamò Cesare, per muover poi in campo contro Viterbo e contro

altre città. Il corteo fu tanto pomposo che non s’aveva mai più

visto l’eguale: e le reminiscenze dell’antichità revocate in usanza

dimostrarono quali sentimenti fantastici e quali entusiastiche idee

omai venissero prendendo voga fra i Romani[703].

Nicolò IV dimorò il più del suo tempo nella Sabina, nell’Umbria oppure

a Viterbo: in verità egli non possedeva autorità alcuna nella città, e,

senza potervisi opporre, dovette lasciare che i Romani intraprendessero

una guerra furibonda e devastatrice contro Viterbo, che più tardi

condusse ad una pace di cui si fece egli mediatore. Giovanni Colonna,

che era pur sempre senatore unico e signore di Roma, la conchiuse,

addì 3 Maggio 1291, nel nome del popolo romano in Campidoglio, dove

i legati dei Viterbesi alla presenza dei _Syndici_ di Perugia, di

Narni, di Terni, di Rieti, di Anagni, di Orvieto, di Spoleto, della

città di Roma, rinnovarono il loro giuramento di vassallaggio e si

obligarono a dar ristoro di grandissimi danni. Questo solenne atto

politico dimostra che la Republica del Campidoglio sotto il governo

del valoroso Giovanni Colonna fu una potenza così pienamente sovrana,

come era stata al tempo di Brancaleone[704]. Ma intanto la signoria dei

Colonna provocava una veemente opposizione fra i nobili. Si diceva ogni

male del Papa, poichè tutto s’era dato in balia di una sola famiglia;

con satire lo si dileggiava; lo si rappresentava ficcato entro di una

colonna (che era lo stemma di quella famiglia) in modo che di lui non

ispuntava fuori che la testa mitrata, mentre due altre colonne (colle

quali volevasi simboleggiare i due cardinali Colonna) s’alzavano

da un lato e dall’altro[705]. Alla fine gli Orsini chiesero che del

senato s’investisse eziandio qualcuno di loro parte: così avvenne; chè

dapprima, nell’anno 1291, tornò senatore Pandolfo Savelli, e, l’anno

dopo, Stefano Colonna antico conte di Romagna e _Matheus Raynaldi_

Orsini si divisero l’autorità senatoria[706].

In questo mezzo, ai 4 Aprile dell’anno 1292, morì Nicolò IV nel palazzo

prossimo alla santa Maria Maggiore, che egli con grande splendidezza

s’aveva edificato. E poco innanzi di lui, ai 15 Luglio del 1291,

era sceso nella tomba Rodolfo di Asburgo senza aver avuto la corona

imperiale: in pari tempo la perdita di Accon, ultimo possedimento

cristiano in Siria, ai 18 di Maggio, poneva termine al gran dramma

mondiale delle Crociate. Queste spedizioni guerresche di Europa che

ebbero durato un duecento anni e furono simili alle guerre che in

Oriente combattè l’antica Roma, avevano servito nel gran meccanismo

del Papato da leva poderosa della sua signoria universale. La fine

della gran lotta fra Chiesa e Impero e la cessazione delle Crociate

rimpicciolirono da allora in poi l’orizzonte del Pontificato. Dal suo

gigantesco edificio ruzzolò pietra dopo pietra; il mondo gli scivolò

fuor della sua signoria, e lo scettro di Innocenzo III cominciò a

cadere dalle mani stanche dei Papi.

§ 2.

Le fazioni degli Orsini e dei Colonna si contrastano l’elezione

pontificia. — Anarchia in Roma. — Agapito Colonna e un Orsini, senatori

(1293). — Pietro Stefaneschi e Odone di Sant’Eustachio, senatori. —

Conclave raccolto a Perugia. — Pietro del Murrone è eletto papa. — Vita

e ritratto di quel solitario. — Sua strana entrata in Aquila, dov’è

consecrato con nome di Celestino V (1294). — Re Carlo II ne diventa

padrone. — Celestino V a Napoli. — Abdica.

I cardinali elettori, dodici di numero, due francesi, quattro italiani,

sei romani, erano divisi nelle fazioni degli Orsini e dei Colonna:

dei primi era capo il cardinale _Matheus Rubeus_; i secondi stavano

sotto la capitananza del cardinale Jacopo[707]. Invano il decano,

Latino di Ostia, li congregò prima a santa Maria Maggiore, poi

sull’Aventino, indi in santa Maria sopra Minerva; non si potè venire a

capo dell’elezione pontificia. E quando incominciò a farsi sentire il

caldo estivo i cardinali non romani se ne andarono a Rieti, i romani

rimasero, e il cardinale Benedetto Gaetani che era infermo si recò ad

Anagni sua patria. Nel Settembre tornarono a Roma tutti, ma la disputa

per l’elezione si prolungò fino all’anno 1293; ed allora, dopo una

nuova dispersione, temendo di uno scisma, convennero di congregarsi ai

18 di Ottobre a Perugia.

Alle contese partigiane dei cardinali teneva bordone la più rotta

anarchia della Città, dove si lottava per l’elezione del senatore,

si combatteva per le vie, si demolivano palazzi, si assassinavano

pellegrini, si saccheggiavano chiese. Il nepotismo di alcuni Papi vi

aveva chiamato in vita le fazioni dei Colonna e degli Orsini, nelle

quali incominciavano a trasformarsi i partiti guelfo e ghibellino; e

le loro lotte per conseguire l’autorità cittadina formano i profili

caratteristici della storia domestica di Roma. Intorno alla Pasqua del

1293, a nuovi senatori furono eletti Agapito Colonna ed un Orsini,

ma la presta morte di quest’ultimo fu causa di novelle discordie.

Per sei mesi il Campidoglio rimase senza senatore, il Laterano senza

papa; intollerabili crebbero la confusione e il disordine, fino a che

nell’Ottobre riuscì fatto ai migliori cittadini di ricomporre la pace.

A senatori si elessero due uomini neutrali, Pietro della casa dei

Stefaneschi di Transtevere (vecchio severo e moderato che era stato

rettore della Romagna ed altra volta senatore) e Odone giovane romano

della famiglia dei sant’Eustachio[708].

Intorno all’istesso tempo si congregarono i cardinali a Perugia;

però anche l’inverno passò senza miglior risultamento di prima, nè

fece alcun effetto nemmanco la visita di Carlo II, che andò ivi ad

incontrare il suo giovine figliuolo Carlo Martello, re titolare e

pretendente di Ungheria[709]. Rabbiose gelosie di partito distolsero

i cardinali di riunire i loro voti sopra un uomo del loro collegio,

e la conseguenza fu che finalmente venissero ad un’elezione che la

più sventurata non s’avrebbe potuto dare. Essendosi per caso tenuta

menzione di visioni d’un pio eremita, il cardinale Latino, che

conosceva personalmente e venerava quel santo, ne trasse occasione per

proporlo a pontefice. Avrebbe potuto parere uno scherzo, ma invece si

aderì a lui con serietà, e i cardinali indecisi, aggrappandosi ad una

pagliuca, elessero concordi quel solitario: ciò avvenne ai 5 di Luglio.

Fu compilato il decreto di elezione; e tre vescovi partirono per

recarlo al santo nella sua solitudine.

La stravagante persona dell’anacoreta Pietro che discende dal monte

Murrone con in capo la tiara di Innocenzo III, ci riconduce nel buio

leggendario di secoli antichi, ai tempi di santo Nilo e di Romualdo.

Per verità negli annali della Chiesa il suo pontificato somiglia ad

una pagina del calendario de’ santi o ad una poesia, con cui il medio

evo prende commiato dalla storia. Pietro era il minore degli undici

figli di un contadino, nato a Molise negli Abruzzi: giovine s’era

fatto benedettino, e, come lo sospingeva il suo genio mistico, s’era

ridotto in solitudine nel romitaggio dell’inaccessibile monte Murrone

vicino Sulmona. Ivi aveva fondato un convento dedicato allo Spirito

Santo, e aveva istituito un ordine di rigide discipline, che più tardi

ebbe da lui il nome di frati celestini, e assunse quell’indirizzo

fanatico e pericoloso alla Chiesa mondana, che i Francescani severi

ossiano spirituali avevano educato colla loro dottrina della povertà

evangelica[710]. La rinomanza della sua santità si sparse per tutto il

mondo. A Lione egli si presentò a Gregorio X e chiese che confermasse

il suo ordine: e per fermo l’anacoreta doveva essere uomo non comune,

se alla presenza del Papa, come afferma il suo Biografo, seppe

sospendere in aria la sua cocolla gittandola ad uncino di un raggio

di sole[711]. Ei viveva sopra il monte Murrone, occupato in estatici

esercizî di penitenza, allorchè gli capitò fra capo e collo la elezione

pontificia: nè pare che i genî del suo deserto gli avessero dato

annuncio di avvenimento così meraviglioso.

I messaggieri sfiatati dalla lunga salita si arrampicarono pei greppi

di quel monte calcareo, praticabili soltanto ai caprai, e cercarono

il taumaturgo che da una oscura caverna eglino dovevano trasportare

sopra il trono splendidissimo del mondo. Con quelli s’era unito anche

il cardinale Pietro Colonna, e nel tempo medesimo la fama di un fatto

così straordinario vi aveva chiamato innumerevoli turbe di uomini del

vicinato e di terre lontane. Jacopo Stefaneschi, figlio del senatore

che trovavasi allora in officio, descrisse con versi vivaci e da uomo

che ne fu testimonio oculare quella strambissima scenata. Allorchè gli

ambasciatori giunsero al luogo ricercato, videro una rozza capanna di

solitario con una finestretta chiusa da un graticcio; e scorsero un

uomo con barba incolta, dalla faccia pallida e scarna, dagli occhi

lustri e arrossati per piangere, coperto di una tonaca villosa, che

guardava timidamente i vegnenti. Scopersero eglino reverentemente il

capo e si prostrarono ginocchioni, e l’anacoreta stupefatto, umilmente

rispose al saluto facendo altrettanto[712]. Ma come udì il messaggio,

può darsi che ei si credesse in balia di una delle sue solite

allucinazioni vedendo quei signori forestieri che venivano dalla remota

Perugia con in mano una pergamena suggellata per nunciargli che era

eletto papa. Si narra che il povero solitario abbia tentato di fuggire,

e che soltanto alle ardenti preghiere che gli vennero fatte, massime

dai frati del suo ordine, accondiscendesse ad accettare il decreto di

elezione. È cosa probabile; tuttavolta i versi del suo Biografo fra la

dichiarazione del messaggio e l’ardito acconsentimento del santo non

pongono altro intervallo che quello breve di una sua orazione[713]. La

risoluzione di un eremita invecchiato in solitudini montane, di torsi

insieme colla corona pontificia il peso del mondo sugli omeri, cui

appena appena avrebbe potuto reggere qualche uomo di ingegno grande

e pratico della vita, è per verità cosa meravigliosa. Se anche sia

stata la vanità che abbia fatto cadere il cilicio del penitente e il

ruvido saio del santo, può darsi pure che a quel fatale acconsentimento

l’anacoreta del Murrone sia stato indotto dal sentimento del dovere,

dall’umiltà ai creduti voleri del cielo, da ingenuità fanciullesca.

Oltracciò lo sospinsero in quella via i frati della sua regola,

perciocchè quei discepoli del santo Spirito imaginassero a loro

gran delizia che colla elezione del loro capo supremo s’avverasse

quell’impero profetico che il grande abate Gioacchino de Flore aveva

vaticinato.

Popolo innumerevole, preti, baroni, re Carlo e suo figlio accorsero per

onorare il nuovo eletto; e il selvaggio monte Murrone fu teatro della

scena più singolare che la storia abbia mai registrato. Mossero tutti

alla città di Aquila; e il Papa eremita vestito della sua povera tonaca

venne a cavalcioni d’un asinello, che due re con sollecita cura e con

venerazione reggevano per le briglie: precedevanli schiere di splendidi

cavalieri e cori di preti salmodianti; li seguivano turbe di uomini

di mille aspetti, e intanto altri si inginocchiavano devotamente lungo

la via[714]. Alla vista del corteo fastosamente umile di un Pontefice

che veniva seduto sopra un somarello, ma cui servivano due re, furono

parecchi a sentenziare che quell’imitazione dell’entrata di Cristo

in Gerusalemme o era una vanità, o non s’acconciava più alla pratica

grandezza del pontificato. Tosto re Carlo s’impadronì del neo eletto,

nè più si lasciò scappare di mano quel fantoccio papa nativo del suo

paese[715]. I cardinali avevano invitato Pietro acciocchè andasse a

Perugia; invece, poichè così ordinava Carlo, ei chiamò loro ad Aquila.

Vennero contra genio; l’orgoglioso Benedetto Gaetani fu l’ultimo, e,

sdegnato di ciò che vedeva, cercò di assicurarsi l’ascendente sulla

Curia. In quello il cardinale Latino moriva a Perugia, ma se fu per lui

buona ventura che non vedesse davvicino la creatura della sua elezione,

la morte sua fu invece per Pietro una vera disgrazia[716]. I cardinali,

signori dediti alla vita del bel mondo, eruditi, eleganti, mirarono

con istupore il novello Papa, che loro venne incontro con un piglio

da timido boscaiuolo, debole, senza facondia di parola, senza garbo nè

dignità. Poteva forse questo semplicetto anacoreta essere successore di

Papi che avevano saputo maestosamente far da padroni di principi e di

nazioni?

In una chiesa posta fuor delle mura di Aquila Pietro fu consecrato

addì 24 Agosto 1294, con nome di Celestino V: un testimonio oculare

racconta che vi si accalcassero un dugentomila persone. Indi il Papa

tenne la sua entrata in quella città, ma non più a cavallo di un asino,

bensì sopra un bianco palafreno ornato riccamente e con magnificenza

grandissima[717]. Servitore devoto di Carlo, creò subito dei nuovi

cardinali, candidati del Re, e rinnovò eziandio la Costituzione di

Gregorio X intorno al Conclave. Di lui s’impossessarono dei furbi

cortigiani, e chiesero che sottoscrivesse e munisse del suo sigillo

tutto quello che essi volevano: ora il santo non sapeva dir di no a

chicchessia; tutto ciò che gli domandavano concedeva a larghe mani; e

le sue azioni, che erano quelle di uomo allo stato di natura, parvero

opere da folle e biasimevoli[718]. Invece di andare a Roma, sì come

chiedevano i cardinali, obbedì al Re, e mosse a Napoli[719], seguendolo

la Curia con gran malcontento e brontolando. E anch’egli si trovava in

grande afflizione e in difficoltà inenarrabili. Dopo ch’ebbe affidato

la cura degli affari a tre cardinali, nella stagione dell’avvento si

ascose nel castello che il Re s’aveva nuovamente edificato a Napoli, e

dove gli si apprestò una cella: ritiratosi entro di quella vi riandò

colla mente i silenzî della sua grotta, e sognò degli spiriti che

popolavano la solitudine di monte Murrone. E là, dice il suo Biografo,

l’infelice parve somigliare al fagiano selvatico che nasconde la

testa credendo celarsi tutto quanto alla vista dei cacciatori, laddove

questi gli strisciano vicino, e non hanno che a stendere la mano per

pigliarlo[720].

Per uomini di ogni maniera nulla v’ha di più intollerabile quanto

un posto cui repugna l’indole loro, cui le loro forze non bastano:

Celestino V ne è l’esempio più spiccato. Fame, sete ed ogni sorte di

privazioni penose erano cosa gradita e occupazione di ogni giorno

per un santo che s’era assuefatto a vivere chiuso in una grotta,

e a dialogare colle stelle scintillanti, cogli alberi dalle fronde

stormenti, cogli uragani, cogli spiriti della notte ovvero della sua

fantasia. Ed ora invece di repente ei si trovava collocato sul trono

eccelso della terra, circondato da principi e da maggiorenti, premuto

da cento uomini astuti, chiamato a reggere il mondo e a muoversi in

un labirinto di artificî, egli che non sarebbe pure stato capace di

attendere ai più meschini negozî da notaio. Degna di compassione fu la

parte che Celestino V sostenne, ma più che colpevole fu la imprudenza

dei suoi elettori, tentatori di un santo. In tempi religiosi, quando un

semplice fraticello poteva adempiere all’officio di supremo sacerdote,

Celestino V avrebbe potuto essere un buon pastore di anime; per lo

contrario sul trono di Innocenzo III egli parve un’assurda sconciatura.

Aveva ormai sentito desiderio di abdicare, e adesso a Napoli risolse

di farlo. Viene detto che l’ambizioso cardinale Gaetani nel silenzio

della notte e mercè un portavoce, simulando che le parole venissero

dal cielo, lo ammonisse di rinunciare al Papato; e si afferma che

questo giuoco inducesse quell’anima angustiata ad un passo, di cui

non si teneva memoria eguale negli annali della Chiesa. Può darsi che

questo racconto (fin da allora si diffuse) sia privo di fondamento;

i contemporanei non ne parlano, ma dichiarano che parecchi cardinali

chiedessero che abdicasse. E senza dubbio re Carlo vi aveva dato il

suo beneplacito e accondisceso che si levasse a pontefice il cardinale

Gaetani: sembra infatti che durante il viaggio da Aquila a Napoli

si togliesse la ruggine che v’era stata fra loro, e che egli si

ravvicinasse a quell’orgoglioso prelato[721].

Quando s’ebbe contezza della risoluzione del Papa, Napoli ne fu tutta

agitata; gente innumerevole si accalcò, e il popolo messo a fanatismo

dai frati dell’ordine di Celestino assediò il palazzo con grida e

con clamori, chiedendo che quegli continuasse nel papato. Rispose

Celestino in modo ambiguo, ma ai 13 di Dicembre 1294, dopo la lettura

di una Bolla che dichiarava esser valida la abdicazione di un Papa

allorchè importanti motivi ve lo persuadano, ei protestò in publico

Concistoro di volersi dimettere dalla sua dignità cui si sentiva

incapace di sostenere: confessione onorevole che non lui condannò,

sibbene l’intelletto dei suoi elettori. E allora, deposta con gioia

la porpora, Celestino V ricomparve innanzi l’assemblea commossa, in

aspetto dell’uomo della natura, nelle sue rustiche vesti, da quello che

era veramente, un penitente ed un santo venerabile[722]. Un destino

meraviglioso aveva strappato Pietro del Murrone alla sua solitudine;

per un istante lo collocò sulla cima eccelsa del mondo, indi da questa

tornò a strapparlo e lo precipitò in basso. Il sogno di cinque mesi

pieni di splendori e di tormenti a lui saranno parsi la più atroce

di quelle visioni di tentazioni e di diavoli che sogliono avere gli

eremiti; e la sua abdicazione fu certo la migliore e massima di tutte

le abnegazioni che possa imporsi l’uomo penitente. La storia dei Re

registra memoria di alcuni principi che stanchi del mondo deposero

la corona per attendere alla cultura dei fiori come Diocleziano,

o, come Carlo V, per meditare in solitudine tranquilla ai dì corsi

della loro vita; e alla loro abnegazione si pagò ogni volta tributo

di ammirazione: la storia dei Pontefici invece non tiene nota che di

una sola abdicazione volontaria, quella di Celestino V; ed essa ai

suoi tempi provocò i più contrarî giudizî degli uomini, e suscitò la

controversia pericolosa se un Papa, come quegli che è messo in trono da

Dio, possa o no abdicare. Dante con sentenza severa nei suoi notissimi

versi biasimò il comportamento di Celestino, e dichiarò che per viltà

tradisse la Chiesa; per lo contrario il Petrarca, che scrisse un libro

in onore della vita solitaria, gliene tributò lode, dicendo che la sua

azione fu di umiltà inimitabile. Ma noi reputiamo eroismo non essere

l’opera di un uomo che abdica ad una dignità, la quale, quantunque

splendidissima, gli gravi le spalle come soma intollerabile[723].

§ 3.

Benedetto Gaetani, papa. — Va a Roma. — Fuga dell’ex-Pontefice. —

Magnifica coronazione di Bonifacio VIII. — Fine di Celestino V. —

Sicilia. — Jacopo di Aragona si sottomette alla Chiesa. — Costanza

a Roma. — Feste nuziali. — I Siciliani continuano la guerra sotto re

Federico. — Bonifacio VIII investe Jacopo di Sardegna e di Corsica. —

_Hugolinus de Rubeis_, senatore. — Pandolfo Savelli, senatore (1297).

— La casa dei Gaetani. — Loffredo conte di Caserta. — Francesco

cardinale. — Pietro Gaetani, conte palatino lateranense.

L’ambizioso cardinale Gaetani aveva con grande zelo promossa

l’abdicazione di Celestino, perciocchè un uomo come lui mal potesse

sofferire la continuazione di un cosiffatto pontificato. Se legittimi

sieno stati gli espedienti che egli usò in questo intento, non si deve

che lodarnelo di aver fatto discendere un uomo inetto dalla cattedra

santa, per salvare il Papato da una confusione infinita. E a lui toccò

la tiara, poichè fu eletto ai 24 Dicembre del 1294, col consentimento

di Carlo, a maggioranza di voti. Nessun contrapposto poteva esser

maggiore di quello che v’ebbe tra lui ed il suo predecessore. I frati

dello Spirito Santo avevano fatto il tentativo di sollevare sul trono

pontificio un apostolo della povertà, un uomo della foggia di san

Francesco, e avevano sperato di dare inizio con lui sulla terra ad

un’êra nuova del regno di Dio. Ma in mezzo al mondo pratico cotale

idea s’era mostrata per quella chimera che veramente era; e dopo

quell’episodio romantico, o, per chiamarlo meglio, quell’avvilimento in

cui il taumaturgo ebbe gettata la Chiesa, or saliva al trono pontificio

Bonifacio VIII, cardinale esperto del mondo, giureconsulto erudito,

animo regio: ed egli doveva da parte sua dare prova che per la Chiesa

era cosa parimenti pericolosa avere un capo politico senza virtù di

santo, quanto avere per papa un santo senza ingegno di governante.

Benedetto, figlio di Goffredo e nipote di Alessandro IV per parte di

madre discendeva da un’antica famiglia della Campagna, dai Gaetani

cavalieri residenti in Anagni. Prima di lui della sua famiglia non si

tiene nota nelle storie di Roma, a meno che non si voglia dire che vi

abbia appartenuto Gelasio II; però il nome dei Gaetani era conosciuto

assai prima di quest’età, e lo avevano portato alcuni cardinali, oltre

ad uomini di casa Orsini. Che i Gaetani derivassero dai vecchi Duchi

di Gaeta non può provarsi; ma pur può essere che questa casa sia stata

di origine longobarda, come già lo dimostra il nome in essa frequente

di Luitfredo o Loffredo od anche di Roffredo[724]. E quel casato

era ragguardevole, sebbene allora non fosse potente, ancor prima che

Bonifacio VIII diventasse papa; ed alcuni dei suoi si erano illustrati

da cavalieri in guerra, o da podestà nel governo di città[725].

Benedetto aveva incominciato con essere notaio apostolico sotto di

Nicolò III; ebbe da Martino IV il cappello cardinalizio, e parecchie

volte sostenne con molto onore officî di legato. Era eloquente nel

dire, conoscitore profondo delle leggi civili e delle canoniche,

diplomatico di grande ingegno; ed aveva aspetto dignitoso e imponente,

congiunto a bellissime forme della persona: però queste doti del suo

animo gli inspiravano non umiltà, ma alterigia; in vece di tolleranza,

disprezzo degli uomini[726].

Divenuto papa, volle tosto liberare la santa Sede dalle influenze di

ogni fatta che negli ultimi tempi ne avevano angustiata la libertà.

Fallì pertanto la speranza che aveva nutrito Carlo di trattenere a

Napoli il Papato. Di Bonifacio VIII dapprima non era stato amico;

ma l’uno aveva mestieri dell’altro: il Re abbisognava del Papa per

riguardo a Sicilia, il Papa abbisognava del Re per difendersi da’ suoi

invidiosi. Il debole Celestino V non aveva saputo condurre a termine

le trattative avviate perchè Jacopo di Aragona rinunciasse a Sicilia;

invece Bonifacio VIII prometteva a Carlo di ridonare Sicilia alla casa

di Angiò. Furono d’accordo; e gli avvenimenti che succedettero di lì

a breve dimostrarono che eglino adempierono coscienziosamente alle

vicendevoli promesse. E Carlo per prima cosa sacrificò Celestino V alla

quiete del nuovo Pontificato, acconsentendo che si ponesse sotto buona

custodia: infatti Bonifacio aveva ragioni di temenza a lasciar che

andasse libero girovagando un Santo che pur testè era stato papa, la

cui abdicazione era variamente giudicata, che poteva nelle mani di suoi

nemici diventar facilmente uno strumento pericoloso. Per conseguenza,

col beneplacito del Re, Bonifacio mandò sotto vigilanza l’ex-Papa

a Roma; ed essendo il Santo fuggito, Carlo in gran fretta gli mandò

dietro genti che lo pigliassero: così frattanto s’imprese il viaggio

alla volta di Roma.

Il nuovo Pontefice, accompagnato da Carlo, lasciò Napoli sui primi

di Gennaio dell’anno 1295[727]. Erano appena giunti a Capua, quando

si sparse per Napoli la fama che Bonifacio VIII fosse repentinamente

morto. Bastò tal voce per destare una gioia sfrenata; i Napoletani

misero in feste e in baldoria la loro città, e tale fu l’augurio che

tenne dietro al successore di Celestino mentre egli continuava il

suo cammino per Roma[728]. Traversando la Campania andò primamente

ad Anagni sua patria che lo accolse con compiacimento orgoglioso,

avvegnachè con lui essa contasse tre celebri Papi che in un solo secolo

erano usciti dal suo popolo. E là vennero legati romani a salutarvi

Bonifacio, e lo investirono dell’autorità senatoria, perlochè egli,

appena arrivato a Roma, vi pose da senatore _Hugolinus de Rubeis_,

parmense[729].

Con insolita pompa si celebrarono le accoglienze, l’entrata e la

festa della coronazione, che avvenne ai 23 di Gennaio 1295 nel san

Pietro. Il Papato, che di recente nell’anacoreta Pietro aveva vestito

un manto di apostolica povertà, umile tanto da aver quasi l’aspetto

di eresia valdese, si ornò adesso (e fecelo di proposito deliberato)

colla splendida maestà e colla magnificenza mondana di trionfatore.

I nobiluomini romani, gli Orsini, i Colonna, i Savelli, i Conti, gli

Anibaldi spiegarono uno sfarzo cavalleresco; i baroni e i podestà dello

Stato ecclesiastico, la comitiva numerosa del Re di Napoli crebbero

ancor più il lustro alle ceremonie: e nella grande processione festiva

onde il Pontefice mosse a prender possesso del Laterano, passando sotto

gli archi di onore e lungo le vie addobbate a festa, presero parte

i magistrati ed il Prefetto urbano, ridotto adesso ombra vana senza

potenza[730]. Bonifacio VIII cavalcava una chinea bianca come neve,

coperta di una gualdrappa di penne cipriotte; teneva in capo la corona

di Silvestro, e vestiva i solenni abiti pontificali. Ai suoi fianchi in

vestimenta di colore scarlatto movevano due Re vassalli, Carlo e Carlo

Martello, reggendo le briglie del cavallo. E non erano scorsi pur sei

mesi che questi medesimi Re avevano fatto comitiva ad un Pontefice,

che in abito da eremita era andato cavalcando un asinello: e adesso

potevano dire a sè stessi che allora quell’uguale officio gli aveva

meno umiliati. L’ombra del povero spirituale, il quale ripudiava tutte

le pompe del mondo, spegneva la sete con acqua di fonte e saziava la

fame colle frutta della foresta, sarà apparsa davanti a Bonifacio VIII

ed ai due Re, e avrà alzato la mano in atto di ammonimento allorquando

alla solenne mensa tenuta in Laterano questi ultimi ebbero l’onore di

imbandirgli la tavola dei primi piatti, per poi andare a prendersi il

loro umile posto alle tavole dei cardinali, dove in mezzo a squisiti

camangiari, vini preziosi scintillavano nei «nappi di Bacco»[731].

Intanto che Bonifacio VIII celebrava con tanta festa la sua

coronazione, Celestino andava errando pei boschi delle Puglie affine di

scampare a’ suoi persecutori. Una volta fuggito, simile ad un colombo

selvatico, era corso lietamente alla sua diletta solitudine di Sulmona,

sperando di potervi continuare la sua prima vita. Ma un Papa che aveva

abdicato non aveva più diritto alla libertà: colla dichiarazione di

rinuncia Celestino V aveva sottoscritto eziandio la sua sentenza di

morte. Allorchè le genti che gli davano la caccia furono venute sul

Murrone, fugginne l’ex-Papa; con un suo seguace andò e andò, finchè

dopo alcune settimane di faticoso cammino giunse al mare. Presso alla

costa pugliese montò in una barca sperando di toccar la Dalmazia ed

ivi nascondersi in qualche luogo selvaggio; ma il mare risospinse il

santo alla riva; gli abitatori di Viesta lo riconobbero per chi era,

e con grande ossequio lo salutarono come facitor di miracoli. Suoi

aderenti lo circondarono e lo esortarono a tornar papa, ma l’umilissimo

anacoreta fece che il Podestà della terra senza resistere lo desse

in mano di chi lo cercava: pertanto nel mese di Maggio Guglielmo

l’Estendart, contestabile del Re, lo tradusse alle frontiere dello

Stato ecclesiastico[732]. Lieto di avere in mano il suo pericoloso

predecessore, Bonifacio lo fe’ dapprima custodire nel suo palazzo di

Anagni: ed al buon eremita si diè ad intendere che dovere di religione

gli comandava di rinunciare alla libertà, all’istesso modo che abdicato

aveva alla tiara. Lo adularono, lo colmarono di carezze, e finalmente

per maggior sicurezza lo trassero a Castel Fumone. Questa tetra rocca

(piantata sopra uno scosceso monte foggiato a cono che s’alza vicino ad

Alatri) aveva servito fino da’ tempi antichi da prigione di Stato, e

nelle sue torri aveva finito più d’un ribelle e financo un Pontefice.

Viene detto che Celestino V sia stato tenuto colà sotto vigilanza

cortese; ma altri narra che il suo carcere fosse più angusto della sua

angustissima cella di monte Murrone. Di lì a breve morì[733]. Il suo

destino fece ch’ei paresse un martire, Bonifacio un assassino: i monaci

celestini irritati diffusero i più tetri racconti; s’inventò e perfino

si mostrò come reliquia un chiodo che (dicevasi) per comando del Papa

avrebbesi confitto nel capo del prigioniero innocente.

La morte di Celestino consolidò il trono di Bonifacio VIII. Se anche

quella morte non fe’ tacere le voci che accusavano quest’ultimo di

esservi asceso contro diritto, tuttavolta essa tolse ai nemici suoi

il rappresentante vivo della loro opinione. Ciò che più davvicino

stava a cuore al Papa si era di riconquistare la Sicilia a favore

degli Angioini, e per conseguenza della Chiesa: conveniva per l’onore

della santa Sede che si cancellasse lo smacco doloroso della perdita

di quel paese. A questo avevano inteso anche i suoi predecessori. Ed

infatti allorchè, morto (ai 18 Giugno 1291) il giovane Alfonso, era

salito sul trono di Aragona il suo secondo fratello Jacopo, Nicolò IV

aveva avviato negoziati di pace fra lui e Carlo II; e Jacopo premuto

da Francia (poichè Martino IV aveva osato di dare Aragona a Carlo

di Valois in feudo pontificio), aveva altresì accondisceso a cedere

Sicilia. Però i Siciliani non vollero più che Papi e Re facessero

mercato di loro; opposero diniego, e nel giovine Federico, fratello

di Jacopo e nipote di Manfredi, trovarono il loro capo nazionale. Per

motivi di politica Jacopo rinnegò il suo passato glorioso; conchiuse

pace colla Chiesa e con Carlo, e nell’anno 1295 rinunciò alla signoria

dell’isola. In un abboccamento ch’ebbero insieme a Velletri Bonifacio

aveva tentato di indurre Federico a consentirvi anch’egli: dapprincipio

il giovine principe, adescato colla prospettiva di essere fatto

senatore di Roma e di ottenere poi in isposa Caterina di Courtenay,

tentennò poco virilmente, ma più tardi tornato a casa sua ritrattò ogni

promessa, e addì 25 Marzo 1296 prese la corona dell’isola a Palermo,

re eletto dal popolo. Così naufragò la speranza del Pontefice; Sicilia

conservò la sua independenza anche dopo la deserzione di Giovanni

da Procida e del celebre ammiraglio Rogero de Loria, e la mantenne

eziandio contro le armi di Jacopo, cui i trattati costrinsero ad

impugnarle contro il fratello.

Jacopo venne a Roma sulla fine del Marzo dell’anno 1297. Sua madre

Costanza, donna pia che ardentemente bramava la pace colla Chiesa,

accondiscese ai suoi desiderî e venne con lui di Sicilia, abbandonando

così l’altro suo figlio Federico. Singolari circostanze di cose

indussero quella figlia di Manfredi a recarsi a Roma, dove fu accolta

con molte allegrezze e sciolta dalla scomunica che avvinceva la sua

famiglia. Ed ella condusse con sè la sua figliuola Violante per unirla

in matrimonio, conformemente al trattato, con Roberto di Calabria

figlio di Carlo II. Gli eredi dei tanto odiatisi Hohenstaufen ed

Angioini, dei Guelfi e dei Ghibellini, di Manfredi e di Carlo I;

gli uomini dei Vespri siciliani convennero assieme in Roma, ma per

celebrarvi una festa di pace durevole. Allorchè Bonifacio papa (e

questo fu il più bel momento di sua vita) pose la mano di Violante

in quella di Roberto, può darsi che la mente d’ogni uomo corresse al

pensiero delle orrende giornate di Benevento e di Tagliacozzo, sulle

cui tombe quei due giovani belli e prosperi, la nipote di Manfredi e

il nipote di Carlo d’Angiò, parevano piantare la palma di pace[734]. Il

solo don Federico non prese parte a questa riconciliazione.

Costanza soggiornò ancora un tratto di tempo a Roma con Giovanni da

Procida; e di là con gran dolore mirò alla guerra fratricida de’ suoi

due figliuoli, che il Papa, a vitupero della religione di Cristo,

promoveva e con gran calore attizzava. Ed il suo cuore sanguinava

eziandio pensando alla sorte dei figli di Manfredi, fratelli suoi.

Banditi dalla società civile, quegli sventurati continuavano sempre a

languire nel carcere di Santa Maria del Monte. Se anche Costanza avrà

chiesto che fossero posti in libertà, ella non ottenne ascolto; i veri

eredi di Manfredi, i legittimi signori di Sicilia rimasero vittime

della ragione politica di casa di Angiò e di quella di Aragona[735].

Del rimanente la fortuna concesse a Costanza quello che negò al

padre di lei; ella fu sposa di un Re grande, liberatore di Sicilia;

vide tre figliuoli coronati re; e finalmente, riconciliata colla

Chiesa, occupata in esercizî di religione come un tempo Agnese madre

di Enrico IV, la nobile figliuola di Manfredi morì nell’anno 1302 a

Barcellona[736].

Finite le feste di Roma, i Re ne partirono per apprestarsi alla guerra

contro Federico, di cui Bonifacio provvide le spese col patrimonio

della Chiesa e colle decime. Ma i Siciliani non badarono alle sue

scomuniche. L’uso eccessivo aveva logorato quelle armi spirituali che

nel più buio periodo del medio evo erano state più micidiali della

polvere da cannone. Nel secolo decimoterzo non fuvvi uomo per poco

eminente, non città, non nazione che per motivi politici non ricevesse

una gragnuola di scomuniche; e gli anatemi erano leggermente scagliati

e con pari levità revocati, ogni qual volta il farlo profittasse. Però

ormai Bonifacio VIII dovette capire che quelle folgori non erano più

efficaci. Della sua sconfitta in Sicilia lo consolò, ma a mala pena,

un nuovo regno vassallo della Chiesa. Egli aveva nominato Jacopo di

Aragona a gonfaloniere, ad ammiraglio e a capitano generale della

Chiesa, e lo aveva armato alla guerra contro il fratello; laonde addì

4 Aprile 1297, in ricompensa antecipata, gli diè le isole di Sardegna

e di Corsica dove il Pontefice non possedeva neppure un palmo di

terra[737]. Pisa, che un tempo era stata signora di quelle isole, s’era

indebolita dopo la sventura toccata alla Meloria, e incominciava a

decadere; perciò non vi oppose impedimento, ed anzi quella Republica,

già tanto potente ed illustre amica degli Imperatori, elesse Bonifacio

VIII a suo rettore per averne l’aiuto.

Bonifacio VIII seppe usare con esito fortunato di quella politica

onde notammo che i Papi cercavano farsi investire dalle città delle

loro magistrature. Infatti poco a poco parecchi Comuni lo elessero

a podestà. Circostanze repentine li costringevano a riparare sotto

il patrocinio della Chiesa affidando personalmente al Papa il loro

reggimento. Vero è che ponevano delle guarentie ai loro Statuti,

per guisa che il vicario del Pontefice allorchè entrava nella terra,

prima ancora che smontasse di cavallo, doveva giurare sull’Evangelio

di rispettarli; tuttavia l’autorità ceduta ai Papi anche di tratto

passeggiero affievolì la loro autonomia republicana[738]. Anche Roma

accolse chetamente i senatori che Bonifacio vi pose in carica; e così

nel Marzo dell’anno 1297 egli fece novellamente senatore per un anno

il celebre Pandolfo Savelli[739]. Quanto alla sua propria famiglia, dei

Gaetani, la sollevò ai più alti onori ecclesiastici e municipali. Tosto

dopo la sua consecrazione il fratel suo Loffredo fu nominato conte di

Caserta da re Carlo che era presente in Roma[740]. Dei figli poi di

Loffredo, il Pontefice nominò l’uno, Francesco, a cardinale di santa

Maria in Cosmedin e l’altro, Pietro, elesse conte palatino lateranense

e rettore del patrimonio di Toscana. Di lì a poco questo fortunato

nipote diventò erede di suo padre, conte di Caserta, fondatore di un

patrimonio principesco che abbracciò le due pendici dei monti Volsci:

ed egli fu stipite delle due maggiori linee di sua casa, chè infatti

dai suoi figliuoli, Benedetto conte palatino romano, e Loffredo conte

di Fundi e di Traetto, la famiglia si venne propagando per modo che

dura ancora ai dì nostri[741]. Così per virtù della Chiesa una nuova

dinastia fiorì nella Campagna alla stessa guisa di ciò che avvenne dei

Conti a’ tempi di Innocenzo III: e la nobiltà di Roma s’accrebbe di un

casato di prodi, ambiziosi e ricchi ottimati che minacciò di eclissare

stirpi patrizie più antiche. Fra quelle famiglie nobili nessuna allora

era più vecchia d’origine e più potente della casa dei Colonna; e con

loro Bonifacio VIII entrò in breve in una contesa che ebbe grandissima

influenza sui suoi destini, e che associata con relazioni di cose molto

maggiori contribuì alla presta caduta di lui.

§ 4.

Dissidio famigliare di casa Colonna. — Jacopo e Pietro cardinali

s’inimicano Bonifacio VIII. — Opposizione contro il Papa. — I due

cardinali sono deposti. — Fra Jacopone da Todi. — Manifesto contro

il Pontefice. — I Colonna sono scomunicati. — Pandolfo Savelli cerca

di intromettersi paciere. — Crociata contro i Colonna. — Assedio di

Palestrina. — I Colonna si sottomettono in Rieti. — Il Papa distrugge

Palestrina. — I Colonna fuggono e sono banditi. — Sciarra e Stefano in

esilio.

Discordie domestiche sorsero in questo tempo a dividere la numerosa

casa dei Colonnesi[742]. Ai 28 Aprile 1292, per contratto fra loro

stipulato, i figli di Odone avevano conferito al cardinale Jacopo loro

fratello maggiore la amministrazione del patrimonio famigliare, di cui

Palestrina era centro. Alla linea più giovane, di Genazzano, composta

dei figliuoli di Giovanni senatore, fratello di Jacopo (e fra loro

erano Pietro cardinale e Stefano conte), spettava una parte di quei

possedimenti; ma poichè Jacopo troppo li favoriva, Odone, Matteo e

Landolfo, fratelli suoi, rimproverarono a lui che tutto profondesse a

quei nipoti. Nella disputa fu involto il Pontefice: ammonì egli Jacopo

ripetute volte affinchè ai suoi fratelli desse quello che per diritto

loro toccava; nondimeno i due cardinali, zio e nipote, ricusarono

di farlo, anzi nessuno dei due si lasciò veder più in Laterano[743].

Nella Curia tenevano essi il primo luogo; principi romani di nobiltà

antichissima erano uomini superbi ed arroganti. Videro con acerba

contrarietà che il Pontefice assumeva aria di padronanza; ed avevano

parecchie ragioni di tenergli il broncio, massime dappoichè Bonifacio

pareva risoluto a voler domare l’alterigia dell’aristocrazia romana.

Nei Colonna si ridestavano tendenze ghibelline; e, ad onta della loro

vecchia unione con Carlo II di Napoli, ricevevano messaggi di Federico

di Sicilia, il quale cercava di dar nuovo risveglio alla fazione romana

che aveva parteggiato per gli Hohenstaufen.

Ad afforzare il partito politico si aggiungeva eziandio una contesa

ecclesiastica, perciocchè i due cardinali manifestamente non si

accordassero coll’indirizzo che il Papato aveva preso a fronte della

Chiesa e degli Stati, e che presto o tardi lo avrebbe dovuto trarre

in perniciosissime lotte colle monarchie. Già al tempo di Gregorio

IX un cardinale Colonna era stato nemico risoluto di quell’indirizzo;

per di più adesso la morte di Celestino V non aveva fatto cessare la

credenza che Bonifacio VIII fosse illegittimo papa: e gli appassionati

sostenitori di quell’opinione erano massimamente i frati dell’ordine di

Celestino, i quali non sapevano darsi pace della caduta del loro idolo.

E tanto più se ne infervoravano, poichè Bonifacio abrogava gli atti che

il suo predecessore aveva promulgato a loro favore: pareva a quegli

spirituali che egli fosse un simoniaco, un usurpatore, incarnazione

della Chiesa mondana, che essi condannavano e pretendevano riformare

colle loro generose utopie del regno dello Spirito Santo.

Il partito dell’opposizione si schierò intorno ai cardinali Colonna ed

ai loro parenti Stefano e Sciarra. Erano notorie le loro intelligenze

con Sicilia; e Bonifacio si pose in guardia, giacchè lo ammoniva

l’esempio di ciò ch’era avvenuto all’età di Federico II, quando dalla

Chiesa avevano disertato il cardinale Giovanni e suo nipote Odone,

padre del vivente cardinale Jacopo. Richiese pertanto che presidî

pontificî si accogliessero a Palestrina e in altre castella dei

Colonna, ma questi, per motivi facili a comprendersi, rifiutarono. E

poichè adesso sempre più caldi facevansi i discorsi scismatici onde

si tacciava di illegittimità il suo pontificato; e poichè si accusava

Pietro Colonna d’essere il massimo autore di quelle voci, Bonifacio,

ai 4 Maggio 1297, invitò il cardinale a dichiarare esplicitamente

se lo reputava pontefice o no. Pietro si scansò dall’obbedire, e con

suo zio andò a Palestrina. Bonifacio diè in furie; ai 10 di Maggio,

congregato un Concistoro nel san Pietro, senza più depose i due

cardinali della loro dignità, e come motivi della sentenza addusse la

loro antica ribellione quando avevano fatto lega con Jacopo di Aragona,

la loro ribellione attuale e l’associazione con Federico, il rifiuto

di accogliere milizie pontificie, la ingiustizia tirannica usata ai

fratelli di Jacopo. Fu questa opera precipitosa dettata dalla collera;

e se dimostra la grande energia di Bonifacio e il suo disprezzo di ogni

riguardo umano, essa dà prova eziandio della veemenza smodata della sua

indole. Forse che erano delitti tanto gravi da meritare una punizione

così severa? La deposizione di cardinali era cosa da lungo tempo non

più avvenuta, ed agli occhi di molti potè parere non giustificata da

quei motivi, avvegnaddio i due principi della Chiesa non si trovassero

per guisa alcuna in aperta rivolta contro il loro capo[744].

I Colonna accettarono la disfida con orgoglio di patrizî che avevano

la consapevolezza della loro potenza principesca. In quello stesso

giorno dei 10 Maggio tennero consiglio di famiglia a Longhezza,

castello pertinente all’Abazia di san Paolo e situato sulle sponde

dell’Anio, là dove in antico era sorta _Collatia_. Con loro convennero

dei giurisperiti, alcuni prelati francesi e due frati minori che furono

fra Diodato e fra Jacopone da Todi; entrambi questi ultimi, partigiani

zelanti di Celestino V, colla sua approvazione avevano fondato sul

monte colonnese di Palestrina una congregazione di eremiti celestini,

che Bonifacio aveva indi privata di qualunque privilegio. Fra Jacopone

era uomo d’indole non comune; esaltato dallo spirito di san Francesco,

mistico melanconico, apostolo appassionato della imitazione di Cristo,

era poeta entusiasta che possedeva bastante ingegno per scrivere in

lingua volgare satire pungentissime contro il Papa e per dettare in

latino il celebre inno dello _Stabat Mater_[745]. In un manifesto

compilato a Longhezza, il cui colorito fosco e scolastico pare che

riveli lo stile di fra Jacopone, i due cardinali protestarono che

non riconoscevano Bonifacio VIII per papa, poichè Celestino V non

avrebbe potuto abdicare, e dacchè per di più la sua rinuncia era stata

conseguenza di artificî insidiosi. Si appellarono ad un Concilio da

congregarsi; ed un tale appello, di cui per primo aveva fatto uso

Federico II, fu di grandissima importanza, perocchè adesso fossero dei

cardinali ad invocarlo. Così minacciavasi infatti di levare al di sopra

della gerarchia pontificia una nuova autorità che potesse farsi giudice

di lei; e, se per allora quella voce non si insinuò nel popolo, fu però

tale che non la si potè più ridurre a silenzio. I Colonnesi fecero

appiccare il loro manifesto pei canti di Roma, e lo fecero perfino

deporre sull’altare del san Pietro[746].

Quando Bonifacio aveva costretto Celestino V a finire i suoi giorni

in un carcere, egli aveva giustamente preveduto la possibilità di uno

scisma. Se il suo antecessore fosse ancor vissuto, ei sarebbe stato

adesso un’arma formidabile in mano dei suoi nemici. Ma Celestino era

morto, e Bonifacio poteva senza fatica metter in evidenza il lato

debole che i suoi avversarî da sè stessi discoprivano. Quei cardinali

erano pure stati de’ suoi elettori, avevano assistito in Roma alla

sua coronazione, lui a Zagarolo avevano solennemente riconosciuto per

pontefice. Or come andava che soltanto a questo momento professassero

un’opinione che li poneva in contraddizione palese con sè medesimi? La

collera di Bonifacio scoppiò in gran fiamme: ai 23 di Maggio promulgò

una seconda Bolla per ischiacciare quelli che or s’eran chiariti

apertamente ribelli. Come scismatici scomunicò i due cardinali e tutti

i figliuoli del senatore Giovanni insieme coi loro discendenti; li

proclamò infami, decaduti dai loro beni, e minacciò di anatema tutte

le terre che loro avessero dato ricetto[747]. Tuttavolta Bonifacio

non riposava sopra un letto di rose; la deposizione dei Cardinali

aveva offeso tutto il sacro Collegio, laonde gli conveniva, e presto,

calmarlo: e in questo intento publicò una Costituzione, in cui

accresceva d’assai la dignità dei cardinali, pronunciava pene severe

contro chi li maltrattasse, e stabiliva che d’allora in poi, pari a’

re, si vestissero di porpora[748]. Ciò fatto, andò a Orvieto, in quello

che i suoi nemici si armavano a difesa nelle loro castella. Risoluto di

voler soffocare colle armi lo scisma nel suo germe, raccolse milizie

e ne affidò il supremo comando a Inghiramo di Bisanzo condottiere dei

Fiorentini, ed a Landolfo Colonna, che, pur essendo fratello di Jacopo,

era tratto da sete di vendetta a combattere contro i suoi parenti[749].

Il senatore Pandolfo cercò allora di scongiurare i malanni di una

guerra civile; ed infatti in nome del Comune romano s’intromise

paciere, e mandò messaggi prima a Palestrina, indi al Pontefice.

Risposero i Colonna d’essere pronti a far soggezione, ma a tali patti

che ne andasse salvo l’onor loro e che si restaurasse la potenza

di lor famiglia; il Papa per lo contrario offerse perdono purchè si

arrendessero a mercè e consegnassero le fortezze[750]. E poichè caddero

a vuoto i negoziati, poichè furono a Palestrina ricevuti ambasciatori

di Sicilia, Bonifacio, ai 18 Novembre, scagliò da Roma nuovamente

la scomunica, e (addì 14 Dicembre) invocò «la universa Cristianità»

a prender la croce contro i nemici di lui, e promulgò le solite

indulgenze[751]. Per verità la potenza del Papa parve esser non grande

se egli dovette ricorrere a una cosiffatta storpiatura delle crociate,

e se, per combattere alcuni ottimati romani che possedevano una rete

di castella nella Campagna, usò mezzi che un tempo erano stati rivolti

solamente contro grandi Imperatori. La guerra del Pontefice contro due

cardinali, guerra civile della Chiesa, fe’ noto al mondo il decadimento

del Papato, fu nuncia di tempi peggiori, diminuì la venerazione di

Re e di popoli verso il capo sapremo della religione. Tuttavolta non

v’ebbe mai al mondo bandiera, qualunque sia stata, intorno cui non

si abbiano raccolto uomini; chè ogni cosa serve a vessillo delle loro

voglie o delle loro opinioni: e infatti anche questa crociata trovò dei

campioni, perciocchè promettesse bottino ed espressamente sembrasse

rivolta contro eretici, una volta che per tali si aveva proclamato

i Colonna[752]. Fino città di Toscana e dell’Umbria fornirono

combattenti, e la guerra santa contro le rocche dei Colonnesi potè

essere condotta con efficacia.

Ed eglino soccombettero perchè furon soli. Federico non mandò soccorsi;

i Ghibellini nello Stato ecclesiastico non insorsero; nel Lazio si

sollevò Giovanni di Ceccano della casa Anibaldi, ma senza compagni e

perciò senza vigore[753]. I Romani, che un dì avevano tratto in trionfo

sul suo cocchio il fratello del cardinale Jacopo, si tennero neutrali;

i cittadini non sentirono che gioia dell’indebolimento di una famiglia

aristocratica, ed i Savelli e gli Orsini profittarono dell’opportunità

propizia per demolire la potenza dei loro avversarî, dei cui beni si

fecero indi arricchire dal Papa. L’esercito crociato assediò tutte le

castella dei Colonna di qua e di là del Tevere. La prima terra cui si

die’ addosso, ormai nell’estate dell’anno 1297, fu Nepi[754]. Questa

città, un tempo libera, apparteneva allora ai Colonna; guerre di parti,

persecuzione di baroni, povertà la avevano ridotta a condizioni sì

disperate che risolse di vendersi ad un qualche potente patrono: e

per tal guisa il ricco cardinale Pietro, ai 3 Ottobre 1293, la aveva

comperata all’incanto[755]. A dir vero Sciarra e Giovanni Colonna di

san Vito vi opposero valorosa resistenza contro gli assedianti, ma

loro mancò l’aiuto che i signori di Vico e di Anguillara avrebbero

dovuto per patti conchiusi prestare; Nepi fu presa di assalto, e dipoi

il Pontefice la diede in feudo agli Orsini[756]. L’esercito crociato

in pari tempo invase i possedimenti famigliari dei Colonna nel Lazio:

Zagarolo, Colonna, ed altre castella furono prese ed incendiate;

i palazzi che la famiglia aveva in Roma furono ridotti cumulo di

ruine[757]. La sola Palestrina, forte e fedele, resistette; e in quella

terra, sede di loro famiglia, Agapito e Sciarra coi due cardinali

si tennero difesi con prospero risultato. Due anni prima Guido di

Montefeltro, sazio del mondo, aveva vestito la tonaca di francescano:

ora si narra che Bonifacio lo traesse fuori del suo convento perchè

il genio di quell’uomo scoprisse il modo di ridurre a partito la rocca

ciclopica, inespugnabile; e viene detto che l’antico ghibellino, come

vide la robustezza della terra, consigliasse al Papa di impadronirsene

con astuzie e con promesse[758].

Palestrina fa ridotta a soggezione per via di un trattato. Vestiti a

gramaglia con una corda al collo vennero i due cardinali, con Agapito

e con Sciarra, a Rieti, e si gettarono a’ piedi del Pontefice: ciò

avvenne nel Settembre dell’anno 1298. Bonifacio VIII sedente in

trono, circondato dalla sua corte e coronato il capo, abbassò con

piglio maestoso il suo sguardo su quegli uomini raumiliati, i quali or

confessarono lui essere il papa[759]. Li graziò, stabili un termine

entro il quale si doveva definire la controversia, e ordinò che fino

a tempo tale stessero sotto sorveglianza, a Tivoli: Palestrina e tutte

le castella dei Colonnesi furono tosto consegnate ai Pontificî. Immenso

era l’odio che Bonifacio portava a ribelli che avevano osato di muovere

attacco alla sua podestà spirituale; ei volle torre il modo di nuocere

ad una famiglia che a Roma intendeva alla tirannide parimenti che i

Visconti a Milano; e l’atroce punizione che senza por tempo in mezzo

egli inflisse a Palestrina rese manifesto quali intenzioni avesse. Uno

strano destino volle che per due volte, dopo un lungo intervallo di

tempo, la furia dell’ira rovesciasse la sua coppa su quella celebre

città sacra alla Fortuna. Silla, cui Preneste si era arresa a mercè,

avevala fatta radere al suolo; mille quattrocento anni dopo di lui

quella stessa Preneste si arrese ad un Papa, ed anche questi con

ferocia di romano antico fe’ demolire la città: così una sorte fatale

venne associando Bonifacio VIII con Silla allorquando il Pontefice

die’ ordine al suo vicario in Roma di smantellare Palestrina. Se il

Barbarossa, che cent’anni prima aveva distrutto Milano (terra per lui

straniera), o se Attila, che in vetustissimi tempi aveva devastato

Aquileja, parvero a buona ragione essere barbari, che nome non si dovrà

dare ad un Papa, il quale nell’anno 1298 a sangue freddo smantellò

una città posta fuor delle porte di Roma, residenza di uno fra i sette

antichi vescovati della Chiesa romana?

Palestrina era posta allora (e vi posa anche oggidì) a mezza costa di

un monte coronato di olivi e di allori. Sulla sua cima, circondata

di antichissime mura ciclopiche, s’ergeva la turrita rocca di san

Pietro, dove un tempo Corradino era stato prigioniero, con molti

palazzi e con molte case. Sotto del castello, disposta a scaglioni,

veniva degradando la città circondata di solide mura, quale era

stata edificata colle rovine del tempio che Silla aveva innalzato

alla Fortuna. Molti vecchi palazzi v’eran là, ed ancora trovavansi

avanzi ben conservati di quel tempio. Lo stesso palazzo maggiore dei

Colonna in parte era antico, e se ne attribuiva l’origine a Giulio

Cesare, ricavandosene la credenza dalla forma di un C che l’edificio

fin da allora aveva, allo stesso modo che in eguale curva è costruito

anche l’odierno. Attiguo ad esso trovavasi il bellissimo decoro della

città, un tempio rotondo allora dedicato alla Vergine, e simile al

Panteon di Roma: e posava sopra una scalea marmorea di cento gradini,

tanto larga che comodamente la si poteva salire a cavallo[760]. Altri

monumenti antichi, statue parecchie, bronzi molti che derivavano dalla

inesauribile dovizia dell’età fiorente di Preneste, s’erano conservati

sotto il patrocinio dei Colonna, i quali, amantissimi delle cose d’arte

ed orgogliosi di possedere Palestrina, avevano raccolto nel loro

palazzo tutte le magnificenze inventate dal lusso del loro tempo, i

tesori dell’antichità e i documenti della loro casa. Tutto ciò in pochi

giorni perì; la sola cattedrale di santo Agapito ne andò risparmiata;

e fra le ruine fu aperto un solco coll’aratro e vi si sparse il sale, a

somiglianza (così il Papa disse con calma terribile) di ciò che s’aveva

fatto in antico dell’africana Cartagine[761]. In tal guisa parve che

Bonifacio VIII si compiacesse di imitare la tempra dei Romani antichi

od anzi la persona di Gehova quale lo dipinge nella fierezza della sua

collera l’antico Testamento: nè il suo fulmine fu roba da teatro; esso

veramente distrusse una delle antichissime città di Italia, che pari

a Tusculo, perì nella forma antica che ancora conservava. Più tardi fu

riedificata, ma miseramente.

All’istesso modo che Silla aveva fondato una colonia militare nella

pianura della distrutta città, così anche Bonifacio ordinò ai dolenti

abitatori, di cui confiscò tutto il patrimonio privato, di por dimora

in un luogo vicino. Ed eglino eressero capanne nella bassura dove

oggidì è la Madonna dell’Aquila; e il Papa appellò quel luogo col

nome di _Civitas Papalis_, e vi trasferì il vescovato cardinalizio

di Palestrina. Nel Giugno dell’anno 1299 nominò Teodoro Ranieri,

suo vicario a Roma, a vescovo della novella città, ai cui abitatori

restituì i loro beni in feudo: però ormai nella primavera del 1300 da

tiranno efferato rase nuovamente al suolo quel luogo pur mo edificato,

ed allora gli abitanti ridotti in miseria emigrarono e si dispersero

qua e là[762]. Ad onta di ciò non può dirsi che Bonifacio VIII sia

stato nemico dei Comuni civici; fra’ suoi atti haccene parecchi che

dimostrano aver egli coscienziosamente difeso i diritti delle città, e

dato protezione magnanima a parecchi Comuni contro le aggressioni dei

legati provinciali e degli officiali pontificî[763].

Alla distruzione barbarica ed alla perdita dei loro beni i Colonna

alzarono grida di disperazione e di rabbia. Accusarono apertamente il

Pontefice di spergiuro, protestarono che s’erano assoggettati per via

di un trattato conchiuso colla mediazione dei Romani e del cardinale

Boccamazi, e che per quello eglino avrebbero dovute bensì alzare la

bandiera pontificia nelle loro castella, ma conservarne il possesso.

Ancor nell’anno 1311, ad Avignone, il cardinale Francesco Gaetani

contese la verità di queste proteste, affermando che la loro dedizione

non era avvenuta per capitolazione, ma era stata incondizionata, e

accettata dopo che avevano consegnato le loro castella. Peraltro fin

da allora si giudicò in vario senso l’opera del Pontefice; la voce

del popolo lo accusò di tradimento, e Dante die’ a cotale opinione

un suggello che ancor dura. Questo per lo meno è certo che i Colonna

furono tratti in inganno con lusinghe che loro si fecero concepire nel

nome del Papa[764]: ed ora, poichè in vece di riavere i loro beni, ne

videro le rovine spaventose, si sollevarono a nuova ribellione. Stavano

in temenza perfino della vita. Dicevasi che s’aveva dato incarico

a dei Gioanniti prezzolati di assassinare Stefano, il quale aveva

parimenti fatto soggezione; pertanto egli e gli altri della sua casa

si sottrassero al tribunale pontificio fuggendo, e Bonifacio allora

novellamente gli scomunicò[765]. Li bandì, vietò a tutte le città e a

tutti i paesi di dar loro ricetto, promulgò che i loro possedimenti

erano beni reversi alla Chiesa, e di una gran parte ne investì

nobiluomini romani, massime gli Orsini. In quella ruina fu travolto

anche Giovanni Anibaldi di Ceccano; e l’infelice poeta fra Jacopone

languì fino alla morte di Bonifacio VIII in un carcere oscuro di

Palestrina, da cui invano supplicò con versi accalorati l’inesorabile

Papa affinchè gli concedesse l’assoluzione[766].

I Colonna fuggirono chi d’una, chi d’altra parte; il fiero Sciarra,

come anticamente Mario, andò errando per boscaglie e per paludi;

e si narra che pirati lo prendessero presso la costa di Marsiglia

e lo incatenassero da galeotto al remo, finchè il Re di Francia lo

riscattò. I due Cardinali si nascosero in Etruria o in Umbria presso

amici ghibellini. Stefano cercò un asilo in Sicilia, ma poichè non

vi si sentiva sicuro, emigrò alle corti di Inghilterra e di Francia:

uomo generoso, fuggente la collera intemperante del Papa cui il mondo

non amava, venne accolto con onoranza dovunque andò: e nell’esilio fu

il modello del vero fuoruscito romano, per modo che, adulandolo, il

Petrarca lo paragonò a Scipione l’Africano. Nelle storie della Città

torneremo a trovare questo celebre romano, e, vecchissimo, ai tempi di

Cola tribuno, lo vedremo sedere presso alla tomba del suo sventurato

nemico Bonifacio e presso i sepolcri dei suoi figliuoli[767].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 5/8 · 第 19 / 29 题