§ 1.
I Ghibellini apparecchiano la spedizione di Corradino. — Carlo, capo
della federazione guelfa, va a Firenze. — Sollevazione di Sicilia
e delle Puglie. — Don Arrigo sposa la causa dei Ghibellini. — Guido
di Montefeltro, prosenatore. — Corradino scende in Italia. — Galvano
Lancia a Roma. — Il senatore s’impadronisce dei capi de’ Guelfi. — Lega
di Roma con Pisa, con Siena e coi Ghibellini di Toscana.
«Non faccio gran caso», così scriveva il Pontefice nell’Ottobre
dell’anno 1266, «non faccio gran caso dei messaggi che i Ghibellini
mandano al fanciullo Corradino, loro idolo: so benissimo in che acque
ei si trovi: lo stato suo è così deplorevole che nulla ei può fare per
sè e per i suoi partigiani»[567]. Nondimeno nella primavera dell’anno
1267, ecco farsi più aperti i discorsi, più minacciosa l’attitudine
dei Ghibellini in Toscana. E ai 10 di Aprile, Clemente IV scrive ai
Fiorentini: «Della covata del dragone è nato un basilisco velenoso che
ormai appesta Toscana del suo alito; a città e a nobiluomini esso invia
una razza di vipere, fabbri di malanno, complici de’ suoi disegni,
traditori nostri e del vacante Impero e dell’illustre re Carlo: con
sottili arti bugiarde egli si azzima di orpello, e si sbraccia a sviare
dal sentiero della verità gli uni con blandizie, gli altri coll’esca
dell’oro. Questi è il temerario fanciullo Corradino, nipote di Federico
che fu un tempo imperatore dei Romani, per giusta sentenza di Dio e del
suo Vicario, scomunicato: suoi strumenti sono gli scellerati uomini
Guido Novello, Corrado Trincia e Corrado Capece con altri molti, i
quali vorrebbero alzare questo osceno idolo in Toscana, e in secreto
e in palese ingaggiano milizie tedesche per conchiudere leghe e per
macchinare cospirazioni»[568].
Ed invero i Ghibellini spiegavano una grande attività: Corrado Capece,
reduce di Svevia, veniva a Pisa addirittura facendola da vicario
di Corradino, e in nome di lui, come di re di Sicilia, promulgava
scritture. Pisa e Siena si mostravano volonterose di secondare con
tutte le loro forze l’audace impresa; i congiurati delle Puglie e
di Sicilia eran lesti; i Romani parevano assolutamente favorevoli.
Ogni qual volta il pericolo ingrossava sul serio il Papa e Carlo
si mettevano prestamente d’accordo affine di opporvi un argine. Per
conseguenza alcune soldatesche pugliesi sotto la capitananza di Guido
di Montfort entrarono senz’altro in Toscana, ed occuparono Firenze
dove i Guelfi le avevano invitate ad andare. Sulla fine poi di Aprile
Carlo capitò in persona a Viterbo, dove ebbe lunghe e importanti
conferenze col Papa, indi tenne dietro alle sue milizie e venne a
Firenze[569]. Pistoia, Prato e Lucca gli affidarono tosto per sei anni
la signoria: e sebbene questo grande aumento della sua potenza fosse
al Papa incresciosissima cosa, tuttavia ei dovette farvi buon viso; e
(tanto per lenire con un titolo l’invasione contraria a diritto che
si faceva di Toscana, terra imperiale) Clemente nominò colà il Re
a _paciarius_, ossia restauratore della pace, quasi che a lui nella
vacanza dell’Impero ne avesse spettato il diritto[570].
I Ghibellini si difesero con buona fortuna contro le armi di Carlo
dentro di Poggibonsi e di altre castella toscane, e frattanto la
crescente ribellione di Sicilia e delle Puglie rianimò il loro
coraggio. Corrado Capece sopra una nave pisana era corso a Tunisi,
e aveva persuaso l’ivi rimasto Federico di Castiglia, fratello del
senatore Arrigo, a tentare insieme con lui un attacco in Sicilia. Così
infatti avvenne, e quei due arditi uomini, con qualche centinaio di
compagni, sbarcarono felicemente ai primi del Settembre 1267 sulla
costiera sicula, presso a Sciacca. Al loro comparire la maggior
parte dell’isola insorse, e gridò re Corradino. La rivoluzione passò
lo stretto e mise in fiamme le Puglie; e i Saraceni di Luceria, che
fino dai 2 Febbraio 1267 avevano alzato il vessillo svevo, stettero
attendendo con impazienza il figliuolo di Federico. Per tal guisa il
piano dei Ghibellini maestrevolmente concepito e prosperamente posto in
essere impedì a Carlo di recarsi in Lombardia e di tagliarvi la strada
a Corradino.
Il Re di Sicilia era in gravi cure, poichè Roma (dove poco tempo
prima era stato egli senatore) trovavasi adesso in potere del cugino
Arrigo, suo acerrimo nemico, il quale a quest’ora aveva apertamente
abbracciato la causa dei Ghibellini[571]. Per Corradino che s’avanzava
il Campidoglio poteva servire di base ad una spedizione contro Sicilia,
al modo istesso che se n’era giovato Carlo ai danni di Manfredi. Il
Re consigliò pertanto al Pontefice che con sue arti vi sollevasse
turbolenze per far precipitare Arrigo di Castiglia; ma Clemente non
trovò ascolto in Roma a così fatto disegno, e n’ebbe a conoscere che
tutti i partiti temevano il possente senatore «come la folgore»[572].
Ed invero don Arrigo vi governava con energia e con abilità grandi,
coadiuvato dal vicario che, secondo l’esempio di Carlo, ei s’era posto
a fianco in Campidoglio: e quegli era Guido di Montefeltro, signore
di Urbino, ghibellino zelantissimo anch’egli come i suoi padri, uomo
illustre, che fra poco doveva empiere Italia del suo nome e ottener
fama di massimo capitano dei suoi tempi[573]. Le milizie civiche
occupavano molte castella delle terre romane; nel mese di Agosto Arrigo
s’impadroniva dell’importante rocca di Castro posta sulle frontiere del
reame; a Corneto cercava di guadagnarsi influenza sul mare, e nel mese
di Settembre prendeva la città di Sutri nella Tuscia romana, di dove
poteva così porger la mano ai Ghibellini toscani. Invano si adoperò il
Papa per riconciliare il senatore con Carlo; e parimenti inefficaci
tornarono le sue esortazioni ai baroni del Patrimonio, cui inculcava
che rimanessero fedeli alla Chiesa[574].
Ai primi del mese di Ottobre si sparse per Roma la voce che Corradino
fosse entrato in Italia. Ed era vero. Il giovine Principe aveva venduto
i suoi possedimenti famigliari; fattone denaro, aveva raccolto a fatica
un esercito, e per la via del Tirolo intrapreso la sua marcia. La sua
temeraria spedizione fu il rovescio di quello che aveva fatto il grande
avo di lui all’incominciamento della sua splendida vita. Chè un tempo
Federico, giovanissimo, era partito di Sicilia per andare a strappare
di capo ad un Imperatore guelfo la corona dei suoi avi; e adesso il
nipote suo partiva di Germania per venire in Sicilia a togliere ad un
usurpatore la corona italica di Federico. Alle braccia di una moglie
che lo ammoniva del pericolo s’era tolto Federico; alle braccia di una
madre profetante sventure or si toglieva Corradino: ma a quello la
Chiesa aveva prestato il suo appoggio; a questo invece le Bolle del
Pontefice divietavano l’ingresso in Italia e gli negavano qualsiasi
diritto all’eredità del suo avo. Corradino partì di Baviera nel mese
di Settembre dell’anno 1267: lo accompagnavano il duca Luigi suo zio,
Mainardo di Tirolo suo patrigno, Rodolfo di Asburgo, e Federico figlio
di Ermanno di Baden, ultimo dei Babenberg che pretendesse alla duchea
di Austria: giovinetto orfano anche quest’ultimo, la pari sventura e la
tenera amicizia ne lo facevano il fratello d’armi di Corradino. Ai 20
di Ottobre, il nipote di Federico II con tremila cavalli e con milizie
di fanteria entrò nella ghibellina Verona, dove quattordici anni prima
Ezzelino e Uberto Palavicini avevano accolto suo padre Corrado IV.
Due giorni innanzi, ai 18 di Ottobre, Galvano Lancia zio di Manfredi
era venuto a Roma colle bandiere degli Svevi, recandovi un’ambasciata
di Corradino e intendendo conchiudere un’alleanza colla città.
I Ghibellini ricevettero con giubilo grande quel rappresentante
dell’Impero degli Hohenstaufen; il senatore lo salutò con publiche
manifestazioni di onore, lo albergò in Laterano, e in una solenne
tornata nel Campidoglio ricevette il messaggio di Corradino. Quando il
Papa seppe di tutto ciò, andò sulle furie. «Udii», così egli scrisse
ai 21 di Ottobre al clero romano, «udii cosa che mi ha riempiuto di
meraviglia e di orrore: che Galvano Lancia, uom dannato, un tempo
persecutore malvagissimo della Chiesa, entrò in Roma il giorno di
san Luca; che a vitupero del Pontefice osò spiegare le bandiere di
Corradino della velenosa stirpe di Federico, e con audacissima pompa
pose stanza in Laterano, la cui soglia appena son degni di varcare gli
uomini giusti». Per conseguenza, comandava che Galvano fosse citato
innanzi il tribunale della Chiesa[575]; ma, a dispetto del Papa, il
legato di Corradino s’ebbe ogni maniera di omaggi: e fastosamente lo si
invitò ad assistere a’ publici giuochi che si diedero a Monte Testaccio
con magnificenza insolita[576].
Volle il senatore torsi dai piedi ogni sorta di ostacolo ai suoi
piani, laonde deliberò di sbarazzarsi d’un sol colpo di tutti coloro
che a Roma parteggiavano coi Guelfi. Tali erano Napoleone, Matteo e
Rainaldo Orsini, Giovanni Savelli, _Riccardus Petri Anibaldi_, Angelo
Malabranca, _Petrus Stephani_, per gran parte fratelli o nipoti
di cardinali. Era mezzo il Novembre, ed egli invitò quei signori a
consiglio in Campidoglio; comparsi appena, li fe’ arrestare e por sotto
chiave. Napoleone e Matteo furono tradotti nel castello Saracinesco;
Giovanni Savelli, già senatore, uomo onesto e generoso, diede in
ostaggio suo figlio Luca e ottenne libertà; il solo Rainaldo Orsini,
non venuto in Campidoglio, potè fuggire della Città. I Guelfi ne
furono atterriti; molti si ricoverarono nelle loro castella, ma Roma
stette cheta e obbediente al senatore[577]. Protestò il Papa; raccolse
i prigionieri, i cardinali, i loro parenti e i loro beni sotto la
protezione della Chiesa; ed al senatore ed al Comune, ma con prudenza e
con linguaggio temperato, chiese soddisfazione[578].
Frattanto don Arrigo discacciava anche le famiglie di que’ maggiorenti,
ne faceva in parte smantellare le case, e abbertescava il Vaticano dove
poneva un presidio tedesco. In Campidoglio si proclamò publicamente
l’alleanza della Città con Corradino[579], e il senatore invitollo
a venire a Roma. Don Arrigo, che non era soltanto prode guerriero,
ma coltivava eziandio la vaga scienza di trovatore, gli indirizzò
alcuni versi di stile robusto; e può darsi che in quei giorni, in
mezzo allo strepito delle armi ghibelline, ei dettasse la canzone
che ci si conserva ancora. In essa ei dà sfogo al suo odio contro
Carlo, predone dei suoi beni; inneggia alla speranza che cada tronco
il giglio francese; incuora Corradino a tor possesso del bel giardino
di Sicilia, e ad impadronirsi con opera ardita e romana della corona
imperiale[580].
A Roma eran venuti legati di Pisa, di Siena e della federazione
ghibellina di Toscana per stipularvi un formale patto di alleanza
colla Città. Addì 18 Novembre si congregarono nella chiesa di Araceli
il maggiore ed il minor Consiglio, i Consoli dei mercanti ed i Priori
delle maestranze: Guido di Montefeltro prosenatore presiedette
l’assemblea. E Jacopo cancelliere della Città fu eletto a sindaco
de’ Romani, e gli furono date le piene facoltà perchè conchiudesse il
trattato coi Procuratori toscani[581]. In questo istesso tempo, il Papa
scagliava l’anatema contro Corradino, contro Pisa, contro Siena ed i
Ghibellini toscani, e nel dì 26 di Novembre mandavane la sentenza al
clero romano affinchè la publicasse. Tuttavolta non osò di infliggere
a Roma l’interdetto, nè al Senatore la scomunica: «per quanto so e
posso», così egli scrisse ai 23 di Novembre, «voglio evitare la guerra
co’ Romani; però temo che a me ed al Re di Sicilia non resterà in
ultima altro partito che questo».
Addì 1 Dicembre, nel palazzo dei Quattro Coronati, dove allora dimorava
il senatore, fu conchiusa un’alleanza offensiva e difensiva fra Roma,
Pisa, Siena e il partito ghibellino di Toscana. Questo trattato, in cui
fu data guarentigia dei diritti di Corradino, ebbe per iscopo espresso
l’annientamento di Carlo e della sua podestà in Toscana. Dappoichè
quelle città guelfe lo avevano eletto «signore» per sei anni, ed il
Papa lo aveva nominato principe paciere, i Ghibellini gli contrapposero
don Arrigo di Castiglia che crearono per cinque anni capitano generale
della loro confederazione. Obligaronsi a stipendiargli una scorta di
duecento Spagnuoli a cavallo, ed il senatore promise di porre duemila
uomini al servizio della lega ghibellina[582].
Nel frattempo i capi de’ Guelfi romani erano tenuti in carcere
oppure andavano esuli; il solo Rainaldo Orsini s’era ricoverato con
molti amici a Marino sui monti Latini. Ivi il senatore lo assediò
con milizie, ma poichè non ebbe prospero risultato nell’assedio (la
rocca era forte e ben difesa), sbuffò di collera, e tutti gli uomini
sospetti, laici fossero o cherici, provarono gli effetti della sua
stizza. Gli facevan duopo denari per armarsi a pro di Corradino, ed
egli violentemente diè di mano ai _Deposita_ dei conventi romani, dove,
secondo una costumanza antichissima, non soltanto Romani ma anche
genti di fuori solevano deporre in custodia le loro cose preziose.
S’impadronì del tesoro di molte chiese; ne rapì le vestimenta e gli
arredi, e con questi espedienti fece su un buon gruzzolo. Come poi
si sparse fama che don Arrigo volesse entrare a mano armata nelle
Puglie, il Papa con fervidissima instanza richiese Carlo che tornasse
a casa sua, e pensò anch’egli di partire da Viterbo e di andare
nell’Umbria[583]. Di suo moto proprio espresse il desiderio che Carlo
potesse tornare ad essere senatore di Roma; ed anzi, in previsione
di ciò, volle scioglierlo dall’antico giuramento. Indi con grande
acerbità scrisse a don Arrigo, si lagnò delle accoglienze fatte a
Galvano, della lega conchiusa coi Ghibellini di Toscana, delle violenze
esercitate contro i maggiorenti romani, e minacciò le più gravi pene
ecclesiastiche[584].
§ 2.
Male condizioni di Corradino nell’Italia settentrionale. — Si giunge a
Pavia. — Carlo si reca dal Pontefice a Viterbo. — Bolla di scomunica. —
Accoglienze che Pisa fa a Corradino. — Fallisce un tentativo di Carlo
contro Roma. — Prima vittoria di Corradino. — Ei muove a Roma. — V’è
ricevuto festosamente. — I capi della parte ghibellina. — Corradino
parte di Roma. — Battaglia di Tagliacozzo. — Vittoria e sconfitta di
Corradino.
A Verona frattanto Corradino si dava gran faccenda per cercar modo
di mantenere il suo esercito, di conchiudere alleanze colle città, di
sgombrarsi la via di Toscana. Era tanto povero che più neanche Carlo
era stato. Una parte delle sue soldatesche, poichè non le si pagava
dello stipendio, lo aveva disertato; suo zio Luigi, un egoista, e
suo patrigno Mainardo, cui era debitore di grossa moneta per la quale
aveva dovuto dargli in ipoteca i suoi beni ereditarî, abbandonarono
il giovinetto al suo destino, e se ne tornarono nel Gennaio 1268 ad
Alemagna. Il valore con cui Corradino superò tante difficoltà dimostra
che egli era degno de’ suoi antenati: e contro ogni aspettazione potè
continuar la sua marcia nel bel mezzo del paese nemico, felicemente
sì, come tempo prima era riuscito all’esercito di Carlo di traversare
Italia. La sua impresa parve in tutto essere la ripetizione di quella
dell’Angioino, il quale (vedi ironia della sorte!) fu costretto a
far la parte di Manfredi. La federazione dei Guelfi di Lombardia non
oppose impedimento a Corradino, che giunse così a Pavia addì 20 Gennaio
del 1268: colà, perplesso come innanzi, rimase fino ai 22 del mese di
Marzo.
Carlo bruciava d’impazienza di muovergli incontro: dopo un lungo
assedio aveva ridotto Poggibonsi, rocca maggiore dei Ghibellini,
ad arrendersi, e con aspra pressura aveva costretto eziandio Pisa
alla pace: se ora ei fosse partito e se avesse obligato Corradino ad
accettare una battaglia campale prima che toccasse Roma, la guerra si
sarebbe decisa sul Po. Ma il Papa, cui angustiava la paura di perdere
Sicilia (tanto più adesso che la rivoluzione imbaldanziva nelle
Calabrie, nelle Puglie e negli Abruzzi), scongiurò Carlo che tornasse
nel suo reame: ed invero se questi perduto lo avesse, non poteva egli
certo sperare che la Chiesa avrebbe rifatto per conto suo quell’immane
lavoro di Sisifo; chè anzi, profugo, lo avrebbe abbandonato alla
sua sorte, ond’ei sarebbe stato costretto di ritirarsi in Provenza a
masticarvi la sua vergogna. L’Angioino vedeva dietro di sè il suo regno
ardere in fiamme; perciò, dopo di aver lasciato in Toscana con alquante
soldatesche il maresciallo Guglielmo de Berselve, riprese la via del
regno, ed ai 4 di Aprile ei fu a Viterbo dal Pontefice[585].
Di là questi il giorno dopo scagliò una seconda volta la scomunica
contro Corradino e Luigi di Baviera, contro il Conte del Tirolo e
tutti i capi dei Ghibellini: e comprese nell’anatema le province e
le città che avevano fatto accoglienza al nemico o che la facessero.
Contro Pisa, Siena, Verona e Pavia pronunciò l’interdetto; scomunicò
Arrigo senatore, Guido da Montefeltro, i magistrati del Campidoglio,
tutti que’ Romani che avevano ricevuto messaggi di Corradino; minacciò
d’interdetto la Città, sciolse i Romani del giuramento prestato al
loro senatore, e die’ facoltà a Carlo di riprendersi per dieci anni
il reggimento urbano, se quell’altro, entro il termine di un mese, non
fosse venuto ad obbedienza[586].
Intanto che da Viterbo si bandivano questi anatemi, Pisa risonava di
migliaia di voci giubilanti: in quel porto entrava il giovine nipote
di Federico II sopra navi della Republica e con cinquecento cavalieri.
Corradino era partito di Pavia, e passando per le terre del Margravio
del Carretto sposo di una figliuola naturale di Federico, era capitato
a Vado, paese sul mare vicino Savona: e lì si era imbarcato ai 29 di
Marzo. Il comando delle sue soldatesche aveva affidato a Federico
di Baden, e questi si sgombrò felicemente il sentiero pei monti di
Pontremoli, ad onta che i Guelfi ne difendessero i passi, e per la
Lunigiana, sui primi del Maggio, le condusse a Pisa. Dalla Republica
il giovine pretendente ricevette il primo omaggio solenne, e vi
trovò una flotta pronta a far vela sia per Roma, sia per le costiere
dell’Italia meridionale. Carlo, che non poteva andare a cercare a Pisa
il suo avversario, nè impedirgli di progredire nella sua marcia (da
altra parte non gli era chiaro qual fosse il disegno di Corradino)
decise adesso di tornarsene nel regno, per porre a partito quei
ribelli, segnatamente i Saraceni di Luceria; deliberò cioè di aspettare
l’attacco del nemico di piè fermo nel suo paese, a somiglianza di ciò
che Manfredi un tempo avea fatto. Tuttavia da Viterbo volle provare
se gli riusciva a bene un colpo su di Roma; ed infatti una parte delle
sue milizie in compagnia di alcuni Guelfi fuorusciti (fra loro furono
il conte Anguillara e _Matheus Rubeus_ degli Orsini) penetrò nella
Città; ma il senatore battendoli li discacciò, per modo che Carlo trovò
prudente di lasciarne star Roma pe’ fatti suoi[587]. Addì 30 di Aprile
partì di Viterbo dopo che il Papa lo ebbe nominato vicario imperiale in
Toscana: e il conferimento di questa dignità e la rinnovazione del suo
officio senatorio furono concessioni di rilevanza grande, che a lui nel
tempo avvenire erano destinate a profittare con molto frutto[588].
Corradino trovò adesso a Pisa ed a Siena un appoggio vigoroso[589]:
la vittoria di Ponte a Valle, onde le sue milizie ai 25 di Giugno
fecero prigioniero il maresciallo di Carlo, rianimò le sue speranze:
e ambasciatori del Campidoglio venivano a invitarlo che andasse a Roma
dove Galvano lo aspettava; e gli aiuti del senatore gli promettevano un
aumento di forze[590]. Lo Stato ecclesiastico bolliva in gran fermento;
Fermo e le Marche erano in aperta rivoluzione: ancora una vittoria
decisiva, e la parte maggiore d’Italia si sarebbe dichiarata per
Corradino. Dopochè una flotta pisana ebbe fatto vela per le Calabrie
sotto la capitananza di Federico Lancia, anche Corradino partì a mezzo
il Luglio. Sgombra era la via di Roma. Clemente IV aveva fatto venire a
Viterbo alcune milizie chiamandole di Perugia e di Assisi, ma soltanto
per sua difesa, e là aspettò che l’ultimo degli Hohenstaufen passasse
oltre[591]. Indarno il Pontefice aveva ammonito i Romani più influenti
che non abbandonassero la Chiesa; le sue lettere, che a questo momento
si vanno facendo sempre più agitate, svelano per la prima volta
ch’egli era conturbato da gravi cure. Però neppur l’animo di questo
prete si lasciò vincere dalla paura. «Passerà come fumo», diss’egli di
Corradino; e lo paragonò ad un agnello che i Ghibellini conducevano al
macello. E dalle mura di Viterbo ei potè vedere co’ suoi stessi occhi
le ordinanze dei soldati che ai 22 di Luglio attraversarono la pianura
vicino Toscanella, senza pur minacciarlo.
Per la via Cassia Corradino procedette lietamente verso Roma passando
da Vetralla, da Sutri, da Monterosi e dall’antica Vejo: lo seguitavano
cinquemila cavalieri in ottimo arnese; con sè aveva Federico di Baden,
il conte Gerardo Donoratico di Pisa, Corrado di Antiochia, molti dei
maggiorenti ghibellini d’Italia. Dall’altezza di monte Mario lo sguardo
inebriato del giovinetto discorse per l’ampia Campagna da Roma: da quel
luogo infatti essa si spalanca severa e solenne, incorniciata da’ monti
di un azzurro porporino; la traversa il magnifico Tevere che passa da
ponte Milvio vicino a colline di tufo coperte di ruderi; e la volta
azzurrina del cielo pare posarsi festosa sulla turrita Roma. Sopra le
prime alture della Sabina l’occhio discerne senza fatica le bianche
linee delle case di Tivoli. Là (dicevano a Corradino), era stato il
teatro delle imprese di Federico e di Manfredi; e gli additavano le
alte montagne di Subiaco che fanno corona ai confini del Napoletano
ed al lago di Fucino, dove il suo destino crudele stava aspettandolo
nella pianura di Tagliacozzo. In distanza, annebbiata dai vapori,
gli mostravano l’antica Preneste: cinque settimane ancora, ed egli
si sarebbe trovato in quella rocca ciclopica, coperto di catene! E
dove fra’ monti Albani e gli Apennini si apre un’ampia vallata, gli
segnavano le campagne del Lazio, e gli narravano che di quella gola
passava la strada donde Carlo d’Angiò era sceso al Liri.
Alla mente esaltata di Corradino sarà paruto che in lunga comitiva lo
venissero ad incontrare le ombre dei grandi Imperatori e lo salutassero
Cesare: e lo commovevano ad entusiasmo, come in antico il secondo ed
il terzo Ottone, il maestoso aspetto della Città e la vista magnifica
del popolo romano che salutandolo plaudente copriva la pendice di monte
Mario da ponte Molle fino alla via Trionfale. Il senatore gli avea
apparecchiato un accoglimento degno di imperatore. Roma (lo confessa il
guelfo Malaspina) era partigiana dell’Impero per indole[592]: ed invero
sebbene spesse volte ed ostinatamente i Romani avessero combattuto
gli Imperatori germanici, tuttavolta l’idea imperiale esercitava
sempre un fascino potente su di essi; laonde accolsero con veraci
onoranze il nipote del grande Federico, come legittimo rappresentante
dell’Impero. Tutti i Romani capaci alle armi lo aspettavano vestiti
di belle armature, cogli elmi inghirlandati di fiori, e disposti
a giuochi guerrieri nel campo di Nerone; il popolo agitava palme e
rami d’ulivo, e cantava inni di letizia. Allorquando Corradino, ai 24
di Luglio, tenne la sua entrata per il ponte sant’Angelo, ei trovò
Roma mutata in un teatro di festoso trionfo. Per un breve istante
il giovinetto romantico si sentì sollevato all’apogeo della umana
grandezza. Le vie che mettevano al Campidoglio erano gremite di
gente; corde eran tese dall’una casa all’altra, e da quelle secondo il
costume medioevale pendevano a drappelloni tappeti, ricche vestimenta,
arredi d’oro, e d’ogni maniera ornamenti preziosi: e cori di donne
romane ballavano danze nazionali al suono di cetre e di timballi[593].
Il guelfo Malaspina confessa che il ricevimento di Carlo era stato
molto al di sotto delle festività con cui si salutò Corradino: era
Roma la ghibellina che lo onorava spontanea come portava la sua
inclinazione[594].
Si condusse l’ultimo Hohenstaufen in Campidoglio e lo si gridò
imperatore. I capi dei Ghibellini italiani e i fuorusciti delle Puglie
circondarono il giovine Principe, e tutti gli si strinsero addosso
per raccomandarglisi, nell’intento di averne più tardi dei feudi.
Financo nobiluomini romani che da Carlo o dal Papa avevano ottenuto
amnistia, tornarono a mostrarsi ghibellini zelanti. Pietro di Vico,
uomo senza fermo carattere, a vicenda partigiano di Manfredi e di
Carlo, comparve in Campidoglio a prestarvi omaggio. Jacopo Napoleone
degli Orsini offerse i suoi leali servigî; il giovine Riccardo ed
alcuni altri Anibaldi, il conte Alcheruccio di santo Eustachio, Stefano
dei Normanni, Giovanni Arlotti, la famiglia dei Surdi, ghibellini
fedeli al tempo di Manfredi, contribuirono denaro e armi, in quello
che il senatore sollecitava fervidamente gli ultimi preparativi della
spedizione. Altri degli Orsini e degli Anibaldi, e tutta la casa dei
Savelli duravano invece dalla parte di Carlo, mentre i Frangipani, i
Colonna, i Conti in attitudine neutrale attendevano chiusi nelle loro
castella l’esito degli avvenimenti.
Uno strano cambiamento delle cose faceva sì che, due soli anni dopo
dell’impresa di Carlo, Roma tornasse ad essere base ad una spedizione
di conquista contro le Puglie; e la mutazione degli eventi riduceva
adesso in tutto e per tutto quell’usurpatore nelle condizioni in
cui s’era trovato Manfredi, allorchè dietro al Liri aveva aspettato
l’invasione nemica. Le linee di difesa da Ceperano a Capua erano
parimente forti di allora, ed anche meglio guardate; e Carlo, che
aveva levato l’assedio di Luceria, trovavasi col nerbo delle sue forze
presso a Sora in una posizione che gli rendeva possibile di muovere
rapidamente incontro al suo avversario, fosse egli venuto dalla via
Valeria oppure da quella Latina. Un consiglio di guerra tenuto in Roma
decise che per la Valeria si dovesse penetrare negli Abruzzi onde
evitare il passo di Ceperano: volevasi tirar dritto fino a Sulmona,
di là muovere nelle Puglie, occupare Luceria, e, indi, dar addosso con
tutte le forze al nemico che si credeva postato ancor là. Il piano era
eccellente.
Ai 18 di Agosto dell’anno 1268 Corradino partì di Roma, dove Guido da
Montefeltro rimase come vicario del senatore[595]. Accompagnavanlo don
Arrigo con qualche centinaio di Spagnuoli, Federico di Baden, Galvano,
Corrado di Antiochia, ed altri maggiorenti. L’esercito ben armato,
forte di circa diecimila uomini, era animato da coraggio e di buon
umore. Il popolo romano seguì quelli che partivano per un buon tratto
di via fuor della porta di san Lorenzo; e tutta la milizia civica
avrebbe voluto muovere anch’essa alla guerra, se Corradino dopo due
giornate di cammino non ne avesse congedata la massima parte: con lui
rimasero soltanto i capi dei Ghibellini col fiore delle lor genti,
Alcheruccio di sant’Eustachio, Stefano Alberti, il vecchio Giovanni
Caffarelli, il giovane Napoleone figlio di Jacopo Orsini, Riccardello
Anibaldi, Pietro Arlotti e Pietro di Vico. Passato l’Anio, e più sopra
Tivoli, si venne a Vicovaro, dove gli Orsini di parte ghibellina
albergarono Corradino, e si toccò Saracinesco dove la figlia di
Galvano, ch’era moglie di Corrado di Antiochia, salutò il suo regale
cugino. Infatti quel castello piantato sopra una roccia (nel secolo
decimo era stato il nido di una ladronaia saracena) apparteneva a
Corrado, perciocchè a suo padre Federico di Antiochia lo avesse recato
in dote Margherita nobile donna romana. Ed ivi erano ancora custoditi i
due prigionieri Orsini, circostanza questa cui Corrado poco tempo dopo
andò debitore di sua salvezza.
Vicino Riofreddo l’esercito varcò la selvaggia terra del confine,
penetrò senza ostacoli pei distretti di Carsoli negli Abruzzi, e scese
nella valle del Salto. Di là si spalanca allo sguardo del viaggiatore
il grandioso paese dei Marsi, con montagne gigantesche, biancheggianti
di neve, ai cui piedi si stende pomposamente il lago di Fucino colle
sue acque tinte di un azzurro cupo. Tutto all’intorno stanno le
città de’ Marsi, Avezzano, Tagliacozzo, Celano, Antina ed Alba, luogo
maggiore della contea de’ Marsi, di cui allora Corrado di Antiochia
portava ancora il titolo, ereditato dal padre[596]. Vie parecchie
attraversano il paese, e per valichi montani conducono dalla parte di
ovest a Roma, da sud a Sora, da nord ad Aquila ed a Spoleto, da est a
Sulmona patria di Ovidio.
Come Corradino si fu avanzato verso Tagliacozzo, con meraviglia
scoperse che il suo nemico era anche giunto al lago Fucino e si
appressava ad Alba: questo ei non s’aspettava. Ed invero Carlo a
gran passi era venuto di Sora per tagliare la strada di Sulmona
al suo avversario, per cacciarlo indietro oppure costringerlo ad
accettar battaglia: e allorquando con tremila stanchi cavalli e con
genti di fanteria ai 22 di Agosto pose campo sui colli di Magliano,
a due miglia da Alba, ei potè di quel luogo scorgere Corradino. Là
pertanto conveniva combattere quella battaglia che avrebbe deciso le
sorti dei due rivali. I campi nemici erano divisi dal Salto: l’uno
era collocato nella pianura Palentina vicino Alba, l’altro presso
dell’ora distrutto Castel Ponte in prossimità di Scurgola; e così
stettero una notte[597]. L’esercito di Corradino al mattino seguente
si dispose in due ordinanze; la prima sotto il comando del senatore,
del conte Galvano e di Gerardo Donoratico di Pisa, capo dei Ghibellini
toscani; la seconda, composta per la maggior parte di cavalleria
tedesca, sotto la capitananza dei due giovani Corradino e Federico. Le
battaglie del nemico erano guidate dai suoi migliori generali: tali
erano Jacopo Cantelmi, il maresciallo Enrico de Cousance, Giovanni
di Clary, Guglielmo l’Estendart, Guido di Villehardouin principe di
Acaia, Guido di Montfort e il Re in persona[598]. Erardo di Valery,
rinomato guerriero tornato di fresco dall’Oriente, gli aveva dato
consiglio che tenesse un terzo corpo nascosto, in riserva; e sebbene
un comandante così esperto com’era Carlo di Angiò appena abbisognasse
del suggerimento del Valery per tenere in serbo milizie che in caso
di bisogno decidessero dell’esito della pugna, tuttavia ei si servì
con buon giovamento dell’accortezza di quel capitano valente. Oltre ai
Guelfi lombardi e toscani, servivano nell’esercito di Carlo eziandio
alcuni Romani; _Bartholomaeus Rubeus_ degli Orsini, il margravio
Anibaldo, i due Savelli Giovanni e Pandolfo ed altri nobiluomini: per
tal modo Romani di un sangue e di una stirpe stavano, da nemici, gli
uni contro gli altri armati.
Nel mattino dei 23 Agosto Arrigo di Castiglia per il primo passò il
fiume, girò il fianco dei Provenzali presso al ponte, e aperse con
impeto la pugna. Quando le schiere di Corradino ebbero varcato il
Salto, e si furono scagliate con foga bollente sugli odiati nemici,
parvero essere le furie vendicatrici di Benevento. Non v’ebbe
tradimento che macchiasse l’onore delle armi dei combattenti. L’urto
irresistibile dei Ghibellini sbaragliò le ordinanze nemiche; la prima
linea dei Provenzali fu sconquassata; la seconda, composta della
cavalleria francese, fu rotta. Allorchè il maresciallo di Cousance
che vestiva l’armatura di Carlo, cadde di cavallo col vessillo che
impugnava, e d’un subito fu ucciso, s’alzò un grido tonante che
plaudiva alla vittoria ed alla morte dell’usurpatore. Le milizie
francesi si diedero a fuga scompigliata, e dietro loro a inseguirle
Arrigo di Castiglia che fu l’eroe della giornata. Tedeschi e Toscani si
gettarono sul campo nemico a saccheggiarlo, e le file si sciolsero sul
terreno dove il giovinetto Corrado inebriato teneva in mano la palma
della vittoria. Al mattino la fortuna alto lo levò come imperatore; a
sera vituperosamente lo precipitò all’imo della sventura, abbandonato e
senza nome.
Carlo che stavasi appiattato sopra un colle, mirò la fuga del suo
esercito; e la perdita della battaglia per lui significava la caduta
inevitabile del suo trono. Il Cronista guelfo descrive il Re che
si scioglie in lacrime, che invoca la Madonna e i Santi, in quello
che il Valery si studia di rattenerlo, e finalmente lo ammonisce
esser tempo di muovere fuor dell’agguato, alla riscossa. E tosto
ottocento cavalieri scendono e si gittano di repente sul campo dove
non isventola più alcuna bandiera francese. Quelle fresche milizie
irrompono colle lance in resta, e bastano i loro squadroni serrati
a disperdere le soldatesche di Corradino sparpagliate al saccheggio,
e ne fanno macello, e le cacciano in fuga, mentre i Francesi sviati
tornano a raccozzarsi. Le battaglie a quel tempo si combattevano senza
disciplina, in modo ben diverso dalle regole nostre di guerra. E questo
rese possibile che Carlo prendesse la rivincita. Non isquillo di tromba
potè più rattenere i fuggenti, nè alcun capitano ristabilir più un
ordine di battaglia. Fuggiron tutti, e orribile fu la disfatta. La
mancanza di una riserva fece perdere a Corradino la battaglia dianzi
splendidamente vinta; forse causa della sconfitta fu anche il soverchio
bollore degli Spagnuoli di Arrigo che inseguendo il nemico battuto
s’erano allontanati di troppo[599]. E allorchè l’Infante dal suo
inseguimento torna sul terreno dove aveva pur dianzi lasciato vincitore
Corradino, ei vede schierate sulla fronte del campo milizie: verso di
esse corre giubilante per andarvisi a unire con saluti e con festa,
quando, oh stupore!, ode udirsi gridar contro: «Montjoie! Montjoie!»,
e discerne l’impresa dei gigli. Scagliasi egli eroicamente sul nemico;
due volte cerca di sbaragliarlo, ma inutile: non giova contro il fato
dar di cozzo[600].
Come fu scesa la notte sul campo di Tagliacozzo, anche stavolta Carlo
sempre cupo sedette nella sua tenda, e dettò al Papa una relazione
della vittoria riportata: tranne che la mutazione di alcuni nomi, fu
un’esatta ripetizione della lettera che in addietro aveva scritto dal
campo di Benevento. «Il messaggio di pace lungamente desiderato da
tutti i fedeli del mondo, mando a Voi, Padre Santo, olezzante come
incenso: e, Padre, pregovi; sorgete e cibatevi della cacciagione
del figliuol Vostro... Uccidemmo tanta moltitudine di nemici che la
sconfitta di Benevento in paragone par cosa da nulla. Se Corradino
e il senatore Arrigo sien morti o fuggiti dir con precisione non
sappiamo, massime dacchè scriviam questa lettera immediatamente dopo
della battaglia. Certo è che il cavallo cui il senatore montava, fu
preso mentre fuggiva senza cavaliere. La Chiesa, madre nostra, giubili
e lodi l’Onnipossente che le concesse una tanta vittoria col braccio
del suo campione: avvegnaddio or paia che il Signore abbia posto
termine a tutte le sue necessità, e l’abbia liberata dal furore de’
suoi persecutori. Dato dal campo Palentino, addì 23 Agosto, indizione
undecima, nell’anno quarto».
E questo fu l’orrido linguaggio onde usò il feroce carnefice di quella
notte di san Bartolomeo, che al Papa con bigotta ipocrisia offerse le
sue vittime come vivanda saporita di selvaggina presa in caccia[601].
La duplice vittoria che a sì breve distanza di tempo conseguiva quello
stesso despota Carlo, la prima volta contro Manfredi, la seconda volta
contro Corradino, rivolta il senso morale: e in verità fu nuovamente
il male che trionfò del bene, l’ingiustizia che la vinse sul diritto.
Sul campo della battaglia di Tagliacozzo, combattuta in quegli ardenti
calori dell’estate, si gettò una sorte che forse fu la più ingiusta
di quante mai guerriero abbia tratto dall’urna delle battaglie. Se
guarentigie della vittoria sieno il diritto e la giustizia, il valore
e la fedeltà, l’eroismo e la giovinezza generosa, certo che Corradino
doveva vincere: eppure il destino inesorabile diè il trionfo in
mano di Carlo. L’odio del vincitore potè satollarsi alla vista delle
migliaja di uccisi che coprivano il campo, ma la sua crudeltà volle
di più. A molti Romani prigionieri fece, egli antico senatore della
loro Città, troncare i piedi; e avendogli taluno significato che la
vista dei mutilati gli avrebbe procacciato soverchio odio, comandò
che si serrassero tutti in una casa e vi si desse fuoco. Di nobili
romani giacquero morti Stefano degli Alberti, il prode Alcheruccio
di Sant’Eustachio e il vecchio Caffarelli. Pietro di Vico mortalmente
ferito potè trascinarci a Roma, e di là ricoverarsi nel suo castello,
dove morì nel Dicembre: uomo senza fede, fu uno degli stipiti della
famiglia dei Vico, fieri Ghibellini, in cui durò per titolo ereditario
la prefettura urbana fino all’anno 1435[602].
§ 3.
Dal campo di battaglia Corradino fugge a Roma. — Vi fa breve dimora.
— Fugge; è fatto prigioniero, e consegnato al nemico in Astura. —
I prigionieri nel castello di Palestrina. — Galvano Lancia condotto
al supplizio. — Carlo diventa senatore una seconda volta. — Sorti di
Corrado di Antiochia e di don Arrigo. — Fine di Corradino. — Clemente
IV muore (1248).
Un colpo come di fulmine a ciel sereno ebbe rotto l’incanto dei
sogni audaci in cui lo sventurato si cullava; innanzi a’ suoi piedi
si spalancava un abisso di ruina. Fuggì dal campo di battaglia con
cinquecento cavalieri: e con lui furono Federico di Baden suo fratello
d’armi, il conte Gerardo di Pisa, Galvano Lancia, il figlio di questo
ed altri nobiluomini. Dapprima ei volse i suoi passi a Castelvecchio
vicino Tagliacozzo, dove (almen pare), sperando di raccogliere soldati
sbandati, un tratto posò. Indi per la via Valeria procedette innanzi a
Vicovaro. Fuggitivo rifece la stessa strada che pochi giorni innanzi
aveva percorsa alla testa di un esercito, fidente nella vittoria; e
così mosse precipitosamente verso Roma[603]. Ivi non si sapeva che cosa
fosse avvenuto del senatore Arrigo; ma Guido di Montefeltro imperava
pur sempre nella Città da vicario suo, e Corradino credeva trovarvi
riparo, e ricavare dall’alleanza con Pisa nuovi modi di continuar la
guerra.
A Roma giunse un giorno di martedì, ai 28 di Agosto. Che altre
accoglienze vi aveva avuto la prima volta! Quale ritorno! Veniva adesso
di soppiatto, quasi fuor di senno[604]! La nuova della sua disfatta
era capitata a Roma rapidamente; i Ghibellini n’erano stati atterriti;
i Guelfi ne avevan fatto allegrezze grandi. Dal campo erano corsi
giubilanti alcuni fuorusciti romani che avevano combattuto sotto il
vessillo di Carlo; Giovanni e Pandolfo Savelli, _Bertholdus Rubeus_
ed altri signori. L’esaltamento degli animi era al colmo. Guido di
Montefeltro teneva il Campidoglio per conto di Arrigo, ma ricusò di
dare ricetto al fuggitivo, laonde Corradino dovette cercare ricovero
presso altri Ghibellini che s’erano chiusi nelle loro torri dentro
della Città: ed infatti qui possedevano il Colosseo, l’isola Tiberina
nuovamente fortificata da Pietro di Vico, il Vaticano abbertescato,
i palazzi di Stefano Alberti, ed una rocca appellata _Arpacata_, che
tempo innanzi Jacopo Napoleone aveva edificato nel Campo di Fiore sulle
rovine del teatro di Pompeo[605]. Ma poichè ogni dì più nella Città
venivano ingrossando i Guelfi, gli amici di Corradino avvisarono che
ivi ei non poteva più a lungo dimorare, e consigliarono di fuggire.
Gli sciagurati (non rimase che il solo conte Gerardo Donoratico in gran
secreto, e presto cadde in mano del nemico), gli sciagurati partirono
un venerdì, ai 31 di Agosto, accompagnati da una piccola comitiva,
e andarono al castello Saracinesco, che era tenuto dalla figlia di
Galvano[606]. Erano incerti di quel che dovessero fare; sulle prime
volevano gettarsi nelle Puglie, ma poi deliberavano di guadagnare la
più prossima marina.
Quella schiera assottigliata fuggì per la Campagna, traversò la via
Appia, si mise per le Maremme più sotto di Velletri, e giunse al mare
vicino Astura. Astura, dove in antico Cicerone ebbe una villa, posa
isolata sopra ruderi di palazzi romani che un tempo sorsero sulla
riva del mare: fin presso alle dune sabbiose del lido non v’ha che
territorio incolto e selvatico, coperto di fitte boscaglie, intersecato
di paludi e di laghi donde esalano miasmi febbrili, e da cui lentamente
scendono al mare alcuni fiumicelli. Tratto tratto, lungo la spiaggia
in quella solitudine sepolcrale s’elevano oscure torri; e dal mare a
non grande distanza sorge, incantevole vista! il capo di Circe colla
rocca Circea. La duna forma un porto di pescatori dove sbocca il fiume
Stura. Nei primi tempi del medio evo il castello era stato proprietà
del convento di santo Alessio sull’Aventino, indi era diventato un
feudo, primamente dei Conti di Tusculo, adesso dei Frangipani. Di
Astura oggidì non rimane che il castello, prominente con una torre
sopra il mare, ma a’ tempi di Corradino era un _castrum_ con parecchie
chiese, e circondato di solide mura[607]. I fuggiaschi si misero in un
battello sperando di giungere all’amica Pisa. Ma Giovanni Frangipane
signore del castello, avuto annuncio che alcuni cavalieri di nobile
aspetto e di foggia straniera, probabilmente fuggenti dal campo di
Tagliacozzo, s’erano posti in mare, cacciò sulle loro tracce dei rapidi
vogatori: forse lo fece di suo proprio impulso, forse perchè erano
state publicate lettere del Papa e di Carlo con ordine di catturare i
fuggitivi. Arrestatigli sul mare, li ricondusse nel castello di Astura:
e in suo potere vennero Corradino, Federico di Baden, i due conti
Galvano, il giovine Napoleone Orsini, Riccardello Anibaldi e parecchi
altri cavalieri tedeschi e italiani[608].
Quando Corradino si die’ a conoscere al Frangipane n’ebbe
un’ingannevole speranza, perciocchè confusamente ricordasse che
la famiglia di quel signore un dì avea parteggiato per l’Impero,
e dall’avo suo aveva ricevuto di ricchi donativi: ei non sapeva
il meschino che quei Frangipani s’erano inimicati con Manfredi per
cagione di Taranto, e che da lungo tempo avevano sposato la causa
del Pontefice. Paura e avarizia persuasero il signore di Astura a
impadronirsi di quella preda preziosa in cui ravvisava nientemeno
che il pretendente della corona di Sicilia. E s’aggiunse il fatto che
Roberto di Lavena, ammiraglio di Carlo, poco tempo prima battuto dai
Pisani vicino Messina, si trovasse con navi provenzali in quelle acque;
perlochè, come ebbe udito dell’avvenimento di Astura, sbarcò, e in nome
del Re di Sicilia chiese che gli si consegnasse Corradino. Resistette
il Frangipane per tenere alto il prezzo della fatta preda, e condusse
i prigionieri in un vicino castello, ancor più munito, che forse fu
quello di San Pietro in Formis, vicino Nettuno[609]: e di lì a poco
sopravenuto anche il cardinale Giordano di Terracina, rettore della
Campania e della Maritima, con milizie, da parte propria in nome del
Papa chiese che gli si dessero in mano i prigionieri come scomunicati
dalla Chiesa e malfattori pigliati sul suo territorio. Sventura di
Corradino fu che non venisse in balia dei Pontificî, chè almeno avrebbe
avuto salva la vita. Non preghiere, nè promesse, non l’innocenza, nè
la giovinezza e la leggiadria del prigioniero commossero il cuore del
Frangipane: ma se paura della collera di Carlo potè ragionevolmente
trattenerlo di mettere in libertà il nobile fuggitivo, nulla v’ha
che scusi il suo rifiuto di consegnarlo al cardinale Giordano. Sotto
pretesto delle strette cui lo mettevano i marinari di Carlo che lo
assediavano, l’esoso pirata diè i prigionieri in potere delle masnade
di quel crudele[610]: incatenati, furono trascinati attraverso la
Maremma, consegnati a Carlo in Genazzano, e chiusi nel castello di San
Pietro, più in su di Palestrina. Quel castello piantato sopra sterili
rocce, era proprietà di Giovanni Colonna, ma occupato da armigeri
napoletani[611]; chè infatti Carlo dal campo di battaglia era venuto
per le montagne a Subiaco, indi scendendo, aveva preso per la via
Prenestina: e il suo quartier generale era posto a Genazzano, feudo dei
Colonna, i quali allora, come i Conti e i Frangipani, per paura e per
intento politico, si mostravano di spiriti guelfi.
Da Genazzano a Palestrina non v’hanno che due ore scarse di cammino;
e a Palestrina si raccoglievano i prigionieri, e vi conducevano anche
il senatore Arrigo, il quale, fuggendo dal campo di battaglia, era
stato preso da un cavaliere di nome Sinibaldo Aquilone: vi venivano
tratti eziandio Corrado di Antiochia, e molti nobiluomini romani e
Ghibellini italiani[612]. Il castello di san Pietro, rocca antichissima
del Lazio, è oggi caduto; non ne rimangono che delle pietre ciclopiche
coperte di musco; e l’edera si abbarbica intorno a quelle ruine, donde
l’occhio dell’osservatore vien giù scorrendo su un panorama bellissimo
di terra e di mare. Ivi Corradino stette molti giorni incatenato coi
suoi compagni. Fra tutti i prigionieri quello che Carlo odiava di più
era il conte Galvano, il quale in entrambi i campi di battaglia aveva
pugnato contro di lui, e come generale di Manfredi e come promotore
zelantissimo dell’impresa di Corradino: e narrasi che a Palestrina,
od altrimenti nel suo quartier generale di Genazzano, lo mandasse
al supplizio publicamente con altri baroni di Puglia, dopo che gli
aveva fatto scannare fra le braccia il figliuol suo Galiotto. In
questo modo morì nella prima metà di Settembre del 1268 lo zio di
Manfredi, fratello della leggiadra Bianca: fu uomo prudente e di valore
cavalleresco, la cui vita di varia fortuna stette sempre associata a
quella degli Hohenstaufen nella grandezza e nella fine[613]. Gli altri
prigionieri Carlo lasciò a Palestrina, ed ei mosse a gran passi a Roma.
Qui, subito dopo la sua vittoria di Tagliacozzo, era stato eletto
senatore a vita; ed egli aveva lietamente accettato la podestà urbana,
e mandato nuovamente a Roma da suo vicario Jacopo Cantelmi, cui
Guido da Montefeltro tosto consegnò il Campidoglio per una somma di
quattromila fiorini d’oro. Il Papa già dapprima aveva sciolto Carlo
della rinuncia da lui data con giuramento dell’autorità senatoria, ed
or lo confermò nell’officio per dieci anni. L’Angioino pertanto ai 16
di Settembre prese una seconda volta il possesso della sua dignità
in Campidoglio, e da allora in poi all’altro suo titolo aggiunse
officialmente quello di «Senatore dell’illustre Città»[614]. Ai Romani
che parteggiavano per lui ed a quelli che avevano combattuto nelle sue
file sul campo Palentino die’ ricompense di beni e di feudi; e così
anche Giovanni Frangipane fu regalato riccamente[615].
Dopochè Carlo ebbe insediato in Campidoglio i suoi ministri ed
annunciato ai Guelfi le sue vittorie, tornossene, sull’incominciamento
dell’Ottobre, a Palestrina per condurre i prigionieri a Napoli ed ivi
mandarli al supplizio[616]. Di tutti loro il solo Corrado di Antiochia
ottenne libertà; trasse in salvo la vita per la fortunata combinazione
che sua moglie teneva ancora in ostaggio a Saracinesco i due Orsini,
Napoleone e Matteo, fratelli del potente cardinale Giovanni Caetano,
che più tardi fu papa Nicolò III. Si fece il cambio di Corrado con quei
prelati, ed egli diventò lo stipite della famiglia latina dei Conti di
Antiochia, la quale nei secoli decimoterzo e decimoquarto risiedette
nelle castella di Anticoli e di Piglio sul Serrone, e, come si vede
dalla storia di Roma, fu sempre (finchè si spense) di parte ghibellina
e nemica dei Papi[617].
Se l’infante Arrigo scampò a morte, ne andò debitore alla ragione della
parentela, ed al rispetto che Carlo dovette portare alla casa regale
di Castiglia. Oscuro è quando abbia finito di vivere, ma fino all’ora
della sua morte l’antico senatore sofferse il destino di re Enzo, prima
nel carcere di Canosa, indi a Santa Maria del Monte nelle Puglie, dove
può darsi che gli risonassero all’orecchio i lamenti dei tre figliuoli
di Manfredi. Indarno pregarono i Re di Castiglia e di Aragona perchè
fosse riposto in libertà; indarno poeti reclamarono con fieri carmi:
il rimpianto di don Arrigo e le lodi della sua prodezza cavalleresca
vivono ancora nei versi dei trovatori, nelle canzoni di Giraud de
Calason e di Paulet di Marsiglia[618].
La testa dell’ultimo Hohenstaufen cadde a Napoli ai 29 Ottobre
dell’anno 1268. Carlo corse a dar morte allo sventurato, dopo che
l’ebbe sottratto al dominio della Chiesa. Volle ucciderlo, perchè
se anche lo avesse tenuto in catene nel più profondo di un carcere,
a turbare i suoi sonni avrebbe bastato il saperlo vivo. La sentenza
concorde dei contemporanei e dei posteri ha marchiato d’infamia il
supplizio di Corradino e dei suoi generosi amici, e lo giudicò opera
iniqua di un pavido tiranno: nè corse molto tempo che la storia ne fece
vendetta. Non v’ha ragionamento di sofista che possa nettare Carlo
assassino da quella macchia di sangue. Alcuni accusarono Clemente
IV di complicità: certo è ch’ei lasciò andar le cose per la loro
china, e su di lui s’aggrava giusto rimprovero che non si facesse
consegnare Corradino, come quello che era stato colpito dell’anatema
della Chiesa, ed arrestato sul suo territorio da vassalli pontificî:
è poi biasimevole che per lo meno non si affrettasse a trattenere la
scure del carnefice, quando pur doveva prevedere a che fine di sangue
sarebbe riuscita quella tragedia, egli che troppo bene conosceva
l’animo scellerato di Carlo. Il Pontefice approvò la morte dell’ultimo
nipote di Federico II, poichè essa poneva termine una volta per sempre
alle pretese della casa sveva. Se dalla bocca di Clemente IV fosse
uscito un grido di sdegno od almeno una voce umana di compianto della
sorte troppo crudele di Corradino, il cui diritto era chiaro come luce
di sole innanzi a Dio ed agli uomini, questo solo avrebbe ornato di
pregio la memoria di un Pontefice, cui la fortuna concesse di abbattere
nella radice la grande famiglia degli Hohenstaufen. Ed egli tacque;
e giusto sia il giudicio che cade su di lui. Ai 29 di Ottobre fu
troncata la testa di Corradino; ai 29 di Novembre morì Clemente IV a
Viterbo, come se la potenza del vindice destino non concedesse a questo
prete di vivere di più. La commovente ombra dell’innocente nipote di
Federico sarà apparsa al letto di morte del Papa a turbargli i momenti
dell’agonia: avrà veduto il giovinetto quale parve sul patibolo di
Napoli sollevare le mani al cielo, e poi prostrarsi orando per ricevere
il colpo fatale[619]. E Clemente morì eziandio sgomentato in pensando
al vincitore brutale, or fatto strapotente. Se, come prete, lo avrà
confortato la coscienza di avere spazzato via dal mondo una famiglia
ch’era nemica mortale del Papato, lo avrà pur addolorato l’idea che il
vero profitto di quella vittoria fosse caduto nelle mani di un tiranno,
il quale era re di Sicilia, senatore di Roma, vicario di Tuscia,
protettore di tutte le città guelfe, e presto (così potevasi prevedere)
sarebbe forse diventato dominatore d’Italia e oppressore della Chiesa.
Dopo una vita breve e splendida, da parere piuttosto romanzo che
storia, Corradino pose termine alla serie degli eroi Hohenstaufen, ed
eziandio alla lunga e vigorosa guerra che essi sostennero contro il
Papato per il possedimento d’Italia. Dura e immeritata fu la sorte di
quel giovinetto generoso; ma la sentenza della storia aveva deciso che
il destino era maturo: Germania non doveva più dominar su l’Italia;
l’antico Impero degli Ottoni e dei Franchi non poteva essere più
restaurato. Se il nipote di Federico II avesse vinto Carlo d’Angiò,
anch’egli avrebbe rinnovato ordini di cose e guerre che nelle tendenze
dei popoli non avrebbero più trovato ragione di essere. Della sua
caduta tutta Alemagna sentì vivissimo dolore; ma nessun principe,
nessun popolo sorse a vendicarlo[620]. Spenta era la dinastia sveva, e
Corradino finì vittima estrema del principio di legittimità. Le grandi
famiglie rappresentano il sistema di certe età: con queste cadono, e
non v’ha podestà alcuna sacerdotale o politica che possa rinnovare una
legittimità storicamente decrepita. Nè vi fu mai famiglia più grande
degli Hohenstaufen che rappresentasse un più grande ordinamento. Nella
loro dominazione, che durò più di cent’anni, il conflitto di principî
in cui s’affaticò il medio evo ebbe trovato il suo maggiore svolgimento
e i suoi campioni più poderosi. La guerra dei due sistemi, della Chiesa
e dello Stato, che si demolirono a vicenda per sgombrare una via nuova
di libertà al progresso dello spirito umano, compose il fastigio del
medio evo; e sopra di esso posa Corradino, irradiato dell’aureola della
sua tragica morte. La grande dinastia degli Svevi fu vinta, ma non
per questo la lotta finì: assunse forme nuove, e sempre suscitò nuovi
combattenti, ognora mirando a liberare la gente umana dalla prepotenza
del sacerdozio. Però convien dire che senza le geste di quella stirpe
d’eroi libertà non avrebbesi potuto ottenere[621].