CAPITOLO QUARTO.

§ 1.

Carlo, coi suoi prosenatori, governa a lungo e con energia in Roma.

— Monete di lui. — Statua a suo onore. — Torna a Roma nel 1271. — I

cardinali, radunati a Viterbo, non sanno chi eleggere papa. — Guido di

Montfort uccide Enrico principe inglese. — Elezione di Gregorio X. —

Elezione di Rodolfo d’Asburgo. — Fine dell’interregno.

Dopo che Carlo ebbe soffocato nel sangue la ribellione del suo

reame, non vi fu in Italia principe più potente di lui; ed egli potè

adesso accarezzare il pensiero (già da lunghissimo tempo ne aveva

concepito l’idea) di sottoporre tutta la penisola al suo scettro, e di

conquistare nientemeno che l’Impero greco. Però sul trono di Federico

II non sedeva altr’uomo che un conquistatore odiato. Carlo d’Angiò non

ebbe sapienza di governante, non mente di legislatore; in eredità di

quei paesi lasciò soltanto la maledizione della sua tirannide e di un

lungo despotismo feudale. I disegni della sua ambizione fallirono come

quelli degli Hohenstaufen, perchè gli sventarono l’arte politica dei

Pontefici, gli intenti partigiani d’Italia e il sentimento nazionale

latino che ora insorse contro la gallica dominazione straniera.

Per dieci anni Carlo governò Roma da senatore, con vicarî, maggiorenti

della sua corte, che per un tempo indeterminato ei mandava in

Campidoglio, facendoveli accompagnare da giudici e da altri officiali,

conforme a quello che imponevano gli Statuti della Città. La mano

energica di un padrone non fece che bene; si ristabilì il rispetto alla

legge, e nel termine di un anno furono mandati al supplizio dugento

ladri[622]. In tutto quel tempo le monete di Roma si fregiarono col

nome di Carlo[623]: esse ed una statua sono i soli monumenti che durino

a memoria del suo officio, il più lungo che senatore abbia mai tenuto.

Nella sala del Palazzo senatorio in Campidoglio vedesi ancora una

figura di marmo che rappresenta un Re del medio evo, coronato, seduto

sopra uno scanno ornato di teste di leone, con in mano lo scettro,

vestito di manto a foggia romana: la testa è grande e robusta; la

faccia rigida, severa; il naso grosso; le fattezze non brutte, ma

dure. Quella figura è la statua di Carlo d’Angiò, e ad onor suo la

innalzarono i Romani, probabilmente subito dopo che egli ebbe vinto

Corradino[624].

Carlo tornò a Roma nel Marzo dell’anno 1271. Accompagnavalo Filippo

suo nipote, diventato a quest’ora re di Francia, poichè il celebre

padre suo, Luigi il Santo, era morto in crociata, innanzi a Tunisi. E

Carlo entrò in Campidoglio dove Bertrando del Balzo, prode cavaliere,

amministrava il Senato in vece sua. I Ghibellini romani, che per

qualche tratto di tempo avevano continuato una guerra alla spicciolata

sotto gli ordini di Angelo Capocci e avevano combattuto i prosenatori

del Re, erano adesso senza lena e tenuti in freno. Jacopo Cantelmi

aveva lasciato in balia dei Guelfi le fortezze dei loro nemici affinchè

le distruggessero; e in tal maniera furono demolite l’_Arpacata_ nel

Campo di Fiore, e le torri di Pietro di Vico in Transtevere. Carlo

reputò acconcio di dare l’amnistia a parecchi dei maggiori partigiani

di Corradino, e insieme promulgò decreto che i Guelfi romani fossero

ristorati de’ danni sofferti al tempo di Arrigo senatore[625].

Gravissimi affari lo chiamavano a Viterbo; nè tanto vi andava perchè

fossero ancora pericolose le reliquie sparte de’ Ghibellini toscani,

quanto, e più, per ragione della elezione del nuovo Pontefice. Infatti,

morto Clemente IV, i cardinali congregati in quella città non erano

giunti a mettersi d’accordo; all’ascendente dei prelati devoti a Carlo

opponevano contrappeso i cardinali che sentivano dignità patriottica;

tutti poi comprendevano la grandezza del loro dovere, che era di

creare un Papa quale all’età nuova si conveniva. Erano diecisette e non

più. Undici di loro chiedevano un Papa italiano, per via del quale si

potesse restaurare l’Impero che pur sempre vacava; i rimanenti volevano

che si eleggesse un francese: e le loro radunanze si tennero in mezzo

a costante tumulto dei Viterbesi, i quali giunsero a scoperchiare

il tetto del palazzo arcivescovile, per costringere gli elettori ivi

raccolti a venire finalmente ad una decisione[626]. Da quasi tre anni

durava la vedovanza della santa Sede nel tempo medesimo che vacante

era anche l’Impero; e ciò dimostrava in che profondo esaurimento di

forze giacesse il Papato, infermato in mezzo a tanto conturbamento

storico. E adesso Carlo andava a Viterbo per affrettare l’elezione, o

piuttosto per dirigerla a suo talento. Tuttavia sui cardinali egli fece

impressione non grave; piuttosto gli scosse un delitto che sotto ai

loro occhi si compiè, e parve punire la Chiesa perciocchè fosse priva

di capo. Reduce di Tunisi, era venuto a Viterbo insieme con Carlo il

giovine Enrico, figliuolo di Riccardo di Cornovaglia. Or nella città

trovavasi eziandio Guido di Montfort, vicario di Carlo in Toscana[627];

e la vista del Principe inglese poneva tal vertigine indosso a quel

feroce soldato che metter mano nel sangue gli parve poco: lo frugava

smania di vendicarsi della regal casa d’Inghilterra per cui mano un

dì il suo gran padre, Simone di Leicester e di Montfort, era stato

ucciso in battaglia, e, dopo morto, vituperevolmente profanato nel

corpo. Egli dunque colse l’innocente Enrico presso l’altare di una

chiesa, lo pugnalò, e, trascinato il cadavere per le chiome, lo

scagliò sulla gradinata del tempio[628]. L’atroce misfatto commesso

alla presenza dei cardinali, del Re di Sicilia, di quello di Francia,

andò impunito, e l’omicida si ricoverò a Soana presso il suocero suo,

ch’era il conte Rosso della casa Aldobrandi. L’inquisizione che più

tardi si istituì fu mite e benigna, avvegnaddio Guido di Montfort

fosse uno dei maggiori capitani di Carlo, e lo avesse servito meglio

di ogni altro a demolire il trono degli Hohenstaufen, per modo che

il conquistatore avevalo rimeritato con bellissimi feudi nel reame,

dandogli la investitura ereditaria delle contee di Nola, di Cicala,

di Forino, di Atropaldo e di Monforte[629]. Del resto vien detto

che Guido fosse uomo di alto sentire, di ingegno eletto e financo

di grande onestà; ed è pur vero che cotali doti dell’animo potessero

accoppiarsi alla indomabile ferocia di passioni che fu propria degli

uomini del medio evo. Un delitto come il suo a quel tempo non pareva

così orrendo come oggi sarebbe; uccidere per vendetta non si teneva

allora per cosa disonorevole; gli uomini di quell’età sapevano odiare

a morte, e potevano altresì perdonare a chi uccideva. E dodici anni

dopo quell’omicidio, che oggidì porrebbe il suo autore al bando della

società civile, fosse anche un Re, un Pontefice tornava a chiamare

quell’istesso Guido di Monfort con nome di figliuolo dilettissimo, e lo

creava generale ai servizî della Chiesa[630].

Forse quel delitto giovò a svegliare i cardinali dal loro letargo;

ed infatti, addì 1 Settembre 1271, vinti dall’eloquenza del grande

francescano Bonaventura, affidarono a sei elettori tratti dal loro

grembo il mandato di nominare il Papa. Con gran dispetto di Carlo da

quel compromesso uscì un Pontefice italiano, e fu Tedaldo della casa

Visconti di Piacenza, figliuolo di Uberto e nipote di Ottone Visconti

arcivescovo di Milano: uomo di animo posato e generoso, era esperto

nelle faccende temporali della Chiesa, ma non erudito. L’elezione

di un prete che non s’era segnalato per meriti publici, che non

era cardinale, nemmen vescovo, ma semplice arcidiacono di Liegi, e

per di più si trovava allora in Oriente, fa credere che i cardinali

conoscessero l’animo franco e independente di Tedaldo, od altrimenti

che nella loro perplessità, non sapendo che fare, dessero il loro voto

ad un uomo di poco rilievo. Messaggeri recanti il decreto di nomina

partirono tosto in gran premura, e, traghettato il mare, andarono ad

Accona in Siria, dove l’eletto trovavasi presso l’inglese Edoardo che

ivi combatteva in crociata: e l’arcidiacono di Liegi credette cader

dalle nuvole allorchè intese quali splendide sorti gli fossero serbate

in Occidente.

Addì 1 Gennaio 1272 sbarcò nel porto di Brindisi. A Benevento lo

ricevette Carlo con grandissimi onori e gli fe’ accompagnatura; al

ponte del Liri vicino Ceperano trovò una solenne ambasciata dei Romani

venuta a salutarlo, ma egli non accettò il suo invito di andare a Roma,

e senza trattenersi corse a Viterbo, donde soltanto più tardi mosse

alla Città. Ai 13 di Marzo vi fece la sua entrata solenne, condotto

da Carlo re; e questo fu uno spettacolo nuovo pei Romani, giacchè due

Pontefici antecessori di Tedaldo erano saliti alla cattedra santa e di

quella caduti nel sepolcro senza che avessero mai posto piede in Roma,

nè orato presso alla tomba dell’Apostolo. Adesso invece un Pontefice

italiano riconduceva il Papato nella sua residenza: ai 27 di Marzo

Tedaldo Visconti era consecrato in san Pietro, e saliva alla santa Sede

con nome di Gregorio X[631].

Il novello Papa raccoglieva dai suoi predecessori un’eredità che

non era più avviluppata; più fortunato di loro trovò uno stato nuovo

in un mondo nuovo. Dopo Papi che avevano combattuto guerre omicide

e scagliato anatemi innumerevoli contro i Re ed i popoli, un prete

poteva adesso salir nuovamente i gradini dell’altar maggiore, e colla

mano monda e pura benedire il mondo. Gregorio X aveva la coscienza

di una grande missione da compiere, e infatti le opere di quell’uomo

generoso, per quanto egli potè fare, furono di conciliatore e di

principe di pace. Già finita era la lotta coll’Impero; morti ne erano

i combattenti, e l’ultimo figliuolo di Federico II, il re Enzo tanto

degno di compianto, trapassava anch’egli proprio adesso, ai 14 Marzo

1272, nel suo carcere di Bologna, un giorno dopo l’entrata del nuovo

Pontefice in Roma: obliato l’avevano i suoi partigiani ed il mondo,

e innanzi al suo spirito desolato di solitudine eterna erano passate

una dopo dell’altra le ombre di tutti i re Hohenstaufen, cui egli, il

sepolto vivo, era stato condannato a sopravvivere[632]. E in breve

tempo morivano eziandio parecchi monarchi che avevano primeggiato

nell’età poc’anzi trascorsa: Luigi il Santo, Riccardo di Cornovaglia,

Enrico III di Inghilterra si dileguavano dal teatro della storia. Nuovi

Re salivano sui loro troni; e un novello ordine di cose si assestava

nel mondo, fatto meno ideale e più temperato. Allorchè pertanto

Gregorio X prese le redini del Papato, trovò che conseguita era la

meta cui avevano inteso i suoi predecessori; restaurato lo Stato della

Chiesa, Sicilia ridivenuta feudo pontificio sotto una nuova dinastia,

vinto il principio di cui erano stati antesignani gli Hohenstaufen:

la dottrina fondamentale del Papato, la dominazione universale e

giudiziaria della Chiesa, pareva essere il frutto maturo della grande

vittoria ottenuta.

Ma la cima vertiginosa cui i principî di Innocenzo III e dei suoi

successori avevano sollevato il Papato eccedeva la natura delle

cose umane; era opera artificiale e perciò non durevole. Gregorio

X al principio del suo pontificato si vide solo; il suo occhio non

s’imbatteva che nella faccia impassibile di Carlo d’Angiò, uomo duro

ed avaro, di lui che si teneva dietro alla cattedra pontificia non da

vassallo servizievole, ma da patrizio e da protettore molesto. Delle

due podestà, su cui aveva posato il mondo cristiano, impero visibile

di Dio, una giaceva distratta; or dunque conveniva riempiere il vuoto

profondo che si trovava nell’ordine cosmico; occorreva ricomporre

l’Impero, perocchè senza di esso la Chiesa si sentisse male in gamba e

priva di valore pratico. Soltanto un Imperatore, giusta i concetti di

quell’età, avrebbe potuto dare una forma novella ad Italia, e per via

di un Concordato solenne prestar garanzia di diritto publico al nuovo

ordinamento di cose, al nuovo Stato ecclesiastico. Toccava perciò ai

Papi di riconciliarsi con Alemagna che avevano tanto offesa, di far

pace col partito dei Ghibellini e col mondo politico tutto quanto,

restaurando quell’antico e sacro Impero per cui la Chiesa sempre

nutriva simpatia incancellabile.

Fallì il tentativo di voler dare la corona degli Svevi a qualche

principe forestiero: vi si opposero i diritti legittimi di Alemagna

e il sentimento nazionale che in essa tornava a destarsi. Per

verità Alfonso di Castiglia (morto Riccardo ai 2 Aprile 1272), aveva

sperato di conseguire la corona dell’Impero e ne avea fatto domanda

al Pontefice, ma Gregorio X respinse le sue pretensioni come quelle

che mancavano di titolo[633]. Lo Spagnuolo, che non aveva posto mai

piede in Germania, non vi aveva nemmanco partigiani; i Principi non

si curarono di lui punto nè poco; e dopo lunghe titubanze, sotto

la presidenza di Guarniero vescovo di Magonza, elessero a re dei

Romani il conte Rodolfo di Asburgo: questo avvenne a Francoforte nel

dì 29 Settembre del 1273. Concordi furono tutti, eccetto Ottocaro

re di Boemia che vi protestò contro; e l’elezione procedette monda

di qualsiasi macchia, e scevra di broglio e di corruzione, giacchè

Rodolfo non s’era mai adoperato per ottener la corona, nè aveva mai

fino ad essa spinto il desiderio neppure nei suoi sogni più audaci di

ambizione[634]. Dopo ventidue tristissimi anni di interregno, l’Impero

tornò ad avere finalmente un capo da tutti riverito.

Rodolfo di Asburgo tiene grandissimo luogo nella storia, come principe

che restaurò l’Impero e ristabilì l’ordine in Germania orribilmente

dilaniata: uomo della pace e del diritto egli splende quale fondatore

di una dinastia celebre e di lunga durata. Nella sua giovinezza

decorosa di imprese cavalleresche (era nato nel 1 Maggio del 1218,

e Federico II lo aveva tenuto al fonte battesimale) aveva combattuto

sotto le bandiere degli Svevi, e s’era segnalato nelle battaglie del

grande Imperatore e di Corrado IV, ma, per sua buona fortuna, non aveva

emerso troppo fra’ primi. Fin adesso per sue convinzioni personali

aveva abbracciato le dottrine degli Hohenstaufen; nondimeno, or che

saliva al trono dei Tedeschi e dei Romani, tosto vi rinunciava. Uomo

nuovo, senza antenati, imperatore sì ma non di diritto ereditario,

creatura dell’elezione de’ principi e del favore dei vescovi, in

condizioni di cose affatto nuove, somigliò in tutto al novello Papa.

La sua missione s’accordava colle sue vere virtù; e di lui, che aveva

animo sodo, temperato, senza genio, fece un principe buono e fortunato.

Egli significò a Gregorio X la sua elezione in una lettera nella quale

si riflettono chiaramente le mutate condizioni delle cose. Forse che un

Re della casa di Svevia avrebbe scritto ad un Pontefice, nel modo onde

Rodolfo di Asburgo gli scrisse? «In Voi», dicea, «fermamente ripongo

la mia speranza, e perciò mi prostro ai piedi della Santità Vostra,

supplicando che vogliate con benevola grazia assistermi nell’officio

che ho assunto, e benignamente concedermi il diadema imperiale»[635].

Così si abdicavano a favore del Papa le pretese, le dottrine, i diritti

dell’antico Impero germanico. Ai 24 di Ottobre Rodolfo di Asburgo fu

coronato ad Aquisgrana. Se alla fantasia degli uomini di quella età

la lunga vacanza dell’Impero sarà paruta eguale ad un’orrenda tenebra

morale, ei dovrà pur esser loro sembrato che questa si dissipasse dal

mondo adesso che Rodolfo si sedeva sul trono degli Imperatori: e poco

prima sulla cattedra pontificia si era nuovamente assiso un Papa,

laonde i due lumi dell’universo, sole e luna, tornavano a muoversi

splendenti nelle loro orbite. E con tale paragone l’arcivescovo di

Colonia dettava il proemio della sua lettera al Papa per riferirgli

della coronazione dell’Asburghese, di cui lodava i sentimenti

profondamente cattolici e le regali virtù, e per chiedere che a tempo

acconcio fosse riconosciuto e consecrato imperatore[636]. Nè Rodolfo

poteva dubitare che ciò non gli si concedesse, poichè infatti Gregorio

X si adoperava sinceramente alla consolidazione dell’impero di un

nuovo principe che agli occhi della Chiesa era mondo di ogni sospetto,

e pareva adatto a restaurare la pace. Nel tempo istesso la sua

esaltazione doveva porre l’argine bramato alle ambiziose mire di Carlo

di Napoli: ed invero Gregorio X fu il primo Pontefice che frenasse

la soverchia potenza di quel Re vassallo; e fecelo con calma, senza

violenze.

§ 2.

Gregorio X va a Lione. — Guelfi e Ghibellini a Firenze. — Concilio di

Lione. — Gregorio X promulga la legge del Conclave. — Rodolfo concede

un diploma a favore della Chiesa. — Idea di Gregorio X sui rapporti fra

la Chiesa e l’Impero. — Privilegî di Losanna. — Gregorio X a Firenze. —

Muore. — Innocenzo V. — Adriano V. — Giovanni XXI.

Un Concilio raccolto a Lione aveva messo il mondo in fiamme e deciso

della caduta dell’Impero; era destino che un altro Concilio congregato

a Lione ridonasse al mondo la pace, all’Impero il suo capo, e riunisse

la Cristianità nell’impresa di una grande Crociata. Gregorio X bandì

un’assemblea generale della Chiesa. Invasato ancora delle fantasie del

medio evo, quel Papa eccellente credeva che fosse compito di Europa

liberar Gerusalemme, laonde dedicò la sua attività all’Oriente, di dove

era venuto per salire alla santa Sede. Non vedeva di meglio che una

Crociata, e, come un dì Onorio III, il suo animo ne era pieno. Quel

disegno pertanto fu lo scopo essenziale del Concilio di Lione.

Da Orvieto (dove ormai nell’estate del 1272, partito di Roma, aveva

posto residenza) Gregorio mosse nella primavera del 1273 alla volta

di Lione, accompagnato da Carlo senatore e re[637]. Ai 18 di Giugno

entrò a Firenze andandovi come paciere, chè sua cura incessante fu (e

non vi riuscì) di riconciliare in tutta Italia Guelfi con Ghibellini.

La furia dei partiti fu per due secoli feroce infermità, virile

espressione di forza, genio creatore di vita; e la loro indole è tanto

spaventosa e grande, che la civiltà fatta sempre più mite di costume

non giunge a comprenderla rettamente. Quella fiera passione, divenuta

cosa ereditaria, vera religione politica, dilaniava e accendeva di

entusiasmo tutte le città della Liguria, della Lombardia, di Toscana,

delle Marche. E non appena che Gregorio X aveva celebrato a Firenze un

publico atto di concordia, l’incendio scoppiava con nuova gagliardia,

ond’egli partiva con gran collera da quella città di Guelfi e di

Ghibellini, tenendo la Bolla della sua scomunica in mano. Proseguì

il suo viaggio per Reggio, Milano e Piemonte, e nel mese di Novembre

giunse a Lione.

Il grande Concilio si aperse addì 7 Maggio dell’anno 1274, e durò

fino ai 17 di Luglio. Gregorio ebbe il contento di udirvi la Chiesa

greca professare la sua unione con Roma; e questa fu conversione

di cui andò debitore all’eloquenza di san Bonaventura, cardinale

di Albano, il quale morì ancor prima che il Concilio terminasse. Da

allora in poi gli Imperatori di Bisanzio ripeterono quel vano giuoco

ogni qualvolta ebbero bisogno dell’aiuto dell’Occidente; e lo scopo

cui l’astuto Paleologo intese (e l’ottenne) colla proposta unione,

si fu che l’Occidente lo riconoscesse per imperatore. Così Carlo di

Angiò, rodendosi del dispetto, vide il Papa accortamente impedirgli che

ponesse in essere i suoi progetti ambiziosi rivolti alla conquista di

Grecia.

Un celebre Decreto promulgato a Lione stabilì per la prima volta la

forma solenne che avrebbesi dovuto tenere nei Conclavi per l’elezione

pontificia. Ecco il modo onde si ordinava la cosa. Morto il Pontefice,

i Cardinali che si trovavano nella città dove quegli era trapassato,

non potevano aspettare l’arrivo dei loro confratelli assenti, più a

lungo di dieci giorni: trascorso questo termine dovevano raccogliersi

nelle case del defunto, accompagnato ciascuno da un solo famiglio,

ed abitare tutti in comune una stanza di cui si murerebbero le porte

di entrata e di uscita, eccettuata una finestra per introdurre cibo e

bevanda. Se il Papa non fosse eletto di lì a tre giorni, comandavasi

che nei cinque dì successivi i Cardinali non ricevessero più di una

vivanda a pranzo ed una a cena, e che finalmente si dovessero porre a

vino, pane ed acqua. Sotto pena di scomunica si proibiva ogni rapporto

con quei di fuori. Ai reggitori temporali della città in cui avveniva

l’elezione, si dava l’incarico di chiudere a chiave i Cardinali e di

sopravvegliare il Conclave; ma con solenne giuramento, da prestarsi

innanzi al clero ed al parlamento del popolo, quei magistrati dovevansi

obligare di adempiere coscienziosamente al loro importante officio,

sotto pena che in caso di mala fede l’interdetto sarebbe pronunciato

sovra di essi e dell’intiera città. Se, come afferma la Chiesa,

l’elezione pontificia avviene per ispirazione celeste, la fame e

la sete paiono affè mezzi assai strani per far che lo Spirito Santo

discenda in petto di Cardinali discordi e cadenti di digiuno! Gente

incredula potrebbe stupire che il sommo sacerdote della religione

dovesse eleggersi da pochi vecchi disputanti, chiusi a muro in una

stanza senz’aria e senza luce! E intanto i magistrati della città a

vegliar dì e notte agli usci, e il popolo in fermento a circondare il

palazzo aspettando il momento che il muro cadesse, ed a prostrarsi poi

ginocchioni innanzi ad uno sconosciuto, il quale, alzando la mano in

atto di benedire, uscisse del Conclave con occhi molli di pianto oppure

raggiante di gioia! La culla del Papa era un carcere, e, di un solo

passo, da quello saliva al trono del mondo. La forma elettiva del capo

supremo della religione, tanto disforme da ogni altro modo usato ad

eleggere i principi, è cosa meravigliosa come tutto l’ordinamento della

Chiesa medioevale: in che strana guisa (si noti) l’elezione pontificia

si era mutata nel corso dei tempi!

La celebre Costituzione di Gregorio X fu la conseguenza della disputa

che aveva preceduto la sua elezione, ed aveva durato tre anni. Ma la

rigidezza di forma del Conclave parve cosa insopportabile, e spesso

veramente lo fu; e soltanto con repugnanza i Cardinali si sottomisero

ad una legge che li poteva dare in balia ai trattamenti brutali di

tiranni e di magistrati cittadini. Uno dei più prossimi successori di

Gregorio abrogò il decreto, ma fu di lì a poco rinnovato, ed oggidì

ancora nell’essenza perdura. Il Conclave ha per iscopo di guarentire la

libertà dell’elezione, e di affrettarla eziandio con fisica coazione:

ma la storia delle elezioni pontificie può insegnare se anche le più

grosse muraglie dei Conclavi sieno state sufficienti a tor l’adito

all’influenza del mondo esteriore ed a resistere all’astuzia, alla

corruzione, alla paura, all’odio, ai favori partigiani, all’egoismo ed

alle altre passioni che sogliono penetrare senza impedimento attraverso

i muri per quanto sieno fitti, sì come la pioggia d’oro del mito seppe

farsi strada nella torre di Danae[638].

Innanzi al Concilio comparvero messi del Re di Castiglia, e furono

rimandati; vennero ambasciatori di Rodolfo di Asburgo, e furono accolti

con grandi onoranze. Il Cancelliere di questo ultimo, in suo nome

confermò alla Chiesa i Diplomi degli antichi Imperatori, massime i

documenti promulgati da Ottone IV e da Federico II; e fu dichiarato che

il nuovo Imperatore presterebbe ad essi solenne riconoscimento secondo

il loro integrale tenore. Rodolfo confermò lo Stato ecclesiastico;

rinunciò agli antichi diritti imperatorî, ad ogni dignità ed a

qualsiasi potere sulle terre di san Pietro e su Roma; spogliò qualunque

pretesa su Sicilia; dimise ogni astio contro di Carlo, e protestò

di essere pronto a riconoscerlo per re e vassallo pontificio in quel

paese da tenersi sempre separato dall’Impero. A tutti gli amici della

Chiesa concesse indulto; lo stesso ai nemici di Federico II e de’ suoi

eredi; dichiarò che era disposto a consecrar tutte queste concessioni

con giuramento quando e dove Gregorio fosse per chiederlo, e s’impegnò

di obligare anche i principi di Germania a fare altrettanto. Questo

infatti desiderava il Pontefice, che tutto l’Impero confermasse la

incontrastabile validità dei privilegî di Ottone e di Federico; così

voleva per sempre impedire che l’arbitrio di qualche Imperatore potesse

spingere lo Stato ecclesiastico al precipizio. Rodolfo abbisognava del

Papa, il quale poteva armare contro di lui forti nemici, com’erano

Ottocaro di Boemia e Carlo di Sicilia, onde, senza prendersi alcun

riguardo dell’Impero, acconsentì alla richiesta del Pontefice: ed

egli era ben remoto dalle idee e dagli errori dei suoi predecessori,

che s’erano scavata la fossa perchè avevano voluto rialzare a dogma

dell’Impero quegli antichi diritti imperiali cui essi per patto avevano

rinunciato.

Per conseguenza Gregorio X riconobbe l’Asburghese a re dei Romani[639],

e più viva impazienza mostrava egli di coronarlo a imperatore, di

quello che Rodolfo fosse propenso a intraprendere un viaggio a Roma.

Il Pontefice, al colmo della contentezza, rammemorò allora la benefica

associazione delle due podestà, Chiesa e Stato, fratello e sorella

che s’avevan potuto combattere, ma che un legame arcano e simpatico

teneva insieme avvinti: nè egli parlava più colle mistiche comparazioni

del sole e della luna, bensì da uomo pratico confessava che la Chiesa

era la massima autorità nelle cose spirituali, sì come l’Impero lo

era nelle cose temporali. «Il loro officio», diceva, «è d’indole

differente, ma lo stesso scopo finale le avvince indissolubilmente.

Che la loro unità sia necessaria lo dimostra il male che deriva se

l’una manca all’altro. Allorchè vedova è la cattedra santa manca

all’Impero il ministro del bene; quando vaca il trono dell’Imperatore

la Chiesa è abbandonata senza protezione in balia de’ suoi persecutori.

A Imperatori ed a Re corre obligo di difendere le libertà e i diritti

della Chiesa, e di non torle i suoi beni temporali: quanto poi ai

reggitori della Chiesa, essi hanno debito di serbare ai principi la

completa interezza della loro podestà»[640]. Dopo le declamazioni

pompose di un Gregorio IX e di un Innocenzo IV, i quali nei Papi

avevano voluto vedere soltanto i dominatori del mondo, nei Re le

creature della loro investitura, è cosa assai confortevole udire

adesso la voce calma della ragione in bocca di Gregorio X. Per verità

il Papato aveva ottenuto l’adempimento di tutte le sue brame. Non

soltanto il debole Imperatore, ma eziandio tutti i principi elettori

di Alemagna prestavano adesso reverenza alle dottrine di Innocenzo

III, poichè senza più starsi in forse protestavano che l’Imperatore

riceveva l’investitura della sua podestà dal Papa, al cui servigio ei

doveva porre la sua spada temporale[641]. Gregorio X pertanto conchiuse

pace con un Impero che impero più non era; ma per buona ventura, anche

ad onta che il pensiero del Papa trionfasse, la idea sacerdotale che

egli espresse della associazione pacifica delle due podestà rimase

soltanto un sogno dogmatico, che la coscienza dei popoli e degli Stati

diventando ognor più libera e forte fe’ svanire.

Il Pontefice partì di Lione nel Giugno dell’anno 1275 per tornarsene in

patria, e incontratosi a Beaucaire col Re di Castiglia, là, dopo lungo

dibattito, Alfonso rinunciò alle sue pretese. Gregorio trovossi indi

a Losanna con Rodolfo, e il Re dei Romani ai 20 ed ai 21 di Ottobre

rinnovò le sue promesse di Lione: nel tempo medesimo furono stabilite

le nozze di sua figlia Clemenza con Carlo Martello, nipote di Carlo di

Angiò[642]. La pace coll’Impero dovevasi conchiudere con atti solenni,

a Roma, prima della coronazione; e quanto a questa fu fermato che si

sarebbe celebrata addì 2 Febbraio del 1276. I Diplomi di Rodolfo non

fecero che ripetere ossia confermare il tenore di quelli promulgati

già da Ottone IV e da Federico II: se la loro conferma fosse stata il

solo frutto delle lotte atroci che avevano durato un buon mezzo secolo,

non vi sarebbero parole bastevoli a deplorare la debolezza ovverossia

la stoltezza della gente umana: ma i risultamenti della lotta degli

Hohenstaufen furono pari a quelli della contesa delle investiture;

furono bene altri e assai maggiori e di valore più intellettuale di ciò

che stesse scritto sulle pergamene.

Gregorio X tornò dunque con animo lieto in Italia, dove, restauratore

vero dell’Impero, sperava di incoronarne fra breve il principe.

Addì 18 Dicembre giunse presso a Firenze. Questa città era colpita

dell’interdetto, ed il Papa non avrebbe potuto toccarne il suolo;

però siccome l’Arno era grosso e non si poteva guadare, egli si vide

costretto di assolvere la città per tanto tempo quanto vi fece dimora.

Partendo benedisse al popolo accorrente sul suo passaggio, e splendido

come il sole traversò la città, ma tosto che fu uscito della sua porta,

alzò di bel nuovo la mano in atto di maledire, e ripiombò nella tenebra

i Fiorentini: scenata stravagante, di conio propriamente medioevale!

Arrivato ad Arezzo, il Papa infermò, e per sciagura della santa Sede

vi morì ai 10 di Gennaio dell’anno 1276. Il pontificato di Gregorio X,

uom generoso, fu breve, felice e fecondo; ed ei può chiamarsi il Tito

della sua età. Sebbene non avesse potuto conchiudere completamente

un concordato coll’Impero, tuttavia ne ebbe posto le pratiche

basi; l’attività di un uomo onesto ebbe per ricompensa un onesto

risultamento.

Ogni uomo lamentò la perdita dell’eccellente Pontefice, egregio fra i

migliori; non così, e fu solo, il malevolo re Carlo. Egli s’adoperò a

far eleggere un papa a lui benigno, e in parte giunse al suo scopo,

sebbene i tre successori di Gregorio X, persone dappoco, morissero

rapidamente un dopo l’altro. Ai 21 Gennaio 1276 fu eletto in Arezzo

uno di nascita francese, Pietro di Tarantasia in Savoia, che era stato

arcivescovo di Lione, e adesso trovavasi da cardinale arcivescovo

di Ostia, alla qual sede era stato nominato nel 1275: fu il primo

domenicano che diventasse papa. Ed egli andò frettolosamente a Roma,

dove ai 23 di Febbraio fu consecrato con nome di Innocenzo V. Servitore

devoto di Carlo, confermò subito il Re nell’officio senatorio e perfino

nel vicariato imperiale di Toscana, cosa onde Rodolfo di Asburgo

si offese. L’opera pacifica, cui Gregorio IX aveva dato mano così

avventuratamente, minacciava di correr pericolo. Si temè infatti che

Rodolfo venisse a Roma e rompesse guerra con Carlo, avvegnaddio il Re

dei Romani desse a conoscere il suo gravissimo malcontento, e ormai

i suoi plenipotenziarî in nome dell’Impero s’avessero fatto prestare

giuramento di omaggio dalla Romagna. Il novello Pontefice lo richiese

con grande instanza che si tenesse lontano dai confini d’Italia fino

a tanto che non avesse adempiuto agli oblighi assunti, e segnatamente

finchè non avesse dato in potere della Chiesa la Romagna[643]. Questa

provincia già conceduta alla santa Sede, ma non ancora consegnatale,

aveva sempre appartenuto all’Impero dal tempo degli Ottoni in poi: ora

anche Rodolfo di Asburgo intendeva tuttavia serbare integri i diritti

imperiali, non tanto nell’idea di tenerli per sè, quanto per averne

in mano un’arma con cui potesse minacciare il Papa; ed in vero anche

questi continuava a governare la Toscana per via di Carlo, arrogandosi

così i diritti imperiali. Ma frattanto Innocenzo V morì in Roma ai 22

di Giugno.

Poichè allora Carlo trovavasi nella Città, l’officio senatorio gli

dava il diritto di sopravvegliare il Conclave, ed eziandio il modo di

esercitare sopra di esso la sua influenza. Non usò riguardi, chiuse

i Cardinali con durezza in Laterano, e fece murare le finestre della

loro camera così strettamente, che a mala pena vi avrebbe potuto entrar

dentro un uccello. Otto giorni stettero i Cardinali francesi disputando

cogli italiani, indi ai contendenti non fu dato altro cibo che pane,

vino ed acqua; però i partigiani di Carlo ebbero ogni ben di Dio, e

financo tennero corrispondenze illegali col Re[644]. Queste asprezze

e queste inonestà irritarono gli Italiani, massime Giovanni Gaetano

Orsini loro capo, il quale non perdonò mai a Carlo ciò che del Conclave

aveva fatto. Dopo lungo piatire, alla fine fu eletto un italiano,

Ottobono de Fiesco, vecchio cardinale diacono di sant’Adriano, e fu

acclamato pontefice ai 12 di Luglio con nome di Adriano V.

Tuttavia il nipote di Innocenzo IV, il quale faceva rivivere un passato

cui non si avrebbe potuto far più ritorno, morì di lì a trentanove

giorni senza pur avere ricevuto il presbiterato: trapassò a Viterbo,

addì 17 Agosto 1276. Eletto appena, aveva abolito la legge del Conclave

promulgata da Gregorio X; forse aveva voluto vendicarsi del tormento

sofferto durante la clausura; forse aveva capito che era impossibile di

dare rigido eseguimento alle forme che si avevano stabilite.

Per la seconda volta le speranze di Carlo soffersero una delusione; chè

anche adesso la novella elezione non cadde su di un Francese. Le parti

in cui erano divisi i Cardinali combatterono a longo con veemenza,

in mezzo a tumulto continuo dei cittadini di Viterbo, i quali, non

badando al decreto del testè morto Pontefice, serrarono gli elettori in

conclave rigorosissimo. Finalmente, per l’ascendente del potentissimo

Gaetano Orsini, ai 17 Settembre, fu eletto il Cardinal vescovo di

Ostia: si appellò Giovanni XXI.

_Petrus Hispanus_ o _Juliani_, arcivescovo di Braga, portoghese di

nascita, era figlio di un medico: ed egli stesso era cultore della

scienza paterna, erudito negli studî filosofici, segnatamente in quello

di Aristotele, e autore di opere di medicina e di scolastica. Gregorio

X aveva appreso a stimarlo nell’occasione del Concilio di Lione, e,

nominatolo vescovo di Tuscolo, lo aveva condotto con sè in Italia.

Alcuni Cronisti ignoranti parlano di Giovanni XXI come di un mago;

gli danno in pari tempo dell’erudito e dell’ignorante; lo chiamano un

pazzo sapiente assiso sulla cattedra santa, uomo senza dignità, amante

delle scienze e odiatore dei frati[645]. Si era nel secolo decimoterzo,

ma la plebe meravigliava di un Papa dotto nella astrologia e nelle

scienze naturali, e lo guardava colla istessa temenza superstiziosa

con cui nel secolo decimo aveva mirato Silvestro II. Dei goffi frati

stizziti dipinsero di Giovanni XXI un ritratto a colori schifosi:

sospetta era la sua erudizione non rivolta alle scienze che allora

reputavansi canoniche, ma a studî tali che erano banditi dai chiostri:

e il suo bellissimo costume di trattare liberalmente anche colla più

minuta gente, massime la sua famigliarità senza sussiego coi dotti,

gli procacciò invidia e dileggio. Nondimeno, qual Papa sarebbe stato

Giovanni ei non ebbe tempo di far conoscere al mondo; chè, ormai ai 16

Maggio 1277 morì a Viterbo, dove aveva posto residenza. Anche il modo

strano di sua morte contribuì ad aumentare l’opinione fanciullesca che

fosse un negromante; crollò il tetto di una stanza che egli s’era fatto

fabbricare nel suo palazzo a Viterbo, e Giovanni XXI rimase sepolto

sotto quelle ruine[646].

§ 3.

Vacanza della santa Sede. — Nicolò III. — Un Orsini papa. — Conferma

giuridica dello Stato della Chiesa. — La Romagna viene ceduta al

Pontefice. — Bertoldo Orsini, primo conte pontificio della Romagna. —

Carlo si dimette dall’officio di vicario della Toscana e da quello di

senatore. — Costituzione di Nicolò III sull’investitura del Senato.

— _Matheus Rubeus_ Orsini, senatore. — Giovanni Colonna e Pandolfo

Savelli, senatori. — Nepotismo. — Nicolò III muore nel 1280.

Per sei mesi la santa Sede rimase novellamente vacante, e i Cardinali

residendo in questo periodo a Viterbo, di là amministrarono le cose

della Chiesa[647]. Carlo, bramoso di elevare al soglio un Papa del suo

partito, pose impedimenti all’elezione, senza però giungere a capo di

ciò cui mirava, avvegnaddio i Latini nel Conclave facessero opposizione

ai Francesi con fortuna sempre migliore. Come gli impazienti cittadini

di Viterbo ebbero chiuso gli elettori dentro del loro palazzo comunale,

fu (ai 25 di Novembre) acclamato il potentissimo dei Cardinali,

Giovanni Gaetano Orsini, che assunse nome di Nicolò III.

Questo orgoglioso figliuolo di _Matheus Rubeus_, il celebre senatore

del tempo di Federico II, non aveva le tendenze religiose del padre, ma

ereditava la fiamma della sua grande energia d’animo. Sotto Innocenzo

IV era stato eletto cardinale di san Nicolò in Carcere, protettore

dell’ordine dei Minoriti, inquisitore generale; aveva servito otto

Pontefici, preso parte a sette elezioni di Papi; era stato lui che

aveva levato alla cattedra santa Giovanni XXI, e che lo aveva anche

dominato. Dotto nelle scienze, esperto in tutte le faccende del mondo,

era il capo dichiarato del Collegio cardinalizio, e per intelletto

politico a tutti sovrastava[648]. Dalla fine del secolo precedente in

poi la sua illustre famiglia romana aveva tenuto i più alti officî

nella Chiesa e nella magistratura; e questo valse al Cardinale un

sentire degno di principe, ma altresì, quando fu papa, lo traviò

facendone un favoreggiatore sfacciato di nepotismo. Fu un vero ottimate

romano, d’animo vigoroso e di grandezza regia; senza riguardo di

checchessia si diede ad ammassare tesori; nutrì sentimenti affatto

mondani; fu della sua città natale amantissimo, non senza affetto per

la sua nazione, degli stranieri che la offendevano odiatore. Se invece

di Clemente IV foss’egli seduto sulla cattedra di san Pietro, la casa

di Angiò non avrebbe certamente posto piede in Italia.

Giovanni Gaetano Orsini fu, dopo Onorio III, il primo uomo romano che

si sedesse sulla cattedra santa: e vi ascese con nome di Nicolò III

ai 26 Dicembre 1277, nel qual giorno fu in Roma consecrato. La fausta

conchiusione del concordato con Rodolfo di Asburgo e la rivendicazione

dei diritti della Chiesa sovra il Senato romano resero assai notevole

il suo pontificato. I suoi predecessori nei loro reggimenti fuggevoli

non avevano potuto venire ad un trattato definitivo col nuovo capo

dell’Impero. Rodolfo parecchie volte aveva espresso l’intendimento di

scendere in Italia, ma i Pontefici lo avevano ripetutamente ammonito

di non farlo. Infatti non è esatto quel che si dice, che il primo

Asburghese abbia di sua spontanea volontà rinunciato di venire a

Roma e di prendersi la corona imperiale; chè anzi soventi volte e con

grande istanza ei la chiese, appunto perchè la dignità imperiale gli

pareva essere necessaria a dar buon fondamento alla sua dinastia. Le

concessioni che ei fece a Nicolò III furono altrettanti patti imposti

alla sua coronazione imperiale; e soltanto le condizioni interiori

di Germania e il rapido mutamento dei Pontefici gli impedirono,

come in antico a Corrado III, di venire a Roma. Nè l’opportunità gli

sarebbe mancata, chè financo città italiane straziate dalle fazioni

lo invocarono affinchè discendesse e le salvasse; e Dante il gran

ghibellino non perdona a lui, nè al suo figlio Alberto che abbiano

diserto il giardin dello Imperio e la vedova Roma. Gli è appunto di ciò

che Germania deve essere invece riconoscente alla casa di Asburgo[649].

Nicolò III volle ordinare lo Stato della Chiesa sopra solide fondamenta

di diritto publico; questo fu il suo massimo intento. Chiese a Rodolfo

che si rinnovassero i trattati di Losanna e con esattezza scrupolosa

si stabilisse in un documento tutta l’estensione che aver doveva il

territorio ecclesiastico, specificandone città per città, parimenti

come s’era usato registrare in più vecchi Diplomi. Seguendo le più

ampie dimensioni delle donazioni antiche, questo documento doveva

compilarsi a garanzia dell’avvenire. Ai 19 di Gennaio 1278, da Vienna,

Rodolfo die’ mandato a Corrado frate minore di rinnovare i privilegî

di Losanna; e il legato ne sottoscrisse l’atto relativo, a Roma, addì

4 di Maggio[650]. Affine di raffermare per iscrittura i diritti cui

la Chiesa pretendeva sopra la Romagna e la Pentapoli si trassero fuori

dall’archivio pontificio le vecchie pergamene: per verità non si potè

esibire la prima e celeberrima di tutte le carte di donazione, ma se ne

incominciò la serie col cosiddetto _Privilegium_ di Lodovico il Pio, e

si venne indi ai Diplomi di Ottone I e di Enrico II. Il Pontefice mandò

in Alemagna la copia dei passi corrispondenti di quelle scritture,

e Rodolfo tenne per genuini cotai Diplomi imperiali, senza nemmanco

istituire intorno ad essi un esame critico. Il più antico donativo di

terre che avessero ricevuto i Pontefici era stato quello dell’Esarcato

e della Pentapoli, regalo di Pipino; ma i loro diritti su quelle

province i Papi non avevano mai ridotto in essere, perciocchè dagli

Ottoni in poi l’Impero le avesse tenute per sè, senza che Pontefice

qualsiasi ne avesse contrariamente menato reclamo. Anche Rodolfo

fu restio a rinunciare a terre che egli medesimo appellava «orto

dell’Impero»; ma dovette chinare il capo avanti la volontà risoluta

di Nicolò III, che soltanto a questo patto gli offerse la cessione dei

diritti imperiali sulla Toscana che Carlo da vicario governava. Così fu

con grande abilità che i Papi si servirono tanto di Rodolfo quanto di

Carlo, per tenerli l’un l’altro in freno. Ed ai 29 di Maggio Rodolfo

incaricò il suo ambasciatore Goffredo di annullare gli atti del suo

cancelliere, che in nome dell’Imperatore aveva chiesto giuramento di

fedeltà dalla Romagna: ai 30 di Giugno 1278, in Viterbo, il legato

tedesco consegnò al Papa il documento che conteneva la cessione delle

dette terre[651].

Colle sue carte in regola, or s’affrettò Nicolò III a prender possesso

della Romagna, per arricchirne principescamente la sua famiglia. I suoi

messaggi ammonirono città e signori di fare omaggio alla Chiesa; i più

obbedirono, alcuni ricusarono. Baroni di famiglie dinastiche, uomini

d’ingegno e di valore, parecchi dei quali sopra un teatro maggiore

avrebbero operato geste gloriose, erano (dopo l’età degli Hohenstaufen)

sorti in Romagna e nelle Marche, quali di parte guelfa, quali di

fazione ghibellina; s’erano impadroniti del reggimento nelle Republiche

lacerate dalla discordia, e avevano fondato signorie più o meno

durevoli, le quali combatterono per tre secoli contro il potere del

Papa con maggior vigore di quello che le democrazie potessero fare. Per

distinguerli dai magistrati republicani, a quei signori si die’ nome di

tiranni (_tyrampni_); e furonlo nel significato proprio che si diede

ai tiranni di città dell’antico tempo; furono cioè principi contenuti

entro certi limiti dal Comune, ossiano podestà simili a regoli. Alla

Chiesa si sottomisero i Malatesta del Verruccio a Rimini, i Polentani

a Ravenna, e Guido di Montefeltro, il quale dopo di essere stato

prosenatore di Arrigo di Castiglia a Roma, coll’astuzia e coll’audacia

di lì a breve era diventato il tiranno di quasi tutta Romagna, ed era

stato scomunicato dal Papa: fino la potente Bologna, straziata dalle

fazioni dei Lambertazzi e dei Geremei, riverì per la prima volta la

sovranità della Chiesa sopra di sè e del suo distretto urbano. Quella

celebre città, «madre feconda di uomini grandi nella scienza, chiari

per valore politico, per dignità, per virtù, fonte sempre viva del

sapere», fu da ora in poi tenuta da’ Pontefici in conto di gemma

preziosissima della loro corona temporale[652].

Come al tempo de’ Carolingi, il Papa tornò a mandare suoi governatori

in quelle terre: a legato ecclesiastico vi nominò il nipote suo

Latino Malabranca, cardinale vescovo di Ostia; e creò il figlio di suo

fratello, Bertoldo Orsini, a conte di Romagna (e fu il primo) per la

santa Sede[653]. E per dar loro autorità di nerbo efficace levò a suo

stipendio milizie napoletane sotto il comando di Guglielmo l’Estendart,

imperocchè Carlo si fosse obligato da vassallo della Chiesa a

prestarne[654]. In tal guisa la Romagna venne di ragione giuridica

in mano dei Pontefici. Custodirono essi quella perla con cura gelosa;

ma gli indomiti Romagnuoli non si lasciarono porre il bavaglio della

servitù nemmanco nel corso di secoli; le città serbarono gloriosamente

le loro franchigie, e la Chiesa non vi potè mantenere altro rapporto

che di protettorato: la storia della Romagna sotto lo scettro

pontificio è un eterno stato di sollevazione, un eterno alternarsi di

tirannidi e di democrazie.

Conseguenza del trattato conchiuso con Rodolfo si fu l’indebolimento

della potenza di Carlo. Dicesi che il Re nutrisse un odio personale

contro Nicolò III, e che questi con pari acerbità riodiasse Carlo;

ed invero il Papa era stato profondamente offeso per il rifiuto che

l’altro gli aveva dato di sposare una sua nipote con un nipote di lui.

Comunque si sia, certo è che un uomo d’animo independente come il suo,

doveva porre un fine alla troppo grande influenza del Re. Gli tolse il

vicariato imperiale in Toscana, perciocchè Rodolfo così richiedesse

in ristoro di quanto egli perdeva in Romagna[655]; ed eziandio lo

costrinse a dimettersi dall’officio di senatore, giacchè Clemente

IV avevagli concesso l’autorità senatoria nel 1268 per dieci anni,

e il termine spirava col giorno 16 Dicembre del 1278. Per discutere

appunto di questi importantissimi argomenti Carlo era venuto a Roma,

e vi si era soffermato dal principio del Maggio fino ai 15 di Giugno,

trattando con Nicolò e coi Romani[656]: fu però giuocoforza che ei

si acconciasse alla volontà del Papa, laonde si dichiarò pronto a

deporre la sua carica urbana. Quanto a Nicolò, nel Giugno andò a

Viterbo, e di là mandò a Roma i cardinali Latino e Jacopo Colonna col

mandato di ordinare i rapporti della santa Sede col Senato; e intanto

gli impiegati di Carlo rimasero ancora in officio fino al mese di

Settembre[657].

Il Pontefice dichiarò espressamente per mezzo dei suoi plenipotenziarî

di non pretendere all’elezione del Senato, nè di volersene arrogare un

diritto, perciocchè questa ingerenza avrebbe potuto porre a pericolo

sè e la Chiesa. Per conseguenza confermò il diritto elettivo dei

Romani[658], il quale d’altronde avrebbe perduto ogni importanza

se il Senato fosse tornato in quella dipendenza di investitura che

stabilita aveva Innocenzo III. Nè al potentissimo Orsini fu difficile

di ripristinare questo stato di cose. Egli amava Roma, laonde con

sentimento patriottico magnificò questa sua città natale, e per

ispazzar via la influenza francese, nel mese di Marzo 1278, fece

cardinali tre Romani della più eletta nobiltà, che furono Latino

Frangipani Malabranca, Jacopo Colonna e il suo stesso fratello Girolamo

Orsini. E il suo amor patrio gli valse financo il favore del partito

ghibellino, laddove Carlo non era accetto nemmanco a’ Guelfi, dei quali

gli stessi Pontefici cercavano adesso di frenare la potenza. Poichè

dunque Nicolò ebbe tolto al Re l’autorità senatoria, volle egli mercè

di una legge impedire che questo importantissimo officio fosse mai più

per capitare nelle mani di Principi stranieri; e in questo intento,

ai 18 Luglio del 1278, promulgò una Costituzione che segna un’epoca

vera. In essa ei fa derivare il diritto dei Pontefici su di Roma da

Costantino, che loro avrebbe ceduto la signoria della Città affinchè il

Papato potesse essere independente[659]. I Cardinali, vi dice Nicolò,

devono liberamente dar consigli al Pontefice; i giudizî poi di questo

non devono mai essere oscillanti, nè la decisione dei Cardinali deviare

per timori mondani dai termini di verità; la elezione del Papa e la

nomina dei Cardinali devono avvenire senza costringimenti[660]. E vi

rammenta tutti i malanni che agli ultimi tempi degli Hohenstaufen aveva

cagionato la podestà senatoria caduta in balìa di signori stranieri:

distruzione delle mura, ruine che avevano rimutato la faccia della

città, saccheggio dei patrimonî privati e delle chiese, vergognose

incostanze di propositi; esempio per tutte le accoglienze fatte a

Corradino. Nicolò pertanto diceva che volea restituire independenza

completa alla Chiesa, pace e benessere alla città di Roma; e dichiarava

per conseguenza di promulgare d’accordo col suo Collegio la legge,

che da allora in poi nessun imperatore, re, principe, margravio,

duca, conte o barone, nè qualsiasi nobiluomo potente di loro parentela

potesse diventare senatore, capitano del popolo, patrizio o rettore od

officiale della Città, nè a tempo, nè a vita; che nessuno per più di

un anno potesse venirvi nominato senza licenza del Pontefice, sotto

pena della scomunica dell’eletto e degli elettori. Per lo contrario,

dichiarava non essere tolta capacità di reggere l’officio senatorio

per un anno o meno ai cittadini di Roma, quand’anche fossero parenti

di uomini ineleggibili, e sebbene fuori della Città avessero grado di

conti e di baroni, ma fossero di potenza mediocre[661].

Questa legge favorevole, che andava a’ versi de’ Romani, era destinata

a ristorarli della perdita di grandi diritti che il parlamento romano

aveva di già ceduti al Pontefice. Può darsi che a molti paresse

ispirata a sensi patriottici, ma essa celava un pericolo durevole,

avvegnaddio l’Editto di Nicolò III fosse pungolo all’ambizione delle

grandi case patrizie, che adesso salivano a potenza nuova. Da quest’ora

in poi gli Orsini, i Colonna, gli Anibaldi, i Savelli intesero alla

podestà senatoria; e al paro di altre famiglie in altre città, fecero

ogni lor possa per diventare i tiranni di Roma. Soltanto i rapporti

durevoli in cui la Città si trovò col Papato, e la divisione dei nobili

in fazioni, che fra loro si tennero in equilibrio, impedirono che l’una

oppur l’altra famiglia si impadronisse del dominio ereditario di Roma,

come era avvenuto ai tempi de’ conti Tusculani. La nobiltà che dominava

nel parlamento popolare aveva di buon grado aderito alle domande di

Nicolò III, e aveva a lui attribuito la podestà urbana finchè fosse

vissuto; nè già come a papa, ma come all’Orsini nobile romano: ed

invero neppur egli ebbe osato di chieder tanto fin da riunire per

sempre l’officio senatorio colla dignità pontificia, e non si appellò

mai senatore, quantunque Roma gli avesse concesso facoltà di ordinare a

piacer suo il reggimento cittadino e di eleggere i senatori[662]. Anche

dopo di lui, parecchi Pontefici furono dal popolo creati senatori, non

come papi ma con officio propriamente personale: e poichè essi solevano

accettare la elezione pur di regola dichiarando di voler conservare

immuni i diritti del Pontificato, e poichè diventavano i primi

officiali della Città, ne derivò una condizione di essere che nella

loro persona di papi stava di mezzo fra la sovranità ed un officio

feudale che loro conferiva la Republica.

Carlo con gran dispetto depose la sua dignità di senatore nelle

mani de’ Romani. In una lettera dei 30 Agosto, indiritta a Giovanni

_de Fossames_ suo vicario, e ad Ugo _de Bisuntio_ suo cameriere in

Roma, comandò che nel termine prefisso si consegnassero ai mandatarî

del popolo romano, e non già a quelli del Pontefice, la rocca di

Rispampano, tutte le castella e le torri dentro della Città e fuori,

e i prigionieri custoditi in Campidoglio[663]. La rinuncia formale

di Carlo fu data indi in sul cominciamento del mese di Settembre; e

Nicolò III, consentendo i Romani, elesse tosto a senatore per un anno

il suo proprio fratello _Matheus Rubeus_ Orsini[664]. Nell’Ottobre del

1279 ebbe questi per successori nel senato Giovanni Colonna e Pandolfo

Savelli[665].

Della perdita della sua podestà Carlo potè reputarsi compensato per

ragion della pace che il Papa nell’anno 1280 gli fece conchiudere

con Rodolfo di Asburgo: infatti il Re dei Romani riconobbe il Re

di Sicilia; Carlo novellamente protestò che non offenderebbe mai i

diritti dell’_Imperium_, e ricevette la Provenza e Forcalquier in feudo

imperiale[666]. All’accortezza di Nicolò III era pertanto riuscito

di condurre in questo modo a termine un’opera rilevantissima: aveva

conchiuso pace coll’Imperatore, ottenuto la conferma giuridica dello

Stato ecclesiastico sovrano, ristretto la potenza di Carlo, soggiogato

il Campidoglio. Di una serie lunga di Papi ei tornò ad essere il primo

che giungesse a possedere pacificamente e in tutta la sua ampiezza lo

Stato temporale della santa Sede. Papa Orsini ebbe tempra di monarca,

e servì di esemplare a molti successori suoi, i quali sotto il manto

pontificio furono nè più nè meno di principi secolari imperanti

sopra bellissime province d’Italia. Ormai con Nicolò III la grandezza

ideale del Papato si rimpicciolisce in una cerchia angusta di politica

nazionale.

Dopo Innocenzo III fu egli il primo Papa che imprendesse a fondare

principati a’ suoi nipoti; e veramente fecelo a spese dello Stato

ecclesiastico, chè da lui ha origine quella piaga della Chiesa che in

tempi più tardi fu il nepotismo. Questo e la sua avarizia lo esposero

ad amare censure, ond’è che Dante gli compose una nicchia nel suo

Inferno. Nicolò infatti edificò una Sionne ai suoi consanguinei[667].

Se egli avesse potuto condurre a fine il suo disegno, componendo in

Italia tre reami, di Sicilia, di Lombardia, di Toscana, oltre allo

Stato ecclesiastico, certo è che negli ultimi due avrebbe fatto re i

suoi nipoti[668]. Cotali disegni intemperanti potevano concepire i Papi

adesso che ruinata era la podestà imperiale! Nicolò, da vero ottimate

romano, amava la magnificenza ed il lusso; nè egli stette in forse di

provvederne alle spese col patrimonio della Chiesa e della Cristianità.

Con grande spreco di moneta riedificò le residenze del Laterano e del

Vaticano, e presso a Viterbo, dove allora dimoravano i Pontefici,

a Surianum, si costruì una bella villa, dopo di aver tolto contro

ogni diritto quel castello ad alcuni nobiluomini romani e di averlo

dato a suo fratello Orso[669]. Ed egli morì anzi a Soriano, colto di

apoplessia, ai 22 Agosto dell’anno 1281: il suo memorando reggimento

ebbe durato tre anni non appieno compiuti.

§ 4.

Pietro Conti e Gentile Orsini, senatori. — Tumultuosa elezione

pontificia a Viterbo. — Gli Anibaldi e gli Orsini. — Martino IV.

— Conferisce a Carlo l’officio senatorio. — Martino è dominato da

Carlo. — Rivoluzione di Sicilia. — I Vespri. — Rivoluzione a Roma. — È

discacciato il prosenatore francese. — _Johannes Cinthii_ Malabranca,

capitano del popolo. — Il Papa cede. — Anibaldo Anibaldi e Pandolfo

Savelli, senatori. — Muoiono Carlo I e Martino IV.

La morte di Nicolò III die’ il segnale di turbolenze nuove a Roma:

gli Anibaldi si levarono contro gli Orsini tracotanti, ed il popolo si

mise dalla parte dei primi. Furono discacciati quelli che fino allora

avevano tenuto il Senato, e vi furono insediati due altri, Pietro Conti

della fazione degli Anibaldi e Gentile Orsini figlio di Bertoldo che

parteggiava per i loro avversarî. Con un reggimento diviso s’intese a

conciliare le pretese dei due partiti[670].

Frattanto l’elezione pontificia avveniva con maggiori tumulti che mai.

Nel Conclave raccolto a Viterbo la fazione di Carlo veniva a contesa

col partito latino del Papa defunto; ed a Viterbo era capitato Carlo

in persona, per far eleggere uno che lo ristorasse di quanto aveva

perduto. Già Riccardo Anibaldi, d’accordo col Re, aveva cacciato

Orso Orsini dall’officio di podestà, e s’era presa la vigilanza del

Conclave: condotti da lui, i cittadini di Viterbo assaltarono il

palazzo vescovile dove s’erano adunati gli elettori, s’impadronirono

di due Cardinali di casa Orsini, _Matheus Rubeus_ e Giordano, e con

maltrattamenti li chiusero in una stanza separata. Ciò avvenuto,

gli altri Cardinali acclamarono, addì 22 Febbraio 1281, il Pontefice

nuovo[671]; e questi fu il francese Simone. Cardinale di santa Cecilia

sotto di Urbano IV, aveva sostenuto officio di legato in Francia, e per

lunghi anni aveva negoziato con Carlo per la conquista di Sicilia: uomo

di animo calmo e tranquillo, operoso, disinteressato, fu però tale che,

papa, non die’ prova di genio. Ebbe repugnanza ad accettare l’elezione,

e non ci volle meno che la violenza per costringerlo a vestire gli

abiti pontificali. Salì alla santa Sede con nome di Martino IV, e si

die’ anima e corpo in braccio al suo amico Carlo; così, causa la sua

debolezza, caddero nuovamente infranti i limiti che il suo vigoroso

antecessore aveva imposto a quel vassallo.

Martino IV volle por fine ai torbidi che continuavano ad agitar Roma,

e mandò al popolo romano due Cardinali perchè si facessero mediatori

di pace[672]. Avrebbe bramato di tener dietro a loro per farsi

coronare in san Pietro, ma non potè farlo perchè i Romani arditamente

rifiutarono di riceverlo: quindi fu che il nuovo Papa andò ad Orvieto,

dopo di avere scagliato la scomunica contro di Viterbo in punizione

delle violenze esercitate al tempo dell’elezione. Del resto i suoi

legati in breve ora ottennero ciò che il Pontefice bramava, ed egli

concesse quel che Carlo desiderava da lui, e cioè restaurò la podestà

senatoria del Re. Vero è che vi si opponeva la Costituzione che

Nicolò III di recente aveva promulgato; ma che? Martino IV possedeva

autorità di legare e di sciogliere, ed egli con grande spigliatezza

abolì l’Editto del suo predecessore; e i Romani discordi sempre e già

avvezzi a servire a principi possenti, non ebbero forza d’impedirlo.

Si venne a una transazione: Pietro Conti e Gentile Orsini, fino a quel

momento senatori, furono dal parlamento del popolo nominati elettori;

ed eglino, ai 10 di Marzo 1281, conferirono piena podestà senatoria

a Martino IV non come a papa, ma come alla persona di lui; e ve lo

elessero a vita con facoltà di creare un suo vicario[673]. Ambasciatori

del popolo romano andarono ad Orvieto dal Pontefice, e ginocchioni gli

porsero la pergamena che conteneva la sua nomina a senatore: parve

che egli ne facesse poco caso; si atteggiò come uomo che non sa se

debba accettare o no un incomodo donativo; alla fine con gran sussiego

degnossi dir di sì[674]. Tanto per salvare le forme mandò dapprima in

Campidoglio un suo vicario, Pietro de Lavena; ma presto dichiarò che il

vero paciere della Città non poteva essere altri che re Carlo, e a lui

affidò il Senato, addì 29 Aprile 1281, per tanto tempo quant’egli, il

Papa, avrebbe vivuto[675].

Il Re, con un risolino sardonico, riprese possesso di quella stessa

dignità che Nicolò III poco prima gli aveva tolta per sempre; e dopo un

così breve intervallo di tempo tornarono Francesi, suoi prosenatori,

a governare in Campidoglio[676]. I Vicarî di Carlo (ei vi elesse i

migliori suoi cavalieri e consiglieri) vi fecero comparsa con tutta la

pompa della podestà senatoria, vestiti principescamente di abiti colore

scarlatto, soppannati di pelliccia: di stipendio ricevevano un’oncia

d’oro al giorno; con sè avevano un cavaliere che faceva da camerlengo

o luogotenente, un altro da maresciallo con quaranta uomini a cavallo,

otto giudici capitolini, dodici notai, araldi, uscieri, trombetti, un

medico, un cappellano, da trenta a cinquanta vigili delle torri, un

guardiano del leone che si teneva per simbolo in Campidoglio ov’era

custodito in una gabbia, ed altri officiali. Mandavano castellani

nelle terre appartenenti al demanio della Città, come erano Barbarano,

Vitorclano, Monticello, Rispampano, Civitavecchia, e a Tivoli

nominavano il conte[677].

Ben presto la potenza di Carlo, e con essa il partito guelfo si

rifecero più vigorosi che mai in tutta Italia. Carlo tornava ad essere

il patrizio riverito della Chiesa. Avendo, come vassallo, obligo

feudale di somministrar milizie al Papa, lo serviva di buon animo colle

sue armi nello Stato ecclesiastico, anche per poter cavarne diritto di

protettore; e Martino IV gli si dava tutto quanto in balia, per modo

che a governatori dei patrimonî poneva il più delle volte consiglieri

regî. In mano dei Francesi venivano gli officî maggiori; dappertutto,

da Sicilia al Po, Francesi tenevano il reggimento delle cose; e così

minacciava ruina alle franchigie delle città che Pontefici accorti

avevano accarezzate. Giovanni de Appia, capitano di Carlo, fu perfino

nominato conte della Romagna, perlochè i Ghibellini irritati, condotti

da Guido di Montefeltro ed uniti ai Lambertazzi cacciati di Bologna,

rialzarono arditamente il capo[678]: ed in quella provincia era da

legato nelle faccende ecclesiastiche il provenzale Guglielmo Durante,

celeberrimo giureconsulto di quel tempo. Nella Marca, a Spoleto,

fino in Toscana e nella Campania erano poste a presidio soldatesche

siciliane, e vi comandavano cortigiani regî al servigio del Pontefice,

cui Carlo in persona vigilava ad Orvieto con occhi d’Argo.

Ma un grande avvenimento distrusse di repente la potenza nuova di

questo Re e l’opera laboriosa dei Papi francesi. Dopo il breve sogno di

una sicurezza comprata a forza di penose fatiche, la Curia fu ridestata

da nuove angustie, di cui origine eterna era pur sempre Sicilia. Lo

sfacciato mal governo fe’ sì che al 31 Marzo 1282 l’isola si sollevasse

con eroico valore contro Carlo d’Angiò. I Vespri siciliani di magnifica

memoria contengono la sentenza efficace che una volta per tutte la

storia pronunciò contro la signoria e la tirannide degli stranieri;

e furono eziandio la prima restaurazione che il popolo ottenesse

de’ suoi diritti a fronte di pretensioni dinastiche e di trattati

diplomatici. I Siciliani trucidarono quanti Francesi trovavansi

nell’isola, abbatterono il giogo di Carlo e invocarono la protezione

della Chiesa. Martino trepidante rigettò le loro domande, e allora

quella eroica nazione diede eziandio il primo esempio trionfante di

un paese che spezzasse i vincoli feudali della Chiesa e tenesse in

non cale le scomuniche del Papa. Sulla fine del mese di Agosto, re

Pietro di Aragona sbarcò vicin Trapani, e in mezzo alle acclamazioni

delle moltitudini giubilanti entrò a Palermo, dove dalle mani del

popolo ricevette la corona di Sicilia. Il genero di Manfredi, lo sposo

di Costanza, veniva da erede e da rappresentante dei diritti degli

Hohenstaufen; e così la casa di Svevia per la terza volta ricomparve

nella storia, mutata in una stirpe regale spagnuola[679]. Il despota

Carlo, tutto smarrito, era corso da Orvieto nel suo regno, ma non

per altro che per sofferire delle disfatte vergognose. La rivoluzione

vittoriosa trovò tosto un’eco nelle Republiche d’Italia; i Ghibellini

rincorati presero le armi; si sollevarono fino le città dello Stato

ecclesiastico offese in parecchi modi nei loro diritti, e Perugia

disertò dal Papa[680]. Dopo il bagno di sangue di Palermo n’ebbe

uno anche Forlì; addì 1 Maggio 1282 duemila Francesi condotti da

Giovanni de Appia vi furono per le astuzie del Montefeltro tratti in

un’imboscata, e tagliati a pezzi.

Anche in Roma il popolo tumultuò. Infatti gli Orsini, acerbi nemici di

Carlo, s’agitavano per recuperare il potere perduto; e, cacciati da

Riccardo Anibaldi e dal Prosenatore francese, si gettavano dentro di

Palestrina e lì tenevano resistenza. Fra i Romani s’andava risvegliando

l’amore di libertà, or che vedevano vacillante la dominazione di Carlo

e scosso il partito guelfo in tutta Italia. Non vollero più obbedire

al Re lor senatore, nè al Papa che pien di paura s’era ricoverato nella

munita Montefiascone, in quello che essi imprendevano una spedizione di

guerra contro Corneto[681]. A nulla valsero le preghiere di Martino; e

perfino una carestia che infierì nell’autunno dell’anno 1283, e ch’ei

cercò di lenire per mezzo di pronti soccorsi, non fece che accrescere

il mal animo del popolo. Agenti aragonesi andavano spargendo oro, e

adescavano vecchi Ghibellini a uscire dei loro nascondigli. Corrado di

Antiochia, il solo che restasse della orrenda giornata di Tagliacozzo

e che fosse sfuggito alla mannaia del carnefice ed al carcere,

ricomparve, raccolse gente a Saracinesco, e, per la via Valeria a lui

troppo ben nota e per Celle, tentò di penetrare in quel territorio

degli Abruzzi dove fatalmente era avvenuta la distruzione della sua

casa. Ei voleva riconquistarsi la contea di Alba; ma il tentativo

fallì, poichè il Rettore pontificio della Campagna e Stefano Colonna

da Genazzano ruppero le sue milizie. Nondimeno l’anno dopo il vecchio

Ghibellino entrò negli Abruzzi e vi occupò parecchie castella, per modo

che il Papa dovette mandar contro di lui Giovanni de Appia, intanto che

anche nel Lazio andavano scoppiando sollevazioni[682].

Nel frattempo gli Orsini prendevano in Roma il sopravvento. Ai 22

Gennaio 1284 fu pigliato d’assalto il Campidoglio, massacrato il

presidio francese, e messo in carcere il prosenatore Goffredo di

Dragona: si promulgò che era caduta la podestà senatoria di Carlo e si

compose un reggimento popolare. Tutto questo in Roma fu la conseguenza

dei Vespri siciliani. Si nominò allora un nobiluomo, parente degli

Orsini, a capitano della Città, a _defensor_ ossia tribuno della

Republica, ed ei fu _Johannes Cinthii_ Malabranca fratello del

celebre cardinale Latino[683]. Allorchè Martino IV udì in Orvieto di

questa rivoluzione, si dolse della lesione de’ suoi diritti, volle

guarentirsene, ma cedette. Confermò _Johannes Cinthii_ a capitano

della Città, però soltanto in qualità di prefetto «di provvisione» e

per sei mesi; accettò il consiglio dei Priori eletto dalle gilde degli

artigiani, e acconsentì che i Romani eleggessero un Prosenatore, il

quale insieme col Capitano governasse in Campidoglio[684]. L’accorta

arrendevolezza sedò tutto il commovimento; Riccardo Anibaldi, che

un tempo nei Conclave di Viterbo aveva maltrattato gli Orsini, fece

sottomissione, e per comando del Pontefice andò di casa sua fino al

palazzo del cardinale Matteo, a piè scalzi, con una corda al collo, e

gli chiese perdonanza[685]. Così avvenne una riconciliazione publica

dei partiti: fu riconosciuto che cessato era il vicariato di Carlo, e

il popolo romano accolse di buona voglia due governanti pontificî con

podestà senatoria, Anibaldo figlio di Pietro Anibaldi e il valoroso

Pandolfo Savelli. In tal guisa si fece ritorno al sistema nazionale

stabilito da Nicolò III[686].

L’anno dopo, che fu il 1285, vide morire Carlo e Martino IV. Il Re

passò da questa vita ai 7 di Gennaio, a Foggia, accasciato di dolore

per la perdita di Sicilia. La sua punizione fu acerba. Il regno

che aveva conquistato in mezzo a torrenti di sangue, ei lasciò in

gravissima tempesta di guerra e di ribellione, tal quale era stato

allorchè v’era entrato la prima volta. Un soffio di vento rovesciò

i suoi piani ambiziosi; l’erede e il vendicatore degli Hohenstaufen

era penetrato da vittorioso nella sua terra e s’avea posto in capo

la corona di Manfredi: e già l’Angioino temeva che subito dopo la

sua morte sarebbe ito perduto anche il trono di Napoli, avvegnaddio

Carlo II, suo figlio ed erede, fosse prigioniero di guerra, in mano

di Pietro di Aragona. Poco appresso morì anche Martino IV, addì

28 Marzo 1285, a Perugia, che s’era di bel nuovo assoggettata alla

Chiesa[687]. Quantunque gli fosse riuscito di ridurre ad obbedienza la

Romagna e parecchie città (e in ciò lo avevano ajutato re Filippo di

Francia e Guido di Montfort, che il Papa aveva graziato per farsene

una lancia spezzata contro il ghibellino Guido di Montefeltro),

nondimeno lasciava tutta Italia in fiamme[688]. I Ghibellini, da

lui scomunicati innumerevoli volte, non per questo erano stati

domi; e Pietro di Aragona irrideva alle sue Bolle di anatema che gli

proibivano di portare la corona di Sicilia. Il genero di Manfredi la

tenne dalla volontà del popolo. Dopo che paesi e nazioni per lungo

tempo erano stati venduti, donati, trafficati da Papi e da Principi,

si levava finalmente la volontà del popolo come potenza che dà ai

re l’autorità di comando. Una cotale ribellione contro i principî

della podestà dinastica doveva per uno stupendo destino incogliere

quel Papa medesimo, che un dì, legato pontificio, aveva dato origine

all’usurpazione di Carlo. E le armi delle scomuniche, ormai spuntate

dal lungo uso, nulla poterono contro il giusto giudicio che la storia

pronunciò sui due complici di quella stessa iniquità, su Carlo di Angiò

e su Martino IV.

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 5/8 · 第 18 / 29 题