§ 1.
Manfredi entra nelle terre romane. — Primo scontro dei due nemici.
— Condizioni deplorevoli di Carlo in Roma. — L’esercito provenzale
attraversa Italia ed entra in Roma. — Carlo, in san Pietro, è coronato
re di Sicilia.
L’entrata di Carlo in Roma aveva posto Manfredi in grave costernazione;
gli conveniva adesso tentar di schiacciare il suo avversario dentro
della Città ancor prima che ne giungesse l’esercito. Ma una tale
impresa era difficile, e con milizie di soli Pugliesi e Saraceni a mala
pena avrebbesi potato compiere. La diserzione di parecchi Ghibellini
gli faceva capire che neppur di questo partito ei si poteva fidare;
ed invero Ostia e Civitavecchia erano state consegnate in mano di
Carlo, e _Petrus de Vico_ (fin allora capo operosissimo dei Ghibellini
nella Tuscia romana) era passato nel campo del nemico[519]. Manfredi
deliberò tuttavia di marciare nel territorio romano; nella speranza di
trar Carlo fuori di Roma, in Luglio si avanzò co’ suoi Saraceni fino
a _Cellae_; ed i due avversarî, ovverossia le lor soldatesche per la
prima volta s’azzuffarono in mezzo ai monti Tivolesi, lungo la via
Valeria. Cadde però a vuoto il tentativo di penetrare in quella città;
e Manfredi potè soltanto occupare sulla linea del confine le castella
di Amatrice e di Cassia[520]. Come un tempo Federico II, accampò
anch’egli nella pianura di Tagliacozzo; e il suo animo esaltato (tanto
è corta la vista degli uomini!) non presagì che due soli anni più
tardi, l’ultimo della sua casa, Corradino, cui aveva tolto la corona
di Sicilia, sarebbe caduto sotto ai colpi di quello stesso Angioino,
dopochè egli, Manfredi, sarebbe giaciuto sepolto lungo le sponde del
Verde[521]. E neppur là rimase, poichè gli vennero tali messaggi di
Puglia che dovette tornarsene in gran fretta, dopo di avere afforzato
il presidio di Vicovaro. Da altra parte le condizioni delle cose
imbrigliavano l’impeto di Carlo, che pur era impaziente di misurarsi
col suo nemico; e nemmanco è certo se nel Settembre egli andasse in
persona sul Liri per indi far ritorno a Roma[522].
Il tradimento incominciava nel regno siculo a tessere la sua opera
tenebrosa: molti baroni stringevano trattative secrete con Carlo.
Narrava magnificando la fama, che sessantamila Provenzali si avessero
sgombrato il cammino per Lombardia, e che in tutti i paesi si
predicasse con gran successo la crociata contro Manfredi. I popoli, da
lungo tempo avvezzi a udir bandita la croce contro la famiglia tedesca,
contro padre, figliuoli e nipoti, ascoltarono senza riflettervi sopra
il grido di Clemente IV che loro annunciava aver la Chiesa levato a suo
campione il conte di Provenza, atleta che schiaccierebbe «la velenosa
covata di un dragone nato di stirpe rabbiosa»: ed il Papa esortava
i credenti affinchè sotto la bandiera del Provenzale prendessero la
croce, ma sopra ogni altra cosa dessero denaro e denaro, onde sarebbe
loro rimesso ogni peccato per quanto abominevole fosse[523]. Parimenti
che all’età di Federico II, torme di frati mendicanti si sparsero per
Italia e per le Puglie a seminar l’odio contro il governo di Manfredi,
a predicare il tradimento, ad empiere l’animo del popolo di terrori
superstiziosi.
Il Re, il quale ben sapeva in che estrema penuria di moneta si
trovassero Carlo a Roma e Clemente a Perugia, non dubitava nemmeno
che il loro disegno dovesse rompersi in quello scoglio. Rade volte
una grande impresa fu apprestata con mezzi tanto meschini come allora
fu; rade volte si avventurò una spedizione con tanto pazza temerità.
I Re, le Chiese, i popoli messi a contributo, se ne ritrassero come
da una causa perduta, e la moneta con cui si compiè la conquista di
Sicilia fu nel vero senso della parola ammassata a furia di elemosine
o raccolta con prestiti di usurai. L’inopia di Carlo oppresso di
debiti era tanto grande, ch’ei non sapeva in che modo provvedere alle
sue spese giornaliere che ammontavano a milledugento lire tornesi.
L’Angioino tribolava senza posa il Papa chiedendo denaro; il Papa
tribolava a sua volta il Re di Francia ed i Vescovi sempre colla
domanda lamentevole di denaro; e le molte lettere che il Pontefice
ne scrisse durano ancora monumenti tristissimi di un’impresa che
alla Chiesa tornò di massimo disonore. «Il mio scrigno è al secco; la
ragione puoi capirla se tu volga uno sguardo alla confusione del mondo.
Inghilterra è restia; Germania non vuole obbedire; Francia sospira e
mormora; Spagna ha abbastanza da pensare a sè stessa; Italia non dà, ma
divora. Or che cosa può fare il Papa senza ricorrere a espedienti empî
per provveder sè ed altri di denaro e di soldati? Mai in nessun altro
affare m’ebbi trovato in eguale difficoltà.» Così Clemente scriveva a
Carlo[524]. La decima ecclesiastica del primo anno era andata consumata
in armamenti; Francia non voleva più dar denaro; re Luigi e il conte
di Poitou rifiutavano soccorso; il Pontefice sul serio credeva di
aver fatto un buco nell’acqua. Carlo tentò allora di contrarre un
imprestito coi mercanti romani, ma costoro chiesero in ipoteca i beni
ecclesiastici di Roma; e il Papa, quantunque lo facesse a malincuore,
concesse quel pegno inaudito: ed invero, ei confessava, senza questo
prestito, il Conte deve o morir di fame o fuggire. Nulladimeno tutto
ciò che si potè raccogliere su quell’ipoteca si fu un trentamila
libbre, ed anche queste a gran fatica, poichè (almeno dicevasi) era
stato Manfredi, il quale col suo oro aveva impedito che i banchieri
romani dessero di più[525]. Usurai della Francia meridionale, d’Italia
e di Roma profittavano «dell’affare di Sicilia» per spillar sangue al
Pontefice ed al Conte; ma poichè quella gente reputava esser il negozio
di incerto risultamento, non faceva prestiti che a pro eccessivi.
«Chiedi», così scriveva il Pontefice a Simone cardinale, «chiedi
al Conte medesimo quanto sia triste la sua vita; gli conviene sudar
sangue se vuole accattare per sè e per le sue genti di che vestirsi e
mantenersi, e sempre gli tocca guardare alle mani dei creditori che gli
succhiano le vene. Ciò che non vale due quattrini, coloro lo fan pagare
un _solidus_ e anche questo egli ottiene con grandissima difficoltà, a
forza di blandizie e di umili istanze»[526]. E Clemente, uomo d’animo
pio e di costume severo, non visse mai giorni così orrendi come allora,
che le imprese politiche della Chiesa lo costrinsero ad abbassarsi a
cure triviali, da cui un prete della Cristianità avrebbe dovuto tenersi
sempre mondo.
Con impazienza ognor più ansiosa Carlo ed il Pontefice attendevano
l’arrivo dell’esercito. «Se le tue soldatesche non vengono», scriveva
l’ultimo al Conte, «io non so come farai ad aspettarle più a lungo,
come potrai fare a vivere, come tenere in tuo potere la Città, o aiutar
la marcia dell’esercito se lo si volesse trattenere per via: se poi
esso, come speriamo, capiterà, meno ancora so io come faremo a nutrir
tanta gente»[527].
Tutto infatti dipendeva da ciò che l’esercito provenzale giungesse sì o
no a Roma. Se i Ghibellini dell’Italia settentrionale lo respingevano
battendolo, Carlo era spacciato e Manfredi trionfava. L’instancabile
cardinale legato di Francia aveva armato a gran fatica l’esercito
crociato raccolto in Provenza, e nel Giugno l’aveva messo in cammino.
V’erano nelle sue file baroni di grandissimo nome, cavalieri prodi in
cui alitava ancora qualche scintilla del fanatismo che aveva alimentato
la guerra degli Albigesi: uomini tutti assetati di gloria, d’oro e
di terre. V’erano Bocardo conte di Vendôme e suo fratello Giovanni,
Giovanni de Néelle conte di Soissons, il contestabile Gilles le
Brun, Pietro di Nemours gran cancelliere di Francia, il maresciallo
di Mirepoix, Guglielmo l’Estendard, il conte Courtenay, Bertrando di
Narbona e Guido di Beaulieu di Auxerre vescovi soldati, Roberto di
Bethune, il giovine figliuolo di Guido de Dampierre conte di Fiandra,
tutta la casa dei Beaumont, molte famiglie nobili di Provenza,
finalmente Filippo e Guido della celeberrima casa dei Montfort[528].
Questo esercito di avventurieri rapaci, di cui il Pontefice aveva
fregiato i petti colla croce del Redentore perchè venissero a
conquistare una terra straniera e cristiana in mezzo a fiumi di sangue,
quell’esercito forte di circa trenta mila uomini valicò nel Giugno le
Alpi savoiarde. Trattati, che Carlo aveva conchiuso coi conti di Savoia
e con alcune città, apersero all’oste l’adito per il Piemonte; il
Margravio di Monferrato si congiunse con essa in Asti, in quello che il
Margravio di Este con altri Guelfi stavasi aspettandola in arme presso
Mantova[529].
Invano sperarono i Palavicini e Giordano di Anglano di mantenersi
padroni del fiume Oglio; il tradimento di Boso da Doara ne lasciò
libero il varco a’ nemici[530]; il margravio Palavicini si gettò in
Cremona, e i Francesi senza impedimento alcuno e in mezzo a orribili
guasti, continuarono la loro marcia su Bologna. Quattrocento fuorusciti
Guelfi di Firenze s’erano già congiunti con loro in Mantova, e avevano
recato promessa di maggiori aiuti. Un’onta eterna macchia gli Italiani
di quell’età così guelfi che ghibellini, avvegnachè per ira di parte
abbiano aperto la loro terra ad un tiranno straniero, e così sgombrato
la via ai Francesi anche ne’ secoli venturi. Sentimenti di libertà
e di patria s’erano ormai affievoliti nelle città stanche di lotte;
nessun vincolo rafforzava più la federazione antica, nè alcun grande
pensiero nazionale si levava sopra i meschini scopi di fazione e sopra
le divisioni domestiche. La furia degli odî partigiani aveva lacerato
Milano, Brescia, Verona, Cremona, Pavia, Bologna, o le aveva date in
balia di tiranni; e intanto le grandi città marittime, Genova, Venezia
ed anche Pisa, tenevansi neutrali, solo intendendo al profitto dei loro
traffici.
I Ghibellini, che tuttavia dominavano in Toscana, non impedirono
il cammino dei nemici, poichè questi, schivando passare di là,
s’avanzarono contro Roma per la via delle Marche e del ducato di
Spoleto, uccidendo, rubando, devastando. Recanati, Foligno, Rimini,
altre città delle Marche e dell’Umbria alzarono il vessillo guelfo, e
Manfredi andò acerbamente deluso nelle sue speranze: la sua signoria
su tante città fino al Po non era stata che una splendida apparenza,
e presto dovevasi porre in aperto che lo istesso era della sua
dominazione nelle Puglie. Non ebbe modo di trattenere l’inimico che
un destino irrefrenabile pareva guidare attraverso l’Italia; indarno
tentò egli nell’Ottobre di far una diversione nelle Marche: alla fine
dovette richiamare dalla Lombardia Giordano di Anglano per restringersi
unicamente alle difese.
Era intorno al Natale dell’anno 1265 quando i Provenzali entrarono in
Roma. Dopo una marcia faticosissima di sette mesi per mezzo all’Italia,
giunsero essi nella desiderata Città, esausti di forze, laceri e senza
stipendio. Ivi speravano trovare ogni ben di Dio, ed invece rinvennero
il Conte, lor signore, carco di debiti e in disperata perplessità.
Nè altro ei seppe regalar loro che la prospettiva di dover mettersi
prestamente in campagna per un’impresa in cui si trattava di guadare
grossi fiumi, di movere per vie impraticabili, di prendere d’assalto
fortezze munite, e di sbaragliare eserciti consumati nel mestiere della
guerra.
Carlo allora si adoperò perchè lo si coronasse re di Sicilia; voleva
infatti azzimarsi della dignità di un diritto legittimo, senza cui
non avrebbe potuto intraprendere la sua spedizione. Aveva chiesto al
Papa che venisse egli stesso a coronarlo solennemente in Roma, poichè,
diceva, l’orgoglio dei Romani si sarebbe punto se la coronazione
fosse avvenuta a Perugia o fuori della Città. Ma il Pontefice s’ebbe
a male della domanda, e rispose che i Romani di questo non si dovevano
impacciare[531]. Parecchie male intelligenze derivanti dalla posizione
in cui il Papa si trovava messo, la padronanza che Carlo s’era arrogata
come senatore, la sua penuria di denaro, le efferatezze che l’esercito
provenzale aveva commesso nel suo cammino su Roma, tutto ciò aveva
cagionato della ruggine fra Clemente IV e Carlo, per guisa che quegli
era ormai pentito di aver tratto sopra di sè un tanto uragano. Laonde
era stato soltanto di mala voglia che ai 4 di Novembre aveva dato
conferma all’investitura, e fu di mala voglia che finalmente promulgò
ai 29 di Dicembre una Bolla in cui stabilì che Carlo fosse coronato:
però a compierne la ceremonia deputò cinque cardinali, fornendoli di
piene facoltà come vicarî suoi.
Addì 6 di Gennaio dell’anno 1266 Carlo di Angiò colla sposa Beatrice
ebbe nel san Pietro il diadema di re di Sicilia: e per la prima
volta si abbandonò in quell’occasione la costumanza onde fino allora
nel santo duomo dell’Apostolo, nel luogo ove Carlo magno aveva
ricevuto il serto dell’Impero, s’erano coronati soltanto Imperatori
e Papi. Torneamenti e feste popolari giocondarono quell’avvenimento
fatale[532].
Ancora per un istante Manfredi aveva potuto sperare di guadagnare il
Pontefice dalla sua; ma adesso quella speranza sparve per sempre. Come
udì della coronazione di Carlo, mandò ambasciatori al Papa; protestò;
con linguaggio da re invocò Clemente affinchè impedisse al ladro da lui
armato di assalire il suo regno, ed ancora a quell’ultima ora offerse
patti favorevoli di pace. Non può leggersi senza fremere la risposta
severa, terribile, profetica che gli die’ il Papa. «Sappia Manfredi»,
così disse Clemente, «che di grazie passò l’ora. Ogni cosa ha il tempo
che le conviene, non il tempo conviene a tutte cose. Già l’eroe armato
è uscito in campo; la scure fu messa alla radice»[533].
§ 2.
Carlo muove di Roma. — Supera trionfalmente la linea di difesa del
Liri. — Battaglia di Benevento. — Caduta gloriosa di Manfredi. — Carlo
spaccia corrieri al Papa. — Indole di Manfredi. — Ragioni della sua
presta fine. — Sorti di Elena sua sposa e de’ suoi figli. — Carlo di
Angiò entra in Napoli.
Intollerabile penuria di tutte le cose costrinse Carlo a condurre al
più presto contro il nemico il suo esercito: non sapeva più come fare
a pagarlo, e voleva che il ricco paese di quello gliene facesse le
spese[534]. Di Roma partì dunque co’ suoi ai 20 di Gennaio dell’anno
1266[535]. Molti Guelfi italiani, molti fuorusciti delle Puglie,
molti Romani (fra’ quali il ribelle _Petrus de Vico_ mostravasi il più
zelante di tutti) si unirono all’esercito. I cardinali impartirono ai
soldati l’assoluzione e accompagnarono Carlo fino agli acquedotti fuor
di Porta Maggiore; il Cardinal Riccardo Anibaldi lo scortò fino alla
rocca Molaria presso alle pendici dei monti Latini; indi lo seguitò in
qualità di legato pontificio[536].
Delle tre strade che da Roma conducono nel reame, la Valeria, la Latina
e la Appia, Carlo (come quasi tutti i capitani del medio evo) prese
per la seconda. Essa traversa il magnifico ma arido paese che si stende
fra gli Apennini e i monti Volsci; passa da Anagni, da Ferentino e da
Frosinone, e giunge alla frontiera presso il ponte del Liri, vicino
Ceperano. Poi la via prosegue per pianure deliziose, viene da Rocca
Secca e da Aquino, tocca san Germano e l’alto monte Cassino, corre fra
le bellissime catene dei monti di Cervara, e pone termine a Capua[537].
Il quartier generale di Manfredi era in questa città celebre, che un
tempo il padre suo aveva nuovamente munito e provvisto di torri presso
al ponte del Volturno. Di là Manfredi con grande attività correva
ora a Ceperano, ora a San Germano, ora a Benevento per vigilare e
per dar ordini; chè manifestamente la marcia di Carlo lo aveva colto
di sorpresa. Per quanto poderoso e florido paresse il suo reame,
non la era che apparenza; se si eccettuino i Tedeschi ed i Saraceni,
l’esercito era messo ormai in piena dissoluzione dal tradimento e da
paura vigliacca. L’impresa di Carlo di Angiò non dà pertanto altro
spettacolo che una successione di deserzioni e di sventure le quali
fanno capo ad una sconfitta subitanea: l’impeto di quei Francesi che si
scagliano sulla Campagna valicando con vorticosa corsa fiumi e monti
e rocche turrite, rende famosa per vero dire quella spedizione perchè
mostra una energia irresistibile di prima foga, ciò che è anche fin
oggi rimasto pregio della nazione cavalleresca francese, ma soltanto la
caduta eroica di Manfredi corona quella celebre tragedia di splendore e
di grandezza imperituri[538].
La primavera precoce di quell’anno aveva rasciutto le strade, e perciò
agevolò la marcia di Carlo attraverso la Val di Sacco: le sue milizie
senza contrarietà superarono il Liri per il passo di Ceperano, che non
tanto per tradimento, quanto per vigliaccheria e per timor panico cadde
loro in mano, massime dacchè (cosa inconcepibile) non s’era tagliato
il ponte[539]. Di primo lancio i Francesi scalarono la erta rocca
ciclopica di Arce, che tenevasi in conto di fortezza inespugnabile,
e il capitano che la difendeva costernato si arrese. Bastò questo
per mettere a spavento in lungo e in largo la Campania; Aquino ed
altre città fecero dedizione. L’urto irresistibile non sostennero
neppure gli spaldi di San Germano; e questa città, protetta da alte
montagne e dalle paludi del fiume Rapido, fu presa di assalto ai 10 di
Febbraio. Alla sua inaspettata caduta tutto il paese tremò; trentadue
castella si arresero a Carlo. La linea del Liri era così venuta in
poter suo; ed or si trattava di prendere d’attacco quella seconda
e più forte del Volturno, dietro al qual fiume, a Capua, trovavasi
colla sua oste maggiore Manfredi, trepidante ma non caduto d’animo. Il
destino combatteva contro di lui; il suo genio era tarpato. Il nemico
infaticabile passò il Volturno dalla parte di settentrione, presso
Tuliverno, dove non lo si aspettava, e con gravissimi sforzi valicò le
nevose montagne di Alife, di Piedemonte e di Telesia per girare con
una marcia di fianco la posizione dell’inimico. Sete di sangue e di
ruba era sprone a quei guerrieri bollenti; bruciavano di impazienza
di metter fine ai loro patimenti nel cuore della Campania; e sebbene
di penuria e di fatica fossero ammazzati essi e le loro cavalcature,
tuttavia la prospettiva della vittoria addolciva ogni sofferenza.
Traditori, baroni disertori accorrevano colle loro bandiere lungo i
luoghi donde Carlo passava; messaggieri gli recavano le chiavi di città
che si ponevano dalla sua parte; ed egli e i suoi ne prendevano lena
per guadare nuovi fiumi e per superare nuove ed erte montagne.
Addì 25 di Febbraio, ch’era un giovedì, fecero sosta in un bosco
distante quindici miglia da Benevento; il venerdì sul mezzogiorno si
fermarono sulle alture di Capraria. Di là Carlo mostrò alle sue genti
una città considerevole, dalle mura squarciate, posta a poca distanza,
in una magnifica pianura in mezzo a due fiumi: era l’antica Benevento,
città capitale de’ Sanniti dapprima e celebre nelle guerre dei Romani
contro di Annibale, indi florida residenza dei signori longobardi
delle Puglie, più tardi città pontificia, da ultimo incorporata
all’Impero da Federico II. Dalle eminenze ove trovavansi i Provenzali
miravasi la bella campagna bagnata dai fiumi Calore, e Sabbato, ed
in essa scorgevansi le lunghe file di fanti, e gli squadroni di
pesante cavalleria tedesca, e i Saraceni di Luceria schierati in
ottima ordinanza di battaglia[540]. Mentre il nemico intendeva girare
la posizione di Manfredi vicino Capua, quest’ultimo era rapidamente
marciato su Benevento, per tagliare a Carlo la via di Napoli e per
offrirgli battaglia: d’ambe le parti i due capitani avevano urgenti
motivi di affrettare il combattimento. Intollerabile mancanza di
tutto il bisognevole stimolava le soldatesche di Carlo; nel mezzo
della terra nemica, posti fuori di ogni comunicazione col loro paese
nativo, senza milizie di riserva, non rimaneva ad esse altra scelta che
vincere o morire. Manfredi poi vedeva innanzi a sè il nemico fiaccato
dalle lunghe marce, affamato, mal montato, ma intorno avea anche facce
di traditori, e di dietro le Puglie già ribellanti. Parecchi conti
abbandonavano secretamente le sue file; altri rifiutavano il debito
di vassallaggio sotto pretesto che dovevano tener guardia alle loro
castella; altri aspettavano il momento della pugna per vendere a prezzo
il loro Re. Anch’egli dunque doveva affrettar la sua sorte; vincere o
morire.
Nella notte del giovedì gli si erano uniti ottocento cavalieri
tedeschi, onde, rianimato, ragunava a consiglio di guerra i suoi
generali. Intorno a sè aveva i Conti della numerosa famiglia dei
Lancia, che alla sua corte tenevano i massimi onori; erano fratelli
o congiunti di sua madre Bianca, ed appellavansi Galvano, Giordano,
Federico, Bartolomeo e Manfredi Malecta: aveva seco altresì alcuni
capitani ghibellini di Firenze e il prode romano Teobaldo degli
Anibaldi. Si consigliò di evitare la battaglia fino a tanto che fossero
giunti rinforzi; chè Corrado di Antiochia nipote di Manfredi trovavasi
ancor negli Abruzzi, ed altre genti dovevano capitar dal mezzodì. Se
si avesse adottato un tale partito, l’esercito di Carlo sarebbe perito
di fame; ma il tempo incalzava, forse anche era di sprone l’onore
cavalleresco, e massime non conveniva fidarsi dei traditori un sol
giorno di più. Manfredi pertanto decise di appiccar battaglia; e questa
fu opera dettata dalla disperazione tanto per Carlo quanto per lui.
Il suo astrologo aveva tratto l’oroscopo, e protestato che l’ora era
fausta; e sì che la stella di Manfredi ormai era giunta all’estremo
lembo dell’orizzonte.
Spartì egli il suo esercito in tre ordinanze: la prima forte di
milledugento cavalli tedeschi era condotta dal conte Giordano di
Anglano; la seconda composta di Toscani, di Lombardi e di Alemanni,
e grossa di mille cavalieri aveva per capitani il conte Galvano e il
conte Bartolomeo; la terza divisione era formata di vassalli pugliesi
e di Saraceni, in numero di circa mille quattrocento uomini a cavallo,
con molti arcieri e fanti; la comandava Manfredi in persona. In tale
assetto il suo esercito passò il fiume Calore, e si schierò a nord-est
dalla città, presso a san Marco, nel campo chiamato Grandella o «delle
Rose», e vi stette aspettando il nemico che scendeva dalle alture.
Frattanto infatti anche nel campo di Carlo s’erano parimenti
uditi alcuni a consigliare che la battaglia si differisse, poichè
le soldatesche erano stanche, i cavalli sfiatati: ma il valoroso
contestabile Gilles le Brun aveva dato loro sulla voce e costrettili
a tacere. Eziandio dalla lor parte si disposero in tre ordinanze.
Provenzali, Francesi, genti di Piccardia, Brabanzesi, soldati italiani
e romani, i fuorusciti pugliesi sitibondi di vendetta si schierarono
sotto il comando di Filippo di Montfort, di Guido di Mirepoix, di
re Carlo, del conte Roberto di Fiandra, del conte di Vendôme, del
Contestabile e di altri esperti capitani. I Guelfi fiorentini,
bramosi di vendicare la giornata di Montaperti, formarono una quarta
divisione sotto gli ordini del conte Guido Guerra; ed allorchè, forti
di quattrocento cavalieri, cavalcarono innanzi nel campo, corruscanti
di ricche armature, montati sopra magnifici destrieri e con splendide
insegne, chiese Manfredi a suoi seguaci donde venisse quella bellissima
milizia: ed avendogli taluno risposto, essere i Guelfi di Firenze,
sospirando sclamò: «Ah dove sono i miei Ghibellini pei quali feci
tanto, ed in cui aveva riposto così grande speranza?» Il Vescovo di
Auxerre e frati predicatori s’aggiravano nel frattempo in mezzo alle
soldatesche di Carlo, che ricevevano in ginocchio l’assoluzione, e
Carlo di qua e di là andava dispensando l’ordine della cavalleria[541].
I Saraceni con grande impeto aprono la mischia; gettando urla di
guerra, senza aspettar comando di capi si scagliano sulla minuta
fanteria francese composta dei Ribaldi, e a colpi di frecce la saettano
terribilmente. Allora s’avanza la cavalleria francese e fa strage dei
Saraceni, ma accorrono i cavalli tedeschi condotti dal conte Giordano,
e gridando: «Svevia, Svevia, cavalieri!», col loro urto ferrato rompono
quegli squadroni. A questo punto s’ode un grido: «Montjoie!»; è la
maggior legione di Carlo che viene all’attacco, e la lotta che si
appicca fra le due masse di cavalleria dalle pesanti corazze decide le
sorti della giornata. La celebre battaglia di Benevento fu combattuta
con appena venticinquemila uomini dall’una parte e dall’altra. La
lunga e formidabile guerra fra la Chiesa e l’Impero, fra Romani e
Germani, fu definita sopra un angusto campo di battaglia, in breve
volger di tempo e con pochi combattenti: ed invero era giunta a
maturità l’ora che fosse decisa. I Francesi pugnavano con corte spade;
i Tedeschi secondo l’antico loro costume con luoghi spadoni. I colpi
di punta e di taglio di scuola romanesca la vinsero sull’antica arte
germanica di battagliare, sì come in antico era avvenuto a Civita,
nell’undecimo secolo. I cavalieri di Carlo portavano in groppa dei
fantaccini, e quando i cavalieri tedeschi precipitavano dalle loro
cavalcature trafitte, quei fanti sdrucciolavano giù di sella e gli
uccidevano a colpi di mazza. Così perì la legione del pro’ Giordano;
e sebbene Galvano e Bartolomeo tenessero fermo un tratto, anche
questo fu inutile. I valorosi Tedeschi si batterono e caddero con
bravura; e, simili agli antichi Goti devoti a morte, furono gli ultimi
rappresentanti di quell’Impero germanico che era sceso nella tomba con
Federico II.
Come re Manfredi dalla collina su cui s’era postato vide le sue milizie
vacillare e cedere, fe’ scendere alla battaglia la schiera formata
di vassalli pugliesi e siciliani. È cosa inconcepibile come mai a
vece di loro egli non s’avesse tenuto una riserva di Tedeschi con cui
decidere della battaglia: fatto sta che gl’Italiani se la diedero a
gambe; e fino Tomaso di Acerra cognato di Manfredi traditorescamente
fuggì, onde altri baroni ne imitarono l’esempio gettandosi dentro di
Benevento o negli Abruzzi. Quando il Re conobbe che la era finita,
volle morire da eroe. I pochi rimastigli intorno lo consigliarono che
riparasse entro alla terra, o che fuggisse in Epiro per ivi aspettare
giorni migliori alla corte del suocero suo: ma egli sdegna di farlo, e
comanda al suo scudiero che gli rechi l’elmo. E mentre se lo pone in
capo, cade l’aquila d’argento che lo adorna, ed egli esclama: «_Ecce
signum Domini!_» e senza insegna regia si scaglia fra’ nemici cercando
morte, seguito dal suo generoso amico Teobaldo Anibaldi, che vuol farsi
uccidere con lui.
Allorchè sul campo di Benevento scesero le ombre della notte, il
vincitore, sempre cupo e chiuso in sè stesso, si ritirò nella sua tenda
e dettò questa lettera al Papa; «Dopo fiera battaglia dalle due parti,
noi coll’aiuto divino sbaragliammo le due prime divisioni dell’inimico,
per guisa che tutti gli altri cercarono salute nella fuga. Fu sì grande
il macello nel campo che i cadaveri degli uccisi tolgono la vista del
suolo. Nè tutti i fuggenti scamparono; molti ne raggiunse la spada
dei nostri che li inseguirono; molti furono fatti prigionieri e tratti
alle nostre carceri, e fra gli altri Giordano e Bartolomeo, che finora
presunsero nomarsi conti: preso fu anche Pier Asino (degli Uberti)
lo scellerato capo dei Ghibellini di Firenze[542]. Chi poi dei nemici
fra’ primi sia morto non sappiamo dire precisamente, massime dacchè in
tanta fretta scriviamo questo messaggio: molti però dicono essere stati
uccisi Galvano ed Errigecco, che si dissero conti. Di Manfredi nulla
si sa, se sia caduto in battaglia, o preso, o fuggito. Il destriero
che ei cavalcava è in mani nostre, e ciò potrebbe far credere che ei
fosse morto. Do annuncio alla Santità Vostra di questa grande vittoria
affinchè ne porgiate grazie all’Onnipotente che ce la concesse, e
col braccio mio combatte per la causa della Chiesa. Se giungerò ad
estirpare di Sicilia le radici del male, siatene certo, io ristabilirò
in questo reame l’antico obligo di vassallaggio ch’esso deve alla
Chiesa, lo avvierò di nuovo ad onore e a gloria di Dio, all’esaltazione
del suo nome, a pace della Chiesa ed al bene del paese. Dato da
Benevento, ai 26 di Febbraio, nella indizione nona, l’anno primo del
nostro regno»[543].
E tre giorni dopo scrisse: «Non ha guari annunciai alla Santità Vostra
il trionfo che il Signore ci largì a Benevento contro il publico
inimico. Per assicurarmi se vera è la fama, divulgata ognor più, che
Manfredi sia morto in battaglia, feci cercare fra i cadaveri del campo,
tanto più che nessuna voce correva che ei si fosse salvato fuggendo in
qualche luogo. Il giorno di Domenica, 28 Febbraio, si trovò infatti il
suo corpo ignudo in mezzo ai morti. E per non cadere in errore sopra
cosa di tanta rilevanza, feci mostrare il cadavere al conte Riccardo di
Caserta, mio fedele, a Giordano e a Bartolomeo che furon detti conti,
ai loro fratelli e ad altri che, vivente Manfredi, ne avevano avuto
personale conoscenza: lo riconobbero tutti e dichiararono che quella
indubbiamente era la salma di Manfredi. Come mi persuase sentimento
di natura, feci seppellire il morto con onoranze, ma senza ceremonie
ecclesiastiche. Dato nel campo presso Benevento, addì 1 di Marzo,
l’anno primo del nostro regno»[544].
Quando i conti prigionieri furono condotti in catene sul campo di
battaglia e videro il cadavere ignudo del Re, alla domanda se quegli
fosse Manfredi, risposero tutti sgomentati: sì! Solo il generoso
Giordano di Anglano con angoscioso dolore esclamò: «O Re mio!», e
copertasi colle mani la faccia, amaramente pianse[545]. A fianco
di Manfredi giaceva morto Teobaldo Anibaldi, suo fratello d’armi,
guerriero degno del nome romano, che ornò di bella gloria la Città
medioevale e la sua famiglia ghibellina. Per comandamento del
vincitore, Manfredi fu sepolto in una fossa aperta nel suolo presso
il ponte del Calore vicino Benevento; ed i guerrieri francesi per
onorarne l’eroico valore deposero ciascuno una pietra su quel tumulo,
innalzandogli così un monumento alla foggia usata nei paesi del Nord.
Ma poco dopo, consentendo il Pontefice, il Pignatelli vescovo di
Cosenza, uomo di animo abbietto, fe’ strappare il cadavere alla sua
fossa, e, come di scomunicato dalla Chiesa, lo fe’ gettare al confine
del Lazio, lungo l’argine del fiume Verde[546].
Manfredi, quando morì, aveva trentaquattro anni; al paro di Totila
ebbe vita e morte magnifiche. Come un dì quell’eroe dei Goti s’era
sollevato dalle ruine del suo popolo, e, giovine, aveva restaurato
colle sue vittorie l’impero di Teodorico, così anche Manfredi ebbe
fatto risorgere dai suoi ruderi l’impero di Federico in Italia, e per
alcuni anni lo tenne in fiore; indi soggiacque anch’egli alla fortuna
di un conquistatore venuto da altri paesi ed armato dal Pontefice a’
suoi danni. I Guelfi, come li frugava ira di parte, lo accusarono
di avere ucciso padre e fratello, e a lui attribuirono delitti
abbominevoli; i Papi lo maledirono chiamandolo vipera velenosa e pagano
empio: ma al nobilissimo degli spiriti del medio evo, nato già quand’ei
morì, la sua ombra apparve non fra i dannati dell’Inferno, come i
preti farneticarono, ma anima gioconda fra quelle del Purgatorio; e
lietamente sorridendo gli disse che la maledizione dei preti nulla può
a dispetto dell’eterno amore di riconciliazione[547]. Quanti v’ebbero
di migliori tra i contemporanei, fino del partito guelfo, pregiarono in
lui la fortezza della sua indole virile; ne celebrarono la grandezza
liberale, la generosa mitezza di costume, la coltura eletta ed una
bontà d’animo schiettamente benigna, che soltanto di rado si lasciò
traviare all’ira od all’inganno[548].
Presso al cadavere del suo nobile avversario Carlo d’Angiò rappresenta
uno di quei contrasti del mondo morale, in cui il male pare predominare
sul bene. Tuttavolta la caduta di Manfredi fu un avvenimento così
altamente tragico che vi si ravvisa la potenza del destino storico
che abbatte gli ordinamenti antichi e schiaccia sotto il suo peso
chi ne raccoglie l’eredità. E le cause pratiche di una fine tanto
rapida ce le spiega eziandio la storia dell’Italia meridionale, che
fu una terra non guerriera, senza sentimento nazionale, senza fede
nè costanza, dove nessuna dinastia ebbe lunga durata, dove fino ai
nostri ultimi giorni fu sempre aperta la via a qualunque invasione, a
qualunque conquista. Le savie leggi di Federico II vi avevano fondato
un reggimento monarchico; ma non avevano potuto costituirvi uno Stato
nazionale; il trono, sopra cui si sedette Manfredi, riposò nuovamente
mal securo sul vassallaggio della nobiltà, la quale (secondo la
sentenza del guelfo Saba Malaspina) ebbe dapprima diviso con lui le
spoglie di Sicilia, indi contro fede lo tradì. Mercenarî tedeschi e
Saraceni, ossiano milizie straniere, erano i soli appoggi sicuri che
avesse la sua signoria; rotti quelli a San Germano e a Benevento,
neppur questa poteva più durare[549]. Il clero, potenza massima in quel
paese superstizioso, era nemico di Manfredi, e le città dissanguate da’
tributi e dalle collette non gli erano per certo amiche. Anch’esse si
sentivano tratte dall’impulso universale di cui gli Hohenstaufen non
fecero il debito conto, e bramavano conseguire un reggimento civico
autonomo. Perciò, come Carlo fu entrato nel reame (così dice lo Storico
guelfo), cominciarono gli animi del popolo a vacillare, a voltarsi
contro Manfredi e ad espandere la loro gioia, avvegnaddio tutti allora
credessero che sarebbe tornata la pace lungamente desiderata, e che
insieme colla venuta di re Carlo si sarebbe dappertutto restaurato il
regime di libertà[550].
In che modo si compiesse cotale speranza, di che maniera di felicità
abbiano goduto Napoli e Sicilia nelle mani ladre dell’Angioino,
le storie di quei paesi lo tengono scritto. Noi non daremo che uno
sguardo fuggevole all’orribile bagno di sangue che n’ebbe Benevento,
proprietà del Pontefice, cui Carlo fu costretto di abbandonare al
sacco delle sue soldatesche. Dal campo di battaglia quei «campioni di
Dio» si scagliarono sulla città che era loro amica, nulla badando ai
lamenti ed agli scongiuri del clero, che mosse loro processionalmente
incontro: per otto lunghi giorni andarono massacrando gl’innocenti
cittadini collo stesso furore fanatico dei loro antenati quando avevano
combattuto contro gli Albigesi. E così scellerati orrori commisero,
che Clemente IV ne gettò un grido di disperazione, e con gran collera
s’accorse in qual forma iniziasse il suo reggimento l’atleta Carlo, il
Maccabeo della Chiesa[551].
Il vincitore non aveva sentimento umano; era un tiranno freddo e muto.
Elena, giovine e leggiadra sposa di Manfredi, com’ebbe a Luceria la
novella della sua fine, fu per morirne dal dolore; indi, presi con
sè i figli, si diede alla fuga. Abbandonata dai maggiorenti in tanta
sventura, e accompagnata solamente da alcuni uomini di cuore, venne a
Trani, in quello stesso luogo dove nel Giugno dell’anno 1259 era stata
accolta, fidanzata regale, con solennità magnifiche. Di là intendeva
ella imbarcarsi per l’Epiro, ma il mare burrascoso ne la impedì. Alcuni
frati mendicanti, che frugavano la terra spiando, corsero al castello
di Trani a darne avviso, e, spaventato il castellano coi fantasimi
delle pene eterne dell’Inferno, lo costrinsero a consegnare quella
vittima in mano ai cavalieri di Carlo: e così egli fece ai 6 di Marzo.
Elena morì di lì a cinque anni in carcere a Nocera de’ Pagani, che
non aveva ancora ventinove anni: diciotto ne penò sua figlia Beatrice
a Napoli nel Castel dell’Uovo: i piccoli figliuoli di Elena e di
Manfredi, appellati Enrico, Federico, Enzo, crebbero e intisichirono
fra i tormenti di trentatre anni di prigionia, ancora più sventurati
che non fosse il loro zio a Bologna. Nè gli Angioini nè gli Aragonesi
(come furono al possesso dell’isola di Sicilia) si sentirono sicuri
di liberare dal carcere i legittimi eredi di Manfredi[552]. La fine
della sua innocente famiglia mette dolore e indignazione ad ogni animo
generoso; però all’avvenimento di Trani un altro tiene riscontro
fatale, e nella storia non ve n’ha quasi un solo che lo pareggi.
Vogliamo dire della tragedia avvenuta alcuni anni prima in Sicilia, nel
castello di Calatabellota. Colà s’era rifuggita pure una regina, vedova
e sventurata come Elena, com’essa scampando con quattro figliuoli alla
ferocia di un conquistatore: era stata Sibilla, moglie dell’ultimo
re normanno Tancredi. La infelice e i suoi bimbi vennero crudelmente
caricati di catene; e lo spergiuro nemico, che spense la famiglia
normanna di Sicilia in mezzo ad orrori cui soltanto emularono le geste
di Carlo d’Angiò, fu Enrico VI imperatore, avo di Manfredi. Fatalità
degli eventi! Sibilla fu presa, e i più nobili uomini di Palermo
furono barbaramente scannati, in quello stesso giorno di Natale in cui
l’imperatrice Costanza diede alla luce il padre di Manfredi![553].
Carlo d’Angiò tenne la sua entrata in Napoli da conquistatore e da re,
vestito di un’armatura magnifica, cavalcando il destriero di battaglia
che avea montato a Benevento, seguito dai corruscanti cavalieri
di Francia e dai guerrieri vittoriosi del suo esercito, acclamato
e coperto di fiori dal popolo vigliacco, salutato servilmente dai
vilissimi baroni delle Puglie e dal clero giubilante: con lui veniva
la superba regina Beatrice in un cocchio scoperto di velluto azzurro,
al fastigio dei suoi desiderî ambiziosi. In tal guisa entrò in Napoli
la tirannide francese; così un popolo spensierato, inetto a libertà,
piegò il collo alla signoria straniera di un despota impostogli dal
Pontefice[554].
I Papi avevano raggiunto la meta da tanti anni sospirata: sul trono
di Sicilia sedeva un principe nuovo, loro vassallo e loro strumento;
spenta era la dominazione dei Tedeschi in Italia, cancellata
l’influenza antica di secoli che essi avevano esercitato su questo
paese e sul Papato; il romanismo aveva trionfato del germanesimo.
L’Impero alemanno non esisteva più; la stirpe degli Hohenstaufen, eroi
suoi, era scomparsa; Enrico VI, Federico II, Corrado IV, Manfredi ed
altri di quella casa giacevano sepolti in tombe dello stesso paese, a
Palermo, a Messina, a Cosenza, sotto il cumulo di pietre a Benevento;
Enzo prigioniero a Bologna; i figli di Manfredi prigionieri: solo
Corradino, ultimo degli Hohenstaufen, viveva ancora in libertà, ma
povero, disprezzato, colle porte d’Italia chiuse in faccia. Clemente
IV ricevette con gioia la novella della buona fortuna di Carlo; tutte
le campane di Perugia sonarono a festa; si alzarono al cielo preci di
grazie, poichè i cavalieri e le torri di Faraone non erano più. Però
se una divinazione profetica avesse tolto il velo dagli occhi di quel
Papa, gli avrebbe messo la morte nel cuore: spaventevoli apparizioni
gli avrebbero mostrato le conseguenze dell’opera sua; avrebbe veduto
trentasette anni dopo un Papa, successore suo, essere preso d’assalto
nel suo palazzo e maltrattato dal ministro di un Re francese; la
cattedra santa di Pietro trasportata in una piccola città di Provenza,
e per settant’anni occupata da Francesi, creature e satelliti dei loro
Re: e intanto Roma abbandonata in ruina!
§ 3.
Carlo dimette l’officio di senatore. — Corrado Beltrami Monaldeschi
e Luca Savelli, senatori (1266). — Governo democratico in Roma sotto
di Angelo Capocci. — Don Arrigo di Castiglia, senatore (1267). — I
Ghibellini si raccolgono in Toscana. — Loro legati vanno in Germania
per invitare Corradino che venga a Roma. — Corradino si decide ad
imprendere la spedizione.
La caduta di Manfredi segnò eziandio la sconfitta dei Ghibellini in
tutta Italia; la massima parte delle città or riverirono Carlo da
loro patrono. Lo Stato ecclesiastico bentosto si rifece dalla lunga
pressura, ed il Pontefice, che bramava di tornare ad essere solo
signore in Roma, chiese adesso a Carlo che, secondo il patto conchiuso,
dimettesse la podestà di senatore: il Re trasse in lungo la cosa;
mostrò desiderio di durare in officio qualche tempo ancora; alla fine
dichiarò ai Romani con dispetto mal celato che egli si spogliava della
sua dignità per non affliggere la Chiesa che affermava di possedere un
diritto sopra il senato. E lo fece sulla fine di Maggio dell’anno 1266;
nè molto andò che il Pontefice se ne pentì[555].
Sperava adesso Clemente IV di restaurare senza più i suoi diritti
signorili in Roma, perocchè Carlo di Angiò con trattati si fosse
obligato di aiutarlo in tale bisogna. Tuttavolta la Città non faceva
alcuna ciera di voler porre il senato in mano del Papa, e neppure
(che era peggio) di invitarnelo a tornare. Già nell’Aprile Clemente
era andato da Perugia ad Orvieto; indi, tutto speranzoso di entrare
in Laterano, era capitato a Viterbo, dove pose dimora. Roma allora
non trovavasi colla santa Sede in attenenze più strette di quello che
fossero con essa le Republiche di Firenze o di Lucca; i Romani tenevano
i diritti dei Pontefice in conto di lettera morta; nè Carlo si prendeva
briga di farsene patrocinatore. Perchè poi frattanto occorreva di non
lasciare vacante la scranna senatoria, il popolo romano, tornando al
vecchio sistema, elesse due senatori: e questi immantinente domandarono
il pagamento della moneta che i mercanti romani avevano prestato
sull’ipoteca dei beni ecclesiastici; ed il Papa a chiamarli briganti e
ladri dentro e fuori di Roma[556].
Il registro Capitolino tien nota di quei Senatori altrove non
appellati, e li chiama coi nomi di Corrado Beltrami Monaldeschi
orvietano e di Luca Savelli romano. E veramente uno di quei Senatori
fu Luca, padre di un Pontefice venturo; avvegnaddio la iscrizione
posta sul suo sepolcro in Araceli dica che egli morì nell’anno 1266 in
officio di senatore[557].
Un’amnistia aveva richiamato a Roma parecchi Ghibellini, ove tornarono
a sedere in parlamento accanto a’ Guelfi. Parecchi partigiani di
Manfredi, come fu Jacopo Napoleone degli Orsini, avevano fatto
soggezione al Pontefice, ma d’apparenza soltanto; perlochè, come
la vinta fazione s’ebbe riavuta dal suo sgomento, riordinò le sue
file dappertutto, così a Roma che in Toscana, così a Napoli che in
Lombardia, coll’abilità che fu propria degl’Italiani nelle società
secrete[558]. E la superbia intollerabile della nobiltà guelfa inasprì
il popolo romano tanto gravemente, che esso nella prima metà dell’anno
1267 si ribellò, istituì un governo democratico di ventisei _boni
homines_, e nominò Angelo Capocci di fazione ghibellina a capitano
del popolo. Clemente dovette dare il suo consentimento al nuovo ordine
di cose, e il capitano del popolo fe’ perfino appello a lui allorchè
la nobiltà, messa su da Viterbo (così dicevasi a Roma), incominciò a
combattere il novello reggimento: il Papa, protestandosi innocente,
mandò due vescovi a ristabilire la pace[559].
Il Capocci frattanto, incaricato dal popolo di eleggere il Senatore,
posò il suo occhio sopra un Infante spagnuolo, don Arrigo, che era
figlio di Ferdinando III di Castiglia e fratello minore di Alfonso
il Saggio, re titolare dei Romani: era un eroe avventuriero, uomo
d’ingegno e di ambizione principesca. Bandito dal suo paese come
ribelle, Arrigo aveva posto dimora nella Francia meridionale suddita
all’Inghilterra, e già nell’anno 1257, postosi al servigio di Enrico
III, avrebbe preso parte alla spedizione contro Manfredi, se l’impresa
non fosse ita a vuoto. Nell’anno 1259, sopra navi inglesi, era andato
in Africa, accompagnato da Federico fratel suo e da altri fuorusciti
spagnuoli; indi aveva combattuto agli stipendî del signore di Tunisi
contro i Mauri[560]. La rivoluzione d’Italia era esca che lo invitava
a cercare un nuovo teatro alla sua ambizione; laonde, nella primavera
del 1267, seguito da un duecento valorose lame castigliane, venne
alla corte di Carlo cugino suo, che lo accolse onorevolmente sì, ma di
malavoglia. E per vero Carlo gli era debitore di una somma di denaro
che gli scottava di dover subito pagare; e quando il molesto creditore
con buon garbo gli fe’ capire che bramava di essere soddisfatto,
l’Angioino con molte belle promesse lo mandò a Viterbo, alla corte
pontificia. Quivi, disputando i diritti di Jacopo di Aragona, l’Infante
mosse pretese alla corona dell’isola di Sardegna, che la Chiesa
protestava essere sua proprietà, e di cui contendeva alla Republica di
Pisa il dominio. Arrigo guadagnò a favor suo i cardinali a forza dei
suoi inchini castigliani e del suo oro tunisino, ma Clemente IV fu più
propenso di saldare il conto con un matrimonio che gli propose di una
principessa aragonese, anzi che d’investirlo di Sardegna. Vi aspirava
anche Carlo, ed il Re in segreto seppe così ben fare che mandò a monte
le speranze del suo cugino, e lo battè coll’inganno[561].
Più avventurato invece fu l’Infante nella sua candidatura a Roma, dove
i suoi dobloni gli schiusero il Campidoglio. Su di lui il Capocci
capitano del popolo indirisse l’elezione, ed i Romani accolsero di
grand’animo a senatore un Principe castigliano, illustre per gloria
guerriera e per ricchezza, da cui si aspettavano valorosa difesa contro
l’arroganza della nobiltà e contro le pretensioni del Pontefice. La
nobiltà, la più parte dei Cardinali, il Papa stesso contrariarono
l’elezione; ma indarno, chè a Roma l’opinion publica era in generale
ridivenuta ghibellina, non sì tosto che Carlo d’Angiò s’aveva assiso
sul trono di Sicilia. L’Infante venne di Viterbo nel Luglio dell’anno
1267 per mettersi nella signoria della Città; e così (stranezza di
caso!) due fratelli furono in pari tempo, l’uno re eletto, l’altro
senatore dei Romani[562].
Il reggimento civico di don Arrigo conseguì prestamente un’importanza
che non fu dammeno di quella che aveva avuto il governo del
predecessore suo Carlo d’Angiò. Ed invero era appena l’Infante
entrato nel suo officio, che incominciò a imbronciarsi col Papa: volle
assoggettare al Campidoglio tutta intera la Campagna, privare il clero
della sua giurisdizione, umiliare la nobiltà. Protestò il Papa, ma il
Senatore non desistette dall’opera intrapresa[563]. Il popolo stimava
il Principe, e questi sulle prime si mostrò imparziale verso Guelfi e
verso Ghibellini; però il suo odio ardentissimo contro di Carlo che
lo aveva gravemente offeso, ed avvenimenti inaspettati in breve lo
indussero a dichiarare aperta guerra contro il partito ecclesiastico.
Gli aderenti di Manfredi e della casa di Svevia si raccolsero in
Toscana. In questo paese era sbocciata la novella semenza velenosa
di quelle due vecchie fazioni, la cui lotta irreconciliabile
impresse nella storia d’Italia i caratteri eroici di una feroce e
grande passione, per modo che sotto le loro forme e le loro insegne
gl’Italiani combatterono ancor dopo che fu sopita la grande guerra
fra Chiesa e Impero. Alla fantasia di quell’età, la furibonda contesa
delle due parti parve essere opera tenebrosa di due demonî nominati
l’uno _Guelfa_, l’altro _Gebellia_; e per verità furono questi le
furie anguicrinite del medio evo. Non fu all’età di Manfredi che
comparissero per la prima volta; l’origine loro è più antica, ma il
loro impulso selvaggio assunse quella spaventosa natura di lotta di
fazioni massimamente dopo che fu caduta la signoria degli Svevi: e
per tal guisa ne andarono scisse in due parti ostili le province e
le città d’Italia[564]. Pisa e Siena, Poggibonsi e San Miniato al
Tedesco, anche dopo la fine di Manfredi, s’erano serbate tutte per
gli Hohenstaufen ossia di fede ghibellina. Il conte Guido Novello,
che preso di sgomento aveva abbandonato Firenze, radunò in Prato e in
altre castella mercenarî tedeschi ed amici suoi intorno allo stendardo
di Svevia. Dei capitani di Manfredi alcuni avevano potuto scampare dal
campo di battaglia di Benevento o dalle prigioni pugliesi; così era
stato dei fratelli Galvano e Federico Lancia, di Corrado di Antiochia
nipote dell’imperatore Federico e genero di Galvano, di Corrado e
di Marino Capece nobili napoletani, e di Corrado Trincia. Il regno
siculo gemeva sotto il giogo del suo nuovo padrone: dissanguato dalle
imposte; calpestato da francesi percettori dei tributi, da giudici e
da balivi; ingannato dal despotismo di Carlo in tutte le speranze di
diritti e di franchigie, esso si trovava in condizioni tali che a petto
di esse il governo di Manfredi pareva essere stato l’età dell’oro: il
popolo che tradito lo aveva, si risovvenne adesso piangendo della sua
mansuetudine, e con vano lamento lo invocò. Fino i Guelfi di quel tempo
hanno descritto con orrore qual fosse la signoria del primo Angioino;
e Clemente IV in alcune celebri lettere, sotto forma di ammonimenti
paterni e di consigli benevoli, ha dipinto di lui maestrevolmente un
ritratto che è quello di un odioso tiranno[565].
Esuli pugliesi fuggirono in Toscana e narrarono che il reame era pronto
a ribellarsi. I partigiani di Manfredi ne vedevano i figli languire
in catene, e incapaci di difendere i loro diritti ereditarî; perciò
volsero i loro desiderî a Corradino ultimo erede legittimo di Sicilia,
che un dì i Guelfi avevano invitato a scendere in Italia contro
l’usurpatore Manfredi.
Il figlio di Corrado IV, nato ai 25 Maggio 1252, aveva quattordici anni
quando lo zio suo cadeva ed un conquistatore si levava su quel trono,
che per diritto delle genti e per giure ereditario avrebbe dovuto
essere proprietà sua incontestabile. Corradino era sotto la tutela
di suo zio Luigi di Baviera, uomo rozzo, e di sua madre Elisabetta
sorella di quel Duca, la quale nell’anno 1259 aveva sposato in seconde
nozze il conte Mainardo di Gorizia. Per un istante la corona imperiale
si era liberata sul capo di Corradino, ma il Papa, che non aveva
deciso la controversia fra Alfonso e Riccardo appunto per far sì che
Germania si estenuasse nelle lotte di parte e che Italia restasse senza
imperatore, aveva proibito l’elezione dell’ultimo rampollo legittimo
della «velenosa» progenie degli Svevi. E Corradino, cui non era rimasto
che l’inane titolo di re di Gerusalemme e l’assottigliato suo ducato
di Svevia, era venuto crescendo in età sulle romantiche rive del lago
di Costanza, nutrendo il suo spirito di canti dei poeti del suo paese,
e di imagini seducenti di eroismi, di opere grandi e della caduta sua
casa.
La storia politica registra poche sventure così commoventi come fu la
sorte di quel giovinetto, che la potenza di tragici avvenimenti e un
destino ereditato dai suoi padri trassero fuori della terra natale e
di una vita d’idillio per condurlo in Italia e sacrificarlo, ultimo
della sua schiatta d’eroi, sulle tombe degli avi. Legati ghibellini
di signori e di città, di Pisa, di Verona, di Pavia, di Siena, di
Luceria e di Palermo andarono nell’anno 1266 a Costanza, ad Augusta e
a Landshut; l’anno dopo li seguitarono i fratelli Lancia ed i Capece
per incoraggiare al volo «l’aquila appena pennuta». Secondo la bella
similitudine del guelfo Malaspina furono pari a quei messaggieri i
quali al re venturo aveano recato oro, incenso e mirra[566]: e gli
promisero l’aiuto d’Italia se avesse voluto spiegare nuovamente sulle
Alpi la bandiera dell’Impero, e venire a liberare da esosa tirannide la
terra de’ suoi padri gloriosi.
Come il nipote del gran Federico vide quegli uomini italiani fargli
omaggio genuflessi a’ suoi piedi, come ne udì i discorsi meravigliosi,
e ne toccò i ricchi doni pegno di loro promesse, il suo animo si
deliziò di fantastiche contentezze. Voci di sirene lo adescavano ad
andare nella bella e fatal terra, paradiso storico, desiderio dei
Tedeschi, dove i suoi padri illustri sembravano chiamarlo dai loro
sepolcri invendicati. Sua madre si oppose, ma i suoi zii e i suoi
amici acconsentirono. E fama si sparse di qua dalle Alpi che il giovane
figlio di Corrado IV armava un esercito per iscendere in Italia, per
balzare del trono Carlo tiranno e per restaurare la signoria sveva.